Armenia: amb. Ferranti incontra viceministro Simonyan (Il Giornale Diplomaticao 17.03.26)

GD – Jerevan, 17 mar. 26 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto da Armen Simonyan, viceministro dell’Amministrazione Territoriale e delle Infrastrutture della Repubblica d’Armenia.
Nel corso dell’incontro il viceministro Simonyan ha sottolineato l’importanza delle strette relazioni sviluppatesi tra i due Paesi nel settore dei collegamenti aerei e dei trasporti.
Le parti hanno inoltre discusso il progetto di realizzazione di un’infrastruttura ferroviaria verso l’aeroporto di “Zvartnots” di Jerevan, tenendo in considerazione un’eventuale cooperazione con aziende italiane.
Da parte sua l’amb. Ferranti ha evidenziato che il collegamento aereo diretto tra Italia e Armenia favorisce il crescente flusso di turisti anno dopo anno e l’intensificarsi degli scambi, il che a sua volta suscita interesse da parte delle imprese italiane a partecipare ai programmi di sviluppo delle infrastrutture in Armenia.
Al termine dell’incontro, le parti hanno concordato di proseguire il dialogo su tutte le questioni di reciproco interesse.

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Cardoso: al Palazzo della Cultura ‘I genocidi del XX secolo’ (Lucatimes 17.02.26)

Dal 18 al 31 marzo 2026 la mostra: “I genocidi del XX secolo”, un’esposizione didattica curata dal Mémorial de la Shoah.

L’iniziativa, sostenuta dall’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna e promossa dal Comune di Stazzema, si inserisce nel solco delle attività dedicate alla memoria e all’educazione ai diritti umani, temi particolarmente significativi in un territorio segnato dalla storia della strage di Sant’Anna.

La mostra propone un’analisi comparata di tre tra i più tragici genocidi del Novecento: quello degli Armeni, degli Ebrei durante la Shoah e dei Tutsi in Ruanda. Attraverso documenti, immagini e pannelli esplicativi, il percorso mette in luce i meccanismi politici, culturali e propagandistici che hanno reso possibili queste tragedie.

L’obiettivo è duplice: da un lato fornire strumenti di comprensione storica, dall’altro stimolare una riflessione critica sui segnali di odio, discriminazione e disumanizzazione ancora presenti nelle società contemporanee.

L’esposizione si collega idealmente a uno dei momenti fondativi della coscienza civile globale: l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani da parte delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, il giorno successivo alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio.

Le dichiarazioni dell’assessore alla cultura Anna Guidi

“Una mostra importante in un periodo in cui il termine genocidio è stato oggetto di attenzione per quanto accaduto a Gaza. Recuperare la memoria dei genocidi del Novecento offre un contributo di conoscenza sul piano storico e contemporaneamente è un monito a cambiare rotta, un invito alla pace, al rispetto, alla integrazione. La mostra mette l’accento sulla Shoah e sugli stermini di Armeni, Tutsi, Rom e Sinti. Già allestita a Palazzo Ducale in occasione del giorno della memora per iniziativa della provincia di Lucca e curata dal Memoriale della Shoah di Parigi, in collaborazione col Parco Nazionale della Pace abbiamo ritenuto di accoglierla per offrire in primis alle alle scuole ma anche ai cittadini una qualificata opportunità di approfondimento. Se la Shoah è tematica assai conosciuta non così le vicende di Armeni, Tutsi, Rom e Sinti, come non lo sono altre, penso agli Herero e ai Nama , sterminati nell’odierna Namibia dai Tedeschi fra il 1904 e il 1907. Ringrazio il Presidente Pierucci e la scuola di Pace per la preziosa disponibilità e fattiva collaborazione”.

Orari e modalità di visita

La mostra sarà visitabile gratuitamente presso il Palazzo della Cultura di Cardoso nei giorni di sabato e domenica, dalle ore 15:30 alle 19:30.

Per scuole e gruppi organizzati è possibile prenotare visite in altri giorni e orari, contattando l’indirizzo email messo a disposizione dal Comune.

L’inaugurazione ufficiale è prevista per venerdì 20 marzo alle ore 16:00.

 

Iran. La voce dei cristiani iraniani e l’aggressione all’Iran – (Di Enrico Vigna 16.03.26)

A cura di Enrico Vigna, 16 marzo 2026 

Al di là delle assillanti e “distrazioniste” campagne mediatiche, funzionali all’obiettivo della distruzione e annichilimento dello stato iraniano, in questo secondo lavoro, dopo il precedente articolo sulla posizione degli ebrei iraniani, qui documento la posizione e situazione delle varie comunità cristiane, che sono garantite e protette nella Costituzione del paese. Tutti i rappresentanti delle varie comunità cristiane, si sono espressi in modo chiaro e netto contro l’aggressione e per soluzioni diplomatiche di tutte le problematiche.

Le comunità cristiane iraniane si sono schierate contro l’aggressione israelo-statunitense dell’Iran

Le chiese cristiane dell’Iran hanno condannato le affermazioni, funzionali alla logica dell’interventismo bellico, da parte dei funzionari statunitensi sulla situazione delle minoranze religiose nella Repubblica islamica, invitando Washington a essere più preoccupata per il proprio sventurato record di diritti umani negati in patria e all’estero, invece di spargere “lacrime di coccodrillo” per altri.

In una dichiarazione rilasciata subito dopo l’inizio dell’aggressione e dei bombardamenti sul paese, le chiese cristiane denunciano: “…respingiamo le accuse statunitensi di violazioni dei diritti contro le minoranze religiose in Iran, riaffermiamo che tutte le religioni divine nel paese hanno i loro rappresentanti al parlamento iraniano (Majlis), che godono di uguali diritti con i colleghi legislatori. All’interno dell’establishment islamico, le chiese si sentono libere di tenere cerimonie religiose e festival culturali, sociali e sportivi preservando la propria identità religiosa e culturale e proprio lo scorso anno è stato ancora incrementato un bilancio speciale alle comunità religiose iraniane. Questi sono solo alcuni esempi dell’impegno dell’establishment sacro della Repubblica islamica dell’Iran per la questione delle religioni divine e dei loro seguaci e per proteggere i loro valori morali e sociali…I ‘commenti interventisti’ degli uomini di stato americani attraverso piattaforme ufficiali e cyberspazio, in particolare Twitter, sulle violazioni dei diritti delle minoranze religiose nella Repubblica islamica dell’Iran non sono altro che spargere lacrime di coccodrillo…

Le chiese cristiane hanno inoltre invitato: “…i funzionari statunitensi a concentrarsi sulle proprie questioni interne e a impegnarsi in relazioni efficaci e costruttive con tutti i governi invece di interferire nei nostri affari interni. Condanniamo inoltre il sostegno di Washington ai regimi guerrafondai di Israele e Arabia Saudita e invitiamo gli Stati Uniti a smettere di sostenere le sanguinose guerre in Siria e Yemen. Ribadiamo che le minoranze religiose iraniane non hanno bisogno di alcun ‘tutore’ nella loro patria e sono in grado di difendere i loro diritti attraverso i loro rappresentanti al parlamento e le relative istituzioni governative”, si legge nel comunicato.

Secondo la Costituzione iraniana la religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita, ma la Repubblica islamica riconosce e protegge le minoranze religiose dall’ebraismo, ai cristiani con le varie denominazioni, ai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, gli armeni, assiri, i sunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddismo, l’induismo.

Con diritti civili chiaramente definiti, ad esse sono garantite libertà economiche, culturali e religiose e partecipano pienamente alla vita politica del Paese. Dei 290 seggi in Parlamento, cinque sono riservati alle minoranze religiose. I rappresentanti di armeni, ebrei, zoroastriani, assiri e caldei parlano direttamente a nome delle loro comunità. Circa 450 chiese in tutto il Paese svolgono le loro attività religiose e comunitarie senza restrizioni. 40 chiese cristiane sono state restaurate con il sostegno dell’Organizzazione per il Patrimonio Culturale e il Turismo iraniano, mentre 57 associazioni dedicate alle minoranze religiose ricevono finanziamenti governativi per sostenere programmi sociali, culturali e assistenziali.

La condizione fondamentale posta è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era nella Repubblica Araba siriana, prima che arrivassero gli jihadisti protetti dagli USA, a portare la democrazia.

La Costituzione stabilisce che “lintromissione sulle singole credenze è proibita”, e che “nessuno può essere perseguito o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi.

L‘Iran ospita circa 550 chiese cristiane, con quasi 450 ufficialmente riconosciute e oltre 100 registrate come siti del patrimonio nazionale.

Tra le chiese più importanti e storiche del paese si annoverano il Monastero di San Taddeo a Kare Kilisa, considerato la prima cattedrale armena costruita nel mondo; la Chiesa di Santo Stefano, costruita nel IX secolo, la seconda chiesa più importante dell’Iran; la Chiesa di Santa Maria, situata a nord-ovest di Kare Kilisa; la Cattedrale di Vank, costruita a Isfahan sotto lo Shah Abbas II; la Cappella di Chupan, talvolta chiamata Cappella del Pastore, una chiesa del XVI secolo nella provincia dell’Azerbaigian Orientale; la Cattedrale di San Sarkis, la chiesa più grande di Teheran, costruita nel 1970 e la Chiesa di Santa Maria a Tabriz, un sito storico risalente a 500 anni fa.

Se si guarda alla popolazione rispetto agli spazi di culto, le minoranze religiose godono in realtà di più del doppio dell’accesso pro capite rispetto alla maggioranza sciita. C’è circa una chiesa ogni 500 cristiani, mentre tra gli sciiti, c’è una moschea per più di 1000 persone

Il rispetto per le minoranze religiose è stato anche simboleggiato dalle numerose visite del leader della Rivoluzione islamica alle famiglie delle comunità minoritarie. Il riconoscimento di questi gruppi da parte dell’Iran si riflette anche a livello internazionale. Ad esempio, l‘Unione Internazionale degli Assiri ha trasferito la propria sede da Chicago a Teheran nel 2008, a testimonianza della fiducia che la comunità assira ripone nell’Iran.

Le minoranze religiose hanno dato un contributo significativo anche al calcio iraniano nel corso degli anni. Giocatori cristiani divenuti leggendari nel paese, includono Vazgen Safarian, Karo Haghverdian, Markar Aghajanyan, Serjik Teymourian, Fred Malekian, Edmond Bezik e Andranik Teymourian.

E’ anche significativo che, alla fine di dicembre 2024 i nomi più popolari per le ragazze appena nate in Iran riflettevano sia la devozione religiosa che la tradizione culturale: il nome Fatima ha guidato la lista con 4.448.000 portatrici, seguita da Zahra con 2.969.000, e in particolare, Mariam, con 1.811.000 portatori, al terzo posto, indice di un perenne rispetto per le figure religiose oltre la maggioranza musulmana.

 

Chiesa Armena

L’arcivescovo Sebouh Sarkissian, arcivescovo armeno di Teheran, nei diversi Concili internazionali a cui ha partecipato negli anni, ha sempre tenuto a ribadire: “Dovete togliervi quella lente appannata dagli occhi, perché ciò che vi viene raccontato non è la realtà. Bisogna vivere in Iran per conoscere il popolo iraniano, il governo iraniano e la specifica disponibilità che dimostrano verso i seguaci delle religioni divine…”, ha dichirato.

Il sacerdote Grigoris Nersesiani, della Diocesi Armena di Teheran, così testimonia: “ I cristiani rappresentano la più grande minoranza religiosa dell’Iran, contando più di 130.000 persone. Avendo una lunga e profonda presenza nel paese, i cristiani hanno contribuito in modo significativo alla vita economica, culturale e artistica dell’Iran, mantenendo le proprie chiese, scuole e istituzioni culturali. La loro presenza arricchisce il variegato mosaico religioso e culturale dell’Iran. Artisti cristiani come Mahaya Petrosian, Lorik Minasyan e Levon Haftvan sono tutti nomi familiari e rispettati in tutto il paese…Dalla mia esperienza di vita in Iran, posso dire che è un’esperienza molto serena e positiva, perché tra tutti i segmenti del popolo iraniano, possiamo davvero sperimentare affetto, amicizia, sincerità e solidarietà…Secondo la Costituzione, per noi armeni l’apprendimento della nostra lingua madre fa parte del percorso scolastico ed è obbligatorio. Anche l’educazione religiosa viene insegnata in armeno nelle nostre scuole. Per quanto riguarda lo svolgimento di cerimonie religiose, godiamo di piena libertà e, in generale, il Ministero dell’Interno e la polizia garantiscono la massima sicurezza e predispongono tutto il necessario per le nostre celebrazioni. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico sostiene attivamente le attività culturali, artistiche, mediatiche e religiose di tutti i cittadini. Negli ultimi cinque anni, ciò ha portato all’approvazione di 376 raduni per cerimonie e festività religiose, al rilascio di 157 licenze editoriali per libri di case editrici affiliate alle minoranze, a 107 eventi culturali, sociali e religiosi a livello nazionale e provinciale e a sovvenzioni dirette per i media al servizio delle comunità etniche e religiose. Le minoranze religiose in Iran possono celebrare liberamente le proprie cerimonie, festività e tradizioni, comprese le festività ufficiali. I cristiani iraniani celebrano la Pasqua, il Natale e il Capodanno gregoriano. Alcune chiese celebrano funzioni eucaristiche il venerdì per venire incontro alle esigenze dei fedeli che lavorano, dato che il venerdì è il giorno festivo settimanale ufficiale in Iran. Il governo ha inoltre adottato misure a sostegno delle celebrazioni religiose, come la donazione di 5000 alberi di Natale alle comunità cristiane per contribuire a rendere più solenni le festività. La storia ne è una testimonianza: quando gli armeni subirono il genocidio nell’Impero Ottomano e gli ebrei furono perseguitati nella Germania nazista, le comunità armene ed ebraiche iraniane continuarono a vivere in pace, salde nella loro fede e nella loro identità iraniana…In materia legale, ad esempio l’eredità, la distribuzione avviene secondo le nostre leggi religiose. E in questioni come il divorzio e il matrimonio, anche i casi delle persone sono gestiti secondo le nostre regole. C’erano anche alcuni vecchi regolamenti in Iran e lo stesso leader Ayatollah Khamenei ha emesso sentenze su di loro, ribaltando quelle precedenti disposizioni a favore delle comunità cristiane, ebraiche ed assire…”.

Proprio di fronte alla cattedrale di Sarkis, che è anche la sede della diocesi armena di Teheran, è stata costruita una stazione della metropolitana chiamata St Mary, e se si va in quella stazione, si può vedere che la sua architettura è una miscela di elementi islamici e cristiani. I designer sono andati a visitare la chiesa, hanno preso visione della sua architettura e poi hanno progettato la metropolitana in linea con quello stesso stile architettonico cristiano.

In tutta la stazione, si vedono le immagini della Vergine Maria e le immagini di Gesù. I simboli cristiani che appaiono nel Vangelo sono lì visibili in modo inconfondibile.

 

Chiesa cattolica

 Cattedrale della Consolata, Teheran

 

La Chiesa cattolica in Iran fa parte della Chiesa cattolica mondiale, sotto la guida spirituale del Papa di Roma. Il cattolicesimo si diffuse nel paese attraverso i missionari e la migrazione o il reinsediamento delle comunità cattoliche orientali fin dal Medioevo. Il XVII secolo vide sforzi missionari più forti da parte della Chiesa latina, ma la maggior parte di essa cessò entro la fine del XVIII secolo e solo dalla metà del XIX secolo in poi la Chiesa latina stabilì una nuova presenza. Oggi, ci sono circa 22.000 cattolici in Iran, la maggior parte dei quali sono cattolici caldei, ma con anche comunità latino-cattoliche presenti.

 

Un operaio lucida una scultura di rilievo di Gesù Cristo presso la stazione della metropolitana di Maryam Moghaddas (Virgin Mary) vicino alla cattedrale armena di Sarkis, a Teheran

 

Chiesa Ortodossa Patriarcato Mosca

L’ 11 marzo 2026 il Patriarca Kirill ha espresso le sue condoglianze per  l’assassinio dell’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei, definendolo “un uomo dalle profonde convinzioni religiose”  e si è poi complimentato con il figlio di Khamenei per la sua elezione a guida spirituale del suo popolo.

In una lettera indirizzata a Masoud Pezeshkian, il Patriarca ha descritto il defunto come “un uomo di profonde convinzioni religiose” e un leader spirituale e nazionale di grande forza d’animo e carattere. Il Patriarca ha espresso la sua solidarietà e il suo sostegno alla famiglia e ai cari di Khamenei, pregando affinché Dio Misericordioso conceda a loro e al popolo iraniano la forza e il coraggio per sopportare il dolore.

Il Primate russo, si è schierato apertamente al fianco della Repubblica islamica iraniana, in seguito all’aggressione e all’assassinio dell’alto esponente, sollecitando a schierarsi dalla parte di essa e  ribadendo  i buoni rapporti tra Russia e Iran: “La Chiesa ortodossa russa mantiene un dialogo proficuo con la comunità islamica iraniana, basato sul rispetto reciproco e sull’impegno condiviso a preservare i valori morali tradizionali. Attendo con ansia il suo ulteriore e continuo sviluppo”.

Il patriarca Kirill ha poi confermato all‘Ayatollah Mojtaba Khamenei, la posizione di Mosca secondo cui i popoli di Russia e Iran intrattengono buoni rapporti di vicinato, mentre all’inizio della sua lettera lo chiama “fratello”. Parlando anche di un’elezione storica in un momento difficile per l‘Iran, sia a livello personale che nazionale: “…Mi congratulo sinceramente con Lei per la Sua elezione alla guida suprema del Paese da parte dell’Assemblea degli Esperti dell’Iran! Questo momento storico è stato segnato da una dura prova personale, legata alla morte del Suo stimato padre e dei Suoi cari. Lei si assume la responsabilità dello Stato e dei suoi cittadini in un momento drammatico, in cui l’Iran si trova ad affrontare numerose sfide esistenziali”, ha affermato nella lettera.

 Cattedrale di San Nicola a Teheran

La comunità ortodossa del Patriarcato di Mosca in Iran è formata solo più di un centinaio di fedeli, pur essendoci stretti rapporti tra la Federazione Russa e Teheran, e tra il Patriarca Kirill e gli Ayatollah del paese.

La cattedrale di San Nicola nella capitale è stata costruita negli anni ’40 con le donazioni degli emigrati russi. È stata progettata dall’architetto emigrato e ufficiale dell’esercito iraniano Nikolai Makarov. Dopo essere stata chiusa dal 1979, alla fine degli anni novanta fu riaperta con l’arrivo del nuovo capo sacerdote l’archimandrita Alexander Zarkeshev.

Faina Lvovna Noniyaz è la responsabile delle attività relative alla chiesa, intervistata ha raccontato la sua storia: “…Mio marito è iraniano. Ha vissuto a lungo in Russia come profugo politico, poi siamo tornati a Teheran nel 1994. All’inizio ho trovato difficile adattarmi. Ero profondamente nostalgica. Era difficile abituarsi al clima locale e allo stile di vita locale. Incontro i russi solo in chiesa, soprattutto durante le feste principali come il Natale, per esempio. La liturgia di Natale è molto bella e il coro è davvero bravo“.

Così anche una altra fedele, Olga Sosnova è arrivata da Kiev 16 anni fa, dove aveva incontrato il suo futuro marito iraniano, dopo essersi sposati, decisero di venire a vivere qui: “…Non me ne pento. Mi sento bene qui. È vero, è stato molto difficile adattarsi. La cultura e la mentalità sono diverse. Nonostante il fatto che fossi stata moralmente preparata, tutto sembrava diverso da quello che avevo immaginato. Quello che mi ha colpito di più è un bel atteggiamento nei confronti degli stranieri. Non importa se sei un uomo o una donna, fanno del loro meglio per fare una bella impressione su uno straniero”.
Come le donne iraniane, Olga indossa un velo e vestiti che coprono il corpo, ma questo non la irrita. Trascorre molto tempo nel social network Odnoklassniki, chiacchierando con donne come lei, ex cittadini sovietici sposati con iraniani. Spesso celebrano insieme le vacanze russe.
Celebriamo il Capodanno, l’8 marzo, il giorno della vittoria del 9 maggio e tutte le principali feste ortodosse. Gli iraniani sono molto tolleranti su questo. Non abbiamo mai riscontrato problemi. Per inciso, si possono vedere non solo i credenti ortodossi, ma anche i musulmani nella chiesa russa durante le feste. Vengono a guardare la liturgia cristiana…“.

 

 

A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIVG – 19 marzo 2026

 

La “petite Arménie”: storia della comunità armena di Lione (Meridiano13.it 16.03.26)

La comunità armena di Lione è tra le più grandi in Francia, patria adottiva degli armeni arrivati in varie ondate nel corso dell’ultimo secolo in fuga da guerre e persecuzioni.

La presenza di tale diaspora nel capoluogo dell’Alvernia-Rodano-Alpi è ben visibile nel centro della città, dove si trovano una chiesa apostolica armena, una scuola e un monumento in memoria del genocidio. In alcune boulangerie di Lione è poi possibile provare il gata, oltre ai classici baguette e croissant.

La “piccola Armenia” di Décines-Charpieu

Anche il comune di Décines-Charpieu (30mila abitanti circa) è un epicentro della comunità armena nell’area urbana di Lione.

Già sul tram che parte dalla stazione ferroviaria di Lyov-Part-Dieu si sente parlare armeno e il legame con il paese caucasico emerge entrando a Décines-Charpieu, dove un cartello segnala il gemellaggio del centro abitato francese con la città di Stepanavan.

Poche vie più in là la toponomastica suggerisce l’approcciarsi di una vera e propria petite Arménie. Dalla strada principale si svolta, infatti, prima su rue Wilson e poi su rue du 24 Avril 1915. Entrambe queste denominazioni richiamano eventi di oltre cent’anni fa ben presenti nella memoria collettiva degli armeni.

Il 24 aprile è la data in cui in Armenia e nel mondo si commemora il Medz Yeghern (grande crimine), il genocidio perpetrato dalle truppe ottomane in cui tra il 1915 e il 1917 caddero vittime oltre 1,5 milioni di civili, prevalentemente di etnia armena, oltre che greca e assira. Il presidente statunitense Woodrow Wilson (in carica dal 1913 al 1921) è invece guardato con grande rispetto da molti armeni, in quanto fu tra i leader internazionali che per primi si attivarono per alleviare le sofferenze delle vittime del genocidio e per il diritto all’autodeterminazione del loro paese.

Sulla rue du 24 Avril 1915 si trovano, nel giro di pochi metri, due chiese armene (una apostolica e una evangelica), un centro culturale – la Maison de la culture arménienne de Décines (MCA) – un monumento alle vittime del genocidio, oltre a una popolare scuola di ballo.

A raccontare a Meridiano 13 la storia della comunità armena di Décines-Charpieu, Jacques Etoyan, volontario alla MCA.

La presenza degli armeni nell’area è legata a stretto giro ai tragici eventi della Prima guerra mondiale. I reduci del genocidio arrivarono a Marsiglia, per poi risalire progressivamente la valle del Rodano e insediarsi a Lione dal 1925. Nel 1932 crearono un primo punto d’incontro, la Maison du Peuple (l’immagine di copertina di questo articolo ritrae l’interno dell’edificio costruito negli anni Trenta).

Da allora, spiega Etoyan, la comunità è cresciuta e ha partecipato alla vita di Décines-Charpieu. Negli anni Settanta altri gruppi di armeni, tra i quali il nostro interlocutore, sono arrivati in Francia dal Libano.

Proprio in quel periodo, nel 1978, la Maison du Peuple è stata rinnovata, assumendo la denominazione MCA e dotandosi di personale a tempo pieno per promuovere la cultura armena nella zona.

Negli anni Dieci una nuova evoluzione con la costruzione di un altro edificio grazie al supporto dello Stato e della comunità. Questa costruzione, decorata con le lettere dell’alfabeto armeno, oggi ospita il Centre national de la mémoire arménienne, con al suo interno un ristorante, una mediateca, uffici e una sala espositiva.

Il caratteristico edificio che ospita il Centre national de la mémoire arménienne e il ristorante Ara (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Diverse le attività organizzate per tenere viva la cultura armena: da un mercatino nel periodo di Natale, al pranzo annuale offerto agli anziani della comunità nel ristorante Ara, gestito dal Centro.

Viviamo in un ambiente armeno, ma ci evolviamo anche con la società francese, senza escludere nessuno.

Jacques Etoyan

Oltre alle sue istituzioni, a cambiare è anche la comunità armena di Lione. Negli ultimi vent’anni, infatti, sono arrivati in numero consistente armeni dall’Armenia. E, col tempo, l’apertura delle frontiere e di voli low cost diretti per Erevan, si sono rafforzati i rapporti con il paese caucasico da tutti considerato come una patria lontana… ma non più così tanto.

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Armenia tra storia e geopolitica (Chioggianotizie 16.03.26)

CHIOGGIA – Una sala San Filippo Neri al completo ha accolto l’ultimo appuntamento della rassegna “Orizzonti”, promossa dall’associazione NordEstSudOvest. Ospite della serata Pierpaolo Faggi, tra i più autorevoli geografi italiani e già docente di geografia umana all’Università di Padova, ha accompagnato il pubblico in un approfondito viaggio attraverso la storia e la geopolitica dell’Armenia.

Faggi ha spiegato come questo piccolo Paese del Caucaso, spesso percepito come periferico, sia in realtà da millenni un punto di incontro – e talvolta di scontro – tra Occidente e Oriente, tra Europa e Asia. Una posizione strategica che ha attirato l’interesse di grandi imperi del passato, dai romani ai persiani, dagli ottomani alla Russia zarista e poi sovietica. E che oggi continua a essere osservata con attenzione da potenze globali come Stati UnitiCinaRussia e India, interessate al ruolo dell’area come snodo economico e commerciale.

Uno dei passaggi più attesi dell’incontro ha riguardato la complessa vicenda del Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena all’interno dei confini dell’AzerbaigianFaggi ha ripercorso le tappe dei tre conflitti che hanno segnato il territorio – 19912020 e 2023 – illustrando le ragioni storiche, politiche ed etniche che rendono ancora oggi irrisolta la questione.

Non è mancato un riferimento alla diaspora armena, tema particolarmente sentito anche in Veneto. Il professore ha ricordato come proprio nella nostra regione si trovi una delle comunità armene più numerose d’Italia, erede di un legame antico che risale ai tempi della Serenissima e che continua a vivere attraverso scambi culturali e testimonianze storiche diffuse sul territorio.

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Armeni, identità e memoria (LeccePrima 16.03.26)

La città di Galatina si prepara ad accogliere un importante evento dedicato alla ricca cultura e alla millenaria storia degli Armeni. Occasione del convegno è la presentazione del libro del prof. armeno Kegham J. Boloyan, intitolato “Armeni, identità e memoria”, che si terrà il 26 marzo presso la Sala Pollio della Chiesa di San Biagio alle ore 18:30, e vedrà la partecipazione di studiosi, storici e rappresentanti della comunità armena, insieme a un momento di grande significato istituzionale.
L’evento sarà arricchito dalla presenza del Console della Repubblica Armena, Dario Rupen Timurian che sarà ricevuto dal Sindaco di Galatina dott. Fabio Vergine, in un incontro ufficiale a Palazzo Orsini volto a rafforzare i rapporti di amicizia e collaborazione tra le nostre comunità. Infatti, già nel 2018 l’Amministrazione comunale aveva riconosciuto il genocidio Armeno ( perpetrato dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1923 causando la morte di circa 3 milioni di persone per lo più cristiane) e nel 2019 è stata intitolata una strada cittadina dedicata ai “Martiri Armeni”.
Il convegno, organizzato dall’Ufficio Ecumenico dell’Arcidiocesi di Otranto e dal Centro Ecumenico Oikos “P. A. Lundin” di Galatina, si propone di approfondire le radici storiche, le tradizioni culturali e le sfide contemporanee dell’Armenia, offrendo al pubblico un’occasione unica di conoscere e valorizzare un patrimonio culturale di inestimabile valore.
PROGRAMMA
Ore 17:00 Palazzo Orsini – COMUNE DI GALATINA
Cerimonia di ricevimento del Console DARIO RUPEN TIMURIAN
ORE 18:00 Visita alla Strada cittadina intitolata ai “MARTIRI ARMENI”
ORE 18:30 Sala “Pollio” – Chiesa San Biagio – Galatina
Saluti istituzionali
Sindaco dott. FABIO VERGINE
don Pietro MELE direttore Ufficio Ecumenico
Intervento del Console DARIO RUPEN TIMURIAN
Dialogano con l’autore prof. KEGHAM BOLOYAN
ROSSELLA SCHIRONE
ANGELA MARIA RUTIGLIANO
ISABELLA OZTASCIYAN BERNARDINI D’ARNESANO
Nel corso della serata
– Presentazioni multimediali sulla cultura armena
– Tavola rotonda e confronto tra relatori e pubblico
– Momento di incontro e networking
L’evento è aperto a tutti e rappresenta un’occasione di promozione della diversità culturale e di rafforzamento dei legami tra le comunità.
Per ulteriori informazioni e aggiornamenti, si prega di contattare
Centro Ecumenico Oikos “P. A. Lundin” oikos.galatina@alibero.it


Armeni, identità e memoria
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Azerbajdžan e Armenia nei piani USA di accerchiamento da sud della Russia (L’Antidiplomatico 16.03.26)

di Fabrizio Poggi 

 

Gli Stati Uniti avevano già preparato l’Azerbajdžan come piazzaforte per l’invasione dell’Iran, dice il politologo americano Robert Pape: in molti si sono chiesti «perché gli iraniani abbiano attaccato l’Azerbajdžan. Perché è un punto naturale per il dispiegamento di forze. In sostanza, è l’unica area in cui gli USA non hanno truppe», così che l’Azerbajdžan gioca un ruolo di non poco conto nei piani di invasione via terra.

Il punto è, dice Pape, che non appena si comincia a pensare a come schierare le truppe e tutto il resto, non appena si guardano le mappe, ci si rende conto che bisogna partire dall’Azerbajdžan, che dunque non è stato scelto a caso.

C’è da dire che Baku inizialmente ha accusato l’Iran dell’attacco con droni all’aeroporto di Nakhicevan, ma poi ha espresso le proprie condoglianze per la morte della guida spirituale iraniana Ali Khamenei, ha tenuto un colloquio telefonico con il nuovo leader iraniano e ha inviato aiuti umanitari. Al momento, parrebbe dunque che Il’ham Aliev abbia fatto un passo indietro rispetto alla prospettiva di fungere da trampolino per il lancio di operazioni yankee via terra.

Ora, però, anche al di là della pericolosa crisi innescata dall’aggressione yankee-sionista all’Iran, la situazione nel Caucaso ex sovietico è in continuo movimento e non esattamente a vantaggio della Russia. Evidente come i piani USA non si limitino a pure manifestazioni di rappresentanza, come da alcune parti si era voluto caratterizzare, ad esempio, il ruolo di mediatore di Donald Trump, lo scorso agosto, nella “dichiarazione di intenti per la conclusione di un accordo di pace” tra Baku e Erevan. I disegni riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense. Erevan non ha alcuna intenzione di perseguire la strada della “multipolarità”, dice l’osservatore Ajmur Kurmanov: ciò è emerso chiaramente sullo sfondo della condanna dei leader dell’Artsakh in Azerbajdžan, quando sia Erevan che Washington sono rimaste in silenzio sulle condanne all’ergastolo dell’ex presidente Araik Arutjunjan, dell’ex ministro della Difesa Levon Mnatsakanjan, dell’ex presidente del Parlamento della Repubblica David Iškhanjan, dell’ex vice comandante delle forze armene nel Karabakh David Manukjan e dell’ex ministro degli Esteri del Nagorno-Karabakh David Babajan.

Gli unici a schierarsi in difesa degli armeni del Karabakh sono stati i politici russi, in particolare il deputato della Duma di Stato Konstantin Zatulin, che ha definito la decisione del tribunale azero «una sospensione di fatto delle condanne a morte» e una privazione del «diritto all’autodeterminazione della popolazione armena del Nagorno-Karabakh».

In vista del programmato tour caucasico del vice presidente USA J.D.Vance, tutte le aspettative dei liberali armeni, dei “patrioti” e dei membri dell’opposizione, secondo cui Vance avrebbe risolto la questione delle condanne, si sono rivelate vane e ingenue; speravano che il padrone d’oltremare avrebbe chiesto a Baku di rilasciare i leader dell’Artsakh condannati, di incontrare il Catholicos Garegin II e di porre fine alle repressioni di Pašinjan contro la Chiesa apostolica armena. Nulla di tutto questo si è verificato e lo staff americano ha addirittura cancellato foto e notizie sulla cerimonia di deposizione dei fiori al Memoriale del Genocidio armeno a Erevan dalle pagine personali poche ore prima dell’incontro con Il’ham Aliev. Questa pubblica umiliazione del popolo armeno, sottolinea Kurmanov, è stata deliberatamente dimostrata al leader azero per evidenziare il «favore di Washington e il suo desiderio di fare di Baku il suo principale partner strategico nel Caucaso meridionale. Gli Stati Uniti non stanno portando al popolo armeno la “liberazione”, bensì la schiavitù e la distruzione della sua identità nazionale».

Tanto più che l’integrazione dell’Armenia con la Turchia fa parte del piano americano per stabilire il controllo sul Caucaso meridionale e sull’Asia centrale. È proprio per questo che entrano in gioco le questioni energetiche, con l’obiettivo di isolare completamente Erevan dalla Russia e reindirizzarla verso i “flussi turchi”. Il politologo e coordinatore del Fronte Anti-nazista d’Armenia, Ajk Ajvazjan, afferma che non è un segreto che la Turchia abbia sempre «cercato la chiusura della centrale nucleare armena. L’adesione dell’Armenia al sistema energetico turco significherebbe la perdita dell’indipendenza energetica e la dipendenza dalla Turchia. Di fatto, il processo di chiusura della centrale nucleare armena è praticamente già iniziato, con la firma dell’accordo per l’installazione di centrali nucleari modulari americane, avvenuta durante la visita del vicepresidente statunitense. Questo non è solo un passo verso l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica, ma anche un passo verso l’ingresso dell’Armenia nel fronte comune anti-russo della NATO. Dopotutto, l’esercito armeno è attualmente in fase di ricostruzione secondo gli standard NATO».

Ed è lo stesso premier Nikol Pašinjan a dare un significativo contributo affinché, soprattutto dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, Erevan rafforzi le proprie posizioni anti-russe, puntando all’isolamento della base aerea russa di Gjumri e al divieto di fornire aiuti umanitari ai rifugiati dell’Artsakh. Ancora Kurmanov ricorda come, in base ad alcuni rapporti militari russi, dall’inizio dell’aggressione all’Iran, Erevan ha richiesto che il proprio sistema di difesa aerea fosse messo in stato di allerta, rifiutando però di cooperare militarmente.

La minaccia di provocazioni contro Gjumri è aumentata con la comparsa di camion con targhe ucraine e la possibilità di attacchi con droni sotto falsa bandiera, che potrebbero portare all’abbattimento degli stessi su aree residenziali e servire così da pretesto per lo smantellamento della base. Di fatto, Nikol Pašinjan, nonostante abbia dichiarato che la base russa «non interferisce con le aspirazioni europeiste dell’Armenia», non ha escluso però una sua futura chiusura. Ciò potrebbe avvenire con l’eliminazione dalla Costituzione del riferimento alla dichiarazione di sovranità, considerata «distruttiva e basata sulla logica del conflitto», a causa del riferimento all’Artsakh e al genocidio armeno. In sostanza, ciò soddisfa la condizione posta da Ankara e Baku per la conclusione di un “accordo di pace” e l’adesione al “mondo turco”.

Già oggi, Erevan ha rimosso il simbolo del Monte Ararat da sigilli e documenti, cancellando di fatto la memoria del genocidio e presentandola come un “mito ideologico sovietico” imposto da Moskva alla repubblica per separarla dai paesi vicini. Ora, anche i rifugiati dell’Artsakh sono presi di mira, considerati elementi ostili.

La situazione è degenerata al punto che Edita Gzojan, direttrice del Museo-Istituto del Genocidio Armeno, è stata licenziata per aver consegnato a J.D.Vance un libro sull’Artsakh e sulle vicende dei rifugiati armeni, così che il vice presidente USA è stato costretto a rimuovere le foto della sua visita al museo prima della visita a Baku.

A seguito della rottura di fatto con la ODKB (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrghyzstan, Tadžikistan), nel quadro della agognata integrazione europea, Erevan sta allentando i legami economici con l’Unione Economica Eurasiatica (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrghyzstan, Russia), mentre sono stati annunciati piani di adesione al sistema energetico turco.

Ufficialmente, Pašinjan sostiene che Erevan non prevede un arresto delle relazioni con la Russia e che non ci sarebbero piani per smantellare la base di Gjumri. Pašinjan non ha però fatto menzione del ritiro delle guardie di frontiera russe dall’aeroporto di Zvartnots a Erevan, dal checkpoint di Agarak al confine con l’Iran, né dall’importante checkpoint di Akhurik al confine con la Turchia. Nell’ultimo anno, l’Armenia ha sistematicamente ridotto la presenza russa nelle zone di confine, giustificando le proprie azioni come una risposta alle «nuove sfide alla sicurezza del Paese».

I graduali passi dell’Armenia verso l’indipendenza sono costantemente accompagnati da dichiarazioni sull’assoluto valore delle sue relazioni con Moskva, salvo poi fare appelli a Bruxelles per ottenere assistenza nel contrastare “l’ingerenza russa nelle elezioni parlamentari”. In modo scaltro, l’Armenia è riuscita a ottenere dalla Russia assistenza per le forniture di gas, la costruzione di centrali nucleari e lo sviluppo del trasporto ferroviario, mentre allo stesso tempo firmava accordi con gli Stati Uniti su corridoi energetici e di trasporto nucleare. In altre parole, commenta il canale Telegram ”Parlament s knopkoj”, Moskva sta realizzando per Erevan strade a “prezzo d’amicizia”, che però verranno utilizzate dagli amici di Pašinjan a Washington.

Che non sono esattamente gli amici dell’Armenia e del Caucaso ex sovietico, ma che vi giocano le proprie carte antirusse, secondo la logica de «Quando mai uno trova il suo nemico e lo lascia andare per la sua strada in pace? (Samuele 1; 24-20)

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Svelato l’enigma dei megaliti armeni resistenti alla neve da 6 millenni (Nextme 15.03.26)

Esistono territori dove il panorama custodisce tracce più remote di qualsiasi racconto tramandato. Nell’Armenia montuosa, fra pianori battuti dal vento e cime innevate per la maggior parte dell’anno, si ergono enormi monoliti scolpiti più di sei millenni or sono. Vengono denominate vishap, ovvero “pietre del drago“, e rappresentano per la prima volta oggetto di un’indagine organica che ha raccolto misure, informazioni e conclusioni attendibili.

Si tratta di costruzioni innalzate fra il 4200 e il 4000 a.C., in un periodo che si colloca parallelamente ai celebri megaliti di Stonehenge. Ciascun vishap raggiunge un peso compreso tra tre e otto tonnellate, con altezze che oltrepassano i tre metri. Sono blocchi unici recanti decorazioni raffiguranti pesci oppure forme che evocano pellami bovini stesi. Simboli minimali ma eloquenti, tuttora leggibili sulla superficie rocciosa.

Numerosi esemplari costellano l’Armenia occidentale. Quarantatré si raggruppano nei Monti Geghema, trentasei sulle falde del Monte Aragats, diciassette nella zona dei Monti Vardenis. Altri affiorano lungo la medesima catena, quasi seguendo un percorso ideale che collega fonti d’acqua, cime e depressioni vallive.

Giganti innalzati a tremila metri, dove l’inverno dura otto mesi

L’aspetto più straordinario riguarda la quota. Gli studiosi dell’Yerevan State University Institute of Archaeology and Ethnography hanno esaminato dimensioni, massa e posizione geografica delle stele. L’ipotesi di partenza appariva logica: salendo in altitudine, le condizioni ambientali si fanno proibitive, quindi i monoliti avrebbero dovuto essere più contenuti per agevolare spostamento e lavorazione.

I dati hanno smentito questa previsione. Alcuni tra i vishap più massicci si collocano oltre i 2.700 metri di quota, in zone dove il terreno rimane sepolto sotto la neve da ottobre a maggio e dove le risorse esigono pianificazione e tenacia. Blocchi superiori alle sette tonnellate dominano ambienti che ancora oggi rappresentano una sfida per chi li percorre.

Questa evidenza rivela un’intenzione deliberata. Le società neolitiche che plasmarono ed eressero questi colossi attribuivano al sito un valore essenziale. Lo sforzo non costituiva un impedimento. L’ubicazione possedeva un’importanza pari alla pietra medesima.

Un rito legato all’acqua scolpito nella roccia

L’indagine ha consolidato una teoria che da tempo affascina esperti e ricercatori: i vishap erano connessi a un’antica venerazione dell’acqua. La gran parte delle stele sorge in prossimità di fonti naturali, bacini montani o punti nevralgici di raccolta idrica. Le raffigurazioni ittiche comunicano con una chiarezza che oltrepassa i secoli.

In regioni dove lo scioglimento nevoso alimenta corsi d’acqua e canali stagionali, la risorsa idrica determina la sussistenza di intere popolazioni. Le stele con il pellame bovino appaiono più frequentemente nelle valli a quote inferiori, lungo tracciati che sembrano accompagnare antichi sistemi di irrigazione e zone di pascolo. Il territorio diviene così una carta geografica sacra, dove dimensione spirituale e amministrazione delle risorse si fondono.

Un particolare arricchisce questa interpretazione. Lungo gli stessi percorsi si sviluppano, nei secoli a venire, insediamenti classici e medievali, edifici religiosi e fortificazioni isolate. Le vie dell’acqua continuano a sostenere l’esistenza molto dopo la scomparsa dei creatori dei vishap. Le montagne preservano la memoria di chi le ha popolate e trasformate.

Monoliti che oltrepassano le ere

Ogni testimonianza antica porta con sé un interrogativo che permane nel tempo: perché dedicare energie immense per costruire qualcosa che oltrepassa la durata di un’esistenza umana. I vishap narrano la potenza della cooperazione, l’abilità di coordinare lavoro e mezzi, la determinazione di lasciare un’impronta nel paesaggio.

Le generazioni seguenti hanno riconosciuto questa forza simbolica. Gli Urartei, coevi di Babilonesi e Assiri, incisero scritte in caratteri cuneiformi su alcune stele. Le prime comunità cristiane scolpirono croci sulle superfici già millenarie, reinterpretando il significato di quei monoliti alla luce della nuova religione.

Le pietre del drago si trasformano così in un archivio verticale. Ogni epoca aggiunge uno strato, ogni civiltà lascia una traccia. Oggi l’indagine sistematica condotta dagli archeologi armeni fornisce una chiave interpretativa più robusta, capace di connettere dati ambientali, distribuzione territoriale e iconografia.

Percorrere quegli spazi tra i colossi significa partecipare a un dialogo silenzioso con un’umanità che riconosceva nell’acqua una presenza sacra e nella montagna un luogo da venerare.

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“La testa non serve solo a mangiare”: il pasticcino che ha fatto infuriare l’Armenia (Politicamentecorretto 15.03.26)

Mentre Teheran riporta schermaglie al confine con la Repubblica armena (Corridoio di Zangezur, conflitto con l’Azerbaigian e la presenza sui confini di forze esterne) a Yerevan i media discutono su come affrontare una grave crisi che potrebbe nascere dalle elezioni del 7 giugno prossimo. L’attenzione è scivolata sui pasticcini che il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, e il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Alen Simonyan, sono riusciti a tenere in mano durante il loro tour elettorale nelle varie regioni.

Nel suo canale Telegram, il politologo ed editorialista di Alphanews TV, Beniamin Matevosyan, ha individuato nel dibattito elettorale due scenari che sollevano altrettante domande: “Se la guerra si prolungasse l’Iran potrebbe spingere ondate di rifugiati verso l’Armenia. In questo caso, sarebbero pronte le infrastrutture della regione di Syunik ad affrontare una tragedia umanitaria di questa portata? Inoltre, essendo l’Iran popolata da molti azeri, le autorità azerbaigiane potrebbero approfittare della situazione per inviare in Armenia rifugiati pronti a sostenere il progetto ‘Azerbaigian occidentale’”.

 

Secondo il giornalista, quello che desta maggior preoccupazione in questa escalation è proprio l’agenda pubblica dell’attuale Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan. Non è la prima volta che il Premier è accusato d’incompetenza ed emotività unite a una visione strategica limitata e a una palese incapacità di pianificazione nei momenti critici. In questo contesto si inserisce la caustica critica del giornalista Abraham Gasparyan, autore della frase diventata virale: «Dopotutto, una testa non è fatta solo per mangiarci». Nonostante l’espressione sia stata trasformata in un meme sui social media, essa riflette una profonda preoccupazione dell’opinione pubblica: la mancanza di una seria strategia anti crisi da parte del governo.

Secondo il noto analista politico Vahe Hovhannisyan, co-fondatore di Alternative Projects Group (Progetti alternativi) e autore di analisi critiche molto seguite, le autorità della Repubblica armena hanno cambiato tattica in vista delle elezioni. A giudicare da un’analisi dei recenti discorsi dei funzionari governativi, se due settimane fa i messaggi del partito al governo erano sulla difensiva: “Non permetteremo un Gyumri-2“, ora sono passati all’attacco ostentando fiducia ferrea. Il riferimento alle elezioni amministrative di Gyumri del 2025, dove il partito di governo non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta, implicherebbe la vittoria dell’opposizione con una percentuale del cinquanta più uno.

Hovhannisyan sostiene che le autorità armene sarebbero impegnate a diffondere l’idea di un’opposizione debole che lotta per poco più del venti percento, mentre il partito di governo oltrepasserebbe senza fatica la metà delle preferenze. “Nel prossimo futuro, utilizzando sondaggi falsi, l’élite al potere promuoverà attivamente questa idea per creare l’impressione di una vittoria senza resistenza. Questa, però, è solo una tattica che si sgretolerà davanti al mondo tecnologico nel quale chiunque ha la possibilità di verificare linformazione.

Secondo il partito “Progetti Alternativi”, il Governo si troverebbe in uno stato d’isolamento politico nel quale nessuna “forza politica o economica influente” sarebbe disposta a stringere coalizioni o collaborazioni con il partito al governo “Contratto Civile”. Per gestire il calo del consenso democratico e la crisi delle elezioni del 2026, il Governo starebbe pensando di appoggiarsi alle forze di sicurezza per mantenere e contenere eventuali movimenti di protesta sociale. Intanto, tutta l’opposizione armena accusa Pashinyan di aver trasformato il Paese in uno “stato di polizia” per consentirgli di restare in sella anche dopo le sconfitte militari e le crisi politico-sociali interne.

Analisi politica

Il giornalista Vahe Hovhannisyan è convinto che il partito al governo prenderà spunto dallo “scenario moldavo”, promuovendo se stesso come unica via verso l’Europa e la democrazia, trasformando le elezioni parlamentari in un referendum “Est contro Ovest” e tutta l’opposizione in “agenti del Cremlino” sotto copertura. Come accaduto in Moldavia ai candidati legati all’oligarca Shor, verranno esclusi i partiti o i candidati politici più pericolosi, con le ormai arcinote accuse di corruzione, di finanziamento illecito o di minaccia alla sicurezza nazionale. L’instabilità o l’allarme per colpi di stato serviranno a giustificare il soffocamento violento della protesta e il bavaglio ai media. Non mancherà la valorizzazione della diaspora armena, naturalmente occidentale, per bilanciare i voti di protesta interni, cioè quelli che subiscono in prima persona gli effetti negativi dell’inflazione e dell’insicurezza dei confini. Un film tristemente già visto e rivisto in ambito europeo, ma che nasconde il rischio dell’imprevedibilità delle proteste di piazza e del voto di protesta verso le forze di opposizione.

Ma chi dovrebbe vincere le elezioni del 2026? Il Presidente del Parlamento armeno e uomo di spicco del partito di governo “Contratto Civile”, Alen Simonyan, in un commento del 3 marzo sulle imminenti elezioni parlamentari, ritiene improbabile che l’ex secondo presidente dell’Armenia, forte oppositore dell’attuale Governo, Robert Kocharyan, riesca ad accumulare sufficienti voti. Per Simonyan solo i partiti “Armenia Forte”, di Samvel Karapetyan, e “Armenia Prospera”, di Gagik Tsarukyan, avranno la possibilità di superare lo sbarramento ed entrare in parlamento per contendersi la leadership dell’opposizione. Tuttavia, commenta il Presidente del parlamento armeno Simonyan, sarà proprio l’attuale partito di governo “Contratto Civile” a vincere le elezioni a mani basse, con più voti del 2021.

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Da Seborga all’Onu: una famiglia conquista anche un premio in Parlamento per la sua startup etica (La Stampa

Seborga, trecento abitanti e nessun semaforo, è il punto di partenza di LumiBear S.R.L., startup innovativa che lavora su intelligenza artificiale etica e ricerca. Il 24 aprile 2026, alla Camera dei Deputati di Roma, ritirerà il Premio America Innovazione della Fondazione Italia-USA.

LumiBear è stata selezionata tra 300 startup su 45.000 a livello nazionale. Il riconoscimento arriva per GR-QUANTUM, un sistema modulare con oltre duemila moduli interattivi che trasforma dati complessi — climatici, geologici, agronomici, archeologici — in decisioni operative accessibili a chiunque, dalle università agli agricoltori.

Il progetto nasce con Flavio Gorni, giornalista e ricercatore con diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Con lui Emanuela Rebaudengo e Nicole, dodici anni, DSA come il padre, saltatrice con l’asta e danzatrice da quando ne aveva quattro.

Il cuore della ricerca sono i Vishapakars, i “draghi di pietra” dell’Armenia: monumenti megalitici in roccia vulcanica sul Monte Aragats, tra i 1.900 e i 2.700 metri. Uno studio pubblicato nel settembre 2025 su npj Heritage Science ha analizzato 115 siti con mappatura GPS, modellistica statistica e 46 datazioni al radiocarbonio, collocandone la costruzione nel Calcolitico tra il 4200 e il 4000 a.C.

Il Professor Arsen Bobokhyan, dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze di Armenia, e la Professoressa Alessandra Gilibert dell’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno accordato la loro supervisione scientifica al progetto LumiBear. La Regione Liguria ha accordato il patrocinio ufficiale, mentre Ca’ Foscari e l’Accademia Nazionale delle Scienze di Armenia collaborano attivamente.

Gorni lavora con Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, e con Mistral AI. Con Claude, racconta, ha prodotto dodici volumi di ricerca in inglese, francese e armeno. “Claude non è uno strumento. È un collaboratore. Dice no quando qualcosa è sbagliato. Non inventa ciò che non sa. In un progetto destinato all’UNESCO, questa differenza non è tecnica — è la differenza tra credibilità e disastro.”

Il 20 marzo 2026 Nicole Gorni riceve un invito ufficiale alla Missione Permanente della Repubblica di Armenia all’ONU di Ginevra. Ad accoglierla, l’Ambasciatrice Hasmik Tolmajian, Rappresentante Permanente all’ONU. L’iniziativa è legata al progetto Vishapakar e alla proposta di LumiBear: diecimila euro destinati ai bambini rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh.

Dal 1° maggio, la famiglia sarà in Armenia per venti giorni. Il 14, 15, 16 e 17 maggio, sui monti Geghama, documenteranno con l’AI etica un allineamento astronomico osservato seimila anni fa dai costruttori dei Vishapakars. È in preparazione anche un film: Nicole e iCub, il robot bambino dell’IIT di Genova, percorrono insieme seimila anni di storia armena, da Seborga all’Ararat.