Cultura: Milano, incontro su storia, conflitto e identità del popolo armeno (AgenSir 27.01.26)

“Nel nome della terra. Armenia: storia, conflitto e identità nel Caucaso”: è il titolo dell’incontro che si terrà giovedì 29 gennaio, alle ore 18.30, presso Ambrosianeum, via delle Ore, 3 a Milano. La serata sarà dedicata al reportage in Armenia di Marco Cremonesi. Sono previsti interventi di Antonia Arslan, scrittrice; Alberto Peratoner, docente Facoltà teologica del Triveneto-Padova e direttore dell’Ufficio cultura del patriarcato di Venezia; il fotografo Cremonesi. Introduce: Fabio Pizzul, presidente Fondazione Ambrosianeum. Partecipazione musicale di Ani Balian accompagnata dal maestro Gianfranco Iuzzolino. “Un viaggio nella storia millenaria dell’Armenia, una terra di confine dove identità, memoria e territorio si intrecciano in modo profondo e spesso doloroso”, spiegano i promotori. “Una lettura storica e geopolitica che attraversa le radici dei conflitti che hanno segnato il Caucaso meridionale, con particolare attenzione alla questione armena, al genocidio del 1915 e alle tensioni contemporanee legate al Nagorno Karabakh. Senza dimenticare il ruolo della terra come elemento fondante dell’identità armena, esplorando come storia, religione, diaspora e conflitto continuino a plasmare il presente di un popolo al centro di equilibri regionali complessi e instabili”. A seguire, visita guidata della mostra “Fede e guerra”, esposta all’Ambrosianeum.

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L’ansia asimmetrica di Armenia e Iran (Osservatorio Balcani e Caucaso 26.01.26)

Per decenni l’Iran ha rappresentato per l’Armenia un fondamentale retroterra strategico. È stato un canale vitale di commercio ed energia, capace di aggirare l’isolamento imposto dai confini chiusi con Turchia e Azerbaijan, una sorta di polizza geopolitica contro l’isolamento e un partner accomunato dall’interesse a bloccare la creazione di un corridoio interamente controllato da Baku e Ankara. Questo ruolo non è improvvisamente venuto meno, ma oggi appare più fragile.

Ciò che sta cambiando è l’intensificazione della strategia armena di bilanciamento. Dopo quella che è stata percepita come una grave inadempienza russa sul piano della sicurezza, con il collasso del Nagorno Karabakh, l’Armenia sta cercando nuove garanzie. L’apertura agli Stati Uniti, l’impegno dell’Unione europea e nuove forme di cooperazione militare rispondono a una logica di sopravvivenza statuale.

Dall’Iran, tuttavia, questo scenario è mal digerito. Teheran guarda con estrema ostilità a un asse di transito allineato all’Occidente lungo il proprio confine settentrionale e a qualsiasi assetto che faciliti infrastrutture logisticamente compatibili con la NATO. Ma oggi dispone di meno strumenti di pressione o di compensazione nei confronti dell’Armenia rispetto anche solo a cinque anni fa, quando la questione del Karabakh limitava Yerevan in qualsiasi direzione.

Ne emerge una classica situazione di “ansia asimmetrica”: l’Armenia è stata abbandonata alla sua sorte e cerca nuove tutele, l’Iran si percepisce accerchiato e teme una marginalizzazione strategica. Ai loro confini, Turchia e Azerbaijan appaiono sicure di sé e opportuniste.

Il quadro è ulteriormente complicato dalla profonda crisi interna iraniana, segnata da proteste di massa, repressione violenta, migliaia di vittime e un controllo sempre più stretto dell’informazione, con un regime che pare ormai reggersi solo sulla capacità di coercizione. Un contesto che rende Teheran tanto più nervosa quanto non in condizione di proiettare stabilità all’esterno.

La TRIPP

TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), l’iniziativa di collegamento multimodale sostenuta dagli Stati Uniti nell’ambito dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan siglato a Washington l’8 agosto 2025 avviene in una fase in cui Teheran appare particolarmente vincolata: regionalmente sovraesposta, economicamente sotto pressione e strategicamente compressa da dinamiche che non controlla pienamente, inclusi il coordinamento sempre più stretto tra Turchia e Azerbaijan, la postura israeliana e il rinnovato interesse occidentale per il Caucaso meridionale. In questo contesto, le scelte armene assumono un significato che va ben oltre la dimensione infrastrutturale.

TRIPP, concepito per assicurare un transito privo di ostacoli attraverso l’Armenia tra il territorio dell’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan, è per Yerevan e Washington, ma anche per Baku e Ankara, un motore di crescita economica e di stabilità regionale, con benefici per i paesi coinvolti e per il commercio trans-caspico. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha cercato di rassicurare Teheran sul fatto che l’iniziativa non contraddice l’ordine regionale esistente né la sovranità dei vicini. Pashinyan ha ricordato che a 10 giorni dall’accordo statunitense ha affrontato il tema con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante la visita di quest’ultimo in Armenia, sottolineando che ogni questione sollevata è stata approfondita e che rimane disponibile a rispondere a eventuali future preoccupazioni.

Il 15 dicembre 2025 il consigliere per gli affari internazionali del Leader supremo iraniano Ali Akbar Velayati ha ricevuto l’ambasciatore armeno a Tehran e ha dichiarato l’opposizione categorica dell’Iran a qualsiasi piano che permetta agli Stati Uniti di stabilire una presenza nei pressi dei confini iraniani. Le consultazioni bilaterali sono proseguite a gennaio 2026. Il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi ha visitato Yerevan, e ha avuto un incontro con il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan, in cui oltre alle questioni bilaterali è stato discusso lo sblocco delle infrastrutture regionali. Dopo le critiche di Velayati, tali incontri hanno rappresentato un tentativo di attenuare i toni e mantenere aperto il canale di comunicazione.

La crisi interna iraniana pesa sull’Armenia

In questo contesto di negoziazioni tese, è esplosa la crisi interna iraniana.

Tutti i paesi del Caucaso si attengono a un rigoroso wait and see, prudenza e attesa per quella che è una drammatica tragedia, e che come crisi politica, se non di legittimità, restituirà comunque un Iran diverso.

Sulla TRIPP il governo armeno si è spinto a dire che qualsiasi governo ci sarà in Iran, avrà modo di ricredersi sull’iniziativa e comprenderne i vantaggi.

Intanto fra i morti delle manifestazioni sono già confermati dei cittadini armeno-iraniani.

Le manifestazioni hanno poi un’onda lunga nei paesi confinanti per la presenza di minoranze iraniane e cittadini che solidarizzano con gli iraniani. Punto di raccolta delle manifestazioni fuori dall’Iran sono le ambasciate iraniane presenti in vari paesi fra cui l’Armenia.

E anche qui note di tensione: Khalil Shirgholami, ambasciatore iraniano in Armenia, ha criticato le proteste quotidiane davanti all’ambasciata a Yerevan. Il Ministero dell’Interno armeno ha ribadito di garantire la sicurezza di tutte le missioni diplomatiche accreditate, sottolineando che l’Armenia, in quanto Stato democratico, è tenuta a tutelare la libertà di movimento e di riunione pacifica. Pashinyan ha ribadito il diritto di manifestare in Armenia, ma senza che questo comprometta l’attività dell’ambasciata di quello che costantemente chiama un paese fraterno, ed è arrivata la conferma dell’arresto di sette manifestanti per inosservanza degli ordini della polizia.

Ma sono anche i fattori economici a pesare: sull’Armenia grava il rischio di sanzioni dopo la minaccia americana del 12 gennaio di mettere il 25% di dazi per i paesi che commerciano con l’Iran.

Inoltre le forniture e i commerci con l’Iran in questo momento non sono garantiti. La portavoce del Ministero dell’Economia armeno, Lilit Shaboyan, ha dichiarato che Yerevan sta discutendo la possibilità di importare gas liquefatto dalla Russia verso l’Armenia via Azerbaijan, utilizzando il trasporto ferroviario. Shaboyan ha ricordato che l’Armenia importa gas liquefatto principalmente da Iran e Russia, ma che con Teheran sono emerse difficoltà “legate a circostanze note”, mentre i problemi con la Russia riguardano il valico di Lars al confine russo-georgiano, con eventi climatici che rendono il trasporto particolarmente complesso. La portavoce del ministero dell’Economia ha fatto notare infine che negli ultimi giorni il prezzo del gas liquefatto in Armenia è quasi raddoppiato.

L’Armenia si muove dunque su un crinale sottile: rafforzare la propria resilienza strategica e infrastrutturale, senza trasformare la necessaria diversificazione delle alleanze in una frattura irreversibile con un vicino indebolito, instabile – reso più imprevedibile dalla propria fragilità – e al tempo stesso ancora imprescindibile come l’Iran, paese dove peraltro vive una cospicua minoranza armena che mantiene con Yerevan rapporti intensi.

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Domani in sala consiliare la conferenza “Armenia: il regno delle pietre urlanti” tenuta dal fotografo Iago Corazza ( Comune Bari 26.01.26)

Descrizione

Domani, martedì 27 gennaio, alle ore 18, nella sala consiliare di Palazzo della Città, si terrà la conferenza “Armenia: Il Regno delle Pietre Urlanti”, tenuta dal celebre fotografo e regista Iago Corazza.

L’iniziativa, curata e promossa dal Consolato onorario della Repubblica d’Armenia a Bari, sarà introdotta dal console onorario Dario Rupen Timurian e dal consigliere generale Carlo Coppola, e conclusa dalla giornalista e consigliera Siranush Quaranta.

Iago Corazza, reduce da oltre ottanta Paesi esplorati e autore di reportage per National Geographic, propone un viaggio immersivo nel cuore dell’Armenia: una terra “improbabile” per la sua posizione geografica e la travagliata storia, eppure straordinariamente viva grazie all’orgoglio e alla resilienza del suo popolo. Dopo quattordici spedizioni nel Paese, Corazza ha ideato un one man show multimediale innovativo che supera il format tradizionale della proiezione lineare.

Attraverso capitoli tematici, potenti immagini evocative e filmati spettacolari, il pubblico potrà interagire in tempo reale, esplorando l’evoluzione dello spazio umano e la straordinaria bellezza di un territorio millenario. L’autore, testimone per UNICEF ed Emergency, unisce estetica artistica a impegno per la sostenibilità e la responsabilità sociale, valori che lo hanno portato a fondare lo Skua Nature Group per la tutela dell’ambiente.

L’Armenia non viene presentata solo come nazione incastonata tra grandi potenze, ma come simbolo universale di dignità, memoria e cultura: le sue “pietre urlanti” continuano a testimoniare con forza la presenza nella storia del mondo.

Un’occasione unica per scoprire, attraverso l’arte visiva di Corazza, la forza identitaria di un popolo che resiste a persecuzioni, esili e divisioni forzate.

L’ingresso è libero e aperto a tutta la cittadinanza fino ad esaurimento posti.

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Bari: L’Armenia il Regno delle pietre urlanti (Assadakah)

Si ristruttura la Grotta della Natività a Betlemme (Ilgiornaledellarte 26.01.26)

Dopo oltre 600 anni, parte a Betlemme la ristrutturazione della Grotta della Natività. A darne comunicazione sono insieme il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa (una provincia dell’Ordine dei Frati Minori, provenienti da tutto il mondo, chiamata alla missione di custodire i luoghi della Redenzione), ricordando anche la cooperazione del Patriarcato apostolico armeno ortodosso. L’iniziativa si svolge sotto gli auspici della presidenza dello Stato di Palestina.

Lo stesso leader palestinese Mahmoud Abbas, che lo scorso 5 e 6 novembre si era recato in visita a Roma, durante l’incontro con papa Leone XIV e successivamente inaugurando, nel complesso di San Salvatore in Lauro, la mostra «Bethlehem Reborn», aveva annunciato la ripresa dei lavori, definendo il fatto «un segno di grande speranza e di rinascita per tutta la Terra Santa».

Ad eseguire il restauro sarà di nuovo la ditta italiana di Prato (Piacenti Spa) che solo due anni fa si era presa cura della Basilica della Natività. La scelta è risultata necessaria, per garantire continuità di metodo, di maestria artigianale e di sensibilità artistica nell’intervento su un sito di tale importanza. Completate le preparazioni preliminari, i lavori sono ormai prossimi all’inizio.

Oltre agli interventi nella Grotta (sulla roccia nuda, sui pavimenti in marmo, su colonne e decorazioni, e sulla stella, punto esatto in cui secondo la tradizione nacque Gesù), il progetto comprende misure di consolidamento tecnico in sezioni adiacenti, da una parte per tutelare l’unità architettonica del santuario, dall’altra per simboleggiare lo spirito di cooperazione che lo preserva per l’intera umanità.

Questo segno di rinascita è anche un evento ecumenico, che vede la collaborazione tra greci-ortodossi e francescani, custodi della Grotta. «Questo progetto, si legge in una nota sul sito della Custodia di Terra Santaincarna un impegno cristiano unitario volto a custodire il patrimonio spirituale, storico e culturale della Santa Grotta per le future generazioni, e a tutelare la dignità di un luogo in cui l’annuncio cristiano ha assunto forma visibile e dove, nel corso dei secoli, i fedeli di ogni nazione si sono raccolti in pellegrinaggio. […] Restaurare questo luogo santo significa salvaguardare la continuità della fede, della memoria e della devozione nella terra della Natività. Attraverso questo sforzo collettivo, le Chiese di Gerusalemme proteggono l’eredità evangelica loro affidata e garantiscono che i fedeli di tutte le tradizioni possano continuare a venerare il luogo della nascita di Cristo con riverenza. Da Betlemme, la luce della Natività continua a illuminare il mondo, rendendo testimonianza della presenza cristiana permanente in Terra Santa e della speranza che irradia dalla sacra Grotta in cui è nato il Salvatore».

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Leone XIV, la sinodalità per l’ecumenismo, il pensiero a Nicea e il grazie ai cristiani in Armenia (Aci 25.01.26)Stampa 25.01.25)

La missione dell’ Apostolo Paolo “è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui”. E’ la riflessione di Papa Leone XIV che oggi ha celebrato i Secondi Vespri nella festa della Conversione di San Paolo nella basilica che ne custodisce la tomba.

Vespri ecumenici come è tradizione che chiudono la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Con il Papa i rappresentanti delle altre confessioni cristiane.

Il Papa ha richiamato il Concilio Vaticano II, e “l’ardente desiderio di annunciare il Vangelo ad ogni creatura” e questo è il “compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: «Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!»” .

Il Papa rende grazie a Dio “per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa” a Nicea: “Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo” e chiede che “lo Spirito Santo possa trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”.

Un riferimento anche alla sinodalità indicata come “strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali” tra Chiese Cristiane.

Poi lo sguardo al futuro “al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033” con un impegno “a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.

Il Papa ringrazia per la presenza oltre al Cardinale Kurt Koch, il Metropolita Polykarpos, per il Patriarcato Ecumenico, l’Arcivescovo Khajag Barsamian, per la Chiesa Apostolica Armena, e il Vescovo Anthony Ball, per la Comunione Anglicana, e gli studenti borsisti del Comitato per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, gli studenti dell’Istituto ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese”.

Ma il grazie del Papa va alle Chiese in Armenia che hanno preparato i sussidi del 2026 e alla “coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante”. Leone XIV ricorda il santo Catholicos San Nersès Šnorhali “il Grazioso”, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo e aggiunge: “la tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.

I martiri cristiani continuano a pagare il prezzo della fede (Famiglia Cristiana 25.01.25)

Lampade vengono deposte presso la croce in memoria dei martiri, alla presenza di Papa Leone e dei rappresentanti ecumenici il 14 Settembre nella basilica di San Paolo durante la Commemorazione dei Martiri del XX secolo – Foto Vatican-Media

Dalle persecuzioni del Novecento a quelle di oggi: la religione resta una testimonianza scomoda

Il Novecento è stato il secolo di due guerre mondiali, della Shoah, del genocidio degli armeni e dei cristiani nell’impero ottomano, di tante e tante violenze. Per i cristiani ne ho parlato come del secolo del martirio. 

Vere macchine del terrore e della morte si sono scatenate contro i cristiani nell’Urss e nei Paesi controllati. Ci fu poi la persecuzione nazista che voleva, magari dopo la guerra, annullare il cristianesimo. E ci sono state tante altre azioni di terrore e persecuzione. Con la fine del nazismo e, poi, del regime sovietico, si è sperato in un tempo migliore, ma non è stato così!

Il 14 settembre scorso, nella basilica di San Paolo, Leone XIV ha voluto ricordare i nuovi martiri del XXI secolo, i cui nomi sono stati raccolti dalla Commissione per i nuovi martiri istituita da papa Francesco. E sono tanti, come documenta anche il nuovo rapporto di Porte Aperte presentato nei giorni scorsi, secondo cui sono oltre 388 milioni i cristiani perseguitati e discriminati nel mondo a causa della loro fede. Nella lettera istitutiva della Commissione, papa Bergoglio osservava che anche nel XXI secolo «i cristiani continuano a mostrare, in contesti di grande rischio, la vitalità del battesimo (…). Non pochi, infatti, sono coloro che, pur consapevoli dei pericoli che corrono, manifestano la loro fede o partecipano all’eucarestia domenicale. Altri vengono uccisi nello sforzo di soccorrere nella carità la vita di chi è povero, nel prendersi cura degli scartati dalla società, nel custodire e nel promuovere il dono della pace e la forza del perdono. Altri ancora sono vittime silenziose, come singoli o in gruppo, degli sconvolgimenti della storia».

Sì, è vero: i cristiani continuano a essere colpiti, talvolta perché frequentano la liturgia della domenica; altre volte perché con la loro vita buona portano ovunque pace e amore. Sono anche odiati perché rappresentano un modo di vivere non soggetto alla violenza, alla prepotenza, alla corruzione, al culto dell’interesse personale e materiale, confessando la fede.

Papa Francesco diceva: «Verso tutti loro abbiamo un grande debito e non possiamo dimenticarli». Oggi è cresciuta la coscienza che la Chiesa è tornata ad essere una Chiesa di martiri: non saranno tutti canonizzati, ma hanno effettivamente sofferto perché si sono detti cristiani.

Il terrorismo jihadista li colpisce nei loro luoghi di preghiera in varie parti del mondo. Lo fa pure la criminalità, che trova nei credenti un argine al suo strapotere sulla vita umana. Quale il nostro debito? Non dimenticare: conoscere, ricordare, tener viva la solidarietà.

La sofferenza, la precarietà di vita, la morte di tanti ci ricorda che essere cristiani è impegnativo e chiede di non vivere per sé, bensì di far dono agli altri della vita. Questo infastidisce, perché mostra che è possibile non sopraffarsi, non competere sempre, non ignorarsi. Papa Leone ha ben colto questa situazione: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle». Il mondo è più umano anche per questi cristiani che non hanno nemici, ma solo fratelli e sorelle!

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 25/1/2026

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Opinione: Armenia torna nello spazio da cui era stata allontanata (Notiziedaest 24.01.26)

L’Armenia è entrata a far parte del Consiglio di Pace in qualità di membro fondatore. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha creato l’organismo.

Il 22 gennaio, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha partecipato alla prima riunione del consiglio. Ha assistito anche alla cerimonia di firma del suo statuto a Davos. La Casa Bianca ha dichiarato che il consiglio detiene ora lo status di organizzazione internazionale.

Inizialmente i funzionari avevano detto che il Consiglio di Pace sorveglierà la ricostruzione di Gaza. Successivamente il presidente Trump ha affermato che l’organismo dovrebbe occuparsi di questioni più ampie. Ha detto che dovrebbe concentrarsi sui conflitti globali.

Alcuni esperti ritengono che il consiglio miri a ridurre il ruolo delle Nazioni Unite. Egli indicano la ripetuta critica del presidente Trump all’efficacia dell’organizzazione. Trump ha respinto questa interpretazione a Davos. Ha affermato che il consiglio «non cerca di sostituire l’ONU nell’affrontare i problemi globali».

Lo studioso politico Stepa Safaryan afferma che gli Stati Uniti hanno invitato l’Armenia per una ragione. Lo vede come una scommessa strategica sul paese del Sud Caucaso. Sostiene che l’Armenia ottiene una possibilità di diventare un attore influente in Medio Oriente. «L’Armenia sta tornando in uno spazio storico da cui era stata allontanata», ha detto.

Di seguito è riportato tutto ciò che era noto sull’argomento al momento della pubblicazione, insieme ai commenti di politici ed esperti armeni.

  • «Escalation militare improbabile, ma i rischi restano» — rapporto del Servizio di Intelligence estera armeno
  • Opinione: «L’Armenia ristabilirà i collegamenti ferroviari con Azerbaigian e Turchia – con o senza la Russia»
  • Il vicepresidente Usa visiterà l’Armenia? Yerevan discute un possibile viaggio

Paesi che hanno aderito al Consiglio di Pace

L’ufficio del primo ministro armeno ha riferito che i capi delle delegazioni dei seguenti paesi hanno firmato lo statuto del consiglio: Armenia, Stati Uniti, Argentina, Azerbaigian, Bahrain, Belgio, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Paraguay, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Israele.

Accanto al primo ministro armeno Nikol Pashinyan, all’evento hanno partecipato anche il presidente Vahagn Khachaturyan e il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan.

L’Armenia non pagherà una quota di iscrizione di 1 miliardo di dollari per entrare nel Consiglio di Pace

I media occidentali hanno riportato che, secondo lo statuto del consiglio, i membri ricevono un mandato di tre anni. Hanno affermato che i paesi devono pagare una quota di 1 miliardo di dollari per ottenere lo status di membro permanente.

La portavoce del Ministero degli Affari Esteri armeno, Ani Badalyan, ha confermato questa informazione. Ha detto che un paese che riceve un invito può unirsi al consiglio per tre anni senza pagare una quota fissa di adesione. Ha aggiunto che la disposizione potrebbe variare dopo la scadenza del periodo di tre anni.

«La quota di adesione è volontaria e si applica solo se un paese sceglie di diventare membro permanente entro un anno dall’entrata in vigore dello statuto», ha affermato.

‘Rafforzare i legami con USA ed EU non significa espellere la Russia’ — ministro degli Esteri armeno

Ararat Mirzoyan ha commentato il corso della politica estera dell’Armenia nel 2025 e sulle minacce ibride provenienti dalla Russia e da altri paesi nel contesto di legami più stretti con l’Occidente.

 

Il ministro degli Esteri armeno riassume il 2025

 

Arman Babajanyan, leader del partito Per la Repubblica, ha detto che la partecipazione dell’Armenia al Consiglio di Pace riflette il riconoscimento della maturità politica del paese.

«Stiamo tornando al centro della politica internazionale come soggetto con diritti, una voce e responsabilità», ha detto.

Allo stesso tempo, Babajanyan ha sottolineato che la partecipazione di Yerevan sarebbe efficace solo se l’Armenia persegue una linea chiara di politica estera. Ha detto che il paese ha bisogno di un lavoro diplomatico professionale che difenda in modo intransigente la scelta sovrana dell’Armenia.

Il vicepresidente della camera e membro della fazione al governo, Ruben Rubinyan, ha commentato in un post su Facebook.

«L’opposizione ha detto che Pashinyan aveva trasformato l’Armenia in un paese debole, senza peso sul palcoscenico internazionale», ha scritto. «Come sempre, l’opposizione aveva torto.»

La partecipazione statunitense al progetto TRIPP raggiungerà il 74%, dicono Yerevan e Washington

L’Armenia concederà all’azienda responsabile della realizzazione del progetto i diritti di costruzione per 49 anni. Se il periodo sarà esteso, la quota armena salirà dal 26% al 49% nei successivi 50 anni. Dettagli forniti dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan

 

Mirzoyan sull'implementazione di TRIPP

 

“Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nonostante l’accentuarsi delle sue divergenze con l’Europa al livello di conflitto, ha comunque avviato la creazione del Consiglio di Pace. Date la diversità degli stati membri del consiglio, ci sono solide ragioni per credere che possa essere percepito come un’alternativa alle Nazioni Unite — almeno dalla prospettiva degli Stati Uniti.

Resta da vedere come si svilupperà il futuro dell’organizzazione. Non è chiaro come funzionerà, cosa farà e come esattamente lo farà.

È evidente che l’ordine internazionale stabilito dopo il 1945 è crollato. Elementi di una nuova realtà stanno emergendo. La posizione dell’Armenia deve essere inequivocabile. Come ha detto il premier canadese, Mark Carney: se non sei al tavolo delle trattative, allora sei nel menù.”

Ha detto l’analista politico Stepa Safaryan:

“La partecipazione istituzionale dell’Armenia al Consiglio di Pace è un evento senza precedenti.

Naturalmente, il linguaggio del corpo visto nelle fotografie pubblicate del presidente Trump e del primo ministro Nikol Pashinyan indica un serio progresso nella cooperazione tra l’Armenia e gli Stati Uniti. Ma dietro i segnali visivi si cela una sostanza più profonda. Tale sostanza è riflessa negli accordi bilaterali e trilaterali raggiunti a Washington l’8 agosto, e nel loro proseguimento — la dichiarazione sul progetto TRIPP congiunto.

Il nucleo e la base di questi risultati è il progetto armeno-americano «Crocevia della Pace» come iniziativa strategica armeno-americana. Un memorandum di cooperazione separato su questo progetto è stato firmato l’8 agosto.

Rivoluziona drammaticamente i corridoi di trasporto Nord-Sud, come delineato negli accordi Russia-Azerbaijan-Iran-India del 2015, e i corridoi Ovest-Est modellati dall’iniziativa Belt and Road della Cina o dagli accordi Turchia-Giordania-Azerbaijan-Kazakhstan attraverso il Middle Corridor. In passato l’Azerbaigian fungeva da crocevia o hub nel Caucaso. Ora quel ruolo appartiene all’Armenia.

Senza sminuire la posizione geostrategica della Turchia come hub che collega diversi continenti, o anche il ruolo dell’Azerbaigian nel collegarsi all’Asia centrale, sia le fotografie pubblicate sia i documenti firmati sottolineano l’importanza dell’Armenia per gli Stati Uniti. E il presidente Trump la valuta non solo per i nostri bellissimi occhi cristiani.

In questo snodo, il Golfo Persico — il mondo arabo — si incrocia con il Mar Nero. Non è una coincidenza che gli Stati Uniti includano l’Armenia come attore nel Consiglio di Pace, creato per affrontare questioni legate al Medio Oriente e a Gaza. Paesi di quella regione sono anch’essi membri del consiglio.

Sì, l’Armenia sta tornando nello spazio storico da cui era stata allontanata. E ora la sua politica verso il Medio Oriente deve basarsi su principi completamente diversi. La pace apre nuove opportunità per questo ritorno — accesso ai mercati, una voce in questioni di sicurezza e altro.”

Armenia tra Occidente e Russia: rischi della politica ‘bilanciata’ del governo

L’analista politico Lilit Dallakyan commenta sui rischi della cosiddetta “politica bilanciata” e se l’integrazione europea e la regionalizzazione, entrambe incluse nella strategia di politica estera dell’Armenia, possano effettivamente essere compatibili

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Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ieri la veglia dalle Carmelitane, un momento di comunione e di luce (Risveglioduemila 24.01.26)

Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, don Pietro Parisi ha presieduto la veglia ecumenica al monastero delle carmelitane di Ravenna, ispirata dai testi della Chiesa apostolica armena. Al centro, una riflessione sulla luce di Cristo, capace di illuminare un mondo segnato da sofferenza, guerra e divisioni. Un invito a ogni cristiano a farsi piccola luce di comunione, pace e speranza.

“Luce da luce”: a Ravenna la veglia ecumenica per l’unità dei cristiani

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto ieri sera, venerdì 23, una partecipata veglia di preghiera ecumenica al monastero delle Carmelitane di Ravenna. Le preghiere e le riflessioni utilizzate in questa occasione «sono state preparate dai fedeli della Chiesa armena, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese cattoliche ed evangeliche» sottolinea suor Anastasia, superiora del monastero di Ravenna. “Cerchiamo di sincronizzarci con lo spirito che soffia in tutte le chiese e chiede comunione e pace”, dice ai tanti giovani presenti.

La Chiesa armena, un segno luminoso

La veglia prosegue guidata dalla luce fisica, dalle icone, dalle candele e dal pane benedetto che scandiscono i diversi momenti della serata. Don Pietro introduce: «Gli armeni sono un popolo, una nazione molto piccola, spesso provata e segnata dalla sofferenza, inserita in un contesto complesso. Sono stati i primi a proclamarsi cristiana. Si tratta di un popolo che fin dall’inizio ha riconosciuto Gesù come salvatore. Un popolo molto piccolo, che vive in mezzo a tante pressioni e difficoltà, che porta ancora oggi il peso di una sofferenza non sempre riconosciuta. Una sofferenza grande, vissuta anche attraverso il sangue dei più piccoli e la vita di tanti uomini e donne. Proprio per questo sono un segno luminoso all’interno della grande famiglia cristiana: una piccola luce che illumina per Gesù».

“La luce sembra scarseggiare, ma siamo noi stessi”

Il tema di questa meditazione è questa testimonianza in un mondo complesso, continua don Pietro: “luce da luce”. È un’espressione che richiama il Credo e ciò che vogliamo essere, anche dentro le grandi ferite del nostro tempo. Viviamo in un mondo in cui la luce sembra scarseggiare: si parla di smarrimento, di morte, di dolore, di guerra. Le tensioni internazionali, la follia dei governanti, l’economia segnata dai conflitti e dalle ingiustizie sembrano oscurare tutto. E allora viene spontanea la domanda: come possiamo parlare oggi di luce? Eppure questa luce è la luce della speranza, comune a tutti i cristiani. Il Signore dice: “Tu sei luce”. Con il battesimo ciascuno di noi è luce. Attingiamo questa luce da Gesù Cristo e, a nostra volta, la riceviamo e la custodiamo nella comunità.È il Signore stesso il portatore della luce, e noi siamo chiamati a rifletterla».

“Una piccola luce capace di rischiarare l’oscurità”

Conclude don Pietro: «Chiediamo allora al Signore che rinnovi nel nostro cuore la luce che viene da Lui e che ci renda capaci di custodirla nella nostra vita. Questa luce deve uscire, deve andare fuori: nelle strade, nelle case, nei luoghi della quotidianità, nel lavoro, nella famiglia, ovunque il Signore ci chiami. Non siamo chiamati a essere una luce abbagliante, ma una piccola lampada, una fiamma, capace di rischiarare una grande oscurità.
Chiediamo allora che ciascuno di noi possa essere questa piccola luce e che, tutti insieme come cristiani, diventiamo segno visibile e tangibile della grande luce che viene dal Signore. Il Signore, luce vera, ci chiede di portare a Lui e al mondo la luce autentica, quella che non si spegne».

Domenica 25 la Settimana di preghiera si chiude a San Paolo con l’arcivescovo

L’ultimo appuntamento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sarà domenica 25 gennaio: l’arcivescovo, monsignor Lorenzo Ghizzoni presiederà la Messa di chiusura, alle 10, nella parrocchia di San Paolo.

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Tra Russia ed Europa la Chiesa armena va in frantumi. E l’Azerbaigian vince, con il plauso di Roma (Messalino 24.01.26)

Guai anche nell’oriente cristiano.
E il Vaticano a favore dei musulmani?
Luigi C.

L’Armenia cristiana e l’Azerbaigian musulmano erano parte dell’Unione Sovietica, a sud del Caucaso, tra la Turchia e il Mar Caspio. Ma da quando sono indipendenti si sono sempre combattuti, fino all’attuale simulacro di pace firmato a Washington lo scorso 8 agosto, con l’Azerbaigian vittorioso e l’Armenia sconfitta ed esausta, dilaniata anche al suo interno, in campo politico come nella Chiesa.

La sfortuna dell’Armenia è che tutto quanto sta accadendo oggi nel mondo si ritorce a suo svantaggio e a favore invece del suo rivale. Persino ai vertici della Chiesa cattolica l’Azerbaigian gode da tempo di un trattamento più favorevole.

Papa Leone ha incontrato a Istanbul, lo scorso 30 novembre, il patriarca armeno di Costantinopoli Sahak II (nella foto), dopo aver ricevuto il 16 settembre a Castel Gandolfo il Catholicos, ossia il capo supremo della Chiesa armena Karekin II. Ma nulla è trapelato di quest’ultima udienza, nonostante Karekin sia in patria al centro del conflitto ecclesiale e civile, per le sue posizioni filorusse e antigovernative.

Invece, l’udienza accordata dal papa il 17 ottobre alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva, moglie del presidente Ilham Aliyev, si è svolta col sontuoso cerimoniale riservato ai capi di Stato, con tanto di comunicato sulle “buone relazioni esistenti” specialmente nella “collaborazione in ambito culturale”.

In effetti, da molti anni Aliyeva, a capo di una ricca fondazione che porta il nome di Heydar Aliyev, padre del marito e capostipite della dinastia che governa ininterrottamente e autocraticamente l’Azerbaigian dal 1993, finanzia importanti restauri nelle antichità romane, d’intesa con la pontificia commissione di archeologia sacra e con i cardinali che presiedono il dicastero vaticano per la cultura, ieri Gianfranco Ravasi e oggi José Tolentino de Mendonça, da ultimo nelle catacombe di Commodilla e dei Santi Marcellino e Pietro e nel complesso monumentale di San Sebastiano fuori le Mura, ogni volta con solenni inaugurazioni.

Non solo. Durante il pontificato di Francesco fu conferita ad Aliyeva – come anche all’ambasciatore dell’Azerbaigian – la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza concessa dalla Santa Sede, la stessa data da Leone lo scorso 23 ottobre alla regina Camilla d’Inghilterra.

Mentre al contrario la Santa Sede si è distinta per la freddezza con cui ha seguito l’andamento del conflitto tra Azerbaigian e Armenia, con appelli alla pace solo generici : una freddezza di cui s’è lamentato il presidente francese Emmanuel Macron dopo una sua udienza con papa Francesco il 18 novembre 2022.

In realtà nei primi anni di indipendenza, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le sorti del conflitto per il controllo dell’Artsakh, o Alto Karabakh, la regione a forte maggioranza armena inclusa in epoca sovietica nel territorio dell’Azerbaigian, erano state a favore dell’Armenia, che si era impadronita anche di altre aree attigue con popolazione azera.

Ma nei primi anni Duemila, con la dinastia Aliyev al potere, l’Azerbaigian seppe acquistare molto credito in campo internazionale, grazie ai suoi cospicui giacimenti di petrolio e gas e alla costruzione d’intesa con gli Stati Uniti di un oleodotto che li esportava in Occidente attraverso la Georgia e la Turchia, con una successiva diramazione anche in Italia, e non più attraverso la Russia.

A Baku, la capitale, lasciarono la loro impronta i più famosi archistar e trovarono posto grandi eventi culturali e sportivi, fino ad ospitare nel 2024 la COP 29, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. E ciò nonostante accreditati istituti come Freedom House e Transparency International denunciassero ripetutamente in questo paese la diffusa corruzione e la sistematica repressione dei diritti umani.

Intanto, già nei primi anni Duemila e nel disinteresse di tutti, il governo Aliyev operò la distruzione completa delle chiese, dei monasteri e dei monumenti armeni nella regione del Nakhichevan, una exclave assegnata all’Azerbaigian in epoca sovietica e da esso separata da un corridoio in territorio armeno chiamato “di Zangezur”.

Nel 2016 l’Azerbaigian riprese l’offensiva per la conquista dell’Artsakh e nel 2020 firmò un armistizio che gli riconsegnava tutti i territori con popolazione azera e una buona metà di quelli etnicamente armeni, compresa la città di Shushi.

La Russia interpose una sua forza di “peacekeeping” tra armeni e azeri, ma senza intervenire per fermare le continue violazioni dell’armistizio da parte dell’Azerbaigian. Che nel 2022 e più ancora nell’anno successivo prima bloccò il “corridoio di Lachin”, l’unica via di collegamento tra l’Armenia e l’Artsakh, impedendo ogni rifornimento di beni essenziali e riducendo la popolazione alla fame, e poi occupò militarmente l’intera exclave, costringendo tutti i 120 mila armeni che l’abitavano ad espatriare nell’arco di pochi giorni e dando inizio anche qui alla distruzione di chiese e monumenti.

Il tutto con la Russia, formalmente alleata dell’Armenia, a fare da spettatore inerte della sua capitolazione, impelagata com’era e com’è nel pantano della contemporanea guerra all’Ucraina.

Con l’accordo firmato a Washington lo scorso 8 agosto, l’Armenia ha rinunciato a ogni pretesa di riconquista dell’Artsakh. Ma ancor più a beneficio dell’Azerbaigian – e degli Stati Uniti – è stata l’assegnazione a un’azienda americana, voluta da Donald Trump, della costruzione e del futuro controllo del cosiddetto “corridoio di Zangezur”, che collegando l’Azerbaigian alla Turchia attraverso l’Armenia potenzierebbe le rotte commerciali tra Asia ed Europa, tagliando fuori sia la Russia che l’Iran.

Per l’Azerbaigian si prospetta persino un ruolo importante nell’ardua soluzione della guerra israelo-palestinese. Le armi di cui si avvale sono per il 70 per cento importate da Israele, che a sua volta è un grande acquirente di petrolio azero. Della forza internazionale di stabilizzazione prospettata dal piano di pace di Trump dovrebbe far parte anche l’Azerbaigian, anche a motivo dei suoi buoni rapporti con la Turchia, paese tra i più ostili a Israele. E si prevede che Israele potrebbe siglare proprio con l’Azerbaigian il primo di una nuova serie di “accordi di Abramo”, dopo la soluzione del conflitto.

Ma intanto in Armenia che cosa accade ? Contro il primo ministro Nikol Pashinyan, marcatamente pro Europa e in rottura con Mosca, si batte il Catholicos Karekin, che invece è filorusso e contesta il cedimento all’Azerbaigian. Lo scontro tra i due è arrivato al punto che Pashinyan accusa Karekin d’avere avuto una figlia e quindi di non essere più degno di ricoprire il suo ruolo, mentre Karekin e il clero a lui fedele invocano le dimissioni e la scomunica per il premier e per la moglie.

Un arcivescovo vicino a Karekin, Bagrat Galstanyan, si è dato alla militanza politica attiva, contro Pashinyan. Ma dopo mesi di sue manifestazioni di piazza con tanto di insegne episcopali e di assalti ai palazzi del potere, il premier l’ha accusato di tramare un colpo di Stato e lo scorso giugno l’ha messo agli arresti, assieme a un altro arcivescovo ribelle, Mikael Adzpayan, e poi ancora ad altri due arcivescovi, uno nipote di Karekin e un altro suo cancelliere.

Un effetto di tutto ciò è una drammatica frattura all’interno della Chiesa armena, che è divenuta pubblica lo scorso 4 gennaio nella residenza del premier Pashinyan, con la firma sua e di dieci arcivescovi e vescovi di una dichiarazione “per la riforma della Santa Chiesa Apostolica Armena”.

Nella dichiarazione, premesso “il fallimento del capo de facto della Chiesa e della sua cerchia ristretta nel vivere e predicare secondo i principi del Vangelo”, si annunciano la rimozione di Karekin dal suo ruolo, la nomina di un nuovo capo provvisorio, il varo di un nuovo statuto e infine la nomina di un nuovo Catholicos.

Il giorno dopo, Karekin e i suoi hanno reagito contestando la legittimità del passo compiuto da Pashinyan e dai dieci vescovi firmatari della dichiarazione.

Ma di nuovo il premier e i vescovi a lui alleati hanno riconfermato la loro linea di azione nel pieno delle celebrazioni del Natale armeno, il 6 gennaio, con una messa nella capitale Yerevan nella quale non è stato più fatto il nome di Karekin e con una affollata processione verso la cattedrale coronata da un appello dello stesso Pashinyan a “liberare la Santa Chiesa Apostolica Armena dallo scisma e restituirla al popolo”.

Il 13 gennaio, nella sede storica del Catholicos a Echmiadzin, anche il Supremo Consiglio Spirituale che governa la Chiesa ha condannato l’attacco sferrato da Pashinyan e dai dieci vescovi ribelli. E ha convocato per febbraio un’assemblea di tutti i 57 vescovi armeni.

Ma col risultato di infiammare ancor più la contesa. In una conferenza stampa del 15 gennaio, a una domanda sui vescovi che avrebbero “tradito” il Catholicos, Pashinyan ha risposto : “In questo affare c’è un solo traditore, Ktrich Nersisyan [il nome anagrafico di Karekin]. È lui che ha tradito Gesù Cristo, la santa Chiesa armena, i suoi seguaci e il suo gregge di fedeli. Lui non è il patriarca supremo. È un comune traditore che ha tradito Gesù Cristo”.

Alla fine della primavera sono in programma in Armenia nuove elezioni, con i partiti filorussi in cerca di una rivincita sull’europeista Pashinyan. Ma all’esito del voto è legato anche il futuro della Chiesa armena, più che mai profondamente divisa.

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Cos’è un genocidio? Ce lo spiega una mostra a Palazzo Ducale (Noitv 24.01.26)

LUCCA – Aperta fino al 20 febbraio, “Genocidi del XX secolo” mette a confronto la Shoah, il genocidio armeno e quello dei tutsi in Ruanda, per svelare i meccanismi che hanno portato nella storia a questo terribile crimine contro l’umanità

“Genocidi del XX secolo” è un viaggio nella storia che mette a confronto analogie e differenze, per aiutare a riconoscere i meccanismi che, passo dopo passo, possono condurre a uno sterminio, soprattutto nei contesti di guerra. La mostra, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 20 febbraio dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, e, nell’orario pomeridiano, anche domenica 25 gennaio, presso la sala dell’Antica Armeria di Palazzo Ducale, a Lucca.

La mostra propone un approccio comparato dei tre genocidi riconosciuti dall’umanità come tali: quello degli Armeni dell’Impero Ottomano; il genocidio degli Ebrei d’Europa e quello dei Tutsi in Ruanda. L’analisi delle similitudini e delle differenze che questi genocidi presentano permette di comprendere meglio i meccanismi che hanno caratterizzato ognuno di essi.

Una parte del lavoro di documentazione, a cura del Mémorial de la Shoah di Parigi, è teso a dare le basi storiche e giuridiche per comprendere cosa si intenda con il concetto e la definizione di “genocidio”. Un percorso pensato in particolare per le scuole, ma utile a tutta la società.

La mostra è stata organizzata, in occasione della Giornata della Memoria, dalla Provincia di Lucca attraverso la Scuola per la Pace e con la collaborazione dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea.

Nell’esposizione, dunque, si approfondiranno i percorsi storici che hanno portato al genocidio degli Armeni che nell’arco di poco più di un anno, dall’aprile 1915 al dicembre 1916 ha visto un milione 300mila Armeni, cittadini dell’Impero Ottomano essere assassinati su ordine del partito Unione e Progresso: una cifra, quella delle vittime di questo genocidio, che rappresenta quasi 2/3 dell’intera popolazione armena dell’Impero.

Seguendo l’ordine strettamente cronologico, si arriva al 1941/1945 per approfondire la Shoah: la ricostruzione dei dati demografici ha permesso, oggi, di attestare che il bilancio della distruzione degli Ebrei d’Europa oscilla tra i 5, 9 e i 6,2 milioni di vittime: più del 60% degli Ebrei del nostro continente, quindi e oltre un terzo degli Ebrei di tutto il mondo.

L’ultimo genocidio del XX Secolo è quello dei Tutsi in Ruanda, datato 1994. Tra il 7 aprile e la metà del mese di luglio di quell’anno, furono assassinate in Ruanda quasi un milione di persone: in meno di tre mesi, i tre quarti della popolazione Tutsi fu annientata.

Il 28 gennaio, doppio appuntamento con le autrici del libro «E poi torno anch’io». Vera Paggi e Lorenza Pleuteri, che, alle 10 si confronteranno con le studentesse e gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e nel pomeriggio, alle 17, a ingresso libero, nella Sala Tobino di Palazzo Ducale, incontreranno la cittadinanza e presenteranno il loro libro.

La loro è una storia raccontata attraverso i documenti di archivio, il processo, la giustizia mancata, le voci e i ricordi dei familiari, ma è anche una storia di donne, colleghe, amiche, mogli, figlie e nipoti che ‘tengono in vita’ quella storia. L’8 marzo 1944 dalla stazione Santa Maria Novella a Firenze parte un trasporto diretto a Mauthausen. Su quel convoglio ci sono, tra gli altri, cinque operai della SITCA (Stabilimento industriale toscano e Cartiera Cini), che avevano incrociato le braccia in quei giorni di marzo per il più grande sciopero operaio della Seconda guerra mondiale. Arrestati con altre settantadue compagne di lavoro da un baldanzoso commissario di PS, vengono portati tutti al centro di raccolta nazista delle Scuole leopoldine di Firenze. Le donne saranno liberate, loro moriranno a Mauthausen. Questo libro, corredato da documentario audio, racconta la storia di quei mariti, padri, nonni e bisnonni, di cui in pochi hanno conservato memoria.

L’ultimo appuntamento in calendario è per il 3 febbraio quando, sempre in Sala Tobino a Palazzo Ducale, il direttore dell’Isrec, Jonathan Pieri e i componenti dell’Istituto Silvia Quintilia Angelini e Stefano Bucciarelli avranno un doppio incontro – la mattina con le scuole secondarie di secondo grado (ore 10) e il pomeriggio con la cittadinanza (ore 17) – sul tema«Persecuzione antiebraica in provincia di Lucca 1943-1945: leggi razziali, deportazione e salvezza». Anche questo incontro è a ingresso libero.

Per le scuole medie e superiori possibilità di visite guidate della mostra. Per informazioni e prenotazioni si può contattare la Scuola per la Pace della Provincia al numero 0583/417481 o alla mail scuolapace@provincia.lucca.it

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