Il 17 settembre si terranno le amministrative a Yerevan, una sfida importante perché nella capitale vi abita un terzo della popolazione dell’Armenia, e poi perché sarà un test per il governo Pashinyan, in un momento in cui il dibattito politico armeno è dominato dalla questione del Karabakh
La scorsa settimana, senza grande clamore, è iniziata la campagna elettorale per le elezioni amministrative a Yerevan, fissate per il prossimo mese di settembre. Nonostante un avvio infelice, la tornata elettorale potrebbe però rivelarsi movimentata, anche se le problematiche locali, come il trasporto pubblico e la raccolta dei rifiuti, sicuramente resteranno in secondo piano rispetto a problemi più grossi con cui il paese si trova a dover fare i conti – nello specifico, la questione del Karabakh e il destino del primo ministro Nikol Pashinyan.
Considerando che le elezioni politiche dovrebbero tenersi solo nel 2026, alcuni oppositori del premier vedono nelle elezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Yerevan un’occasione per cavalcare l’onda del crescente malcontento nei confronti del governo di Pashinyan. Tra gli obiettivi di chi si oppone all’attuale premier è anche quello di impedire il raggiungimento di un accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan in un momento in cui i negoziati sono giunti ad un punto critico, che però potrebbe portare anche ad una svolta.
La questione del controllo della capitale Yerevan – dove vive almeno il 35 per cento della popolazione dell’Armenia – ha sempre tenuto sulle spine i governi armeni susseguitisi negli anni. Se fino al 2009 la città era stata governata da sindaci nominati senza elezioni, con le modifiche costituzionali approvate nel 2005 – come parte degli impegni assunti nei confronti del Consiglio d’Europa in quello stesso anno – il sistema elettorale è completamente cambiato.
Anche queste modifiche si sono però rivelate controverse. Invece di eleggere direttamente il sindaco, negli ultimi decenni gli abitanti di Yerevan venivano chiamati alle urne per eleggere il consiglio comunale composto da 65 membri, che poi nominavano il sindaco, cercando così di evitare che le elezioni si trasformassero in una lotta per il potere politico ed economico. Le cose però sono cambiate dopo il devastante conflitto tra Armenia e Azerbaijan sull’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh (NKAO).
Nel dicembre del 2021 il consiglio comunale di Yerevan ha rimosso il sindaco Hayk Marutyan, un ex alleato di Pashinyan, eletto nel bel mezzo dell’euforia della rivoluzione [di velluto del 2018], il quale però aveva rotto i rapporti col premier all’indomani dalla sconfitta dell’Armenia nella guerra contro l’Azerbaijan. Temendo un eventuale ritorno di Marutyan sulla scena politica, l’anno scorso le autorità hanno avviato un’indagine contro di lui per presunta corruzione.
I critici di Pashinyan sostengono che sotto il suo governo simili tentativi di controllare l’amministrazione locale siano diventati una prassi abituale .
In questo contesto, l’annuncio di Marutyan di volersi candidare nuovamente alla carica di sindaco, questa volta però tra le fila dell’opposizione, ha aggiunto una nuova dimensione alle imminenti elezioni amministrative, aprendo la strada a quella che potrebbe rivelarsi una resa dei conti di cruciale importanza. Tra le forze dell’opposizione (tredici partiti e una coalizione) che alle elezioni di settembre sfideranno il candidato proposto da Pashinyan, l’attuale vice sindaco Tigran Avinyan – c’è anche un altro ex alleato del premier, Mane Tandilyan.
Marutyan ha già accusato Pashinyan di aver tradito la rivoluzione del 2018 sulla scia della quale era salito al potere. Aprelu Yerkir – partito fondato da Tandilyan e sponsorizzato da Ruben Vardanyan, l’ex de facto ministro di Stato del Karabakh – sembra invece puntare più in alto. Il controverso politico, di origini russo-armene, ha fatto appello affinché le elezioni amministrative vengano sfruttate per rimuovere dal potere “i traditori” e impedire la firma di un accordo di pace con l’Azerbaijan.
L’opposizione parlamentare legata ai due ex presidenti dell’Armenia, Robert Kocharyan e Serg Sargsyan, ha invece deciso di boicottare l’imminente tornata elettorale a Yerevan. Alle elezioni parteciperà solo un deputato dell’opposizione, Andranik Tevanyan che, pur non appartenendo ad alcun partito, è vicino al gruppo Hayastan, guidato da Kocharyan. Anche Tevanyan ha affermato che il suo obiettivo è rovesciare Pashinyan e porre fine alla sua controversa politica sul Karabakh.
Tevanyan si è dimesso da parlamentare per potersi candidare alle elezioni comunali, e Kocharyan ha già annunciato il suo sostegno. Nel frattempo, un altro partito legato ai precedenti regimi, Armenia prospera, ha deciso di boicottare il voto perché, come sostengono i suoi rappresentanti, in un momento in cui il dibattito politico armeno è quasi completamente dominato dalla questione del Karabakh, risulta impossibile condurre una campagna elettorale incentrata sulle problematiche locali.
Resta da vedere quanto questa resa dei conti influenzerà gli elettori.
Ad esempio, in un recente sondaggio , solo il 9,3% degli intervistati ha affermato di voler votare Avinyan e appena il 3,6% si è detto pronto a dare i proprio voto a Marutyan. Dal sondaggio è emerso che altri partiti e candidati dell’opposizione godono di un sostegno ancora minore. Inoltre, il 19% degli intervistati non ha alcuna intenzione di recarsi alle urne, mentre il 55% non crede che le elezioni saranno eque e libere.
Alcuni hanno infatti già accusato Avinyan di aver abusato delle risorse pubbliche . C’è poi chi ritiene che il movimento Civic Contract possa conquistare oltre il 50% dei voti, suscitando grande sorpresa. Nel frattempo, la popolarità di Pashinyan è in caduta libera. Ad ogni modo, il 33,6% degli intervistati è ancora indeciso su chi votare, quindi la campagna elettorale, iniziata lo scorso 23 agosto, sarà fondamentale per tutti i candidati per mobilitare e influenzare gli elettori.
Non vi è però dubbio che molti percepiranno le elezioni del prossimo 17 settembre esclusivamente nel contesto del conflitto del Karabakh, soprattutto se l’opposizione dovesse rendere questa questione parte integrante della propria campagna elettorale.
Se vincesse il candidato proposto da Pashinyan sarebbe una tacita approvazione della soluzione del conflitto con l’Azerbaijan che si protrae da ormai tre decenni. Lo stesso vale in caso di un’eventuale bassa affluenza. Se invece Avinyan dovesse perdere – oppure uscire vincitore da una tornata elettorale truccata – sarebbe il segnale di un diffuso dissenso verso la politica di Pashinyan.
In molti avevano interpretato la rielezione di Pashinyan nel 2021 come espressione del continuo sostegno alla sua politica. Tuttavia, Pashinyan non ha mantenuto la sua promessa elettorale – quella di battersi per un’indipendenza del Karabakh inspirata al modello di secessione riparatoria – e ora è favorevole al riconoscimento della regione separatista, abitata principalmente da armeni, come parte integrante dell’Azerbaijan, pur sostenendo la necessità di garantire i diritti e la sicurezza della popolazione armena.
Staremo a vedere cosa ne pensano gli elettori.
Al momento nella capitale non c’è traccia di alcuna grande contestazione popolare, nonostante il perdurare del blocco del corridoio di Lachin che collega l’Armenia al Karabakh. Se però dovessero scoppiare proteste, il futuro politico di Pashinyan sarebbe messo in discussione in vista delle elezioni politiche previste per il 2026. Date queste premesse, le imminenti elezioni a Yerevan potrebbero rivelarsi un vero banco di prova per la democrazia armena.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-08-29 15:25:472023-08-30 15:27:01Amministrative a Yerevan sullo sfondo del Karabakh (Osservatorio Balcani e Caucaso 29.08.23)
Il Canada sta intensificando il suo coinvolgimento diplomatico in Armenia mentre considera la possibilità di revocare l’embargo militare sulla Turchia, nel contesto dei negoziati sulla NATO e sulla sicurezza regionale. L’interesse del Canada per la sicurezza del Caucaso meridionale sembra connesso ad un conflitto diplomatico in corso con la Turchia. Funzionari canadesi hanno annunciato la loro decisione di unirsi alla missione di monitoraggio dell’UE pochi giorni dopo il vertice annuale della NATO in Lituania, dove Ottawa avrebbe riaperto i colloqui con la Turchia sull’esportazione della tecnologia di difesa canadese. Il Canada ha annullato i permessi di esportazione militare verso la Turchia nel 2021, dopo aver ricevuto “prove credibili” che la Turchia aveva trasferito tecnologia di fabbricazione canadese all’Azerbaijan che è stata poi utilizzata con grande efficacia nella guerra del Nagorno-Karabakh del 2020. Pertanto il Canada spera, a quanto pare, che unendosi alla missione di monitoraggio delle frontiere dell’UE in Armenia, possa proteggersi da qualsiasi potenziale ricaduta politica della revoca dell’embargo. Il governo del primo ministro Justin Trudeau non vuole creare complicazioni alla NATO mantenendo l’embargo, ma non vuole nemmeno alienare un piccolo ma influente elettorato interno, la comunità armena della diaspora del paese.
Il Canada intende aprire un’ambasciata in Armenia e a unirsi alla missione UE
In precedenza, le autorità canadesi avevano annunciato l’intenzione di aprire un’ambasciata a tutti gli effetti in Armenia. Questo tema, in particolare, è stato discusso lo scorso autunno dai primi ministri di Armenia e Canada Nikol Pashinyan e Justin Trudeau. Attualmente ci sono due consolati canadesi a Yerevan (il secondo è stato aperto a novembre 2022). I poteri dell’ambasciatore del Canada in Armenia sono conferiti ad Alison Leclaire, capo della missione diplomatica del Canada in Russia. Quindi, il ministro degli Esteri canadese Mélanie Joly visiterà l’Armenia a settembre per partecipare alla cerimonia di apertura dell’ambasciata a Yerevan. Lo ha annunciato il Comitato nazionale armeno del Canada in seguito all’incontro di Joly con i rappresentanti della comunità armena locale tenutosi presso il Centro armeno di Montreal. Durante l’incontro inoltre, si è discusso della situazione critica nell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) e del conseguente blocco del corridoio Lachin, che minaccia la sicurezza della popolazione dell’Artsakh. Il Comitato Nazionale Armeno del Canada ha sottolineato l’importanza dell’esercizio del diritto del popolo dell’Artsakh all’autodeterminazione nazionale, poiché è l’unica garanzia per la vita sicura e pacifica del popolo dell’Artsakh e che l’Artsakh non potrà mai essere subordinato all’Azerbaigian e diventare vittima di un genocidio.
Nel contesto geopolitico attuale, caratterizzato dal conflitto ucraino e dallo scontro tra Bruxelles e Mosca, l’incremento dell’export europeo verso l’Armenia ha sollevato dubbi sulla possibilità che questo permetta di aggirare le sanzioni, dilemma che però non coinvolge il vicino Stato azerbaigiano la cui politica estera sfrutta il supporto europeo, ma non tralascia gli accordi commerciali con la Russia.
Nelle ultime settimane sono apparsi su alcune testate italiane articoli che ponevano dubbi sui dati dell’export italiano verso alcuni Paesi dell’area euro-asiatica, lasciando intendere che questi Stati svolgano un ruolo di ponte per aggirare le sanzioni comminate dall’Unione europea alla Russia in conseguenza del conflitto in Ucraina.
Titoli e contenuti di questi articoli meritano alcune riflessioni al fine di dare ai numeri forniti la loro esatta cornice, in special modo nel contesto del Caucaso meridionale, regione che detiene una importanza strategica nello scacchiere geopolitico eurasiatico fungendo da ponte tra l’Europa e l’Asia.
Rapporti commerciali Italia-Armenia nel contesto economico armeno
Analizzando il caso dell’Armenia è possibile constatare chel‘export italiano verso questa repubblica caucasica è sensibilmente aumentato rispetto ai dati del 2021 (138 milioni di euro) e quest’anno oscillerà fra i 250 e i 350 milioni di euro.
In percentuale l’incremento è certamente significativo, ma nel calcolo complessivo non sarà difficile notare come le cifre in questione siano risibili rispetto all’export italiano verso la Federazione Russa che nel 2021 ha superato gli otto miliardi di euro (99 invece i miliardi dell’export complessivo dei Paesi dell’Unione Europea verso la Federazione russa nello stesso anno).
Parliamo, dunque, di un incremento di circa 200 milioni, max 250 milioni di euro, rispetto a due anni fa; numeri modesti i quali permettono di dissentire o almeno mettere in dubbio la tesi secondo la quale le aziende italiane stiano sfruttando il mercato armeno per aggirare le sanzioni.
Non va peraltro tralasciato di ricordare come il prodotto interno lordo (PIL) armeno sia cresciuto a doppia cifra negli ultimi mesi grazie a un’economia che si sta riprendendo dal disastro della guerra con l’Azerbaigian del 2020 e dalle conseguenze del Covid.
La presenza, poi, di diverse migliaia di giovani russi e ucraini arrivati in Armenia per sfuggire all’obbligo della leva e della coscrizione nel conflitto in corso ha determinato un sostanziale, inevitabile, arricchimento dell’economia armena (e lo si intuisce dai prezzi degli affitti nella capitale Yerevan) sicché non è peregrino immaginare che una parte del surplus di export arrivato nel Paese (che non dimentichiamo fa parte dell’Unione Economica Euroasiatica) sia finito proprio nelle tasche della nuova ricca immigrazione.
Andrebbe altresì dato atto che il governo armeno ha comunque promesso di vigilare su eventuali dati anomali e, in tale ottica, il 25 maggio ha emesso il provvedimento n° 808 (“Approvazione dell’elenco delle merci sensibili esportate dalla repubblica di Armenia e transitate attraverso il territorio della repubblica di Armenia”).
A ben vedere, quel che manca nelle analisi in questione è una valutazione a tutto campo senza quelli che appaiono come “favoritismi”: ad esempio la mancanza di riflessioni sul ruolo dell’Azerbaigian (“partner affidabile” secondo la presidente Von der Leyen) rischia di apparire come un trattamento privilegiato al fine di tutelare comunque gli interessi europei.
Non è infatti errato esprimere perplessità sull’aumento quantitativo di gas in arrivo in Italia via TAP dal 2022. Ed è notizia di pochi giorni fa anche di un nuovo accordo di fornitura di gas tra Azerbaigian e Ungheria per un miliardo di metri cubi annui.
Sarebbe dunque opportuno eliminare dalla politica estera europea quell’ipocrisia di fondo che porta a differenti valutazioni di “forma” pur in presenza della medesima “sostanza”.
Conclusioni
L’Armenia sta attraversando, nonostante i buoni dati dell’economia, un periodo difficile: l’aggressività dell’Azerbaigian, le ripetute minacce di un nuovo conflitto, il palese boicottaggio di ogni iniziativa di sviluppo (a titolo di esempio, il forzato blocco della costruenda acciaieria di Yeraskh a causa dei colpi sparati dai cecchini azeri dalle vicine postazioni di confine) si fanno ogni giorno più forti.
A ciò si aggiunga la grave crisi umanitaria che sta attanagliando il Nagorno Karabakh-Artsakh a causa del blocco azero sul corridoio di Lachin, ovvero sull’unico collegamento tra la regione e l’Armenia stessa.
L’Unione Europea sta cercando attivamente di portare le parti a un accordo di pace, ma a rischio di sacrificare i 120.000 armeni del Nagorno Karabakh che, intanto, stanno morendo di fame per la penuria di cibo e materie prime. C’è invero il sospetto che Bruxelles, nella sua azione diplomatica, preferisca privilegiare i buoni accordi commerciali ed energetici con Baku piuttosto che le relazioni con Yerevan.
E certe “grida di allarme” su presunti aggiramenti delle sanzioni antirusse, oltre a essere a senso unico e limitate a poche risibili decine di milioni di euro, sembrano quasi mirate a colpevolizzare politicamente una parte rispetto all’altra con la conseguenza aggiuntiva di avvilire ulteriormente l’export italiano già duramente colpito.
Dalla Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, giunge oggi un nuovo, ennesimo appello a ripristinare la libera circolazione lungo il corridoio Lachin, il cui blocco, dal dicembre 2022, ha generato una preoccupante situazione umanitaria nel Nagorno-Karabakh. “Nonostante i miei appelli e quelli di numerosi altri stakeholder internazionali, la situazione umanitaria e dei diritti umani nell’area si è ulteriormente deteriorata, colpendo in particolare i più vulnerabili”, afferma Mijatović. Tagliato l’accesso alle forniture alimentari e alle cure mediche urgenti, “la popolazione si trova ad affrontare la mancanza di medicinali e di beni di prima necessità salvavita”, riferisce dal territorio il Comitato internazionale della Croce Rossa, che è rimasta l’unica organizzazione umanitaria su quella striscia di terra. Come Mijatović aveva già indicato nel Memorandum del 2021, “Armenia e Azerbaigian dovrebbero compiere sforzi per avanzare sulla via della riconciliazione e garantire una pace duratura per tutte le persone”, ribadisce la commissaria, che rinnova anche la propria disponibilità e il proprio impegno a “dialogare con tutti gli interlocutori rilevanti” e a recarsi nel Nagorno-Karabakh “per contribuire a superare le sfide esistenti in materia di diritti umani”.
Giovedì 31 agosto sempre alle ore 21.30, nello spazio aperto del teatro Sant’Antonio di Tonfano, in cia Verdi 17 (in caso di maltempo al chiuso) si esibirà, in un altro prestigioso concerto di musica da camera, la giovane pianista affermata a livello internazionale e vincitrice del Premio pianistico Schumann 2023, Maya Oganyancon un programma ricco di contenuti espressivi musicali.
Maya Oganyan, diciassettenne, nasce a Mosca e dal 2011 vive e studia a Venezia. Inizia a prendere lezioni di pianoforte all’età di 4 anni e per 2 anni studia con il M° Alexander Maykapar, celebre clavicembalista, organista e pianista russo e professore all’Accademia di Musica “Gnessin”. Nel 2015 entra al Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, dove studia per 7 anni sotto la guida del M° Massimo Somenzi. Inizia successivamente gli studi accademici con M° Muriel Chemin e dal 2022 prosegue nella classe del M° Olaf John Laneri. Maya è vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali per giovani musicisti, tra cui il “Premio Schumann” del “Concordo Rospigliosi”, aggiudicandosi anche il premio del pubblico, “Vienna Grand Prize Virtuoso Competition”, “Orbetello Piano Competition”, “La Palma D’Oro”, vincendo anche il Premio Pettini “al miglior talento messosi in evidenza tra tutti i Primi Premi di tutte le sezioni”. Inoltre, si è esibita in molte sale italiane ed estere, in numerosi festival, tra cui l’Unione Musicale di Torino, in duo con il violoncellista Ettore Pagano, Musikamera nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice, Ascoli Piceno Festival, Cremona International Music Festival, partecipando ad un concerto in onore del compositore Valentin Silvestrov. Il 3 giugno 2021 si esibisce per la prima volta in un concerto come solista accompagnata dall’Orchestra Filarmonica Armena diretta dal M° Eduard Topchjan nella celebre sala “Aram Khachaturian” di Yerevan, eseguendo il Concerto n. 3 di Beethoven, in onore del M° Riccardo Muti, presente in sala, e del Ravenna festival in occasione del passaggio a Yerevan per il progetto “Le vie dell’amicizia” 2021. Il programma viene replicato al Teatro Toniolo di Mestre accompagnata dall’Orchestra di Padova e del Veneto e al Teatro Verdi di Firenze con l’Orchestra Filarmonica Armena. Nel 2023 ritorna a suonare a Yerevan eseguendo il Concerto per due pianoforte di Mozart con la pianista Eva Gevorgyan e l’Orchestra Filarmonica Armena. Nell’ottobre 2021 Maya suona il Concerto n. 23 di Mozart con l’Orchestra Filarmonica Armena nella Cappella Paolina del Quirinale in presenza del Presidente Sergio Mattarella e del Presidente della Repubblica d’Armenia Armen Sarkissian. Al giorno d’oggi prosegue i suoi studi, sotto la guida del M° Roberto Prosseda all’Accademia di Prato, segue il corso di Musica da Camera con il M° Marco Zuccarini presso l’Accademia Internazionale di Imola e frequenta il corso di alto perfezionamento con M° Lilya Zilberstein presso l’Accademia Chigiana.
L’appuntamento concertistico, straordinario per il tema ed i contenuti, non può essere veramente perso! Per qualsiasi informazione telefonare al numero 335/5439579.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-08-28 15:52:572023-08-30 15:54:09Giovedì Maya Oganyan in concerto al teatro Sant’Antonio di Tonfano (Lagazzettadilucca 28.08.23)
Il Nagorno-Karabakh, alta e florida regione montana del Caucaso rischia di trasformarsi da giardino rigoglioso in un deserto. La regione enclave a maggioranza etnica armena nel territorio Azero ha una storia peculiare. Ed è stata attraversata da vicende estremamente complesse che, intersecandosi, ne hanno plasmato una specificità geopolitica.
La storia che coinvolge il Nagorno è alquanto articolata. Dopo l’Età moderna, a seguito delle due rivoluzioni russe del 1917, il Karabakh divenne parte della Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, dissoltasi in poco tempo in Armenia, Azerbaigian e Georgia. Nel corso dei due anni successivi (1918-1920), si susseguirono una serie di brevi conflitti tra Armenia e Azerbaigian in diverse regioni. Successivamente, le truppe turco-ottomane entrarono nel Karabakh, incontrando la resistenza degli armeni (si ricorda che dal 1915 al 1919 ebbe luogo un terribile genocidio degli Armeni nel territorio ottomano). Con la sconfitta dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale, le truppe britanniche occuparono la regione in attesa di una decisione finale da parte della Conferenza di pace di Parigi.
Nel 1920 in Azerbaigian prevalse la fazione rivoluzionaria che portò ad un’occupazione militare russa e, nello stesso anno, si consumò un feroce conflitto tra il Movimento Nazionale Turco e la Repubblica di Armenia, che si concluse con il tracollo armeno, la perdita di territori occupati dalla Turchia, un’insurrezione popolare e l’occupazione dell’armata rossa dell’Armenia. Nel giro dei seguenti due anni gli stati caucasici si ritrovarono nuovamente riuniti in Unione sovietica, prima come un’unica Repubblica federativa sovietica transcaucasica e successivamente come repubbliche di Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il Nagorno-Karabakh fu incorporato nell’Azerbaigian, ma data la peculiarità culturale fu istituito un Oblast Autonomo del Karabakh (che indica una regione a vasta autonomia) a maggioranza armena all’interno della repubblica azera.
Al crollo dell’Unione Sovietica nell’esacerbarsi delle identità religiose e nazionalistiche degli ex stati sovietici riemerse la questione del Nagorno-Karabakh che ha portato ad un primo sanguinoso conflitto tra Azeri e Armeni tra il 1992 e il 1994 conclusosi con un difficile percorso di pace; e a partire dal 2001 sia la Repubblica d’Armenia che la Repubblica dell’Azerbaigian sono entrate nel Consiglio d’Europa. Il conflitto si riaccende nuovamente tra settembre e novembre del 2020, creando una nuova emergenza umanitaria alla quale ha fatto fronte una forza di pace e la Croce Rossa internazionale che garantiva l’approvvigionamento di beni di primaria importanza attraverso il corridoio di Lachin, un piccolo lembo territoriale che consente agli aiuti umanitari di giungere al Nagorno-Karabakh.
L’accorato appello dell’Internazionale socialista si rivolge alle forze internazionali, ai leader progressisti e ai due partiti membri dell’Internazionale Socialista dei due paesi coinvolti, dunque la Federazione Rivoluzionaria Armena e il Partito social Democratico Azero. Di seguito la traduzione della dichiarazione dell’Internazionale sulla crisi umanitaria in corso.
Benedetto Ligorio
Ph.D.
Internazionale Socialista: Dichiarazione sulla crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh
L’Internazionale Socialista è profondamente preoccupata per la crescente crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh. Il continuo blocco del corridoio Lachin da parte dell’Azerbaigian ha causato per diversi mesi una situazione insostenibile e una crisi umanitaria. La privazione di cibo, medicine, gas ed elettricità fornite dall’Armenia sta rapidamente provocando fame e una catastrofe umanitaria nella regione.
La politica azera volta alla chiusura del corridoio Lachin dal 12 dicembre 2022, l’interruzione dell’unica linea elettrica ad alta tensione che alimenta il Nagorno-Karabakh l’Armenia dal 9 gennaio 2023, l’interruzione della fornitura di gas dal 21 marzo 2023 e inoltre la il blocco totale dal 15 giugno 2023 ha un impatto disastroso sulle condizioni di vita della popolazione armena autoctona del Nagorno-Karabakh.
Notiamo che dal 15 giugno 2023 le forniture di cibo, medicinali e altri beni essenziali, precedentemente effettuate dalle forze di mantenimento della pace russe e dal Comitato internazionale della Croce Rossa, sono state interrotte a causa del blocco del corridoio Lachin da parte dell’Azerbaigian. Il blocco continuo viola le decisioni giuridicamente vincolanti riguardanti il corridoio Lachin adottate dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
L’Internazionale Socialista è inoltre estremamente preoccupata per i rapporti e gli allarmi sull’imminente minaccia di genocidio della popolazione del Nagorno-Karabakh, sollevati da eminenti esperti internazionali e da istituzioni competenti, come il Lemkin Institute for Genocide Prevention e Luis Moreno Ocampo, il primo procuratore della Corte Penale Internazionale.
L’Internazionale Socialista esorta il governo della Repubblica dell’Azerbaigian ad aprire il corridoio Lachin per garantire il trasporto di persone e merci in entrambe le direzioni immediatamente in conformità con i suoi obblighi internazionali e le decisioni giuridicamente vincolanti adottate dai tribunali internazionali.
Esortiamo inoltre i nostri partiti membri dell’Armenia e dell’Azerbaigian a lavorare insieme per garantire una risoluzione sostenibile del conflitto del Nagorno-Karabakh.
Chiediamo inoltre alla comunità internazionale di accelerare i suoi sforzi per chiedere alle autorità azerbaigiane di porre fine al blocco del corridoio Lachin.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-08-28 15:36:022023-08-30 15:38:38Nagorno-Karabakh. IS, situazione insostenibile (Avantionline 28.08.23)
Si riaccende la crisi in Nagorno Karabakh, l’enclave armena in territorio azero che da aprile vive in stato di isolamento dopo che le truppe azere hanno chiuso il passaggio dal corridoio di Lachin, l’unico accesso dall’Armenia ai territori dell’Alto Karabakh. Sergey Ghazaryan, ministro degli Esteri dell’autoproclamata repubblica, denuncia che è in atto “una politica del genocidio” da parte di Baku, che vuole “eliminare la popolazione indigena armena dalla loro patria. L’obiettivo dell’Azerbaigian non è altro che la ‘de-armenizzazionè del Nagorno Karabakh”. Ghazaryan sottolinea inoltre quanto la popolazione dell’enclave si trovi “vicina a una catastrofe umanitaria” e che la vita di “120mila persone è a rischio”. “Il Corridoio Lachin, la cui sicurezza è stata stabilita dalla dichiarazione trilaterale del cessate il fuoco del 2020, non è solo necessario per l’arrivo degli aiuti umanitari, è un elemento essenziale per la sicurezza del nostro popolo e per il nostro sviluppo socio-economico”, continua il rappresentante della repubblica non riconosciuta, sottolineando come “la sicurezza di tale passaggio sia un tassello fondamentale per raggiungere una pace duratura”.
Le proteste in Armenia – Una situazione che è sfociata anche in proteste nella capitale armena Yerevan, dove il 24 agosto i manifestanti hanno bloccato la città per esprimere il loro dissenso nei confronti dell’esecutivo del premier armeno Nikol Pahinyan e la sua gestione del negoziato di pace con l’Azerbaigian. L’opposizione accusa il premier di usare una linea troppo debole e chiede un azione rapida contro il blocco azero agli accessi al Nagorno Karabakh che sta determinando una crisi umanitaria nell’enclave armena lasciata da oltre due mesi senza assistenza umanitaria. Pashinyan a sua volta ha risposto alle proteste facendo sapere in un messaggio pubblico che “il negoziato verso la pace è l’unica strada per garantire all’Armenia una vera indipendenza”.
Le criticità nella zona di Lachin – Stando agli accordi di cessate il fuoco del 2020, il passaggio nella zona di Lachin doveva essere sotto il controllo delle forze d’interposizione russe, ma le truppe di Mosca hanno di fatto passato il controllo del posto di frontiera alle forze azere da questo aprile. Il rappresentante delle autorità del Karabakh non risparmia critiche all’Ue accusandola di “interagire regolarmente con l’Azerbaigian nonostante la azioni genocide che Baku sta attuando contro di noi”. Ghazaryan chiede infatti “sanzioni contro Baku”, e lamenta la lentezza dell’Ue nell’approvare misure contro l’Azerbaigian sottolineando come “questo comportamento dà all’Azerbaigian la fiducia nella propria impunità”. Intanto Euma, la missione civile di monitoraggio dell’Ue in Armenia, è partita a febbraio 2023.
Riguardo alle garanzie di sicurezza per gli armeni del Karabakh, punto fondamentale del processo di pace in corso tra Armenia e Azerbaigian, Ghazaryan insiste sulla necessità di “mediatori internazionali e un meccanismo internazionale ben progettato sul terreno”. In mancanza di garanzia di sicurezza per gli armeni del Karabakh, l’intero negoziato sarebbe infatti a rischio fallimento e tornerebbe “il pericolo di una ripresa delle ostilità, possibilità resa evidente dalle provocazioni, le violazioni del cessate il fuoco e le quotidiane minacce di ricorrere alla forza da parte dell’Azerbaigian“.
La missione europea – Nata da pochi mesi sullo stampo della vicina missione di monitoraggio in Georgia, Euma conta attualmente circa 100 impiegati europei tra cui un’italiana e 6 basi nelle regioni più esposte, tra cui il quartier generale nella cittadina di Yeghegnadzor. La missione rappresenta di fatto gli occhi dell’Ue sul campo e opera sulle basi di un accordo bilaterale con il governo armeno con il mandato di osservare e riportare a Bruxelles gli sviluppi su tutta la linea di contatto tra Armenia e Azerbaigian. Un mandato esteso a tutto il confine perché ciò che minaccia la fragile tregua tra i due Paesi non è solo più la questione del Nagorno Karabakh, che rimane fuori dal mandato della missione. Dal conflitto del 2020 le tensioni infatti si sono allargate a tutti i villaggi di confine con incursione azere in territorio armeno, allargando la tensione anche nelle regioni ad est o quelle ad ovest adiacenti all’exclave azera del Nakhichevan. Un mandato che inizialmente voleva garantire l’accesso a entrambi i fronti ma che ha incontrato il no secco di Baku, contraria alla presenza di qualsiasi missione internazionale sul suo territorio.
Gli osservatori Ue non sono però gli unici: i russi sono ancora presenti nella regione con oltre mille uomini armati, i cosiddetti ‘russian peacekeepers’, che è facile vedere sui loro camion verdi percorrere le stesse strade battute dagli europei. Dopo aver facilitato la firma del cessate il fuoco del 2020, l’Ue ha però progressivamente sfilato a Mosca il ruolo di mediatore nel conflitto caucasico ospitando a Bruxelles i negoziati di pace. Le truppe russe fino al 2020 erano percepite come garanzia di sicurezza per gli armeni ma dopo l’escalation non sono più viste di buon occhio da chi vive a ridosso delle trincee.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-08-28 15:32:322023-08-30 15:34:58Crisi in Nagorno Karabakh, l’enclave armena da due mesi senza assistenza umanitaria. “Genocidio in atto” (Il Fatto Quotidiano 28.08.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 28.08.2023 – Vik van Brantegem] – Mai avrei pensato nei primi giorni di arrivare al giorno 260° – vuol dire che sono un ottimista – ma presto avevo capito che lo psicopatico di Baku faceva sul serio. L’aveva detto per decenni e il 27 settembre 2020 l’ha mostrato e poi l’ho ripetuto con ogni esternazione e con ogni atto e azione. Se il mondo non lo fermerà, lui ha intenzione di fermare il mondo civilizzato, come avevano intenzione di fare Stalin, Hitler, Mao, Pol Pot, ecc. Non ci vuole tutta questa intelligenza o tre lauree per capirlo.
È difficile sopravvalutare questa frase del The Azeri Times, medium statale azero. Il genocidio armeno è accettato come un fatto in ogni Paese al di fuori dell’Azerbaigian e della Turchia. Il dibattito sull’argomento è praticamente finito. Il fatto che la narrazione sia andata nella direzione opposta in Azerbajgian e Turchia li isola dal resto del mondo. Alcuni “ignoranti ostinati” (“ignorante” non è una parola offensiva, indica qualcuno che ignora; “ostinato” indica invece qualcuno che si ostina a non riconoscere verità e giustizia), ovvero i negazionisti del genocidio armeno, sembrano ad aver difficoltà a comprendere la connessione tra la negazione del genocidio e il #ArtsakhBlockade. Nessuna sorpresa qui, perché la negazione vuol dire: “Va bene uccidere centinaia di migliaia di persone (se non milioni) a causa della loro etnia, non c’è niente di sbagliato nello stuprare donne, uomini e bambini, va bene confiscare le loro proprietà e i loro conti bancari. Lo rifaremo quando le condizioni saranno mature”.
Dal momento che sono troppo pigri per “pensare” e grazie al livello di lavaggio del cervello a cui sono stati sottoposti dalla macchina di propaganda di Aliyev, non hanno idea del significato della negazione e del fatto che sia una fase determinante di un genocidio.
Infine, la società azera non si pone neanche la domanda perché il loro fratello maggiore (due nazioni, un fascismo) abbia aiutato l’Azerbajgian nella guerra dei 44 giorni contro l’Artsakh e perché lo sostiene con armi, formazione e assistenza militare (è accertato che l’esercito dell’Azerbajgian non sapeva come utilizzare i drone turchi, che son stati operati da militari turchi che successivamente hanno istruito l’esercito azero).
«Cos’è questa se non una catastrofe? Capite che le persone non hanno cibo da mangiare? (Personalmente non riesco a comprare un solo pagnotta di pane da 4/5 giorni). Questa è semplicemente una prigione a cielo aperto. Probabilmente in prigione si nutrano tre volte al giorno a differenza del Nagorno-Karabakh» (Marut Vanyan, giornalista freelance di Artsakh – Email).
In chiara violazione del diritto alla libertà di parola e con un passo contro la democrazia, Facebook ha cancellato il profilo del Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan dopo le denunce del governo dell’Azerbaigian
Dopo aver tagliato il cavo in fibre ottiche per ostacolare l’accesso a Internet, Aliyev ha bloccato anche la presenza su Facebook del Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan. Il 26 agosto 2023, la pagina Facebook ufficiale di Harutyunyan è stata oscurata a seguito delle persistenti denunce da parte dell’Azerbajgian, ha riferito il Dipartimento di informazione dell’Ufficio del Presidente dell’Artsakh. Per mesi sono stati presentati reclami contro la pagina, a seguito dei quali sono state gradualmente imposte forti restrizioni alla pagina sotto forma di diminuzione della visibilità dei post e del blocco di varie funzioni. A seguito di recenti reclami, dal 26 agosto la pagina non è più raggiungibile. I responsabili della pagina hanno presentato il reclamo a Facebook secondo le procedure stabilite, chiedendo le motivazioni per la decisione di oscurare la pagina, che contava 459.000 follower ed è stata determinante nel garantire la trasparenza delle attività del Presidente dell’Artsakh.
Lo Staff del Presidente dell’Artsakh ritiene inaccettabile la decisione di Facebook, soprattutto nelle attuali difficili condizioni, in cui l’Azerbajgian sottopone il popolo dell’Artsakh all’isolamento e al blocco assoluto, anche nel campo dell’informazione.
Il fatto che i giganti dei media favoriscano gli affari con regimi autoritari rispetto ai diritti umani non è una novità, ma considerando il #ArtsakhBlockade in corso, la decisione di Meta può essere visto come un crimine di complicità nel genocidio, fornendo sostegno diretto al regime autocratico di Baku in questo crimine.
E non venire a ripetere che Meta è una società privata e – “quindi” – può fare quello che vuole, fino a censurare. Si tratta di un’affermazione fallace e non merita neanche una risposta. Chi lo dice dimostra di ignorare in che mondo viviamo.
Dopo la recita dell’Angelus Domini con i pellegrini in Piazza San Pietro ieri, Papa Francesco ha detto: «Restiamo sempre vicini anche al popolo ucraino, che soffre per la guerra, e soffre tanto: non dimentichiamo l’Ucraina!» Continuiamo con fiducia e speranza attendere che il Papa si accorge del popolo armeno dell’Artsakh che soffre per la guerra, soffre tanto, per dimostrare di non dimenticare l’Artsakh.
Domenica nella cattedrale della Santa Madre di Dio della Chiesa Apostolica Armena a Stepanakert (Foto di Marut Vanyan, giornalista freelance di Artsakh – Email mailto:marutvanyan@gmail.com).
L’insediamento illegale nel villaggio di Talish con coloni azeri da parte dell’Azerbajgian dopo la pulizia etnica dalla popolazione armena nel 2020 è un vivido esempio di come l’Azerbajgian vede l’integrazione. “Integrano” i territori dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh in Azerbajgian, non la popolazione armena.
«Khankendi, 25.08.23. Un bel matrimonio degli Armeni del Karabakh Liana e Suren ieri in un ristorante con numerosi ospiti, tavole apparecchiate e musica. Sono disponibili cibo, elettricità e carburante. Non c’è fame, né crisi umanitaria» (un troll abituale su Twitter – con filmati e foto di gente che balla e posta foto, senza ombra di cibo, senza indicazione di data e luogo).
Il livello delle falsità diffuse dai “diplomatici” e troll turco-azeri sul libro paga di Ilham Aliyev mostra più immaginazione del miglior romanzo di fiction scritto da un autore rinomato. Diffondere una narrativa menzognera e di disinformazione è la strategia del regime autocratico di Aliyev dell’Azerbajgian.
«Insieme a medicine, latte artificiale, zucchero, sale, prodotti per l’igiene e altri elementi essenziali, i genitori sono alla ricerca di articoli di cancelleria e vestiti scolastici. Questi sono gli scaffali vuoti in una delle più grandi librerie di Stepanakert. #ArtsakhBlockade, giorno 259» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance a Stepanakert).
«I sacchetti di polietilene si stanno asciugando. Nell’Artsakh, le persone lavano e riutilizzano gli oggetti usa e getta» (Irina Hayrapetyan (giornalista della Repubblica Invisibile).
«Giorno 259 dell’assedio del Nagorno-Karabakh/Artsakh. Fila notturna per il pane a Stepanakert. Le persone sono così stanche che si sdraiano per terra. Non è possibile trovare alcun cibo vitale in città. Questa è semplicemente una situazione insopportabile che ci è apparsa. Inferno…» (Marut Vanyan, giornalista freelance di Artsakh – Email).
«La fila per il pane, iniziata di notte, non è ancora finita. E molte persone non riusciranno a comprare oggi il pane che è limitato. La popolazione dell’Artsakh/Nagorno Karabakh sta morendo di fame a causa della politica genocida dell’Azerbajgian e con il consenso della comunità internazionale» (Vahagn Khachatryan, giornalista di Artsakh).
Fila per il pane a Stepanakert (Foto di Liana Margaryan, giornalista freelance di Artsakh).
Nell’Artsakh, le persone stanno in fila per il pane non per ore, ma per giorni
Lo ha detto Mary Asatryan, Assistente del Difensore dei Diritti Umani della Repubblica di Artsakh, in una conversazione con Sputnik Armenia. «Le persone fanno la fila e trascorrono sia la notte che il giorno in fila. Le persone passano l’intera giornata a risolvere il problema del pane», ha detto Asatryan.
Asatryan ha anche detto che ci sono anche casi in cui i genitori mandano a fare la fila per il pane loro figli, che dormono per strada. E gli anziani molto spesso proprio non ce la fanno, svengono.
L’Assistente del Difensore dei Diritti Umani dell’Artsakh ha anche detto che le scorte di farina nell’Artsakh sono praticamente finite e che ora le autorità locali stanno cercando di organizzare il raccolto estivo, essiccarlo e macinarlo per fare il pane.
«Anche le interruzioni di corrente influiscono sul lavoro dei panifici. Abbiamo elettricità per 6 ore al giorno, il che non è sufficiente per produrre del pane a sufficienza per le persone. Nel caso degli asili nido, a motivo della stagionalità, è ancora possibile procurarsi frutta e verdura dai villaggi e fornirle ai bambini piccoli», ha sottolineato Asatryan.
Ha anche ricordato che non sempre è possibile raccogliere il nuovo raccolto di grano, perché gli Azeri sparano in modo mirato sulle macchine da raccolta e sugli abitanti dei villaggi.
In risposta alla domanda dell’agenzia di stampa Artsakhpress, il Fondo di sostegno ai villaggi e all’agricoltura della Repubblica di Artsakh ha smentito le voci, secondo cui la farina non verrebbe più fornita ai panifici nei prossimi tre giorni. Il Fondo ha assicurato che nonostante vi siano diversi problemi legati all’organizzazione del raccolto, ad ottenere il volume di grano necessario, al funzionamento dei mulini e alla disponibilità di combustibile, nei prossimi giorni sarà possibile mantenere stabile almeno al livello degli ultimi giorni l’approvvigionamento di farina e del volume di produzione del pane. «Giornalmente vengono raccolte le scorte di grano e la farina risultante viene inviata direttamente ai panificati, secondo le possibilità. Attualmente a Stepanakert viene fornita ai panifici farina pari al 70% della domanda di pane”, ha dichiarato il Fondo.
Il Ministero dell’Agricoltura della Repubblica di Artsakh ha informato che il governo è pronto a raccogliere il raccolto di grano, esortando i proprietari dei terreni di collaborare al processo di fornitura del pane ai connazionali e che il governo è pronto ad acquistare il grano raccolto al prezzo di mercato, indipendentemente da la quantità: «Esortiamo i capi delle comunità a raccogliere e completare le informazioni sulle scorte di grano nelle loro comunità e a presentarle al Ministero dell’Agricoltura in modo che il governo possa organizzare la questione del trasporto del grano il prima possibile. Cari leader comunitari, vi preghiamo di mostrare la massima collaborazione, coerenza e responsabilità nel risolvere il problema, contribuendo ad alleviare in una certa misura la crisi del pane», si legge nella nota rilasciata dal Ministero dell’Agricoltura.
Le autorità competenti dell’Artsakh fanno continuamente tutti gli sforzi per soddisfare, almeno parzialmente, il bisogno di pane della popolazione, date le limitate riserve di grano e di carburante, sia a Stepanakert che nelle regione, si legge nella nota.
Tra sabato e domenica sono stati terminati i preparativi per la vendita equa di determinati prodotti per alcuni gruppi sociali di Stepanakert, che inizierà oggi. Lo ha scritto il Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh, Gurgen Nersisyan, sulla sua pagina Facebook: «Negli ultimi giorni il governo ha svolto alcuni lavori preparatori per organizzare la distribuzione di prodotti a base di carne, patate e cereali ai rappresentanti di diversi gruppi sociali di Stepanakert (anziani, disabili, sfollati, madri single, famiglie con tanti bambini, ecc.) dalla prossima settimana. Un ulteriore comunicato chiarificatore verrà rilasciato dagli organi competenti in merito alla procedura».
Secondo informazioni provenienti da diverse fonti, non confermate, ci sono indicazioni di un cambio di comando all’interno del contingente di mantenimento della pace russo nell’Artsakh. Sondo gli stessi fonti, il Colonello Generale Aleksander Lentsov ha lasciato già l’Artsakh e il nome del nuovo comandante dovrebbe essere reso noto presto. «Gli obiettivi sono passati di male in peggio e ciò richiede una maggiore incompetenza da parte del fronte ucraino impegnando gli avanzi» (Cit.).
«Vediamo come risponderà la Russia alla richiesta del Nagorno-Karabakh di organizzare un incontro con l’Azerbajgian. Stepanakert si aspetta che Mosca organizzi un incontro con Baku in un luogo neutrale e sicuro. Gurgen Nersisyan, Ministro di Stato del Nagorno-Karabakh, si è rivolto alla Russia con una “proposta-richiesta per organizzare un incontro con l’Azerbajgian sul tema della catastrofica situazione umanitaria”.
Nersisyan ha affermato che nessuno può garantire la sicurezza fisica della popolazione dell’Artsakh nel territorio dell’Azerbaigian. “L’incontro può svolgersi nel luogo in cui si trovano le forze di pace russe o in qualsiasi altro luogo sicuro con la partecipazione di terzi, che garantiranno la costruttività della discussione e l’inviolabilità degli accordi”, ha detto Nersisyan. Il responsabile del governo del Nagorno-Karabakh ha detto che le decisioni verranno prese dopo l’incontro con l’Azerbajgian.
Secondo le mie informazioni, il Nagorno-Karabakh è costretto a rivolgersi alla Russia dopo che Baku e Mosca hanno ostacolato l’incontro tra Karabakh e Azerbaigian che l’Occidente stava cercando di organizzare. Sicuramente la proposta occidentale sarebbe più vantaggiosa per il Nagorno-Karabakh, perché l’incontro verrebbe organizzato in un Paese neutrale e dovrebbero essere presenti mediatori internazionali. Gli Stati Uniti sono stati due volte molto vicini all’organizzazione di un incontro in un Paese neutrale (Sofia, Bucarest), ma la distruttività e il massimalismo dell’Azerbajgian hanno ostacolato gli sforzi occidentali.
L’Azerbajgian si è detto contrario alla presenza di osservatori internazionali, come diplomatici americani o europei, all’incontro Karabakh-Azerbajgian. Baku si offrì addirittura di pagare i servizi dell’hotel per il luogo dell’incontro. Penso che il Nagorno Karabakh non possa partecipare all’incontro con l’Azerbajgian senza osservatori internazionali.
È ovvio che durante un incontro faccia a faccia, l’Azerbajgian minaccerebbe di guerra il Nagorno-Karabakh e chiederebbe di accettare il programma di “reintegrazione” dell’Azerbajgian. Non sarebbe un negoziato, ma sarebbe un ricatto da parte dell’Azerbajgian.
E su quali basi Stepanakert doveva aspettarsi minacce di guerra da Baku? Il 1° marzo 2023 si è svolto un incontro Karabakh-Azerbajgian a Khojaly/Ivanyan del Nagorno-Karabakh, con la mediazione del comando di mantenimento della pace russo. In quell’incontro, l’Azerbajgian minacciò che ci sarebbero state dure operazioni militari se il piano azerbajgiano non fosse stato accettato.
Alcuni giorni dopo l’incontro del 1° marzo, l’Azerbajgian ha ucciso quattro poliziotti del Nagorno-Karabakh, ha conquistato le alture del Karabakh, ha istituito un posto di blocco illegale nel Corridoio di Lachin con l’aiuto dei Russi e ha vietato l’ingresso di beni umanitari nell’Artsakh.
Ora la situazione umanitaria in Karabakh è critica e ritardre l’incontro potrebbe avere conseguenze tragiche. Ecco perché Stepanakert è ora costretto a rivolgersi a Mosca. Se l’Occidente riuscisse a superare la pressione russo-azerbaigiana e ad organizzare un incontro, il Nagorno-Karabakh vi avrebbe partecipato.
L’altra parte che ha ostacolato l’incontro tra Karabakh e Azerbajgian alla presenza di mediatori internazionali in un Paese neutrale è la Russia. Mesi fa Mosca ufficiale ha diffuso una menzogna secondo cui avevano informazioni secondo cui gli USA stavano facendo pressioni sul Nagorno-Karabakh affinché si incontrasse con l’Azerbaigian in un Paese terzo. Stepanakert ha negato quella calunnia russa. Cosa risponderà oggi la Russia a Stepanakert?
C’è un’alta probabilità che la Russia offra nuovamente al Nagorno-Karabakh un incontro con i rappresentanti di Baku nelle città azere di Yevlakh o Barda. La Russia ha già fatto un’offerta del genere l’ultima volta. Tuttavia, Artsakh ha rifiutato di incontrarsi a Yevlakh dopo il rapimento di Vagif Khachatryan da parte dell’Azerbajgian. C’è il grosso rischio che questa volta la Russia offra un incontro in qualche città dell’Azerbaigian, promettendo alcune garanzie di sicurezza. Penso però che la Russia non soddisferà l’altra richiesta del Nagorno-Karabakh, ovvero il coinvolgimento di mediatori internazionali. La Russia proporrà la presenza della forza di mantenimento della pace russe all’incontro. Tuttavia, l’Azerbajgian ha rapito Vagif Khachatryan al checkpoint nel Corridoio di Lachin in presenza delle forze di mantenimento della pace russe. I Russi non possono garantire la sicurezza della delegazione del Nagorno-Karabakh in Azerbajgian.
Finora la Russia non ha risposto alla richiesta del Nagorno-Karabakh» (Robert Ananyan – Nostra traduzione italiana dall’inglese).
Gli esami forensi hanno confermato la morte di Prigozhin durante l’incidente aereo
Il comitato investigativo russo ha annunciato che sono stati identificati tutti i passeggeri morti nello schianto dell’aereo Embraer-135 nella regione di Tver, compreso Yevgeny Prigozhin, il capo della compagnia militare privata Wagner. Secondo i risultati degli esami del comitato investigativo russo, l’identità di tutte e dieci le persone morte è stata rivelata, corrispondondente all’elenco dei passeggeri del volo, con l’aggiunta dei tre membri dell’equipaggio.
Segnaliamo
– Betty Arslanian: “La cuestión de la defensa de Artsakh sigue siendo la línea roja para la sociedad armenia” di Angelo Nero – Nuervarevolucion.es, 27 agosto 2023 [QUI]
NOI PREGHIAMO IL SIGNORE PER QUESTO MIRACOLO
NON DOBBIAMO SPERARE CHE VENGA DAGLI UOMINI,
QUELLO CHE SOLO IL SIGNORE POTREBBE DARCI
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-08-28 12:44:002023-08-30 15:44:41260° giorno del #ArtsakhBlockade. Cronaca dal campo di concentramento della soluzione finale di Aliyev in Artsakh. Non ci vuole tutta questa intelligenza o tre lauree per capire cosa sta succedendo (Korazym 28.08.23)
Sarà in Armenia la quindicesima edizione del Cyfest, importante festival di arte e tecnologia fondato in Russia, a San Pietroburgo, nel 2007, da artisti e curatori indipendenti, e dal 2013 divenuto un evento itinerante. In programma dal 2 al 18 settembre in diversi luoghi della capitale Yerevan (Centro Culturale HayArt, Giardino Botanico, Istituto di Arte Contemporanea), accoglierà come sempre artisti, curatori, ingegneri e programmatori di tutto il mondo, con l’obiettivo di avvicinare il pubblico alle opere nel campo della robotica, della video art, della sound art e della net art.
Il concept della quindicesima edizione del Cyfest in Armenia
Gli artisti, che dovranno confrontarsi con il concept del festival di quest’anno – Vulnerability(anti)fragilità del corpo umano e non umano – sono stati invitati a realizzare delle opere di riflessione sugli spazi biologici, sociali e cibernetici, su storie e scenari del futuro, nonché a confrontarsi con un mondo in stato di transizione. “La vulnerabilità è una qualità naturale di ogni essere umano” spiegano Elena Gubanova e Silvia Burini, co-curatrici del festival insieme a molti altri, tra cui Valentino Catricalà, curatore della MODAL Gallery alla SODA-School of Digital Art di Manchester e responsabile dell’aerea digitale de La Quadriennale di Roma. “Il riconoscimento della propria vulnerabilità rende più forti. Esprimere i propri desideri, rivalutare i confini personali e porre domande sono azioni che implicano un certo rischio, ma aiutano anche a superare la paura di essere rifiutati o incompresi. Ci preparano a immergerci nel vuoto senza paura, ma anche senza false speranze. Riconoscendo la nostra vulnerabilità, scopriamo anche la nostra capacità empatica: questo alimenta la nostra responsabilità etica verso gli altri, la società e l’ambiente”.
60 artisti internazionali e due soli italiani: Plessi e Finucci
Gli artisti invitati quest’anno sono oltre 60, provenienti da 15 Paesi: Armenia, Belgio, Gran Bretagna, Ungheria, Spagna, Italia, Colombia, Messico, Paesi Bassi, Russia, Stati Uniti, Finlandia, Francia, Svizzera e Giappone. Tra loro, uno dei due autori che ha esposto nel primo padiglione nazionale dell’Armenia alla Biennale di Venezia nel 1995 Samvel Baghdassarian (1956 – 2017); l’artista, scenografa e partecipante alla 53a Biennale di Venezia Irina Corina; il duo sperimentale ungherese EJTECH che lavora con interfacce iperfisiche, materiali programmabili e tessuti aumentati. E solo due artisti italiani: l’artista reggiano Fabrizio Plessi (Reggio Emilia, 1940) considerato tra i padri della videoinstallazione grazie alla sua capacità di ridefinire i confini tra le arti e le scienze, e Maria Cristina Finucci (Lucca, 1956), l’artista e architetta toscana che negli ultimi anni ha scelto di porre la sua ricerca al servizio dell’ambiente, per sensibilizzare il mondo sul tema dei Garbage Patch, le enormi isole galleggianti di spazzatura che vagano per gli oceani. Per l’occasione Finucci proporrà una nuova installazione site specific basata sull’intelligenza artificiale e una conferenza, dove illustrerà i suoi ultimi dieci anni di lavoro.
Claudia Giraud
Yerevan, Armenia // dal 2 al 18 settembre 2023
Cyfest 15
Sedi varie: HayArt Cultural Center, Yerevan Botanical Garden, Institute for Contemporary Art (I.C.A. Yerevan)
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-08-28 11:00:342023-08-30 16:02:29Cyfest, il festival russo itinerante di arte e nuove tecnologie va in Armenia (Atribune 28.08.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.08.2023 – Vik van Brantegem] – Per caprie la crudeltà e la malvagità di colui che ha ordinato e fomenta il demoniaco e mostruoso genocidio armeno 2023, ci aiutano due libri: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt (Feltrinelli 2003. Edizione originale: Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, 1963) e La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà di Simon Baron-Cohen (Raffaello Cortina Editore 2012. Edizione originale: The Science of Evil. On the Empathy and the Origins of Cruelty, 2011).
«Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso». Il Male che Eichmann incarna appare a Hannah Arendt “banale” e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai di quel secolo non hanno la “grandezza” dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.
I nazisti trasformavano la pelle gli Ebrei sterminati in paralumi e il copertine per album di foto. Il neuropsichiatra Simon Baron-Cohen Questo evidenzia che questo significa che erano in grado di trattare degli esseri umani come oggetti. Questo tipo di atteggiamento verso gli altri è quello che, generalmente, è descritto come “crudeltà”, chiamando “malvagio” chi compie l’atto in questione. Ma, argomenta Baron-Cohen, né “crudeltà” né “malvagio” possono essere considerati dei termini scientifici, dotati di potere esplicativo. Per questa ragione, “la scienza del male” viene connotata da Baron-Cohen come l’opera che tenta di ricondurre questi concetti a più solidi termini scientifici. A fornire la chiave di lettura della teoria è la definizione di “empatia” come capacità di passare dall’attenzione rivolta ad un singolo soggetto (se stessi) ad una rivolta a due, ovvero, come l’abilità di effettuare un processo che permette di riconoscere i pensieri e le emozioni dell’altro per poi essere in grado di agire di conseguenza.
Simon Baron-Cohen ha individuato sette livelli di empatia da 0 a 6. Le persone a empatia zero descritte da Baron-Cohen, incapaci di provare empatia, non hanno considerazione di nessuno, disinteressate agli altri, fredde e calcolatrici, che non hanno a cuore la vita umana, macchine per uccidere. La “erosione empatica” è presente in coloro che sono portatori di vendetta, di rabbia incontenibile, di odio, di un vero e proprio desiderio di fare del male all’altro o nella migliore delle ipotesi di considerare una persona solo un mezzo per soddisfare i propri bisogni. Le persone che rientrano in questa categoria possono essere definite come persone con “empatia spenta o zero”, sintonizzate esclusivamente sulla “modalità io” che li spinge a rapportarsi ad altri come se fossero cose e non essere viventi con un’anima e sentimenti.
Lo stato d’animo di una persona al grado zero di empatia non è transitorio ma permanente, è incapace di provare empatia. È sempre nella “modalità io”, imprigionato nell’essere concentrate su di sé, sprovvisto di strumenti adeguati per guardarsi dentro e conoscersi. Non ha consapevolezza di come ci si relaziona con gli altri, non comprende le ragioni per cui i rapporti non funzionano e sviluppa un profondo egoismo, pensieri e sentimenti altrui non vengono intercettati e percepiti e si preoccupa solo delle proprie ragioni come chiusa in una bolla impermeabile. Crede di essere completamente nel giusto circa le proprie idee e convinzioni e giudica in errore chiunque non le condivida. Vive un’esistenza solitaria, una vita condannata all’insegna del fraintendimento e dell’egoismo, senza freni al proprio comportamento, libera di perseguire qualunque comportamento e desiderio, inconsapevole delle conseguenze delle proprie azioni e parole, e non prova alcun rimorso. Può diventare violento e aggressivo, non solo a parole ma commettere atti di crudeltà, essere insensibili verso gli altri, socialmente isolati e arrivare a commettere crimini.
Le persone al grado zero di empatia sono definite “negativo zero” poiché non hanno nulla di positivo di cui vantarsi, sono cattive verso chi soffre e verso coloro che le circondano. Le persone negativo zero sono possono essere del tipo borderline, narcisista o psicopatico.
La persona negativo zero del tipo psicopatico condivide con quella del tipo borderline una totale preoccupazione per se stessa, ma a differenza del borderline, lo psicopatico è disposto a fare qualunque cosa pur di soddisfare i propri desideri. Mostra reazioni violente di fronte al più piccolo ostacolo o può essere freddo e crudele pur di raggiungere i suoi obiettivi. Le sue aggressioni sono provocate non da una minaccia ma dal bisogno di dominare o di ottenere ciò che vuole, completamente distaccato dai sentimenti degli altri, a volte con il piacere nel vedere soffrire qualcuno. Lo psicopatico mostra una totale mancanza di empatia e di comprensione dell’impatto del proprio comportamento sull’altro, connotato da un totale egocentrismo. È una persona amorale, non mostra reazioni emotive di fronte al disagio degli altri e non teme le punizioni.
Con questo è stato tracciato alla perfezione il ritratto di colui che ha ordinato il crudele e malvagio genocida #ArtsakhBlockade, all’interno di un’architettura, che permette di valutare in modo scientifico, quindi oggettivo, le parole e le azioni di colui che incarna il Male a.D. 2023 nel Caucaso meridionale e sarebbe stato invidiato da Stalin, Hitler e Pol Pot, degno erede dei Tre Pascià del genocidio armeno 1915.
Ilham Aliyev sotto pressione
Il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha fatto capire di ricevere forti pressioni, dopo l’intervista con Le Point del Presidente francese, Emmanuel Macron [QUI]. In questa intervista Macron ha criticato aspramente la politica anti-Artsakh dell’Azerbajgian, che ha portato alla fame 120.000 Armeni nell’Artsakh. Ha condannato il blocco dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian, definendolo inaccettabile. Ha sostenuto la sovranità del popolo e che non è più il momento della diplomazia. Ha osservato che il ruolo della Francia nell’accesso umanitario è quello di esercitare pressioni. «Continuiamo ad adottare misure per garantire la consegna di cibo e medicine e mantenere il libero accesso al Nagorno-Karabakh. Inoltre, i confini dell’Armenia sono a rischio», ha affermato Macron.
Oltre alla Francia, anche l’Unione Europea ha annunciato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la strada di Aghdam non può essere un’alternativa al Corridoio di Lachin. Dal 12 dicembre 2022 ad oggi, il Segretario di Stato statunitense, Anthony Blinken, ha più volte parlato con il Presidente dell’Azerbajgian e lo ha invitato ad aprire il Corridoio di Lachin. Gli Stati Uniti hanno ribadito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’appello ad aprire il Corridoio di Lachin, aggiungendo “e un punto” alla fine della frase.
Aliyev ha dichiarato che Baku ha installato il checkpoint nel Corridoio di Lachin (nei pressi del ponte Hakari) in conformità con il “diritto internazionale” e ha ammesso che a causa di questa mossa, l’Azerbajgian era sotto pressione. «Ce l’abbiamo fatto, dimostrando ancora una volta volontà, coraggio, fiducia in noi stessi», ha detto Aliyev in un discorso durante una visita nella regione di Lachin occupata. Ha detto che a causa dell’apertura del checkpoint, l’Azerbajgian ha dovuto affrontare forti pressioni e minacce: «Questo continua ancora oggi. Nell’ambito di varie organizzazioni internazionali, l’Armenia e altri Paesi simili stanno ordendo varie cospirazioni contro di noi. Ma niente può farci deviare dal nostro percorso». Ha affermato ancora una volta che l’istituzione del checkpoint nel Corridoio di Lachin è «un completo ripristino dell’integrità territoriale dell’Azerbajgian». Ricordiamo che questa decisione è una violazione della Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 e dell’ordine vincolante della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, di garantire la libera circolazione di persone, veicoli e merci in ambedue le direzioni lungo il Corridoio di Berdzor (Lachin) tra Armenia e Artsakh.
Con le sue affermazioni, Aliyev ha esternato che è orgoglioso della sua volontà e del suo coraggio, grazie ai quali ha potuto resistere alle pressioni dei Paesi occidentali. È un classico modo di pensare autocratico e negativo zero, come abbiamo illustrato prima. Ciò dovrebbe dare agli Stati Uniti, all’Unione Europea e ad altri Paesi del mondo occidentale un motivo per riflettere sulle proprie posizioni. Un’autocratico negativo zero come Aliyev scredita i loro sforzi per risolvere un problema umanitario. Il Presidente dell’Azerbaigian vuole significare che è capace di resistere alle richieste degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Aliyev scredita l’Occidente.
Aliyev scredita le norme del diritto internazionale quando la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite gli ha ordinato di aprire il Corridoio di Lachin, e l’Azerbaigian non la rispetta.
Aliyev scredita la sua propria firma all’Accordo trilaterale del 9 novembre 2020.
Aliyev scredita il diritto umanitario internazionale.
Le azioni (non solo le parole) di Aliyev sono è una sfida al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i cui membri hanno l’obbligo di garantire l’esecuzione delle decisioni dei tribunali.
Insieme ai Russi e i Turchi, Aliyev si fa beffe dell’Occidente e non vengono prese contromisure. Sono necessari passi concreti, energici e risolutivi, se l’Occidente non è d’accordo con la prospettiva di essere screditato dall’Azerbajgian, dalla Turchia e dalla Russia.
«Una delle migliaia di storie tristi del blocco dell’Artsakh. Arsen, 13 anni, il 25 agosto ha scritto per la terza volta il suo nome sulla lista della fila per il pane. Purtroppo tornò a casa senza pane. Nella foto sono le 01.42 ma non c’è ancora pane, aspettando il suo turno al numero 252. P.S. Ieri è nelle prime pagine della coda, avantieri era al numero 1.620» (Ani Abaghyan, giornalista di Artsakh).
Chiedo: trovate normale che un ragazzo di 13 anni deve stare in fila notte dopo notte per una pagnotta di pane per decisione dello psicopatico di Baku? E se non lo trovate normale, perché rimanete fermi e non fate niente? PS non basta esporre la bandiera dell’Ucraina per essere buoni.
«Questa nonna ha avuto la fortuna di comprare 2 pagnotte di pane oggi, dopo aver aspettato in fila tutta la notte. Adesso sta riposando per poter tornare a casa a piedi, dato che i trasporti pubblici non funzionano a causa del blocco dell’Artsakh» (Vahagn Khachatryan, giornalista di Artsakh).
«La mia mattinata insonne è bella. Ho preso il pane» (N Sarkisian, studente di Artsakh).
«Stare in fila per ore sotto la pioggia solo per prendere del pane. #ArtsakhBlockade giorno 258» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance di Stepanakert).
Una delle migliaia di storie di resilenza del blocco dell’Artsakh. «Gli abitanti della città di Chartar nella provincia di Martuni hanno inviato a Stepanakert la loro terza spedizione di doshab (sciroppo denso a base di gelsi o uva) e korkot (grano spezzato). Doshab e korkot sono stati assegnati a 200 famiglie di via Sasuntsi Davit a Stepanakert. Ogni famiglia ha ricevuto 1 kg di korkot e 0,5 l di doshab. Lo sforzo è stato reso possibile grazie all’assistenza sia degli impiegati del comune di Chartar, che di volontari. Condividono quel poco che hanno dei frutti del raccolto, nella fame e nella sofferenza dell’Artsakh assediato.
«I residenti di Chartar condividono il loro korkot e doshab con i residenti di Stepanakert» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance di Stepanakert).
«Ritorno dal XXI secolo al passato. #ArtsakhBlockade. Gli abitanti dei villaggi portano i loro raccolti a Stepanakert per la vendita» (Irina Hayrapetyan, giornalista della Repubblica Invisibile).
Fila per l’acqua a Stepanakert. Ormai, si fa la fila per tutto in Artsakh. L’avete capito ormai, spero.
Traduzione italiana dall’arabo della “Dichiarazione del battaglione Nubar Ozanyan degli Armeni di Rojava [*] contro il #ArtsakhBlockade organizzato dall’Azerbaigian in cooperazione con la Turchia per respingere l’assedio del Karabakh” “Dall’Artsakh e l’Armenia al Rojava, gli Armeni hanno lo stesso nemico!”
In nome della forza militare armena e in nome del popolo armeno nella Siria del Nord-Est, dichiariamo di stare a fianco del nostro popolo armeno nell’Artsakh assediato.
Dopo che l’Azerbajgian fu in grado di occupare gran parte dell’Artsakh e di separare completamente la regione dallo Stato armeno, rimase solo un corridoio per la popolazione dell’Artsakh nella regione (il Corridoio di Lachin, unico collegamento con l’Armenia degli oltre 120.000 Armeni che vivono nell’Artsakh). Da lungo tempo, lo Stato azerbajgiano ha imposto un blocco soffocante all’Artsakh assediato e ha chiuso il valico di Lachin, impedendo l’ingresso di cibo e forniture mediche ai residenti dell’Artsakh.
Lo Stato azerbajgiano persegue in questo modo la sua politica disumana realizzando le sue intenzioni malvagie, che mirano ad eliminare l’Artsakh ed espellere gli Armeni dalle loro terre, facendoli morire di fame e impedendo l’ingresso di generi alimentari, occupando così le terre e minacciando la capitale Yerevan.
Lo Stato azerbaigiano persegue una politica di blocco contro il popolo armeno senza tener conto delle norme e delle leggi del diritto internazionale. Il secondo principio della Convenzione del 1948 intende prevenire e punire il crimine di genocidio, così come garantire il diritto internazionale umanitario, che impedisce ai conflitti armati di colpire i civili che non partecipano alle ostilità, oltre al diritto internazionale che protegge la vita umana individuale e collettiva. Lo Stato azerbaigiano ignora tutte queste leggi e continua a bloccare e impedire l’arrivo di generi alimentari e a imporre la fame e lo sfollamento agli Armeni dell’Artsakh, nonché operazioni militari intermittenti, cecchini che minacciano la vita dei civili con l’obiettivo della pulizia etnica. Tutte queste pratiche sono considerate crimini contro l’umanità, e queste pratiche non sono più solo un tentativo di sterminio, ma sono ormai nella fase di esecuzione di un genocidio. La continuazione dello status quo porterà ad una catastrofe umanitaria e il mondo sarà testimone nel XXI secolo di un nuovo genocidio contro il popolo armeno. Pertanto, gli autori di questi crimini devono essere puniti e l’aggressore deve essere fermato.
Dichiariamo ancora una volta, in nome della forza militare armena nella Siria del Nord-Est e in nome del martire Tokay Nubar Ozanian, di stare a fianco del nostro popolo armeno nell’Artsakh e il nostro rifiuto della politica azera di assedio dell’Artsakh.
Libertà per il nostro popolo armeno. Forza militare armena martire Tokay Noubar Ozanyan
[*] L’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, anche nota come Siria del Nord-Est o Rojava (che in lingua curda significa Occidente), è una regione autonoma de facto nel nord-est della Siria, non ufficialmente riconosciuta dal governo siriano. Si trova ad ovest del Tigri lungo il confine turco e confina con il Kurdistan iracheno a sud-est. Costituitasi a partire dal 2012 inizialmente in aree a maggioranza curda, nel contesto della guerra civile siriana, la regione si estese progressivamente anche ad aree a maggioranza araba, assira e turcomanna precedentemente occupate dallo Stato Islamico, integrandone le comunità.
L’organo legislativo di Rojava è rappresentato dal Consiglio Democratico Siriano, mentre le Forze Democratiche Siriane ne rappresentano l’ala militare, nel cui ambito il 24 aprile 2019 è stato costituito il battaglione Nubar Ozanyan, forza di autodifesa armena composto da donne e uomini.
Nel gennaio 2020 è stato formato il Consiglio Armeno come organizzazione civile del popolo armeno in Rojava. Assiste gli Armeni musulmani, che furono assimilati arabi o curdi dopo il genocidio armeno e che hanno bisogno di imparare la propria lingua madre e conoscere la propria storia. Il Consiglio svolge un ruolo importante nel riportare in vita la cultura armena, organizzando sia gli Armeni cristiani che gli assimilati musulmani. Mira a organizzare il proprio popolo e collaborare con la rivoluzione del Rojava, nell’ambito dell’autodifesa e della conquista democratico-culturale.
Il secondo aereo di Yevgeny Prigoozhin, che è atterrato a Baku
Come abbiamo riferito il 25 agosto 2023 [QUI], il secondo business jet di Yevgeny Prigozhin, che era tornato a Mosca dopo lo schianto del primo nella regione di Tver, poi si è diretto a Azerbajgian, il 24 agosto è atterrato a Baku, senza comprende ancora cosa significa e chi era a bordo.
Ieri, 26 agosto 2023, il sito Avia-pro.it ha riferito [QUI]: «La famiglia di Prigozhin lasciò il territorio della Russia, volando in Azerbaigian
Secondo fonti non ufficiali, la famiglia del defunto fondatore della compagnia militare privata Wagner, Yevgeny Prigozhin, avrebbe potuto lasciare la Russia. Queste informazioni lasciano più domande che risposte, soprattutto considerando che la famiglia Prigozhin ha sempre evitato l’attenzione del pubblico. “Il contatto con la sua famiglia è sempre stato il più limitato possibile”, — sottolineano gli addetti ai lavori. Si è anche saputo che i soci di Prigozhin, Andrei Troshev e Andrei Bogatov, sono sotto la supervisione delle forze dell’ordine. Tuttavia, si dice che “non siano isolati o detenuti”. Nel contesto di queste informazioni, è particolarmente degno di nota il fatto che l’aereo, precedentemente associato a Yevgeny Prigozhin, abbia volato da Mosca a Baku. Non è ancora stato confermato se a bordo fossero presenti membri della sua famiglia. È importante notare che tutte queste informazioni non hanno conferma ufficiale e finora rimangono nell’ambito della speculazione. Tuttavia, il loro aspetto può indicare possibili cambiamenti all’interno delle strutture».
A questo possiamo aggiungere, che ci è stato riferito che – secondo fonti informati – «da alcuni mesi la famiglia di Prigozhin ha lasciato la Russia». Rimane il mistero chi era a bordo di quell’aereo atterrato in quel posto e il perché.
Segnaliamo
– Guardate al Nagorno-Karabakh! di Ronya Othmann – Frankfurter Allgemeine Zeitung, 26 agosto 2023 [QUI]: «Non c’è quasi nulla di più terribile del genocidio. Ecco perché è anche conosciuto come il “crimine di tutti i crimini”. E poiché non c’è quasi nulla di più terrificante, il termine è molto potente – e quindi talvolta viene abusato. Putin, ad esempio, sostiene che in Ucraina è in corso un genocidio contro i Russi, giustificando così una guerra di aggressione propagandistica che viola il diritto internazionale. Gli estremisti di destra Turchi, invece, non solo negano il genocidio degli Armeni, ma diffondono anche la voce che in realtà è avvenuto il contrario: gli Armeni hanno ucciso i Turchi, mentre i Turchi avrebbero dovuto difendersi. È una difesa contro la colpa e un’inversione carnefice-vittima. Per la storica americana Deborah Lipstadt, la negazione è la fase finale del genocidio. Dice: “Ci sono fatti, ci sono opinioni e ci sono bugie”. Ora il genocidio è un fatto, un dato di fatto. E non è una questione di prospettiva. (…) È anche un dato di fatto che gli Armeni sono già stati vittime di un genocidio che Turchia e Azerbajgian negano fino ad oggi. Negli ultimi anni il dittatore azerbajgiano Aliyev ha pronunciato frasi come questa: “Li cacceremo come cani” – intendendo gli Armeni. Tutto ciò, si potrebbe pensare, dovrebbe essere un motivo sufficiente per lanciare l’allarme. “C’è pericolo di genocidio?”, titolano i media tedeschi. Che ci sia o meno una minaccia di genocidio, la situazione nel Nagorno-Karabakh è insostenibile. Bloccare le forniture umanitarie e le ambulanze è un crimine. Con la prevenzione è così: se puoi buona ragione chiamare qualcosa genocidio, è sempre troppo tardi».
Ecco, l’ultima frase all’attenzione di coloro che, come il Presidente francese Macron, che nell’intervista con Le Point invita di evitare “di usare questo termine [genocidio] affrettatamente”. Ovviamente, finché non è troppo tardi per evitarlo e Macron è d’accordo di usare il termine genocidio. Speriamo, perché se non si muove per evitarlo, sarà complice.
– Prigionieri politici in Armenia di Davit Beglaryan – 301.am, 26 agosto 2023 [QUI]: «Sebbene c’è poco o nessun aggiornamento relativo ai prigionieri di guerra armeni tenuti prigionieri a Baku per oltre 1.000 giorni, il governo armeno ha tranquillamente riempito le proprie prigioni reprimendo qualsiasi forma di opposizione politica. Oggi ci sono più di una dozzina di prigionieri politici dei partiti di opposizione detenuti con accuse futili, più di quelli dei due precedenti governi messe insieme. All’inizio di quest’anno, sia Google che Apple hanno avvertito che il governo armeno sta utilizzando attivamente il software di hacking telefonico israeliano Pegasus per spiare personaggi politici nel Paese.
I principali media in Armenia hanno fornito poca o nessuna copertura sullo status e sull’enorme numero di prigionieri politici detenuti dal governo armeno. Oltre agli arresti, a oltre una dozzina di leader politici e comunitari che hanno criticato l’inerzia del governo armeno in relazione al disastro umanitario nell’Artsakh è stato impedito l’ingresso nel Paese. Tuttavia, organizzazioni straniere come Freedom House continuano a considerare l’Armenia come “libera”.
Oggi diverse persone, tra cui Mamikon Aslanyan, Suren Manukyan, Mikayel Arzumanyan, Grigory Khachaturov e Armen Ashotyan, sono tenuti prigionieri politici in Armenia.
È importante notare che prigionieri politici sono persone che sono stati incarcerati o detenuti a causa delle loro convinzioni, attività o affiliazioni politiche piuttosto che per qualsiasi comportamento criminale. Sono spesso detenuti da un governo o da un’autorità dominante come mezzo per reprimere il dissenso, l’opposizione o l’attivismo che sfida l’ordine politico costituito. La detenzione di prigionieri politici è generalmente considerata una violazione dei diritti umani e una violazione di principi quali la libertà di espressione, riunione e associazione».
NOI PREGHIAMO IL SIGNORE PER QUESTO MIRACOLO
NON DOBBIAMO SPERARE CHE VENGA DAGLI UOMINI,
QUELLO CHE SOLO IL SIGNORE POTREBBE DARCI
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-08-27 14:51:462023-08-28 14:52:34259° giorno del #ArtsakhBlockade. Cronaca dal campo di concentramento della soluzione finale di Aliyev in Artsakh. Il crudele e malvagio genocidio è originato e alimentato dall’empatia zero (Korazym 27.08.23)
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