Scontro politico a Erevan sulle aperture a Baku sul Nagorno Karabakh (Asianews 26.05.23)

Le opposizioni insorgono dopo le dichiarazioni del premier Nikol Pašinyan sul riconoscimento della sovranità azera sul territorio conteso nell’ambito del negoziato in corso. I socialisti chiamano alla protesta nelle strade contro la “capitolazione”. Il governo: “Tuteleremo i veri interessi dell’Armenia”. A ottobre a Granada il prossimo round delle trattative ufficiali.

Erevan (AsiaNews) – Dopo le dichiarazioni del premier Nikol Pašinyan sul riconoscimento del Nagorno Karabakh come territorio azero, il leader della Federazione socialista armena “Dašnaktsutyun”, Iškhan Sagatelyan, ha dichiarato che le opposizioni “cominceranno una nuova fase di lotta, allo scopo di sostituire l’attuale governo”. “Abbiamo 5-6 mesi per fermare il processo di svendita del nostro Paese”, ha detto, prima cioè che gli accordi siano definiti a ottobre, quando è previsto il prossimo round delle trattative ufficiali a Granada, in Spagna.

Sagatelyan ha ricordato la serie di incontri dell’ultimo anno a Mosca, Chişinău e Bruxelles, ricordando come Pašinyan si sia sempre più esposto sulla “cessione” dell’Artsakh (Karabakh), usando carte geografiche e grafici temporali di trasferimenti territoriali. A suo parere anche le opposizioni devono “formulare in modalità precise i passi e le azioni della lotta, in Armenia e in Artsakh, con proteste mirate a dimostrare che tutti i documenti firmati nelle trattative col nemico sono privi di qualunque validità”.

I socialisti intendono “garantire la massima unità nazionale per evitare una nuova capitolazione”, parlando apertamente di “lotta lungo le strade”, ma senza per ora indicare date esplicite per le manifestazioni di protesta. Il governo in generale viene ritenuto “illegittimo”, e ogni iniziativa per liberarsene “ha il valore di una rivolta, di un gesto di disobbedienza, perché questo potere non ci lascia altra scelta: o arrendersi, o combattere per la Patria”.

Il leader socialista dice di non volere “fomentare azioni violente”, ma “difendere il sacro diritto del popolo a ribellarsi contro la schiavitù a cui è costretto”. Concorda con Sagatelyan anche un altro rappresentante delle opposizioni, il capo del partito repubblicano “Ho l’onore”, Ajk Mamidžanyan, secondo il quale “ogni secondo perso comporta nuovi danni ai due Stati armeni”, cioè quello di Erevan e quello di Stepanakert. Egli confida che il governo “alla fine rassegni le dimissioni, sotto la pressione degli armeni”.

Già lo scorso anno le opposizioni avevano formato il coordinamento detto “Disobbedienza”, che aveva organizzato diversi cortei e manifestazioni di piazza, senza riuscire a ottenere il ritiro di Pašinyan. Oggi vogliono tornare alla carica in modo più organizzato ed efficace, anche se il deputato della maggioranza Artur Ovannisyan ha commentato che “visti i precedenti, possiamo ritenere che le opposizioni abbiano esaurito le proprie risorse”.

Ovannisyan aggiunge che “nessuno impedirà la libera espressione di chiunque: noi chiediamo solo a questi circoli di non creare ostacoli con le proprie azioni per il conseguimento dei veri interessi dell’Armenia e del Nagorno Karabakh”. Altrimenti – aggiunge – le proteste verranno fermate dal governo “in modo fermo e nei limiti della legge”. Egli conferma che anche gli esponenti dei partiti che sostengono il governo, a partire da quello dell’Accordo Civile, ritengono che il presidente azero Aliev sia un “criminale non degno di fiducia”. Ma con il sostegno internazionale “bisogna giungere quanto prima a un accordo di pace per lungo tempo”, unica condizione per discutere di ogni aspetto della condizione degli Stati.

Anche il parlamento di Stepanakert fa pressioni contro Pašinyan, chiedendo lo stato di sovranità rispetto all’Azerbaigian, come promesso anche dall’Accordo Civile nelle sue campagne elettorali. Ovannisyan osserva, però, che “la situazione è molto cambiata, e noi informiamo costantemente la popolazione”. Prima – aggiunge – bisogna garantire il riconoscimento della sovranità “dei 29.800 chilometri quadrati dell’intera Armenia, con le misure per la sicurezza e i diritti di tutti coloro che vivono nell’Artsakh”.

Il governo assicura che “sarà onesto con il popolo”, e non verrà firmato alcun documento segreto. A Mosca in questi giorni vi saranno nuovi incontri, anche se l’accordo di pace è ancora da definire, sperando che non vi siano nel frattempo non degeneri lo scontro interno in Armenia.

166° giorno del #ArtsakhBlockade. Non difendere Artsakh significa perdere una parte vitale delle radici della vibrante cultura armena (Korazym 26.05.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.05.2023 – Vik van Brantegem] – Dopo 165 giorni di #ArtsakhBlockade, 136 giorni di interruzioni di corrente, 99 giorni di interruzioni del gas, l’emergenza sanitaria e alimentare, con l’assedio dell’Azerbajgian alla popolazione della Repubblica di Artsakh, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente azero Ilham Aliyev si sono incontrati al Cremlino. Hanno discusso questioni relative allo sblocco dei trasporti regionali e delle infrastrutture economiche. Un accordo è stato raggiunto per riprendere i lavori tra una settimana durante un incontro dei Vice Primi Ministri dei tre Paesi.

I leader di Armenia, Azerbaigian e Russia puntano ad adottare almeno due documenti dopo il vertice di Mosca, riporta una fonte del Cremlino al quotidiano Kommersant. Il coordinamento di questi documenti è avvenuto per tutto il 24 maggio 2023. Un documento si è concentrato sullo sblocco delle comunicazioni di trasporto, preparato dai Vice Primi Ministri, mentre le agenzie di politica estera dei tre paesi hanno perfezionato la quinta dichiarazione congiunta di Aliyev, Pashinyan e Putin. (Molto probabilmente, ci sarà un riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale tra Yerevan e Baku sulla base delle mappe sovietiche del 1975). Il Ministero degli Esteri armeno non ha ancora commentato queste informazioni (Fonte Agenzia 301).

«All’inizio, la loro “patria” era l’Artsakh (con Aghdam e Shahumyan), poi solo il Nagorno-Karabakh, poi la “patria” alla fine fu privata di Berdzor e Aghavno. Successivamente, la “patria” è diminuita “a poco a poco” a Syunik. Successivamente si riconciliarono con la “patria” di “+/- km2” con la sconfitta a Syunik, Vayots Dzor, Gegharkunik. Ora stanno finalmente tagliando fuori il resto del Nagorno-Karabakh dalla “patria”, a loro non dispiace tagliare anche le “enclavi”. Ma la loro vera patria non è Yerevan e il resto dei territori. La loro vera patria, a cui non rinunceranno fino alla fine, è la loro posizione, mandato, denaro, area di affari, tangenti, acquisti statali, tradimento, viaggi di lavoro… Cosa importa, quanti km2, quanti borghi perderanno la loro “patria” sulla strada per conservare e godere della vera patria…» (David Galstyan).

«Da un lato, Armenia riconosce l’integrità territoriale dell’Azerbajgian, dall’altro si oppone all’istituzione di un posto di controllo all’interno di tali confini. Non è un paradosso?» (Vugar Bayramov, economista e membro dell’Assemblea Nazionale dell’Azerbajgian dal 2020). Quando nel 1991 la Repubblica di Azerbajgian respinse l’eredità giuridica sovietica, il soggetto internazionale, cioè la Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian, a cui fu passato il Nagorno-Karabakh nel 1920, cessò di esistere.

«La scelta della popolazione armena del Nagorno-Karabakh che è una scelta espressa nel 1991 con un referendum, deve essere rispettata» (Hovhannès Guévorkian, Rappresentante della Repubblica di Artsakh in Francia).

Nessuna democrazia dovrebbe negare questo diritto inalienabile a nessun popolo. L’Artsakh non ha mai fatto parte dell’Azerbajgian. I confini decisi dall’URSS non riflettono la volontà dei popoli. Da un lato, l’Azerbajgian ha dichiarato illegale l’istituzione del potere sovietico a Baku e ha respinto l’eredità politica e legale sovietica; dall’altro, ha rivendicazioni territoriali sul Nagorno-Karabakh, donato alla Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian – la cui eredità Baku rifiuta – dal potere sovietico. Non è un paradosso?

Armenian National Committee of America (ANCA)
Tre semplici principi che uniscono gli Armeni di tutto il mondo
Accordo dell’Artsakh

1. L’Artsakh è sempre stato e rimarrà per sempre parte integrante della madre patria armena.
2. Nessuno ha l’autorità morale, legale o costituzionale per soggiogare con la forza l’Artsakh all’Azerbajgian, uno stato autoritario impegnato nella pulizia etnica degli Armeni e nel portare a termine il genocidio armeno.
3. L’Artsakh gode dei diritti universali e inalienabili all’autodeterminazione democratica e alla coesistenza pacifica.

«Il Presidente dell’Azerbajgian ha accidentalmente rivelato la posizione anti-armena della Russia riguardo al blocco regionale. Durante la sessione dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) è iniziato un dibattito tra il Primo Ministro Pashinyan dell’Armenia e il Presidente Aliyev dell’Azerbajgian.
L’Azerbajgian non è un membro dell’UEE e Aliyev è apparso al vertice perché l’Armenia non ha bloccato la sua partecipazione. In primo luogo, Aliyev ha usato la frase “Corridoio di Zangezur”, che simboleggia la rivendicazione territoriale dell’Azerbajgian sotto il nome di corridoio stradale dall’Armenia.
È una richiesta illegale e, secondo la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, l’Armenia non ha promesso di concedere un corridoio extraterritoriale all’Azerbajgian. Aliyev aveva precedentemente ammesso di aver messo in circolazione l’idea del “Corridoio di Zangezur”. Ma la cosa interessante è che durante questo vertice, Aliyev ha annunciato per la prima volta, che anche la Russia sostiene l’Azerbajgian nella questione del “Corridoio di Zangezur”.
In risposta, Nikol Pashinyan ha dichiarato: “È molto interessante sapere che la Russia sostiene il progetto che hai citato. Ad essere onesti, questa è la prima volta che ne sento parlare. So che la Russia sostiene l’apertura di tutte le comunicazioni di trasporto ed economiche nella nostra regione”.
Penso che la sorpresa di Pashinyan non sia così sincera, perché tutti in Armenia sapevano che si trattava dell’alleanza russa-azera. Adesso Aliyev ne ha parlato apertamente.
Putin non smentisce in alcun modo l’idea di Aliyev che la Russia sostenga anche l’idea del “Corridoio di Zangezur”. Pertanto, è stato rivelato perché, dopo il 9 novembre 2020, la Russia ha rifiutato di adempiere ai suoi obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia quando l’Azerbajgian lo stava attaccando.
Durante questi tre anni, l’Azerbajgian ha occupato 220 chilometri quadrati di territorio dell’Armenia. L’Azerbajgian ha ricattato l’Armenia con attacchi militari e ha cercato di ottenere il “Corridoio di Zangezur”, ma la parte armena ha rifiutato di soddisfare questa richiesta. Aliyev ha rivelato adesso che la Russia ha sostenuto il progetto illegale del “Corridoio di Zangezur” dell’Azerbajgian.
Pertanto, diventa chiaro perché la Russia ha rifiutato di adempiere ai suoi obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia. L’obiettivo era chiaro: in modo che l’Armenia rimanesse sola durante gli attacchi militari dell’Azerbajgian e fosse costretta a cedere il “Corridoio di Zangezur”.
L’Armenia però non è rimasta sola, e oggi ha il sostegno di USA, Unione Europea e Francia. Hanno espresso apertamente opposizione al progetto del “Corridoio di Zangezur”, che in realtà è una rivendicazione territoriale dalla Russia e dall’Azerbaigian all’Armenia. Ho sempre insistito affinché l’Armenia diventasse indipendente dalla Russia e si avvicinasse all’Occidente. Oggi, la necessità di questa mia idea si è dimostrata ancora una volta.
Questa scoperta di Aliyev ha chiarito perché le forze di mantenimento della pace russe nel Nagorno-Karabakh non hanno impedito all’Azerbajgian di chiudere il Corridoio di Lachin e di allestire un checkpoint. Le forze di mantenimento della pace russe hanno chiuso il Corridoio di Lachin insieme agli “eco-attivisti” azeri. Quando l’Azerbajgian ha istituito un posto di blocco, i Russi si sono limitati a osservare il processo e non hanno impedito la violazione della Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020.
La Russia ha creato un vuoto di sicurezza sia in Armenia che nel Nagorno-Karabakh. La Russia mira a ottenere un corridoio dall’Armenia attraverso il ricatto militare dell’Azerbajgian. L’Armenia non è più sola. Gli osservatori dell’Unione Europea sono in Armenia, prevenendo attacchi su larga scala da parte dell’Azerbajgian. Spero che i partner occidentali si siano nuovamente convinti dell’esistenza del tandem russo-azerbajgiano. L’Occidente è obbligato a rafforzare il sostegno economico, militare, energetico e politico all’Armenia in modo che sia possibile affrontare la coppia di aggressori russo-azerbajgiani.
Se l’Armenia non può resistere, l’Occidente sarà completamente espulso dal Caucaso meridionale. Lo dimostra il formato 3+3 stabilito da Russia, Turchia, Azerbaigian e Iran. Sono certo che USA, Francia, Gran Bretagna e Unione Europea lo capiscano bene» (Robert Anayan).

«Oggi, nel giorno del mio 55° compleanno, sono grato per le congratulazioni, i regali e il sostegno delle persone di tutto il mondo. Negli ultimi 20 anni, io e Veronica abbiamo abbracciato il motto del dare, sostenendo l’Artsakh sia attraverso le nostre azioni che con i nostri mezzi personali. La sicurezza e il benessere dell’Artsakh si intrecciano con quelli dell’Armenia e del mondo armeno. Non riuscire a difendere l’Artsakh significherebbe perdere una parte vitale delle nostre radici e sradicare la nostra vibrante cultura. Riconoscendo questo, gli Armeni, me compreso, sono sempre più attivi.
Con un obiettivo di unità e una visione chiara, disponiamo di un’infrastruttura in atto. Tuttavia, abbiamo bisogno di una base finanziaria per il lavoro significativo che ci aspetta. Nella prima fase, la mia famiglia contribuirà con 20 miliardi di dram (50 milioni di euro), con l’obiettivo di raccogliere fino a 40 miliardi di dram (100 milioni di euro) da Armeni premurosi e amici solidali in Artsakh. Avendo precedentemente implementato oltre 700 progetti collettivi, questa esperienza sarà preziosa in Artsakh.
Attualmente stiamo sviluppando tabelle di marcia per 77 aree di lavoro, con altre iniziative da seguire. Ogni progetto sarà implementato in collaborazione con le forze chiave dell’Artsakh, aderendo a rigorosi criteri di prestazione. L’obiettivo finale è un Artsakh libero, sicuro, felice e armeno. Nonostante i limiti e gli ostacoli, rimaniamo determinati a raggiungere i nostri obiettivi» (Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh).

L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale (GU Serie Generale n. 119 del 23/05/2023) il Bando per il finanziamento di interventi di sostegno diretti alle popolazioni appartenenti a minoranze cristiane, in applicazione dell’articolo 1, comma 287 della L. 145/2018, proposti da organizzazioni della società civile ed altri soggetti senza finalità di lucro di cui all’art. 26 della L.125/2014. Per essere ammesse alla procedura le proposte dovranno essere trasmesse, nei modi stabiliti dal Bando, entro il termine perentorio del 4 agosto 2023, ore 13.00 [QUI].

Segnaliamo l’articolo di Pauline Vacher su L’Orient-Le Jour del 24 maggio 2023 [QUI]: «Baku capitalizza i suoi risultati nel Caucaso meridionale. Isolato sulla scena internazionale, l’Armenia ha riconosciuto a metà il carattere azero del Nagorno-Karabakh, suggellando così una nuova vittoria per il suo rivale. Alla vigilia di un incontro a Mosca tra il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan e il Presidente azero, Ilham Aliyev, le tensioni sono tutt’altro che finite tra i due Paesi rivali».

Nel 1918, l’esercito turco invase l’Armenia orientale, lanciando un’offensiva in tre direzioni: la prima parte si è spostata a sud su rotaia, avvicinandosi a Yerevan dalla valle dell’Ararat. Una seconda parte delle truppe ha attaccato Yerevan attraverso Bash-Aparan. Il compito della terza parte era andare a nord attraverso Lori. Dopo la caduta di Alexandropol, l’esercito turco, senza incontrare resistenza, raggiunse Karakilisa (Vanadzor).
Il comandante delle truppe armene, il Generale Tovmas Nazarbekyan, chiese al Consiglio Nazionale Armeno di Tiflis di fare la pace con i Turchi. Il suo vice, il Colonnello Bey-Mamikonian, convocò una riunione di ufficiali a Dilijan e riferì dell’ordine di Nazarbekyan di disperdere la maggior parte delle truppe, trasformare l’altra parte in piccoli distaccamenti partigiani e seppellire l’artiglieria vicino al villaggio di Chibukhlu.
Il Capitano di artiglieria Gurgen Ter-Movsisyants si alzò immediatamente e disse: “Non obbedirò a questa decisione. È un tradimento. Nessuno ha il diritto di fare questo al destino degli Armeni. In questo preciso istante andrò al fronte con i miei fucili a morire. Chi ha sangue armeno nelle vene si unisca a me”. Poi Ter-Movsesyanets, il tenente Garegin Ter-Harutyunyan-Nzhdeh, ferito in battaglia, lascia la sala riunioni. Anche i militari, che si trovano a Dilijan, stanno andando a Karakilis, così come la milizia, che ha preso le armi alla chiamata di Nzhdeh. Nzhdeh e Bey-Mamikonian hanno organizzato la resistenza sul posto. L’esercito turco ha concentrato 10.000 soldati, 70 cannoni e 40 mitragliatrici sul fronte Karakilis. Ter-Movsisyants muore in battaglia il 25 maggio.
Il Capitano di stato maggiore Petrosyants in seguito ricorda come il Ter-Movsisyants cadde da cavallo e le sue ultime parole furono: “Non lasciarmi qui e vendicati”. Dopo aver appreso della morte del loro comandante, le forze armene hanno sferrato un potente colpo alle forze turche e le hanno sconfitte. La battaglia di Karakilis dura 4 giorni, dal 25 al 28 maggio.
L’avanzata dei Turchi è sospesa; l’esercito del nord è privato dell’opportunità di sostenere le truppe vicino a Yerevan, il che consente alle forze armene di vincere la battaglia di Sardarapat e gettare le basi della Prima Repubblica armena (Fonte Agenzia 301).

L’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) ha rivelato come 2,9 miliardi di dollari (2,3 miliardi di sterline) di denaro sporco – contanti rubati al popolo e all’economia dell’Azerbajgian – siano stati portati via dai membri dell’élite del Paese. Era in gran parte a loro vantaggio, ma anche per corrompere i politici europei.

Javad Marandi: il collegamento del donatore del Partito conservatore con una massiccia indagine sul riciclaggio di denaro
Javad Marandi ha donato più di 633.800 sterline al Partito conservatore
di Steve Swann e Dominic Casciani
BBC News, 16 maggio 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Un importante uomo d’affari le cui società straniere facevano parte di un’indagine globale sul riciclaggio di denaro è uno dei principali donatori del Partito conservatore. Javad Marandi, che ha un OBE per affari e filantropia, può essere nominato dopo aver perso una battaglia legale di 19 mesi con la BBC per rimanere anonimo. Il Signor Marandi nega fermamente l’illecito e non è soggetto a sanzioni penali. La sentenza contro di lui è una pietra miliare per la libertà di stampa tra le crescenti leggi sulla privacy nei tribunali. Un portavoce dell’uomo d’affari ha dichiarato: “Il Signor Marandi è profondamente deluso dalla decisione del tribunale di revocare le restrizioni di segnalazione, conoscendo il probabile danno alla reputazione che ne deriverà”. Il rapporto della BBC di martedì ha suscitato una domanda urgente alla Camera dei Comuni da parte dei parlamentari dell’opposizione che chiedevano un’indagine sulle donazioni conservatrici.

Un’indagine della National Crime Agency (NCA) ha rilevato che alcuni degli interessi esteri di Marandi avevano svolto un ruolo chiave in un elaborato piano di riciclaggio di denaro che coinvolgeva uno dei più ricchi oligarchi dell’Azerbajgian. Nel gennaio 2022, un giudice ha stabilito che la NCA potrebbe sequestrare 5,6 milioni di sterline [7 milioni di dollari] dalla famiglia londinese di Javanshir Feyziyev, un membro del parlamento dell’Azerbajgian. I loro conti bancari britannici hanno ricevuto denaro che era stato prelevato dall’Azerbajgian in quello che il giudice ha definito “un significativo programma di riciclaggio di denaro”. La famiglia ha negato tale accusa e all’inizio dell’udienza, nell’ottobre 2021, al Signor Marandi è stato concesso l’anonimato in tribunale. Ora, i giudici dell’Alta Corte hanno stabilito che il Signor Marandi può essere identificato perché era stato una “persona importante” nel caso della NCA.

Il Signor Marandi, 55 anni, è nato in Iran ed è cresciuto a Londra, dove tuttora vive. I suoi legami con il Partito conservatore sono emersi attraverso i resoconti delle sue generose donazioni. Tra il 2014 e il 2020, secondo i registri della Commissione elettorale, ha donato 633.800 sterline. Nel febbraio 2022, il Sunday Times ha riferito che faceva parte di un gruppo di importanti donatori che avevano accesso a membri di alto livello del partito, incluso l’allora Primo Ministro, Boris Johnson.

Il Signor Marandi è stato descritto in tribunale come un “uomo d’affari internazionale di grande successo” con un ampio portafoglio di interessi commerciali nel Regno Unito e all’estero. Possiede l’iconico marchio di design, The Conran Shop, una partecipazione in Anya Hindmarch Ltd, l’azienda di borse di lusso, e un esclusivo club privato e hotel nell’Oxfordshire. Insieme a sua moglie, dirige la Fondazione Marandi, che finanzia l’ente di beneficenza del Principe e della Principessa di Galles. Nel 2021, Marandi è diventato consulente speciale dell’organizzazione benefica per i senzatetto Centrepoint, fornendo indicazioni su come espandere il proprio lavoro con i giovani svantaggiati. Nessuna delle imprese britanniche del Signor Marandi o di queste organizzazioni fa parte dell’indagine della NCA, che ha esaminato eventi precedenti.

L’indagine è iniziata nel 2017, dopo che i giornalisti investigativi hanno rivelato un enorme schema di riciclaggio di denaro, che è diventato noto come “Laundromat azerbajgiano” (Lavanderia a gettoni dell’Azerbajgian). L’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) ha rivelato come 2,9 miliardi di dollari (2,3 miliardi di sterline) di denaro sporco – contanti rubati al popolo e all’economia dell’Azerbajgian – siano stati portati via dai membri dell’élite del Paese. Era in gran parte a loro vantaggio, ma anche per corrompere i politici europei. Paul Radu, il co-fondatore dell’OCCRP, ha affermato che il programma della lavanderia a gettoni è stato uno degli esempi più significativi di saccheggio post-sovietico. “La lavanderia a gettoni dell’Azerbajgian ha causato molti danni a molti livelli allo stesso Azerbajgian, all’Unione Europea, agli Stati Uniti e ad altre parti del mondo”, ha affermato. “Le piccole imprese hanno perso molti soldi: avevano depositi presso una banca che era al centro della lavanderia a gettoni”. Tali rivelazioni hanno spinto la NCA a indagare sulle finanze della famiglia Feyziyev nel Regno Unito, portando alla sua richiesta, nel 2021, di sequestrare parte del loro denaro nel Regno Unito e alla divulgazione in tribunale del legame con Marandi.

Secondo i documenti del caso della NCA presso la Westminster Magistrates’ Court, il denaro sospetto che è arrivato ai conti della famiglia Feyziyev a Londra proveniva da conti bancari appartenenti a una società senza dipendenti, né registrazioni tracciabili delle sue attività. Con sede a Baku, la capitale dell’Azerbajgian, Baktelekom sembrava un’azienda statale che ha un nome quasi identico. Il giudice distrettuale John Zani ha scoperto che “ingenti fondi provenienti da questa impresa criminale” sono stati poi trasferiti in due conti bancari nei Paesi baltici appartenenti a società di comodo registrate a Glasgow. Parte del denaro è stato poi trasferito su conti collegati a Javanshir Feyziyev e Javad Marandi, secondo la NCA. Una serie di aziende, che condividevano il nome Avromed, erano “centrali” per il trasferimento di questo denaro. Una di esse era stata istituita alle Seychelles nel 2005 e il Signor Marandi ne era il beneficiario. I documenti del tribunale mostrano che la società Avromed Seychelles ha ricevuto ingenti somme, come mostrato nel grafico sottostante.

Il denaro affluiva nell’azienda da altre fonti. In totale, gli investigatori affermano che ha pagato:
$ 34,8 milioni (£ 27,8 milioni) a Javanshir Feyziyez
$ 48,8 milioni (£ 39 milioni) a Javad Marandi
$ 106,9 milioni (£ 85,4 milioni) a Vynehill Enterprises, una società delle Isole Vergini britanniche di proprietà di Marandi

Deliberando sulla richiesta dell’ANC di sequestrare denaro alla famiglia Feyziyev, il giudice ha concluso: “Sono convinto che ci siano prove schiaccianti che le fatture e i contratti che pretendono di sostenere transazioni commerciali legittime (e molto sostanziali) tra Baktelekom, Hilux e Polux erano interamente fittizio”. Sono stati prodotti per consentire “somme molto significative in entrata e in uscita dai loro conti in modo da mascherare le sottostanti attività di riciclaggio di denaro di coloro che orchestrano i conti”.

La National Crime Agency ha detto alla Corte che “non confermerà né negherà” se ci sia stata un’indagine attiva sulle finanze di Marandi, ma il noto uomo d’affari ha categoricamente negato qualsiasi coinvolgimento in illeciti. I suoi avvocati hanno detto alla Corte che tra il 2012 e il 2017, i rigidi controlli valutari in Azerbajgian lo hanno costretto a utilizzare case di cambio in Lettonia ed Estonia per trasferire dividendi di proprietà legittima da Avromed e altre aziende. “I fondi sono stati guadagnati legalmente e trasferiti legalmente, e non si tratta di riciclaggio di denaro”, hanno affermato.

Quando il caso della NCA contro la famiglia Feyziyev è andato per la prima volta in tribunale, gli avvocati del Signor Marandi hanno sostenuto che rivelare la sua identità avrebbe violato la sua privacy e avrebbe causato un danno “profondo e irrimediabile” alla sua reputazione, anche perché nessun organo delle forze dell’ordine lo aveva interrogato o contattato in merito al caso. Dopo che il Tribunale ha stabilito che la NCA poteva sequestrare milioni dai conti bancari britannici della famiglia Feyziyev, la BBC e il London Evening Standard hanno sostenuto che era nell’interesse pubblico rivelare che alcuni degli interessi esteri del Signor Marandi avevano fatto parte del caso. Il Giudice Zani ha stabilito, nel maggio 2022, che il Signor Marandi poteva essere nominato in base a principi di giustizia trasparente, affermando che era stato una “persona importante per il procedimento principale”. Quella sentenza ha innescato più di un anno di ulteriori contestazioni da parte di Marandi. I suoi avvocati sono riusciti a ottenere una costosa revisione da parte dell’Alta Corte della sentenza del Giudice Zani. A questo punto, il London Evening Standard aveva abbandonato la sfida. Il mese scorso, due dei giudici più esperti del Paese hanno stabilito che i media potrebbero nominare il Signor Marandi. Hanno concluso che la giustizia trasparente è un principio fondamentale e che l’anonimato dovrebbe essere consentito solo in circostanze eccezionali. Il Giudice Mostyn ha dichiarato: “La mia unica sorpresa in primo luogo è che l’ordine di anonimato sia stato concesso. Per ragioni di irregolarità procedurale e per una netta mancanza di merito, non avrebbe mai dovuto essere concesso”. Parlando dopo aver perso la causa, un portavoce di Marandi ha affermato di non essere stato oggetto di denuncia contro la famiglia Feyziyev, né di essere stato testimone. “È quindi ingiusto essere nominato, senza aver avuto il diritto fondamentale di confutare queste false conclusioni”.

Nella sua decisione di lunedì sera di consentire alla BBC di riferire la vicenda, la Corte d’appello ha dichiarato: “[Il sig. Marandi] potrebbe non essere stato parte o testimone nel procedimento di confisca, ma ciò non significa che non avesse giusta opportunità per affrontare le accuse mosse contro di lui. “Avrebbe potuto confutarle in dettaglio quando ha presentato le sue prove a sostegno della sua richiesta di anonimato. Invece, ha scelto di basarsi su una nuda negazione di illeciti. “Inoltre in questo caso, come ha dichiarato [l’Alta Corte], la sentenza di confisca non conteneva alcuna conclusione che [il ricorrente] fosse colpevole di un reato”.

Duncan Hames, Direttore della politica presso il gruppo di ricerca anticorruzione Transparency International UK, ha affermato che il partito conservatore ha delle domande a cui rispondere. “Questa è una bomba politica”, ha detto. “Abbiamo appreso oggi che qualcuno che ha donato centinaia di migliaia a un partito politico britannico è stato, secondo le parole del giudice, una persona importante nei procedimenti dinanzi alla Corte su un’importante impresa di riciclaggio di denaro. “Dovrebbe essere una preoccupazione, non solo per le persone che sono preoccupate per la provenienza di quel denaro, ma per quello che dice sulla facilità con cui il denaro può raggiungere i partiti politici senza [loro] fare controlli adeguati sulle sue origini. “L’ex deputato liberaldemocratico ha aggiunto:” Non basta controllare se qualcuno è nelle liste elettorali. I nostri partiti politici devono stare molto più attenti da chi prendono i soldi”. Un portavoce del partito conservatore ha affermato in una dichiarazione che il partito accetta solo donazioni da “fonti consentite, vale a dire individui iscritti nelle liste elettorali del Regno Unito o società registrate nel Regno Unito”. “Le donazioni sono dichiarate in modo corretto e trasparente alla Commissione elettorale, da loro pubblicata apertamente, e rispettare pienamente la legge”.

In Parlamento, la deputata del SNP, Alison Thewliss, ha potuto fare la domanda urgente sulle implicazioni dell’indagine della NCA. Ha chiesto al Ministro dell’Interno, Chris Philp, di confermare se il Signor Marandi ha avuto incontri con i ministri o ha ricevuto contratti governativi. La deputata laburista Margaret Hodge – l’ex Presidente della Commissione per i conti pubblici del Parlamento – ha dichiarato: “Dovremmo prendere molto sul serio queste accuse. Se il denaro vero e sporco si è davvero insinuato nella nostra politica con le donazioni”. Philp ha affermato che il governo è “impegnato a garantire che il Regno Unito non abbia denaro sporco” e ha sottolineato che la legge elettorale stabilisce un “regime rigoroso di controllo delle donazioni”. Ha detto che il governo “non commenta e non può commentare le indagini intraprese dalle forze dell’ordine”.

BBC News ha contattato la Royal Foundation e Centrepoint per un commento.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Armenia e Azerbaigian ottimisti sui colloqui mediati da Putin (euroactiv 26.05.23)

L’Armenia e l’Azerbaigian, nemici di sempre, stanno procedendo verso la normalizzazione dei loro legami, dopo il riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale, hanno dichiarato i leader dei due Paesi giovedì (25 maggio) durante i colloqui a Mosca.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e quello azero Ilham Aliyev si sono incontrati separatamente con il leader russo Vladimir Putin, prima che i tre tenessero negoziati congiunti nella tarda serata di giovedì.

I colloqui si sono svolti a seguito dei recenti scontri mortali al confine tra i due vicini del Caucaso, impegnati da decenni in un conflitto per il controllo della regione azera del Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena.

“C’è la possibilità di giungere a un accordo di pace, considerando che l’Armenia ha formalmente riconosciuto il Karabakh come parte dell’Azerbaigian”, ha dichiarato Aliyev in vista dei colloqui.

Lunedì Pashinyan ha dichiarato che il suo Paese è pronto a riconoscere il Nagorno-Karabakh come parte dell’Azerbaigian se Baku garantisce la sicurezza della popolazione di etnia armena,

“L’Azerbaigian non ha rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Armenia”, ha aggiunto Aliyev.

Pashinyan ha affermato che i due Paesi stanno “facendo buoni progressi nella normalizzazione delle relazioni, basate sul reciproco riconoscimento dell’integrità territoriale”.

Ha detto che Erevan è pronta “a sbloccare tutti i collegamenti di trasporto nella regione che passano attraverso il territorio armeno”.

Putin ha affermato che “nonostante tutte le difficoltà e i problemi che ancora permangono, la situazione si sta sviluppando verso la risoluzione” del conflitto del Karabakh.

Ha detto che i vice primi ministri dei tre Paesi si incontreranno tra una settimana a Mosca “per risolvere le questioni rimanenti”, riguardanti la riapertura dei collegamenti di trasporto tra Azerbaigian e Armenia.

Impegno occidentale

I vicini del Caucaso hanno cercato di negoziare un accordo di pace con l’aiuto dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Il 14 maggio, in occasione di un incontro ospitato a Bruxelles dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, si sono accordati sul reciproco riconoscimento dell’integrità territoriale.

Ma l’impegno diplomatico dell’Occidente nel Caucaso ha irritato Mosca, il tradizionale mediatore di potere nella regione.

Armenia e Azerbaigian hanno combattuto due guerre – nel 2020 e negli anni ’90 – per il controllo del Nagorno-Karabakh.

Sei settimane di ostilità nell’autunno del 2020 si sono concluse con un cessate il fuoco mediato dalla Russia che ha visto l’Armenia cedere ampie porzioni di territorio che controllava da decenni.

L’Armenia, che ha fatto affidamento sulla Russia per il sostegno militare ed economico dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, ha accusato Mosca di non aver svolto il suo ruolo di mantenimento della pace in Karabakh.

Le preoccupazioni di Erevan sono cresciute dopo che gli attivisti azeri hanno bloccato a dicembre l’unico collegamento terrestre del Karabakh con l’Armenia. Ad aprile, l’Azerbaigian ha istituito un posto di blocco presidiato da guardie di frontiera lungo il percorso.

L’anno scorso, Erevan ha anche accusato l’Azerbaigian di occupare una sacca del suo territorio, in quella che, a suo dire, equivale a un’aggressione militare, e ha chiesto un aiuto militare alla Russia, che non si è mai concretizzato.

Con la Russia impantanata in Ucraina e non disposta a mettere a dura prova i legami con la Turchia, alleato chiave dell’Azerbaigian, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno cercato di riparare i legami tra i rivali del Caucaso.

Quando l’Unione Sovietica è crollata nel 1991, i separatisti di etnia armena del Karabakh si sono staccati dall’Azerbaigian. Il conflitto che ne seguì causò circa 30.000 vittime.

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Incontro Putin-Aliyev-Pashinyan a Mosca (Trt 26.05.23)

Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ed il primo ministro armeno Nikol Pashinyan si sono incontrati nella capitale russa Mosca per discutere del conflitto tra Azerbaigian e Armenia.

Prima, Putin ha tenuto incontri bilaterali separati con Aliyev e Pashinyan al Cremlino.

Al termine di questi incontri, Putin ha pronunciato un discorso all’inizio dell’incontro in cui i tre leader si sono riuniti.

Il presidente russo Putin dichiarando di essere grato per la partecipazione all’incontro invitato, ha affermato: “Spero che questo sia un buon prologo per la soluzione pratica di alcune delle questioni di cui abbiamo parlato a lungo”.

Putin sottolineando i numerosi risultati ottenuti durante l’incontro in questo formato, ha ricordato che i conflitti sono terminati nel 2020, e sono iniziati i lavori per la determinazione dei confini e l’apertura dei collegamenti economici e di trasporto.

“Nonostante alcune difficoltà e problemi, la situazione si sta generalmente muovendo verso una soluzione. Uno di questi è il lavoro sui collegamenti di trasporto. Ci sono ancora problemi irrisolti, ma credo che siano solo di natura tecnica.

Ho suggerito che i vice primi ministri di Russia, Azerbaigian e Armenia si incontrino una settimana dopo per discutere e risolvere questi problemi. Inoltre, ho ottenuto il consenso di Aliyev e Pashinyan per tenere questo incontro la prossima settimana. Questo è un buon accordo che fa sperare che le questioni irrisolte verranno risolte”.

L’incontro trilaterale è durato 20 minuti.

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Nagorno-Karabakh: il Cremlino annuncia che tra Armenia e Azerbaigian la pace è in arrivo (Globalist)

165° giorno del #ArtsakhBlockade. L’autodeterminazione non è negoziabile. Il riconoscimento dell’Artsakh è la chiave per una pace regionale duratura (Korazym 25.05.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 25.05.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi, nel giorno 165 dell’assedio genocida dell’Azerbajgian all’Artsakh/Nagorno-Karabakh, il Primo Ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan, ha annunciato che Armenia e Azerbajgian hanno raggiunto un accordo per riconoscere reciprocamente l’integrità territoriale dell’altro. Il Presidente della Repubblica di Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha affermato che l’Azerbajgian non ha rivendicazioni territoriali sull’Armenia.

Invece, l’autodeterminazione non può essere negoziata. «L’Artsakh non è di Pashinyan da regalare. Gli Armeni di Artsakh non hanno combattuto per la loro indipendenza da una dittatura genocida solo perché Pashinyan negasse il loro diritto all’autodeterminazione. Nessuno – né Aliyev né Pashinyan – ha il diritto di imporre la propria volontà all’Artsakh» (Alex Galitsky). Il diritto all’autodeterminazione per il popolo autoctono armeno dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh equivale a niente meno che al diritto alla vita.

«Basta essere in/vedere Artsakh solo una volta e ti rimarrà nel cuore per sempre. Il mio cuore è e sarà sempre nelle mie montagne» (Irina Safaryan, armena dell’Artsakh di Hadrut, regione dell’Artsakh attualmente occupata dall’Azerbajgian).

La legislatura dello Stato dell’Arizona ha affermato il diritto all’autodeterminazione della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh in una proclamazione emesso dal Presidente della Camera dei Rappresentanti dello Stato dell’Arizona, Ben Toma, e ne ha anche chiesto il riconoscimento internazionale, come chiave per stabilire una pace regionale duratura.

“Accogliamo con favore la proclamazione del presidente dell’Assemblea statale dell’Arizona che riconosce il diritto all’autodeterminazione dell’Artsakh, un passo importante verso la giustizia per gli Armeni dell’Artsakh”, ha osservato Zanku Armenian, membro del Consiglio Nazionale dell’Armenian National Committee of America-ANCA. “Nel mezzo del blocco dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian, questa dimostrazione di solidarietà è una parte cruciale degli sforzi in corso della nostra comunità per aumentare la consapevolezza di questa catastrofe umanitaria in atto e garantire che l’Azerbajgian sia ritenuto responsabile della sua incessante aggressione contro il popolo armeno. Questa proclamazione è una testimonianza dell’instancabile difesa della comunità armeno-americana dell’Arizona e l’ANCA non vede l’ora di continuare a lavorare a fianco degli attivisti locali nello Stato per garantire che la voce della nostra comunità sia ascoltata a tutti i livelli di governo”.

I leader della comunità armena dell’Arizona, Artur Artenyan e Vartan Arabyan, lavorando in collaborazione con l’ANCA, hanno guidato lo sforzo legislativo. La proclamazione cita l’Artsakh come “la patria indigena del popolo armeno, ed è stato un centro della vita culturale, politica e religiosa armena per diversi millenni”. Prosegue documentando i decenni di oppressione dell’Artsakh e di aggressione post-indipendenza da parte dell’Azerbajgian sovietico, “culminati in un assalto al Nagorno-Karabakh nel 2020 che ha visto l’Azerbajgian perpetrare crimini di guerra contro la popolazione armena della regione, e ha portato l’Azerbajgian a prendere il controllo del 70% del territorio del Karabakh”.

La proclamazione saluta gli Armeni dell’Artsakh per gli sforzi per esercitare il diritto all’autodeterminazione e vivere liberi dalla violenza e dalla repressione, e riconoscendo il governo dell’Artsakh, la comunità internazionale può aiutare a porre fine a questo conflitto secolare.

Il Presidente della Camera dei Rappresentanti dell’Arizona, Toma, afferma quindi il sostegno al diritto all’autodeterminazione della Repubblica di Artsakh e ai suoi continui sforzi per svilupparsi come nazione libera e indipendente, al fine di garantire ai suoi cittadini quei diritti inerenti a una società libera e indipendente. Inoltre, incoraggia il governo degli Stati Uniti a rafforzare e consolidare le relazioni economiche e culturali del Paese con la Repubblica di Artsakh e i suoi cittadini e continuare a promuovere la riabilitazione umanitaria ed economica della regione.

Di seguito è riportato il testo completo della proclamazione legislativa dell’Arizona, nella nostra traduzione italiana dall’inglese.

Lo Stato dell’Arizona sostiene il diritto di Artsakh all’autodeterminazione

Considerato che la Repubblica di Nagorno-Karabakh è la patria indigena del popolo armeno ed è stata un centro della vita culturale, politica e religiosa armena per diversi millenni; e

Considerato che nonostante i suoi legami storici e culturali con l’Armenia, nel 1921 Joseph Stalin separò arbitrariamente l’Artsakh dall’Armenia e lo pose sotto l’amministrazione dell’Azerbajgian sovietico in violazione dei diritti nazionali, territoriali e umani del popolo armeno; e

Considerato che dopo decenni di oppressione sotto il dominio sovietico dell’Azerbajgian, gli Armeni dell’Artsakh in un referendum popolare hanno votato in modo schiacciante a sostegno dell’esercizio del loro diritto all’autodeterminazione e hanno dichiarato l’indipendenza dall’Unione Sovietica; e

Considerato che l’Azerbajgian ha risposto a queste richieste di indipendenza con la forza, facendo precipitare la regione in un sanguinoso conflitto che si è concluso con un accordo di cessate il fuoco che ha assicurato l’autogoverno del Nagorno-Karabakh; e

Considerato che a dispetto dell’accordo di cessate il fuoco e degli sforzi di risoluzione del conflitto, l’Azerbajgian ha continuato a minacciare la sicurezza e la sovranità dell’Artsakh nei decenni successivi alla guerra, culminando in un assalto al Nagorno-Karabakh nel 2020 che ha visto l’Azerbajgian perpetrare crimini di guerra contro la popolazione armena della regione, e ha portato l’Azerbajgian a prendere il controllo del 70% del territorio del Karabakh; e

Considerato che gli Armeni dell’Artsakh rimangono risoluti nei loro sforzi per esercitare il diritto all’autodeterminazione e vivere liberi dalla violenza e dalla repressione, e riconoscendo il governo dell’Artsakh, la comunità internazionale può aiutare a porre fine a questo conflitto secolare.

Pertanto, io, Rappresentante Ben Toma, Presidente della Camera dei Rappresentanti dell’Arizona, con la presente riconosco e sostengo il diritto all’autodeterminazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh e i suoi continui sforzi per svilupparsi come nazione libera e indipendente, al fine di garantire ai suoi cittadini quei diritti inerenti a una società libera e indipendente; e, inoltre, incoraggio il governo degli Stati Uniti a rafforzare e consolidare le relazioni economiche e culturali del nostro Paese con la Repubblica di Artsakh e i suoi cittadini e continuare a promuovere la riabilitazione umanitaria ed economica della regione.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Sabato omaggio alla tradizione musicale armena a palazzo Wimmer (Quibrescia 25.05.23)

Gardone Riviera. Sabato 27 maggio alle ore 17,30, nella cornice del Palazzo Wimmer, in corso G. Zanardelli 164 a Gardone Riviera (Brescia), si terrà il concerto: “Il canto perduto dell’arca”.
L’antica tradizione musicale armena.
Quartetto Honegger, Aram ipekdjian duduk.
Musiche di: brani dalle miniature di S. Aslamazayan su temi armeni di Komitas Vardapet e tradizionali armeni.
Sei concerti che si differenziano tra loro con un’offerta che spazia nel tempo, nelle culture e nei generi e che ci terranno compagnia in attesa della partenza ufficiale del Festival fissata per il 2 giugno al Vittoriale degli Italiani.
Andremo dall’omaggio alle voci femminili più rappresentative dell’ultimo ventennio al barocco raccontato dal flauto traversiere, dalla musica classica dell’inizio novecento al tributo alla grande musica brasiliana, al tango e alla musica tradizionale armena interpretati da vari artisti di altissimo livello.
La direzione artistica è come sempre affidata al maestro Serafino Tedesi coadiuvato dalla sua Associazione Infonote Pop Ensemble mentre la divulgazione dell’evento è a cura  della Comunità del Garda.
Tutti i concerti saranno ad ingresso libero.
Per informazioni:
Comunità del Garda. Tel. 0365 290411 – 333 3750408 –  www.comunitadelgarda.it  lorena.pasini@lagodigarda.it

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ARMENIA. L’Artsakh è il nuovo scenario della contrapposizione USA Russia (Agcnews 25.05.23)

Nel Transcaucaso, il Caucaso del Sud, stanno accadendo strane cose. L’Assemblea nazionale armena il 22 maggio ha adottato una risoluzione sull’inammissibilità di riconoscere la repubblica dell’Artsakh come territorio dell’Azerbaigian.

La risoluzione arriva sullo sfondo di una recente dichiarazione di Nikol Pashinyan, presidente dell’Armenia, sulla sua disponibilità a fare concessioni alle autorità azere di Baku. Il documento dell’Artsakh in realtà conteneva un invito ai politici armeni di condannare le attività di Pashinyan pena la condanna politica come traditori.

L’iniziativa è stata sostenuta dall’ex presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan, ex presidenti e ministri dell’Artsakh, comitati nazionali armeni in Europa e in America, nonché dal Catolicosato della Grande Casa di Cilicia, una delle due sedi della Chiesa apostolica armena. La proposta non è stata approvata solo dal presidente dell’Assemblea nazionale Alen Simonyan.

Tuttavia, alcuni noti politici armeni non hanno espresso una posizione specifica. L’ex leader armeno Robert Kocharyan ha definito l’evento la “simulazione di una lotta”. Il capo del partito Sasna Tsrer, legato agli Stati Uniti, Zhirayr Sefilyan, ha chiesto la formazione di una leadership politica nazionale. E l’attuale presidente dell’Artsakh, Arayik Harutyunyan, ha detto che avrebbe rilasciato una dichiarazione in seguito.

Il discorso del 22 maggio di Nikol Pashinyan ha chiarito le sue intenzioni riguardo all’Artsakh: il completo allontanamento da Kahnkendi e l’abbandono dell’Artsakh, per chiudere la partita con l’Azerbaijan. Per gli oppositori di Pashinyan, questo è ciò verso cui si sta muovendo la leadership armena secondo un preciso piano americano.

Il 22 maggio sono arrivate a Yerevan due delegazioni da Stati Uniti e Gran Bretagna, alla vigilia di un importante incontro tra Pashinyan e Ilham Aliyev il 25 maggio.

L’opposizione parlamentare armena ha seguito l’esempio di Pashinyan e ha preso le distanze dalla situazione, preferendo guardare in silenzio alla resa del Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian. Ma c’è un protagonista della storia che deve avere molto dall’Armenia: Mosca. Yerevan è indebitata fin sopra il collo con Mosca e se fino ad ora la Russia è stata ferma ad osservare visti gli accordi in corso tra Azerbaijan e Russia, non è detto che faccia altrettanto se gli americani metteranno come sembra piede in Armenia. Nuovo teatro della contrapposizione tra Washington e Londra da un lato e Mosca dall’altro.

Infatti, gli Stati Uniti, secondo quanto annunciato dalla coordinatrice dei programmi di assistenza del governo Usa per l’Europa e l’Eurasia, Mariya Longi, stanno valutando la possibilità di costruire piccoli reattori nucleari modulari in Armenia e in altri stati eurasiatici, cercando di rafforzare la loro indipendenza energetica da Russia e Cina, sottraendoli alla dipendenza energetica russa.

Anna Lotti

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La svolta: accordo tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh? (Kulturjam 24.05.23)

Dopo gli scandali su Marocco e Qatar, il “parlamentare diplomatico” fa paura (L’Espresso 25.05.23)

 4 MINUTI DI LETTURA

Le scorpacciate di diplomazia fanno male. I parlamentari italiani ne sono ghiotti. A tanti piacciono le penisole, preferibile quella del Golfo. Altri marcano tignosi la Cina. I più scafati si contendono il genere classico, Francia, Spagna, Germania, Stati Uniti e soprattutto Israele. Però i più lungimiranti si accapigliano per Azerbaijan, Marocco, Algeria. La quota esotica è soddisfatta da Islanda, Caraibi, Asia orientale, Isole oceaniche. Pure l’India è strattonata. Ci sono incontri pubblici e anche riservati, viaggi di gruppo, scambi culturali, proposte di legge, stipule di convenzioni, seminari, dibattiti e visite. La diplomazia è un dubbio irrisolto fra occasione e pericolo, vantaggi e interferenze, e peggio ancora.

Le inchieste su corruzione e ingerenze al Parlamento Europeo – lo scandalo che ha coinvolto il Marocco e il Qatar – hanno indotto le istituzioni italiane, Camera, Senato e non solo, a limitare con discrezione ai parlamentari la libera interpretazione della diplomazia. Deputati e senatori hanno due modi per esercitare la cosiddetta «diplomazia parlamentare».

Il primo modo è definito spontaneo (con malizia, a volte spintaneo) e consiste in gruppi informali di amicizia con Parlamenti/ambasciate straniere. Questi gruppi informali di amicizia, spontanei o spintanei che siano, rivendicano l’assoluta libertà di associazione, che è spesso un alibi per negare qualsiasi trasparenza.

Il secondo modo è sfruttare un organismo riconosciuto e universale, che ha origini antiche di un secolo e mezzo. In sigla si chiama Uip, cioè Unione Interparlamentare. Il presidente mondiale è un portoghese, il socialista Duarte Pacheco. Il presidente italiano è il senatore Pier Ferdinando Casini, rieletto all’unanimità dai colleghi per la nuova legislatura, già presidente onorario perché ha svolto un mandato, unico di tre anni, non ripetibile, di presidente mondiale.

La Uip ha sezioni bilaterali di amicizia con un deputato o un senatore al vertice. Ha un fondo equamente diviso fra palazzo Madama e Montecitorio di circa 350.000 euro per l’adesione alle plenarie (assemblee) e per le spese fisse di gestione. Alimenta relazioni abbastanza codificate, più o meno protette. I viaggi con denaro pubblico, per esempio, sono singolarmente approvati dal Comitato di Presidenza di Uip. Per la forma, non sono di certo gite. In più di una occasione Casini, che sta per celebrare i quarant’anni da parlamentare e ne ha viste di Repubbliche (e reputazioni) cadere e che ha percepito la portata devastante delle indagini in Europa, ha suggerito ai colleghi bisognosi e appassionati di contatti internazionali di non avventurarsi in gruppi, gruppetti o grupponi dai connotati non istituzionali, ma di sfruttare il circuito convenzionale di Uip.

E per essere più ascoltato, e per scoraggiare dunque, Casini ha coinvolto i presidenti Lorenzo Fontana (Camera) e Ignazio La Russa (Senato) e negli archivi si è addirittura recuperata e ostentata una lettera del ’97 di Luciano Violante, all’epoca quarta carica dello Stato insellata a Montecitorio da un Parlamento di centrosinistra. Ecumenico. Questo periodo altamente inquieto, per la guerra in Ucraina e le sue conseguenze (inflazione, energia, alleanze), espone l’Italia a ogni tipo di aggressione esterna, ancora di più quella diplomatica, felpata e insidiosa.

L’esigenza italiana di far incetta di metano altrove per sottrarsi al ricatto di Mosca, l’aggressore degli ucraini, ha spinto i governi – al plurale, Mario Draghi e Giorgia Meloni – ad aumentare le forniture da Paesi che calpestano i diritti civili, come le monarchie assolute di Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. I sauditi peraltro sono in forte espansione, in pieno periodo «rinascimentale», e sono favoriti per l’Expo 2030 che vede Roma candidata. Per Amnesty International, lo scorso anno, il regime di Riad ha ordinato 196 impiccagioni. Lo sgomento dei parlamentari italiani probabilmente è vissuto intimamente. Fuori, c’è grande euforia. Soltanto nelle ultime settimane si sono tenuti due eventi: il Saudi Italian Business Forum a Milano, a porte aperte e una tavola rotonda a Roma, a porte chiuse, dedicata ai parlamentari con l’ambasciatore Saud Al-Sati. La dipendenza energetica attenua le denunce morali. Ne sono consapevoli gli azeri, che promettono di raddoppiare il gasdotto Tap che sbarca sulle coste del Salento e che però, come ha dimostrato L’Espresso segnalando i colloqui dell’ambasciatore di Baku prima di un’audizione alla Camera, non tollerano intromissioni in vicende interne come la crisi umanitaria nel Nagorno Karabakh. Il senatore Marco Scurria di Fratelli d’Italia, che presiede il gruppo ufficiale di amicizia con l’Azerbaijan, è appena tornato da Baku, assieme a Ettore Rosato di Italia Viva e Giulio Terzi di Sant’Agata sempre di Fdi, per festeggiare il centesimo anniversario della nascita di Heydar Aliev, che ha governato per dieci anni dal ’93 e alla morte, dopo contestate elezioni, gli è succeduto il figlio Ilham che tuttora governa: «La nostra missione in Azerbaijan è finalizzata al potenziamento del partenariato strategico. C’è un grande entusiasmo, fondamentale per una concreta cooperazione», ha commentato Scurria.

La Uip ha costituto 86 sezioni bilaterali, una cifra ancora provvisoria, al momento inferiore di una decina rispetto alla precedente legislatura, ma va ricordato che i parlamentari sono 600 e non più 945. Casini ha contenuto i rischi: i gruppi informali pare che siano pochi (non esiste un censimento) e tra i pochi si tende a sciogliersi per confluire in Uip. A scrutini ancora caldi, a ottobre, un deputato di Forza Italia già spediva appelli per allestire il gruppo non ufficiale, non Uip, con l’Azerbaijan. A febbraio un senatore dei Cinque Stelle, con una dozzina di righe, pretendeva che i colleghi si iscrivessero con una specie di “ok” al gruppo non ufficiale con il Marocco. Faciloneria da inesperti. Perché la stessa distribuzione delle sezioni bilaterali di Uip segue un criterio di proporzione e di propensione.

I Fratelli d’Italia, i più numerosi, hanno ottenuto le presidenze più “strategiche”, per usare il lessico di Scurria, e hanno sottratto amici agli alleati/rivali leghisti. Nel comparto idrocarburi: oltre l’Azerbaigian, Fdi si è presa l’Arabia Saudita con Marco Osnato, il Kuwait con Matteo Gelmetti, Qatar, Bahrain, Emirati Arabi con Salvatore Caiata. La sensibilità geopolitica è un altro metodo di selezione. Il senatore Terzi di Sant’Agata, da ministro nel governo Monti si dimise polemicamente per divergenze sul caso Marò, e adesso presiede il gruppo per l’India. Fdi ha scelto l’Ungheria per tutelare il rapporto sintonico con il Paese di Viktor Orbán; Israele per dare vivo dispiacere a Matteo Salvini; i baltici Lettonia, Estonia e Lituania, che hanno quel pessimo giudizio russo che da un paio di anni è prerogativa di Fdi. Non era così in passato. La sezione bilaterale con Russia e Bielorussia fu affidata a Francesco Lollobrigida, il ministro e cognato. E di Lollobrigida colpiscono le dichiarazioni contro le sanzioni economiche a Mosca per l’occupazione mascherata del Donbass in Ucraina: «Cinque anni di sanzioni non hanno sortito alcun effetto – diceva quattro anni fa – se non la penalizzazione delle imprese italiane. Fdi sostiene da sempre che la strada per risolvere la crisi tra Ucraina e Russia sia un ritrovato dialogo tra Nato e Federazione Russa, non la logica della contrapposizione tra blocchi seguita fino a ora. Ma ci vorrebbe un governo capace di avere una politica estera e una visione geopolitica». E forse, almeno per Lollobrigida, è arrivato.

In questo turno Casini non ha assegnato la Russia per ovvie ragioni. Ai leghisti di suggestivo sono rimasti la Serbia e l’Oman. Piero Fassino (Pd) non ha rinunciato alla Francia. Né i Cinque Stelle alla Cina che dovrà subire lo sgarbo del mancato rinnovo dell’accordo per la Via della Seta che fu firmato da Giuseppe Conte. Gli Stati Uniti erano di Mara Carfagna, adesso di Mariastella Gelmini. Questo lo scenario. La legislatura è lunga. E la diplomazia parlamentare saprà stupire. Tremate.

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Caucaso meridionale, geografia dei voli (Osservatorio Balcani e Caucaso 24.05.23)

Armenia e Azerbaijan non hanno voli diretti dalla prima guerra del Nagorno Karabakh. Da maggio le compagnie aeree armene hanno perso il diritto di sorvolare lo spazio aereo turco. Nel 2019 sono stati interrotti i voli fra Georgia e Russia, ma dal 10 maggio Mosca ha riaperto ai voli con la Georgia. La complicata geografia dei voli del Caucaso meridionale

24/05/2023 –  Marilisa Lorusso

La geografia dei voli da e per il Caucaso meridionale è un quadro complesso da anni. Armenia e Azerbaijan non hanno voli diretti dalla prima guerra del Nagorno Karabakh, nei primi anni ’90, e anche i confini terrestri sono chiusi. Nello stesso periodo e per lo stesso motivo, con la Turchia a sostegno dell’Azerbaijan nella disputa per il Nagorno Karabakh, si sono chiusi i confini terrestri fra Armenia e Turchia, ma – seppur con discontinuità – sono continuati i voli e le compagnie aeree dei due paesi avevano il reciproco diritto di sorvolo. Nel 2019 sono stati interrotti i voli fra Georgia e Russia. A questo quadro si sono aggiunte le criticità dei voi per il Caucaso settentrionale, con la Russia e le sue compagnie o sotto sanzioni, o con problemi legati alle assicurazioni per effetto delle sanzioni.

Nel giro di poche settimane, questa complessa geografia è cambiata, con nuovi colpi di scena.

Armenia-Turchia

Continuano le negoziazioni per la riapertura di un confine terrestre fra Armenia e Turchia. Ci sono due rappresentanti speciali che lo negoziano, e la prima apertura dovrebbe riguardare i cittadini di paesi terzi che potrebbero passare il confine, e i membri della diplomazia. I negoziati sono fortemente ipotecati dai contemporanei negoziati armeno-azeri e dalle alterne vicende di tenuta del cessate il fuoco. Di nuovo a maggio si sono registrate nuove perdite lungo il confine armeno-azero e questo non può che avere una risonanza sul disgelo armeno-turco.

Ma la novità, e negativa, riguarda i voli. Da maggio le compagnie aeree armene hanno perso il diritto di sorvolare lo spazio aereo turco. Il casus belli che ha portato a questa sospensione è stata l’inaugurazione a fine aprile di una fontana commemorativa  voluta dal Consiglio Comunale della capitale Yerevan. La fontana è dedicata agli autori dell’Operazione Nemesis, e i loro nomi sono incisi sulla fontana.

Nemesis è la dea greca della vendetta, ed è il nome che era stato scelto dal congresso della Federazione Rivoluzionaria Armena per l’operazione punitrice dei perpetratori del genocidio armeno e dei massacri di Baku  all’inizio del ‘900. L’operazione si tenne fra il 1920 e il 1922 e portò all’uccisione di cinque sudditi ottomani e due azeri, ambedue ministri degli Interni dell’Azerbaijan uccisi uno nell’allora Costantinopoli, l’altro a Tbilisi. Anche Cemal Pasha fu ucciso dagli uomini di Nemesis a Tbilisi, mentre l’altro triumviro degli ultimi anni del governo ottomano, Talaat Pasha, fu ucciso a Berlino, dove Nemesis uccise anche altri due politici turchi. Un ultimo fu ucciso a Roma.

L’inaugurazione di una fontana commemorativa di quegli eventi e di quella operazione è per la Turchia un affronto. Il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha dichiarato che la Turchia ha compiuto dei passi verso la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia e che, nella consapevolezza che il genocidio non può trovare un quadro interpretativo comune, il tema per il momento è stato accantonato. Ma secondo Çavuşoğlu  l’inaugurazione di questo monumento è una prova della mancanza di buona fede negoziale degli armeni, perché per la controparte turca è un monumento che celebra degli atti di terrorismo, e il processo di negoziazione finché rimane il monumento non può proseguire.

Armen Grigoryan del Consiglio di Sicurezza nazionale armeno ha definito le parole di Çavuşoğlu inappropriate e un’interferenza in questioni interne armene. Ha aggiunto che l’Armenia ha ripetutamente affermato  di voler normalizzare le relazioni con la Turchia senza precondizioni. L’amministrazione di Yerevan, che ha la competenza rispetto alla posa e la preservazione del monumento, ha dichiarato  di non aver intenzione di rimuoverlo.

Georgia-Russia

Per uno spazio aereo che si chiude, un altro se ne apre. Nel 2019 la Russia aveva interrotto i voli con la Georgia per la “notte di Gavrilov” e sconsigliato il paese ai russi come destinazione pericolosa.

Il 10 maggio con un decreto presidenziale è cambiato tutto: Mosca ha riaperto ai voli con la Georgia e ha tolto l’obbligo di visto per i cittadini georgiani che intendono visitare il paese. Le due misure coincidono con un periodo in cui sono state discusse nuove sanzioni contro la Russia, e in cui la Georgia è sorvegliata speciale per quanto riguarda il suo allineamento alle sanzioni.

Immediatamente la presidente Salomè Zourabishvili ha identificato  la misura di Mosca come una provocazione, una trappola per allontanare il paese dal percorso europeo  . L’opposizione ha condiviso l’opinione della presidente, mentre il partito di maggioranza – il Sogno Georgiano – si è felicitato  della decisione di Mosca, ricordando che l’abolizione del regime di visti era a lungo stata negoziata, e che la sospensione dei voli era stato un atto unilaterale russo.

Secondo il Sogno Georgiano i voli diretti renderanno la vita più facile per i georgiani che vivono in Russia, i cui numeri in verità risultano essere molto ridotti rispetto a un tempo. Il governo cita la cifra di un milione di georgiani, ma il censimento russo del 2021  indica che i georgiani e i parlanti georgiano di altra etnia sono 112.765.

La Delegazione dell’Unione Europea in Georgia si è così espressa  : “Abbiamo preso atto della decisione delle autorità russe di revocare il divieto di viaggio aereo per la Georgia. A causa dell’aggressione russa illegale contro l’Ucraina, l’UE e una serie di altri paesi hanno sanzionato l’aviazione russa e non consentono voli da, verso o sopra la Russia. L’UE incoraggia la Georgia, che aspira a diventare un paese candidato all’adesione all’UE, ad allinearsi con l’UE e altri paesi nelle loro sanzioni contro la Russia anche nel settore dell’aviazione, e a rimanere vigile riguardo a qualsiasi possibile tentativo di eluderle. Inoltre, alla luce delle significative preoccupazioni per la sicurezza notificate alla Russia dall’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale (ICAO) delle Nazioni Unite, la Georgia non dovrebbe consentire l’ingresso nel suo territorio ad aerei russi non sicuri. A causa delle sanzioni dell’UE, il 95% della flotta aerea russa non è in grado di aggiornare i propri aerei, il che è essenziale per mantenere i necessari standard tecnici e di sicurezza internazionali”.

Il governo georgiano tira dritto  , e dal 19 maggio si è ricominciato a volare da e per la Russia, nonostante le proteste. Per la Russia vola Azimuth, oggetto specifico di sanzioni ucraine, che farà collegamenti quotidiani. Per la Georgia, volerà la compagnia di bandiera Georgian Airways che pure effettuerà collegamenti quotidiani.

L’allineamento  della Georgia alle decisioni e alle dichiarazioni di politica estera e di sicurezza dell’UE è sceso dal già basso 44% del 2022 a solo il 31% nel 2023.

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L’Armenia, abbandonata da tutti, offre il Nagorno-Karabakh a Baku (Rassegna stampa 22,23 e 24.05.23)

l premier Pashinyan è pronto a cedere il territorio storicamente armeno in cambio di una pace duratura e garanzie internazionali. È la mossa della disperazione

L’Armenia pronta a cedere all’Azerbaigian

Le dichiarazioni del premier non costituiscono una novità di per sé. Contro il sentimento di parte della popolazione armena, Pashinyan ha più volte dichiarato di essere pronto a sacrificare il Nagorno-Karabakh per ottenere una pace duratura con il regime di Ilham Aliyev e preservare il territorio armeno davanti alla minaccia di un’invasione congiunta turco-azera. «L’Armenia è pronta a riconoscere gli 86.600 chilometri quadrati di integrità territoriale dell’Azerbaigian», ha dichiarato il premier lunedì. «E ci sembra di capire che Baku è pronta a riconoscere i 29.800 chilometri quadrati di integrità territoriale dell’Armenia».

La possibilità di raggiungere un simile piano di pace dipenderà dal «nodo dei diritti e della sicurezza degli armeni del Nagorno-Karabakh, che potrebbero essere dimenticati. L’Azerbaigian potrebbe infatti continuare la sua politica di pulizia etnica e genocidio contro gli armeni attraverso l’utilizzo della forza».

Come prevedibile il governo dell’Artsakh, nella persona di Artak Beglaryan, consigliere del ministro di Stato, ha rigettato questa possibilità: «Qualsiasi documento e dichiarazione che riconosca l’Artsakh come parte dell’Azerbaigian è inaccettabile. Solo il nostro popolo ha voce in capitolo sul nostro futuro».

Chi garantirà la sicurezza degli armeni?

A 164 giorni dall’inizio del blocco illegale da parte dell’Azerbaigian del corridoio di Lachin, che ha isolato i 120 mila armeni del Nagorno-Karabakh scatenando una crisi umanitaria, e dopo ripetuti attacchi armaticon i quali l’esercito di Baku ha rosicchiato diversi chilometri quadrati di territorio dell’Armenia, Erevan sembra intenzionata a cedere un territorio storicamente armeno al nemico in cambio della pace.

Resta da capire chi garantirà la sicurezza degli armeni sotto il regime di Aliyev, dal momento che l’Azerbaigian ha sempre attuato una politica di discriminazione di Stato e pulizia etnica nei confronti degli armeni, con l’appoggio e il sostegno della Turchia.

Addio all’alleanza con la Russia?

Importanti in questo senso sono le dichiarazioni con cui Pashinyan si è detto pronto ad abbandonare l’alleanza militare che lega l’Armenia alla Russia. L’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Otsc), in vigore dal 1992, prevede infatti che Mosca intervenga in difesa di Erevan qualora il paese subisca un attacco militare. Negli ultimi due anni l’Azerbaigian, anch’esso firmatario del trattato, ha più volte attaccato direttamente il territorio dell’Armenia, ma la Russia, distratta dalla guerra in Ucraina e troppo interessata a mantenere un buon rapporto con la Turchia, non è mai intervenuta.

L’appartenenza dell’Armenia all’Otsc ha impedito a Erevan negli ultimi anni di acquistare armi da altri paesi. Le dichiarazioni del premier armeno avvengono in un momento in cui gli Stati Uniti potrebbero essere interessati a strappare un alleato alla Russia. «Se l’Armenia dovesse uscire dall’Otsc con una decisione de jure, lo farebbe soltanto dopo aver constatato che l’Otsc ha deciso di abbandonare l’Armenia».

L’Armenia è sola e disperata

Non è da escludere che Pashinyan, che il 9 maggio in occasione del Giorno della vittoria in Russia è volato a Mosca, stia cercando disperatamente di fare il doppio gioco per attirare l’attenzione di Vladimir Putin, dal quale Erevan resta dipendente dal punto di vista energetico ed economico.

Di sicuro le ultime scelte del premier armeno, disposto perfino a sacrificare un pezzo di terra armena contesa pur di salvare il resto della Repubblica, mostrano un leader solo, quasi disperato, senza alleati e inferiore militarmente rispetto al nemico che gode dell’appoggio di un paese Nato.

Se Unione Europea e Stati Uniti si interessassero anche solo per un attimo alla vicenda armena, vittima di un’aggressione e di un’invasione in piena regola, Pashinyan non sarebbe costretto a tanto. Ma l’Armenia è sola e anche se per ragioni storiche non può in alcun modo fidarsi dell’Azerbaigian (oggi mi prendo il Nagorno-Karabakh, domani chissà), ha sempre meno carte da giocare nel suo mazzo.

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