Reportage TPI – Azerbaigian: la dittatura invisibile (TPI 25.11.23)

Ha cancellato dalle mappe i separatisti del Nagorno-Karabakh in un giorno, ponendo fine a una guerra durata 30 anni e provocando una crisi umanitaria senza precedenti. Ma non ha organizzato festeggiamenti in piazza. Così il regime ha silenziato la società civile, con controlli capillari, investimenti a pioggia e repressione

Sul boulevard che costeggia il Mar Caspio e che porta al Centro culturale Heider Aliyev di Baku, in Azerbaigian, disegnato dalla compianta archistar anglo-iraniana Zaha Hadid, giovani coppie passeggiano tenendosi per mano. I bambini sfrecciano sui monopattini, i venditori ambulanti colorano il cielo con i palloncini. Non c’è una cartaccia per terra, tutto è molto ordinato, i fiori e le piante sono curati nei minimi dettagli.

Alla fine della strada pedonale, sorge questo palazzo dalle forme geometriche affusolate che è diventato uno dei simboli del nuovo skyline di Baku, la capitale dell’Azerbaigian. All’orizzonte spuntano grattacieli costruiti da grandi studi di architetti che raccontano la rinascita economica del Paese, grazie alla produzione e vendita di petrolio e gas all’Occidente, sotto il controllo del governo. Il centro culturale, inaugurato a maggio 2010, come la strada su cui sorge, è dedicato a Heider, terzo presidente del Paese morto nel dicembre 2003, e padre di Ilham che lo ha sostituito come capo di Stato ed è al potere incontrastato da vent’anni.

Blitzkrieg
Oltre a modernizzare la città Ilham Aliyev ha investito nell’apparato di sicurezza e in particolare nelle forze armate. Aliyev ha creato un esercito efficiente, moderno, ed efficace. D’altronde uno degli obiettivi più importanti per Aliyev era chiudere la partita con il Nagorno-Karabakh, l’area che si è auto-governata per oltre 30 anni, a maggioranza armena. L’autonomia della zona comincia subito dopo il collasso dell’Unione Sovietica e un conflitto che ha visto la sconfitta di Baku contro gli abitanti della zona e l’esercito armeno. Un conflitto che si è trascinato fino ad oggi.

Nel primo pomeriggio di martedì 19 settembre, un gruppo di turisti orientali si protegge dal sole caldo con ombrelli e cappellini, tutti guardano incuriositi l’entrata del centro; fanno fotografie e si mischiano ai residenti locali, come in una qualsiasi città turistica. Sembra tutto tranquillo, fino a quando la nostra guida, una giovane studentessa universitaria che non vuole essere citata per paura di ritorsioni, tira fuori il telefono. «È successo qualcosa, Internet è molto lento», fissa il cellulare con aria preoccupata. I messaggi su Whatsapp e altre piattaforme arrivano a rilento. I video su Instagram e TikTok non si caricano. Poco dopo annuncia: «È cominciata una nuova operazione in Nagorno-Karabakh; il governo non vuole che circolino altre informazioni da quelle ufficiali. Lo fanno spesso». La giovane donna, con i capelli corti e i jeans strappati, sottolinea come non ci siano media indipendenti e che della propaganda ufficiale non ci si può fidare. «Né da una parte, né dall’altra». La maggior parte delle informazioni le ottiene dai social media. «Anche i soldati postano in continuazione».

Sul taxi, la radio diffonde la versione ufficiale che viene ripetuta allo sfinimento su tutti i canali: 11 persone sono state uccise da una mina piantata dai separatisti, tra queste ci sarebbero due civili. Secondo il governo, questa è l’ennesima violazione degli accordi del 2020, una provocazione. Così Ilham Aliyev ha dato il via libera a una nuova operazione che in meno di 24 ore ha portato alla resa incondizionata e al completo “riassorbimento” della regione autonoma nel territorio azero. In meno di una settimana, quasi tutta la popolazione armena è fuggita, circa 120mila persone, creando una catastrofe umanitaria. I soldati sono stati accusati di violenze e ritorsioni. Con questo attacco Aliyev ha sorpreso tutti; fino all’ultimo momento il presidente azero aveva escluso l’uso della forza con tutti i partner internazionali, rassicurandoli in diverse occasioni. E, invece, il 19 settembre ha visto un’opportunità per chiudere questa guerra durata più di trent’anni.

L’autocrazia in borghese
Tra la gente, a Baku, la notizia viene assorbita con cautela. Tra stupore, attesa e mal contento represso. A porte chiuse si piangono i morti di questa nuova operazione, almeno 200 secondo il governo, e si invoca la pace. Ma per le strade non si parla, le proteste non esistono. E chiunque sui social media esprima delle opinioni contro la guerra o il governo, viene chiamato in caserma e arrestato quindi bollato come traditore dalla propaganda governativa. L’apparato di sicurezza del Paese è molto efficace e allo stesso tempo ben nascosto. Nella capitale, che conta oltre tre milioni di abitanti su un totale di nove, ci sono migliaia di agenti in borghese che ascoltano, controllano, monitorano. Si mescolano tra la folla, pronti a intervenire nel momento del bisogno o come forza preventiva. Un controllo sociale capillare, ma mai evidente. Infatti, non ci sono pattuglie di soldati, né tantomeno volanti della polizia. Per la strada non ci sono cartelloni di propaganda che spesso adornano le strade di città in guerra o controllate da un regime. Un’autocrazia visibile agli occhi di chi vuole vedere.

«Oramai il governo è talmente forte che non ha bisogno di fare propaganda o avere un controllo evidente per le strade. Di fatto, la società civile non è più una minaccia, è stata completamente silenziata», spiega a TPI Samad Rahimli, giurista per i diritti umani che sottolinea come la mancata presenza di militari non deve ingannare perché in realtà c’è un controllo sociale molto forte, anche grazie a migliaia di informatori. E non esistono libertà personali. Fa alcuni esempi: «Per i matrimoni e i funerali si deve chiedere il permesso alla polizia. Di solito si presentano alle cerimonie», racconta. Una maniera, secondo lui, per far capire alla popolazione che nulla sfugge agli occhi attenti dello Stato che non ammette alcuna voce fuori dal coro. Poi racconta di come l’opposizione non riesca a organizzare un congresso, «le location a pagamento si rifiutano di ospitarli o cancellano all’ultimo minuto». Le organizzazioni della società civile «non possono avere un incontro a porte chiuse. È impossibile. Addirittura, vengono fatte delle pressioni sui proprietari degli immobili che con pretesti futili recidono i contratti di affitto a chi partecipa a qualche attività». E aggiunge: «Tra le norme che hanno varato c’è anche quella contro le ong, che è particolarmente problematica. In pratica, nessuno può ricevere fondi dall’estero e nessuno ha soldi per operare. Quindi non esistono ong».

Controllo sociale
Rahimli spiega come questa svolta nella repressione sia cominciata dieci anni fa. Il movimento giovanile Nida era molto partecipato, l’opposizione stava crescendo. Nel 2013, Aliyev è stato riconfermato presidente per la terza volta e un mese dopo la sua vittoria è scoppiata la protesta in Ucraina contro le influenze russe e per un futuro più vicino all’Europa. «Era una rivoluzione colorata che voleva cambiare le cose. Noi capivamo bene che cosa volesse dire, anche noi facevamo parte dell’Unione Sovietica e l’influenza di Mosca si sente molto. Secondo me, Aliyev ha avuto paura, non ha voluto correre rischi che le proteste dilagassero anche qui». E così sono cominciati gli arresti e le violenze. Nuove leggi hanno limitato drammaticamente la libertà di espressione e cancellato la libertà di riunirsi. L’opposizione è rimasta paralizzata, incapace di rispondere o arginare gli attacchi. Il tutto, mentre grandi somme di denaro venivano elargite a cascata nella società. Migliaia di cittadini sono stati assunti nel pubblico impiego.

Bahruz Samadov, nel 2013 aveva 18 anni. Da poco più di un anno partecipava al movimento giovanile Nida. Aveva grandi speranze, racconta di un’atmosfera frizzante con dibattiti e confronti. «La società civile era forte», ricorda. Oltre alle proteste in Ucraina, le cosiddette Primavere Arabe erano diventate un’ispirazione. Tutti speravano in un cambiamento. Ma il governo ha capito prima di tutti di dover agire e falcidiare il movimento sul nascere.

«Hanno cominciato piano, una persona alla volta. Ma in pochi mesi tutti i leader del movimento sono stati arrestati e molti altri ancora», racconta Samadov a TPI, sottolineando come in quel frangente il partito di opposizione abbia «perso la faccia» per non essere riuscito a rispondere agli attacchi contro la società civile, ma anche per non avere avuto una chiara posizione sul conflitto. Tutti i cittadini hanno cominciato ad avere paura, e la maggior parte ha preferito il quieto vivere, girandosi dall’altra parte, e allontanandosi il più possibile da qualsiasi forma di partecipazione politica. In molti, soprattutto giovani, si definiscono apolitici. «Nelle università c’è un serio controllo, riflette la macchina disciplinare del governo su tutta la società». Se uno studente o una studentessa scrive in rete qualsiasi cosa che possa essere percepito come politico, viene chiamato e ripreso. «Spesso lo fanno in maniera pubblica per umiliarti. Pressano per rimuovere il post incriminato e ti spingono a non esprimerti», ci racconta una studentessa universitaria. «In alcuni casi hanno corrotto i professori per far bocciare gli studenti più problematici».

Conflitto & Identità
Samadov ha lasciato Baku e ora è dottorando alla Charles University a Praga, scrive su giornali internazionali della guerra e della repressione. «A fine agosto in ambienti militari circolavano voci di una possibile escalation. Non ho perso tempo e ho preso il primo aereo che mi portasse fuori dal Paese. Non sono in prigione per una casualità». Quattro suoi cari amici sono stati arrestati, hanno subito un fermo amministrativo per un mese. «Hanno scritto su Facebook che erano contrari a questa operazione. Sono ancora in prigione. Mi sento in colpa di essere riuscito a fuggire». Da anni Samadov critica la guerra. Dal collasso dell’Unione Sovietica, spiega, la formazione dei nuovi Stati nazione ha portato solo a un bagno di sangue. «Dovunque ci sono stati solo conflitti». Durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh (1988-1994), ricorda il massacro degli azeri a Khojaly nel 1992, centinaia di civili vennero uccisi dalle forze armene molto più preparate di quelle azere. Da lì a poco arrivò la sconfitta in guerra e quindi la perdita di  controllo sul Nagorno-Karabah e su sette province limitrofe. Risultato, centinaia di migliaia di profughi sono arrivati a Baku nel caos. Mancanza di viveri, nessun aiuto internazionale. Nell’aprile del 1993 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha varato quattro risoluzioni che stabilivano l’area come parte dell’Azerbaigian e il diritto a garantire la continuità territoriale. «È stato uno choc per tutti. Il massacro, la guerra, ha plasmato l’identità nazionale e siamo entrati in questa mentalità da vittime. La verità è che entrambe le parti hanno partecipato a crimini di guerra. Bisogna tornare a un dialogo per la pace e la convivenza come abbiamo fatto per migliaia di anni».

Secondo l’analista politico Anar Mammadil, le paure degli armeni che scappano, sono più che giustificate. Alcuni giornalisti hanno raccolto le testimonianze di aggressioni delle truppe azere nei confronti dei civili armeni. «Il governo non ha dato garanzie di sicurezza. Spero che le cose cambieranno e che a un certo punto tornino. È molto triste che se ne siano andati. Ma Baku deve cercare un dialogo, la pace». Finora non sono stati fatti passi avanti. «Il risultato della guerra del 2020 era chiaro, perché non cercare delle vie diplomatiche?».

Infatti, per Mammadil questi ultimi tre anni sono stati un’occasione persa, si poteva costruire un percorso di pace, ma tutti gli attori sono rimasti statici sulle loro posizioni «e le potenze locali e internazionali hanno fatto solo i loro interessi». Non c’è mai stato un vero confronto su come continuare, su come ottenere la pace. E lui avrebbe una proposta: «Per prima cosa il governo dovrebbe demilitarizzare tutta la zona, nemmeno le forze di pace russe dovrebbero rimanere ed è necessario consegnare l’area ai civili. Poi dovrebbero costruire delle forze locali miste, in cui ci sia una forte  partecipazione armena». Sottolinea come sia importante riconquistare la fiducia, «ma l’Azerbaigian deve essere più trasparente». Nemmeno lui si aspettava questa operazione. «È stato tutto molto veloce, e il disarmo è stato una sorpresa più che altro perché non c’è nessun accordo scritto”.

Chi arma Baku
Da quando Ilham Aliyev ha preso il potere, ha cominciato a ristrutturare le forze militari, modernizzare gli arsenali, crescere nelle capacità operative. Oggi l’Azerbaigian riserva quasi 3 miliardi di dollari l’anno alla Difesa. «In questi anni, le entrate delle risorse energetiche sono state investite nel settore della sicurezza», aggiunge Nona Mikhelidze, ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). Secondo diversi analisti militari le capacità azere superano quelle armene, grazie anche a un arsenale che comprende droni e missili ad alta tecnologia.

Infatti Baku compra soprattutto da Russia, Israele e Turchia. «La differenza nella costruzione del comparto militare l’hanno fatto questi tre Paesi», con la grande contraddizione russa. «L’Armenia fa parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Otsc) che ha un articolo 5 simile a quello della Nato per cui se un Paese membro viene aggredito, gli altri devono rispondere. La Russia non solo non ha appoggiato l’Armenia, ma vendeva le armi a Baku». Secondo la studiosa non dovrebbe esserci pericolo di una nuova campagna militare, «di fatto hanno ripreso tutto quello che volevano. Ufficialmente non hanno altre pretese, ma bisogna capire che cosa succederà al corridoio di Zangezur e a quello di Lachin. La situazione rimane molto delicata».

Nuove tensioni
Ma non solo: l’Armenia ha paura che il conflitto dilaghi a marzo 2024, alla fine dell’inverno quando tutte le operazioni militari a causa del terreno fangoso, si fermano. Se Yerevan ha ufficialmente riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, Baku non ha fatto lo stesso. La paura di un nuovo conflitto serpeggia anche a Baku. Dopo il discorso di Aliyev per la vittoria nessuno è sceso in piazza a festeggiare.

Per Mikhelidze questo è un segnale positivo: «Lascia la speranza di una coesistenza pacifica, non c’è più questa voglia di vendetta che porta a festeggiare». Ma secondo T.S., una giornalista locale, «non riusciamo veramente a digerire quello che sta succedendo». T.S. ha accettato di rispondere a qualche domanda di TPI solo a patto di non venire riconosciuta, «rischio il mio posto di lavoro e molto di più», ammette nel cortile interno di un’enoteca che vende vini da tutto il mondo e serve pietanze locali.

«La storia si ripete e io ho paura. Non credo che il conflitto sia finito, chi ci dice che tra dieci anni non ci troveremo nella stessa situazione?». Nota anche come in nessun negoziato sia presente una donna. «Sappiamo bene come le donne siano le prima garanti e promotrici di pace, per questo è necessario coinvolgerle», sospira. C’è chi dice che nemmeno il governo volesse festeggiamenti di piazza. «La situazione è incerta, l’inflazione è altissima, le persone cominciano a fare fatica. E un grande raduno di piazza potrebbe trasformarsi in un momento per sfogare la rabbia».

Insomma Aliyev sembra aver perso del consenso, ma grazie alla repressione e il senso di patriottismo instillato perennemente da tutti i media è ancora saldamente al comando con una società silenziata. Una sorta di auto censura preventiva per non incorrere in problemi. Negli ultimi 20 anni Aliyev ha giocato moltissimo sul nazionalismo, accentuando il carattere laico del governo e del Paese.

Oggi Baku è una delle mete preferite nel Caucaso. Accoglie turisti da tutto il mondo. Quello che stupisce di Baku è la sovrapposizione di architetture e stili. Gli imperi passati in questa terra hanno lasciato le loro tracce. Da quello ottomano ai francesi venuti per il petrolio e che hanno costruito palazzi a ridosso del centro. Poi i casermoni sovietici che ospitano migliaia di famiglie. E quindi nuovi grattacieli con forme affusolate e futuristiche. Oltre al centro Haider Aliyev, anche le Flame Towers sono un simbolo della città. Un complesso residenziale con tre grattacieli di altezze diverse di cui il più alto tocca i 190 metri. Sono costruiti sull’altura che domina Baku e si vedono da diversi punti. Ogni sera, dopo il tramonto, sulla loro superficie viene proiettato il video di un uomo stilizzato che sventola la bandiera azera. Ogni sera. È impossibile non notarle nel nuovo skyline di Baku.

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Gerusalemme. La crisi del Patriarcato Armeno, vittima di speculazioni immobiliari israeliane (Faro di Roma 25.11.23)

Il 10 maggio il Santo Sinodo del Patriarcato armeno di Gerusalemme ha convocato ed unanimemente dichiarato decaduto il p. Baret Yeretzian. L’ex direttore immobiliare del Patriarcato è stato accusato di aver favorito una trattativa di leasing con l’uomo d’affari ebreo-australiano Danny Rubinstein, riguardante i terreni del Goverou Bardez (Il giardino delle mucche), per una durata di 99 anni. Alcune settimane più tardi, gli fu chiesto di lasciare la sua residenza all’interno del monastero armeno.

Dopo aver ascoltato la triste notizia, una gran parte della comunità armena a Gerusalemme si è riunita fuori da casa sua, chiedendo risposte, mentre gridavano ad alta voce: “traditore! traditore!”. Sono stato cinico e non pensavo che la protesta sarebbe stata efficace. Quando sono arrivato sulla scena, sono stato felicemente smentito. Con mia grande sorpresa, ho incontrato molte persone della comunità armena. Tutti erano accomunati dalla rabbia per il gesto compiuto dell’amministratore patriarcale. Le proteste durarono per ore fino al tramonto, e furono accompagnate da canzoni patriottiche.

A questo punto, la polizia israeliana e la divisione di rinforzo hanno fatto irruzione nel convento armeno, presumibilmente su richiesta del prete disonorato, per scortarlo fuori in modo sicuro. La folla era aumentata a dismisura, e mentre usciva dalla residenza, è successo di tutto: grida di indignazione, sputi, schiaffi, pugni e una rissa con le forze israeliane, nel tentativo di afferrare l’ex economo. Certo non possiamo tollerare un tale comportamento, specie verso un uomo spogliato del suo potere e scomunicato. Sarebbe stato facile, troppo facile. Ma serviva una risposta. Il popolo meritava risposte, e il Patriarcato negli ultimi tre anni non è stato trasparente sulla questione. Però in quel momento, Yeretzian sembrava un agnello sacrificale in balia di un giustificato delirio.

In questa triste vicenda c’era e deve essere posto l’accento sulle responsabilità dell’economo e la responsabilità del Patriarcato. Va notato che solo la firma del Patriarca ha forza giuridica nei confronti dello Stato d’Israele. Se Sua Beatitudine l’Arcivescovo Nourhan Manougian è stato ingannato, ha solo messo in luce la sua incompetenza; se ha coscientemente firmato il contratto, è colpevole di aver tradito il popolo armeno. Solo accuse finora, ma nonostante entrambe le possibilità, la credibilità della Chiesa armena in Terra Santa è pari a zero.

Alcuni membri della comunità, galvanizzati dal fervore della folla, hanno organizzato una manifestazione la settimana successiva che ha avuto luogo in Medz Pag (il cortile principale). Quando ho saputo della protesta, credevo che nessuno si sarebbe presentato. Ed ancora, ho ricevuto un’altra umiliazione! I responsabili della comunità, nei loro discorsi, hanno sottolineato l’importanza di “questo pezzo di terra” acquistato gradualmente, con fatica e sudore, a partire dal 14 º secolo. La proprietà in questione, nel corso degli anni ha provveduto al sostentamento della comunità con l’allevamento di bovini, prodotti lattiero-caseari e riciclaggio dell’abbigliamento. Questo luogo è divenuto un rifugio sicuro per i rifugiati di tutta la diaspora armena.

Durante il sit-in, i giovani hanno proposto lo “Yarkhushta”, il ballo popolare di battaglia risalente al Medioevo, menzionato nelle opere di Movses Khorenatsi. La protesta guidata dagli attivisti Hagop Djernazian e Setrag Balian, si è fermata all’entrata del Patriarcato armeno, adiacente alla Chiesa di San Giacomo. L’evento si è concluso con laa preghiera “Der Voghormia” intrisa di dolore e di memoria per coloro che hanno sacrificato la loro vita per le nostre terre.

La protesta nasce dall’attivismo popolare, che non ha niente a che fare con le comunità online o internazionali. Come abbiamo visto di recente, anche i 120.000 armeni di Artsakh, nonostante le proteste della rete, e le poche denunce internazionali, hanno dovuto andare via dalle città e dai loro villaggi. Mentre la protesta di pochi giorni fa non era solo virtuale. Nasce da gente che si conosce, che vive dentro le mura e che si incontra nelle case. Nel corso della manifestazione, ci siamo spostati nel convento, fermandoci davanti alla porta con Vunkin Toor. I nostri piedi, hanno battuto i ciottoli della strada conducendoci verso le pareti sante della Chiesa di S. Giacomo prima di girare verso le scale che portano al Bezdig Pag. Abbiamo percorso tutte le vie fino ai vicoli che dividono le case delle diverse famiglie che abitano da molto tempo il quartiere armeno: i Kahkedjians, Kahvedjians, Manougians, Kasparians, Panossians, Toumayans, Hindoyans, Djernazians, Alemians, Nassarians, Kalaydjians, Kopoushians, Kassabians, Deldelians, Krikorians, Bedrossians, Nakashians, Hagopians, Gejekoushians, Dikatanians, Yezegelians, Karagozians, Baghamians, Antreassians, Nalbandians, Lepedjians, Koutoujians, Melidossians, Tateosians, Sandrounis, Karakashians, Balians, Der Mateossians, Odabashians, Sahagians, Torossians, Baghdassarians, Dikbikians, Jansezians, Boyadjians, Avedissians, Avakians, Shahinians, Bakerdjians, Marshalians e tanti altri.

Questo movimento non rappresenta un attacco contro il patriarcato. È una richiesta di attenzione, che vuole strappare quell’indifferenza che da troppo tempo avvolge la nostra comunità. Ci troviamo tutti sulla stessa proverbiale barca: in pericolo. Non possiamo continuare a lasciarci andare nell’anonimato. “Dobbiamo far sentire la nostra voce”, dicono i manifestanti (nella foto).

Abbiamo trascritto in inglese la posizione di tre movimenti: Homenetmen, Hoyetchmen, Pari Siradz. Dopo circa mezzo secolo, questa è la prima volta che si esprime una posizione di questo tipo:

“In the past several weeks, many peaceful protests have been held by the Armenian community of Jerusalem against the fraudulent leasing of Armenian real estate properties, in particular ‘Cows’ Garden’ (Goveroun Bardez). It had become public knowledge that the said real estate had been covertly given away in an illegal 99-year lease to the XANA GARDES organization.

The impact of the illegal lease on the Armenian Quarter would be immeasurably detrimental to the presence and the national ethos of the Armenian presence in the Holy Land. The Armenian community utterly rejects the illegal 99-year lease of the historical “Cows’ Garden” and its environs. The illegal lease poses a great threat to the ubiquitous mosaic of the Holy City.

Consequently, we urge the Patriarch to revoke the contract and rescind all other promised contractual deals regarding the Cows’ Garden and the Armenian properties in general because the Armenian Quarter is the natural link to other Quarters in Jerusalem. The Armenian community is ready to submit any assistance to the Patriarch to revoke the contract.

The Armenian Community at large expresses and acknowledges with gratitude the efforts exerted by His Majesty King Abdullah the Second of the Hashemite Kingdom of Jordan and His Excellency the President of Palestine, Dr. Mahmoud Abbas, who reaffirmed their commitments to the integrity of the Armenian Quarter, as well as maintaining the Armenian and Christian presence in Jerusalem.

We also call upon the relevant stakeholders and in particular, the Republic of Armenia and the Catholicos of all Armenians, Karekin II and to the Armenian communities worldwide to reach out to help and support the struggle of the Armenian Community in Jerusalem for transparency and justice.

We, Armenians, must unite and fight to protect our presence in the Holy Land which goes back to the 4th century C.E. As a united community, we demand answers and transparency of all illegal contracts in order to revoke them, and to protect Armenian properties against all attempts of illegal sales. This will create an enhanced environment for Jerusalem Armenians to flourish, prosper and develop against all attempts of illegal seizure of Armenian properties. Furthermore, it is imperative to note that the Holy Synod and General Assembly of the St. James Brotherhood never ratified this lease.

Many supportive statements have been issued by Jerusalem heads of Churches stressing the fact that the very presence of Christianity in the Holy City is being targeted and jeopardized by extremists. Finally, the contract isn’t just a real estate matter: it is politics at the highest level. The agreement makes a mockery of international law because it violates relevant covenants and decisions, which aim to preserve the status quo, governing Jerusalem. This international covenant protects the rights of the Armenian Church and Community. The main questions to be asked of Patriarch Manougian are these: why was the land leased and to whom?

Finally, the illegal sale/lease contract should be revoked and presented to the Armenian public.

On behalf of the Armenian clubs in Jerusalem,

Homenetmen
Hoyetchmen
Paresiradz (JABU)”.

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L’AMICO ARMENO Andreï Makine (Ilpassaparoladeilibri 25.11.23)

Consigliatomi dalla mia bibliotecaria preferita, mi sono messa a leggere questo piccolo libro che mi si è svelato invece di grande qualità e così ricco di significati da farmi veramente emozionare. Scritto da uno (almeno per me) sconosciuto autore russo, nato in Siberia e naturalizzato francese, il romanzo è ambientato, in un tardo periodo dell’epoca sovietica, a Irkutsk, sede di una prigione dove sostavano per qualche tempo detenuti politici, specie armeni, in attesa di giudizio, prima del loro trasferimento in qualche gulag siberiano; narra la storia di un’improbabile amicizia nata tra due ragazzi: l’io narrante, Andrei, che è un orfano duro e ribelle e un compagno di scuola, Vardan, coetaneo di origine armena, debole e malaticcio, quasi femmineo nei grandi occhi neri dalle lunghe ciglia, che vive assieme alla madre e ad una ragazza che forse è sua sorella, in una parte periferica della cittadina, denominata “Piccola Armenia” perché vi vivevano i familiari degli armeni imprigionati in attesa di giudizio.

E Andrei, che decide di difendere dai bulli della scuola quel debole compagno, rimane colpito invece dalla sua forza interiore e dalla sua capacità di vedere le cose del mondo in un modo del tutto particolare. E così scopre che si può toccare il cielo con un dito perché“ qui, alla nostra altezza, c’è la stessa aria che si trova in mezzo alle nuvole, non è vero? Dunque il cielo comincia da qui, e persino da più in basso, raso terra… anzi, sotto le nostre scarpe!” Ed ancora che è più importante sognare che possedere: “Prendi per esempio il Monte Ararat, la vetta sacra degli armeni. Si trova in Turchia adesso. Lo abbiamo perduto ma….. In realtà, non averlo ce lo rende ancora più caro. E’ questa la vera scelta : possedere o sognare. Io preferisco il sogno.” Andrei viene anche a conoscenza attraverso i racconti dell’amico della triste storia degli armeni, la loro lotta per l’indipendenza e il loro genocidio perpetrato senza pietà per nessuno; ed entrerà in rapporto con la madre e la sorella di Vartan, che lo colpiscono per la loro compostezza e bellezza, con il saggio Servan e la sua panchina che accoglie le anime sole, e con il loro insegnante di matematica Ronin, che instaurerà con gli armeni un intenso rapporto di amicizie e comprensione.

Insomma un romanzo carico di emozioni, in cui si coglie il dolore e la dignità di persone che hanno molto sofferto per difendere le proprie tradizioni e la propria identità; un libro che, seppure con parole scarne e soppesate sapientemente, mette a nudo una umanità sofferente, che tuttavia ci invita a guardare il mondo con occhi non offuscati da pregiudizi e rigidità ma pronti a svelare la bellezza di un altro modo di vedere e di vivere la vita. Assolutamente da leggere se non vi preoccupa troppo emozionarvi e, perché no, versare anche qualche lacrima.

Recensione di Ale Fortebraccio

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Nagorno Karabakh, l’esodo aree Nagorno Karabakh (Osservatorio Balcani e Caucaso 24.11.23)

Con l’attacco dell’Azerbaijan al Nagorno Karabakh dello scorso settembre, gli oltre 100mila residenti armeni della regione si sono rifugiati in Armenia. In molti vorrebbero fare ritorno alle proprie abitazioni, ma la coabitazione delle due etnie è per il momento ancora una chimera

24/11/2023 –  Marilisa Lorusso

Il fatto che si sia arrivati ad una soluzione del conflitto del Karabakh attraverso la guerra e non attraverso un’opera di riconciliazione ha comportato un controesodo, che ripercorre in senso opposto e contrario quello fatto dagli azeri quando era stata l’Armenia a vincere la guerra ad inizio anni Novanta. Dopo il 19 settembre 2023, giorno dell’attacco dell’Azerbaijan, in pochi giorni il Karabakh si è svuotato. La coabitazione delle due etnie nello stesso territorio è per il momento ancora una chimera.

Gli sfollati armeni dal Karabakh sono distribuiti in varie regioni dell’Armenia. La prima ondata ha raggiunto la zona limitrofa al Karabakh per poi allargarsi all’intero territorio nazionale armeno. Nel giro di due giorni, già il 30% della popolazione era fuggito, ma i numeri sono continuati a aumentare vertiginosamente e per tutti i giorni seguenti tanto che al 2 di ottobre l’intera popolazione dell’ex repubblica secessionista era rifugiata in Armenia. Inizialmente si riteneva che i residenti del Nagorno Karabakh fossero 120mila unità, ma è poi stato confermato un numero inferiore, circa 100.600 persone.

Stando a quanto dichiarato dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan, gli sfollati si sono fermati quasi tutti in Armenia e sono solo tremila quelli che hanno abbandonato l’Armenia per recarsi all’estero. Lo stesso Pashinyan ha invitato i karabakhi a non emigrare e a fermarsi in Armenia, dove possono registrarsi e andare a scuola. Nel giro di pochi giorni dopo l’esodo il 40% degli studenti già frequentava le scuole armene. Sono stati invece portati all’estero i feriti gravi che non è stato possibile ricoverare negli ospedali nazionali. Di questi alcuni in Francia, in Bulgaria, in Italia, in Belgio e negli Stati Uniti. L’Armenia offre agli sfollati uno status di protettorato temporaneo, ne supporta i costi e si impegna a rendere possibile ricostruirsi una vita.

Il 13 ottobre l’ex primo ministro del Karabakh ha dichiarato che la maggioranza degli sfollati vorrebbe rientrare nelle proprie abitazioni. La comunità internazionale preme perché vengano creati i requisiti per facilitare il rientro. L’inviato speciale del presidente azero Elchin Amirbayov ha recentemente rilasciato una intervista  in cui ricorda che per i karabakhi è possibile registrarsi ed acquisire la cittadinanza azera. Ma ha tenuto a sottolineare che dei 100mila rifugiati, buona parte ha già cittadinanza armena e circa il 30% sono dei “coloni”, insediatesi in Karabakh durante il periodo secessionista. Si stima che siano ormai poche centinaia gli armeni che sono rimasti sul territorio ora controllato da Baku, per lo più persone impossibilitate a lasciare l’area per motivi di disabilità o di anzianità. Li assiste la Croce Rossa.

Lo smantellamento del Nagorno Karabakh

Il Nagorno Karabakh politico, come stato de facto, cesserà di esistere a fine anno per decreto del suo ultimo presidente, ma di fatto dalla resa del 20 settembre non esiste più. Rispetto a come era definita con il cessate il fuoco del 1994, la regione secessionista si era già molto ridotta dopo la guerra del 2020. Il processo di erosione territoriale e demografico a vantaggio di Baku era in corso prima dell’esodo che in pochi giorni ha svuotato la regione. Era già iniziato il Grande Ritorno, il processo che dovrebbe riportare almeno entro il 2026 140mila sfollati di guerra azeri nei territori da cui provengono.

Attualmente sono più di tremila le persone che sono rientrate nelle zone che erano state conquistate dagli armeni, principalmente nella ex cintura di sicurezza. La comunità che sta prendendo forma non abita però le case abbandonate dagli armeni. Il Grande Ritorno implica una grande ricostruzione con nuovi aeroporti, infrastrutture, complessi residenziali. A Füzüli vivono ormai più di 660 persone, a Lachin più di mille. 

Resta ancora largamente spopolata la città di Stepanakert, il cui nome armeno [la città di Stepan] è dedicato a Stepan Shahumian, bolscevico armeno membro della Comune di Baku. Il suo busto è stato rimosso dagli azeri, che chiamano la città Khankendi, il villaggio del Khan. I pochi cronisti presenti, Al Jazeera e la Croce Rossa mostrano le immagini di una città fantasma.

Ci sono ancora i peacekeepers russi, il cui mandato scade nel 2025. Confermano che hanno continuato a ricevere armi e munizioni: granate, mortai, missili e carri armati, sistemi anticarro. Hanno smobilitato buona parte dei vari punti di monitoraggio, nati per il mandato ufficiale di verificare le violazioni del cessate il fuoco. Il ministero della Difesa azero pubblica periodicamente il bollettino delle armi sequestrate, inclusi missili costruiti del 2021 in Armenia che, stando alle dichiarazioni, sono stati rinvenuti nelle aree conquistate, vari esplosivi improvvisati tipici di quella che era la produzione locale, pezzi di artiglieria.

Sul territorio, la situazione relativa alla sicurezza rimane abbastanza stabile. Nell’ex Karabakh armeno c’è stato solo un episodio di un agguato a una pattuglia mista russa e azera. Lungo il confine armeno-azero a inizio ottobre ci sono invece stati degli scambi di fuoco con perdite umane.

Nonostante non si spari più, la guerra del Karabakh continua a fare vittime. Il 13 ottobre un azero è morto e un altro è rimasto ferito. Sono 333 le vittime dalla fine del conflitto tra feriti e morti civili e militari. Il Karabakh rimane un’area estremamente pericolosa A ottobre ANAMA, l’agenzia azera addetta a sminare, ha mostrato le foto delle mine e degli esplosivi che erano stati disposti in vari punti dai secessionisti armeni.

La mancata amnistia

Durante il Consiglio di Sicurezza sul Nagorno Karabakh convocato d’urgenza dalla Francia, l’Unione Europea aveva richiesto un’amnistia per i membri del governo e della pubblica amministrazione del Karabakh. L’Azerbaijan non ha intenzione di attivare provvedimenti di questo tipo, e come ha rilevato lo stesso ultimo presidente del Karabakh, pare che Baku stia procedendo con un sistema selettivo per valutare le responsabilità dei vari secessionisti.

Il 27 settembre è stato fermato Ruben Vardanyan, ex capo del governo del Karabakh, che da subito era risultato particolarmente inviso a Baku. Anche l’ex segretario del servizio di sicurezza è stato arrestato e i vari ex presidenti della Repubblica. Qualcuno si è consegnato, come per esempio il consigliere presidenziale che si è recato a Sushi, sapendo già di essere ricercato e avendo deciso di rispondere personalmente del proprio credo politico. Alcuni membri sia delle forze armate che del governo sono riusciti a riparare in Armenia. Quelli che erano ancora in carica e sono riusciti a arrivare a Yerevan, hanno preso possesso della rappresentanza diplomatica del Karabakh dove si è di fatto insediato quanto rimane oggi del governo secessionista.

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Pontificio Istituto Orientale: convegno a Roma su St Nerses Shnorhali, una vita spesa per l’ecumenismo e la pace (Agensir 24.11.23)

“Plenitude of Grace, Plenitude of Humanity: St Nerses Shnorhali at the Juncture of Millennia”. E’ il tema del convegno che si terrà a Roma, presso il Pontificio Istituto Orientale il 30 novembre e il 1 dicembre per celebrare l’850° anniversario della morte di San Nerses Shnorhali. L’anniversario della morte di Nerses Shnorhali (ovvero “il Grazioso” – 1102-1173) – si legge in una nota del Pio -, è stata inserita nel calendario Unesco 2023 di anniversari di personaggi famosi e di eventi importanti. Pioniere nell’arte della musica e della poesia e teologo di spicco dell’Oriente Cristiano, Nerses il Grazioso ha lasciato epistole, omelie e preghiere in prosa, ha composto il testo e la melodia di quasi 1200 tra inni (šarakan), tropari, odi e canti liturgici. Divenuto Catholicos (1166 al 1173) con il nome di Nerses IV, è soprannominato Shnorhali, per i doni di santità e umile benevolenza, fu anche una figura di rilievo internazionale nel dialogo tra le Chiese Cristiane. “La sua eccezionale apertura ecumenica, unita all’approccio umano e pacifista nelle controversie del suo tempo – spiega il Pio –, è stato un modello di diplomazia efficace che può servire da insegnamento anche oggi nella soluzione dei conflitti religiosi ed etnici. Il convegno internazionale, che riunirà eminenti studiosi da tutto il mondo, si svolgerà in lingua inglese presso l’Aula Magna del Pontificio Istituto Orientale e verrà trasmesso in streaming sul canale canale YouTube @Orientale.

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Nagorno Karabakh, la grande fuga (RSi 24.11.23)

La Repubblica del Nagorno Karabakh – uno Stato de facto indipendente dal 1991, ma de iure situato dentro i confini dell’Azerbaigian – cesserà ufficialmente di esistere dal 1° gennaio 2024.

Dopo aver imposto un blocco al cosiddetto “corridoio di Lachin” – l’unico collegamento della regione con l’Armenia e il resto del mondo – che per mesi aveva ostacolato traffico civile e forniture di beni alimentari, medicine e carburante, l’Azerbaigian ha lanciato lo scorso settembre un’offensiva su larga scala. In poche ore, il governo azero ha ottenuto il controllo della regione e il disarmo dell’enclave. La quasi totalità dei circa 120’000 residenti è fuggita in massa verso il sud dell’Armenia.

Se da una parte i rifugiati piangono le vite che si sono lasciati alle spalle e affrontano un futuro incerto, l’Armenia intera si misura con una questione fondamentale per la propria memoria collettiva: la resa della cosiddetta “ultima roccaforte”, un territorio simbolo per l’identità nazionale e custode del patrimonio culturale.

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Nagorno-Karabakh: UE fornisce 5 milioni di aiuti umanitari (Regione Tosacana 24.11.23)

L’UE sta incrementando i suoi aiuti umanitari con 5 milioni di euro in risposta alle crescenti necessità derivanti dalla crisi del Nagorno-Karabakh. L’escalation del conflitto e il successivo cessate il fuoco dovrebbero innescare un esodo di massa di persone dal Nagorno-Karabakh verso l’Armenia, con circa 13.500 rifugiati che hanno già attraversato il confine. Allo stesso tempo, nell’enclave del Nagorno-Karabakh si registra una grave carenza alimentare e la mancanza di accesso all’elettricità e all’acqua.

Il finanziamento umanitario di 5 milioni di euro comprende 500.000 euro di sostegno d’emergenza annunciato la scorsa settimana e 4,5 milioni di euro di nuovi finanziamenti, che serviranno a:

•    assistere le persone sfollate dal Nagorno-Karabakh verso l’Armenia. Gli aiuti saranno forniti da diversi partner umanitari dell’UE che operano in Armenia per raggiungere circa 25.000 persone. La priorità è fornire assistenza in denaro, alloggi, sicurezza alimentare e mezzi di sussistenza.

•    assistere le persone vulnerabili all’interno del Nagorno-Karabakh. Gli aiuti saranno inoltrati attraverso il Comitato internazionale della Croce Rossa e mirano a sostenere circa 60.000 persone con cibo, assistenza sanitaria, alloggi e logistica.

L’UE sta inoltre inviando nella regione un esperto umanitario che collaborerà con i partner umanitari in loco per garantire una risposta rapida alla crisi.

Compresi i nuovi finanziamenti annunciati, la Commissione europea ha fornito oltre 25,8 milioni di euro in aiuti umanitari dall’escalation del conflitto in Nagorno-Karabakh nel 2020. Allo scoppio del conflitto in Nagorno-Karabakh nel 2020, la Commissione ha prontamente risposto con 6,9 milioni di euro in aiuti umanitari per rispondere alle esigenze dei civili più vulnerabili direttamente colpiti dalle ostilità.

Maggiori informazioni:

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Nuovo numero (2) di “Armeniaca. International journal of Armenian Studies”.

Sommario

Archaeology
Linguistics and Philology
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Literature
Translations and Comments
Michael Stone
22 Novembre 2023
A Case Study of Two Poems by Grigoris Ałt‘amarc‘i
Hasmik Kirakosyan
22 Novembre 2023
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Paratextuality in the Publishing Mission of Mxit‘ar of Sebastia
Jesse Arlen
22 Novembre 2023
History
Note sugli Armeni in Crimea e a Tana nel XIV secolo
Lorenzo Pubblici
22 Novembre 2023
Art
Preview di una ricerca
Rachele Zanone
22 Novembre 2023
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Reports
Report of 2022 Activities
Hamlet Petrosyan    Michele Nucciotti    Elisa Pruno    Leonardo Squilloni    Lyuba Kirakosyan    Tatyana Vardanesova    Francesca Cheli    Hasmik Hovhannisyan    Hamazasp Abrahamyan    Jan Petřík    Karel Slavíček
22 Novembre 2023
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Reviews and Bibliographic Information

 

 

 

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NAGORNO-KARABAKH, LEGA: INTERROGAZIONE SU RISPETTO DIRITTI CIVILI ARMENI IN FUGA (9 colonne 23.11.23)

(9Colonne) Roma, 23 nov – “Le tensioni politiche che sono scoppiate nella regione contesa del Nagorno-Karabakh, territorialmente appartenente allo Stato dell’Azerbaijan ma storicamente popolata in prevalenza da armeni, sono sfociate in un conflitto che ha generato sangue e violenze ai danni dei civili. Oltre 120mila armeni sono stati costretti ad abbandonare la loro terra ancestrale, rifugiandosi nella vicina Repubblica d’Armenia, temendo azioni di pulizia etnica. I diritti democratici e civili di questa popolazione sono evidentemente in pericolo. Per questo motivo abbiamo presentato un’interrogazione al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, al fine di sapere quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per garantire il rispetto, la tutela e la protezione degli armeni fuggiti dal territorio del Nagorno-Karabakh”.
Lo dichiarano i deputati della Lega Erik Pretto, Dimitri Coin, Paolo Formentini e Simone Billi, firmatari dell’interrogazione, e Giulio Centemero, presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia Italia-Armenia. (PO – redm)
231115 NOV 23

Che ne è dell’Artsakh? Una serata a Breganzona sull’agonia dell’Artsakh, da cuore della civiltà armena, a terra desolata – Il link per la diretta (Korazym 23.11.23)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.11.2023 – Vik van Brantegem] – Come abbiamo annunciato, oggi una serata a Breganzona nella Svizzera italiana punta i riflettori sul dramma degli Armeni sfollati con la forza dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e dimenticati da quasi tutti – dimenticato l’Ucraine, distratti con Gaza e con gli occhi puntati sull’omicidio di Giulia – che le forze armate azere hanno soggiogato completamente il 19-20 settembre scorso, prendendo il controllo di un territorio che sulla carta, per diritto internazionale, dovrebbe stare nei confini azeri, alla faccia del diritto all’ autodeterminazione della popolazione di etnia armena che dall’inizio degli anni ‘90 si era autogovernata in quella regione, sfollata oggi con la forza da quella che per gli Armeni è il cuore della loro ultra millenaria civiltà.

NAGORNO-KARABAKH, LEGA: INTERROGAZIONE SU RISPETTO DIRITTI CIVILI ARMENI IN FUGA

(9Colonne) Roma, 23 nov – “Le tensioni politiche che sono scoppiate nella regione contesa del Nagorno-Karabakh, territorialmente appartenente allo Stato dell’Azerbajgian ma storicamente popolata in prevalenza da Armeni, sono sfociate in un conflitto che ha generato sangue e violenze ai danni dei civili. Oltre 120mila Armeni sono stati costretti ad abbandonare la loro terra ancestrale, rifugiandosi nella vicina Repubblica di Armenia, temendo azioni di pulizia etnica. I diritti democratici e civili di questa popolazione sono evidentemente in pericolo. Per questo motivo abbiamo presentato un’interrogazione al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, al fine di sapere quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per garantire il rispetto, la tutela e la protezione degli Armeni fuggiti dal territorio del Nagorno-Karabakh”.
Lo dichiarano i deputati della Lega, Erik Pretto, Dimitri Coin, Paolo Formentini e Simone Billi, firmatari dell’interrogazione, e Giulio Centemero, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare di Amicizia Italia-Armenia.

Del dramma degli Armeni dell’Artsakh si parlerà stasera a Breganzona in Svizzera e per chi non potrà partecipare è stata predisposta una trasmissione in diretta su YouTube, dove il video resterà disponibile anche successivamente [QUI].

Cos’è la pace vera, in mezzo a tutte queste guerre? Cosa vogliono dire i 2500 anni di storia armena dell’Artsakh per tutti noi? “L’Artsakh fu crocifisso come Cristo. Nulla succede per caso. Artsakh risorgerà come Cristo”.

Ricordiamo le informazioni aggiornate in riferimento alla conferenza organizzata dall’associazione “Germoglio”, dedicata all’Artsakh/Nagorno-Karabakh con video-testimonianze di persone sfollate, che si svolge stasera, giovedì 23 novembre 2023 alle ore 20.15 nell’Aula Magna del Liceo diocesano in via Lucino 79 a Breganzona, Lugano, Svizzera.

Interverranno:
– Padre Derenik, l’ultimo uomo a lasciare l’Artsakh
– Renato Farina, giornalista ed ex-parlamentare
– Teresa Mkhitaryan, Presidente dell’Associazione “Il germoglio”.

Modera la Dott.ssa Ilda Soldini, Istituto di studi italiani dell’Università della Svizzera italiana

I posti sono limitati. Per la partecipazione inviare un messaggio a Teresa Mkhitaryan via email [QUI] o via SMS o WhatsApp al numero +41792007110.

È stata predisposta anche una trasmissione in diretta su YouTube, dove il video resterà disponibile successivamente [QUI].

«Credo fermamente che al mondo ci sono persone per le quali la giustizia è un valore intangibile; credo ci siano Cristiani che credono che con la grazia di Dio, ci sarà la vittoria. Perché il nostro Dio è un Dio vittorioso. La nostra unica speranza è nell’unità, quando siamo uniti, siamo invincibili. Quelle terre sono armene e devono tornare di nuovo ad essere armene. Cristo è Dio vittorioso e ha donato Amore al mondo e quindi amiamoci l’un l’altro. L’Amore vincerà il mondo. E noi Cristiani abbiamo avuto la grazia di ricevere l’Amore in questo mondo. Amiamoci, rispettiamoci e il mondo sarà più bello. E a quel punto noi non piangeremo più di dolore, avremo lacrime di gioia» (Padre Derenik).

Non c’è libertà senza giustizia. Non c’è giustizia senza libertà (Padre Derenik – Korazym.org, 6 novembre 2023 [QUI]).

Nel contempo, tra oggi e domani, il governo dell’Azerbajgian organizza nell’exclave Nakhichivan – nell’ambito dell’attenzione dichiarata dal Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, al territorio armeno dopo la pulizia etnica dell’Artsakh – un festival Il ritorno all’Azerbajgian occidentale e un congresso La via per il ritorno all’Azerbajgian occidentale“, con musica, arte, cucina “Iravan” e mappe che affermare che tutta Armenia è Azerbajgian.

«Per la prima volta in Azerbajgian si terrà in Nakhchivan il festival-congresso “La via per il ritorno all’Azerbajgian occidentale”.
Il 23 e 24 novembre 2023, nella città di Nakhchivan, per sostenere la politica del Presidente del Paese, Ilham Aliyev, che mira a ripristinare i diritti storici dei Turchi Azeri, che sono stati sfollati dalla loro patria, per motivi scientifici e per ottenere copertura a livello locale, regionale e internazionale, si terranno un festival “Il ritorno all’Azerbajgian occidentale” e un congresso su “La via per il ritorno all’Azerbajgian occidentale”. Il festival e il congresso dedicati all’Azerbajgian occidentale si svolgerà nella Repubblica Autonoma di Nakhchivan con l’organizzazione congiunta dell’Alta Rappresentanza del Presidente della Repubblica di Azerbajgian, del Ministero della Scienza e dell’Istruzione della Repubblica di Azerbajgian, dell’Università Statale di Nakhchivan, della Comunità dell’Azerbajgian occidentale e i nostri intellettuali dell’Azerbajgian occidentale».
«Congresso “La via per il ritorno all’Azerbajgian occidentale” – Festival “Il ritorno all’Azerbajgian occidentale” – Città di Nakhchivan, 23-24 novembre 2023».
Nella cartina le regioni dell’Azerbajgian occidentale (=Armenia) con le regioni armene indicate secondo la toponomastica azera.
I media statali dell’Azerbajgian affermano che la comunità internazionale si è schierata con gli Armeni che “hanno scelto volontariamente” di lasciare il Nagorno-Karabakh e poi si è scagliata contro il Commissario per i Diritti Umani dell’Unione Europea, Dunja Mijatovic, che si è incontrato con la “Comunità dell’Azerbajgian occidentale” ma non ne ha sostenuto la causa (che tutta l’Armenia è Azerbajgian).
Nel frattempo all’Università statale di Nakhchivan verranno insegnate “materie speciali relative all’Azerbajgian occidentale”: Toponomastica dell’Azerbajgian occidentale, Monumenti materiali e culturali dell’Azerbajgian occidentale, Storia politica ed etnoculturale dell’Azerbajgian occidentale
.

Un intervista con Renato Farina, uno dei relatori stasera a Breganzona, pubblicato ieri 22 novembre 2023 dal sito svizzero Il Federalista

Renato Farina da due decenni si preoccupa della sorte di quell’angolo del Caucaso meridionale dimenticato da tutti, tanto che recentemente per il suo impegno è stato insignito dalla Repubblica di Armenia della “Medaglia della Gratitudine”.

Renato Farina, qual è oggi la situazione nella regione del Nagorno-Karabakh, vi abitano ancora persone di etnia armena e come vivono?
A me risulta siano ormai rimaste meno di dieci persone dei 120mila presenti prima dell’ultima avanzata azera! Vivere nella regione è divenuto impossibile. L’insistenza con cui, sia da parte del Presidente azero Aliyev sia del suo alleato Erdoğan, si ripetevano proclami minacciosi nei loro confronti non potevano lasciarli tranquilli. Anche durante l’esodo sono stati sottoposti ad angherie di ogni genere. Vi sono documenti e filmati che raccontano le violenze subite dagli Armeni del Nagorno-Karabakh negli scorsi mesi: durante l’incontro pubblico cercheremo di mostrarne alcuni.

Non vi erano proprio le condizioni per una loro permanenza all’interno dello Stato azero?
La condizione è quella di chi ha memoria dello sterminio subito da nonni e padri per mano ottomana e si trova di fronte a chi nega che tale genocidio sia mai avvenuto. Questa, da sola, è una motivazione sufficiente per non voler rimanere in quelle mani. Nel caso odierno non sarà sterminio, ma il diritto internazionale e la storiografia codificano come genocidio anche l’occasione in cui un popolo è estirpato dalla sua terra.  Un fatto che io ritengo ampiamente documentato, da diplomatici indipendenti e dalle testimonianze credibili di chi ha perso tutto e si è dovuto portar via anche le ossa dei propri cari. Non bisogna dimenticare infatti che vi è il precedente dell’exclave azera di Naxçıvan (che si trova tra l’Armenia, l’Iran e la Turchia) dove la presenza della plurimillenaria civiltà armena fu cancellata completamente, persino distruggendo i cimiteri. Purtroppo è un tipo di cancellazione della memoria che potrebbe ripetersi anche ora in Artsakh. Gli armeni non potevano pensare di restare, vi sono testimonianze che riportano di spari sui bambini, decapitazioni di soldati dopo la resa, arresti delle persone legate allo “Stato terrorista” del Artsakh (come lo chiamano gli Azeri).

Un conflitto figlio di una situazione creata nell’era sovietica, vero?
Tra il ’21 e il ’23 Stalin fu delegato dai leader dell’Unione Sovietica a disegnare i confini politici di quelle zone. E, temo per odio verso gli Armeni, incluse nell’Azerbajgian la regione che da millenni apparteneva loro ed era il cuore della civiltà armena. Credo che vi fosse anche l’intenzione di creare dinamiche di conflitto, in una logica del divide et impera. Questa situazione si è rivelata naturalmente un problema al disfacimento dell’Unione Sovietica, quando le rivendicazioni nazionaliste da parte azera hanno portato a stermini di Armeni nelle zone controllate dagli Azeri, cui hanno risposto con altrettante crudeltà e stermini gli Armeni. La regione dell’Artsakh, per più del 90% armena, ha cercato di seguire le strade consentite dalla legislazione sovietica per dichiararsi repubblica autonoma e poi indipendente. Attorno a ciò si è consumata una guerra crudelissima. Spinta da uno spirito irredentista e di difesa dell’identità, l’Armenia ha inizialmente prevalso sugli Azeri.

A quel punto, giunti alla tregua nel 1994, l’Armenia non ha provato a risolvere diplomaticamente la questione?
Sì, per trent’anni si è discusso a Minsk, senza esito. Di fatto l’Armenia ha occupato anche una parte di territorio storicamente azero, il Corridoio di Lachin, per garantire una fascia di sicurezza e di rifornimenti all’Artsakh. Repubblica che peraltro non è mai stata riconosciuta dalla stessa Armenia, proprio in considerazione di questa conferenza di Minsk che avrebbe dovuto porre termine alla contesa.

Dunque la situazione è rimasta sospesa finché, negli ultimi anni, con l’Azerbajgian arricchitosi grazie agli idrocarburi, le cose si sono ribaltate?
Sì, decisiva è stata la guerra del 2020, dove la Russia che pure aveva un contratto di “difesa obbligatoria” con l’Armenia, non è intervenuta, salvo dopo dopo 44 giorni a massacri già avvenuti, dando un segnale al governo armeno di Pashinyan ritenuto da Mosca troppo vicino all’Occidente. Dopo di che, nonostante un accordo tra Putin, Pashinyan e Aliyev, le cose sono precipitate con l’Azerbajgian che nell’indifferenza delle truppe russe ha stretto un laccio intorno al collo della popolazione della Artsakh bloccando l’afflusso di merci, medicinali e dell’assistenza medica.

Adesso è ancora aperto il capitolo a sud dove l’Armenia taglia in due l’Azerbajgian (exclave di Naxçıvan, un unico minuscolo lembo di terra cristiana che si frappone al sogno imperialista del rais turco Erdogan di collegare tutte le popolazioni di etnia turca in Asia)?
La disputa è aperta. Il governo armeno, ha rinunciato all’Artsakh, riconoscendo la sovranità azera, sperando in cambio in una definizione certa dei confini attuali a sud. Il problema è che per ora Baku, a parte mezze promesse, sta temporeggiando e continua a condurre piccole provocazioni e occupazioni in villaggi in territorio armeno.

Una parola sulle responsabilità dei Paesi dell’Occidente: cosa non hanno fatto, cosa avrebbero potuto fare?
I Paesi occidentali hanno adottato un doppio standard. Hanno stabilito che la Russia è “cattiva” – con buone ragioni –, ma poi chiudono più di un occhio sull’Azerbajgian. Si pensi che il mio Paese, l’Italia, nel gennaio di quest’anno, in pieno assedio disumano di Stepanakert (capitale dell’Artsakh), ha sottoscritto un accordo militare anche per la fornitura di armi all’Azerbajgian (per altro, credo, in violazione alla legge italiana). Ci sono stati pronunciamenti delle corti internazionali, di ONU e Unione Europea, che condannavano gli atteggiamenti azeri, ma nessuno ha mosso un dito.

Capitolo gas: l’Europa sta già limitando il ricorso ai giacimenti russi, può privarsi di quelli azeri?
E invece sta emergendo, secondo ciò che testimoniano i dissidenti azeri, che buona parte del gas venduto da Baku all’Europa in questo momento viene dalla Russia. Perché lo fanno? Conservano il loro gas per il futuro e intanto lucrano su quello russo. L’Azerbajgian ha firmato un trattato di collaborazione stretta sulle materie prime con la Russia a pochi giorni dall’invasione dell’Ucraina. Si fa finta di non vedere. Perlomeno la Svizzera, al contrario dell’Italia, ha firmato con USA e Regno Unito (ma solo 33 Stati in tutto), un documento in sede ONU in cui si chiede vigilanza su ciò che avviene in Azerbajgian.

Un punticino a favore del nostro Paese dunque, anche se, come documentato dal Federalista in una passata edizione [QUI] https://ilfederalista.ch/nuova-fiscalita-solite-legnate-alle-famiglie-e-ai-cantoni, l’economia svizzera continua a intrattenere vistosi rapporti di convenienza con Baku (leggi SOCAR), senza che Berna batta ciglio.

Per capire le dimensioni…

«Non riesco ancora a capire perché il ponte aereo dell’Unione Europea possa volare verso Gaza o l’Afghanistan ma non poteva farlo verso il Nagorno-Karabakh per fornire aiuti umanitari agli Armeni affamati nel periodo luglio-settembre 2023. L’Unione Europea ha pensato che i Talebani, Hamas, il governo israeliano non l’avrebbero preso di mira, ma il governo dell’Azerbajgian lo avrebbe fatto?» (Sossi Tatikyan).

«L’Azerbajgian ha ripristinato la giustizia. I veri proprietari stanno tornando nella loro terra natale. Khankendi – Karabakh – Questo è Azerbajgian!» (Anastasia Lavrina).

«Gli Azeri diffondono un video di Stepanakert e dicono che la città svuotata dei suoi abitanti è molto bella! Comunque lì vedo ancora lettere armene. Tuttavia non potrete amare quella città quanto faccio io» (Marut Vanyan).

«Celebrare il “ritorno” in una città in un video che non mostra una sola persona, con gli edifici vuoti sottoposti a pulizia etnica dei loro abitanti. Questo è davvero l’Azerbajgian» (Neil Hauer).

Sfida del ringraziamento. Simon Maghakyan & Scout Tufankjian for Displaced Artsakh Journalists raccolgono donazioni per i giornalisti freelance rifugiati che hanno perso tutto in seguito all’invasione dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian il 19-20 settembre 2023. Informazioni e link per la donazione [QUI].

«L’azero İCTİMAİ, a cui piace rubare i miei video e i miei servizi in esclusiva, ha pubblicato (3 settimane fa) un’altra esclusiva da Stepanakert. La ♰ è ancora lì, ma non riesco a vedere i piccioni. Se ne sono andati anche di loro “spontanea volontà”. Probabilmente non volevano essere strizzati» (Marut Vanyan).

«Piccioni sul sagrato della chiesa di Stepanakert» (Marut Vanyan).

«Onestamente, non riuscivo a capire perché gli Armeni della diaspora parlassero così tanto della loro casa perduta. Non potevo sentirlo, affinché non ho perso anche io la mia casa. “Sento il mal di denti”. “Due persone non possono sentire lo stesso dolore”. Vivere da qualche parte per secoli e perdere tutto in un giorno…» (Marut Vanyan).

Nel tentativo di mettere a tacere Abzas Media, un tribunale distrettuale di Baku ha deciso di detenere per 4 mesi il suo Caporedattore Sevinj Vagifggizi con l’accusa di trasferimento illegale di denaro. Rischia fino a 8 anni di carcere. Women In Journalism, dandone la notizia, condanna la detenzione ingiusta e chiede il suo rilascio immediato.

La polizia azera ha arrestato il Caporedattore di Abzas Media, Sevinj Vagifgizi nelle prime ore di martedì al suo ritorno in Azerbajgian da Brussel, mentre Mahammad Kekalov, attivista per i diritti dei disabili e stilista di moda adattiva che ha lavorato con Abzas Media, è stato arrestato lunedì.

L’arresto di Vagifgizi è avvenuto il giorno dopo che la polizia ha fatto irruzione negli uffici di Abzas Media e arrestato il loro direttore, Ulvi Hasanli.

Martedì sera, Hasanli e Vagifgizi sono stati condannati a quattro mesi di custodia cautelare da un tribunale di Baku con l’accusa di contrabbando di valuta estera in Azerbajgian. Se giudicati colpevoli rischiano fino a otto anni di carcere. Entrambi i giornalisti negano le accuse e sostengono che i loro arresti riguardano il loro lavoro giornalistico.

Islam Shikhali, un giornalista azerbajgiano, ha detto a OC Media che Vagifgizi è stata arrestata intorno alle ore 03:30 di martedì mattina a casa sua a Baku e che la polizia ha perquisito la sua casa.

Sia Hasanli che Vagifgizi sono stati accusati di contrabbando come parte di un gruppo organizzato, dopo che la polizia avrebbe trovato 44.000 dollari durante un’irruzione negli uffici di Abzas Media. Il quotidiano ha accusato le autorità di aver depositato il denaro per falsificare le accuse contro Hasanli.

Abzas Media è noto per i suoi rapporti investigativi, anche sugli affari della famiglia Aliyev, nonché sulla presunta corruzione nei programmi di ricostruzione intrapresi nel Nagorno-Karabakh dal 2020.

Secondo quanto riferito, Mahammad Kekalov è stato arrestato nella sua abitazione da agenti di polizia in borghese, che hanno confiscato i suoi effetti personali, compreso il computer. Il suo avvocato, Rovshana Rahimli, ha detto martedì a OC Media che non sapeva ancora perché e nemmeno dove fosse detenuto. “Ho presentato domanda a diverse agenzie statali, al capo del dipartimento della polizia della città di Baku, all’ufficio del Commissario per i diritti umani e ad altre istituzioni”, ha affermato. “L’ufficio del Commissario per i diritti umani ha detto che avrebbero svolto le opportune indagini e ci avrebbero ricontattato”.

La repressione di Abzas Media ha attirato critiche da parte di giornalisti e attivisti in Azerbajgian, alcuni dei quali l’hanno vista come uno “spettacolo teatrale” e un’estensione dell’attacco di Baku alla libertà di parola e di stampa. La giornalista investigativa Khadija Ismayil ha sostenuto che gli arresti erano una “assurdità legale” e una “manifestazione della debolezza della leadership del Paese”. “Il governo, come sempre, si è spalmato in faccia la propria bruttezza; non potevano fare nulla, né essere onesti né tollerare la verità quando la loro disonestà veniva smascherata”, ha detto. “Due giovani giornalisti hanno sconvolto l’esercito di funzionari corrotti, compreso il Presidente”.

Più tardi martedì, un gruppo di giornalisti e attivisti Azeri ha rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condanna l’arresto del caporedattore e direttore di Abzas Media come parte della “repressione implacabile” della libertà di parola di Baku. «La repressione di Abzas Media […] è un’espressione dell’atteggiamento brutale del sistema politico nei confronti della stampa libera. Riteniamo che la responsabilità di tutte queste repressioni spetti al Presidente Ilham Aliyev, che ha affermato inequivocabilmente che “i media sono liberi” in Azerbajgian in occasione di eventi internazionali.

Anche diverse organizzazioni internazionali hanno condannato gli arresti e hanno chiesto il rilascio di Hasanli e dei suoi colleghi, tra cui Amnesty International, Reporter Senza Frontiere, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti e l’Istituto Internazionale della Stampa (Fonte: OC Media).

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