Il Canada intende aprire un’ambasciata in Armenia e unirsi alla missione UE (CorrierePL 29.08.23)

Il Canada sta intensificando il suo coinvolgimento diplomatico in Armenia mentre considera la possibilità di revocare l’embargo militare sulla Turchia, nel contesto dei negoziati sulla NATO e sulla sicurezza regionale. L’interesse del Canada per la sicurezza del Caucaso meridionale sembra connesso ad un conflitto diplomatico in corso con la Turchia. Funzionari canadesi hanno annunciato la loro decisione di unirsi alla missione di monitoraggio dell’UE pochi giorni dopo il vertice annuale della NATO in Lituania, dove Ottawa avrebbe riaperto i colloqui con la Turchia sull’esportazione della tecnologia di difesa canadese. Il Canada ha annullato i permessi di esportazione militare verso la Turchia nel 2021, dopo aver ricevuto “prove credibili” che la Turchia aveva trasferito tecnologia di fabbricazione canadese all’Azerbaijan che è stata poi utilizzata con grande efficacia nella guerra del Nagorno-Karabakh del 2020. Pertanto il Canada spera, a quanto pare, che unendosi alla missione di monitoraggio delle frontiere dell’UE in Armenia, possa proteggersi da qualsiasi potenziale ricaduta politica della revoca dell’embargo. Il governo del primo ministro Justin Trudeau non vuole creare complicazioni alla NATO mantenendo l’embargo, ma non vuole nemmeno alienare un piccolo ma influente elettorato interno, la comunità armena della diaspora del paese.

Il Canada intende aprire un’ambasciata in Armenia e a unirsi alla missione UE

In precedenza, le autorità canadesi avevano annunciato l’intenzione di aprire un’ambasciata a tutti gli effetti in Armenia. Questo tema, in particolare, è stato discusso lo scorso autunno dai primi ministri di Armenia e Canada Nikol Pashinyan e Justin Trudeau. Attualmente ci sono due consolati canadesi a Yerevan (il secondo è stato aperto a novembre 2022). I poteri dell’ambasciatore del Canada in Armenia sono conferiti ad Alison Leclaire, capo della missione diplomatica del Canada in Russia. Quindi, il ministro degli Esteri canadese Mélanie Joly visiterà l’Armenia a settembre per partecipare alla cerimonia di apertura dell’ambasciata a Yerevan. Lo ha annunciato il Comitato nazionale armeno del Canada in seguito all’incontro di Joly con i rappresentanti della comunità armena locale tenutosi presso il Centro armeno di Montreal. Durante l’incontro inoltre, si è discusso della situazione critica nell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) e del conseguente blocco del corridoio Lachin, che minaccia la sicurezza della popolazione dell’Artsakh. Il Comitato Nazionale Armeno del Canada ha sottolineato l’importanza dell’esercizio del diritto del popolo dell’Artsakh all’autodeterminazione nazionale, poiché è l’unica garanzia per la vita sicura e pacifica del popolo dell’Artsakh e che l’Artsakh non potrà mai essere subordinato all’Azerbaigian e diventare vittima di un genocidio.

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Armenia, Export e Sanzioni nelle Dinamiche Geopolitiche Eurasiatiche (Specialeeurasia 28.08.23)

Geopolitical Report ISSN 2785-2598 Volume 33 Issue 12
Author: Emanuele Aliprandi

Nel contesto geopolitico attuale, caratterizzato dal conflitto ucraino e dallo scontro tra Bruxelles e Mosca, l’incremento dell’export europeo verso l’Armenia ha sollevato dubbi sulla possibilità che questo permetta di aggirare le sanzioni, dilemma che però non coinvolge il vicino Stato azerbaigiano la cui politica estera sfrutta il supporto europeo, ma non tralascia gli accordi commerciali con la Russia.

Nelle ultime settimane sono apparsi su alcune testate italiane articoli che ponevano dubbi sui dati dell’export italiano verso alcuni Paesi dell’area euro-asiatica, lasciando intendere che questi Stati svolgano un ruolo di ponte per aggirare le sanzioni comminate dall’Unione europea alla Russia in conseguenza del conflitto in Ucraina.

Titoli e contenuti di questi articoli meritano alcune riflessioni al fine di dare ai numeri forniti la loro esatta cornice, in special modo nel contesto del Caucaso meridionale, regione che detiene una importanza strategica nello scacchiere geopolitico eurasiatico fungendo da ponte tra l’Europa e l’Asia.

Rapporti commerciali Italia-Armenia nel contesto economico armeno

Analizzando il caso dell’Armenia è possibile constatare che l‘export italiano verso questa repubblica caucasica è sensibilmente aumentato rispetto ai dati del 2021 (138 milioni di euro) e quest’anno oscillerà fra i 250 e i 350 milioni di euro.

In percentuale l’incremento è certamente significativo, ma nel calcolo complessivo non sarà difficile notare come le cifre in questione siano risibili rispetto all’export italiano verso la Federazione Russa che nel 2021 ha superato gli otto miliardi di euro (99 invece i miliardi dell’export complessivo dei Paesi dell’Unione Europea verso la Federazione russa nello stesso anno).

Parliamo, dunque, di un incremento di circa 200 milioni, max 250 milioni di euro, rispetto a due anni fa; numeri modesti i quali permettono di dissentire o almeno mettere in dubbio la tesi secondo la quale le aziende italiane stiano sfruttando il mercato armeno per aggirare le sanzioni.

Non va peraltro tralasciato di ricordare come il prodotto interno lordo (PIL) armeno sia cresciuto a doppia cifra negli ultimi mesi grazie a un’economia che si sta riprendendo dal disastro della guerra con l’Azerbaigian del 2020 e dalle conseguenze del Covid.

La presenza, poi, di diverse migliaia di giovani russi e ucraini arrivati in Armenia per sfuggire all’obbligo  della leva e della coscrizione nel conflitto in corso ha determinato un sostanziale, inevitabile, arricchimento dell’economia armena (e lo si intuisce dai prezzi degli affitti nella capitale Yerevan) sicché non è peregrino immaginare che una parte del surplus di export arrivato nel Paese (che non dimentichiamo fa parte dell’Unione Economica Euroasiatica) sia finito proprio nelle tasche della nuova ricca immigrazione.

Andrebbe altresì dato atto che il governo armeno ha comunque promesso di vigilare su eventuali dati anomali e, in tale ottica, il 25 maggio ha emesso il provvedimento n° 808 (“Approvazione dell’elenco delle merci sensibili esportate dalla repubblica di Armenia e transitate attraverso il territorio della repubblica di Armenia”).

A ben vedere, quel che manca nelle analisi in questione è una valutazione a tutto campo senza quelli che appaiono come “favoritismi”: ad esempio la mancanza di riflessioni sul ruolo dell’Azerbaigian (“partner affidabile” secondo la presidente Von der Leyen) rischia di apparire come un trattamento privilegiato al fine di tutelare comunque gli interessi europei.

Non è infatti errato esprimere perplessità sull’aumento quantitativo di gas in arrivo in Italia via TAP dal 2022. Ed è notizia di pochi giorni fa anche di un nuovo accordo di fornitura di gas tra Azerbaigian e Ungheria per un miliardo di metri cubi annui.

Sarebbe dunque opportuno eliminare dalla politica estera europea quell’ipocrisia di fondo che porta a differenti valutazioni di “forma” pur in presenza della medesima “sostanza”.

Conclusioni

L’Armenia sta attraversando, nonostante i buoni dati dell’economia, un periodo difficile: l’aggressività dell’Azerbaigian, le ripetute minacce di un nuovo conflitto, il palese boicottaggio di ogni iniziativa di sviluppo (a titolo di esempio, il forzato blocco della costruenda acciaieria di Yeraskh a causa dei colpi sparati dai cecchini azeri dalle vicine postazioni di confine) si fanno ogni giorno più forti.

A ciò si aggiunga la grave crisi umanitaria che sta attanagliando il Nagorno Karabakh-Artsakh a causa del blocco azero sul corridoio di Lachin, ovvero sull’unico collegamento tra la regione e l’Armenia stessa.

L’Unione Europea sta cercando attivamente di portare le parti a un accordo di pace, ma a rischio di sacrificare i 120.000 armeni del Nagorno Karabakh che, intanto, stanno morendo di fame per la penuria di cibo e materie prime. C’è invero il sospetto che Bruxelles, nella sua azione diplomatica, preferisca privilegiare i buoni accordi commerciali ed energetici con Baku piuttosto che le relazioni con Yerevan.

E certe “grida di allarme” su presunti aggiramenti delle sanzioni antirusse, oltre a essere a senso unico e limitate a poche risibili decine di milioni di euro, sembrano quasi mirate a colpevolizzare politicamente una parte rispetto all’altra con la conseguenza aggiuntiva di avvilire ulteriormente l’export italiano già duramente colpito.

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Nagorno-Karabach: Mijatovic (Consiglio d’Europa), “riaprire Lachin, situazione preoccupante. Avanzare sulla via della riconciliazione” (AgenSir 28.08.23)

Dalla Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, giunge oggi un nuovo, ennesimo appello a ripristinare la libera circolazione lungo il corridoio Lachin, il cui blocco, dal dicembre 2022, ha generato una preoccupante situazione umanitaria nel Nagorno-Karabakh. “Nonostante i miei appelli e quelli di numerosi altri stakeholder internazionali, la situazione umanitaria e dei diritti umani nell’area si è ulteriormente deteriorata, colpendo in particolare i più vulnerabili”, afferma Mijatović. Tagliato l’accesso alle forniture alimentari e alle cure mediche urgenti, “la popolazione si trova ad affrontare la mancanza di medicinali e di beni di prima necessità salvavita”, riferisce dal territorio il Comitato internazionale della Croce Rossa, che è rimasta l’unica organizzazione umanitaria su quella striscia di terra. Come Mijatović aveva già indicato nel Memorandum del 2021, “Armenia e Azerbaigian dovrebbero compiere sforzi per avanzare sulla via della riconciliazione e garantire una pace duratura per tutte le persone”, ribadisce la commissaria, che rinnova anche la propria disponibilità e il proprio impegno a “dialogare con tutti gli interlocutori rilevanti” e a recarsi nel Nagorno-Karabakh “per contribuire a superare le sfide esistenti in materia di diritti umani”.

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Giovedì Maya Oganyan in concerto al teatro Sant’Antonio di Tonfano (Lagazzettadilucca 28.08.23)

Giovedì 31 agosto sempre alle ore 21.30, nello spazio aperto del teatro Sant’Antonio di Tonfano, in cia Verdi 17 (in caso di maltempo al chiuso) si esibirà, in un altro prestigioso concerto di musica da camera, la giovane pianista affermata a livello internazionale e vincitrice del Premio pianistico Schumann 2023, Maya Oganyan con un programma ricco di contenuti espressivi musicali.

Maya Oganyan, diciassettenne, nasce a Mosca e dal 2011 vive e studia a Venezia. Inizia a prendere lezioni di pianoforte all’età di 4 anni e per 2 anni studia con il M° Alexander Maykapar, celebre clavicembalista, organista e pianista russo e professore all’Accademia di Musica “Gnessin”. Nel 2015 entra al Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, dove studia per 7 anni sotto la guida del M° Massimo Somenzi. Inizia successivamente gli studi accademici con M° Muriel Chemin e dal 2022 prosegue nella classe del M° Olaf John Laneri. Maya è vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali per giovani musicisti, tra cui il “Premio Schumann” del “Concordo Rospigliosi”, aggiudicandosi anche il premio del pubblico, “Vienna Grand Prize Virtuoso Competition”, “Orbetello Piano Competition”, “La Palma D’Oro”, vincendo anche il Premio Pettini “al miglior talento messosi in evidenza tra tutti i Primi Premi di tutte le sezioni”. Inoltre, si è esibita in molte sale italiane ed estere, in numerosi festival, tra cui l’Unione Musicale di Torino, in duo con il violoncellista Ettore Pagano, Musikamera nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice, Ascoli Piceno Festival, Cremona International Music Festival, partecipando ad un concerto in onore del compositore Valentin Silvestrov. Il 3 giugno 2021 si esibisce per la prima volta in un concerto come solista accompagnata dall’Orchestra Filarmonica Armena diretta dal M° Eduard Topchjan nella celebre sala “Aram Khachaturian” di Yerevan, eseguendo il Concerto n. 3 di Beethoven, in onore del M° Riccardo Muti, presente in sala, e del Ravenna festival in occasione del passaggio a Yerevan per il progetto “Le vie dell’amicizia” 2021. Il programma viene replicato al Teatro Toniolo di Mestre accompagnata dall’Orchestra di Padova e del Veneto e al Teatro Verdi di Firenze con l’Orchestra Filarmonica Armena. Nel 2023 ritorna a suonare a Yerevan eseguendo il Concerto per due pianoforte di Mozart con la pianista Eva Gevorgyan e l’Orchestra Filarmonica Armena. Nell’ottobre 2021 Maya suona il Concerto n. 23 di Mozart con l’Orchestra Filarmonica Armena nella Cappella Paolina del Quirinale in presenza del Presidente Sergio Mattarella e del Presidente della Repubblica d’Armenia Armen Sarkissian. Al giorno d’oggi prosegue i suoi studi, sotto la guida del M° Roberto Prosseda all’Accademia di Prato, segue il corso di Musica da Camera con il M° Marco Zuccarini presso l’Accademia Internazionale di Imola e frequenta il corso di alto perfezionamento con M° Lilya Zilberstein presso l’Accademia Chigiana.

L’appuntamento concertistico, straordinario per il tema ed i contenuti,  non può essere veramente perso! Per qualsiasi informazione telefonare al numero 335/5439579.

Nagorno-Karabakh. IS, situazione insostenibile (Avantionline 28.08.23)

 

Il Nagorno-Karabakh, alta e florida regione montana del Caucaso rischia di trasformarsi da giardino rigoglioso in un deserto. La regione enclave a maggioranza etnica armena nel territorio Azero ha una storia peculiare. Ed è stata attraversata da vicende estremamente complesse che, intersecandosi, ne hanno plasmato una specificità geopolitica.
La storia che coinvolge il Nagorno è alquanto articolata. Dopo l’Età moderna, a seguito delle due rivoluzioni russe del 1917, il Karabakh divenne parte della Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, dissoltasi in poco tempo in Armenia, Azerbaigian e Georgia. Nel corso dei due anni successivi (1918-1920), si susseguirono una serie di brevi conflitti tra Armenia e Azerbaigian in diverse regioni. Successivamente, le truppe turco-ottomane entrarono nel Karabakh, incontrando la resistenza degli armeni (si ricorda che dal 1915 al 1919 ebbe luogo un terribile genocidio degli Armeni nel territorio ottomano). Con la sconfitta dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale, le truppe britanniche occuparono la regione in attesa di una decisione finale da parte della Conferenza di pace di Parigi.
Nel 1920 in Azerbaigian prevalse la fazione rivoluzionaria che portò ad un’occupazione militare russa e, nello stesso anno, si consumò un feroce conflitto tra il Movimento Nazionale Turco e la Repubblica di Armenia, che si concluse con il tracollo armeno, la perdita di territori occupati dalla Turchia, un’insurrezione popolare e l’occupazione dell’armata rossa dell’Armenia. Nel giro dei seguenti due anni gli stati caucasici si ritrovarono nuovamente riuniti in Unione sovietica, prima come un’unica Repubblica federativa sovietica transcaucasica e successivamente come repubbliche di Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il Nagorno-Karabakh fu incorporato nell’Azerbaigian, ma data la peculiarità culturale fu istituito un Oblast Autonomo del Karabakh (che indica una regione a vasta autonomia) a maggioranza armena all’interno della repubblica azera.
Al crollo dell’Unione Sovietica nell’esacerbarsi delle identità religiose e nazionalistiche degli ex stati sovietici riemerse la questione del Nagorno-Karabakh che ha portato ad un primo sanguinoso conflitto tra Azeri e Armeni tra il 1992 e il 1994 conclusosi con un difficile percorso di pace; e a partire dal 2001 sia la Repubblica d’Armenia che la Repubblica dell’Azerbaigian sono entrate nel Consiglio d’Europa. Il conflitto si riaccende nuovamente tra settembre e novembre del 2020, creando una nuova emergenza umanitaria alla quale ha fatto fronte una forza di pace e la Croce Rossa internazionale che garantiva l’approvvigionamento di beni di primaria importanza attraverso il corridoio di Lachin, un piccolo lembo territoriale che consente agli aiuti umanitari di giungere al Nagorno-Karabakh.
L’accorato appello dell’Internazionale socialista si rivolge alle forze internazionali, ai leader progressisti e ai due partiti membri dell’Internazionale Socialista dei due paesi coinvolti, dunque la Federazione Rivoluzionaria Armena e il Partito social Democratico Azero. Di seguito la traduzione della dichiarazione dell’Internazionale sulla crisi umanitaria in corso.

 

Benedetto Ligorio

Ph.D.

 

 

Internazionale Socialista: Dichiarazione sulla crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh

 

L’Internazionale Socialista è profondamente preoccupata per la crescente crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh. Il continuo blocco del corridoio Lachin da parte dell’Azerbaigian ha causato per diversi mesi una situazione insostenibile e una crisi umanitaria. La privazione di cibo, medicine, gas ed elettricità fornite dall’Armenia sta rapidamente provocando fame e una catastrofe umanitaria nella regione.
La politica azera volta alla chiusura del corridoio Lachin dal 12 dicembre 2022, l’interruzione dell’unica linea elettrica ad alta tensione che alimenta il Nagorno-Karabakh l’Armenia dal 9 gennaio 2023, l’interruzione della fornitura di gas dal 21 marzo 2023 e inoltre la il blocco totale dal 15 giugno 2023 ha un impatto disastroso sulle condizioni di vita della popolazione armena autoctona del Nagorno-Karabakh.
Notiamo che dal 15 giugno 2023 le forniture di cibo, medicinali e altri beni essenziali, precedentemente effettuate dalle forze di mantenimento della pace russe e dal Comitato internazionale della Croce Rossa, sono state interrotte a causa del blocco del corridoio Lachin da parte dell’Azerbaigian. Il blocco continuo viola le decisioni giuridicamente vincolanti riguardanti il corridoio Lachin adottate dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
L’Internazionale Socialista è inoltre estremamente preoccupata per i rapporti e gli allarmi sull’imminente minaccia di genocidio della popolazione del Nagorno-Karabakh, sollevati da eminenti esperti internazionali e da istituzioni competenti, come il Lemkin Institute for Genocide Prevention e Luis Moreno Ocampo, il primo procuratore della Corte Penale Internazionale.
L’Internazionale Socialista esorta il governo della Repubblica dell’Azerbaigian ad aprire il corridoio Lachin per garantire il trasporto di persone e merci in entrambe le direzioni immediatamente in conformità con i suoi obblighi internazionali e le decisioni giuridicamente vincolanti adottate dai tribunali internazionali.
Esortiamo inoltre i nostri partiti membri dell’Armenia e dell’Azerbaigian a lavorare insieme per garantire una risoluzione sostenibile del conflitto del Nagorno-Karabakh.
Chiediamo inoltre alla comunità internazionale di accelerare i suoi sforzi per chiedere alle autorità azerbaigiane di porre fine al blocco del corridoio Lachin.

 

Crisi in Nagorno Karabakh, l’enclave armena da due mesi senza assistenza umanitaria. “Genocidio in atto” (Il Fatto Quotidiano 28.08.23)

Si riaccende la crisi in Nagorno Karabakh, l’enclave armena in territorio azero che da aprile vive in stato di isolamento dopo che le truppe azere hanno chiuso il passaggio dal corridoio di Lachin, l’unico accesso dall’Armenia ai territori dell’Alto KarabakhSergey Ghazaryan, ministro degli Esteri dell’autoproclamata repubblica, denuncia che è in atto “una politica del genocidio” da parte di Baku, che vuole “eliminare la popolazione indigena armena dalla loro patria. L’obiettivo dell’Azerbaigian non è altro che la ‘de-armenizzazionè del Nagorno Karabakh”. Ghazaryan sottolinea inoltre quanto la popolazione dell’enclave si trovi “vicina a una catastrofe umanitaria” e che la vita di “120mila persone è a rischio”. “Il Corridoio Lachin, la cui sicurezza è stata stabilita dalla dichiarazione trilaterale del cessate il fuoco del 2020, non è solo necessario per l’arrivo degli aiuti umanitari, è un elemento essenziale per la sicurezza del nostro popolo e per il nostro sviluppo socio-economico”, continua il rappresentante della repubblica non riconosciuta, sottolineando come “la sicurezza di tale passaggio sia un tassello fondamentale per raggiungere una pace duratura”.

Le proteste in Armenia – Una situazione che è sfociata anche in proteste nella capitale armena Yerevan, dove il 24 agosto i manifestanti hanno bloccato la città per esprimere il loro dissenso nei confronti dell’esecutivo del premier armeno Nikol Pahinyan e la sua gestione del negoziato di pace con l’Azerbaigian. L’opposizione accusa il premier di usare una linea troppo debole e chiede un azione rapida contro il blocco azero agli accessi al Nagorno Karabakh che sta determinando una crisi umanitaria nell’enclave armena lasciata da oltre due mesi senza assistenza umanitaria. Pashinyan a sua volta ha risposto alle proteste facendo sapere in un messaggio pubblico che “il negoziato verso la pace è l’unica strada per garantire all’Armenia una vera indipendenza”.

Le criticità nella zona di Lachin – Stando agli accordi di cessate il fuoco del 2020, il passaggio nella zona di Lachin doveva essere sotto il controllo delle forze d’interposizione russe, ma le truppe di Mosca hanno di fatto passato il controllo del posto di frontiera alle forze azere da questo aprile. Il rappresentante delle autorità del Karabakh non risparmia critiche all’Ue accusandola di “interagire regolarmente con l’Azerbaigian nonostante la azioni genocide che Baku sta attuando contro di noi”. Ghazaryan chiede infatti “sanzioni contro Baku”, e lamenta la lentezza dell’Ue nell’approvare misure contro l’Azerbaigian sottolineando come “questo comportamento dà all’Azerbaigian la fiducia nella propria impunità”. Intanto Euma, la missione civile di monitoraggio dell’Ue in Armenia, è partita a febbraio 2023.

Riguardo alle garanzie di sicurezza per gli armeni del Karabakh, punto fondamentale del processo di pace in corso tra Armenia e Azerbaigian, Ghazaryan insiste sulla necessità di “mediatori internazionali e un meccanismo internazionale ben progettato sul terreno”. In mancanza di garanzia di sicurezza per gli armeni del Karabakh, l’intero negoziato sarebbe infatti a rischio fallimento e tornerebbe “il pericolo di una ripresa delle ostilità, possibilità resa evidente dalle provocazioni, le violazioni del cessate il fuoco e le quotidiane minacce di ricorrere alla forza da parte dell’Azerbaigian“.

La missione europea – Nata da pochi mesi sullo stampo della vicina missione di monitoraggio in GeorgiaEuma conta attualmente circa 100 impiegati europei tra cui un’italiana e 6 basi nelle regioni più esposte, tra cui il quartier generale nella cittadina di Yeghegnadzor. La missione rappresenta di fatto gli occhi dell’Ue sul campo e opera sulle basi di un accordo bilaterale con il governo armeno con il mandato di osservare e riportare a Bruxelles gli sviluppi su tutta la linea di contatto tra Armenia e Azerbaigian. Un mandato esteso a tutto il confine perché ciò che minaccia la fragile tregua tra i due Paesi non è solo più la questione del Nagorno Karabakh, che rimane fuori dal mandato della missione. Dal conflitto del 2020 le tensioni infatti si sono allargate a tutti i villaggi di confine con incursione azere in territorio armeno, allargando la tensione anche nelle regioni ad est o quelle ad ovest adiacenti all’exclave azera del Nakhichevan. Un mandato che inizialmente voleva garantire l’accesso a entrambi i fronti ma che ha incontrato il no secco di Baku, contraria alla presenza di qualsiasi missione internazionale sul suo territorio.

Gli osservatori Ue non sono però gli unici: i russi sono ancora presenti nella regione con oltre mille uomini armati, i cosiddetti ‘russian peacekeepers’, che è facile vedere sui loro camion verdi percorrere le stesse strade battute dagli europei. Dopo aver facilitato la firma del cessate il fuoco del 2020, l’Ue ha però progressivamente sfilato a Mosca il ruolo di mediatore nel conflitto caucasico ospitando a Bruxelles i negoziati di pace. Le truppe russe fino al 2020 erano percepite come garanzia di sicurezza per gli armeni ma dopo l’escalation non sono più viste di buon occhio da chi vive a ridosso delle trincee.

260° giorno del #ArtsakhBlockade. Cronaca dal campo di concentramento della soluzione finale di Aliyev in Artsakh. Non ci vuole tutta questa intelligenza o tre lauree per capire cosa sta succedendo (Korazym 28.08.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 28.08.2023 – Vik van Brantegem] – Mai avrei pensato nei primi giorni di arrivare al giorno 260° – vuol dire che sono un ottimista – ma presto avevo capito che lo psicopatico di Baku faceva sul serio. L’aveva detto per decenni e il 27 settembre 2020 l’ha mostrato e poi l’ho ripetuto con ogni esternazione e con ogni atto e azione. Se il mondo non lo fermerà, lui ha intenzione di fermare il mondo civilizzato, come avevano intenzione di fare Stalin, Hitler, Mao, Pol Pot, ecc. Non ci vuole tutta questa intelligenza o tre lauree per capirlo.

È difficile sopravvalutare questa frase del The Azeri Times, medium statale azero. Il genocidio armeno è accettato come un fatto in ogni Paese al di fuori dell’Azerbaigian e della Turchia. Il dibattito sull’argomento è praticamente finito. Il fatto che la narrazione sia andata nella direzione opposta in Azerbajgian e Turchia li isola dal resto del mondo. Alcuni “ignoranti ostinati” (“ignorante” non è una parola offensiva, indica qualcuno che ignora; “ostinato” indica invece qualcuno che si ostina a non riconoscere verità e giustizia), ovvero i negazionisti del genocidio armeno, sembrano ad aver difficoltà a comprendere la connessione tra la negazione del genocidio e il #ArtsakhBlockade. Nessuna sorpresa qui, perché la negazione vuol dire: “Va bene uccidere centinaia di migliaia di persone (se non milioni) a causa della loro etnia, non c’è niente di sbagliato nello stuprare donne, uomini e bambini, va bene confiscare le loro proprietà e i loro conti bancari. Lo rifaremo quando le condizioni saranno mature”.
Dal momento che sono troppo pigri per “pensare” e grazie al livello di lavaggio del cervello a cui sono stati sottoposti dalla macchina di propaganda di Aliyev, non hanno idea del significato della negazione e del fatto che sia una fase determinante di un genocidio.

Infine, la società azera non si pone neanche la domanda perché il loro fratello maggiore (due nazioni, un fascismo) abbia aiutato l’Azerbajgian nella guerra dei 44 giorni contro l’Artsakh e perché lo sostiene con armi, formazione e assistenza militare (è accertato che l’esercito dell’Azerbajgian non sapeva come utilizzare i drone turchi, che son stati operati da militari turchi che successivamente hanno istruito l’esercito azero).

«Cos’è questa se non una catastrofe? Capite che le persone non hanno cibo da mangiare? (Personalmente non riesco a comprare un solo pagnotta di pane da 4/5 giorni). Questa è semplicemente una prigione a cielo aperto. Probabilmente in prigione si nutrano tre volte al giorno a differenza del Nagorno-Karabakh» (Marut Vanyan, giornalista freelance di Artsakh – Email).

In chiara violazione del diritto alla libertà di parola e con un passo contro la democrazia, Facebook ha cancellato il profilo del Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan dopo le denunce del governo dell’Azerbaigian

Dopo aver tagliato il cavo in fibre ottiche per ostacolare l’accesso a Internet, Aliyev ha bloccato anche la presenza su Facebook del Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan. Il 26 agosto 2023, la pagina Facebook ufficiale di Harutyunyan è stata oscurata a seguito delle persistenti denunce da parte dell’Azerbajgian, ha riferito il Dipartimento di informazione dell’Ufficio del Presidente dell’Artsakh. Per mesi sono stati presentati reclami contro la pagina, a seguito dei quali sono state gradualmente imposte forti restrizioni alla pagina sotto forma di diminuzione della visibilità dei post e del blocco di varie funzioni. A seguito di recenti reclami, dal 26 agosto la pagina non è più raggiungibile. I responsabili della pagina hanno presentato il reclamo a Facebook secondo le procedure stabilite, chiedendo le motivazioni per la decisione di oscurare la pagina, che contava 459.000 follower ed è stata determinante nel garantire la trasparenza delle attività del Presidente dell’Artsakh.

Lo Staff del Presidente dell’Artsakh ritiene inaccettabile la decisione di Facebook, soprattutto nelle attuali difficili condizioni, in cui l’Azerbajgian sottopone il popolo dell’Artsakh all’isolamento e al blocco assoluto, anche nel campo dell’informazione.

Il fatto che i giganti dei media favoriscano gli affari con regimi autoritari rispetto ai diritti umani non è una novità, ma considerando il #ArtsakhBlockade in corso, la decisione di Meta può essere visto come un crimine di complicità nel genocidio, fornendo sostegno diretto al regime autocratico di Baku in questo crimine.

E non venire a ripetere che Meta è una società privata e – “quindi” – può fare quello che vuole, fino a censurare. Si tratta di un’affermazione fallace e non merita neanche una risposta. Chi lo dice dimostra di ignorare in che mondo viviamo.

Dopo la recita dell’Angelus Domini con i pellegrini in Piazza San Pietro ieri, Papa Francesco ha detto: «Restiamo sempre vicini anche al popolo ucraino, che soffre per la guerra, e soffre tanto: non dimentichiamo l’Ucraina!» Continuiamo con fiducia e speranza attendere che il Papa si accorge del popolo armeno dell’Artsakh che soffre per la guerra, soffre tanto, per dimostrare di non dimenticare l’Artsakh.

Domenica nella cattedrale della Santa Madre di Dio della Chiesa Apostolica Armena a Stepanakert (Foto di Marut Vanyan, giornalista freelance di Artsakh – Email mailto:marutvanyan@gmail.com).

L’insediamento illegale nel villaggio di Talish con coloni azeri da parte dell’Azerbajgian dopo la pulizia etnica dalla popolazione armena nel 2020 è un vivido esempio di come l’Azerbajgian vede l’integrazione. “Integrano” i territori dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh in Azerbajgian, non la popolazione armena.

«Khankendi, 25.08.23. Un bel matrimonio degli Armeni del Karabakh Liana e Suren ieri in un ristorante con numerosi ospiti, tavole apparecchiate e musica. Sono disponibili cibo, elettricità e carburante. Non c’è fame, né crisi umanitaria» (un troll abituale su Twitter – con filmati e foto di gente che balla e posta foto, senza ombra di cibo, senza indicazione di data e luogo).

Il livello delle falsità diffuse dai “diplomatici” e troll turco-azeri sul libro paga di Ilham Aliyev mostra più immaginazione del miglior romanzo di fiction scritto da un autore rinomato. Diffondere una narrativa menzognera e di disinformazione è la strategia del regime autocratico di Aliyev dell’Azerbajgian.

«Insieme a medicine, latte artificiale, zucchero, sale, prodotti per l’igiene e altri elementi essenziali, i genitori sono alla ricerca di articoli di cancelleria e vestiti scolastici. Questi sono gli scaffali vuoti in una delle più grandi librerie di Stepanakert. #ArtsakhBlockade, giorno 259» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance a Stepanakert).

«I sacchetti di polietilene si stanno asciugando. Nell’Artsakh, le persone lavano e riutilizzano gli oggetti usa e getta» (Irina Hayrapetyan (giornalista della Repubblica Invisibile).

«Giorno 259 dell’assedio del Nagorno-Karabakh/Artsakh. Fila notturna per il pane a Stepanakert. Le persone sono così stanche che si sdraiano per terra. Non è possibile trovare alcun cibo vitale in città. Questa è semplicemente una situazione insopportabile che ci è apparsa. Inferno…» (Marut Vanyan, giornalista freelance di Artsakh – Email).
«La fila per il pane, iniziata di notte, non è ancora finita. E molte persone non riusciranno a comprare oggi il pane che è limitato. La popolazione dell’Artsakh/Nagorno Karabakh sta morendo di fame a causa della politica genocida dell’Azerbajgian e con il consenso della comunità internazionale» (Vahagn Khachatryan, giornalista di Artsakh).

Fila per il pane a Stepanakert (Foto di Liana Margaryan, giornalista freelance di Artsakh).

Nell’Artsakh, le persone stanno in fila per il pane non per ore, ma per giorni

Lo ha detto Mary Asatryan, Assistente del Difensore dei Diritti Umani della Repubblica di Artsakh, in una conversazione con Sputnik Armenia. «Le persone fanno la fila e trascorrono sia la notte che il giorno in fila. Le persone passano l’intera giornata a risolvere il problema del pane», ha detto Asatryan.

Asatryan ha anche detto che ci sono anche casi in cui i genitori mandano a fare la fila per il pane loro figli, che dormono per strada. E gli anziani molto spesso proprio non ce la fanno, svengono.

L’Assistente del Difensore dei Diritti Umani dell’Artsakh ha anche detto che le scorte di farina nell’Artsakh sono praticamente finite e che ora le autorità locali stanno cercando di organizzare il raccolto estivo, essiccarlo e macinarlo per fare il pane.

«Anche le interruzioni di corrente influiscono sul lavoro dei panifici. Abbiamo elettricità per 6 ore al giorno, il che non è sufficiente per produrre del pane a sufficienza per le persone. Nel caso degli asili nido, a motivo della stagionalità, è ancora possibile procurarsi frutta e verdura dai villaggi e fornirle ai bambini piccoli», ha sottolineato Asatryan.

Ha anche ricordato che non sempre è possibile raccogliere il nuovo raccolto di grano, perché gli Azeri sparano in modo mirato sulle macchine da raccolta e sugli abitanti dei villaggi.

In risposta alla domanda dell’agenzia di stampa Artsakhpress, il Fondo di sostegno ai villaggi e all’agricoltura della Repubblica di Artsakh ha smentito le voci, secondo cui la farina non verrebbe più fornita ai panifici nei prossimi tre giorni. Il Fondo ha assicurato che nonostante vi siano diversi problemi legati all’organizzazione del raccolto, ad ottenere il volume di grano necessario, al funzionamento dei mulini e alla disponibilità di combustibile, nei prossimi giorni sarà possibile mantenere stabile almeno al livello degli ultimi giorni l’approvvigionamento di farina e del volume di produzione del pane. «Giornalmente vengono raccolte le scorte di grano e la farina risultante viene inviata direttamente ai panificati, secondo le possibilità. Attualmente a Stepanakert viene fornita ai panifici farina pari al 70% della domanda di pane”, ha dichiarato il Fondo.

Il Ministero dell’Agricoltura della Repubblica di Artsakh ha informato che il governo è pronto a raccogliere il raccolto di grano, esortando i proprietari dei terreni di collaborare al processo di fornitura del pane ai connazionali e che il governo è pronto ad acquistare il grano raccolto al prezzo di mercato, indipendentemente da la quantità: «Esortiamo i capi delle comunità a raccogliere e completare le informazioni sulle scorte di grano nelle loro comunità e a presentarle al Ministero dell’Agricoltura in modo che il governo possa organizzare la questione del trasporto del grano il prima possibile. Cari leader comunitari, vi preghiamo di mostrare la massima collaborazione, coerenza e responsabilità nel risolvere il problema, contribuendo ad alleviare in una certa misura la crisi del pane», si legge nella nota rilasciata dal Ministero dell’Agricoltura.

Le autorità competenti dell’Artsakh fanno continuamente tutti gli sforzi per soddisfare, almeno parzialmente, il bisogno di pane della popolazione, date le limitate riserve di grano e di carburante, sia a Stepanakert che nelle regione, si legge nella nota.

Tra sabato e domenica sono stati terminati i preparativi per la vendita equa di determinati prodotti per alcuni gruppi sociali di Stepanakert, che inizierà oggi. Lo ha scritto il Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh, Gurgen Nersisyan, sulla sua pagina Facebook: «Negli ultimi giorni il governo ha svolto alcuni lavori preparatori per organizzare la distribuzione di prodotti a base di carne, patate e cereali ai rappresentanti di diversi gruppi sociali di Stepanakert (anziani, disabili, sfollati, madri single, famiglie con tanti bambini, ecc.) dalla prossima settimana. Un ulteriore comunicato chiarificatore verrà rilasciato dagli organi competenti in merito alla procedura».

Secondo informazioni provenienti da diverse fonti, non confermate, ci sono indicazioni di un cambio di comando all’interno del contingente di mantenimento della pace russo nell’Artsakh. Sondo gli stessi fonti, il Colonello Generale Aleksander Lentsov ha lasciato già l’Artsakh e il nome del nuovo comandante dovrebbe essere reso noto presto. «Gli obiettivi sono passati di male in peggio e ciò richiede una maggiore incompetenza da parte del fronte ucraino impegnando gli avanzi» (Cit.).

«Vediamo come risponderà la Russia alla richiesta del Nagorno-Karabakh di organizzare un incontro con l’Azerbajgian. Stepanakert si aspetta che Mosca organizzi un incontro con Baku in un luogo neutrale e sicuro. Gurgen Nersisyan, Ministro di Stato del Nagorno-Karabakh, si è rivolto alla Russia con una “proposta-richiesta per organizzare un incontro con l’Azerbajgian sul tema della catastrofica situazione umanitaria”.
Nersisyan ha affermato che nessuno può garantire la sicurezza fisica della popolazione dell’Artsakh nel territorio dell’Azerbaigian. “L’incontro può svolgersi nel luogo in cui si trovano le forze di pace russe o in qualsiasi altro luogo sicuro con la partecipazione di terzi, che garantiranno la costruttività della discussione e l’inviolabilità degli accordi”, ha detto Nersisyan. Il responsabile del governo del Nagorno-Karabakh ha detto che le decisioni verranno prese dopo l’incontro con l’Azerbajgian.
Secondo le mie informazioni, il Nagorno-Karabakh è costretto a rivolgersi alla Russia dopo che Baku e Mosca hanno ostacolato l’incontro tra Karabakh e Azerbaigian che l’Occidente stava cercando di organizzare. Sicuramente la proposta occidentale sarebbe più vantaggiosa per il Nagorno-Karabakh, perché l’incontro verrebbe organizzato in un Paese neutrale e dovrebbero essere presenti mediatori internazionali. Gli Stati Uniti sono stati due volte molto vicini all’organizzazione di un incontro in un Paese neutrale (Sofia, Bucarest), ma la distruttività e il massimalismo dell’Azerbajgian hanno ostacolato gli sforzi occidentali.
L’Azerbajgian si è detto contrario alla presenza di osservatori internazionali, come diplomatici americani o europei, all’incontro Karabakh-Azerbajgian. Baku si offrì addirittura di pagare i servizi dell’hotel per il luogo dell’incontro. Penso che il Nagorno Karabakh non possa partecipare all’incontro con l’Azerbajgian senza osservatori internazionali.
È ovvio che durante un incontro faccia a faccia, l’Azerbajgian minaccerebbe di guerra il Nagorno-Karabakh e chiederebbe di accettare il programma di “reintegrazione” dell’Azerbajgian. Non sarebbe un negoziato, ma sarebbe un ricatto da parte dell’Azerbajgian.
E su quali basi Stepanakert doveva aspettarsi minacce di guerra da Baku? Il 1° marzo 2023 si è svolto un incontro Karabakh-Azerbajgian a Khojaly/Ivanyan del Nagorno-Karabakh, con la mediazione del comando di mantenimento della pace russo. In quell’incontro, l’Azerbajgian minacciò che ci sarebbero state dure operazioni militari se il piano azerbajgiano non fosse stato accettato.
Alcuni giorni dopo l’incontro del 1° marzo, l’Azerbajgian ha ucciso quattro poliziotti del Nagorno-Karabakh, ha conquistato le alture del Karabakh, ha istituito un posto di blocco illegale nel Corridoio di Lachin con l’aiuto dei Russi e ha vietato l’ingresso di beni umanitari nell’Artsakh.
Ora la situazione umanitaria in Karabakh è critica e ritardre l’incontro potrebbe avere conseguenze tragiche. Ecco perché Stepanakert è ora costretto a rivolgersi a Mosca. Se l’Occidente riuscisse a superare la pressione russo-azerbaigiana e ad organizzare un incontro, il Nagorno-Karabakh vi avrebbe partecipato.
L’altra parte che ha ostacolato l’incontro tra Karabakh e Azerbajgian alla presenza di mediatori internazionali in un Paese neutrale è la Russia. Mesi fa Mosca ufficiale ha diffuso una menzogna secondo cui avevano informazioni secondo cui gli USA stavano facendo pressioni sul Nagorno-Karabakh affinché si incontrasse con l’Azerbaigian in un Paese terzo. Stepanakert ha negato quella calunnia russa. Cosa risponderà oggi la Russia a Stepanakert?
C’è un’alta probabilità che la Russia offra nuovamente al Nagorno-Karabakh un incontro con i rappresentanti di Baku nelle città azere di Yevlakh o Barda. La Russia ha già fatto un’offerta del genere l’ultima volta. Tuttavia, Artsakh ha rifiutato di incontrarsi a Yevlakh dopo il rapimento di Vagif Khachatryan da parte dell’Azerbajgian. C’è il grosso rischio che questa volta la Russia offra un incontro in qualche città dell’Azerbaigian, promettendo alcune garanzie di sicurezza. Penso però che la Russia non soddisferà l’altra richiesta del Nagorno-Karabakh, ovvero il coinvolgimento di mediatori internazionali. La Russia proporrà la presenza della forza di mantenimento della pace russe all’incontro. Tuttavia, l’Azerbajgian ha rapito Vagif Khachatryan al checkpoint nel Corridoio di Lachin in presenza delle forze di mantenimento della pace russe. I Russi non possono garantire la sicurezza della delegazione del Nagorno-Karabakh in Azerbajgian.
Finora la Russia non ha risposto alla richiesta del Nagorno-Karabakh» (Robert Ananyan – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

Gli esami forensi hanno confermato la morte di Prigozhin durante l’incidente aereo

Il comitato investigativo russo ha annunciato che sono stati identificati tutti i passeggeri morti nello schianto dell’aereo Embraer-135 nella regione di Tver, compreso Yevgeny Prigozhin, il capo della compagnia militare privata Wagner. Secondo i risultati degli esami del comitato investigativo russo, l’identità di tutte e dieci le persone morte è stata rivelata, corrispondondente all’elenco dei passeggeri del volo, con l’aggiunta dei tre membri dell’equipaggio.

Segnaliamo

– Betty Arslanian: “La cuestión de la defensa de Artsakh sigue siendo la línea roja para la sociedad armenia” di Angelo Nero – Nuervarevolucion.es, 27 agosto 2023 [QUI]

NOI PREGHIAMO IL SIGNORE PER QUESTO MIRACOLO
NON DOBBIAMO SPERARE CHE VENGA DAGLI UOMINI,
QUELLO CHE SOLO IL SIGNORE POTREBBE DARCI

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI

Cyfest, il festival russo itinerante di arte e nuove tecnologie va in Armenia (Atribune 28.08.23)

Sarà in Armenia la quindicesima edizione del Cyfest, importante festival di arte e tecnologia fondato in Russia, a San Pietroburgo, nel 2007, da artisti e curatori indipendenti, e dal 2013 divenuto un evento itinerante. In programma dal 2 al 18 settembre in diversi luoghi della capitale Yerevan (Centro Culturale HayArt, Giardino Botanico, Istituto di Arte Contemporanea), accoglierà come sempre artisti, curatori, ingegneri e programmatori di tutto il mondo, con l’obiettivo di avvicinare il pubblico alle opere nel campo della robotica, della video art, della sound art e della net art.

Il concept della quindicesima edizione del Cyfest in Armenia

Gli artisti, che dovranno confrontarsi con il concept del festival di quest’anno – Vulnerability (anti)fragilità del corpo umano e non umano – sono stati invitati a realizzare delle opere di riflessione sugli spazi biologici, sociali e cibernetici, su storie e scenari del futuro, nonché a confrontarsi con un mondo in stato di transizione. “La vulnerabilità è una qualità naturale di ogni essere umano” spiegano Elena Gubanova e Silvia Burini, co-curatrici del festival insieme a molti altri, tra cui Valentino Catricalà, curatore della MODAL Gallery alla SODA-School of Digital Art di Manchester e responsabile dell’aerea digitale de La Quadriennale di Roma. “Il riconoscimento della propria vulnerabilità rende più forti. Esprimere i propri desideri, rivalutare i confini personali e porre domande sono azioni che implicano un certo rischio, ma aiutano anche a superare la paura di essere rifiutati o incompresi. Ci preparano a immergerci nel vuoto senza paura, ma anche senza false speranze. Riconoscendo la nostra vulnerabilità, scopriamo anche la nostra capacità empatica: questo alimenta la nostra responsabilità etica verso gli altri, la società e l’ambiente”.

259° giorno del #ArtsakhBlockade. Cronaca dal campo di concentramento della soluzione finale di Aliyev in Artsakh. Il crudele e malvagio genocidio è originato e alimentato dall’empatia zero (Korazym 27.08.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.08.2023 – Vik van Brantegem] – Per caprie la crudeltà e la malvagità di colui che ha ordinato e fomenta il demoniaco e mostruoso genocidio armeno 2023, ci aiutano due libri: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt (Feltrinelli 2003. Edizione originale: Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, 1963) e La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà di Simon Baron-Cohen (Raffaello Cortina Editore 2012. Edizione originale: The Science of Evil. On the Empathy and the Origins of Cruelty, 2011).

«Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso». Il Male che Eichmann incarna appare a Hannah Arendt “banale” e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai di quel secolo non hanno la “grandezza” dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.

I nazisti trasformavano la pelle gli Ebrei sterminati in paralumi e il copertine per album di foto. Il neuropsichiatra Simon Baron-Cohen Questo evidenzia che questo significa che erano in grado di trattare degli esseri umani come oggetti. Questo tipo di atteggiamento verso gli altri è quello che, generalmente, è descritto come “crudeltà”, chiamando “malvagio” chi compie l’atto in questione. Ma, argomenta Baron-Cohen, né “crudeltà” né “malvagio” possono essere considerati dei termini scientifici, dotati di potere esplicativo. Per questa ragione, “la scienza del male” viene connotata da Baron-Cohen come l’opera che tenta di ricondurre questi concetti a più solidi termini scientifici. A fornire la chiave di lettura della teoria è la definizione di “empatia” come capacità di passare dall’attenzione rivolta ad un singolo soggetto (se stessi) ad una rivolta a due, ovvero, come l’abilità di effettuare un processo che permette di riconoscere i pensieri e le emozioni dell’altro per poi essere in grado di agire di conseguenza.

Simon Baron-Cohen ha individuato sette livelli di empatia da 0 a 6. Le persone a empatia zero descritte da Baron-Cohen, incapaci di provare empatia, non hanno considerazione di nessuno, disinteressate agli altri, fredde e calcolatrici, che non hanno a cuore la vita umana, macchine per uccidere. La “erosione empatica” è presente in coloro che sono portatori di vendetta, di rabbia incontenibile, di odio, di un vero e proprio desiderio di fare del male all’altro o nella migliore delle ipotesi di considerare una persona solo un mezzo per soddisfare i propri bisogni. Le persone che rientrano in questa categoria possono essere definite come persone con “empatia spenta o zero”, sintonizzate esclusivamente sulla “modalità io” che li spinge a rapportarsi ad altri come se fossero cose e non essere viventi con un’anima e sentimenti.

Lo stato d’animo di una persona al grado zero di empatia non è transitorio ma permanente, è incapace di provare empatia. È sempre nella “modalità io”, imprigionato nell’essere concentrate su di sé, sprovvisto di strumenti adeguati per guardarsi dentro e conoscersi. Non ha consapevolezza di come ci si relaziona con gli altri, non comprende le ragioni per cui i rapporti non funzionano e sviluppa un profondo egoismo, pensieri e sentimenti altrui non vengono intercettati e percepiti e si preoccupa solo delle proprie ragioni come chiusa in una bolla impermeabile. Crede di essere completamente nel giusto circa le proprie idee e convinzioni e giudica in errore chiunque non le condivida. Vive un’esistenza solitaria, una vita condannata all’insegna del fraintendimento e dell’egoismo, senza freni al proprio comportamento, libera di perseguire qualunque comportamento e desiderio, inconsapevole delle conseguenze delle proprie azioni e parole, e non prova alcun rimorso. Può diventare violento e aggressivo, non solo a parole ma commettere atti di crudeltà, essere insensibili verso gli altri, socialmente isolati e arrivare a commettere crimini.

Le persone al grado zero di empatia sono definite “negativo zero” poiché non hanno nulla di positivo di cui vantarsi, sono cattive verso chi soffre e verso coloro che le circondano. Le persone negativo zero sono possono essere del tipo borderline, narcisista o psicopatico.

La persona negativo zero del tipo psicopatico condivide con quella del tipo borderline una totale preoccupazione per se stessa, ma a differenza del borderline, lo psicopatico è disposto a fare qualunque cosa pur di soddisfare i propri desideri. Mostra reazioni violente di fronte al più piccolo ostacolo o può essere freddo e crudele pur di raggiungere i suoi obiettivi. Le sue aggressioni sono provocate non da una minaccia ma dal bisogno di dominare o di ottenere ciò che vuole, completamente distaccato dai sentimenti degli altri, a volte con il piacere nel vedere soffrire qualcuno. Lo psicopatico mostra una totale mancanza di empatia e di comprensione dell’impatto del proprio comportamento sull’altro, connotato da un totale egocentrismo. È una persona amorale, non mostra reazioni emotive di fronte al disagio degli altri e non teme le punizioni.

Con questo è stato tracciato alla perfezione il ritratto di colui che ha ordinato il crudele e malvagio genocida #ArtsakhBlockade, all’interno di un’architettura, che permette di valutare in modo scientifico, quindi oggettivo, le parole e le azioni di colui che incarna il Male a.D. 2023 nel Caucaso meridionale e sarebbe stato invidiato da Stalin, Hitler e Pol Pot, degno erede dei Tre Pascià del genocidio armeno 1915.

Ilham Aliyev sotto pressione

Il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha fatto capire di ricevere forti pressioni, dopo l’intervista con Le Point del Presidente francese, Emmanuel Macron [QUI]. In questa intervista Macron ha criticato aspramente la politica anti-Artsakh dell’Azerbajgian, che ha portato alla fame 120.000 Armeni nell’Artsakh. Ha condannato il blocco dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian, definendolo inaccettabile. Ha sostenuto la sovranità del popolo e che non è più il momento della diplomazia. Ha osservato che il ruolo della Francia nell’accesso umanitario è quello di esercitare pressioni. «Continuiamo ad adottare misure per garantire la consegna di cibo e medicine e mantenere il libero accesso al Nagorno-Karabakh. Inoltre, i confini dell’Armenia sono a rischio», ha affermato Macron.

Oltre alla Francia, anche l’Unione Europea ha annunciato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la strada di Aghdam non può essere un’alternativa al Corridoio di Lachin. Dal 12 dicembre 2022 ad oggi, il Segretario di Stato statunitense, Anthony Blinken, ha più volte parlato con il Presidente dell’Azerbajgian e lo ha invitato ad aprire il Corridoio di Lachin. Gli Stati Uniti hanno ribadito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’appello ad aprire il Corridoio di Lachin, aggiungendo “e un punto” alla fine della frase.

Aliyev ha dichiarato che Baku ha installato il checkpoint nel Corridoio di Lachin (nei pressi del ponte Hakari) in conformità con il “diritto internazionale” e ha ammesso che a causa di questa mossa, l’Azerbajgian era sotto pressione. «Ce l’abbiamo fatto, dimostrando ancora una volta volontà, coraggio, fiducia in noi stessi», ha detto Aliyev in un discorso durante una visita nella regione di Lachin occupata. Ha detto che a causa dell’apertura del checkpoint, l’Azerbajgian ha dovuto affrontare forti pressioni e minacce: «Questo continua ancora oggi. Nell’ambito di varie organizzazioni internazionali, l’Armenia e altri Paesi simili stanno ordendo varie cospirazioni contro di noi. Ma niente può farci deviare dal nostro percorso». Ha affermato ancora una volta che l’istituzione del checkpoint nel Corridoio di Lachin è «un completo ripristino dell’integrità territoriale dell’Azerbajgian». Ricordiamo che questa decisione è una violazione della Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 e dell’ordine vincolante della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, di garantire la libera circolazione di persone, veicoli e merci in ambedue le direzioni lungo il Corridoio di Berdzor (Lachin) tra Armenia e Artsakh.

Con le sue affermazioni, Aliyev ha esternato che è orgoglioso della sua volontà e del suo coraggio, grazie ai quali ha potuto resistere alle pressioni dei Paesi occidentali. È un classico modo di pensare autocratico e negativo zero, come abbiamo illustrato prima. Ciò dovrebbe dare agli Stati Uniti, all’Unione Europea e ad altri Paesi del mondo occidentale un motivo per riflettere sulle proprie posizioni. Un’autocratico negativo zero come Aliyev scredita i loro sforzi per risolvere un problema umanitario. Il Presidente dell’Azerbaigian vuole significare che è capace di resistere alle richieste degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Aliyev scredita l’Occidente.

Aliyev scredita le norme del diritto internazionale quando la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite gli ha ordinato di aprire il Corridoio di Lachin, e l’Azerbaigian non la rispetta.

Aliyev scredita la sua propria firma all’Accordo trilaterale del 9 novembre 2020.

Aliyev scredita il diritto umanitario internazionale.

Le azioni (non solo le parole) di Aliyev sono è una sfida al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i cui membri hanno l’obbligo di garantire l’esecuzione delle decisioni dei tribunali.

Insieme ai Russi e i Turchi, Aliyev si fa beffe dell’Occidente e non vengono prese contromisure. Sono necessari passi concreti, energici e risolutivi, se l’Occidente non è d’accordo con la prospettiva di essere screditato dall’Azerbajgian, dalla Turchia e dalla Russia.

«Una delle migliaia di storie tristi del blocco dell’Artsakh. Arsen, 13 anni, il 25 agosto ha scritto per la terza volta il suo nome sulla lista della fila per il pane. Purtroppo tornò a casa senza pane. Nella foto sono le 01.42 ma non c’è ancora pane, aspettando il suo turno al numero 252. P.S. Ieri è nelle prime pagine della coda, avantieri era al numero 1.620» (Ani Abaghyan, giornalista di Artsakh).

Chiedo: trovate normale che un ragazzo di 13 anni deve stare in fila notte dopo notte per una pagnotta di pane per decisione dello psicopatico di Baku? E se non lo trovate normale, perché rimanete fermi e non fate niente? PS non basta esporre la bandiera dell’Ucraina per essere buoni.

«Questa nonna ha avuto la fortuna di comprare 2 pagnotte di pane oggi, dopo aver aspettato in fila tutta la notte. Adesso sta riposando per poter tornare a casa a piedi, dato che i trasporti pubblici non funzionano a causa del blocco dell’Artsakh» (Vahagn Khachatryan, giornalista di Artsakh).

«La mia mattinata insonne è bella. Ho preso il pane» (N Sarkisian, studente di Artsakh).

«Stare in fila per ore sotto la pioggia solo per prendere del pane. #ArtsakhBlockade giorno 258» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance di Stepanakert).

Una delle migliaia di storie di resilenza del blocco dell’Artsakh. «Gli abitanti della città di Chartar nella provincia di Martuni hanno inviato a Stepanakert la loro terza spedizione di doshab (sciroppo denso a base di gelsi o uva) e korkot (grano spezzato). Doshab e korkot sono stati assegnati a 200 famiglie di via Sasuntsi Davit a Stepanakert. Ogni famiglia ha ricevuto 1 kg di korkot e 0,5 l di doshab. Lo sforzo è stato reso possibile grazie all’assistenza sia degli impiegati del comune di Chartar, che di volontari. Condividono quel poco che hanno dei frutti del raccolto, nella fame e nella sofferenza dell’Artsakh assediato.

«I residenti di Chartar condividono il loro korkot e doshab con i residenti di Stepanakert» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance di Stepanakert).

«Ritorno dal XXI secolo al passato. #ArtsakhBlockade. Gli abitanti dei villaggi portano i loro raccolti a Stepanakert per la vendita» (Irina Hayrapetyan, giornalista della Repubblica Invisibile).

Fila per l’acqua a Stepanakert. Ormai, si fa la fila per tutto in Artsakh. L’avete capito ormai, spero.

Traduzione italiana dall’arabo della “Dichiarazione del battaglione Nubar Ozanyan degli Armeni di Rojava [*] contro il #ArtsakhBlockade organizzato dall’Azerbaigian in cooperazione con la Turchia per respingere l’assedio del Karabakh”
“Dall’Artsakh e l’Armenia al Rojava, gli Armeni hanno lo stesso nemico!”

In nome della forza militare armena e in nome del popolo armeno nella Siria del Nord-Est, dichiariamo di stare a fianco del nostro popolo armeno nell’Artsakh assediato.
Dopo che l’Azerbajgian fu in grado di occupare gran parte dell’Artsakh e di separare completamente la regione dallo Stato armeno, rimase solo un corridoio per la popolazione dell’Artsakh nella regione (il Corridoio di Lachin, unico collegamento con l’Armenia degli oltre 120.000 Armeni che vivono nell’Artsakh). Da lungo tempo, lo Stato azerbajgiano ha imposto un blocco soffocante all’Artsakh assediato e ha chiuso il valico di Lachin, impedendo l’ingresso di cibo e forniture mediche ai residenti dell’Artsakh.
Lo Stato azerbajgiano persegue in questo modo la sua politica disumana realizzando le sue intenzioni malvagie, che mirano ad eliminare l’Artsakh ed espellere gli Armeni dalle loro terre, facendoli morire di fame e impedendo l’ingresso di generi alimentari, occupando così le terre e minacciando la capitale Yerevan.
Lo Stato azerbaigiano persegue una politica di blocco contro il popolo armeno senza tener conto delle norme e delle leggi del diritto internazionale. Il secondo principio della Convenzione del 1948 intende prevenire e punire il crimine di genocidio, così come garantire il diritto internazionale umanitario, che impedisce ai conflitti armati di colpire i civili che non partecipano alle ostilità, oltre al diritto internazionale che protegge la vita umana individuale e collettiva. Lo Stato azerbaigiano ignora tutte queste leggi e continua a bloccare e impedire l’arrivo di generi alimentari e a imporre la fame e lo sfollamento agli Armeni dell’Artsakh, nonché operazioni militari intermittenti, cecchini che minacciano la vita dei civili con l’obiettivo della pulizia etnica. Tutte queste pratiche sono considerate crimini contro l’umanità, e queste pratiche non sono più solo un tentativo di sterminio, ma sono ormai nella fase di esecuzione di un genocidio. La continuazione dello status quo porterà ad una catastrofe umanitaria e il mondo sarà testimone nel XXI secolo di un nuovo genocidio contro il popolo armeno. Pertanto, gli autori di questi crimini devono essere puniti e l’aggressore deve essere fermato.
Dichiariamo ancora una volta, in nome della forza militare armena nella Siria del Nord-Est e in nome del martire Tokay Nubar Ozanian, di stare a fianco del nostro popolo armeno nell’Artsakh e il nostro rifiuto della politica azera di assedio dell’Artsakh.
Libertà per il nostro popolo armeno.
Forza militare armena martire Tokay Noubar Ozanyan

[*] L’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, anche nota come Siria del Nord-Est o Rojava (che in lingua curda significa Occidente), è una regione autonoma de facto nel nord-est della Siria, non ufficialmente riconosciuta dal governo siriano. Si trova ad ovest del Tigri lungo il confine turco e confina con il Kurdistan iracheno a sud-est. Costituitasi a partire dal 2012 inizialmente in aree a maggioranza curda, nel contesto della guerra civile siriana, la regione si estese progressivamente anche ad aree a maggioranza araba, assira e turcomanna precedentemente occupate dallo Stato Islamico, integrandone le comunità.
L’organo legislativo di Rojava è rappresentato dal Consiglio Democratico Siriano, mentre le Forze Democratiche Siriane ne rappresentano l’ala militare, nel cui ambito il 24 aprile 2019 è stato costituito il battaglione Nubar Ozanyan, forza di autodifesa armena composto da donne e uomini.
Nel gennaio 2020 è stato formato il Consiglio Armeno come organizzazione civile del popolo armeno in Rojava. Assiste gli Armeni musulmani, che furono assimilati arabi o curdi dopo il genocidio armeno e che hanno bisogno di imparare la propria lingua madre e conoscere la propria storia. Il Consiglio svolge un ruolo importante nel riportare in vita la cultura armena, organizzando sia gli Armeni cristiani che gli assimilati musulmani. Mira a organizzare il proprio popolo e collaborare con la rivoluzione del Rojava, nell’ambito dell’autodifesa e della conquista democratico-culturale.

Il secondo aereo di Yevgeny Prigoozhin, che è atterrato a Baku

Come abbiamo riferito il 25 agosto 2023 [QUI], il secondo business jet di Yevgeny Prigozhin, che era tornato a Mosca dopo lo schianto del primo nella regione di Tver, poi si è diretto a Azerbajgian, il 24 agosto è atterrato a Baku, senza comprende ancora cosa significa e chi era a bordo.

Ieri, 26 agosto 2023, il sito Avia-pro.it ha riferito [QUI]: «La famiglia di Prigozhin lasciò il territorio della Russia, volando in Azerbaigian
Secondo fonti non ufficiali, la famiglia del defunto fondatore della compagnia militare privata Wagner, Yevgeny Prigozhin, avrebbe potuto lasciare la Russia. Queste informazioni lasciano più domande che risposte, soprattutto considerando che la famiglia Prigozhin ha sempre evitato l’attenzione del pubblico. “Il contatto con la sua famiglia è sempre stato il più limitato possibile”, — sottolineano gli addetti ai lavori. Si è anche saputo che i soci di Prigozhin, Andrei Troshev e Andrei Bogatov, sono sotto la supervisione delle forze dell’ordine. Tuttavia, si dice che “non siano isolati o detenuti”. Nel contesto di queste informazioni, è particolarmente degno di nota il fatto che l’aereo, precedentemente associato a Yevgeny Prigozhin, abbia volato da Mosca a Baku. Non è ancora stato confermato se a bordo fossero presenti membri della sua famiglia. È importante notare che tutte queste informazioni non hanno conferma ufficiale e finora rimangono nell’ambito della speculazione. Tuttavia, il loro aspetto può indicare possibili cambiamenti all’interno delle strutture».

A questo possiamo aggiungere, che ci è stato riferito che – secondo fonti informati – «da alcuni mesi la famiglia di Prigozhin ha lasciato la Russia». Rimane il mistero chi era a bordo di quell’aereo atterrato in quel posto e il perché.

Segnaliamo

– Guardate al Nagorno-Karabakh! di Ronya Othmann – Frankfurter Allgemeine Zeitung, 26 agosto 2023 [QUI]: «Non c’è quasi nulla di più terribile del genocidio. Ecco perché è anche conosciuto come il “crimine di tutti i crimini”. E poiché non c’è quasi nulla di più terrificante, il termine è molto potente – e quindi talvolta viene abusato. Putin, ad esempio, sostiene che in Ucraina è in corso un genocidio contro i Russi, giustificando così una guerra di aggressione propagandistica che viola il diritto internazionale. Gli estremisti di destra Turchi, invece, non solo negano il genocidio degli Armeni, ma diffondono anche la voce che in realtà è avvenuto il contrario: gli Armeni hanno ucciso i Turchi, mentre i Turchi avrebbero dovuto difendersi. È una difesa contro la colpa e un’inversione carnefice-vittima. Per la storica americana Deborah Lipstadt, la negazione è la fase finale del genocidio. Dice: “Ci sono fatti, ci sono opinioni e ci sono bugie”. Ora il genocidio è un fatto, un dato di fatto. E non è una questione di prospettiva. (…) È anche un dato di fatto che gli Armeni sono già stati vittime di un genocidio che Turchia e Azerbajgian negano fino ad oggi. Negli ultimi anni il dittatore azerbajgiano Aliyev ha pronunciato frasi come questa: “Li cacceremo come cani” – intendendo gli Armeni. Tutto ciò, si potrebbe pensare, dovrebbe essere un motivo sufficiente per lanciare l’allarme. “C’è pericolo di genocidio?”, titolano i media tedeschi. Che ci sia o meno una minaccia di genocidio, la situazione nel Nagorno-Karabakh è insostenibile. Bloccare le forniture umanitarie e le ambulanze è un crimine. Con la prevenzione è così: se puoi buona ragione chiamare qualcosa genocidio, è sempre troppo tardi».
Ecco, l’ultima frase all’attenzione di coloro che, come il Presidente francese Macron, che nell’intervista con Le Point invita di evitare “di usare questo termine [genocidio] affrettatamente”. Ovviamente, finché non è troppo tardi per evitarlo e Macron è d’accordo di usare il termine genocidio. Speriamo, perché se non si muove per evitarlo, sarà complice.

– Prigionieri politici in Armenia di Davit Beglaryan – 301.am, 26 agosto 2023 [QUI]: «Sebbene c’è poco o nessun aggiornamento relativo ai prigionieri di guerra armeni tenuti prigionieri a Baku per oltre 1.000 giorni, il governo armeno ha tranquillamente riempito le proprie prigioni reprimendo qualsiasi forma di opposizione politica. Oggi ci sono più di una dozzina di prigionieri politici dei partiti di opposizione detenuti con accuse futili, più di quelli dei due precedenti governi messe insieme. All’inizio di quest’anno, sia Google che Apple hanno avvertito che il governo armeno sta utilizzando attivamente il software di hacking telefonico israeliano Pegasus per spiare personaggi politici nel Paese.
I principali media in Armenia hanno fornito poca o nessuna copertura sullo status e sull’enorme numero di prigionieri politici detenuti dal governo armeno. Oltre agli arresti, a oltre una dozzina di leader politici e comunitari che hanno criticato l’inerzia del governo armeno in relazione al disastro umanitario nell’Artsakh è stato impedito l’ingresso nel Paese. Tuttavia, organizzazioni straniere come Freedom House continuano a considerare l’Armenia come “libera”.
Oggi diverse persone, tra cui Mamikon Aslanyan, Suren Manukyan, Mikayel Arzumanyan, Grigory Khachaturov e Armen Ashotyan, sono tenuti prigionieri politici in Armenia.
È importante notare che prigionieri politici sono persone che sono stati incarcerati o detenuti a causa delle loro convinzioni, attività o affiliazioni politiche piuttosto che per qualsiasi comportamento criminale. Sono spesso detenuti da un governo o da un’autorità dominante come mezzo per reprimere il dissenso, l’opposizione o l’attivismo che sfida l’ordine politico costituito. La detenzione di prigionieri politici è generalmente considerata una violazione dei diritti umani e una violazione di principi quali la libertà di espressione, riunione e associazione».

NOI PREGHIAMO IL SIGNORE PER QUESTO MIRACOLO
NON DOBBIAMO SPERARE CHE VENGA DAGLI UOMINI,
QUELLO CHE SOLO IL SIGNORE POTREBBE DARCI

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Artsakh. Genocidio di cristiani armeni in corso. A chi interessa? (II) (Stilum Curiae 26.08.23)

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, pubblichiamo la seconda parte dello studio condotto dal dott. Luis Moreno Ocampo, già Procuratore della Corte Penale Internazionale sulla crisi in corso ormai da mesi in Artsakh (Nagorno Karabagh). La prima parte è a questo collegamento. E a questo collegamento trovate l’indice degli articoli pubblicati da Korazym su questo argomento. Buona lettura e condivisione.

§§§

 

  1. Elementi materiali dell’articolo II (c) della Convenzione sul genocidio: “Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica in tutto o in parte”.
  2. Contesto storico

Nel corso del dibattito sui parametri dell’articolo II(c) durante la fase iniziale della stesura della Convenzione da parte del Comitato ad hoc sul genocidio del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, la Francia ha osservato che “se un qualsiasi gruppo fosse sottoposto a razioni di cibo così ridotte da rendere inevitabile la sua estinzione, per il solo fatto di appartenere a una certa nazionalità, razza o religione, il fatto rientrerebbe anch’esso nella categoria del crimine di genocidio “21 .

La proposta su cui la Francia si era espressa in modo affermativo fu accettata dagli altri membri del Comitato ad hoc22 , e alla fine si manifestò nel testo finale sotto forma di articolo II(c)23.

  1. Giurisprudenza sugli elementi del crimine

La demarcazione tra genocidio mediante l’imposizione di condizioni di vita e mediante l’uccisione o le lesioni gravi è stata colta dalla Corte distrettuale di Gerusalemme nel caso Eichmann, in cui ha affermato che “vi sono state due azioni distinte: in primo luogo, l’assoggettamento a condizioni di vita calcolate per portare alla loro distruzione fisica, e in seguito la distruzione fisica stessa”.24

La giurisprudenza dei Tribunali internazionali per l’ex Jugoslavia e il Ruanda descrive questa forma di genocidio come “la negazione ai membri di un certo gruppo dei mezzi elementari di esistenza di cui godono altre fasce della popolazione”.25 Questo è il caso di Eichmann.

Il processo di genocidio avviene attraverso metodi “con i quali il perpetratore non uccide immediatamente i membri del gruppo, ma che, in ultima analisi, mirano alla loro distruzione fisica “26 .

In particolare, il genocidio attraverso tali atti sottostanti non richiede che gli atti in questione risultino effettivamente in danni fisici o mentali ai membri del gruppo protetto.27 Infatti, quando tali risultati si verificano, la Camera d’Appello del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha ritenuto che i paragrafi (a) o (b) dell’articolo II della Convenzione sul genocidio, relativi rispettivamente all’uccisione dei membri del gruppo o al causare loro gravi danni,28 siano più adatti di quelli previsti dall’articolo II (c).29

I lavori preparatori della Convenzione sul genocidio dimostrano un esplicito rifiuto dell’elemento causale nella forma del rifiuto da parte della Sesta Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di un emendamento proposto dall’Uruguay e dal Regno Unito che suggeriva l’espressione “probabile causa”,30 che invece è stata attenuata all’espressione “calcolato per provocare”.

Una conclusione simile sul crimine di guerra della “fame” ai sensi dell’articolo 54, paragrafo 1, del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra è stata raggiunta nel 2020 dalla Commissione ONU per i diritti umani nel Sud Sudan: Il termine “fame” deve essere inteso come una privazione non solo di cibo e acqua, ma anche di altri beni essenziali per la sopravvivenza in un particolare contesto. Il reato di inedia non richiede che le vittime muoiano di fame, ma solo che siano intenzionalmente private di oggetti indispensabili alla loro sopravvivenza.32

  1. Le conclusioni della Corte internazionale di giustizia nel caso Armenia/Azerbaigian.

La Corte internazionale di giustizia ha già analizzato il blocco del corridoio di Lachin. La Corte si è concentrata sulla responsabilità dello Stato per presunte violazioni della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale piuttosto che sulla responsabilità penale individuale per la commissione di un genocidio.

Pur basandosi su una serie diversa di obblighi statali, la Corte ha confermato il verificarsi degli elementi materiali del Genocidio che sono indicati nell’articolo II, (c) della Convenzione sul Genocidio: “Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica “33.

La decisione preliminare della CIG indica la plausibile compresenza degli elementi materiali del crimine di genocidio richiesti dall’articolo II della Convenzione sul genocidio: (c) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica, in tutto o in parte.

 

La Corte ha emesso misure provvisorie ritenendo “plausibile” che i diritti di una parte di un gruppo etnico, gli “armeni del Nagorno-Karabakh”, siano compromessi dal blocco del Corridoio di Lachin istituito nel dicembre 2022.34 Pertanto, la  Corte internazionale di giustizia ha stabilito che le “persone colpite appartenevano a un particolare gruppo etnico”, come richiesto dalla Convenzione sul genocidio.

Secondo gli “Elementi dei crimini” adottati dalla Corte penale internazionale, l’espressione “condizioni di vita” calcolate per portare alla distruzione fisica di quel gruppo “può includere, ma non è necessariamente limitata a, la privazione deliberata di risorse indispensabili per la sopravvivenza, come cibo o servizi medici, o l’espulsione sistematica dalle abitazioni”.35

Nell’ordinanza di febbraio, la CIG ha accolto la richiesta relativa a cibo e medicinali, affermando che “un pregiudizio può essere considerato irreparabile quando le persone interessate sono esposte a pericoli per la salute e la vita”. La Corte ha inoltre osservato che le restrizioni all’importazione e all’acquisto di beni necessari per le esigenze umanitarie, come i prodotti alimentari e i medicinali, compresi quelli salvavita, i trattamenti per le malattie croniche o le cure preventive, e le attrezzature mediche, possono avere un grave impatto negativo sulla salute e sulla vita degli individui “36 .

La Corte internazionale di giustizia ha concluso che il blocco “può comportare conseguenze irreparabili per tali diritti e che vi è urgenza, nel senso che vi è un rischio reale e imminente che si verifichi un pregiudizio irreparabile prima che la Corte prenda una decisione definitiva sul caso “37 .

 

Tale conclusione è un’indicazione della concomitanza dell’inflizione di “determinate condizioni di vita calcolate per portare alla distruzione fisica di quel gruppo”.

Il requisito di un piano o di un modello manifesto di condotta simile diretto contro quel gruppo è evidente, ma sarà analizzato ulteriormente di seguito.

 

  1. Elemento soggettivo del crimine di genocidio

Il crimine di Genocidio richiede l’intenzione: “L’autore intendeva distruggere, in tutto o in parte, quel gruppo etnico in quanto tale”.38 Una confessione in bianco non è l’unico modo per provare l’intenzione. Le azioni volontarie, anche se silenziose, esprimono l’intenzione di “infliggere” al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica”.

Le intenzioni genocidarie del Presidente Aliyev possono essere dedotte da quanto segue:

1) Ha consapevolmente intrapreso azioni sistematiche per fermare il transito e il trasporto di persone e merci attraverso il Corridoio di Lachin.

persone e merci attraverso il Corridoio di Lachin e alla fine lo ha bloccato ponendo un

posto di blocco con blocchi di cemento;

2) Essendo stato messo al corrente dalla Corte internazionale di giustizia dei pericoli “incombenti” del blocco

pericoli “imminenti” del blocco del Corridoio di Lachin, ha proseguito con il

blocco; e

3) Oltre ad avere la conoscenza specifica delle conseguenze dei suoi atti deliberati, il Presidente Aliyev

deliberatamente, il Presidente Aliyev si è volontariamente rifiutato di eseguire gli ordini della Corte internazionale di giustizia.

  1. Giurisprudenza sull’intenzione

La Camera d’Appello dell’ICTR in Kayishema e Ruzindana ha osservato che “le manifestazioni esplicite dell’intenzione criminale sono… spesso rare nel contesto dei processi penali “39 .

 

La Camera d’Appello del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha analogamente osservato in Karadžić che “per sua natura, l’intento genocidario non è di solito suscettibile di prova diretta “40 , mentre la Camera d’Appello del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha aggiunto in Gacumbitsi che “solo l’imputato stesso ha una conoscenza di prima mano del proprio stato mentale, ed è improbabile che possa testimoniare il proprio intento genocidario”. L’intenzione deve quindi essere solitamente dedotta “41 .

Di conseguenza, la Camera processuale dell’ICTR ha affermato nella causa Rutaganda che “in assenza di prove esplicite e dirette, il dolus specialis può essere dedotto da fatti e circostanze rilevanti” e che “tale approccio impedisce ai perpetratori di sfuggire alle condanne semplicemente perché tali manifestazioni sono assenti”.42

Analogamente, la Camera d’Appello del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha affermato nella causa Krstić che “in assenza di prove dirette dell’intento genocida, l’intento può comunque essere dedotto dalle circostanze fattuali del crimine”.43

  1. Analisi delle intenzioni del Presidente Aliyev.

Il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, è de jure e de facto il Comandante Supremo delle forze di sicurezza in Azerbaigian. Sotto il suo comando, il personale di sicurezza di frontiera è stato posto a controllo del checkpoint sul Corridoio di Lachin e ha bloccato il transito di tutte le merci e le persone.

L’intenzione del Presidente Alliyev di distruggere gli “armeni del Nagorno-Karabakh” dovrebbe essere dedotta dalle sue decisioni informate, volontarie e antagoniste, nel pieno disprezzo degli ordini della Corte internazionale di giustizia.

Nel 2020, quando il Presidente Aliyev ha accettato le forze di pace russe e ha accettato di garantire un corridoio libero tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh, ha implicitamente riconosciuto l’autonomia de facto del Nagorno-Karabakh.

Poi, pochi mesi dopo, quando la Russia si è impegnata con l’Ucraina, il Presidente Aliyev ha invertito la rotta e ha deciso che la regione non ha alcuna autonomia. Invece di negoziare l’autonomia della popolazione del Nagorno-Karabakh, ha preso sistematicamente provvedimenti attraverso una serie di decisioni per eliminare gli armeni che vivono nel Nagorno-Karabakh.

In primo luogo, ha permesso a un gruppo di civili di bloccare il Corridoio di Lachin.

In secondo luogo, un anno dopo l’inizio della guerra ucraina, ha istituito un posto di blocco al confine con l’Armenia, ostacolando il libero transito attraverso il Corridoio di Lachin. Ha imposto il blocco del Corridoio di Lachin conoscendo le conseguenze descritte dall’ordinanza della Corte internazionale di giustizia.

In terzo luogo, ha sigillato completamente il Corridoio di Lachin e si è rifiutato di obbedire all’ordine della Corte.

È possibile dedurre che le istruzioni del Presidente Aliyev di stabilire un blocco totale del Corridoio di Lachin sono state adottate volontariamente con l’intenzione di “infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per portarlo alla distruzione fisica”.

È confermata la deduzione che il Presidente Aliyev era a conoscenza del fatto che la Corte internazionale di giustizia era giunta alla conclusione che il blocco creava un “rischio reale e imminente” per la “salute e la vita” della popolazione del Nagorno-Karabakh. Inoltre, l’intenzione genocida del Presidente Aliyev è così forte da sfidare apertamente un ordine vincolante della Corte internazionale di giustizia.

iii. Dichiarazione del Presidente Aliyev del 1° agosto 2023.

Per salvaguardare la mia accuratezza e imparzialità, prima di produrre questo rapporto, ho scritto al Presidente Aliyev spiegandogli le conseguenze del blocco e offrendogli l’opportunità di chiarire la sua posizione.  La mia lettera ha messo il Presidente Aliyev al corrente della commissione di un genocidio. Potrebbe essere responsabile di genocidio. Non ho ricevuto risposta e il blocco continua.

Il Presidente Aliyev ha discusso la questione durante un’intervista di Euronews andata in onda due giorni dopo la mia lettera. Ha riconosciuto indirettamente che il blocco è la sua politica ufficiale e ha finto di giustificare la morte per fame di 120.000 armeni per evitare il presunto contrabbando di minerali, sigarette, iPhone e benzina.

Ha giustificato il blocco di dicembre prodotto dai “rappresentanti della società civile dell’Azerbaigian” a causa dello “scavo illegale di risorse naturali in Karabakh”.

Ha detto che un posto di blocco dell’Azerbaigian è stato istituito per attuare la decisione della Corte internazionale di giustizia. “E non appena abbiamo istituito un posto di blocco al confine con l’Armenia, che è un nostro legittimo diritto… abbiamo comunicato, tramite il mio rappresentante qui a Shusha, ai rappresentanti delle ONG di fermarsi, e loro si sono fermati. Se ne sono andati. Quindi ora la libertà di movimento non è bloccata”.

Poi ha spiegato che “il 15 giugno, l’Armenia ha fatto un’altra provocazione militare e ha ferito una delle nostre guardie di frontiera, e temporaneamente la strada è stata chiusa per le indagini”.

“Ma poi è stata riaperta. La Croce Rossa ha ricominciato a trasportare farmaci e ad evacuare i pazienti che hanno bisogno di cure in Armenia. Ma purtroppo, nei camion della Croce Rossa, quando sono stati controllati, abbiamo trovato merci di contrabbando come sigarette, iPhone e benzina. La Croce Rossa lo ha ammesso. Ecco perché, ancora una volta, è stato bloccato”. Il CICR ha chiarito l’incidente. Questa dichiarazione conferma che il presidente Aliyev è al comando della situazione, fornendo argomenti fuorvianti per distogliere l’attenzione dalla commissione del genocidio.

Gli autori di genocidio cercano di nascondere il loro intento genocida. Combattere tale occultamento è la ragione d’essere dell’esplicita distinzione tra movente e intenzione in relazione al genocidio.44

L’intento si riferisce all’obiettivo effettivo che l’autore del crimine cerca di raggiungere, mentre il movente si riferisce alla ragione specifica dell’autore del crimine nella commissione di atti criminali. Di conseguenza, la Camera d’Appello del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha dichiarato in modo definitivo nella causa Stakić che “il motivo per cui l’imputato ha cercato di distruggere il gruppo di vittime non ha alcuna rilevanza ai fini della colpevolezza”.45

Pertanto, l’esistenza di un “movente personale”, come l’acquisizione di un territorio o l’integrazione di un’entità separatista, “deve essere distinta dall’intento e non preclude l’accertamento di un intento genocida”.46 Il Presidente Aliyev ha giustamente affermato che la distruzione di un gruppo di vittime non è stata un’azione di guerra.

Il Presidente Aliyev ha giustamente affermato che l’Azerbaigian ha recuperato nella guerra del 2020 un territorio occupato dall’Armenia, ma ora minaccia l’Armenia con una nuova guerra per porre fine allo status speciale del Nagorno-Karabakh.

Ha spiegato che i cambiamenti geopolitici dell’ultimo anno sono stati a suo favore e ha posto la domanda: “Chi proteggerà l’Armenia?”. È un’affermazione simile a quella fatta da Hitler nell’agosto del 1939, quando disse: “Chi si ricorda ora dello sterminio degli armeni? “47 .

Il Presidente Aliyev ha concluso la sua intervista con un messaggio minaccioso agli armeni: “Dovrebbero capire che la situazione in cui si trovano oggi non cambierà a loro favore se continueranno a ignorarci, se continueranno a comportarsi come se non esistessimo”.

  1. Chi potrebbe essere personalmente responsabile?

Il Presidente Aliyev dovrebbe essere indagato per Genocidio perché è al vertice dell’apparato statale e controlla le decisioni a livello politico, militare e diplomatico. È la mente dietro le operazioni del genocidio.

Ci sono rapporti che identificano altri responsabili coinvolti nel blocco, ma non ci sono indizi contro di loro sulla loro intenzione genocida. Dovrebbero comunque essere indagati per la loro eventuale partecipazione al genocidio e al blocco come crimini contro l’umanità.

Ci sono rapporti confidenziali che affermano che i seguenti individui dovrebbero essere indagati. L’elenco include, ma non si limita a quanto segue:

1) Zakir Asker Oghlu Hasanov (azero: Zakir Əsgər oğlu Həsənov) – Ministro della Difesa

2) Elchin Guliyev (azero: Elçin Isa oğlu Quliyev) – Capo del Servizio di frontiera di Stato dell’Azerbaigian

3) Akshin Maherramov – Capo di stato maggiore del Distaccamento di frontiera per la protezione delle frontiere statali

4) Misir Aliyev – Brigata di risposta rapida delle forze di risposta rapida del Servizio statale di guardia di frontiera

5) Farid Shafiyev – Centro di analisi delle relazioni internazionali

  1. Il Presidente Aliyev potrebbe essere indagato dalla Corte penale internazionale?

L’articolo IV della Convenzione sul Genocidio stabilisce che “Le persone che commettono un genocidio saranno punite”, anche se “sono governanti costituzionalmente responsabili”.48 Ma non esiste un sistema giudiziario penale indipendente che indaghi sul crimine di Genocidio.

Il Presidente Aliyev non può essere indagato da nessuna autorità nazionale perché gode dell’immunità in quanto capo di Stato49.

Tale immunità non si applica alla Corte penale internazionale.50 Ci sono tre modi per avviare un’indagine della CPI per la commissione dei crimini nel Corridoio di Lachin e nel Nagorno-Karabakh:

1) L’Azerbaigian diventa uno Stato parte (articolo 12.1 dello Statuto di Roma);

2) L’Azerbaigian accetta l’intervento della Corte sul suo territorio (articolo 12.3 dello Statuto di Roma).

Statuto di Roma); e

3) il Consiglio di sicurezza dell’ONU rinvia la situazione del Corridoio di Lachin e del Nagorno-Karabakh dopo l’intervento della Corte.

Nagorno-Karabakh dopo il dicembre 2022 alla Corte penale internazionale (articolo 13.b dello Statuto di Roma).

Statuto di Roma).

Ma l’Azerbaigian non è uno Stato parte dello Statuto di Roma e non ha accettato un intervento della CPI.

intervento della CPI. Di conseguenza, è necessaria un’azione immediata da parte dello Stato per adottare una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che deferisca la situazione nel Corridoio di Lachin e nel Nagaorno-Karabakh alla Corte penale internazionale.

Ci sono dei precedenti. Nel marzo 2005, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 1395, che ha deferito la situazione del Darfur alla Corte penale internazionale. Cinque anni dopo, il Presidente Omar Al Bashir è stato incriminato per genocidio.51

Ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che preveda la giurisdizione della CPI dovrebbe essere fattibile. In base alla Convenzione sul genocidio, gli Stati parte hanno l’obbligo di prevenire e punire il genocidio e 14 degli attuali 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono anche parti di tale Convenzione, il che rappresenta una maggioranza schiacciante.

 

La Francia ha proposto, già nel 2013, che i cinque membri permanenti del Consiglio sospendano volontariamente e collettivamente l’uso del veto in caso di Genocidio e altre atrocità di massa.

  1. Come prevenire la distruzione finale del gruppo armeno?

Determinare che nel 2023 si sta commettendo un genocidio contro gli armeni trasformerebbe la comprensione del conflitto in Nagorno-Karabakh.

Il Presidente Aliyev ha chiesto: “Perché la Spagna non permette alla Catalogna di avere un referendum? Perché dovremmo tollerare il separatismo?”. La risposta semplice alle complesse questioni di sovranità implicate nella domanda è che la Spagna non sta commettendo un genocidio per controllare gli sforzi separatisti.

Centocinquantatré nazioni, tra cui Azerbaigian, Russia, Stati Uniti e membri dell’Unione Europea, sono parti contraenti della Convenzione sul genocidio. In base alla Convenzione, le parti confermano che il genocidio è un crimine di diritto internazionale che si impegnano a prevenire e punire. Una prevenzione tempestiva richiede l’adozione di decisioni politiche urgenti.

  1. a) interrompere il blocco e ristabilire la fornitura di beni essenziali al Nagorno-Karabakh in una o due settimane, e
  2. b) soluzioni istituzionali alle rivendicazioni territoriali contestate. Tutto ciò dovrebbe essere adottato prima del maggio 2025, perché a quel punto l’Azerbaigian potrà chiedere alla Russia di porre fine al suo ruolo di peacekeeper.
  3. Un fallimento per design

Per volontà del legislatore, non esistono autorità centrali a livello internazionale in grado di adottare tali misure urgenti. Una sentenza della Corte internazionale di giustizia sul genocidio, sanzioni intelligenti e altri strumenti diplomatici classici sono misure lente e inadeguate per rispondere e prevenire la situazione attuale.

 

Nel breve termine, che è cruciale per fermare i danni causati dal Genocidio per fame in corso, il dovere di prevenzione è definito esclusivamente dagli interessi degli Stati coinvolti nel conflitto.

Samantha Power ha affermato che i politici statunitensi non hanno fatto quasi nulla per dissuadere i genocidi, perché gli “interessi nazionali vitali” dell’America non erano considerati in pericolo52.

In “The Problem from Hell” ha descritto magnificamente come i politici evitino gli sforzi per controllare i genocidi. Essi placano, corrompono, seducono o manipolano i loro elettori che chiedono di agire.53

La riluttanza, descritta da Samantha Power, ad agire prima di un genocidio, è stata messa in luce nell’aprile 1994, quando la maggior parte dei membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si rifiutò di definire “genocidio” ciò che stava accadendo in Ruanda. Durante il dibattito i membri del Consiglio chiesero di negoziare per ottenere un cessate il fuoco. L’ambasciatore ceco li sfidò e li paragonò a chiedere agli ebrei di raggiungere una tregua con Hitler54.

In “A Problem from Hell”, Samantha Power spiega anche il ruolo cruciale dei cittadini nel trasformare gli interessi dei leader nazionali in un Genocidio all’estero. La voce degli armeni della diaspora potrebbe ridurre il fallimento di progetto creato dall’architettura giuridica internazionale. Dovrebbero essere mobilitati in tutto il mondo per raggiungere i leader nazionali e promuovere una soluzione collettiva e pragmatica.

  1. Il ruolo della Russia, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea

Come già accennato, la Russia, responsabile del mantenimento della pace nel Nagorno-Karabakh, e gli Stati Uniti, promotori dei negoziati in corso tra Armenia e Azerbaigian, sono Stati parti della Convenzione sul genocidio come tutti i membri dell’Unione Europea. Hanno una posizione privilegiata per prevenire il genocidio. Il loro intenso confronto dovuto al conflitto ucraino non dovrebbe trasformare gli armeni in vittime collaterali.

 

È possibile aiutare i leader europei, russi e statunitensi a raggiungere una posizione comune per fermare il genocidio armeno in corso? Se sono d’accordo, il cibo raggiungerà gli armeni entro un giorno.

Il Segretario di Stato Antony J. Blinken ha parlato con il Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev pochi giorni dopo l’imposizione del blocco totale, chiedendo giustamente di aprire il Corridoio. Ma, all’epoca, non c’era chiarezza sulle circostanze genocide che hanno circondato l’evento. Il Segretario Blinken si limitò a sottolineare “la necessità per tutte le parti di mantenere uno slancio positivo nei negoziati di pace”.55

Le azioni del Presidente Aliyev dimostrano che egli ha la percezione che il suo metodo di commettere genocidi per costringere le vittime ad accettare le sue richieste sia tollerato dalla comunità internazionale.

Gli Stati Uniti, la Russia e l’Unione Europea, coinvolti nei negoziati tra Azerbaigian e Armenia, devono chiarire pubblicamente che non permettono e non permetteranno, esplicitamente o implicitamente, al Presidente Aliyev di commettere un genocidio.

  1. Il momento di prevenire è ora

Come ha stabilito la Corte internazionale di giustizia, accettare il genocidio come metodo per ottenere un accordo è complicità.

Nella sentenza Bosnia contro Serbia del 2007, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito il principio secondo cui “l’obbligo di prevenzione degli Stati e il corrispondente dovere di agire sorgono nel momento in cui lo Stato viene a conoscenza, o avrebbe dovuto normalmente venire a conoscenza, dell’esistenza di un grave rischio di genocidio”.56

 

La Corte ha aggiunto: “Ciò non significa ovviamente che l’obbligo di prevenire il Genocidio sorga solo quando inizia la perpetrazione del Genocidio; sarebbe assurdo, poiché l’intero scopo dell’obbligo è quello di prevenire o tentare di prevenire il verificarsi dell’atto”.57 Dal momento in cui uno Stato dispone di informazioni che lo inducono a ritenere che sia in atto un Genocidio, sorge l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per prevenire il Genocidio.

misure possibili per prevenire e fermare l’ulteriore “distruzione fisica” di un gruppo di persone.

Il Segretario di Stato Blinken ha spiegato al Museo dell’Olocausto che una delle sue responsabilità “è determinare, a nome degli Stati Uniti, se sono state commesse atrocità. È una responsabilità immensa che prendo molto sul serio, soprattutto in considerazione della storia della mia famiglia”.58 Egli ha identificato l’intento di distruggere un gruppo e i discorsi d’odio come un percorso nella situazione dei Rohingya, “che rispecchia in molti modi il percorso che ha portato all’Olocausto e ad altri genocidi”.59 Il Presidente Biden ha fatto un passo coraggioso e ha fatto un passo avanti.

Il Presidente Biden ha compiuto un passo coraggioso ed è stato il primo Presidente degli Stati Uniti a definire gli eventi del 1915 come genocidio armeno. “Il popolo americano onora tutti gli armeni che sono morti nel genocidio iniziato 106 anni fa. Rinnoviamo la nostra comune determinazione a impedire che future atrocità si verifichino in qualsiasi parte del mondo “60.

Ora che il percorso del genocidio contro un gruppo armeno nel Nagorno-Karabakh è stato svelato, è tempo per gli Stati Uniti di passare dalle parole ai fatti.

Gli Stati Uniti, la Russia, i membri dell’Unione Europea, tutti gli Stati firmatari della Convenzione sul Genocidio e i membri delle Nazioni Unite hanno una rara opportunità storica di fermare il Genocidio contro un gruppo armeno nel 2023.

Per molti aspetti, la morte per fame dell’etnia armena del Nagorno-Karabakh rappresenta l’archetipo del genocidio attraverso l’imposizione di condizioni di vita volte alla distruzione di un gruppo61 .

Il trattamento riservato agli armeni dai governanti turchi nel 1915 costituisce il paradigma della disposizione sul genocidio che riguarda l’imposizione di condizioni di vita “62 .

Come persona con una certa esperienza nel campo, sono stato onorato di dare il mio contributo fornendo un rapporto imparziale e sono pronto ad assistere qualsiasi parte impegnata a prevenire la distruzione del gruppo armeno in Nagorno-Karabakh.

***

21 UN ESCOR, 7th Session, Ad Hoc Committee on Genocide, 4th meeting (April 7, 1948) UN Doc. E/AC.25/SR.4, at 14 (Mr. Ordonne, France).
22 Ibid., 15 (Mr. Rudzinski, Poland), 16 (Mr. Maktos, United States).
23 William A. Schabas, Genocide in International Law: The Crime of Crimes (2nd edn, Cambridge University Press 2009) 189–90.

24 Cr.C. (Jerusalem) 40/61 Attorney General v. Eichmann (1961) 45 PM 3, (1968) 36 ILR 5, para 196.
25 Prosecutor v. Stakić (Decision on Rule 98 bis Motion for Judgment of Acquittal) IT-97-24-T (31 October 2002) para 25.

26 Prosecutor v. Akayesu (Trial Judgment) ICTR-96-4-T (September 2, 1998) para 505. See also Prosecutor v. Tolimir (Trial Judgment) IT-05-88-2-T (December 12, 2012) para 740; Prosecutor v. Brđanin (Trial Judgment) IT-99-36-T (1 September 2004) para 691; Prosecutor v. Stakić (Trial Judgment) IT-97-24-T (July 31, 2003) para paras 517–18; Prosecutor v. Musema (Trial Judgment) ICTR-96-13-T (January 27, 2000) para 157; Prosecutor v. Rutaganda (Trial Judgement) ICTR-96-3-T (December 6, 1999) para 52; Prosecutor v. Popović et al. (Trial Judgment) IT-05-88-T (June 10, 2010) para 814; Prosecutor v. Karadžić (Trial Judgment) IT-95-5/18- T (March 24, 2016) para 2586; Prosecutor v. Mladić (Trial Judgment) IT-09-92-T (November 22, 2017) para 3453.

27 See Tolimir Trial Judgment (n 28) para 741; Karadžić Trial Judgment (n 28) para 546; Brđanin Trial Judgment (n 28) para 691; Stakić Trial Judgment (n 28) para 517.
28 See Statute of the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (adopted May 25, 1993) 32 ILM 1170 (ICTY Statute) art 4(2)(a), (b); Rome Statute of the International Criminal Court (adopted July 17, 1998) 2187 UNTS 3 (Rome Statute) art 6(a), (b).
29 See ICTY Statute (n 31) art 4(2)(c); Rome Statute (n 31) art 6(c).
30 See ‘Uruguay: Amendments to the Draft Convention on Genocide’ (October 1, 1948) UN Doc. A/C.6/209; ‘United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland: Amendments to Articles II and III of the Draft Convention on Genocide’ (October 7, 1948) UN Doc. A/C.6/222.
31 UN GAOR, 3rd Session, 6th Committee, 82nd meeting (October 23, 1948) UN Doc. A/C.6/SR.82, at 183; UNGA Sixth Committee, ‘Genocide – Draft Convention and Report of the Economic and Social Council’ (October 23, 1948) UN Doc. A/C.6/245. See also Lars Berster, ‘Article II’ in Christian J. Tams, Lars Berster, and Björn Schiffbaur (eds), Convention on the Prevention and Publishment of the Crime of Genocide: A Commentary (C.H. Beck/Hart/Nomos 2014) 79, para 75.

32 UN Commission on Human Rights in South Sudan, ‘“There is Nothing Left for Us”: Starvation as a Method of Warfare in South Sudan’ (October 5, 2020) UN Doc. A/HRC/45/CRP.3, para 26.
33 Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (adopted December 9, 1948) 78 UNTS 277 (Genocide Convention) art II(c).
34 Application of the International Convention on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (Armenia v. Azerbaijan) (Provisional Measures) February 22, 2023, para 39 [Armenia v. Azerbaijan Order of February 22, 2023].

35 ICC Elements of Crimes (2013) art 6(c)(4), fn 4.
36 Armenia v. Azerbaijan Order of February 22, 2023 (n 37) para 55, citing Alleged Violations of the 1955 Treaty of Amity, Economic Relations, and Consular Rights (Islamic Republic of Iran v. United States of America) (Provisional Measures) [2018] ICJ Rep 623, para 91.
37 Armenia v. Azerbaijan Order of February 22, 2023 (n 37) para 59.

38 Genocide Convention (n 36) art II.
39 Prosecutor v. Kayishema and Ruzindana (Appeal Judgement) ICTR-95-1-A (May 21, 1999) para 159. 40 Prosecutor v. Karadžić (Rule 98 bis Appeal Judgment) IT-95-5/18-AR98bis.1 (July 11, 2013) para 80. 41 Prosecutor v. Gacumbitsi (Appeal Judgment) ICTR-2001-64-A (July 7, 2006) para 40.

42 Prosecutor v. Rutaganda (Trial Judgment) ICTR-97-20-T (December 6, 1999) para 525.
43 Prosecutor v. Krstić (Appeal Judgment) IT-98-33-A (April 19, 2004) para 34, citing Prosecutor v.
Jelisić (Appeal Judgment) IT-95-10-A (July 5, 2001) paras 47. See also Prosecutor v. Blagojević and Jokić (Appeal Judgment) IT-02-60-A (May 9, 2007) para 123; Prosecutor v. Hategekimana (Appeal Judgment) ICTR-00-55B-0272/1-A (May 8, 2012) para 133; Prosecutor v. Tolmir (Appeal Judgment) IT-05-88/2-A (8 April 2015) paras 246–47.

44 See Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro) (Merits) [2007] ICJ Rep 43 (Bosnian Genocide Judgment) para 189. 45 Prosecutor v. Stakić (Appeal Judgment) IT-97-24-A (March 22, 2006) para 45, citing Jelisić Appeal Judgement (n 45) para 49; Prosecutor v. Tadić (Appeal Judgment) IT-94-1-A (July 15, 1999) para 269.

46 Popović et al. (n 28) para 825.
47 Louis P. Lochner, What About Germany? (Dodd, Mead & Co 1943) 12. See also Office of United States Chief of Counsel for the Prosecution of Axis Criminality (ed), Nazi Conspiracy and Aggression, vol. VII (US Government Printing Office 1946) 753.

48 Genocide Convention (n 36) art IV.
49 See Arrest Warrant of 11 April 2000 (Democratic Republic of the Congo v. Belgium) [2002] ICJ Rep 3, para 51.

50 Prosecutor v. Al Bashir (Judgment in the Jordan Referral re Al-Bashir Appeal) ICC-02/05-01/09-397 (May 6, 2019) paras 113–17.
51 See Prosecutor v. Al Bashir (Second Warrant of Arrest for Omar Hassan Ahmad Al Bashir) ICC-02/05- 01/09-95 (July 12, 2010).

52 Power (n 16) 708.

53 The reluctance of states to “[t]hey advance politically only as they placate, appease, bribe, seduce, bamboozle, or otherwise manage to manipulate the demanding threatening elements in their constituencies. The decisive consideration is not whether the proposition is good but whether . . . the active-talking constituents like it immediately.” Power (n 16) 335.

54 Cable from the Czech Republic Mission to the United Nations to the Czech Foreign Ministry, Prague (April 25, 1999), https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB472/docs/Document%2010.pdff.

55 ‘Secretary Blinken’s Call with Azerbaijani President Aliyev’ (U.S. Department of State, July 30, 2023), https://www.state.gov/secretary-blinkens-call-with-azerbaijani-president-aliyev-14/.
56 Bosnian Genocide Judgment (n 46) para 431.
57 Ibid.

58 ‘Secretary Antony J. Blinken on the Genocide and Crimes Against Humanity in Burma’ (U.S. Department of State, March 21, 2022), https://www.state.gov/secretary-antony-j-blinken-at-the-united- states-holocaust-memorial-museum/.
59 Ibid.
60 ‘Statement by President Joe Biden on Armenian Remembrance Day’ (White House, April 24, 2021), https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statements-releases/2021/04/24/statement-by-president- joe-biden-on-armenian-remembrance-day/.
61 Guénaël Met