Comune di Padova: 24 aprile: discorso del sindaco Sergio Giordani in occasione della commemorazione del 108° anniversario del Genocidio Armeno (Padovanews 26.04.23)

Signore, signori, gentili ospiti

Ritrovarci qui oggi  per commemorare il genocidio del popolo armeno, ha in questo momento storico un significato non solo di ricordo di un crimine terribile accaduto in Anatolia  all’inizio del secolo scorso  ma anche di riflessione  su come il mondo, un secolo dopo, sia alle prese con simili violenze e massacri  che speravamo di aver lasciato alle nostre spalle con la fine del ‘900.

Il popolo armeno, allora, fu sterminato e costretto a una diaspora in giro per il mondo dal governo ottomano, in un quadro di forte instabilità politica, nel quale prevalevano in modo esasperato istanze nazionaliste che miravano alla creazione di una stato turco etnicamente omogeneo.

E’ stato un crimine contro l’umanità, che lo stesso Papa Giovanni Paolo Secondo ha definito come primo genocidio del ventesimo secolo e che ancora oggi  il Governo turco, nega  contro ogni evidenza.

Interessi legati agli equilibri internazionali, anche dopo la fine del secondo conflitto mondiale hanno sempre tenuto sullo sfondo della storia questo dramma, che solo nel 1973 la commissione ONU per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente come sterminio della popolazione armena.

Eppure furono uccisi circa un milione e mezzo di persone, e chi riuscì a salvarsi anche dalle atrocità, dalla fame e dalle malattie dei campi di concentramento, fu costretto a emigrare e ricostruire una vita  in altre nazioni del mondo.

La maggior parte di loro non ha più potuto rimettere piede nei luoghi in cui è nata.

Nazionalismo esasperato, discriminazioni su base etnica, portarono al genocidio del popolo armeno, sacrificato a cinici interessi locali e internazionali.

Un anno fa, davanti a questa lapide, sottolineavo il nostro sconcerto  per l’invasione russa dell’Ucraina, e per un conflitto che, guardandolo bene in filigrana, alla fine ha le sue radici nelle stesse parole e concetti che hanno avvelenato tutto il  900 : sovranismo, rivendicazioni territoriali, divisione dei popoli su base etnica.

A un anno di distanza, quella guerra insensata alle porte dell’Europa è ancora in pieno svolgimento e quasi 180 mila profughi ucraini sono ospitati nel nostro Paese.

Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto.   Sembra che  la lezione del ‘900 sia stata inutile che, che la guerra, prima o poi sia una realtà ineluttabile.

Non è così, non deve essere così.   Vale per il genocidio degli armeni, come per il massacro degli ebrei e di tante altre popolazioni nel mondo in quest’ultimo secolo.

La conoscenza e la memoria sono fondamentali, non solo come omaggio, doveroso, che sorge dal profondo del cuore, per i milioni di persone che hanno perso la vita e per i milioni che hanno dovuto disperdersi nel mondo,  ma anche perché è dalla conoscenza dei fatti, della storia, del dolore  e dei drammi, che  capiamo l’insensatezza della guerra e della violenza come  strada per risolvere  qualsiasi controversia tra stati e popoli.

I nostri padri costituenti, avevano vive nei loro occhi le immagini della guerra appena finita, nelle loro orecchie risuonavano ancora  le richieste di aiuto dei civili che avevano perso tutto o erano rimasti feriti.

Misero da parte ideologie e schieramenti e scrissero  quello che ancora oggi è il testo fondante della nostra Repubblica, quello che garantisce la nostra libertà e incardina la nostra democrazia.

Pochi anni dopo, grazie alla passione visionaria di alcuni uomini come gli italiani Altiero Spinelli e  Alcide de Gasperi, il francese Robefrt Schuman e il tedesco Konrad Adenauer prese forma l’Europa Unita: volevano superare il concetto di nazione e di confine che divide i popoli e sostituire alla contrapposizione tra stati il dialogo e la collaborazione.

Questo obiettivo  che ci ha assicurato 70 anni di pace in Europa,  rischia di infrangersi oggi di fronte alla rinascita dei sovranismi, alla esaltazione dell’identità nazionale esasperata  che nell’ altro vede sempre nel migliore dei casi un estraneo da respingere se non un pericolo.

Mi preoccupa il fatto che ai tanti giovani, curiosi di conoscere la storia e che anche grazie alle iniziative del nostro comune e delle nostre scuole intraprendono formativi viaggi della memoria, tanti altri giovani, troppi, secondo me, hanno un interesse per questi avvenimenti pari a quello per le guerre puniche.   Nulla di più  che un paio di  righe sul loro libro di storia.

Il rischio è che progressivamente nella nostra società, svanisca la consapevolezza dell’enormità e della gravità di questi avvenimenti storici, e con essa gli anticorpi che permettono di evitarne la ripetizione e di capire quando  il vento soffia in quella direzione.

E’ per questo che giornate come oggi, non sono retoriche celebrazioni,  non sono riti oramai privi di significato, ma momenti di riflessione e condivisione che dobbiamo custodire con cura.

Grazie a tutti voi per aver voluto essere qui, davanti a questo monumento, oggi.

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Francesco: i monaci, forza invisibile che sostiene la Chiesa e la sua missione – San Gregorio di Narek (Vatican News 26.04.23)

All’udienza generale il Papa prosegue le catechesi sui testimoni dello zelo apostolico, citando in particolare l’esempio del santo armeno Gregorio di Narek e lodando la preghiera e il lavoro quotidiano delle comunità monastiche: “Il loro è un cuore che, come un’antenna, prende cosa succede nel mondo e prega per questo”. Il Pontefice chiede di pregare per la “martoriata Ucraina” e ricorda la testimonianza dei martiri polacchi: “Stimoli al coraggio nel servizio a Dio”

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Aiutano l’annuncio del Vangelo con la loro preghiera e rinunciano “a sé e al mondo per imitare Gesù sulla via della povertà, della castità, dell’obbedienza e per intercedere a favore di tutti”, per questo sono da annoverare fra i testimoni dello zelo apostolico. Sono quanti scelgono la vita claustrale. Papa Francesco lo spiega nella catechesi dell’udienza generale, in una piazza San Pietro, dove fa da sfondo un cielo terso e azzurro senza nuvole, e aggiunge che anche la loro testimonianza, come quella di San Paolo e dei martiri, descritta nelle settimane precedenti, “attraversa la storia della fede”. Ma sorgono spontanee delle domande: “come può della gente che vive in monastero” contribuire a far conoscere la Buona Novella? “Non farebbero meglio a impiegare le loro energie nella missione”, uscendo dal convento? (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

I monaci sono il cuore pulsante dell’annuncio. Curioso questo: sono il cuore pulsante. La loro preghiera è ossigeno per tutte le membra del Corpo di Cristo, la preghiera loro è la forza invisibile che sostiene la missione. Non a caso la patrona delle missioni è una monaca, Santa Teresa di Gesù Bambino.

L’esempio di San Gregorio di Narek

Quell’amore che la carmelitana di Lisieux identificò come unica spinta all’azione delle membra della Chiesa è quello che i monaci nutrono per tutti, chiarisce Francesco.

I contemplativi, i monaci, le monache: gente che prega, lavora, prega, in silenzio, per tutta la Chiesa. E questo è l’amore: è l’amore che si esprime pregando per la Chiesa, lavorando per la Chiesa, nei monasteri.

Questo amore per tutti anima la vita dei monaci, prosegue il Pontefice, e si traduce in preghiera di intercessione.

A questo proposito vorrei portarvi come esempio San Gregorio di Narek, dottore della Chiesa. È un monaco armeno, vissuto attorno all’anno Mille, che ci ha lasciato un libro di preghiere, nel quale si è riversata la fede del popolo armeno, il primo ad abbracciare il cristianesimo; un popolo che, stretto alla croce di Cristo, ha tanto sofferto lungo la storia.

Il cuore dei claustrali intercetta i problemi del mondo e prega

Di San Gregorio, che ha trascorso quasi tutta la vita nel monastero di Narek, il Papa evidenzia, in particolare, la capacità di “scrutare le profondità dell’animo umano” e la “solidarietà universale”, quella stessa che c’è fra i monaci e le monache e che trovando posto nel loro cuore li spinge a pregare incessantemente.

Il cuore dei monaci e delle monache è un cuore che prende come un’antenna, prende cosa succede nel mondo e prega e intercede per questo. E così vivono in unione con il Signore e con tutti.

In pratica, monaci e monache, “come ha fatto Gesù, prendono su di sé i problemi del mondo, le difficolta, le malattie” e pregano. Sono “grandi evangelizzatori”, continua Francesco, anche se vivono in clausura, “perché con la parola, l’esempio, l’intercessione e il lavoro quotidiano, sono un ponte di intercessione per tutte le persone e i peccati”. E per i peccati del mondo e i loro piangono “e pregano e intercedono con le mani e il cuore in alto”.

Pensiamo un po’ a questa – mi permetto la parola – “riserva” che noi abbiamo nella Chiesa: sono la vera forza, la vera forza che porta avanti il popolo di Dio e da qui viene l’abitudine che ha la gente – il popolo di Dio – quando incontra un consacrato, una consacrata di dire: “Prega per me, prega per me”, perché sa che c’è una preghiera d’intercessione.

I monasteri luoghi da visitare

E a conclusione della sua catechesi, il Papa esorta a visitare i monasteri, luoghi che fanno bene all’anima, dove i consacrati, secondo le regole dei propri ordini religiosi, pregano e lavorano.

Hanno le mani sempre occupate: occupate con il lavoro, occupate con la preghiera. Che il Signore ci dia nuovi monasteri, ci dia monaci e monache che portino avanti la Chiesa con la loro intercessione. 


 

Armenia-Azerbaijan, tensioni in aumento lungo il corridoio di Lachin (Osservatorio Balcani e Caucaso 26.03.23)

Lo scorso 23 aprile l’Azerbaijan ha annunciato la creazione di un posto di blocco sul corridoio di Lachin, una mossa immediatamente criticata dalle autorità de facto del Nagorno Karabakh e da quelle dell’Armenia. Anche Stati Uniti e Francia hanno espresso preoccupazioni

26/04/2023 –  Onnik James Krikorian

L’Azerbaijan ha annunciato la creazione di un posto di blocco sul corridoio di Lachin, uno sviluppo significativo all’indomani della guerra del Karabakh del 2020. La mossa del 23 aprile rappresenta un’altra affermazione di sovranità da parte dell’Azerbaijan: non solo sulla rotta terrestre strategica proveniente dall’Armenia, ma anche sulla regione separatista assediata del Nagorno Karabakh a cui si collega.

Il gesto pone inoltre ulteriori sfide e implicazioni per la popolazione etnica armena del Karabakh, poiché gli sforzi di mediazione sembrano vacillare dopo oltre 133 giorni di limitazione del transito da parte di una sedicente protesta ambientalista. Solo il contingente russo di mantenimento della pace e il Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC) hanno utilizzato la rotta.

Secondo Baku la strada, insieme ad un percorso alternativo solo recentemente confermato, era utilizzata per “la rotazione del personale delle forze armate armene che continuano a stazionare illegalmente nel territorio dell’Azerbaijan, il trasferimento di armi e munizioni, l’ingresso di terroristi e il traffico illecito di risorse naturali”.

Yerevan nega e respinge le accuse.

La mossa di Baku, tuttavia, era stata a lungo anticipata e può anche essere collegata alla mancanza di progressi nello sblocco delle vie di trasporto e di comunicazione regionali nella regione, come da dichiarazione di cessate il fuoco trilaterale del novembre 2020. Sono stati inclusi sia il Corridoio Lachin che un collegamento terrestre tra l’Azerbaijan e il Nakhichevan attraverso l’Armenia, ma il disaccordo sui controlli di frontiera e doganali ha frustrato i progressi sul secondo.

Critiche sono arrivate immediatamente dalle autorità de facto dell’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh (NKAO) di epoca sovietica. “Facciamo appello alle parti della Dichiarazione trilaterale e in particolare alla Federazione Russa affinché avviino immediatamente le discussioni per […] impedire l’istituzione di un checkpoint azerbaijano […]”, hanno scritto in un post su Facebook.

Tuttavia, notano molti commentatori, la posizione del posto di blocco sul ponte Hakari era già nelle immediate vicinanze delle forze di pace russe, quindi difficilmente la mossa era passata inosservata prima dell’annuncio ufficiale. Infatti, in un podcast  di Armenian News Network – Groong il 7 aprile, gli attivisti armeni avevano affermato che i lavori erano già in corso.

Non ci sono però conferme da altre fonti, e se alcuni attivisti dell’opposizione affermano che i funzionari armeni, russi e del Karabakh fossero già a conoscenza del posto di blocco, un comunicato ufficiale di Yerevan non ne ha fatto cenno.

“Chiediamo alla Federazione Russa di adempiere finalmente all’obbligo previsto dalla disposizione 6 della dichiarazione trilaterale, eliminando il blocco illegale del corridoio Lachin e garantendo il ritiro delle forze azerbaijane dall’intera zona di sicurezza del corridoio”, ha affermato il ministero degli Esteri armeno in una nota, facendo anche riferimento ad una sentenza di febbraio della Corte internazionale di giustizia (ICJ) secondo cui l’Azerbaijan dovrebbe “prendere tutte le misure a sua disposizione per garantire il movimento senza ostacoli di persone, veicoli e merci lungo il corridoio Lachin in entrambe le direzioni”.

Baku ribatte che, poiché l’Armenia afferma di riconoscere l’integrità territoriale dell’Azerbaijan nelle dichiarazioni firmate l’anno scorso, la questione è interna, portando l’opposizione in Armenia a parlare di errore del governo, che si è espresso l’ultima volta la settimana scorsa in un discorso del primo ministro Nikol Pashinyan. Tuttavia, anche Stati Uniti e Francia hanno espresso preoccupazioni.

“Gli Stati Uniti sono profondamente preoccupati che l’istituzione di un posto di blocco sul corridoio di Lachin da parte dell’Azerbaijan mini la fiducia nel processo di pace”, ha osservato  il Dipartimento di Stato americano. “Ribadiamo che ci dovrebbe essere libera e aperta circolazione di persone e merci lungo il corridoio Lachin e chiediamo alle parti di riprendere i colloqui di pace […]”.

In un comunicato  altrettanto breve, la Francia ha assunto la stessa posizione. Il ministero degli Esteri russo è rimasto in silenzio fino al giorno successivo.

“Rileviamo in particolare l’inaccettabilità di qualsiasi misura unilaterale in violazione delle disposizioni di base della dichiarazione tripartita dei leader di Russia, Azerbaijan e Armenia del 9 novembre 2020, sia che si tratti di un cambiamento non coordinato nella modalità di funzionamento del Corridoio di Lachin o del tentativo di usarlo per scopi non in linea con l’agenda di pace”, si legge in un comunicato.

Inoltre si aggiunge che “la popolazione locale non dovrebbe soffrire e non dovrebbero essere creati ostacoli al suo sostentamento”, criticando anche l’Unione Europea e gli Stati Uniti e mettendo in guardia sulla presenza di “attori occidentali esterni ed elementi russofobi locali che lavorano alla loro agenda opportunistica […]”.

Alcuni, tuttavia, ritengono che il posto di blocco evidenzi la necessità di una risoluzione del conflitto. “Gli eventi […] sul corridoio di Lachin indicano che ora stiamo superando l’accordo di cessate il fuoco”, ha twittato  Tim Potier, professore di diritto internazionale della Tufts University. “È troppo presto per esserne sicuri, ma credo che questi eventi significhino che Armenia e Azerbaijan sono più vicini alla firma di un trattato di pace, non più lontani”.

Pochi altri condividono però questo ottimismo, e molti avvertono che il Karabakh rischia di subire un ulteriore spopolamento in un futuro sempre più incerto e imprevedibile. Nondimeno, c’è almeno consenso tra gli attori internazionali sul fatto che il conflitto debba essere risolto, anche se non è chiaro come.

“Non c’è alternativa all’attuazione degli accordi trilaterali tra Russia, Azerbaijan e Armenia”, ha dichiarato  il 24 aprile l’addetto stampa presidenziale russo Dmitry Peskov in quello che sembrava essere un altro attacco a Bruxelles e Washington. “Stiamo lavorando con le capitali, intendo sia con Yerevan che con Baku. E continueremo questo lavoro”, ha aggiunto.

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L’Azerbaigian ha inaugurato un check point sulla strada tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh (Repubblica 26.04.23)

La Polizia di frontiera dell’Azerbaigian ha diffuso il video dell’inaugurazione di un check point all’inizio del Corridoio di Lachin, vicino al confine con l’Armenia. Il Corridoio di Lachin è l’unica strada che collega l’Armenia alla regione contesa del Nagorno-Karabakh, riconosciuta internazionalmente come parte dell’Azerbaigian ma di fatto in gran parte sotto il controllo di una repubblica autoproclamata, fedele a Yerevan.
Il check point è stato inaugurato il 23 aprile, un giorno prima dell’anniversario del genocidio armeno. L’Azerbaigian ha detto che controllerà il posto di blocco “interagendo” con i peacekeepers russi, sotto i quali ricade la giurisdizione del Corridoio di Lachin in base a un accordo raggiunto a settembre 2020.
Armenia e Azerbaigian hanno combattuto due guerre per il Nagorno-Karabakh; la prima tra il 1992 e il 1994, la seconda proprio nel 2020.
Mercoledì 26 aprile il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha discusso del Corridoio di Lachin in una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin.

135° giorno del #ArtsakhBlockade. Una ad una, l’autocrazia azera fa sì che scompaiano tutte le risorse necessarie alla sopravvivenza del popolo dell’Artsakh (Korazym 25.03.23)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 25.04.2023 – Vik van Brantegem] – Al momento in cui scriviamo, nel 135° giorni del #ArtsakhBlockade non ci sono cambiamenti nella situazione in Artsakh: il posto di blocco dell’Azerbajgian presso la città occupata di Shushi vicino alla capitale Stepanakert rimane in vigore dal 12 dicembre 2022, così come il nuovo posto di blocco dal 23 aprile 2023 all’inizio del Corridoio di Lachin dall’Armenia. I funzionari del della Repubblica di Artsakh hanno affermano che gli sforzi congiunti con le forze di mantenimento della pace della Russia hanno consentito un certo transito umanitario attraverso il checkpoint dell’Azerbajgian, principalmente beni essenziali da distribuire alla popolazione armena locale. «A causa dell’installazione di un posto di blocco azero illegale al confine tra Artsakh e Armenia, nei giorni scorsi è stato annullato il trasferimento di 28 pazienti presso strutture mediche specializzate della Repubblica di Armenia» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance a Stepanakert).

A sostegno del popolo armeno si terrà il 27 aprile 2023 alle 17.30 presso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola a Roma una celebrazione ecumenica, in occasione del Giorno della Memoria del Genocidio Armeno. Presiederà la Preghiera Ecumenica con i Santi Martiri del Genocidio Armeno, il Cardinale Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Il “Metz Yeghern” (Grande Male), cioè il genocidio di un milione e mezzo di Armeni per mano turca, iniziò il 24 aprile 1915. In commemorazione di ciò, avrà luogo la funzione ecumenica per la pace nel mondo, per “perpetuare la memoria sui martiri dei genocidi e di altri crimini contro l’umanità, sulla stretta connessione tra impunità e negazionismo che potrebbe ostacolare il processo di riconciliazione tra i popoli”. Questa è la “richiesta” congiunta di quattro istituzioni: il Pontificio Collegio Armeno in Roma, le Ambasciate della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede e in Italia, la Rappresentanza della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede.

Il Coordinamento delle organizzazioni armene in Italia ha ribadito quanto il valore della Memoria sia fondamentale come strumento necessario a impedire nuove tragedie, indispensabile al fine di educare le giovani generazioni alla tolleranza e al rispetto.

“È per noi fondamentale portare avanti una profonda riconciliazione tra i popoli basata su una narrazione condivisa della memoria di un passato tormentato. Riteniamo fermamente che affrontare le sfide associate ai crimini contro l’umanità, inclusa la persecuzione delle minoranze religiose, sia possibile solo attraverso gli sforzi concertati di tutte le parti interessate – globali e regionali – e in particolare dei media mondiali”.

Circa un mese fa, il 3 aprile 2023 abbiamo scritto [QUI]: «È ovvio che la parte azera sta cercando di bloccare completamente o prendere il controllo del traffico verso l’Artsakh. Vista la prossima apertura di una nuova strada per Stepanakert via Kornidzor, è probabile che i cosiddetti “eco-attivisti” si sposteranno sul ponte sul fiume Hakkari per provocare il contingente di mantenimento della pace russo di stanza nelle vicinanze [abbiamo fatto un solo errore nella previsione: gli “eco-attivisti” sono rimasti al blocco vicino a Shushi, quasi alla fine del Corridoio di Berdzor (Lachin) e le forze armate azere hanno occupato direttamente il ponte sul fiume Hakkari]. E così continueranno finché non arriverà la risposta. L’Azerbajgian è spinto verso la guerra, che viene attivamente preparata con le azioni delle autorità di Baku, e per cui manca adesso soltanto un pretesto».

Azcanet paragone il blocco sul ponte di Hakkari con il confine USA-Canada. Cosa ridicola poiché l’Azerbajgian sta attivamente commettendo un genocidio tendando di far morire di fame 120.000 Armeni, tra cui 30.000 bambini, bombardando città armene. Azcanet è il ramo di propaganda del regime autocratico azero in Canada. Diffonde spudoratamente le menzogne del regime autocratico azero e l’odio anti-armeno, maschera le violazioni dei diritti umani di e il genocidio dell’Azerbajgian, negando la crisi umanitaria dovuta a #ArtsakhBlockade.

«Gli Stati Uniti sono profondamente preoccupati per il fatto che l’istituzione da parte dell’Azerbajgian di un posto di blocco sul Corridoio di Lachin comprometta gli sforzi per stabilire la fiducia nel processo di pace. Ribadiamo che ci dovrebbe essere libera e aperta circolazione delle persone e del commercio lungo il Corridoio di Lachin e chiediamo alle parti di riprendere i colloqui di pace e di astenersi da provocazioni e azioni ostili lungo il confine» (Michael Carpenter, Ambasciatore degli Stati Uniti presso l’OSCE).

«Preoccupante escalation da parte dell’Azerbajgian. Se Baku continua a violare i suoi impegni internazionali e gli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, devono esserci conseguenze politiche ed economiche» (Anders Fogh Rasmussen).

Parole contro l’autocrate Ilham Aliyev non servono e l’ha detto lui stesso a più riprese. Devono esserci sanzioni contro l’Azerbajgian ORA. La linea rossa è stata superata. Macron, von der Leyen e Blinken hanno il potere di fermare l’Azerbajgian imponendo sanzioni economiche. Lo fanno per l’Ucraina (che forniscono pure di massicci aiuti finanziari e militari), quindi devono farlo per l’Armenia.

«#ArtsakhBlockade giorno 135 – In diversi gruppi Facebook si possono trovare molte pubblicazioni sulla mancata possibilità di utilizzare i buoni pasto, a causa della mancanza di prodotti disponibili nei negozi» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance a Stepanakert).

«Video dal nuovo checkpoint dell’Azerbajgian al ponte sul fiume Hakkari all’inizio del Corridoio di Lachin dall’Armenia verso il Nagorno-Karabakh. Il video mostra anche la presenza delle forze di mantenimento della pace della Russia. Entrambi hanno accumulato materiale militare lì [il loro posto di blocco N. 1]. Trattative apparentemente in corso per aprire la strada» (Nagorno Karabakh Observer).

I media statali dell’Azerbajgian riferiscono che le truppe del servizio di frontiera statale sono ora schierate al ponte sul fiume Hakkari all’inizio del Corridoio di Lachin che conduce al Nagorno-Karabakh vicino al checkpoint, dove sono dispiegate anche le forze di pace della Russia. Pare che le parti stanno attualmente negoziando. Ma la realtà è che l’Azerbajgian continua a rafforzare il blocco con la costruzione di installazioni militari.

Il Tenente generale Aleksandr Lentsov è stato assegnato come nuovo comandante del contingente di mantenimento della pace della Russia nel Nagorno-Karabakh, in sostituzione di Andrei Volkov in carica dal gennaio 2022 (Fonte Kommersant). Lentsov era il Vice capo delle forze di terra russe, Consigliere del Ministero della Difesa, prendendo parte alle operazioni militari in Siria, essendo il secondo in comando delle truppe russe lì nel 2016.

L’Azerbajgian installa un checkpoint sulla strada per il Nagorno-Karabakh tra scontri mortali
A seguito di una guerra nel 2020, il Corridoio di Lachin è stato sotto la giurisdizione delle forze di pace russe come parte di un accordo di cessate il fuoco
di Gabriele Gavin
Politico, 24 aprile 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

L’Azerbajgian ha istituito un posto di blocco sull’unica strada in entrata o in uscita dalla regione contesa del Nagorno-Karabakh, suscitando timori per la sua popolazione di etnia armena e segnalazioni di nuovi scontri a fuoco lungo il confine condiviso.

In una dichiarazione rilasciata domenica, il Ministero degli Esteri azero ha affermato che sono iniziati i lavori per “stabilire il controllo” lungo il Corridoio di Lachin, l’unica autostrada che collega il territorio separatista all’Armenia.

Secondo i funzionari, la mossa ha lo scopo di fermare “la rotazione del personale delle forze armate armene che continuano a stazionare illegalmente nel territorio dell’Azerbajgian, il trasferimento di armi e munizioni, l’ingresso di terroristi, nonché il traffico illecito di risorse naturali.

A seguito di una guerra tra le due parti nel Nagorno-Karabakh nel 2020, il Corridoio di Lachin è stato sotto la giurisdizione delle forze di mantenimento della pace russe come parte di un accordo di cessate il fuoco sostenuto da Mosca. A dicembre, sedicenti attivisti ambientali azerbajgiani, con il sostegno del governo di Baku, hanno oltrepassato la recinzione metallica e hanno iniziato a bloccare la strada come parte di quella che hanno affermato essere una protesta contro l’estrazione illegale.

Da allora, solo le forze di mantenimento della pace russe e i convogli di aiuti gestiti dalla Croce Rossa sono stati in grado di far arrivare i rifornimenti alle decine di migliaia di armeni che chiamano casa la regione. È stato implementato il razionamento di cibo ed energia. Le truppe di mantenimento della pace russe non sono state in grado o non hanno voluto ripristinare il flusso del traffico civile e non sembrano aver intrapreso alcuna azione contro l’installazione del checkpoint domenica. Secondo Baku, il suo personale prenderà il controllo della strada “in interazione” con le forze di Mosca.

Il Ministero degli Esteri armeno ha affermato che la mossa è stata una “flagrante violazione” del cessate il fuoco del 2020, in cui Baku ha accettato di “garantire il movimento sicuro di cittadini, veicoli e merci in entrambe le direzioni lungo il Corridoio di Lachin”. Secondo Yerevan, il posto di blocco viola anche un ordine della Corte Internazionale di Giustizia per l’Azerbajgian a “prendere tutte le misure a sua disposizione” per garantire il flusso “senza ostacoli” del traffico.

In una dichiarazione, il Dipartimento di Stato americano ha affermato di essere “profondamente preoccupato” per lo sviluppo e ha esortato l’Azerbajgian a garantire “la libera e aperta circolazione delle persone e del commercio lungo il Corridoio di Lachin”.

All’interno dei confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbajgian, il Nagorno-Karabakh è sotto il controllo armeno sin dalla guerra seguita al crollo dell’URSS.

Tuttavia, l’installazione di un posto di blocco nel Corridoio di Lachin porrebbe effettivamente fine alla sua autonomia de facto, che l’Armenia ha avvertito potrebbe essere un precursore della “pulizia etnica”.

Baku insiste di avere il diritto di esercitare il controllo sul territorio e ha invitato gli Armeni che vi risiedono a deporre le armi e ad accettare di essere governati dall’Azerbajgian.

Più tardi domenica, le due ex repubbliche sovietiche si sono accusate a vicenda di aver lanciato attacchi lungo il confine, vicino al Corridoio di Lachin. Almeno un militare armeno sarebbe morto.

L’Azerbajgian insiste che le sue truppe abbiano adottato “adeguate misure di ritorsione”.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Le grotte di Zungri, Brancaleone vecchia e l’antico legame con il popolo armeno (Ilvibonese 25.04.23)

Il Comune di Zungri già lo scorso anno aveva approvato la mozione per il riconoscimento del genocidio degli armeni. Quest’anno rinnova l’adesione per sensibilizzare su una pagina di storia terribile quanto complessa e al contempo, restituire dignità e giustizia ad un intero popolo. Un filo rosso unisce le grotte della città del Porto agli antichi armeni. L’insediamento rupestre della Valle degli Sbariati, per le sue caratteristiche, infatti ricorda moltissimo le aree del Mediterraneo orientale. In più similitudini si riscontrano con località della Turchia di cui l’Armenia era parte integrante.

Il genocidio degli armeni

L’ente guidato dal sindaco Franco Galati, l’Insediamento rupestre e la Pro loco di Brancaleone continuano a collaborare per approfondire studi e ricerche nel nome di una storia che non può essere cancellata. Un massacro caratterizzato da violenze, deportazioni ed eliminazioni di massa perpetrate dall’Impero ottomano nei primi anni del Novecento. Per ricordare le vittime e far conoscere alle comunità la storia del genocidio, la Comunità Armena-Calabria aveva esortato istituzioni, Comuni, associazioni del territorio a commemorare per non dimenticare questo orribile evento.

Gli armeni in Calabria

Il popolo armeno cristianizzato dagli apostoli Taddeo e Bartolomeo, sin dal II° secolo d.C., ha subito per le sue idee continui martiri, ma non ha mai ceduto ai ricatti della storia. Il primo martirio è stato ad opera degli iraniani che volevano imporre la loro religione, mazdeista o zoroastrana. I primi armeni caddero per le loro idee altri fuggirono. Non è escluso che primi nuclei raggiunsero disperatamente anche le nostre terre.

In più durante il IX secolo d. C. per ragioni militari un contingente armeno a seguito del grande stratega Niceforo Foca (il vecchio) approdò in Calabria. Si stanziò tra Bruzzano e Brancaleone (fondarono dei castelli scavati nella roccia). I contingenti armeni avevano il compito di contrastare l’occupazione degli arabi che già avevano preso la Sicilia e minacciavano Reggio. La toponomastica, l’onomastica e molti vocaboli sul territorio sono rimasti armeni. A Ferruzzano e Brancaleone– in particolare – sono chiari i segni del loro passaggio: dai culti alle chiese-grotta, passando per alcune testimonianze artistiche (croci, pavoni stilizzati, pilastri a forma di albero della vita).

Il legame tra Zungri e Brancaleone

Il rapporto di collaborazione e di amicizia tra la Pro loco di Brancaleone e Zungri ha consentito di analizzare e studiare similitudini tra le due realtà, in particolare l’insediamento rupestre e l’antico abitato di Brancaleone: «Con il presidente della Pro loco Carmine Verduci e l’archeologo Sebastiano Stranges – commenta la direttrice del Museo di Zungri, Maria Caterina Pietropaolo – avviamo avviato un ricco scambio di informazioni. In nostre molte grotte, il gruppo del Reggino si è riconosciuto, in altre meno. Quel che certo è che la città di pietra ha una radice orientale». In più, questo scambio di conoscenze, «ha permesso di conoscere e approfondire il genocidio armeno».

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Dichiarazione del Presidente Joe Biden in occasione della Giornata della memoria degli armeni (ESGdata 25.04.23)

Dichiarazione del Presidente Joe Biden in occasione della Giornata della memoria degli armeni

Il 24 aprile 1915 le autorità ottomane arrestarono intellettuali e leader della comunità armena a Costantinopoli. Negli anni successivi, un milione e mezzo di armeni furono deportati, massacrati o condotti a morte. Qui e in tutto il mondo, il popolo armeno ha affrontato il male dell’odio con speranza. Riimpegnamoci a parlare contro l’odio, a difendere i diritti umani e a prevenire le atrocità. E insieme, raddoppiamo gli sforzi per creare un futuro migliore, in cui tutte le persone possano vivere con dignità, sicurezza e rispetto.

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L’elogio di Pio XII all’Armenia cattolica. (Radiospada 24.04.23)

Il 12 marzo 1946, ricorrendo il quinto anniversario della propria incoronazione, Pio XII designava a celebrare la solenne messa in Sistina il cardinale Gregorio Pietro XV Agagianian, Patriarca di Cilicia degli Armeni. Il giorno successivo ricevendo il Prelato coi membri dell’episcopato e laicato armeno-cattolico, teneva il seguente discorso di elogio all’Armenia cattolica.

La più viva esultanza C’inonda l’animo, diletti figli, nel darvi il benvenuto nella Nostra dimora. Quale commozione si desta in Noi dinanzi allo spettacolo che voi Ci offrite in questa memorabile circostanza! Il primo Cardinale scelto fra i figli del vostro popolo e accompagnato dai Venerabili Fratelli nell’episcopato; questo medesimo popolo rappresentato da religiosi, religiose, chierici e sacerdoti, in mezzo ai quali siamo lieti di notare i cari e benemeriti Monaci Mechitaristi; rappresentato anche da laici, compatriotti, venuti da quasi tutte le contrade, ove il popolo armeno ha trovato oggi un asilo; tutti infine adunati intorno a Noi per porgerCi l’omaggio della vostra venerazione e del vostro affetto!
Creando Cardinale l’eminente Patriarca di Cilicia degli Armeni, Noi abbiamo certamente inteso di premiare i meriti insigni del degnissimo e fedelissimo Prelato. Ma nel chiamarlo a far parte del Senato della Chiesa romana, e nel designarlo per celebrare ieri, in tutto lo splendore del suo magnifico rito, la Messa Pontificale alla Cappella Sistina, abbiamo voluto al tempo stesso significare e, per così dire, coronare con una solenne manifestazione le prove di sollecitudine e di amore che, fin dai più antichi tempi del Cristianesimo, la Cattedra di Pietro non ha cessato mai, nel corso dei secoli, di dare all’Armenia e al suo popolo. Noi possiamo ben dire che cotesta nobilissima Nazione, nelle avversità e nelle tribolazioni, ha sempre avuto nel Pontefice Romano il suo difensore e il suo avvocato.
Queste avversità e queste tribolazioni non sono mancate nella vostra storia. La quale, se è ricca di grandi azioni e di fatti gloriosi in pace ed in guerra, nel campo della coltura profana, come nel servizio della fede, offre una non meno abbondante messe di tragici avvenimenti. Tuttavia un tratto caratteristico la contrassegna; esso è in quella storia come il filo, il cui andirivieni lungo tutta la trama ne forma il tessuto: vogliamo dire il coraggio nella professione e nella difesa della fede cristiana. È perciò a Noi motivo di intensa gioia in questa occasione il congratularCene con voi. E nel Nostro lieto compiacimento per la vostra fedeltà passata, Noi vi rivolgiamo, in questi tempi di così profondi perturbamenti spirituali, una calda raccomandazione per il presente e per l’avvenire: State fermi nella vostra fede, nella vostra fede piena, integra, inalterabile, a tutte le verità rivelate che la Chiesa insegna, a tutti i misteri di grazia di cui è dispensiera, senza lasciarvi mai sedurre e trascinare da correnti, che finalmente non terminano se non in un superficiale razionalismo, in una morale puramente umana e terrena, o troppo spesso anche nell’ateismo.

Nella santa liturgia, che abbiamo ieri celebrata con voi, il diacono pronunzia questa bella preghiera: «La santa Genitrice di Dio e tutti i Santi ci siano intercessori presso il Padre che è nei cieli, perché si degni usarci misericordia e pietosamente salvi le sue creature … Onnipotente Signore Iddio, salvaci e abbi pietà di noi! » . E il coro risponde : «O Cristo, … per l’intercessione delle tue celesti Dominazioni, custodisci per sempre e rendi incrollabile la sede dell’Armenia ». Tale è il voto del Nostro cuore per voi. E affinché il Nostro desiderio sia soddisfatto, e la pace, l’amore e la grazia del Redentore vi siano abbondantemente concessi, impartiamo a voi qui presenti e all’intiero diletto popolo armeno con tutta l’effusione dell’animo Nostro l’Apostolica Benedizione.

 

fonte vatican.va

Rassegna Stampa 24 aprile – Memoria del Genocidio Armeno


Il genocidio armenoAlla vigilia della Prima guerra mondiale il popolo armeno contava 2 milioni di abitanti in un impero ottomano in pieno declino. Nel 1922 ne restavano meno di 400mila: un milione e mezzo circa erano morti in quello che gli storici considerano quasi unanimemente un genocidio (Storica National Geographic)


24 APRILE – 1915 – Con i primi arresti a Costantinopoli ha convenzionalmente inizio il genocidio armeno nell’impero ottomano (Quotidiano Contribuentei)


Il genocidio degli armeni che i turchi ancora negano (Globalist)


Genocidio armeno, 108 anni fa la strage che “ispirò” Hitler (Tempi) Iniziato nel 1915 per mano dei Giovani turchi, portò alla morte un milione e mezzo di armeni. Nel 1939 il Fuhrer chiedeva: «Chi ne parla ancora?». È domanda che brucia anche oggi


Gli armeni e il tempo della verità (Repubblica)


L’Azerbaigian afferma di aver istituito un posto di blocco su una delle principali rotte verso l’Armenia, il mondo (Buzznews)


Le tensioni sono aumentate dopo che l’Azerbaigian ha chiuso la rotta terrestre dall’Armenia | notizie di conflitto (La Tribuna Sanmarinese)


24 aprile, il genocidio Armeno (riforma.it)


L’Armenia ricorda il massacro negato dalla Turchia (Euronews)


Un posto di blocco strozza il Nagorno-Karabakh. Dove spetterebbe ai russi garantire la pace (Haffingtonpost)


Venezia ricorda il genocidio degli armeni (Rainews.it)


ASIA/TURCHIA – 108 anni dal Genocidio Armeno. Commemorazioni impedite a Istanbul (Fides)


Su comune Gerace bandiera Armenia in ricordo genocidio 1915 (Ansa)


Anniversario del Genocidio Armeno, Arslan: “Negazionismo ancora vivo, dobbiamo restare all’erta” (Il Mattino)


Genocidio armeno, Delmastro (FdI): non c’è futuro senza memoria (Il Patriota)


ARMENIA. POZZOLO (FDI), CON IL POPOLO ARMENO UNITI NEL RICORDO (AgenParl)


L’Azerbaijan blocca il “Corridoio di Lachin” (Osservatore Romano)


134° giorno del #ArtsakhBlockade. Il genocidio armeno non va solo ricordato. Va impedito che con l’indifferenza accada di nuovo (Korazym)


La Meloni al Governo potrebbe riconoscere il Genocidio Armeno (La Verità)


Genocidio armeno. Casu (PD), tenere sempre viva memoria vittime (Agenparl)


I “giovani turchi”, la massoneria, gli armeni. Le ragioni dell’odio (Centro studi Giuseppe Federici)

24 Aprile 2023: Rai Radio 3 e Sonya Orfalian in occasione del 108° anniversario del Genocidio degli Armeni (Raiplaysound 24.04.23)

Rai Radio3, in occasione del 108° anniversario del genocidio degli Armeni, presenta Ermenì ghiavùr, monologo scritto per “Radio3 Suite – Il Teatro di Radio3” da Sonya Orfalian e interpretato da Graziano Piazza.

La messa in onda è per oggi, 24 aprile, alle 22.50 e all’interno del programma “Radio3 Suite” di Rai Radio3, riascoltabile poi sul sito www.raiplaysound.it

Era il 24 aprile del 1915 quando il governo dei Giovani Turchi diede il via al primo genocidio del Novecento.

Questa data è stata assunta simbolicamente come Giorno della Memoria di quel crimine contro l’umanità che tra il 1915 e il 1923 provocò un milione e mezzo di vittime innocenti, la distruzione sistematica di un intero popolo.

In lingua turca, ermenì ghiavùr significa “armeno infedele” ed è l’espressione fortemente dispregiativa con cui ancora oggi molti turchi si riferiscono agli armeni.

E’ dunque questo il titolo che Sonya Orfalian ha voluto dare al suo monologo, scritto in occasione del centottesimo anniversario del Genocidio degli Armeni.

 

Il testo ruota attorno ai pensieri e al carattere ruvido di un personaggio solitario che tra le montagne d’Armenia cerca caparbiamente di coltivare la terra e di far fiorire un frutteto nel “paese delle pietre urlanti”, con la sola compagnia dei ricordi dello sterminio del suo popolo e dei nuovi eventi di guerra di cui gli giunge notizia dal vicino Nagorno-Karabagh.