Medaglia della Gratitudine armena al “molokano” Renato Farina (Tempi 28.04.23)

Con una cerimonia ufficiale presso l’ambasciata armena in Italia, a Roma, Renato Farina riceverà questa mattina alle 11 dalle mani dell’ambasciatrice Tsovinar Hambardzumyan la Medaglia della Gratitudine della Repubblica di Armenia.

Il decreto firmato dal presidente Vahagn Khachaturyan – riprodotto qui sopra – porta la data del 23 dicembre 2022 e in italiano recita come segue:

«Su richiesta del Primo Ministro, ai sensi dell’articolo 136 della Costituzione, nonché dell’articolo 5.3, parte 1 della legge “Sui riconoscimenti statali e titoli onorifici della Repubblica di Armenia”, Renato Farina, scrittore, giornalista (Italia), e Francesco Paolo Guarneri, medico (Italia), sono stati insigniti della Medaglia della Gratitudine per il loro contributo al rafforzamento e allo sviluppo delle relazioni amichevoli tra Armenia e Italia e alla protezione dei valori universali».

Farina è infatti – al pari di Tempi – una delle poche voci italiane a tentare incessantemente di rompere lo scandaloso silenzio internazionale calato sulle vicissitudini del popolo armeno, vittima di continue aggressioni e soprusi da parte dell’Azerbaigian, in particolare nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

Proprio sul mensile Tempi, testata con cui collabora da sempre, Farina tiene una rubrica intitolata “Il Molokano”, ormai totalmente dedicata di fatto all’Armenia. Uno spazio dove non si risparmiano critiche all’Occidente e allo stesso governo italiano (qualunque colore politico o tecnico questo abbia assunto negli ultimi anni) per la loro inerzia davanti all’atteggiamento sempre più minaccioso degli azeri e dei loro alleati turchi verso un popolo cristiano già vittima di genocidio nel recente passato.

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Dopo aver flirtato con la NATO, l’Armenia si è lamentata della chiusura dei confini russi per i camion (Avia.pro 28.04.23)

I camionisti e gli agricoltori dell’Armenia hanno riferito di difficoltà con l’esportazione di prodotti agricoli nella Federazione Russa, ha affermato Garnik Danielyan, un membro della fazione parlamentare dell’Armenia. Secondo lui, la parte russa ha deciso di vietare l’ingresso ai camion armeni.

Danielyan ha detto che i camion armeni sono rimasti al confine con la Georgia per diversi giorni di fila, in attesa di una spiegazione della situazione. Ciò può portare a gravi perdite per le serre. Inoltre, la stagione delle albicocche e di altri frutti, che inizierà nei prossimi mesi, potrebbe essere a rischio a causa dell’impossibilità di esportare i prodotti in Russia.

Il deputato ha inviato richieste al Ministero dell’Economia e al Comitato delle entrate statali dell’Armenia chiedendo di comprendere le cause del problema. Ha invitato la parte armena a chiedere chiarimenti e ad adottare tutte le misure possibili per risolvere la situazione il prima possibile.

“La Georgia riferisce che la parte russa ha deciso di vietare l’ingresso ai camion armeni. I camion armeni sono rimasti in Georgia per diversi giorni di fila, in attesa di una spiegazione. La parte armena dovrebbe chiedere chiarimenti e adottare tutte le misure possibili per risolvere il problema il prima possibile”., ha affermato il deputato.

Finora non si conoscono i motivi del divieto di ingresso di camion armeni in Russia. Forse i chiarimenti e le indagini ufficiali aiuteranno a chiarire la situazione e porteranno all’eliminazione del problema affrontato dai camionisti e dagli agricoltori armeni.

La parte russa non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito. Tuttavia, in Armenia è stato suggerito che ciò sia avvenuto sullo sfondo di relazioni più strette tra Yerevan ei paesi della NATO, sebbene, ovviamente, il motivo sia completamente diverso.

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Nagorno-Karabakh, la Francia chiede maggiori sforzi per la pace (Euronews 28.04.23)

La Francia è uno dei mediatori internazionali del conflitto. Di recente Baku e Mosca hanno accusato Parigi di minare il processo di pace

La pace in Nagorno Karabakh è possibile ma l’Azerbaigian e l’Armenia potrebbero fare di più per porre fine allo scontro. E’ questo uno dei messaggi che il ministro degli Esteri francese Catherine Colonna ha rilasciato durante la sua visita ufficiali in entrambi i paesi. E così scende in campo direttamente Parigi.

“Il progresso verso la pace richiede la rinuncia all’uso della forza e anche alla minaccia della forza. E questo è un messaggio che vale per entrambe le parti. Potrei anche riferirmi alla retorica che alimenta comportamenti diffidenti dove occorre trovare la strada della fiducia”, ha sottolineato la ministra Colonna.

La Francia è uno dei mediatori internazionali del conflitto. Di recente Baku e Mosca hanno accusato Parigi di minare il processo di pace. La visita della ministra Colonna aveva lo scopo di allentare le tensioni tra Armenia e Azerbaigian e di chiedere di porre fine al blocco del corridoio di Lachin, vitale per gli armeni nel Nagorno-Karabakh.

Lo scorso 23 aprile l’Azerbaigian ha annunciato la creazione di un posto di blocco sul corridoio di Lachin.

Una mossa che è stata subito criticata dalle autorità de facto del Nagorno Karabakh e da quelle dell’Armenia e che ha sollevato forti preoccupazioni anche nella comunità internazionale.

La decisione pone ulteriori implicazioni per la popolazione etnica armena del Karabakh, perché gli sforzi di mediazione sembrano vacillare dopo oltre 133 giorni di limitazione del transito da parte di una sedicente protesta ambientalista. Solo il contingente russo di mantenimento della pace e il Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC) hanno utilizzato la rotta.

Secondo Baku la strada era utilizzata per “la rotazione del personale delle forze armate armene che continuano a stazionare illegalmente nel territorio dell’Azerbaijan, il trasferimento di armi e munizioni, l’ingresso di terroristi e il traffico illecito di risorse naturali”. Accuse respinte da Yerevan.

Le posizioni di Usa e Francia

Gli Stati Uniti si sono detti profondamente preoccupati che l’istituzione di un posto di blocco sul corridoio di Lachin da parte dell’Azerbaigian mini la fiducia nel processo di pace”, ha osservato il Dipartimento di Stato americano. “Ribadiamo che ci dovrebbe essere libera e aperta circolazione di persone e merci lungo il corridoio Lachin e chiediamo alle parti di riprendere i colloqui di pace”.

Anche Parigi, in un comunicato, ha assunto la stessa posizione.

“Rileviamo in particolare l’inaccettabilità di qualsiasi misura unilaterale in violazione delle disposizioni di base della dichiarazione tripartita dei leader di Russia, Azerbaijan e Armenia del 9 novembre 2020, sia che si tratti di un cambiamento non coordinato nella modalità di funzionamento del Corridoio di Lachin o del tentativo di usarlo per scopi non in linea con l’agenda di pace”, si legge in un comunicato.

ANNIVERSARIO GENOCIDIO ARMENO, SOLIDARIETA’ DALLA POLITICA ITALIANA (Politicamentecorretto 28.04.23)

Le Associazioni e Organizzazioni armene in Italia desiderano ringraziare gli esponenti di tutte le forze politiche italiane, le amministrazioni comunali, università, associazioni e i concittadini italiani, che hanno ricordato la Giornata della Memoria armena (24 aprile) nel 108° anniversario dell’inizio del massacro di un milione e mezzo di persone per opera dei Giovani turchi dell’impero Ottomano.

I messaggi di vicinanza e solidarietà verso il popolo armeno acquistano ancor più rilievo in questi giorni nei quali ancora una volta dobbiamo assistere ad atti di forza nei confronti della popolazione dell’Armenia e dell’Artsakh (Nagorno Karabakh).

In particolare, da tre giorni l’Azerbaigian ha imposto un ulteriore illegale blocco all’ingresso del corridoio di Lachin in violazione dell’accordo di cessate-il-fuoco siglato a novembre 2020 e in dispregio della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite che a febbraio aveva emesso una sentenza (cogente) con la quale sollecitava l’Azerbaigian a rimuovere qualsiasi ostacolo al libero transito di persone e merci tra l’Armenia e l’Artsakh.

Gli ultimi sviluppi nella regione dimostrano che, contrariamente agli auspici anche dell’Unione europea, non vi è alcun desiderio da parte dell’Azerbaigian di concludere un processo di pace ma solo quello di attuare una nuova pulizia etnica del territorio imponendo la regola della minaccia e della forza.

Il recente blocco aggrava ulteriormente la crisi umanitaria per i 120.000 armeni dell’Artsakh.

Alla luce di quanto sopra, e a maggior ragione considerando gli intensi rapporti commerciali fra Italia ed Azerbaigian, i messaggi di vicinanza degli esponenti politici italiani che rappresentano anche il sentimento dei nostri concittadini italiani, sono un segno di speranza per il futuro e aiutano gli armeni in Italia e gli italiani di origine armena a proseguire l’impegno per la pace, la verità e la giustizia.

Coordinamento delle organizzazioni armene in Italia

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NAGORNO KARABAKH. Per il mantenimento della pace in la Russia cambia comandante (AGC 28.04.23)

La situazione azero-armena non è del tutto tranquilla nonostante le parole che arrivano di rassicurazione sia da parte armena che azera.

Di fatto gli azeri hanno istituito un posto di blocco nel corridoio di Lachin. Ogni giorno che passa, diventa sempre più necessaria una più ampia rappresentanza internazionale nel corridoio di Lachin e nell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) con un ampio mandato.

Nel corridoio di Berdzor (Lachin), passa di tutto e mettere in questa area un posto di blocco significa affamare letteralmente la popolazione del Nagorno-Karabakh. L’installazione di un nuovo checkpoint nel corridoio, dunque, è un altro passo illegale di Baku, volto ad aggravare la situazione nella regione e la crisi umanitaria in Artsakh. Anche questa è un’altra violazione del comunicato tripartito del 9 novembre 2020. I diritti e la sicurezza del popolo dell’Artsakh dovrebbero essere oggetto di negoziati tra Stepanakert e Baku. Lo ha affermato il 27 aprile il primo ministro dell’Armenia in una riunione di governo.

Che la situazione è tesa e grave lo ha capito Mosca che deciso di mandare in Nagorno Karabakh uno dei suoi esperti negoziatori. Il generale Alexander Lentsov che è diventato il nuovo comandante del contingente russo di mantenimento della pace nella non riconosciuta Repubblica dell’Artsakh o Nagorno Karabakh se si è di parte azerbaijana.

Prima di questa nomina, il generale Lentsov è stato consigliere del ministro della Difesa della Russia e fino al 2020 è stato vice comandante in capo delle forze di terra. Ha partecipato a operazioni di combattimento in Afghanistan: partendo da comandante di compagnia, si è fatto strada fino a diventare comandante di battaglione del 234° reggimento paracadutisti. Era in Jugoslavia come comandante di un’unità di caschi blu russi in Bosnia.

Inoltre, ha preso parte a entrambe le guerre cecene, nonché alle ostilità in Ossezia meridionale nel 2008 e in Ucraina nel 2014-2015. E nel 2016 ha prestato servizio come vice comandante del gruppo di truppe (forze) delle forze armate RF per gli uffici del comandante in Siria. Nonostante la sua significativa esperienza di combattimento, il generale Lentsov è un eccellente negoziatore, in grado di spingere il suo punto di vista. Negli ultimi anni è stato impegnato in attività organizzative, abbandonando l’addestramento al combattimento e l’ambizione di salire la scala della carriera, nonostante potesse diventare almeno il comandante delle truppe aviotrasportate, date le sue capacità e capacità.

Ora, da parte dei generali russi in Nagorno-Karabakh, ci sono sia il negoziatore Lentsov che l’ex comandante del V gruppo delle truppe russe nella zona operativa ucraina, il generale Muradov. Quest’ultimo è stato caratterizzato da un lato estremamente positivo durante il suo mandato come comandante dell’RMK nell’Artsakh non riconosciuto per la sua tenacia e determinazione. Forse, avendo ora puntato sul tandem di Muradov e Lentsov, la leadership russa conta sui cambiamenti nel conflitto armeno-azerbaigiano.

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Metz Yeghern, il cardinale Koch: il genocidio armeno fu un martirio ecumenico (Vatican News 27.04.23)

A Roma la preghiera per i martiri del “Grande Male”, in occasione dell’anniversario delle persecuzioni di un secolo fa che portarono all’uccisione di un milione e mezzo di persone e alla deportazione di centinaia di migliaia di armeni. Nella sua omelia, il prefetto del Dicastero per l’Unità dei Cristiani ha ricordato che tutte le confessioni cristiane sono state colpite in quello che fu il primo di una lunga serie di persecuzioni del ‘900

Marco Guerra – Città del Vaticano

“Con l’intercessione, il ricordo e le preghiere dei Santi martiri del Genocidio Armeno che commemoriamo oggi, i quali hanno sacrificato la vita per la loro fede ed eredità. O Signore, concedici la tua pace e grande misericordia”

È stato questo uno dei passaggi più significativi della preghiera ecumenica per i martiri del genocidio armeno, che nel pomeriggio di giovedì 27 aprile è risuonata tra le mura della Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, a Roma.

Il contesto della cerimonia e il genocidio

La celebrazione ecumenica organizzata dalla Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, il Pontificio Collegio Armeno in Roma e le ambasciate della Repubblica d’Armenia in Italia e presso la Santa Sede rientra nella cornice delle commemorazioni del 108.mo anniversario del “Metz Yeghern”, il “Grande Male”, ovvero l’olocausto di un milione e mezzo di armeni per mano del governo ottomano dell’epoca. Ebbe inizio il 24 aprile 1915, data in cui furono arrestate tutte le personalità di spicco della comunità armena di Istanbul – intellettuali, studiosi, politici – che poi furono successivamente portate fuori dalla metropoli sul bosforo per essere massacrate. Questa data è diventata così la giornata della memoria, molto sentita sia in Armenia sia fra le comunità di esuli in tutto il mondo.

Il cardinale Koch: “l’armenicidio” fu l’inizio di tante persecuzioni

Momento centrale della cerimonia tenutasi nella Basilica dedicata alla memoria dei martiri è stata l’omelia del cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei cristiani, che ha presieduto l’intera cerimonia ecumenica. Il porporato ha messo subito in evidenza che i cristiani che hanno dato la loro vita per la fede non sono caduti nel nulla e che il genocidio armeno è stato la prima grande persecuzione anti cristiana del Novecento, un secolo in cui “la cristianità è diventata ancora una volta una Chiesa martire, principalmente a causa delle dittature anticristiane e neopagane del nazionalsocialismo e del comunismo sovietico”. “La tragica storia del martirio di tanti cristiani è iniziata con ‘l’armenocidio’ – ha spiegato il cardinale -, il genocidio del popolo armeno all’inizio del XX secolo. Questo terribile evento ci ricorda quello che nella fede cristiana merita di essere chiamato martirio”.

L’ecumenismo del martirio

Il prefetto del Dicastero per l’Unità dei cristiani ha ricordato quindi che il martirio del cristiano non è contraddistinto dal disprezzo per la vita e dal desiderio di morte ma dall’amore. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici, in queste parole di Gesù si riassume tutto il mistero del martirio cristiano”, ha sottolineato il porporato attingendo dal Vangelo. “La croce di Gesù Cristo è l’amore nella sua forma più radicale; e Gesù si pone davanti ai nostri occhi come il primo martire”, sottolinea poi il cardinale Koch, “il martirio cristiano è la libera accettazione della morte per amore della fede”. In quest’ottica il prefetto ha riconosciuto “il grande debito di gratitudine verso i cristiani armeni per aver testimoniato con la loro vita cosa significa il martirio”. Ma la lezione più importante che arriva dai martiri armeni è di aver mostrato “che tutte le Chiese cristiane, la Chiesa apostolica armena come pure la Chiesa cattolica armena, hanno i loro martiri della fede e, di conseguenza, che il martirio è ecumenico”. “L’ecumenismo dei martiri, o come dice Papa Francesco, l’ecumenismo del sangue – ha aggiunto – è dunque senza dubbio il segno più convincente dell’ecumenismo odierno”.

Tanti cristiani subiscono ancora il martirio

Il cardinale ha osservato inoltre che i cristiani armeni hanno anche mostrato che un simile martirio può essere sopportato solo se è sostenuto dalla fiducia nella promessa della fede cristiana, che si esprime nel Vangelo di oggi con la bella immagine delle dimore: “La triste ipotesi che ai persecutori, ai carnefici e agli assassini sia permesso di trionfare sulle loro vittime nell’eternità è del tutto in contrasto con la promessa cristiana delle dimore celesti”. Infine il capo Dicastero si è rivolto ai martiri armeni come intercessori e per chiedere loro, nella loro dimora celeste, “di accompagnarci oggi nella nostra testimonianza di fede con la loro preghiera e, soprattutto, di sostenere i tanti cristiani che nel mondo odierno sono perseguitati e devono subire il martirio”.

L’impegno dell’Armenia per evitare nuovi genocidi

In apertura della cerimonia hanno espresso i loro saluti Garen Nazarian, ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede, e Tsovinar Hambardzumyan, ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia. I due diplomatici hanno ricordato i pericoli che ancora corre la popolazione dell’Armenia a causa degli attacchi nei confronti della popolazione del Nagorno Karabakh (regione a maggioranza armena posta a tra Azerbaijan e Armenia, ndr) e della retorica anti-armena presente in alcune aree del Caucaso. Gli ambasciatori hanno quindi ribadito lo sforzo del governo armeno “per la giustizia, il conoscimento della verità, la prevenzione di nuovi genocidi e crimini contro l’umanità, e la lotta contro la discriminazione e l’intolleranza per motivi etnici, religiosi e razziali”.

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Le mosse dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh irritano Bruxelles: “Posti di blocco unilaterali non riducono le tensioni” (Eunews 27.04.23)

Bruxelles – Mentre l’attenzione internazionale è focalizzata sull’invasione russa in Ucraina e sulle tensioni tra Cina e Taiwan, un altro fronte di conflitto a bassa intensità da un anno è sempre attivo e, nonostante gli intensi sforzi diplomatici da parte delle istituzioni comunitarie, non sembra trovare alcuna via di risoluzione. “Il posto di blocco unilaterale dell’Azerbaigian lungo il corridoio di Lachin è contrario agli appelli dell’Ue a ridurre le tensioni e a risolvere le questioni con il dialogo”, ha denunciato l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, a proposito delle recenti decisioni sul piano militare di Baku nel Nagorno-Karabakh.

Nagorno Karabakh Armenia AzerbaijanÈ dal 12 dicembre dello scorso anno che l’Azerbaigian ha bloccato in modo informale (attraverso la presenza di pseudo-attivisti ambientalisti armati) il corridoio di Lachin, l’unica via di accesso all’Armenia e al mondo esterno per gli oltre 120 mila abitanti dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh. Da 136 giorni su questa strada sono in atto forti limitazioni del transito di beni essenziali come cibo e farmaci, gas e acqua potabile, e gli unici a poterla percorrere sono i soldati del contingente russo di mantenimento della pace e il Comitato internazionale della Croce Rossa. Ma con la decisione di domenica scorsa (23 aprile) è stata formalizzata la chiusura del collegamento strategico tra l’enclave cristiana nel sud-ovest dell’Azerbaigian (Paese a maggioranza musulmano) e l’Armenia. Baku ha giustificato la creazione del posto di blocco con la volontà di impedire la rotazione dei soldati armeni nel Nagorno-Karabakh, “che continuano a stazionare illegalmente nel territorio dell’Azerbaigian”.

L’irritazione a Bruxelles è legata al fatto che, nonostante l’impegno a “promuovere la pace e la stabilità nel Caucaso meridionale”, da un anno i due interlocutori – e in particolare l’Azerbaigian – continuano a non mostrare una seria volontà per la de-escalation: “I diritti e la sicurezza degli armeni del Nagorno-Karabakh devono essere garantiti“, ha ribadito senza mezzi termini l’alto rappresentante Ue Borrell. Guardando al quadro più ampio, è dal 1992 che si protrae in quest’area del Caucaso meridionale un conflitto congelato, con scoppi di violenze armate ricorrenti. Il più grave degli ultimi anni è stato quello dell’ottobre del 2020: in sei settimane di conflitto erano morti quasi 7 mila civili, prima del cessate il fuoco che ha imposto all’Armenia la cessione di ampie porzioni di territorio nel Nagorno-Karabakh.

Cosa sta succedendo tra Azerbaigian e Armenia

Armenia Azerbaigian
Da sinistra: il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, il presidente della Francia, Emmanuel Macron, il premier dell’Armenia, Nikol Pashinyan, e il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, a Praga il 6 ottobre 2022 (credits: Ludovic Marin / Afp)

Dopo le sparatorie alla frontiera tra i due Paesi di fine maggio dello scorso anno il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, ha reso sempre più frequenti i contatti diretti con il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il premier dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ponendo come priorità dei colloqui di alto livello la delimitazione degli oltre mille chilometri di confine. Tuttavia, mentre a Bruxelles si sta provando da allora a trovare una difficilissima soluzione a livello diplomatico, sul terreno non si è mai allentata la tensione. Nel mese di settembre sono riprese le ostilità tra Armenia e Azerbaigian, che si accusano a vicenda di bombardamenti alle infrastrutture militari e sconfinamenti di truppe di terra.

La mancanza di un monitoraggio diretto della situazione sul campo da parte della Russia – che fino allo scoppio della guerra in Ucraina era il principale mediatore internazionale – ha portato alla decisione di implementare una missione Ue. Dopo il compromesso iniziale con Yerevan e Baku raggiunto il 6 ottobre a Praga in occasione della prima riunione della Comunità Politica Europea, 40 esperti Ue sono stati dispiegati lungo il lato armeno del confine fino al 19 dicembre dello scorso anno. A seguito dell’aggravarsi della situazione nel corridoio di Lachin, il 23 gennaio è arrivata la decisione del Consiglio dell’Ue di istituire la missione civile dell’Unione Europea in Armenia (Euma) nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune, con l’obiettivo di contribuire alla stabilità nelle zone di confine e garantire un “ambiente favorevole” agli sforzi di normalizzazione dei due Paesi caucasici.

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137° giorno del #ArtsakhBlockade. L’orrore della guerra condotta dall’Azerbajgian contro il popolo dell’Artsakh continua a crescere (Korazym 27.04.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.04.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi è il 137° giorni dell’illegale #ArtsakhBlockade ad opera del regime autocratico dell’Azerbajgian. La situazione intorno al ponte Hakari, che collega l’Artsakh con l’Armenia, dove l’Azerbajgian istituito un posto di blocco militare illegale nel Corridoio di Berdzor (Lachin), non è cambiata.

Il Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan, ha dato il benvenuto al Tenente Generale Alexander Lentsov, il nuovo Comandante delle forze di mantenimento della pace russe e ha discusso della revoca del blocco dell’Artsakh, della sicurezza e del mantenimento delle infrastrutture vitali. Cambierà qualcosa a breve?

«Posso prevedere i prossimi passi dell’Azerbajgian, ora che ha già installato un checkpoint nel Corridoio di Lachin.
1. L’Azerbajgian porrà una condizione affinché il popolo del Nagorno-Karabakh accetti la cittadinanza azera e riceva passaporti azeri, per permette alle persone di passare attraverso il posto di blocco. Oppure fisseranno una tariffa doganale alta per i passaporti armeni e una bassa per i passaporti azeri, cercando di costringerli ad accettare la cittadinanza azera.
2. L’Azerbajgian arresterà e imprigionerà i leader del Nagorno-Karabakh, accusandoli falsamente di crimini di guerra. Sosterranno che in questo modo eliminano gli ostacoli al processo di “integrazione” del Karabakh ed eliminano i leader del separatismo. Aliyev li ha già presi di mira in senso negativo, insultandoli e minacciandoli.
3. Baku presenterà un ultimatum agli Armeni del Nagorno-Karabakh affinché si integrino nell’Azerbajgian; altrimenti, minaccerà di guerra. Sono venuti all’incontro a Khojaly il 1° marzo 2023, con l’ordine del giorno dell’integrazione. Dopo aver ricevuto un rifiuto dal Karabakh, hanno minacciato di adottare misure dure.
4. L’Azerbajgian chiederà fermamente al Nagorno-Karabakh di sciogliere l’esercito di difesa; altrimenti lancerà attacchi militari contro le forze di difesa del Karabakh. Il Ministero della Difesa dell’Azerbajgian ha già chiesto di sciogliere l’esercito di difesa, ma l’Azerbajgian si rifiuta di fornire ulteriori meccanismi di sicurezza al Nagorno-Karabakh.
5. L’Azerbajgian insisterà affinché il Nagorno-Karabakh inizi a ricevere elettricità, gas e acqua da esso. In caso contrario, continuerà a interrompere le forniture di servizi dall’Armenia. Questo mirerà a rendere Stepanakert dipendente da Baku.
6. L’Azerbajgian nominerà un funzionario con poteri amministrativi in Karabakh, giustificando che anche gli azerbajgiani vivevano in Karabakh una volta. Inoltre, diranno che hanno pianificato di attuare riforme economiche e di riabilitazione. Proveranno a spartirsi il potere in Nagorno-Karabakh, prendendo alcuni poteri delle attuali autorità dell’Artsakh e sciogliendo il parlamento. In caso di rifiuto dal Nagorno-Karabakh, inizieranno ad attuare l’amministrazione da Shushi.
7. L’Azerbajgian insisterà affinché il finanziamento degli organi statali del Nagorno-Karabakh sia effettuato a spese del bilancio azero. Chiederanno che l’Armenia di smettere a finanziare il Nagorno-Karabakh. Tale modello sarà supportato in modo che il poliziotto rimanga Armeno ma riceva uno stipendio dal bilancio di Baku.
8. L’Azerbajgian proverà a prendere il controllo totale della politica socio-economica del Karabakh, usando i manat azeri invece di dram rmeni. Suggeriranno che le scuole del Nagorno-Karabakh insegnino la storia dell’Azerbajgian.
9. L’Azerbajgian userà il rifiuto del Nagorno-Karabakh di accettare le suddette richieste come scusa per iniziare una guerra contro il Nagorno-Karabakh.
10. La Russia non impedirà all’Azerbajgian di attuare questo piano.
Prevedo questa possibile sequenza di passi dell’Azerbajgian sulla base delle loro dichiarazioni e piani dichiarati pubblicamente. Mi piacerebbe molto una soluzione pacifica affinché la sicurezza e i diritti degli Armeni del Nagorno-Karabakh siano previsti nell’accordo di pace attraverso un meccanismo internazionale, con garanti internazionali di alto livello.
Tuttavia, mi è chiaro che l’Azerbajgian intende conquistare il Nagorno-Karabakh senza Armeni. Hanno bisogno di spazio, non di persone. Per raggiungere tale obiettivo, l’Azerbajgian non accetterà alcuna soluzione pacifica in cui gli interessi degli Armeni siano rispettati e vi sia una pace equilibrata. Baku andrà avanti con la logica del ricatto, delle minacce, della pulizia etnica e del genocidio.
Mi piacerebbe molto che la Russia, che ha il potere militare in Karabakh, impedisse questo scenario peggiore, ma non accadrà.
Sarò felice se sbaglio» (Roberto Anayan, giornalista a Yerevan).

Anniversario del genocidio armeno, solidarietà dalla politica italiana

Le Associazioni e Organizzazioni armene in Italia desiderano ringraziare gli esponenti di tutte le forze politiche italiane, le amministrazioni comunali, università, associazioni e i concittadini italiani, che hanno ricordato la Giornata della Memoria armena (24 aprile) nel 108° anniversario dell’inizio del massacro di un milione e mezzo di persone per opera dei Giovani turchi dell’impero Ottomano.
I messaggi di vicinanza e solidarietà verso il popolo armeno acquistano ancor più rilievo in questi giorni nei quali ancora una volta dobbiamo assistere ad atti di forza nei confronti della popolazione dell’Armenia e dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.
In particolare, da tre giorni l’Azerbajgian ha imposto un ulteriore illegale blocco all’ingresso del Corridoio di Lachin in violazione dell’accordo di cessate il fuoco siglato il 9 novembre 2020 e in dispregio della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite che a febbraio aveva emesso una sentenza (cogente) con la quale sollecitava l’Azerbajgian a rimuovere qualsiasi ostacolo al libero transito di persone e merci tra l’Armenia e l’Artsakh.
Gli ultimi sviluppi nella regione dimostrano che, contrariamente agli auspici anche dell’Unione Europea, non vi è alcun desiderio da parte dell’Azerbajgian di concludere un processo di pace, ma solo quello di attuare una nuova pulizia etnica del territorio imponendo la regola della minaccia e della forza.
Il recente blocco aggrava ulteriormente la crisi umanitaria per i 120.000 Armeni dell’Artsakh.
Alla luce di quanto sopra, e a maggior ragione considerando gli intensi rapporti commerciali fra Italia ed Azerbajgian, i messaggi di vicinanza degli esponenti politici italiani che rappresentano anche il sentimento dei nostri concittadini italiani, sono un segno di speranza per il futuro e aiutano gli Armeni in Italia e gli Italiani di origine armena a proseguire l’impegno per la pace, la verità e la giustizia.
Coordinamento delle organizzazioni armene in Italia

Varak Ghazarian in Hadrut (regione dell’Artsakh occupata dall’Azerbajgian con la guerra dei 44 giorni del 2020), 2018.

Mi dispiace, Armenia
di Varak Ghazarian [*]
Armenian Weekly, 19 aprile 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Mi dispiace, Armenia, che ci siano voluti 30 anni per apprezzarti e prenderci cura di te. Che ci è voluto perdere una parte così grande di chi sei stato nel corso della storia. Che ci sono voluti 30 anni per realizzare che una parte vitale di te era sull’orlo del collasso. Forse non ti meritavamo. Non ti abbiamo mai veramente apprezzato, ed è stato chiarito. Negli ultimi 100 anni, abbiamo aperto le cateratte e siamo fuggiti dalla tua bellezza, volenti o nolenti. Non biasimo nessuno per questo dato che la mia famiglia è fuggita a causa del genocidio armeno. La lotta per una vita migliore (o anche solo per una vita) è qualcosa a cui tutti dovrebbero aspirare. Tuttavia, ora sediamo tutti nel comfort dei nostri Paesi del primo mondo, in grado di ottenere tutto ciò a cui aspiriamo. Sono perplesso perché le mie aspirazioni possono essere ricercate qui in Armenia. L’Armenia ha bisogno di molti per tornare a popolarsi al massimo delle sue capacità in modo che possa avere tutte le forze di un Paese e rinascere a nuova vita.

C’è sempre un avvertimento sul motivo per cui non possiamo venire a vivere qui in Armenia come diaspora. “Oh, lasciami diventare un professionista e tornerò”. “Oh, lasciami andare a guadagnare X somma di denaro e tornerò”. Quante persone sono venute e sono rimaste fuori tra tutti coloro che hanno fatto tali affermazioni? Una manciata, relativa al totale che dovrebbe arrivare. Siamo orgogliosi di queste istituzioni occidentali in cui siamo cresciuti e che crediamo siano la panacea. È tempo di metterli da parte e costruire alcune istituzioni armene in modo che il mondo possa prendere atto della nostra bellissima nazione che è pronta a sbocciare. Apriamo le cateratte nel Paese e costruiamolo nel modo giusto.

Di governo in governo, sempre gli stessi imbrogli. Corruzione e assurdità burocratiche che allontaneranno le persone a migliaia e migliaia di chilometri solo per vivere una vita decente lontano da tutte le sciocchezze.

Instilliamo un po’ di speranza non solo a Yerevan, ma all’intero Paese. Lascia che Stepanakert sia pieno di Armeni dal Sud America. Lascia che Gyumri diventi una bellissima fusione di Gyumri e Glendale. Lascia che Vanadzor abbia una comunità armena parigina. Lascia che Kapan fiorisca per diventare la prossima Mosca. Lascia che non siano ciascuno il proprio centro, ma piuttosto una bellissima rete interconnessa che lavora per far progredire l’Armenia in un modo multiforme e unico. Uno di cui il mondo può parlare ed essere un esempio di speranza per tutti. Perché c’è ancora speranza per l’Armenia e per il mondo.

Noi come Armeni e cittadini del mondo non abbiamo il dovere di inondare l’Armenia e proiettare la speranza nel mondo, ma piuttosto il senso dell’essere. Un senso di comprensione e scopo che potrebbe essere fornito in Armenia. Uno che non sarà ricevuto altrove o sarà difficile da trovare. Trovare realizzazione in se stessi facendo parte della nazione e della costruzione della nazione. Non aspettiamo altri 30 anni per perdere un pezzo di terra più grande o ricevere un altro schiaffo in faccia. Il tempo era ieri. Non ne abbiamo approfittato, quindi iniziamo oggi. Non parliamo più. Facciamo passi concreti per salvare tutto ciò che è rimasto in Armenia e in questo mondo. Guardati dentro e trova quello scopo, perché il tuo orologio ticchetta e il tempo è effimero.

Un armeno preoccupato

[*] Varak Ghazarian è un Armeno-Americano di Los Angeles che ha frequentato una scuola armena. Dopo essersi laureato a Berkeley, si è offerto volontario in Armenia per un anno con Birthright Armenia. Ha trascorso un mese ad Artsakh, dove ha fatto da mentore agli adolescenti nei villaggi di confine su temi fondamentali della salute. Attualmente vive in Armenia, che ha aperto una porta dell’immaginazione che era chiusa altrove.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Verso una guerra tra Iran e Azerbaigian? (Pagine Esteri 26.04.23)

di Marco Santopadre

Pagine Esteri, 26 aprile 2023 – Nonostante i due governi siano impegnati in fitti colloqui allo scopo di placare gli animi, tra Iran e Azerbaigian la tensione rimane alta , a tal punto che alcuni osservatori temono addirittura un nuovo conflitto nell’area. Molto dipenderà anche dall’evoluzione dei rapporti tra Azerbaigian e Armenia, paesi che dal conflitto del 2020 sono di fatto in una condizione di scontro permanente. Gli ultimi mesi hanno visto una vera e propria escalation nei rapporti tra Teheran e Baku.

Arresti e accuse
A novembre i servizi di sicurezza Azerbaigiani hanno arrestato 19 uomini con l’accusa di preparare atti terroristici per conto dell’Iran. Da parte loro le autorità iraniane hanno accusato un cittadino azero di aver organizzato l’attacco al Santuario di Shah Cheragh, un santuario religioso sciita nella città iraniana meridionale di Shiraz, che ha provocato 15 morti e 40 feriti.

In seguito, il governo di Baku ha deciso di chiudere la sua ambasciata a Teheran dopo che il 27 gennaio un uomo armato ha attaccato la sede diplomatica, uccidendo il capo della sicurezza e ferendo due guardie. Dell’aggressione il leader azero Ilham Aliyev ha accusato non meglio precisati apparati iraniani: «Il fatto che, subito dopo questo atto di terrorismo, il terrorista sia stato intervistato dai media iraniani dimostra che era stato inviato da alcuni dei rami dell’establishment iraniano. Un’altra cosa strana è che due giorni dopo è stato descritto come disabile mentale». Nell’intervista citata l’aggressore ha raccontato ai media iraniani di aver assaltato l’ambasciata di Baku perché sua moglie, cittadina azera, era scomparsa dopo essersi recata nella rappresentanza diplomatica mesi prima. Nei giorni successivi i servizi di sicurezza di Baku avrebbero arrestato circa 400 esponenti di gruppi religiosi sciiti, accusati di possesso di droga e di portare avanti attività illegali.

Il 28 marzo, il deputato e vicepresidente dell’Assemblea Nazionale azera Fazil Mustafa – noto per i suoi virulenti attacchi contro l’Iran – è stato oggetto di alcuni colpi di arma da fuoco a poca distanza dalla sua abitazione. Anche in questo caso le autorità e la stampa azeri hanno puntato il dito contro Teheran. Alcuni giornali hanno pubblicato i nomi di quattro sospetti accusati di lavorare per l’Iran. Alcuni media statunitensi, da parte loro, hanno sottolineato la coincidenza tra il fallito attentato al parlamentare azero – che è rimasto ferito ma è sopravvissuto – e la visita del ministro degli Esteri di Baku, Jeyhun Bayramov, in Israele.

Il 6 aprile, poi, Baku ha espulso quattro diplomatici iraniani dichiarandoli persone non grate. Lo stesso giorno sei cittadini azeri sono stati arrestati a Baku con l’accusa di preparare un colpo di stato per imporre un regime fondamentalista sciita. Dopo qualche giorno le autorità azere hanno compiuto altri venti arresti di presunti agitatori religiosi al servizio di Teheran.

Manifestazione di solidarietà con l’Azerbaigian a Tabriz (Iran) durante la seconda guerra del Nagorno Karabakh

Il conflitto per il Nagorno-Karabakh
Anche se Teheran si è tradizionalmente schierata con l’Armenia nel conflitto che oppone quest’ultima agli azeri, Teheran ha sempre cercato di mantenere un certo equilibrio nei rapporti con l’ex repubblica sovietica.

Nel corso della prima guerra tra Erevan e Baku per il controllo del Nagorno-Karabakh – territorio dell’Azerbaigian a maggioranza armena – l’Iran ha cercato di esercitare un ruolo di mediazione tra le parti, pur sostenendo l’Armenia con l’invio di aiuti e armi.
Il cessate il fuoco del 1994 ha cristallizzato per 16 anni la vittoria armena, con l’indipendenza de facto del Nagorno-Karabakh – ribattezzato Repubblica di Artsakh – e la conquista di sette distretti circostanti.

Negli ultimi anni, però, la depressa e politicamente insignificante ex repubblica sovietica è cresciuta a passi da gigante; grazie agli introiti dell’industria petrolifera e all’esportazione del gas, l’Azerbaigian è diventata una potenza regionale in espansione. Sostenuta dalle armi acquistate da Turchia, Israele e Russia (paese che pure sostiene l’Armenia) l’Azerbaigian si è trasformato in una potenza militare di media grandezza. Grazie ai droni turchi e israeliani e ai consiglieri militari inviati da Erdogan, nel settembre del 2020 Aliyev ha scatenato un’efficace offensiva contro Stepanakert (capitale dell’Artsakh). Dopo 44 giorni di aspri combattimenti Mosca ha imposto un cessate il fuoco che ha sancito la riconquista da parte azera di ampie porzioni dell’Artsakh e dei sette i distretti persi nel 1994. Da allora, grazie anche alla tolleranza delle migliaia di militari russi schierati per supervisionare il rispetto del cessate il fuoco, Baku ha condotto nuovi attacchi anche contro la stessa repubblica armena, strappando nuovi territori e sequestrando il corridoio di Lachin che collega l’Artsakh a Erevan.

Il conflitto del 2020 ha visto l’Iran mantenere un atteggiamento molto cauto, senza schierarsi troppo apertamente a favore di Erevan. A impensierire il governo – che pure teme l’espansionismo di Baku e le collegate mire turche e israeliane – la mobilitazione delle regioni iraniane a maggioranza azera del nord del paese. Nell’ottobre del 2020, decine di migliaia di persone hanno manifestato al grido di “il Karabakh è nostro” e gli imam dell’Azerbaigian orientale e orientale e delle regioni di Ardebil e Zanjan (sotto il controllo iraniano) hanno diffuso un appello in cui sostenevano le rivendicazioni di Baku sull’Artsakh. La stessa guida suprema del paese, Alì Khamenei, dichiarò che Baku aveva tutto il diritto di «liberare i territori occupati dall’Armenia».

Sull’indebolimento del sostegno iraniano a Erevan ha influito inoltre la decisione del premier armeno Nikol Pashinyan di stabilire relazioni diplomatiche con Israele – il principale nemico strategico della Repubblica Islamica – nonostante il sostegno militare di quest’ultimo agli azeri.

Corridoio di Zangezur

Teheran teme l’estromissione dal Caucaso
L’esito della seconda guerra del Nagorno-Karabakh ha però indebolito fortemente la posizione dell’Iran nel Caucaso meridionale e causato ricadute economica negative. Per trent’anni il territorio montuoso dell’Azerbaigian al confine con l’Iran era stato controllato dagli armeni. Dal 2020 quelle province sono state recuperate da Baku grazie all’intercessione russa, e l’Azerbaigian ha deciso di imporre una tassa sui camion iraniani pieni di merci che li attraversano, diretti in Armenia o in Russia. Dopo il conflitto, inoltre, Baku spinge per avere il controllo sul “corridoio di Zangezur”, un’ampia fascia di territorio nel sud dell’Armenia che gli permetta di ottenere la continuità territoriale con la Repubblica di Nakhchivan, una sua regione autonoma incastonata tra Armenia, Iran e Turchia. Se Aliyev dovesse raggiungere il suo obiettivo, Teheran rimarrebbe completamente tagliata fuori dal Caucaso, tant’è che le autorità iraniane hanno più volte chiarito agli alleati russi di non accettare questo ennesimo sviluppo dell’espansionismo azero nel quadrante, pure previsto negli accordi di cessate il fuoco del 2020.
Grazie alla continuità territoriale, infatti, il corridoio di Zangezur agevolerebbe ulteriormente la proiezione della Turchia nell’Asia centrale turcofona, fino al Turkmenistan, mettendo a rischio gli interessi economici e geopolitici iraniani.

Per tentare di placare l’opposizione iraniana al corridoio di Zangezur, Baky e Mosca hanno offerto all’Armenia la possibilità di usufruire di un collegamento ferroviario che la colleghi con la Russia e con l’Iran, attraversando il territorio controllato dall’Azerbaigian. Ma i rischi che questo collegamento – tutto da realizzare – venga bloccato da Baku e che l’Iran rimanga isolato verso nord è considerato troppo alto da Teheran, che ha deciso di dare un segnale all’Azerbaigian organizzando nell’ottobre del 2022 delle massicce esercitazioni militari proprio in prossimità della propria frontiera settentrionale. Nel corso delle manovre, i militari di Teheran hanno approntato un ponte di barche sul fiume Aras, che definisce gran parte dei 700 km che separano i due paesi.
Dopo un incontro con il leader azero Aliyev nell’ottobre del 2022 il presidente iraniano Ibrahim Raisi ha respinto, in un comunicato, «qualsiasi cambiamento nei confini storici, nella geopolitica della regione e nelle rotte di transito tra Iran e Armenia».

Teheran avverte l’Unione Europea
Ma Raisi ha anche «rifiutato la presenza militare europea nella regione sotto qualsiasi copertura. Le questioni interne non ci distrarranno dagli interessi strategici della nazione iraniana», riferendosi evidentemente alle massicce proteste contro il regime che interessano la Repubblica Islamica ormai da molti mesi. A preoccupare la Repubblica Islamica è infatti anche una missione di monitoraggio dell’Unione Europea dispiegata in Armenia nell’autunno del 2022 e che ha visto la partecipazione di una cinquantina di membri. Un’iniziativa poco più che simbolica, attraverso la quale Bruxelles – su insistenza soprattutto della Francia – cerca di rimettere un piede nell’area (seguita da un’altra missione di monitoraggio, questa volta approntata dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dopo le proteste di Erevan contro l’eccessiva tolleranza dimostrata dagli alleati russi nei confronti delle pretese azere dopo il blocco del corridoio di Lachin da parte di militari e manifestanti nazionalisti di Baku mascherati da attivisti ecologisti.

Il rischio di un conflitto
Per rafforzare la propria proiezione nell’area rivendicata da Baku e dichiarando che la sicurezza iraniana coincide con la sicurezza armena, ad ottobre il ministro degli Esteri di Teheran, Hossein Amirabdollahian, ha inaugurato un consolato della Repubblica Islamica a Kapan, il capoluogo della provincia di Syunik.
Se nel prossimo futuro le forze armate dell’Azerbaigian dovessero strappare nuovi territori all’Armenia, l’Iran potrebbe decidere di intervenire militarmente a fianco di Erevan, soprattutto nel caso in cui Baku tentasse di impossessarsi con la forza del corridoio di Zangezur nella provincia di Syunik. Come passo intermedio, Teheran potrebbe fornire a Erevan aiuti militari e i suoi droni per bilanciare gli Harop israeliani e i Bayraktar turchi consegnati a Baku.
Intanto negli ultimi mesi l’esercito iraniano ed in particolare i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno incrementato la propria presenza nelle regioni nord-occidentali del paese, al confine con Armenia e Azerbaigian.
L’Iran deve assolutamente tenere libero il proprio confine con l’Armenia se vuole realizzare l’ambizioso progetto di un Corridoio internazionale di transito nord-sud (INSTC), che ridurrebbe di molto i tempi di transito tra l’India e l’Europa e collegherebbe i porti russi con il Golfo Persico e l’Oceano Indiano attraverso il Caucaso e l’Iran. Ovviamente l’Azerbaigian sta lavorando ad un corridoio alternativo che bypassi sia la Russia sia l’Iran.

Il separatismo etnico e il fondamentalismo religioso
I due paesi adoperano anche la carta etnica e religiosa contro i propri avversari, accendendo un clima di odio che difficilmente potrà essere spento.
Teheran tenta di fomentare i settori della popolazione azera di fede sciita per indebolire il regime di Aliyev, mentre in Iran cresce il sentimento nazionalista favorevole a una annessione di quella che viene definita – in senso dispregiativo – “repubblica di Baku” per indicare i territori perduti dall’Impero Persiano a vantaggio di quello Russo all’inizio del XIX secolo.
D’altro canto le autorità di Baku e gli ambienti nazionalisti dell’Azerbaigian da tempo rivendicano apertamente l’annessione delle province settentrionali iraniane, abitate da popolazioni azere di lingua turca. Dall’estate del 2022 la stampa filogovernativa dell’Azerbaigian ha moltiplicato gli appelli all’annessione delle province azere dell’Iran, mentre il regime di Aliyev ha intensificato il proprio sostegno ai gruppi secessionisti. – Pagine Esteri

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136° giorno del #ArtsakhBlockade. “L’inizio della fine”. L’Azerbajgian si prepara ad iniziare l’ennesima guerra, che potrebbe coinvolgere l’Armenia nel suo insieme (Korazym 26.04.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.04.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi è il 136° giorni dell’illegale #ArtsakhBlockade ad opera del regime autocratico dell’Azerbajgian. La situazione intorno al ponte Hakari, che collega l’Artsakh con l’Armenia, dove l’Azerbajgian istituito un posto di blocco militare illegale nel Corridoio di Berdzor (Lachin), non è cambiata. «Tutti capiscono che questo è l’inizio della fine di tutto», ha detto Marut Vanyan, un giornalista a Stepanakert, a OC Media. L’Azerbajgian non vuole la pace, vogliono sterminare gli Armeni, perché per loro tutto ciò che di brutto sta accadendo nel mondo è colpo dell’Armenia, ma mai del loro governo. «L’affermazione di Marut Vanyan secondo cui un singolo checkpoint azero è la fine della Repubblica di Artsakh è il punto di vista di un solo uomo, Marut Vanyan… e dell’Ambasciata del Regno Unito a Baku, e della BBC e di British Petroleum» (Cit.).

«Cinque anni dopo, mentre riascolto e rileggo le interviste che ho condotto ad Artsakh nel 2018, tutto sembra cristallino. Ho capito perché sono venuto in Armenia e perché sono qui. Mi sono innamorato dell’Artsakh e della sua gente. Ho promesso a me stesso che avrei cercato di aiutare a trovare una soluzione al conflitto in modo che tutti i bambini potessero vivere una vita pacifica e appagante. Eppure, due anni e mezzo dopo, quella “pace” fu spezzata e la vita di quelle persone cambiò per sempre. Non c’è più pace. Sono sopravvissute solo la tragedia e la perdita.
Eppure mentre piangiamo, abbiamo perso ancora più terra e vite. L’Azerbajgian non si fermerà mentre si prepara per l’ennesima guerra nel Nagorno-Karabakh. Una guerra che potrebbe coinvolgere l’Armenia nel suo insieme. Lo stesso teppista numero uno (Aliyev) ha dichiarato pubblicamente che l’Armenia è l’Azerbajgian occidentale. Ricordo il mio colloquio con l’anziano di Getavan. Abbiamo riso di quanto potesse essere ridicolo affermare una cosa del genere. Tuttavia, qui c’è il Presidente dell’Azerbajgian non solo che sostiene tali cose, ma è anche disposto ad agire di conseguenza e falsificare la storia.
La mia mente è stata completamente consumata dall’Artsakh e c’è stato poco spazio per qualsiasi altra cosa. Ho scritto e scritto all’infinito negli ultimi 135 giorni sull’Artsakh. Ho pensato che sarebbe stata una liberazione, ma, a volte, sembra un peso. Un fardello che consuma completamente il mio cuore e la mia mente. Ho il cuore spezzato perché so cosa potrebbe significare un’altra guerra per l’Armenia e l’Artsakh. Spero di sbagliarmi, ma le probabilità sono contro di noi dato che la situazione attuale regge. Sono passati secoli in cui siamo stati spinti in giro come nazione. È tempo di finirlo e arrendersi? Direi con veemenza di no, ma lottare così a lungo non può essere salutare. Inoltre, per lottare come nazione, la nostra esistenza non dovrebbe essere costantemente minacciata. Forse ho sognato troppo in grande. Forse ho oltrepassato ciò che è possibile. Forse immagino un mondo troppo idealista. Forse ho dato troppa speranza e fiducia all’umanità. Ma forse no, perché ho visto la bellezza di questo mondo e vedo il potenziale che noi umani abbiamo nel creare qualcosa di meglio» (Varak Ghazarian – Medium.com, 26 aprile 2023 – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev: «L’Armenia non è nemmeno una colonia, non è nemmeno degna di essere un servo» (29 gennaio 2015).
Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev: «Gli Armeni che vivono in Karabakh dovrebbero accettare la cittadinanza azerbajgiana oppure trovare un altro posto dove vivere» (18 aprile 2023).

Il nuovo posto di blocco militare dell’Azerbajgian sul ponte di Hakkari, nel Corridoio di Berdzor (Lachin), in violazione dell’accordo trilaterale del 9 novembre 2020. La propaganda genocida dei media statali dell’Azerbajgian (con traduzione): «Il checkpoint [blocco militare] all’inizio della strada Lachin-Khankendi [Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert] servirà a prevenire efficacemente le attività illegali [istruzione, democrazia, diritti umani, esistenza di Armeni]».

Servizio di Frontiera Statale della Repubblica di Azerbajgian, 26 aprile 2023 – La cerimonia dell’innalzamento della bandiera azera si si è svolta al valico di frontiera.

L’Azerbajgian ha schierato le truppe di frontiera del Servizio di Frontiera Statale presso il nuovo posto di blocco allestito pochi giorni fa al ponte di Hakkari fa, a chiusura del Corridoio di Lachin che collega la Repubblica di Armenia e la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Informazioni dal Centro Stampa del Servizio di Frontiera di Stato dell’Azerbajgian (con traduzione): «Le unità del Servizio Frontiera di Stato hanno istituito un valico di frontiera [posto di blocco] nei territori sovrani del nostro Paese [nel Corridoio di Berdzor (Lachin) in violazione dell’accordo trilaterale del 9 novembre 2023], al confine con l’Armenia [al confine tra Armenia e Artsakh], all’inizio della strada Lachin-Khankendi [Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert]. La cerimonia dell’innalzamento della bandiera dell’Azerbajgian si è svolta presso il nuovo posto di blocco ed è stato presentato un rapporto dal posto di valico di frontiera al Presidente della Repubblica di Azerbajgian, il Comandante supremo in capo delle forze armate, Ilham Aliyev».

«Piuttosto che implementare la decisione della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite sul #ArtsakhBlockade, adottando tutte le misure a sua disposizione per “garantire il movimento senza ostacoli di persone, veicoli e merci”, il regime di Aliyev ha scelto di fermare completamente qualsiasi movimento. Difficile immaginare una violazione più flagrante dell’ordine legalmente vincolante della Corte da parte delle autorità dell’Azerbajgian», ha dichiarato Tigran Balayan, l’Ambasciatore di Armenia nei Paesi Bassi.

Josep Borrell Fontelles, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Vicepresidente della Commissione Europea (per intenderci, il #brancodibalordi che considera l’autocratico ricco di idrocarburi Ilham Aliyev un “partner affidabile” e quindi complice nella pulizia etnica degli Armeni dall’Artsakh) ha dichiarato: «L’Azerbajgian che stabilisce unilateralmente un posto di blocco lungo il Corridoio di Lachin è in contrasto con le richieste dell’Unione Europea di ridurre le tensioni e risolvere i problemi attraverso il dialogo. L’Unione Europea continua a impegnarsi per promuovere la pace e la stabilità nel Caucaso meridionale. I diritti e la sicurezza degli Armeni del Karabakh devono essere garantiti». Continua con richieste e parole senza azione. Aliyev sta ridendo.

Violando l’accordo trilaterale firmato il 9 novembre 2020, l’Azerbaigian ha istituito un posto di blocco nel Corridoio di Berdzor (Lachin). I Paesi copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE, Stati Uniti, Francia e Russia, a cui si è aggiunto anche Josep Borrell, hanno espresso le loro preoccupazioni al riguardo. È interessante che tutti questi tre paesi e l’Unione Europea stiano esortando le parti a raggiungere accordi e firmare un trattato di pace. Sorge qui una domanda importante, se l’Azerbajgian viola continuamente la dichiarazione trilaterale firmata il 9 novembre 2020, allora quali sono le garanzie per l’Armenia che l’Azerbajgian non violerà anche il trattato di pace firmato? Gli stessi membri della comunità internazionale: USA, Francia, Russia, Unione Europea sono pronti a garantire l’attuazione del Trattato di pace da concludere con l’Azerbajgian?

Chi potrebbe garantire la pace nel Caucaso meridionale, se nessuno Stato fa pressioni sull’Azerbajgian per fermare la politica di occupazione/pulizia etnica dell’Artsakh. 120.000 persone (di cui 30.000 bambini) sono tenuti in ostaggio e nessuno costringe Aliyev a fermarlo. Come si farà allora a far funzionare qualsiasi accordo di pace?

Nel frattempo, da 3 giorni i villaggi di Mets Shen, Hin Shen, Yeghtsahogh e Lisagor della Repubblica di Artsakh nel Corridoio di Lachin sono privati di ogni fornitura di beni di prima necessità, medicine, cibo e carburante. Il pane sta già finendo, mentre la fornitura di servizi medici di emergenza in caso di urgenza diventa semplicemente impossibile. Le prime, immediate conseguenze del nuovo blocco azero dell’ingresso al Corridoio di Lachin alla frontiera dell’Artsakh con l’Armenia. Questo al mondo non interessa.

«Ho letto la dichiarazione del Ministero degli Esteri della Russia in merito all’istituzione illegale di un posto di blocco da parte dell’Azerbaigian nel Corridoio di Lachin. Il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha confermato la mia tesi secondo cui abbiamo a che fare con l’impotenza della Russia nel Nagorno-Karabakh.
L’Azerbajgian ha allestito un posto di blocco vicino al ponte, dove le forze di mantenimento della pace russe si trovano a pochi metri di distanza. Non ci sono truppe o funzionari armeni nel Corridoio di Lachin. Ma Lavrov invita le parti (Armenia e Azerbajgian) a tornare subito agli accordi esistenti. C’è bisogno che qualcuno spieghi alla Russia che al momento ci sono due parti nel Corridoio di Lachin: l’Azerbajgian e la Russia. L’Azerbajgian viola la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 a una distanza di uno o due metri dalle forze di mantenimento della pace russe. Da che parte parla, Russia e Azerbajgian?
Le forze di mantenimento della pace russe non sono in grado di difendere la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, scritta dal loro presidente Putin. Se il soldato russo non è in grado di difendere il testo scritto da Putin, cosa pretendi da chi? Lavrov avrebbe fatto la cosa giusta appellandosi alle forze di mantenimento della pace russe in Nagorno-Karabakh, su cui l’Azerbajgian cammina impunemente.
Se non sei in grado di proteggere la popolazione armena del Nagorno-Karabakh e intendi sacrificarla all’Azerbajgian, dichiara la tua impotenza e lascia il Karabakh. Verranno dispiegate forze internazionali, verso le quali l’Azerbajgian non mancherà di rispetto. Questa è una classica situazione storica: sotto gli occhi dei “salvatori russi”, i Turchi (Azeri) commettono ancora una volta un genocidio contro gli Armeni.
Ma questa non è tutto. La Russia, mostrando la sua impotenza nel Nagorno-Karabakh, non ha potuto non menzionare l’Occidente nella sua dichiarazione. Cito: “La Russia mette in guardia gli attori occidentali esterni e gli elementi russofobici locali che lavorano sui propri programmi opportunistici per evitare tentativi di intensificare la situazione, anche attraverso una campagna diffamatoria contro la Russia”. Quale Occidente, quali elementi russofobi, quale campagna per infangare la Russia? Soddisfa il tuo impegno di sicurezza in Nagorno-Karabakh. Oggi il soldato russo sta conducendo una campagna nera contro la Russia in Karabakh.
Dopo il 9 novembre 2020, l’Azerbajgian ha occupato Khtsaberd armeno, Hin Tagher, Parukh, l’altura di Karaglukh, le alture di Martakert, le alture sulla strada Stepanakert-Goris, l’Azerbajgian sta chiudendo il Corridoio di Lachin da 5 mesi, l’Azerbajgian ha bombardato i villaggi armeni del Nagorno-Karabakh, uccisi pacifici residenti, terrorizza a colpi di arma da fuoco gli abitanti dei villaggi.
E le forze di mantenimento della pace russe non hanno impedito i crimini di guerra di Baku. Quale russofobia, quale campagna nera contro Mosca? La situazione è aggravata non dall’Occidente, ma dall’impotenza della Russia.
Il popolo armeno in passato ha erroneamente considerato la Russia un alleato. Tuttavia, la politica cospiratoria del Cremlino ha aperto gli occhi alla società armena. Il tuo atteggiamento pro-azerbajgiano è già noto agli Armeni di Armenia. Hai perso l’Armenia. Non sei un alleato, sei uno degli autori della guerra del 2020 e degli attacchi militari all’Armenia e al Nagorno-Karabakh. Non potrai evitare di adempiere alla tua responsabilità con le fiabe sulla russofobia. Gli Armeni non ti permetteranno di sacrificare ancora una volta gli interessi armeni all’Azerbajgian. Chiamala russofobia. Io la chiamo protezione degli interessi dell’Armenia.
Scopri quanto sei caduto in basso, Cremlino!» (Roberto Anayan – Nostra traduzione dall’inglese).

L’Azerbajgian ha chiuso l’ingresso del Corridoio di Lachin che collega Armenia e Nagorno-Karabakh, avviando l’installazione di un checkpoint
di Ani Avetisyan e Ismi Aghayev
OC Media, 24 aprile 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Domenica, le guardie di frontiera azere sono entrate nel Corridoio di Lachin per bloccare il ponte Hakari, vicino al confine armeno, mentre le forze di pace russe sorvegliavano. La mossa è una violazione dell’accordo di cessate il fuoco del novembre 2020, in cui si afferma che il Corridoio di Lachin cade sotto il controllo della missione di mantenimento della pace russa nel Nagorno-Karabakh.

Il Corridoio, l’unica via che collega il Nagorno-Karabakh al mondo esterno, è stato bloccato per oltre quattro mesi da quelli che il governo azero insiste essere “eco-attivisti” indipendenti. Tra la scarsità di cibo e carburante nella regione, è stato consentito il passaggio di rifornimenti cruciali con la Croce Rossa e le forze di mantenimento della pace russe.

Le autorità azere hanno affermato che l’ultima mossa è stata progettata per impedire il trasferimento di armi e soldati dall’Armenia al Nagorno-Karabakh. In una dichiarazione di lunedì, il Ministero degli Esteri dell’Azerbajgian ha citato “il continuo uso improprio sistematico e su larga scala” del corridoio. Ha affermato che un “meccanismo di controllo” sarebbe stato implementato in “interazione con la forza di mantenimento della pace russa”.

L’Azerbajgian ha costantemente accusato l’Armenia e la missione di mantenimento della pace russa di trasferire armi e personale militare nel Nagorno-Karabakh, affermazione che entrambi negano. L’Armenia ha invece accusato l’Azerbajgian di utilizzare la chiusura per “affondare” i colloqui di pace tra i due Paesi. In una dichiarazione di domenica, il Ministero degli Esteri armeno ha invitato le Nazioni Unite a “prendere provvedimenti efficaci” verso l’attuazione della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che chiede la riapertura del Corridoio. L’Armenia ha anche invitato la Russia a “adempiere finalmente ai suoi obblighi” ai sensi dell’accordo di cessate il fuoco del 2020 e a rimuovere il blocco e “assicurare [e] il ritiro delle forze azere” dal corridoio. I funzionari armeni sono diventati sempre più esasperati per il fallimento della Russia nel sostenere il loro alleato dalla seconda guerra del Nagorno-Karabakh del 2020.

Pur esprimendo “seria preoccupazione” per l’installazione del checkpoint martedì, il Ministero degli Esteri russo ha ripetutamente fatto appello a “entrambe le parti”. Ha affermato che Mosca “considera inaccettabile qualsiasi misura unilaterale che violi le disposizioni di base dell'[accordo di cessate il fuoco del 2020], inclusa la modifica del regime operativo del Corridoio di Lachin”. Il Portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che la situazione è “difficile” e che “Baku e Yerevan devono capire che non c’è alternativa a tutte le disposizioni degli accordi transattivi trilaterali”.

“L’inizio della fine” per il Nagorno-Karabakh

Dall’inizio del blocco del Corridoio di Lachin il 12 dicembre 2022, i funzionari del Nagorno-Karabakh hanno espresso crescente preoccupazione per il loro futuro. Dopo la notizia del checkpoint di domenica, si è tenuta una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza [dell’Artsakh] con esponenti dell’opposizione. In una dichiarazione adottata durante l’incontro, il Consiglio di Sicurezza ha invitato la Russia ad “avviare immediatamente le discussioni sulla revoca del blocco dell’Artsakh [Nagorno-Karabakh], impedendo l’istituzione di un posto di blocco azero e fornendo garanzie reali per la sicurezza del popolo di Artsakh”.

Lunedì, in una dichiarazione separata, il Ministero degli Esteri [dell’Artsakh] ha accusato l’Azerbajgian di “cercare di dare nuovo slancio alla sua politica di pulizia etnica dell’Artsakh in un ambiente di completa impunità e permissività”. Ha anche invitato la Russia a revocare il blocco e “garantire la sicurezza fisica” della popolazione della regione.

Anche il Ministro di Stato del Nagorno-Karabakh, Gurgen Nersisyan, ha dichiarato di “sperare sinceramente” che la “giusta lotta per i propri diritti” del Nagorno-Karabakh riceva “un adeguato sostegno internazionale”.
Il consigliere di Nersisyan ed ex Ministro di Stato, Artak Beglaryan, è stato più tagliente nelle sue dichiarazioni. In un post su Twitter di domenica. Beglaryan ha scritto che il “fallimento” della Russia nell’impedire il blocco, la riluttanza dell’Occidente a sanzionare l’Azerbajgian e alcune “dichiarazioni” dell’Armenia sono state tra le ragioni dell’ultima mossa dell’Azerbajgian.

Marut Vanyan, giornalista con sede a Stepanakert, ha detto che le persone nel Nagorno-Karabakh avevano paura di quello che sarebbe successo dopo. ‘Installare un altro checkpoint significa solo stringere il cappio. Tutti capiscono che questo è l’inizio della fine di tutto’, ha detto Vanyan a OC Media.

Vanyan ha affermato che la popolazione era frustrata nei confronti delle autorità locali, della missione di mantenimento della pace russa e del resto del mondo. Ha detto che molti nella regione credevano che fidarsi della Russia avrebbe portato solo a una “morte lenta”. Ha detto che a differenza delle autorità, che hanno solo accennato all’insoddisfazione nei confronti delle forze di mantenimento della pace russe, la gente comune ha espresso la propria frustrazione molto più forte. Ha aggiunto che molti credevano ancora che la Russia fosse la loro unica speranza.

Bahruz Samadov, politologo e attivista per la pace dell’Azerbajgian, ha affermato che uno degli obiettivi del blocco del Corridoio di Lachin era quello di “de-armenianizzare il Nagorno-Karabakh”, un obiettivo che viene “raggiunto gradualmente”, ha affermato. Samadov ha detto a OC Media che il Corridoio era “ovviamente” utilizzato per trasportare armi e munizioni, “perché è quello di cui hai bisogno per l’autodifesa lì”. “Stabilendo un posto di blocco nel Corridoio di Lachin, l’Azerbajgian ha disattivato il meccanismo di autodifesa nel Nagorno-Karabakh e ne ha messo in dubbio l’esistenza”. “L’Azerbajgian sta gradualmente raggiungendo i suoi obiettivi, ma sfortunatamente è molto difficile dire cose positive sul futuro del Nagorno-Karabakh”. Samadov ha anche ipotizzato che il governo azero abbia cercato il previo accordo della Russia prima di installare il checkpoint. Ha affermato che mentre era importante per la Russia estendere la presenza delle sue forze di pace nel Nagorno-Karabakh, ciò che stava accadendo avrebbe “comportato la partenza di circa il 50-60% degli Armeni nel Nagorno-Karabakh”.  “Poiché è il desiderio e l’obiettivo di Aliyev, questa è la politica di disarmenizzazione del Nagorno-Karabakh”.

Il posto di blocco

Le autorità di Baku chiedono da diversi mesi posti di blocco azeri sul Corridoio di Lachin, con l’Armenia fermamente contraria alla proposta e la Russia alla ricerca di alternative. Un’alternativa suggerita dalla Russia era uno “scanner” installato nei posti di blocco russi lungo il corridoio per controllare i veicoli che lo attraversano.

Anche il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, si è opposto più volte all’idea dei posti di blocco. Durante una visita a Baku alla fine di febbraio, Lavrov ha affermato che “non è prevista la creazione di alcun posto di blocco lì [sul Corridoio di Lachin]”, riferendosi al blocco della strada e ai modi per risolvere la questione.

Yerevan ha ripetutamente fatto riferimento all’accordo del novembre 2020 firmato dai leader di Russia, Armenia e Azerbajgian, che non fa alcun riferimento ai posti di blocco sul Corridoio di Lachin. L’accordo afferma che il Corridoio sarà sotto il controllo delle forze di mantenimento della pace russe e che l’Azerbajgian “garantirà la sicurezza di persone, veicoli e merci che si muovono lungo il Corridoio di Lachin in entrambe le direzioni”.

Le richieste dell’Azerbajgian per i posti di blocco hanno fatto eco all’opposizione dell’Armenia a un “Corridoio di Zangezur”, che collega l’Azerbajgian occidentale con la sua exclave di Nakhchivan, proponendo invece un percorso che attraverserebbe i posti di blocco del confine.

Un disastro ambientale
Iniziativa italiana per l’Artsakh, 26 aprile 2023

Da oltre quattro mesi gli Azeri hanno bloccato la strada Stepanakert-Goris (Armenia) all’altezza del bivio per Shushi con presunti “manifestanti” che protestano per la difesa dell’ambiente. Già abbiamo scritto in passato quanto pretestuosa fosse la scusa che serve solo a costituire un alibi per isolare la popolazione armena dell’Artsakh.

A questo blocco stradale si è aggiunto quello del gas e quello alla rete elettrica proveniente dall’Armenia, che è stata sabotata nel tratto tra Aghavno e Berdzor (Lachin), un tempo Corridoio di Lachin sotto tutela russa e da agosto scorso territorio occupato dall’Azerbajgian. A posteriori si è capito perché gli Azeri insistevano tanto nel far slittare il corridoio più a sud: avevano così occasione di mettere mano su gasdotto ed elettrodotto provenienti dall’Armenia e così interrompere le forniture all’Artsakh.

Il mancato arrivo della corrente elettrica è stato solo parzialmente sostituito da produzione locale che non impedisce tuttavia di avere programmati blackout giornalieri che garantiscono solo poche ore al giorno di elettricità e frequenti guasti.

Una delle poche fonti di approvvigionamento elettrico è data dal bacino idrico del Sarsang il cui livello delle acque sta però calando drasticamente a causa proprio del maggior consumo per la produzione elettrica.

Dei 600 milioni di metri cubi disponibili, ne sono rimasti circa 100. Ancora pochi giorni e non sarà più possibile produrre energia elettrica dal Sarsang perché è necessaria una determinata quantità di acqua per far funzionare le turbine e non sarà quindi possibile soddisfare nemmeno il fabbisogno energetico minimo della popolazione.

Un disastro ambientale e un aggravamento della crisi umanitaria per la popolazione armena locale. Intanto i “manifestanti” azeri protestano per l’ambiente…

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]