La Ue congelata di fronte al caldo conflitto del Nagorno-Karabakh (easwest.eu 06.03.18)

Bruxelles – L’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh (Nkr) è la sola a parlare di sé stessa, avvolta nel silenzio degli altri, Unione Europea compresa. Un nome lontano, un fazzoletto di terra stretto tra due ex repubbliche sovietiche, Armenia e Azerbaijan dove dal 1994 – al termine di un conflitto iniziato nel 1988 e costato la vita a circa 30mila persone – continuano a morire militari e civili sul fronte di una logorante guerra di trincea. E con poco clamore, tranne durante le fiammate più intense alla “linea di contatto “ che separa Nagorno e Azerbaijan, come la “guerra dei quattro giorni”, che ad aprile 2016 uccise circa 350 persone. Ma anche in quel caso, l’attenzione per il conflitto generò solo appelli alla distensione o poco più. Poco per un’area geografica, quella caucasica, che ha un rapporto di partenariato con l’Ue ma che, nel frattempo, resta nell’orbita di Mosca.


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Sono passati trent’anni dalla “giornata della rinascita dell’Artsakh” (o movimento Karabakh), la corrente popolare armena votata al passaggio del Nagorno dalla giurisdizione azera a quella armena e, quindi, alla sua indipendenza. “Se avessimo perduto l’Artsakh, avremmo voltato l’ultima pagina della storia armena” ha scritto il 20 febbraio, nel giorno del trentennale del movimento, il presidente armeno Serzh Sargsyan. Ma da allora il rumore sordo del fuoco dell’artiglieria non è mai cessato del tutto.

La paralisi della Ue

Il conflitto post-sovietico è oggi una sorta di altra Crimea da cui la Ue fugge lo sguardo. Il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) – il ministero degli Esteri europeo – si dichiara incompetente sulla faccenda e limita il suo contributo al finanziamento di alcune Ong – sotto l’egida denominata Epnk – e al sostegno del gruppo di Minsk, creato nel 1992 dall’Osce per cercare di risolvere la questione attraverso vie diplomatiche e presieduto da Russia, Stati Uniti e Francia. Tentativo che si può definire fallito.

«Non c’è una soluzione militare», ha detto a febbraio l’Alto rappresentante della Ue Federica Mogherini. «La ripresa del dialogo di alto livello a Vienna, San Pietroburgo e Ginevra è uno sviluppo importante», ha sottolineato, facendo appello affinché le parti «intensifichino i negoziati e riducano la tensione sulla linea di contatto». «Crediamo che lo status quo sia insostenibile. Serve una soluzione politica, in accordo con il diritto internazionale», ha aggiunto. Di proposte concrete, però, nemmeno l’ombra.

Accordi diversi

Finora, infatti, la Ue ha trattato separatamente con Armenia e Azerbaijan, su un piano diverso, parlando pubblicamente di rado della questione. Il corteggiamento degli azeri, che da tempo si sono sganciati da Mosca, nei confronti dell’Europa non è una novità. Eppure, l’unica firma per una collaborazione rafforzata e comprensiva (Cepa), in particolare nei settori dell’ambiente e del commercio, a Bruxelles è arrivata solamente con l’Armenia, nel corso dell’ultimo summit sul partenariato orientale, lo scorso novembre.

Un’intesa che significa, per la Ue, aprire nuove opportunità commerciali con Erevan. Cosa che non è stato possibile garantire all’Azerbaijan – “buoni progressi” sul negoziato, recitava la sterile nota finale del summit – con cui Bruxelles non è nemmeno riuscita a finalizzare gli accordi per un’area comune per l’aviazione civile. “Esportare stabilità o importare instabilità” è il mantra della politica di allargamento europea, da estendere anche al partenariato orientale. Per esportare stabilità, però, non è utile la paralisi di Bruxelles sul Nagorno-Karabakh – rintracciabile anche in altre questioni come il riconoscimento del Kosovo nei Balcani occidentali, che ha vissuto un’accelerazione solamente nell’ultimo anno –.

Giustizia storica, agire sulla linea di contatto

Un senso di giustizia storica è invece ciò che serve davvero al popolo del Nagorno-Karabakh per conquistare la pace. Il giornalista ceco Jaromir Stetina, presente sul territorio durante il conflitto del 1988-1992, non si tira indietro e lo ha detto apertamente di fronte al Parlamento europeo il 28 febbraio scorso, nel corso di una conferenza sul conflitto organizzata dalle associazioni Amici europei dell’Armenia e Unione di benevolenza generale Armenia Europa.

«Sostenere le attività di sminamento nella regione, uno dei territori con più mine al mondo, e monitorare il rispetto dei diritti umani nell’area è il minimo» ha detto il chirurgo militare Eleni Theocharous, di origine cipriota, che come Stetina ha vissuto il conflitto. Finora, a rimuovere le mine nel Nagorno è stata l’Ong britannica Halo Trust, finanziata principalmente da privati. All’Ue, ricordano le associazioni, basterebbero 3,5 milioni di euro per completare l’opera anti-mine.

Se dal Seae si leva solo il silenzio, a lasciare speranze di eco alla voce di Bruxelles ci provano alcuni eurodeputati. «Coinvolgere direttamente il Nagorno-Karabakh al tavolo dei negoziati con Armenia e Azerbaijan è un modo per ottenere qualcosa» hanno detto Frank Engel e Lars Adaktusson, del Partito popolare europeo. Partire, insomma, dalla linea di contatto. Quella linea che è Nagorno. Un ossimoro, forse, che potrebbe però tramutarsi in un’apertura, unica via di fuga europea nell’area caucasica per esportare la tanto proclamata stabilità.

E allora ecco spuntare il modello del dialogo tra Belgrado e Pristina: una trattativa che Bruxelles ha intrapreso per i Balcani e dovrebbe seguire in un’area della medesima importanza per gli equilibri geo-politici e, più semplicemente, per la vita dei civili. Dieci le proposte concrete per superare la paralisi: da uno spazio destinato agli scambi tra la società civile azera e armena, a incontri frequenti delle Ong sia a Erevan che a Baku. E poi, ancora, programmi su salute, servizi di base e istruzione a sostegno delle comunità colpite dal conflitto su entrambi i lati della linea di contatto, attività di monitoraggio per i diritti umani, impatto sulle giovani generazioni.

Gli abitanti della regione sono gli unici su cui fare leva, assicura la giornalista di origini armene-bulgare, Tsvetana Paskaleva: «Le persone di Nagorno-Karabakh vogliono essere parte di questo mondo, io sono orgogliosa di conoscerli e so che loro sono pronti per essere riconosciuti».

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Il monastero di S. Lazzaro degli Armeni che ha stregato Napoleone (dailybest.it 06.03.18)

Su un piccolo isolotto della laguna di Venezia, a circa mezz’ora di vaporetto da Piazza S. Marco, sorge un luogo intriso di storia e magia: Il monastero di S. Lazzaro degli Armeni. La storia di questo luogo inizia nel lontano 1715 quando a seguito dell’invasione Ottomana, moltissimi monaci armeni di culto cattolico  cercarono asilo nella cosmopolita Venezia. Due anni dopo il senato veneziano concesse a questa folta comunità l’isolotto di S. Lazzaro nei pressi della costa ovest del Lido.

La comunità armena, precisamente appartenente all’ordine dei Makhitaristi, costruì su questa piccola isola di appena 7000 metri quadri un monastero che attualmente custodisce una serie di  mirabilia dal carattere storico, religioso e artistico e rappresenta ancora oggi uno dei centri più importanti degli studi Armeni: tra le mura del monastero furono scritti il primo dizionario in lingua armena e la prima storia moderna del paese d’origine dell’ordine monastico.

Ancora oggi è proprio l’estesa collezione di manoscritti a rappresentare il fiore all’occhiello del monastero: la biblioteca ospita la terza più grande collezione di pubblicazioni in lingua Armena del mondo e altre prestigiose pubblicazioni europee e asiatiche. L’importanza di questa collezione è così evidente che durante l’occupazione di Venezia da parte delle armate di Napoleone i monaci di S. Lazzaro furono l’unico ordine autorizzato dal generale francese a continuare la loro attività di studio.

Napoleone non è stato l’unico grande della storia a rimanere profondamente affascinato da questo luogo: il poeta inglese Lord Byron vi passò un lungo periodo nel corso del quale si dedicò allo studio della cultura e della lingua armena. Ancora oggi è possibile visitare la stanza di Lord Byron all’interno del museo di S. Lazzaro.

La sala è completamente adornata da manufatti orientali ed egizi tra cui una sfera di avorio contenente al suo interno altre sfere tutte ricavate da un unico blocco ad opera di un monaco buddista che, come vuole la leggenda, dedicò più di vent’anni a tale impresa. Nella stessa sala è possibile ammirare la mummia di un sacerdote egizio in perfetto stato di conservazione.

La storia di quest’isola però risale a ben prima dell’arrivo dei monaci Armeni: nel IX secolo ospitò l’ordine dei benedettini di Sant’Ilario e ben due secoli dopo venne scelta come luogo di quarantena per i lebbrosi. Nel ‘500 fu la residenza di poveri e malati espulsi dalla vicina Venezia  e nel corso del ‘600 ospitò i domenicani espulsi da Creta.

Da sempre un luogo di segregazione e rifiugio che oggi rappresenta una delle mete imperdibili se vi trovate a Venezia.

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La norma antirazzismo non va cambiata (Tio.ch 06.03.18)

BERNA – Nonostante la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) abbia confermato la condanna della Svizzera per aver violato la libertà di opinione del nazionalista turco Dogu Perinçek, la norma penale contro il razzismo non va cambiata. Lo ha deciso oggi il Consiglio nazionale bocciando una iniziativa parlamentare di Yves Nidegger (UDC/GE) con 123 voti contro 67.

Il democentrista ginevrino ha sostenuto che alla luce della sentenza della CEDU occorra modificare l’articolo 261bis del Codice penale stralciando la nozione di genocidio. Al limite, ha aggiunto, si può aggiornare la norma contro il razzismo precisando: «… un genocidio accertato da un tribunale internazionale competente …».

«Oggi – ha aggiunto Claudio Zanetti (UDC/ZH) – non si sa se le giurisdizioni chiamate ad applicare l’articolo in questione debbano esse stesse stabilire se un determinato evento storico sia da ritenersi un genocidio e, in caso affermativo, in che modo». Ciò causa problemi non indifferenti ai tribunali svizzeri.

A nome della commissione, Alois Gmür (PPD/SZ) ha ricordato che nella fattispecie la CEDU non ha considerato problematica la criminalizzazione della negazione di genocidio contenuta nell’articolo 261bis del Codice penale ma l’applicazione sbagliata da parte del Tribunale federale. Per questa ragione non c’è motivo di modificare la norma contro il razzismo.

Perinçek, presidente del Partito dei lavoratori della Turchia (estrema sinistra), aveva nel 2005 negato il genocidio armeno del 1915 per ben tre volte nel corso di riunioni pubbliche in Svizzera.

Dopo una condanna da parte della giustizia vodese nel 2007 per discriminazione razziale, condanna ribadita anche dal Tribunale federale, Perinçek si era rivolto alla Corte europea dei diritti dell’Uomo ottenendo ragione nell’ottobre 2015.

Per la CEDU la Svizzera aveva violato la sua libertà d’espressione. Nel 2015, la Grande Camera sentenziò che «non era necessario, in una società democratica, condannare penalmente Perinçek per proteggere i diritti della comunità armena». Le sue asserzioni «non erano assimilabili a un appello all’odio o all’intolleranza».

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‘La bastarda di Istanbul’ a teatro (Ilfriuli.it 06.03.18)

Premio Persefone 2016 come miglior spettacolo teatrale, Premio Persefone e Premio Franco Cuomo 2016 come miglior attrice a Serra Yilmaz, un’infinità di “tutto esaurito” nei principali teatri italiani, questo il curriculum delle prime tre stagioni dello spettacolo di Angelo Savelli La bastarda di Istanbul che andrà in scena per la prima volta anche nel circuito ERT per due date: sabato 10 marzo al Teatro Odeon di Latisana e domenica 11 marzo al Teatro Candoni di Tolmezzo. Entrambe le serate inizieranno alle 20.45 e avranno per protagonisti sul palco, con Serra Yilmaz – attrice icona del cinema di Ferzan Ozpetek – anche Valentina Chico, Riccardo Naldini, Monica Bauco, Marcella Ermini, Fiorella Sciarretta, Diletta Oculisti ed Elisa Vitiello.
Tema centrale e ancora scottante dell’omonimo best seller di Elif Shafak, indiscussa protagonista della letteratura turca, grande conoscitrice del passato e profonda osservatrice del presente del suo Paese, è la questione armena che rimane ancora adesso un buco nero nella coscienza della Turchia. Ad Istanbul sbarca Armanoush, giovane e tranquilla americana che, in cerca delle proprie radici armene, arriva nella famiglia matriarcale del suo patrigno turco Mustafa. Lì incontrerà Asya “la bastarda”, sua coetanea, adolescente turca ribelle e nichilista, con una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre. Nonne, madri, zie, sorelle, amiche. Quando sono le donne a dominare la scena, tutto si intreccia, si complica e diventa affascinante.
La bastarda di Istanbul è un’intricata e originale saga familiare multietnica, popolata da meravigliosi personaggi femminili, da storie brucianti e segreti indicibili. Un segreto lega la Turchia all’Armenia, i turchi agli armeni, Asya ad Armanousch. Un segreto che forse non verrà mai svelato. Un segreto che ha l’aspetto di un’antica spilla di rubini a forma di melagrana.
Serra Yilmaz, nata ad Istanbul, ha studiato psicologia in Francia. Nel ‘77 comincia a lavorare con un gruppo di formazione teatrale e da quel momento non smette di fare teatro. Nel 1983 esordisce al cinema come attrice nel lungometraggio del regista Atif Yilmaz Sekerpare. Dal 1987, grazie al film del regista Kavur Albergo Madrepatria arriva al successo internazionale e diventa una delle più prestigiose attrici turche. Dal 1988 al 2004 fa parte del Teatro Municipale di Istanbul non solo come attrice ma anche come responsabile delle relazioni internazionali. Nel 1999 partecipa ad Harem Suaré, il secondo film di Ferzan Ozpetek, regista del quale diventa attrice/icona, interpretando anche i successivi Le fate ignoranti, La finestra di fronte e Saturno Contro, tutti grandi successi di critica e di pubblico. Lavora in popolari produzioni televisive e teatrali turche ed in alcune sofisticate produzioni teatrali francesi. I suoi eclettici interessi l’hanno manche portata ad essere l’interprete del Presidente della Repubblica Italiana e dei due ultimi Papi nelle loro visite ufficiali in Turchia e a partecipare come vocalist nei concerti di giovani gruppi musicali turchi, come i Baba Zula o il gruppo di musica improvvisata Islak Kopek (Cane bagnato). Dal 2004 interpreta con straordinario successo lo spettacolo/cult L’ultimo harem di Angelo Savelli.

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Armenia: il nuovo Presidente si chiama Sarkissian (Il caffe geopolitico 04.03.18)

RistrettoDa venerdì scorso l’Armenia ha un nuovo Presidente. Si tratta di Armen Sarkissian, 64 anni, ex Primo Ministro e ambasciatore del suo Paese in diverse nazioni europee. Sarkissian prende il posto di Serzh Sargsyan, autentico mattatore della politica armena post-sovietica, e resterà in carica per i prossimi sette anni.

Nonostante l’autorevolezza del candidato prescelto, l’elezione del nuovo capo dello Stato è stata segnata da diverse polemiche e controversie. In base alle nuove disposizioni costituzionali introdotte nel 2015, Sarkissian è stato infatti eletto dal Parlamento e avrà poteri molto più limitati rispetto a quelli del suo predecessore. Al contrario sarà il Primo Ministro ad avere d’ora in poi un ruolo centrale nella vita politica nazionale, rendendo di fatto l’Armenia una repubblica parlamentare simile al modello italiano. Le principali forze d’opposizione hanno però visto tale cambiamento istituzionale come un tentativo di Sargsyan di rimanere ai vertici dello Stato armeno, lasciando la carica presidenziale (ormai non rinnovabile) per quella più influente di capo del Governo. Da qui la loro contrarietà alla candidatura di Sarkissian, che ha a lungo esitato prima di accettare la nomination offertagli dal Partito Repubblicano d’Armenia (RPA). Ciononostante, il neo-Presidente è stato eletto con una maggioranza schiacciante (90 voti a favore e solo 10 contrari) e prenderà ufficialmente possesso delle sue funzioni il prossimo 9 aprile.

Nel frattempo Sargsyan ha negato l’accusa di voler diventare Primo Ministro dopo la fine della sua esperienza presidenziale. Ma l’RPA lo sta comunque presentando come proprio candidato non ufficiale per il ruolo, confermando parzialmente i sospetti dei critici della riforma costituzionale e gettando ombre preoccupanti sul futuro della fragile democrazia armena. Ad ogni modo spetterà a Sarkissian rappresentare d’ora in avanti l’Armenia sulla scena internazionale. Un compito tutt’altro che facile, visto il persistente conflitto di Yerevan con l’Azerbaijan per il Nagorno-Karabakh e la precaria posizione di equilibrio del Paese tra Russia e UE nel Caucaso.

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Il capo del protocollo Bettencourt nuovo nunzio in Armenia (Lastampa 03.03.18)

Papa Francesco ha nominato nunzio apostolico in Armenia l’arcivescovo portoghese José Avelino Bettencourt, 55 anni, finora capo del protocollo della Segreteria di Stato. Lo scorso 26 febbraio il Papa lo aveva designato arcivescovo e nunzio, senza però stabilire una destinazione. Oggi, invece, la conferma dell’Armenia comunicata dalla Sala Stampa vaticana.

Nato nelle Azzorre, in Portogallo, il 23 maggio 1962, Bettencourt è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1993. Incardinato a Ottawa (Canada), è laureato in diritto canonico. È entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1999 e ha lavorato presso la nunziatura apostolica nella Repubblica Democratica del Congo e presso la sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. È stato nominato capo del Protocollo della Segreteria di Stato, il 14 novembre 2012.

La sua nomina segue di pochi giorni quella di un altro prelato di Curia, il maltese monsignor Alfred Xuereb, già segretario generale della Segreteria per l’Economia ed ex segretario particolare in seconda di Benedetto XVI, come nuovo nunzio in Corea del Sud e Mongolia

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È l’intervento più di significativo di una serie di quattro che la Santa Sede ha tenuto la settimana passata presso il Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra. In questa settimana, intanto, il Papa ha nominato due nuovi nunzi, continuando a riempire le caselle rimaste vacanti della diplomazia pontificia. Da segnalare anche la situazione che si è creata presso il Santo Sepolcro di Gerusalemme, su cui si è espresso, tra gli altri, anche l’ambasciatore di Palestina presso la Santa Sede.

Il capo del protocollo vaticano nominato nunzio in Armenia

È stato nominato nunzio in Armenia José Avelino Bettencourt, capo dell’ufficio del Protocollo vaticano. La sua nomina come nunzio era stata resa nota lo scorso 28 febbraio, insieme all’annuncio che monsignor Alfred Xuereb, storico secondo segretario di Benedetto XVI, era stato destinato alla nunziatura della Corea del Sud.

Non era stata però annunciata la destinazione di monsignor Bettencourt. L’1 marzo, è stato reso noto che monsignor Bettencourt sarà nunzio in Armenia. Una destinazione particolare, se si pensa che il nunzio in Armenia è da sempre nunzio in Georgia e in Azerbaijan, e la sede della nunziatura è a Tbilisi, la capitale della Georgia. In realtà, per questioni burocratiche, il governo georgiano ancora non ha dato il suo gradimento alla nomina, mentre quello armeno sì. E così, monsignor Bettencourt è stato intanto destinato all’Armenia, in attesa che si completino i passaggi burocratici per avere anche le altre due nomine nei Paesi del Caucaso.

La nomina è cruciale per la diplomazia del Papa, specialmente in ambito ecumenico. Dopo il viaggio nel Caucaso in due tappe, che ha visto Papa Francesco visitare nel 2016 l’Armenia a giugno 2016, e poi Georgia ed Azerbaijan ad ottobre 2016, si sono intensificati i rapporti ecumenici. Ai padri stimmatini missionari in Georgia e presenti al capitolo generale che ha eletto il nuovo superiore, il Papa ha chiesto con calore di salutare il Patriarca Ilia II. Mentre si parla di un prossimo evento in comunione con la Chiesa Apostolica Armena in Vaticano, che dovrebbe riguardare San Gregorio di Narek.

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Armenia, il parlamento ha eletto per la prima volta il capo dello stato (Sputniknews 02.03.18)

Il parlamento armeno ha eletto per la prima volta il capo dello stato dopo la transizione al sistema parlamentare, chiudendo in questo modo la riforma costituzionale. Lo riportano i media russi.

Armen Sargsyan, candidato del partito repubblicano ed ex ambasciatore dell’Armenia in Gran Bretagna, è stato eletto presidente con il 90% dei voti.

Sargsyan si insedierà ufficialmente il 9 aprile, dopo la scadenza del mandato dell’attuale presidente. Lo stesso il governo si dimetterà. Il primo ministro sarà eletto dal partito di governo o dalla coalizione di governo.

Dopo la sua elezione, Armen Sargsyan ha ringraziato il Parlamento per la fiducia accordatagli e ha promesso di applicare tutta la sua conoscenza ed esperienza al servizio dello stato.

Armen Sargsyan, 65 anni, si è laureato nel 1976 all’Università Statale di Yerevan, dove dal 1976 al 1990 ha insegnato fisica e ha fondato il dipartimento di modellazione matematica di sistemi complessi. Dal 1984 al 1985 ha tenuto conferenze e svolto attività di ricerca presso l’Astronomical Institute of Cambridge University. Dal 1986 al 1992 ha insegnato all’Università Statale di Mosca e negli atenei di Germania, Stati Uniti, Grecia e Regno Unito.

Negli anni Novanta è stato ambasciatore dell’Armenia in Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Città del Vaticano e Regno Unito.

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Armenia: parlamento elegge Sarkisian presidente

(ANSA) – MOSCA, 2 MAR – Il parlamento dell’Armenia ha eletto Armen Sarkisian come nuovo presidente del paese. Sarkisian, ex premier ed ex ambasciatore in Gran Bretagna, era l’unico candidato alla poltrona di capo dello Stato ed è sostenuto dal presidente uscente Serzh Sargsian, che potrebbe adesso diventare primo ministro e continuare di fatto a mantenere il potere. Per Sarkisian, 64 anni, hanno votato 90 parlamentari, 10 hanno votato contro, mentre “una scheda elettorale è stata compilata in modo irregolare”. (ANSA)

 

Georgia-Armenia: primi incontri per premier Kvirikashvili a Erevan (Agenzianova 02.03.18)

Erevan, 02 mar 12:04 – (Agenzia Nova) – La delegazione del governo georgiano guidata dal primo ministro Georgi Kvirikashvili è stata accolta all’aeroporto di Erevan dal capo del governo armeno, Karen Karapetyan. I rappresentanti delle autorità armene e georgiane, nel quadro della visita di Kvirikashvilidi in Armenia, hanno avuto un confronto sulla cooperazione bilaterale. I premier Kvirikashvili e Karapetyan terranno un incontro bilaterale, a cui farà seguito una discussione in un formato esteso. È previsto anche l’incontro del premier della Georgia con il presidente dell’Armenia, Serzh Sargsian. La delegazione georgiana, include il vice primo ministro, i ministri dell’Economia, degli Esteri, della Difesa, delle Finanze, del Turismo amministrazione, nonché vice presidente del parlamento.

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Nor Arax: il villaggio armeno a Bari (Ilsudonline 01.03.18)

Di Concetta Colucci

C’è un luogo fisico, un villaggio, vicino Bari, sulla via di Capurso, che novant’anni fa ha unito due popoli e le loro storie.
E’ il villaggio di Nor Arax, che nel 1924 accolse poco più di un centinaio di profughi armeni in fuga dal primo genocidio della storia moderna, durante gli anni ricordati come quelli del “grande crimine”. 

Migliaia di persone, in fuga da Smirne, in fiamme dopo la conquista da parte dei turchi, furono deportate in campi di concentramento: da qui ottanta di loro vennero liberate, riuscendo ad essere imbarcate a bordo di una nave della società di navigazione “Puglia”.
Gli ottanta fortunati superstiti, approdarono a Bari, attraverso il Pireo, grazie al sostegno di un poeta armeno, Hrand Nazariantz, che prima di loro nella stessa città si era rifugiato nel 1913 salvandosi dalla sentenza di morte emessa per il suo impegno politico non gradito al potere.
Gli altri intellettuali armeni rimasti in Turchia furono deportati in Anatolia e uccisi.

Un massacro perpetrato dal partito dei Giovani Turchi intorno al 1915. Furono circa un milione e mezzo le persone coinvolte nelle marce della morte e furono le vittime per le quali la Turchia non ha mai ammesso la definizione di genocidio, dichiarando quello un atto di difesa contro l’insurrezione del popolo armeno. Attualmente ventidue Paesi, fra cui l’Italia, riconoscono ufficialmente il genocidio. Stati Uniti e Israele non lo riconoscono.

A Bari, il “popolo che fu il più insidiato, il più perseguitato, il più tradito tra i popoli della Terra”, così come lo descrisse Nazariantz, trovò un pezzetto d’Armenia nel villaggio Nor Arax, la città che li ha accolti malgrado le precarie condizioni economiche in cui vivevano i baresi stessi e che oggi si fa portavoce della richiesta di riconoscimento, a livello internazionale, del genocidio del 1915.

Hrand Nazariantz, il poeta armeno, visse in Puglia, la terra che lo ospitò durante il suo esilio, fino alla sua morte, ma mai smise di pensare alla sua terra di origine e al popolo armeno. Questo popolo è stato l’unico nella storia a subire due genocidi, uno alla fine dell’800 e l’altro durante la Prima Guerra Mondiale, anticipando di qualche decennio lo sterminio ebraico.

Con il supporto economico del “Comitato Barese Pro Armenia”, Nazariantz riuscì a portare a Bari i suoi amici connazionali salvandoli da una morte atroce. Da esule in Italia lavorò senza tregua e con passione alla causa del suo popolo. La casa editrice Laterza creò per lui la collana “Conoscenza Ideale dell’Armenia” e lo nominò direttore. Numerosi intellettuali italiani e stranieri suggerirono la sua candidatura per l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura, che quell’anno, era il 1953, fu assegnato invece a Winston Churchill.

Il villaggio si chiama Nor Arax in memoria di Arax o Arasse, il nome del fiume che scorre alle pendici del monte Ararat che per quegli armeni che giunsero a Bari dal mare assunse un nuovo significato, divenendo il nome del villaggio che li avrebbe accolti e nel quale avrebbero vissuto insieme agli altri quaranta profughi che arrivarono in Puglia sei mesi dopo il primo sbarco.

Il villaggio di via Amendola a Bari, costituito da casupole in legno e cemento, diede modo agli armeni di avere una nuova vita in un luogo di pace e l’inclinazione al commercio dei baresi si unì alla antica tradizione della comunità armena di lavorare tappeti di alta qualità, in un clima di risolutezza che non si indurisce davanti al dolore. Questo luogo, di cui molti figli o nipoti degli anziani profughi continuano a mantenere vivo il ricordo, era costituito da una villa di campagna e da alcune casupole prefabbricate donate dall’Austria come pagamento dei danni dovuti all’Italia dopo la guerra. Negli anni a seguire a Nor Arax vissero circa 300 armeni in maniera completamente indipendente. La fabbrica di tappeti raggiunse il grande prestigio di arredare gli interni del treno reale di Vittorio Emanuele III e ancora oggi nel villaggio c’è chi continua a piantare e a curare, in mezzo alle case di nuova costruzione e al cemento, alberi di melograno, simbolo della Armenia.

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Guerra totale: la socialdemocrazia militarizzata del Karabakh (Osservatorio Balcani e Caucaso 01.03.18)

Con la sua flat-tax e tassi di crescita alle stelle, il Nagorno-Karabakh è stato descritto da alcuni come una tigre caucasica. Ma è un’economia pompata dall’esterno in una logica militaristica

01/03/2018 –  Aleksey S. Antimonov

(Pubblicato originariamente da OC Media il 19 gennaio 2018)

Da trent’anni, al confine tra Nagorno-Karabakh e Azerbaijan rieccheggiano fitte sparatorie: il rumore incessante del più antico “conflitto congelato” nell’ex Unione Sovietica. Tuttavia, per coloro che vivono nel Nagorno-Karabakh, da quando è stato firmato il cessate il fuoco del 1994, questo confine è sembrato andare sempre più lontano, quasi fino a svanire dall’orizzonte della rilevanza.

Gegham Baghdasaryan, a capo del Karabakh Press Club, ha illustrato questa situazione in un aneddoto raccontato a OC Media: anni fa, in una conferenza internazionale, fu chiamata a parlare una giovane donna armena del Karabakh. Alla domanda sul rapporto tra Nagorno-Karabakh e Azerbaijan, rispose: “Qual è il mio rapporto con l’Azerbaijan? Non esiste. Voglio solo essere lasciata in pace”.

Questa opinione è condivisa da molti in Karabakh. Un giovane sui venticinque anni ha detto che gli eventi di aprile gli avevano “aperto gli occhi” rispetto al “vero pericolo” rappresentato dall’Azerbaijan. Per lui e altri giovani, il cessate il fuoco era l’unica realtà conosciuta, e la retorica bellicosa e il lento, costante dribbling di morte sul confine erano diventati un rumore di fondo, fisso e permanente come le colline e il cielo.

Dagli scontri di aprile 2016 – quattro giorni di feroci combattimenti conclusi con oltre un centinaio di vittime e l’occupazione da parte dell’Azerbaijan di diverse posizioni chiave precedentemente controllate dalle forze armene – il conflitto ha assunto un’acuta immediatezza. Lo shock iniziale per la popolazione del Karabakh si è trasformato in rabbia sia verso l’Azerbaijan che verso la perdita di un senso di normalità.

Alcuni anni fa, le fiammate nel conflitto prolungato avrebbero potuto essere viste sia dagli abitanti che dai politici come eccezionali, ma questa recente violenta eruzione sembra aver consolidato nelle loro menti la sensazione che, piuttosto che un’eccezione, la guerra sia il normale stato di cose, e che gli interessi militari debbano circoscrivere e sommergere tutti gli altri.

Ricostruzione

La guerra del Karabakh è durata dal 1988 al 1994. Ha causato oltre 30.000 vittime, quasi un milione di sfollati e la completa devastazione di economia e infrastrutture. La regione ha subito danni per 5 miliardi di dollari (con una popolazione di soli 140.000 abitanti), ulteriormente aggravati dalla deindustrializzazione seguita al crollo dell’URSS.

Tuttavia, il Nagorno-Karabakh è sopravvissuto ed è stato ricostruito, con il sostanzioso aiuto dell’Armenia e le donazioni della diaspora armena. Nel 2007 ha avuto il tasso di crescita del Pil più alto della regione, tra il 10% e il 15% all’anno. Inoltre, a differenza dell’Armenia, non ha sofferto di calo demografico, con una crescita della popolazione del 10% tra il 2005 e i giorni nostri.

Questo letterale “risorgere dalle ceneri” è più evidente nella capitale del Karabakh, Stepanakert, che nel resto della regione. Da città bombardata con più di una rassomiglianza con la Sarajevo del dopoguerra, negli ultimi anni si è trasformata in un vivace centro urbano, con viali ben pavimentati, giardini ben curati e una vasta gamma di servizi pubblici.

La tigre caucasica

“All’inizio [lo sviluppo economico del Karabakh] era un’impresa patriottica”, ha dichiarato a OC Media Davit Babayan, portavoce dell’ufficio del presidente del Nagorno-Karabakh. “Ma non può funzionare per sempre”. Babayan sostiene che il motore economico del Karabakh negli ultimi dieci anni è stato l’impegno per un’economia “guidata dal mercato” e che solo creando “condizioni speciali per gli investimenti” lo sviluppo del Karabakh potrà continuare.

Ufficialmente, il Nagorno-Karabakh ha intrapreso un percorso esplicitamente orientato al mercato dal 2007, quando sotto la direzione del neo-eletto presidente Bako Sahayan ha intrapreso riforme economiche (neo)liberali, quali: la dissoluzione del servizio anti-monopolio (con lo slogan “Il mercato troverà la soluzione”), la creazione di una flat-tax per i lavoratori autonomi ($15 al mese) e la riduzione dei regolamenti sulle licenze di costruzione (solo tre giorni per l’approvazione di una nuova licenza). Le riforme hanno comportato anche la privatizzazione di una serie di beni di proprietà statale, in particolare l’azienda idroelettrica regionale.

In congiunzione con i tassi stellari di crescita economica, queste riforme hanno trovato consenso fra le voci liberali nella regione, che hanno persino definito il Karabakh “la tigre caucasica”.

Tuttavia, come le “Tigri asiatiche”, il Karabakh è meno miracolato dal mercato di quanto voglia far credere. Il suo rapido sviluppo è stato possibile solo grazie a importanti interventi governativi sul mercato e, in modo forse ancora più importante, ai continui trasferimenti di fondi dalla Repubblica di Armenia. Questo stato di cose è reso possibile solo dalla posizione geopolitica e ideologica unica del Karabakh.

Il cuore dell’Armenia

Il Nagorno-Karabakh è indubbiamente il fattore più volatile nella politica armena. Non è semplicemente un luogo, ma un’idea. Rappresenta la nazione armena e, in un paese in cui il genocidio armeno del 1915 definisce ancora la politica estera, fornisce una potente contro-narrazione al senso di vittimismo storico. Come ha dichiarato l’analista politica originaria del Karabakh Karen Avagimyan a OC Media, è “il cuore spirituale dell’Armenia”.

In termini pratici, ciò significa che se una parte significativa del territorio del Karabakh viene ripresa dall’Azerbaijan, il governo di Erevan probabilmente non sopravviverà. Ad esempio, nell’estate del 2016 un gruppo di veterani del Karabakh che si autodefinivano Sasna Dzrer (i Daredevil di Sasun) ha sequestrato una stazione di polizia e invitato alla rivolta contro il governo. Il punto centrale delle loro critiche al governo era l’affermazione secondo cui l’attuale amministrazione intendeva cedere parte del Karabakh all’Azerbaijan: un’affermazione falsa, ma che ha mobilitato migliaia di giovani che si sono scontrati con la polizia in difesa dei Sasna Dzrer.

La politica del governo armeno nei confronti del Karabakh e le politiche dello stesso governo del Karabakh vanno interpretate alla luce di questi eventi. L’integrità territoriale del Karabakh è l’obiettivo primario a cui subordinare tutte le politiche economiche e sociali.

Poiché il Nagorno-Karabakh è uno stato non riconosciuto, è escluso dalla maggior parte dei trattati commerciali internazionali. Ciò significa che il governo deve mantenere e pubblicizzare un clima favorevole agli investimenti se vuole continuare a ricevere investimenti “non patriottici” (principalmente dalla Federazione Russa). Tuttavia, questo crea un certo dilemma per le autorità. I mercati liberalizzati e amici degli investitori spesso promuovono gravi disuguaglianze sociali, con lavoratori locali meno competitivi e piccole imprese schiacciate dalle economie di scala. Come in gran parte del mondo, la povertà si trasforma facilmente in emigrazione, che è abbastanza tollerabile per la maggior parte dei governi, ma semplicemente fuori questione in Karabakh.

Agli occhi dei funzionari del Karabakh, l’emigrazione equivale a minore popolazione, minore popolazione significa meno soldati, e meno soldati non solo rendono il Karabakh militarmente più debole, ma incentivano l’Azerbaijan ad attaccare. Ciò significa che l’economia non può essere soggetta ai capricci del mercato, poiché le fluttuazioni della popolazione derivanti da periodiche crisi economiche metterebbero letteralmente in pericolo il Nagorno-Karabakh: il neoliberismo tout court non è quindi un’opzione sostenibile.

Socialdemocrazia militarizzata

In pratica, le politiche attuate per garantire stabilità economica e vivibilità nel Nagorno-Karabakh possono essere considerate una sorta di socialdemocrazia militarizzata: sono previsti meccanismi di welfare per ridurre l’impatto della disoccupazione o della povertà, ma differiscono dalla tradizionale socialdemocrazia europea in quanto questi meccanismi sono legati esplicitamente allo status militare. Ad esempio, una grande parte della popolazione sopravvive con pensioni militari e le famiglie di soldati uccisi o feriti al fronte hanno spesso anche alloggi gratuiti o altri beni e servizi essenziali. Lo stato assicura e risarcisce tutti i residenti vicino alla linea di contatto contro qualsiasi danno causato dal conflitto (come le case danneggiate dai bombardamenti o il bestiame ucciso da colpi di arma da fuoco).

Questo non vuol dire che il governo non faccia uso della tradizionale politica keynesiana. Al contrario, interviene spesso con sussidi e prestiti preferenziali ad imprese in difficoltà, tenendole a galla per garantire l’occupazione.

Questo può sembrare un po’ troppo per un governo che presiede una popolazione relativamente povera di 146.000 persone, e infatti è così. Il governo del Nagorno-Karabakh è tutt’altro che autosufficiente. Ufficialmente, almeno il 4,5% del bilancio nazionale dell’Armenia è stanziato per la regione, anche se il dato reale è probabilmente molto più alto, soprattutto perché i dati relativi a trasferimenti di bilancio relativi alla difesa sono tenuti riservati.

Questa direzione politica non ha fatto che consolidarsi dagli scontri di aprile. I villaggi vicini alla linea di contatto sono stati classificati “villaggi di confine”. Qui, secondo il portavoce del Primo Ministro Artak Beglaryan, lo scopo esplicito del governo è quello di mantenere e, se possibile, aumentare la popolazione al fine di creare una presenza che possa rilevare e scoraggiare gli attacchi azeri: un compito difficile, poiché questi villaggi sono direttamente sulla linea del fuoco, il che comprensibilmente scoraggia gli abitanti dal rimanere.

Ecco perché in questa nuova legislazione il governo ha aumentato i sussidi per questi villaggi – ad esempio, con un sussidio gas ed elettricità che copre interamente le bollette mensili per alcune famiglie – oltre a fornire sussidi e agevolazioni fiscali per gli investimenti nei villaggi di confine al fine di stimolare l’occupazione.

Ma la misura in cui il governo è disposto a lasciarsi alle spalle l’ortodossia economica neoliberale è ancora più evidente nel villaggio più colpito dal conflitto: Talish.

Un kolkhoz è un kolkhoz

Nelle prime ore del 2 aprile 2016, le colline nordoccidentali sopra il piccolo villaggio di 500 abitanti sono state invase dall’esercito azero. Quando le forze armene riuscirono a riconquistare Talish, era stato ridotto in macerie e, anche dopo la firma del cessate il fuoco, le colline strategiche che dominavano il villaggio sono rimaste in mano azera.

Con la maggior parte delle case distrutte, la popolazione di Talish è diventata senzatetto, ospitata presso parenti o in alloggi forniti dallo stato nei villaggi vicini, più lontano dalla linea di contatto. Tuttavia, anche nella sua attuale posizione strategicamente vulnerabile, il governo del Karabakh si è impegnato nella ricostruzione di Talish e nel ritorno dei suoi abitanti.

Ogni singola famiglia che ha perso la casa ne otterrà la ricostruzione. L’infrastruttura sarà riparata e ammodernata. Verranno inoltre aggiunti nuovi edifici, tra cui una casa della cultura e un centro ricreativo. Ma questi non sono i piani più ambiziosi per il villaggio: al fine di garantire un elevato livello di occupazione e un forte grado di solidarietà sociale, il villaggio sta ricostruendo le sue infrastrutture agricole e produttive in un modello collettivo.

Nelle parole del sindaco Vilen Petrosyan: “Sarà come un kolkhoz sovietico, ma diverso. Invece di dare i nostri profitti al governo, la comunità deciderà che cosa farne”. Gli inizi di questo nuovo/vecchio modello sono già in atto. Il “collettivo” di Talish produce miele, frutta e verdura, alcolici, carne e latticini. Le decine di lavoratori impiegati nell’impresa sociale sono ex residenti (tutti uomini) che sono tornati al villaggio come appaltatori governativi, lavorando per ricostruire le proprie case e difenderle in caso di un attacco.

Resta da vedere se il modello funzionerà e se sarà effettivamente democratico, ma la speranza dell’amministrazione locale è che il nuovo Talish non solo fiorisca, ma divenga un modello di economia e governance per altri villaggi nel Nagorno-Karabakh.

In viaggio da nessuna parte

Dal 1994 in poi, gli abitanti del Nagorno-Karabakh sperano in una normalizzazione pacifica della loro situazione. Ma, con il fallimento di un accordo di pace dopo l’altro, molti si erano adattati ad un nuovo status quo. Anche se la pace non fosse mai arrivata, la vita sarebbe andata avanti. Ma gli eventi dell’aprile 2016 hanno frantumato questo inquieto senso di stabilità.

Tuttavia, con una strana ironia, mentre il senso di stabilità del popolo del Karabakh andava in frantumi, l’ordine economico e politico esistente si rafforzava. Forgiata nel crogiolo del conflitto e ancora devastata quasi trent’anni dopo, la regione del Nagorno-Karabakh ha cessato di essere un luogo in cui l’esercito esiste per sostenere lo stato e la società. Ora, stato e società esistono per sostenere l’esercito, ed è improbabile che la situazione cambi presto.

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