Ottant’anni di pace? Solo per noi, ricorda Mieli (Famigliacristiana 26.09.25)

Nel suo ultimo libro il giornalista e storico avverte: gli 80 anni di pace in Occidente non devono ingannarci, il mondo ha conosciuto guerre ben più devastanti. Dalle vicende di Sparta al genocidio armeno, passando per fascismo e Resistenza, Mieli intreccia fatti, saggi e personaggi con rigore storiografico, ricordandoci che solo la conoscenza del passato può aprire spiragli di pace per il futuro

Non illudiamoci, ci ammonisce il giornalista e storico Paolo Mieli con il realismo dei giornalisti e la disillusione degli storici: sono stati 80 anni di pace in Occidente, ma altrove su questo Pianeta (in Africa, in Asia, in Sudamerica e in America Centrale) ci sono stati più conflitti e vittime che nella Seconda Guerra Mondiale. Cose dell’altro mondo, insomma, dove le cose sono le guerre. Il problema è che l’altro mondo non ci ha copiati, anzi siamo noi che gli stiamo andando dietro. Finita la Guerra Fredda (che peraltro, dalla Corea al Vietnam, ha procurato milioni di morti) e scolorata la vernice delle ideologie, rispunta sotto la screpolatura un po’ ovunque il cemento delle incrollabili logiche geopolitiche: i conflitti per i confini, le tensioni tra i popoli, la pulizia etnica, le diatribe commerciali, le autocrazie, le dittature, l’arbitrio del potere, la paralisi della diplomazia, la fine del diritto umanitario.

Altro che fine della storia. Ogni conclusione di un conflitto lascia aperti problemi che finiscono per innescarne uno nuovo. Non è stato così con la Prima Guerra Mondiale? E’ il filo rosso dell’ultima opera di Mieli (Il prezzo della pace, Rizzoli), che raccoglie una serie di articoli scritti con il suo usuale metodo: la recensione di un libro diventa l’occasione per andare oltre e scrivere un saggio sull’argomento, citando altri libri, fonti, aneddoti, curiosità, personaggi, in un intreccio felice che ci accompagna per mano, da Trasibulo al genocidio armeno, passando per numerose vicende (i tatari, Sparta, il fascismo, Saladino, la Resistenza, i gladiatori), con le sue contraddizioni e le sue ambiguità. Ed è impressionante la perizia e il rigore storiografico di questa miscellanea con cui vengono citati saggi e storici di primissimo piano sui vari argomenti  (picola nota per la prossima ristampa Gianfranco Ravasi, citato per una querelle storiografica su San Paolo, è cardinale, non monsignore come ripetuto due volte, sarà anche una minuzia per carità, ma appare come una nota stonata).

«Historien le matin, philosophe le soir», si definiva March Bloch. Di Mieli, allievo di Renzo de Felice, di cui traccia un bellissimo ritratto, si potrebbe dire «journaliste le matin, historien le soir», con una combinazione vincente che rende la lettura gradevole e al contempo preziosa per noi “nani sulle spalle dei giganti”, come diceva Bernardo di Chartes, capaci di uno sguardo ampio sull’orizzonte dell’attualità proprio grazie alla (gigantesca) conoscenza del passato. E visto che la storia oltre che nemica del verosimile, è maestra di vita, la conclusione è ottimistica: «L’inaugurazione di una stagione di pace è possibile, a patto di non cercare soluzioni facili, a portata di mano. E che si usi la storia, anche quella remota, per aiutarci a fare chiarezza su quel che è andato storto negli anni che abbiamo alle spalle».

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Intervista alla giovane pianista Maya Oganyan: l’arte va al di là dei conflitti in corso (Lavitadelpopolo 26.09.25)

Diciannove anni e un curriculum di tutto rispetto: è Maya Oganyan, pianista talentuosa che si esibirà nella Marca per un doppio appuntamento, sabato 27 settembre alle 21, al teatro Accademico di Castelfranco, e domenica 28, alle 18, al teatro Maffioli di villa Benzi, a Caerano di San Marco. S’intitola “Eroico e regale” il concerto eseguito dall’orchestra giovanile regionale Filarmonia Veneta, diretta dal maestro Giovanni Costantini e di cui Oganyan sarà ospite speciale. “Largo ai giovani”, verrebbe da dire, perché hanno qualcosa da dire e una passione da trasmettere.

Nata a Mosca, di origini armene, vivi a Venezia da quando hai sei anni, suoni e ti esibisci in tutto il mondo. Che cosa significa per te il concetto di appartenenza e quanto hai fatto tuo delle culture armena, russa e italiana?

Aver avuto influenze diverse mi rende una persona più aperta, e penso valga per tutti. Non mi sento di appartenere a una nazione piuttosto che a un’altra. Sono molto legata alla Russia, dove abitano i miei nonni e che visito spesso, lo definirei un legame “romantico”: ho riscoperto molto più avanti negli anni la letteratura e la musica russe, che amo molto. La scuola pianistica russa è una delle migliori al mondo e ho compreso tardi che questo mi mancava. Alla cultura armena mi sono avvicinata grazie a mio padre e, a oggi, trascorro molto tempo in Armenia, dove vivono tanti dei miei familiari. Ho una grande curiosità nei confronti della musica armena, che trovo troppo poco diffusa e per questo mi piace avere la possibilità di divulgarla. In Italia ho fatto tutto il mio percorso scolastico, ma cerco di non attaccarmi al posto dove abito; piuttosto sento un legame stretto con la cultura italiana e la sua lingua, il suo popolo caloroso e spontaneo.

Alla musica ti sei avvicinata già in tenera età e a soli diciannove anni hai un curriculum notevole di premi ed esibizioni importanti. Riesci a immaginarti un punto di arrivo dal punto di vista professionale?

Mio padre è sempre stato un grande appassionato di musica classica, in casa mia si sono sempre ascoltati molti dischi. Mi sono avvicinata al pianoforte per una questione di educazione “generale”: avevo quattro anni e si è scoperto che ero portata, oltre al fatto che mi piaceva moltissimo. Il mio primo insegnante, Alexander Maykapar, professore alla “Gnessin” Music Academy di Mosca, mi ha insegnato un certo approccio alla musica e a cogliere il collegamento della musica con le altre arti, spingendomi a proseguire in questa passione. A Venezia, anni dopo, ho frequentato il Conservatorio. Direi che non c’è un punto di arrivo, non ci sarà mai la cima del mio miglioramento. Per ora, a proposito degli obiettivi carrieristici, sono molto serena, perché il mio scopo è suonare quanto meglio posso e per quante più persone possibile, soprattutto persone che comprendono come sto suonando.

La musica classica e in generale i concerti fanno sempre meno parte della “dieta” quotidiana e culturale, almeno in Italia. Credi sia possibile rendere la musica classica più “accessibile” per un pubblico sempre più a digiuno?

Il fenomeno in Italia esiste ed è perfettamente comprensibile, sia socialmente che storicamente. Credo però che, per quanto non possiamo cambiare direzione al processo di influenza che hanno, per esempio, le tecnologie e l’intrattenimento breve, come comunicatori e persone che portano la musica alle persone è necessario cambiare, migliorare o adattare il format in cui comunichiamo la nostra arte alla società che abbiamo di fronte. Trovo irrealistico condurre l’arte nel mondo in cui è stata condotta duecento anni fa, perché la musica “serve” nel momento in cui è ascoltata, tocca mente e anima. Certo, bisogna trovare il modo giusto, perché è facilissimo cadere nel pop, ma dovrebbe rientrare nei desideri di un artista o di un esecutore come me il trovare un modo migliore per far arrivare quello che si sta suonando.

A proposito di comunicatori, credi che gli artisti, in generale, abbiano una voce privilegiata da utilizzare in nome di valori o cause sociali a cui sono legati (per esempio l’ambiente, le questioni di genere, le guerre…)? Penso al dibattito che si è acceso in occasione della Biennale cinematografica di Venezia a proposito della Palestina, su cui magari, grazie alla tua origine armena (popolo che ha vissuto sulla propria pelle un genocidio), potresti avere una visione privilegiata.

Credo che le emozioni che si possono provare rispetto a quanto succede in Palestina siano una caratteristica umana, e che non sia necessario appartenere a un popolo che ha vissuto una cosa simile, oltretutto in tempi e modi molto diversi. È semplicemente una questione di umanità. Dopodiché credo che l’arte sia arte per se stessa: ci sono opere incredibili che si sono compiute sotto le influenze politiche peggiori, quindi dipende da come la si usa, la propria voce. Io ho diciannove anni, non sento di avere un briciolo della comprensione di come questo possa succedere nel migliore dei modi, per evitare di risultare inefficace o inappropriata. Penso sia importante che la persona sia cosciente e consapevole di come agisce.

Che cosa possiamo aspettarci allora da questo concerto per pianoforte orchestra n. 3 in do minore op. 37 di Beethoven che eseguirai con l’orchestra giovanile regionale Filarmonia Veneta?

Personalmente sono molto legata a questo pezzo, è stato uno dei miei primi concerti importanti con l’orchestra, e negli anni ha subito moltissime evoluzioni nel modo in cui lo percepisco e lo interpreto. È un concerto che unisce drammaticità ed estrema dolcezza, è un movimento dedicato all’amata di Beethoven, ha una componente attiva ed eroica, ma anche contenuta, nobile, “regale” appunto. Si tratta di un concerto rivoluzionario nella storia musicale del musicista, è il momento in cui si stacca dal classicismo e vengono alla luce tendenze romantiche.

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Yerevan: tra Ankara e Baku, verso la riconciliazione (Osservatorio Balcani e Caucaso 25.09.25)

Dopo incontri tra Armenia, Azerbaijan e Turchia, cresce l’ottimismo per un trattato di pace entro il 2026. Yerevan spera nella riapertura del confine con Ankara. Pashinyan punta a risultati concreti per rafforzare la sua fragile posizione politica

25/09/2025 –  Onnik James Krikorian

Dopo il tanto atteso incontro tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azerbaijano Ilham Aliyev, ospitato lo scorso 8 agosto alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, cresce l’ottimismo sulla possibilità che Yerevan e Baku concludano un trattato di pace, da tempo annunciato, entro meno di un anno. Allo stesso tempo, sembra emergere un rinnovato slancio su un fronte parallelo, quello della normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Turchia.

Lo scorso 12 settembre, Rubin Rubinyan e Serdar Kiliç, inviati speciali dell’Armenia e della Turchia per la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, si sono incontrati a Yerevan. È stato il sesto incontro dei due diplomatici da gennaio 2022 e il primo a svolgersi nella capitale armena.

Le visite dei funzionari turchi di alto rango in Armenia non sono certo una novità – già nel 2008 l’allora presidente della Turchia Abdullah Gül si era recato in Armenia – però la tempistica dell’ultimo incontro è tutt’altro che irrilevante.

Da decenni ormai gli sforzi per normalizzare i rapporti tra Armenia e Turchia si intrecciano strettamente con la questione delle relazioni tra Armenia e Azerbaijan. Il confine tra Armenia e Turchia è stato chiuso nel 1993 dopo che le forze armene hanno conquistato Kelbajar, insieme ad altre sei regioni attorno al Karabakh. Da allora, Ankara ha sempre affermato chiaramente che l’apertura del confine e la normalizzazione delle relazioni con Yerevan non saranno possibili fino a quando anche Azerbaijan e Armenia non faranno progressi analoghi nelle loro relazioni bilaterali.

Parlando con i giornalisti dopo l’incontro Kiliç-Rubinyan, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan si è detto fiducioso che il trattato di pace tra Yerevan e Baku, finalizzato a marzo e sottoscritto ad agosto, possa essere concluso nella prima metà del 2026. Ne seguirebbe immediatamente la normalizzazione delle relazioni, e quindi anche l’apertura dell’intero confine tra Armenia e Turchia. Naturalmente, Yerevan auspica che il confine possa essere riaperto prima, sperando di poter beneficiare di nuove rotte commerciali.

In passato, qualsiasi apertura del confine si è rivelata un gesto meramente simbolico. Nel 2023, uno dei due confini dell’Armenia con la Turchia è stato temporaneamente riaperto per permettere la consegna di aiuti alla Turchia colpita dal terremoto. Poi all’inizio di quest’anno, lo stesso è accaduto per consentire il trasporto di aiuti umanitari dall’Armenia alla Siria. Già nei primi anni ’90, durante la guerra del Karabakh, la Turchia aveva consentito il trasporto temporaneo di grano in Armenia, a quel tempo alle prese con una grave carenza di cereali.

Al termine dell’incontro dello scorso 12 settembre tra l’inviato speciale armeno e il suo omologo turco, le due parti hanno diffuso un comunicato stampa di una sola pagina, ribadendo il proprio impegno per promuovere la normalizzazione delle relazioni bilaterali. Nel comunicato si parla del ripristino della ferrovia Kars-Gyumri, a lungo inattiva, dell’apertura del confine a cittadini e diplomatici di paesi terzi, ma anche dell’intenzione di rafforzare gli scambi accademici e introdurre ulteriori voli diretti. Ci sono già voli tra Yerevan e Istanbul, introdotti per la prima volta a metà degli anni ‘90.

A fine agosto, Pashinyan si è recato in Cina attraversando lo spazio aereo dell’Azerbaijan ed è stato fotografato mentre parlava allegramente con Aliyev al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Anche le loro mogli, Anna Hakobyan e Mehriban Aliyeva, sono state fotografate insieme ad Emine Erdoğan, moglie del presidente turco. Queste immagini, senza precedenti, sono state ampiamente condivise online e, a quanto pare, create appositamente per inviare un segnale positivo ai cittadini dei tre paesi da tempo ormai abituati all’ostilità.

La normalizzazione delle relazioni comporta però un prezzo politico da pagare. A settembre, il governo armeno ha annunciato che l’immagine del Monte Ararat, noto in Turchia come Monte Ağrı, verrà rimosso dai timbri di frontiera armeni a partire da novembre. La decisione, da molti interpretata come un tentativo di evitare simboli in cui Ankara vede rivendicazioni territoriali, ha provocato una valanga di critiche dell’opposizione armena. Alcuni hanno osservato che la decisione è giunta il giorno prima della visita di Kiliç a Yerevan. Pashinyan ha negato qualsiasi collegamento tra i due eventi.

Qualunque sia la ragione, la decisione di rimuovere l’immagine del Monte Ararat è l’ennesima prova della delicata operazione di bilanciamento portata avanti da Pashinyan, il cui destino politico è strettamente legato alla sua “agenda di pace”.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche, fissate a giugno 2026, il premier armeno, alle prese con un calo di consensi inaudito, spera di compiere progressi tangibili in termini di integrità e connettività regionale. Le forze di opposizione hanno già iniziato a presentare le concessioni fatte da Pashinyan come un tradimento dell’identità nazionale.

Ironicamente, era stato il governo guidato dal partito dell’ex presidente armeno Serzh Sargsyan – oggi la seconda forza di opposizione all’Assemblea nazionale armena – a tentare per primo di normalizzare le relazioni con Ankara. I protocolli di Zurigo del 2009 erano falliti a causa della resistenza politica sia in Armenia che in Turchia, ma anche per via dei disaccordi sulla storia e sulla risoluzione del conflitto con l’Azerbaijan.

Ci sono però sempre state relazioni informali tra Armenia e Turchia. I marchi turchi, ad esempio, sono facilmente reperibili a Yerevan e molti armeni lavorano illegalmente in Turchia.

I prossimi mesi saranno cruciali. Se da un lato Yerevan si dice pronta a firmare immediatamente un trattato di pace con Baku, quest’ultima continua a chiedere che la Costituzione armena venga modificata. La Turchia invece insiste sulla necessità di aspettare un accordo di pace tra Baku e Yerevan prima di normalizzare le sue relazioni con l’Armenia. Ad ogni modo, i due processi potrebbero convergere nella prima metà del 2026, in vista delle elezioni armene.

Per Pashinyan, la posta in gioco è alta. Considerando che la sua popolarità è crollata drasticamente dal 2018, il premier armeno spera di assicurarsi un futuro politico firmando un accordo di pace con Baku.

Per Aliyev ed Erdoğan, il successo del processo di normalizzazione delle relazioni con l’Armenia significherebbe le possibilità di espandere la propria influenza nella regione e di aprire nuove opportunità economiche. Per Washington, invece, rappresenterebbe un inaspettato trionfo diplomatico, in un momento, come quello attuale, in cui gli sforzi per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina vacillano. Dopo decenni di conflitto, anche un cauto ottimismo segna un passo avanti.

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Jerevan: l’ambasciatore Ferranti a colloquio con il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali Torosyan (Aise 25.09.25)

JEREVAN\ aise\ – L’ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, ha incontrato ieri, mercoledì 24 settembre, il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali della Repubblica di Armenia, Arsen Torosyan.
Nel congratularsi con il ministro Torosyan per la recente nomina, l’ambasciatore Ferranti ha ribadito l’importanza della cooperazione tra Italia e Armenia nel campo del lavoro e della protezione sociale, ricordando la fruttuosa recente visita del ministro Locatelli in Armenia.
Ferranti ha voluto evidenziare il ruolo fondante del lavoro nella genesi della Repubblica Italiana, facendo riferimento all’Articolo 1 della Costituzione. Il ministro Torosyan, da parte sua, ha osservato che il Governo della Repubblica di Armenia attribuisce massima priorità al lavoro come prerequisito fondamentale per il superamento della povertà e per l’indipendenza delle persone. Torosyan ha sottolineato che negli ultimi sette anni sono stati creati circa 200.000 nuovi posti di lavoro in Armenia, il che ha contribuito sensibilmente ad aumentare il benessere e le prospettive dei cittadini armeni.
Ancora, il ministro armeno ha sottolineato l’importanza dell’assistenza continua da parte dello Stato alle persone con disabilità e ai più vulnerabili, al fine di garantire la loro piena inclusione sociale e realizzazione personale.
Nel corso dell’incontro le parti hanno inoltre discusso una serie di altre questioni relative all’agenda bilaterale e multilaterale, focalizzandosi sull’importanza dell’ulteriore approfondimento della cooperazione fra i due Paesi. (aise)

Il Monte Ararat sparisce dai timbri dei passaporti armeni, sdegno social (Avvenire 25.09.25)

Il simbolo patriottico per eccellenza, malgrado il monte sia ormai in territorio turco, per accordi diplomatici non sarà più utilizzabile per visti e timbri. Ma non tutti sono d’accordo

Ivan Aivazovskij, Discesa di Noè dal Monte Ararat, 1889. Olio su tela, cm 128x117. Erevan, Galleria Nazionale dell'Armenia.

Ivan Aivazovskij, Discesa di Noè dal Monte Ararat, 1889. Olio su tela, cm 128×117. Erevan, Galleria Nazionale dell’Armenia. – Ansa

In un mondo dove i nazionalismi sembrano aver preso il sopravvento sulla ragione, si litiga anche per una montagna disegnata, anche se non è decisamente una qualunque. Il Monte Ararat è un luogo simbolo della tradizione cristiana e in particolare di quella armena. Ma c’è un piccolo particolare: dal 1921 si trova sul territorio della Turchia, che lo assorbì con il trattato di Kars.

Come noto, la Mezzaluna con gli armeni ha qualche problema irrisolto legato al genocidio del 1915, mai riconosciuto e costato la vita a un milione di persone. Ankara, che quanto a nazionalismo non ha nulla da imparare dal resto del mondo, ha sempre criticato il fatto che Erevan utilizzasse l’immagine dell’Ararat, stilizzata o di profilo che fosse, come simbolo identitario. Alla montagna “degli armeni” sono pure dedicate una marca di sigarette e un liquore famoso in tutto il mondo. La si trovava sulle magliette dei calciatori della nazionale, sui timbri dei passaporti.

Poi è arrivata la guerra in Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaigian, quest’ultimo grande alleato della Turchia per motivi storici, religiosi e culturali (fra i quali è da inserire il sentimento antiarmeno). Baku, supportata da Ankara in modo determinante, è riuscita a cacciare le comunità armene che vivevano nella enclave da secoli, creando una pesante situazione di instabilità nel Caucaso del sud, con Erevan che, stretta fra i due nemici storici e la sua volontà di smarcarsi dalla Russia, era sicuramente quella nella posizione più debole.

Qui entrano in gioco gli Stati Uniti di Trump, che avviano un processo di normalizzazione dei rapporti, non senza conseguenze per Erevan, che però aveva bisogno di un accordo per evitare l’isolamento geografico e politico e aprire la sua economia all’estero e non più solo a Mosca. E qui arriva anche il balzello da pagare. La sagoma dell’Ararat sparirà dai timbri sui passaporti dal prossimo novembre. E nel Paese la cosa non è piaciuta. Il premier, Nikol Pashiyan, sapeva a che cosa sarebbe andato incontro e, nell’annunciare la decisione alla nazione, ha sottolineato: «Il nostro compito è prendere decisioni che possano garantire la sicurezza nazionale e i nostri confini non solo oggi, ma per un secolo».

Mettere le mani avanti, però, non è servito a niente. L’opposizione, che già in occasione della guerra in Nagorno-Karabakh aveva accusato il primo ministro di essere troppo debole, ha protestato, portandosi dietro una buona fetta di opinione pubblica per la quale, evidentemente, l’Ararat non è solo una montagna. Ci sono state azioni formali e l’immancabile ondata di sdegno sui social, soprattutto da parte degli abitanti della capitale, che vedono la sagoma della montagna “patriottica” dalle loro finestre.

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Le sette guerre “concluse” da Trump: quali sono e perché non è del tutto vero (Avvenire 24.09.25)

Un posto al sole. Dei Nobel per la Pace. Magari al fianco di Nelson Mandela, del Dalai Lama o di Martin Luther King. È l’ambizione massima di Donald Trump. Di più, quasi un’ossessione, che però cozza spesso con la realtà e, altrettanto frequentemente, frana dinanzi alla affermazioni roboanti a cui il presidente a stelle e strisce ci ha abituati e alla facilità con cui l’inquilino della Casa Bianca si attribuisce questo o quel successo diplomatico.

Ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il capo della Casa Bianca si è appuntato al petto la medaglia di aver posto fine a “sette guerre” (erano sei fino al mese scorso… ) in sette mese di presidenza. Un modo per “nascondere” il mancato obiettivo di fermare le armi in Ucraina, traguardo che prima di essere eletto aveva garantito di raggiungere nel giro di 24 ore?

Ma i successi sbandierati da Trump sembrano scollati dalla realtà. Il presidente ha davvero chiuso sette guerre come pretende, vale a dire i conflitti tra Israele e Iran, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Serbia e Kosovo, Egitto ed Etiopia e Armenia e Azerbaigian? In realtà Trump ha “supervisionato accordi temporanei o parziali in sette conflitti”, ma nel computo vanno inseriti anche quelli raggiunti durante il suo primo mandato.

Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto, da anni impegnati in un braccio di ferro sulla diga etiope Grand Ethiopian Renaissance Dam sul Nilo, che secondo il Cairo minacciare il suo approvvigionamento idrico.

L’altra crisi “risolta” durante il primo mandato di Trump è quella tra Serbia e Kosovo: l’accordo “di normalizzazione economica” risale al 2020. Ma le tensioni tra i due Paesi sono tutt’altro che risolte.

Mentre sembra tenere la tregua tra Cambogia e Thailandia, grazie anche all’occhialuta vigilanza della Cina. La narrazione trumpiana scricchiola anche sull’accordo raggiunto tra India e Pakistan, dopo le giornate infuocate dello scorso maggio in occasione dell’ennesima crisi per il Kashmir: New Delhi nega – come ricorda il Guardian – che Trump abbia avuto alcun ruolo nel raggiungimento del cessate il fuoco. Politico invita, poi, a un distinguo fondamentale: la fine degli scontri armati non necessariamente coincide con una reale pacificazione che “spenga”, in maniera definitiva, la possibilità e i motivi di una guerra.

È il caso del conflitto tra Israele e Iran che appare più congelato che risolto, peraltro solo dopo l’intervento militare a stelle e strisce. Vacilla anche la “pace” raggiunta tra il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo, minata da troppe incognite. Ultima, in ordine di tempo: la decisione dei ribelli del M23, che hanno in mano la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, di abbandonare i colloqui di pace con il governo. Il tycoon ha comunque strappato, in questa occasione, un accordo sulle terre rare, facendo uno sgambetto alla Cina e non obliando mai la sua vocazione agli affari.

Infine, c’è sul piatto la pacificazione tra Armenia e Azerbaigian: all’inizio di agosto i leader dei due Paesi hanno firmato un accordo di pace. La location? La Casa Bianca. Un successo per Trump anche dal punto di vista economico: come riportato dalla Reuters, l’Armenia prevede di concedere agli Stati Uniti diritti esclusivi di sviluppo speciale per un periodo prolungato sul corridoio di transito, la “Trump Route for International Peace and Prosperity”. Resta il “buco nero” dell’Ucraina. Per Trump “il pacificatore” la partita più difficile.

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Fact-checking: Trump e le sette guerre fantasma (Spondasud)

Donald Trump non ha posto fine a 7 guerre “interminabili”

 

Armenia, terra di monasteri e meraviglie nascoste tra Caucaso e tradizione millenaria (Nonewsmagazine 22.09.25)

Nel silenzio delle montagne caucasiche, dove l’eco della storia risuona tra pietre levigate dal tempo, si apre uno scenario che sfida l’immaginazione: l’Armenia. Questo piccolo paese, custode di un patrimonio culturale straordinario, si rivela al viaggiatore come un libro aperto le cui pagine raccontano millenni di fede, arte e resistenza. Un territorio dove ogni pietra sussurra storie antiche e dove l’architettura sacra raggiunge vette di sublime bellezza.

Il volto antico di Yerevan nella modernità

La capitale Yerevan si presenta come una delle città continuamente abitate più antiche del mondo, con una storia che affonda le radici nell’VIII secolo avanti Cristo. Le sue vie lastricatein tuf rosa – la caratteristica pietra vulcanica locale – creano un’atmosfera unica dove antico e contemporaneo si fondono armoniosamente. Il Teatro dell’Opera, maestoso edificio in stile neoclassico, si erge come simbolo della rinascita culturale armena, mentre la monumentale Cascade offre una prospettiva privilegiata sul biblico monte Ararat, montagna sacra che, pur trovandosi oggi in territorio turco, continua a dominare l’orizzonte e l’immaginario collettivo armeno.

Il Matenadaran, repository di manoscritti antichi, custodisce tesori inestimabili della letteratura e del pensiero armeno. Tra le sue sale si conservano codici miniati che testimoniano la raffinatezza artistica raggiunta dai copisti medievali, veri maestri nell’arte della calligrafia e dell’illustrazione.

 

 

Garni e Geghard: dove paganesimo e cristianesimo si incontrano

A una trentina di chilometri dalla capitale, il tempio di Garni rappresenta un unicum nel panorama armeno: l’unico tempio pagano ellenistico sopravvissuto in Armenia. Questo gioiello architettonico del I secolo dopo Cristo, dedicato al dio del sole Mihr, testimonia la complessa stratificazione culturale del paese. Le sue colonne doriche si stagliano contro il cielo in un perfetto equilibrio di proporzioni che richiama l’arte classica greca.

Poco distante, il monastero di Geghard si rivela come un rinomato centro ecclesiastico e culturale dell’Armenia medievale, dove convivevano scuola, scriptorium, biblioteca e celle rupestri per il clero. Il monastero è patrimonio UNESCO e sorge sul sito di una sorgente sacra in una grotta che scorre ancora oggi. Il nome “Geghard”, che significa “lancia”, deriva dalla reliquia della lancia che secondo la tradizione ferì Cristo, custodita in passato tra queste mura e oggi conservata a Echmiadzin.

La Sinfonia delle Pietre, formazione geologica unica nella gola del fiume Azat, completa questo trittico di meraviglie naturali e architettoniche, offrendo uno spettacolo geologico di colonne basaltiche che la natura ha scolpito in forme che ricordano le canne di un organo monumentale.

I giganti della spiritualità armena: Haghpat e Sanahin

Nella regione settentrionale di Lori, i monasteri di Haghpat e Sanahin rappresentano l’apice dell’architettura religiosa armena. Situati nella regione di Lori, questi monasteri furono importanti centri di diffusione culturale durante il periodo di prosperità della dinastia Kiurikian (secoli X-XIII). Sanahin divenne famoso per la sua scuola di illuminatori e calligrafi, e come collegio di religione, filosofia e scienza.

Il nome Sanahin si traduce letteralmente dall’armeno come “questo è più antico di quello”, presumibilmente rivendicando di essere un monastero più antico del vicino monastero di Haghpat. Questa rivalità costruttiva tra i due complessi ha prodotto capolavori architettonici che ancora oggi stupiscono per la loro audacia progettuale e la raffinatezza decorativa.

La culla del cristianesimo: Echmiadzin

Echmiadzin rappresenta il battito spirituale dell’Armenia, sede della Chiesa Apostolica Armena e una delle cattedrali più antiche del mondo cristiano. Secondo la leggenda, fu San Gregorio Illuminatore a fondare questo luogo sacro nel 301 d.C., facendo dell’Armenia il primo stato ufficialmente cristiano della storia. All’interno del suo museo si conservano reliquie di inestimabile valore, tra cui frammenti dell’Arca di Noè e la Sacra Lancia.

Tra vigneti millenari e monasteri rupestri nel sud

Il monastero di Khor Virap, situato ai piedi del monte Ararat, offre una delle panoramiche più iconiche dell’Armenia. Da qui, la vista sulla montagna biblica – dove secondo la tradizione si arenò l’Arca di Noè – assume connotazioni quasi mistiche.

Il villaggio di Areni custodisce segreti enologici millenari: qui gli archeologi hanno scoperto la cantina più antica del mondo, datata 6.100 anni fa, testimonianza di una tradizione vitivinicola che continua ininterrotta ancora oggi. I vitigni autoctoni come il Sev Areni producono vini dal carattere unico, espressione autentica del terroir armeno.

Il monastero di Noravank, incastonato in una stretta gola rocciosa, stupisce per le sue architetture in pietra rossa che si fondono armoniosamente con l’ambiente circostante, creando un effetto cromatico di rara suggestione.

Tatev: il volo verso la spiritualità

Il monastero di Tatev, raggiungibile attraverso la funivia reversibile più lunga del mondo – la Wings of Tatev – rappresenta il gran finale di ogni viaggio in Armenia. Questo complesso del IX secolo, arroccato su uno sperone roccioso che domina la gola del fiume Vorotan, è stato uno dei più importanti centri spirituali e culturali dell’Armenia medievale. L’università medievale di Tatev formò generazioni di teologi, filosofi e artisti, diffondendo la cultura armena in tutto il Caucaso e oltre.

Un patrimonio da salvaguardare

L’Armenia custodisce tre siti UNESCO – tutti monasteri e chiese, riflesso dell’importanza fondamentale della fede nella cultura del paese. Ogni pietra di questi monumenti racconta la resilienza di un popolo che ha saputo preservare la propria identità attraverso secoli di dominazioni straniere e persecuzioni.

Viaggiare in Armenia significa immergersi in un museo a cielo aperto dove architettura, natura e spiritualità si intrecciano in un’esperienza che tocca l’anima. È un paese che non si limita a mostrare le proprie bellezze, ma le racconta, le sussurra, le incide nella memoria di chi ha la fortuna di percorrere i suoi sentieri millenari.

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Perché dovresti fare un viaggio in Armenia adesso: un giro tra monasteri, montagne e fascino unico

Antonia Arslan: “Le proteste pro Gaza sono il frutto dell’odio di sé occidentale” (Il Foglio 22.09.25)

Si protesta per la Palestina, ma si ignora tutto il resto. Dal Sudan all’Armenia. Il motivo? “Israele rappresenta l’avamposto dell’Occidente. Alla base di questi cortei è l’odio di sé”,  dice la scrittrice italiana di origini armene

“Come mai si protesta per Gaza e solo per Gaza? Il motivo è semplice, se parliamo di università”. E qual è? “E’ perché gli studenti sono stati, per così dire, ‘lavorati’. Sono stati ammaestrati accuratamente dal 7 ottobre a oggi”. A parlare al Foglio è la scrittrice italiana di origini armene Antonia Arslan.  Già docente di Letteratura a Padova, autrice di romanzi di successo come “La masseria delle allodole” (Rizzoli), Arslan spiega che  “Israele ha perso la guerra della propaganda”. La guerra delle immagini, intende? “Sì. Al punto che mi domando se non sia stato un errore non pubblicizzare le foto delle donne e dei neonati trucidati. Per quanto io non creda che dietro le proteste ci sia solo un latente antisemitismo…”. In effetti, professoressa, c’è forse qualcosa di più generico, di più superficiale. E tuttavia di altrettanto potente. Non crede? “Avendo frequentato molto le università americane, tendo a credere che la radice delle proteste pro Gaza, sempre più violente, sia un esito ovvio dell’odio di sé che spiega perché si protesta per i gazawi e non per i cristiani perseguitati in Nigeria”.

Non antisemitismo, dunque, bensì anti occidentalismo. “Proprio così. E’ un odio di sé coltivato. Soprattutto nelle facoltà e nei dipartimenti umanistici delle accademie occidentali, dove si sono prese a modello le elaborazioni francesi degli anni Sessanta e Settanta. Teorie nichiliste che sono diventate i nuovi vangeli della modernità. Voglio dire: i ragazzi che protestano fuori dalle scuole o dagli atenei sono privi di qualsiasi barriera morale e religiosa. Magari sono battezzati, certo, ma ignorano i cardini del Cristianesimo e del Cattolicesimo”. Che diventa, appunto, un Cattolicesimo-zombi. “Sono i figli di una cultura vuota. Senza forza e senza sostanza. Destinata, in altre parole, a essere sconfitta”.

Si avversa dunque Israele perché lo si considera l’avamposto dell’Occidente? “Sì. Il nemico non è tanto l’ebreo, quanto l’Occidente. Penso alle università americane, appunto. Sei anni fa, in Georgia, mi colpì l’esistenza dei cosiddetti safe spaces…”. Dei luoghi fisici o virtuali pensati, in teoria, per il supporto di persone soggette a discriminazioni, molestie, disagi legati all’identità di genere, all’orientamento sessuale, all’etnia o ad altre vulnerabilità. Perché la colpirono? “I safe spaces hanno contribuito a un lavorio sotterraneo verso un banale nichilismo. Il quale, a sua volta, non ha retto”. Forse perché il vuoto, in cultura come in natura, non regge. “E così dal nichilismo si è passati di colpo alla nostalgia per una guida forte che però si rivolge a Oriente. E che, oso dire, si traduce nell’islamofilia generalizzata e nei cortei pro Gaza”.

Il conflitto è certamente crudele: a Gaza, oggi, risultano morti 66.000 palestinesi. Lo sconcerto collettivo trova un correlativo oggettivo nei numeri. “Nelle università a volte si protesta per ragioni fondate. Altre volte sono puri pretesti”.  Giusto ieri una parte dei docenti della Sapienza recapitava una lettera alla rettrice Antonella Polimeni per cessare le collaborazioni con Israele. Ecco. Il sospetto che si tratti appunto di pretesti s’insinua, a maggior ragione, se si considerano gli altri conflitti in corso. Le altre guerre rispetto alle quali né la stampa né il corpo accademico paiono accorarsi. Secondo l’Onu la guerra civile sudanese, dal 2023, ha determinato la morte di 150.000 persone. Molte donne sono state massacrate in stupri etnici. Eppure il silenzio ovatta quest’altro sangue. Perché? “Le ragioni sono storiche e geografiche. Ma alla base è sempre l’odio di sé di cui parlavo prima. Il conflitto israelo-palestinese accende una partigianeria antica, mai sopita, tra Oriente e Occidente. Penso poi all’uso della parola genocidio…”. Parola che lei ben conosce. “Parola coniata nel 1944 da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica, a proposito del caso armeno. La sua invenzione fu il frutto di una gestazione e di uno studio lunghi vent’anni. Il genocidio, secondo la definizione di Lemkin, è un tipo specifico di massacro. E’ l’eliminazione di una parte del ‘proprio’ popolo, e cioè di una minoranza, secondo la metafora diffusa al tempo di Lemkin del contadino che dispone a suo piacimento delle proprie galline”. Delle minoranze, appunto. “Se gli arabi possono vivere in Israele, quello contro i gazawi è tecnicamente un eccidio, un massacro. Genocidio è una parola in voga, lo capisco, ma è scorretta. Ciò detto, è vero: di alcuni fatti non si parla. Penso ancora all’Artsakh”.  Artsakh o Nagorno Karabakh. Regione di popolazione armena tornata sotto il controllo dell’Azerbaijan dopo l’ultima offensiva del 2023. Una vittoria, quella azera, che ha provocato l’esodo di migliaia di abitanti. “Il caso dell’Artsakh è la manifestazione della potenza bellica della Turchia. Del tentativo di Erdogan, cioè, di raggiungere via terra non tanto gli azeri ma la praterie degli stati islamici ex sovietici: Kazakistan, Turkmenistan… Ed è un progetto che riuscirà nell’insipienza di tutte le cancellerie occidentali, Figurarsi delle università. Notoriamente poco sensibili alle comunità cristiane”.

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Trump e la geografia, ancora una gaffe: “Guerra tra Cambogia e Armenia” – Video (Adnkronos 21.09.25)

Dopo la guerra tra Azerbaigian e Albania, Donald Trump ‘inventa’ il conflitto Cambogia e Armenia. Il presidente degli Stati Uniti interviene all’American Cornerstone Institute e, come di consueto, elenca i successi ottenuti come mediatore internazionale dall’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca.

Trump inizia ricordando l’accordo tra Armenia e Azerbaigian, sancito nello Studio Ovale. “Era una situazione che andava avanti da anni”, dice il presidente degli Stati Uniti, che rapidamente perde il controllo del mappamondo: “Cambogia e Armenia… Avevano appena iniziato ed era una situazione pessima”, dice con un mix tra Caucaso e Sud-Est asiatico.

La nuova gaffe geografica arriva a pochi giorni dal precedente deragliamento. Durante la conferenza stampa a Londra con premier britannico Keri Starmer, infatti, Trump ha rivendicato i meriti per aver posto fine al conflitto tra ‘Aber Baijan’ e Albania, chiamando in causa Tirana per la terza volta in poche settimane. In realtà, ovviamente, si trattava di Azerbaigian e Armenia.

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Issata la bandiera armena su Palazzo di Città (Rainews 21.09.25)

Il tricolore armeno accanto a quello italiano sul balcone del Palazzo di Città di Bari, alla presenza del decano della comunità Rupen Timurian, come un ponte ideale tra due popoli uniti da storia, cultura e valori condivisi. La cerimonia dell’alzabandiera è stata organizzata e presieduta dal Consolato Onorario della Repubblica di Armenia a Bari. Un segno di affetto e riconoscimento verso il popolo armeno, la sua storia millenaria, e, soprattutto, la presenza radicata nella città di Bari, si legge in una nota. Un primo evento in vista del prossimo 28 settembre 2025, quando ricorrerà il primo anniversario dell’apertura del Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia a Bari.


Issata la bandiera armena sul Palazzo Comunale di Bari

Assieme al Console Onorario della Repubblica di Armenia a Bari, nell’occasione, sono intervenuti Carlo CoppolaSiranush Quaranta e Tito Quaranta. L’iniziativa è stata resa possibile grazie alla richiesta avanzata nei giorni scorsi dal Consolato Onorario, prontamente accolta dal Sindaco e dall’Amministrazione comunale di Bari.

Il gesto rappresenta un segno concreto di affetto e riconoscimento verso il popolo armeno, la sua storia millenaria, la straordinaria resilienza dimostrata nei secoli e, soprattutto, la presenza radicata nella città di Bari.

I legami tra la città pugliese e l’Armenia hanno infatti radici profonde nella storia, documentati da fonti che risalgono almeno alla fine dell’VIII secolo. La presenza armena nella città pugliese è testimoniata da documenti che attestano la presenza di una comunità armena almeno dalla seconda generazione, quindi dal tardo IX secolo. A testimonianza di questa connessione, la città custodisce il più antico documento redatto in alfabeto armeno presente sul suolo italiano, simbolo tangibile di una presenza che attraversa i millenni. Anche il primo beneficato da San Nicola una volta giunto a Bari fu il giudice armeno Curcorio, forse anche tra gli organizzatori dell’impresa per il trafugamento delle reliquie del Santo dalla Lidia.

Nel XX secolo, la presenza armena a Bari visse un nuovo capitolo di straordinaria importanza. Il poeta Hrand Nazariantz (1880-1962), negli anni Venti del Novecento, grazie all’iniziativa del poeta armeno e del filantropo Umberto Zanotti Bianco, nacque il villaggio “Nor Arax” (Nuovo Arax) alle porte di Bari, che nel 1924 accolse poco più di un centinaio di profughi armeni scampati al genocidio. Questi connazionali fecero rinascere l’arte della confezione dei celebri tappeti armeni, creando un’importante realtà produttiva che contribuì all’economia locale e mantenne vive le tradizioni artigianali armene.

In questa veste la cerimonia odierna ha assunto particolare significato in vista del prossimo 28 settembre 2025, giorno in cui ricorrerà il primo anniversario dell’apertura del Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia a Bari. Questo importante traguardo è stato raggiunto grazie al sostegno delle più alte cariche amministrative e degli esponenti della società civile del capoluogo pugliese e dell’intero territorio regionale.

Il tricolore armeno ha sventolato per tutta la giornata di domenica 21 settembre 2025 accanto alla bandiera italiana, rappresentando un ponte ideale tra due popoli uniti da storia, cultura e valori condivisi.

Il Consolato Onorario Armeno a Bari ha voluto inviare infine uno speciale ringraziamento al Sig. Gino, prezioso collaboratore del Comune che con spirito di amicizia ha contribuito alle operazioni tecniche di innalzamento della bandiera.

Gazzetta Diplomatica