Geopolitica del Caucaso e dell’Asia Centrale ex Sovietica (Notizie Geopolitiche 21.09.25)

di Paolo Falconio * –

La recente crisi tra Russia e Azerbaigian, scatenata dall’uccisione dei cittadini russi Zieddin e Huseyn Safarov, di etnia azera, durante un’operazione di polizia russa contro reti criminali azere ha provocato una rapida escalation diplomatica e mediatica. La risposta di Baku, che include un blitz negli uffici di Sputnik (una stazione televisiva), arresti e l’umiliazione pubblica di cittadini russi fatti sfilare per le strade con evidenti segni di violenza, va oltre la semplice ritorsione: segnala una più profonda ridefinizione degli equilibri eurasiatici.
Al centro dell’episodio si trova un asse commerciale che si andrebbe ad affiancare al TRACECA (Europe-Caucasus-Asia Transport Corridor) superando i problemi operativi di quest’ultimo. Più precisamente, il premio è il Corridoio di Zangezur. L’accordo firmato da Armenia, Turchia e Azerbaigian ha riacceso l’interesse strategico nella regione. Questo passaggio, che collega il Mar Nero al Caspio e all’Asia centrale, è cruciale per le rotte energetiche e commerciali. In senso inverso, funge da canale diretto verso l’Europa, bypassando Russia e Iran. Il corridoio passerebbe per la provincia armena del Syunik (Zangezur), che attualmente separa la Turchia dall’Azerbaigian. In sostanza aprirebbe un corridoio logistico e militare senza precedenti. Questa regione dell’Armenia (il Syunik) separa l’Azerbaigian dalla sua enclave del Nakhchivan e dalla Turchia, rendendola vitale per le ambizioni regionali di Baku e Ankara. Tuttavia, se tradizionalmente è stata sempre la Russia a garantire gli accordi nell’ex impero sovietico, l’Armenia (con il placet dell’Azerbaijan) si è mostrata favorevole rispetto alla proposta statunitense di un contingente volto a garantire la sicurezza della linea del corridoio in territorio armeno lunga 43 chilometri per un periodo di 100 anni. Un business che garantirebbe agli Usa dai 50 ai 100 miliardi di dollari ogni anno.
Parallelamente quindi si delinea una traiettoria strategica volta a consolidare un asse che, oltre a rafforzare la connettività regionale, concorre all’attuazione della dottrina statunitense di contenimento di una possibile riaffermazione della Russia quale potenza globale, come evidenziato nel rapporto della Rand Corporation del 2018. In tale prospettiva la nuova possibile postura azero armena non solo potrebbe ridefinire la geografia delle alleanze euroasiatiche, ma configurerebbe un potenziale fronte meridionale, complementare a quello già operativo in Ucraina, contribuendo così alla pressione multilaterale esercitata lungo l’arco post-sovietico.
Questo progetto sarebbe sostenuto da un asse anglo-americano, con la Turchia come attore operativo e Israele come beneficiario indiretto. L’obiettivo finale sarebbe quello di inglobare Armenia e Azerbaijan nell’orbita occidentale, sottraendole all’area di influenza russa, rompendo anche la continuità territoriale con l’Iran, che verrebbe indebolito ulteriormente. L’Iran infatti si troverebbe di fronte una duplice minaccia. La presenza di militari o contractors americani a ridosso del suo confine a nord (il passaggio infatti corre lungo il confine fra Armenia e Iran), un nord abitato dalla componente azero-iraniana, cosa che costituirebbe per Teheran una minaccia potenzialmente mortale in considerazione della volontà della CIA e di Israele di sollevare la popolazione azera dell’Iran (anche se l’operazione non tiene conto che la componente azero-iraniana occupa la cuspide del potere assieme a quella persiana e senza contare che l’Iran è vitale per la Cina). In secondo luogo potenzialmente potrebbe essere in grado di marginalizzare il ruolo dell’Iran come perno del nastro trasportatore del commercio indo russo, ma anche indo caucasico. Dobbiamo ricordare che le merci scelgono la via più breve. Insomma l’Iran percepisce il corridoio come un accerchiamento militare e commerciale ed è improbabile che rimanga a guardare. Parimenti improbabile che la Russia rimanga inerte di fronte allo scivolamento nell’area occidentale di due delle sue ex repubbliche, addirittura accettando una presenza militare americana. Il Caucaso è considerato vitale per i russi, e si potrebbe replicare ciò che è avvenuto in Ucraina, ad eccezione del fatto che l’Azerbaijan è una piccola Nazione e per l’occidente è molto più complesso proiettare potenza nella regione. Infine la possibile gestione statunitense del corridoio di Zangezur é uno scenario chiaramente inviso a Cina, Russia ed Iran, che cercano di stabilire rotte fuori dal controllo degli Usa.
Ad ogni modo, tutto ciò si tradurrebbe nella possibilità per l’occidente, e opportunisticamente per la Turchia, di avere una base di lancio per una proiezione di influenza che crei un effetto domino sulle altre repubbliche centro asiatiche. Una zona del mondo dove gli Usa non hanno un vero e proprio ruolo.
Una Turchia, che dal canto suo avrebbe l’opportunità di realizzare il progetto pan-turco del “Grande Turan”, in cui Ankara diventerebbe un hub strategico tra Europa e Asia Centrale.
Ma il “Grande Turan” è un concetto molto più ampio. Il Turan (letteralmente Terra di Tur) viene geograficamente identificato come il “bassopiano turanico” e include deserti come il Kara-Kum e il Kizyl-Kum, il Lago d’Aral e regioni oggi divise tra Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan e altre repubbliche dell’ex Urss. Nel periodo timuride, il nome “Turan” fu adottato da Tamerlano per designare il suo impero turco-mongolo, che si estendeva su gran parte dell’Asia centrale e oltre.
Tamerlano si proclamò “Sultano di Turan” e fece scolpire il nome del dominio su una roccia in Kazakistan, legando il concetto a un’idea imperiale e islamica. In epoca moderna, “Gran Turan” è stato ripreso come concetto ideologico nel Turanismo, un movimento che promuove l’unità dei popoli turcofoni e uralo-altaici
Fuori dalla dimensione regionale, il progetto vedrebbe le agenzie di intelligence alimentare le tensioni tra Azerbaijan e Russia, mentre corteggiano un’Armenia che, sentitasi abbandonata dalla Russia impegnata sul fronte ucraino, sembrerebbe aver ceduto alle promesse di ingresso nel club occidentale. Al di là delle promesse, all’Armenia, uscita sconfitta dalla guerra, non è rimasto altro che accettare condizioni molto pesanti, fra cui acconsentire alla costruzione del “corridoio Zangezur” e l’impegno a realizzarne una parte.
Questo è il disegno, ma ci sono molte incognite sulla sua realizzazione.
Prima fra tutte il rafforzamento della presenza russa in Armenia. Sebbene l’Armenia abbia congelato la sua adesione alla CSTO (l’alleanza militare che lega la Federazione Russa principalmente con le ex Repubbliche Sovietiche), secondo l’intelligence militare ucraina la Russia starebbe rafforzando la sua presenza militare in Armenia, in particolare nella base di Gyumri, vicino al confine turco. Questa base resterà operativa e sotto contratto fino al 2044. I rapporti tra i due paesi sono tesi, ma considerando la nuova strategia russa che consente autonomia purché venga preservata la propria sfera d’influenza, è probabile che Mosca non permetterà all’Armenia di passare sul fronte opposto. Inoltre le ormai prossime elezioni politiche in Armenia vedono maggioranza bulgare opporsi all’attuale primo ministro Nikol Pashinyan, che viene accusato di una postura antistorica (la Russia è stata sempre la grande protettrice dell’Armenia), una postura filo occidentale che a detta della maggioranza della popolazione, potrebbe costare l’esistenza stessa dello Stato armeno minacciato dall’Azerbaijan e potenzialmente dalla Turchia. Va ricordato inoltre che al recente vertice della Shanghai Cooperation Organization (CSO), il primo ministro armeno e il presidente russo Vladimir Putin sono sembrati riavvicinarsi. Non da ultimo l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan. Un accordo molto generale, consta di sette articoli (compresi i ringraziamenti) e molte questioni rimangono irrisolte e non si tratta di questioni irrilevanti.
L’idea poi di fare Azerbaijan una base avanzata protetta da truppe turche (cioè NATO) sarebbe un’altra linea rossa a cui Mosca si opporrebbe. In ogni caso il Cremlino, pur avendo convocato l’ambasciatore azero, sembra gestire la questione attraverso canali diplomatici e negoziali, sfruttando l’interdipendenza economica tra le due nazioni. La postura diplomatica russa tuttavia non va fraintesa. La nuova dottrina russa non vuole la NATO (e quindi neanche la Turchia) nelle ex Repubbliche Sovietiche. Recentemente Mosca ha raso al suolo gli impianti produttivi turchi e azeri presenti in Ucraina, cosa che in precedenza non aveva mai fatto. Un messaggio politico molto chiaro legato a questa vicenda e che lascia intendere che Mosca, al di là delle dichiarazioni di circostanza, non intenda rimanere a guardare. Inoltre, sempre con riguardo all’effetto domino, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan aderiscono alla CSTO, che costituisce un’alleanza militare vera e propria, anche se tale alleanza non è mai riuscita a liberarsi della nomea di essere niente altro che uno strumento della Russia per mantenere il controllo sui suoi ex territori “imperiali”. Ma al di là della percezione, la realtà è che Mosca gode di questa alleanza e mantiene ottimi rapporti anche con l’Uzbekistan (uscito dalla CSTO), e ciò si è visto ad esempio nel conflitto uzbeko tagico. La ratio di tutti questi tentennamenti da parte della CSTO (o per meglio dire, da parte della Russia) ad attivarsi nei conflitti tra Stati ad essa appartenenti e Stati che ne sono usciti si spiega con il fatto che Mosca non ha mai abbandonato l’obiettivo di reintegrare in un’unica sfera d’influenza (quando non nello stato stesso) tutti i territori una volta facenti parti dell’Urss. Insomma l’effetto domino appare un obiettivo quasi utopico: queste repubbliche godono di una certa autonomia, ma non tale da modificare gli assetti geopolitici. Per le Repubbliche centro asiatiche Mosca è il referente politico-militare, la Cina è il referente economico e la dipendenza dai due giganti è difficilmente aggirabile, senza contare che sono strette geograficamente tra i due colossi.
Quanto sopra per significare che anche il “Grande Turan” sognato dalla Turchia (inteso appunto come proiezione turca nel centro Asia) presenta enormi criticità, financo culturali. Nell’Avestā (il corpus dei testi sacri dello zoroastrismo), i turani erano nomadi tra il Caspio e l’Aral, spesso in conflitto con gli arii stanziali. Erano probabilmente di origine ārya, nonostante la successiva identificazione con i turchi. A riprova il suffisso “stan” di questi stati non deriva dal turco, ma dal sanscrito e Turan è un termine di derivazione Iranica. Insomma anche se, ad eccezione del Tagikistan che afferisce più al mondo persiano, sono indubbi i legami con il mondo turco ed etnicamente la presenza di origine turcica (le tribù erano molte) è la più importante, larga parte della popolazione (in alcuni casi fino al 50%) fa parte di un meticciato che va dalle popolazioni originarie fino alle etnie derivanti dalle migrazioni di epoca sovietica. Queste nazioni, spesso governate dalle ex élite sovietiche, anche nel loro tessuto sociale e culturale sono profondamente diverse dall’odierna Turchia. Anzi, le élite stanno riscoprendo la teoria geopolitica di Mackinder e il concetto di Heartland, per legittimare la propria centralità strategica nell’Eurasia.
In questo gioco Russia e Iran possono contare anche sull’India, che non vuole assolutamente il corridoio sotto controllo turco e vede l’Iran come partner strategico per le sue rotte commerciali. Nel 2024 l’India ha firmato un accordo decennale con l’Iran per lo sviluppo e la gestione del porto iraniano di Chabahar, rafforzando così i rapporti con un paese mediorientale strategico.
Quello a cui stiamo assistendo è una reinterpretazione moderna del Grande Gioco ottocentesco, dove la vera partita si gioca tra vecchie e nuove superpotenze, purtroppo con caratteristiche simili al conflitto in Ucraina, nel senso che ha una dimensione strategica esistenziale per la Russia, ma anche per l’Iran. Armenia e Azerbaigian, piccoli attori su una scacchiera globale, rischiano di compromettere la propria sovranità nel tentativo di inserirsi in un nuovo ordine regionale, soprattutto in assenza di reali garanzie di sicurezza occidentali. Infine vi è una Turchia sempre più in difficoltà nel mondo della Umma. Il sogno ottomano e il “Grande Turan” rischiano di naufragare di fronte alle attuali politiche israeliane. Una situazione che potrebbe determinare una frattura profonda tra Ankara e Tel Aviv, con tutto ciò che ne consegue.
Il piano occidentale porta con sé ambizioni in grado di mutare la mappa geopolitica della regione, ma si scontra con ostacoli profondi, dalla resilienza iraniana agli interessi convergenti di Mosca, Pechino e Nuova Delhi, fino alla instabilità della regione
In definitiva il “Grande Gioco” moderno è meno lineare di quello ottocentesco: è fatto di interdipendenze, ambiguità culturali e alleanze fluide. In questa nuova versione le alleanze non sono rigidamente definite e le incognite sono molte. È un periodo di grandi mutamenti, e l’esito finale potrebbe dipendere da come si evolveranno le predette alleanze, così come dalla capacità dei singoli attori di navigare tra i loro interessi contrastanti.

Fonti:
Centro Studi Armeni Italia
Università di Tor Vergata – centro studi e analisi sulla Russia contemporanea
Rapporto Rand Corporation 2018
Notizie Geopolitiche
Rivista Italiana Difesa
Avvenire – Quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana.

* Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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Newsletter #88 – 🇦🇲 Armenia, il viaggio dell’indipendenza: 34 anni dopo (Steady 21.09.25)

Il 21 settembre l’Armenia celebrerà il trentaquattresimo anniversario della sua indipendenza. In questo lasso di tempo relativamente breve il paese del Caucaso meridionale ha vissuto una serie infinita di vicissitudini interne ed esterne.

Per l’occasione abbiamo deciso di dedicare questa newsletter all’Armenia (Si apre in una nuova finestra), raccontandone tanto l’attualità politica, quanto le particolarità culturali, religiose e sportive.

Buona lettura

I trentaquattro anni d’indipendenza dell’Armenia e la rielaborazione dell’identità nazionale

Partiamo con una riflessione sull’attualità politica nel paese, alle prese con un processo di normalizzazione con l’Azerbaigian, che comporta dolorose concessioni e in fase di avvicinamento alle importanti elezioni parlamentari del 2026.

I dimenticati armeni del Nagorno-Karabakh. Intervista al giornalista Simone Zoppellaro

ll 19 settembre 2023 un attacco militare dell’Azerbaigian costringeva alla fuga in Armenia gli oltre 100mila abitanti armeni del Nagorno-Karabakh. A distanza di due anni la vita di queste persone rimane molto precaria. Ne abbiamo parlato con il giornalista Simone Zoppellaro.

Aleksandr Tamanian e l’utopia di Erevan, città-giardino

Al centro della vita culturale e politica dell’Armenia, Erevan è considerata una delle città del mondo continuativamente abitate più antiche. Eppure, passeggiando per vie della capitale, si vedono poche costruzioni che richiamano ai suoi oltre duemila anni di storia.

Il Matendaram di Erevan

Quando si parla di cultura armena, il Matenadaran è un luogo, un’istituzione, un simbolo che non può essere tralasciato. Letteralmente, il suo nome significa “archivio di manoscritti”. Oggi è un’imponente biblioteca, un ricco museo e un prestigioso centro di studi, e lo troviamo nel programma Unesco “Memoria del mondo”.

 

Lo Yazidismo in Armenia e il tempio di Ria Taza

Michele Santolini ci porta alla scoperta di un tempio yazida in Armenia. Il paese del Caucaso rappresenta, infatti, un luogo importante per la tutela e la conservazione della cultura yazida a livello mondiale.

 

Lago Paravani: leggende, reperti sommersi e le comunità armene in Georgia

Il lago Paravani, situato in Georgia meridionale a pochi chilometri dal confine con l’Armenia, è un mosaico di storie: dai reperti sommersi dell’età del Bronzo ai racconti su Santa Nino, fino alle memorie delle comunità armene che abitano questi villaggi remoti.

 

🇦🇲 Per concludere, tre storie calcistiche armene che abbiamo scritto negli ultimi mesi:

 

⚽⛰️ Il calcio in Armenia: sognando un goal nel paese delle cicogne (Si apre in una nuova finestra)

L’epoca di gloria del calcio armeno è lontana, sia per le squadre di club che per la nazionale. Alcuni sviluppi recenti fanno però sperare che le cose possano cambiare.

⛰️⚽ La storia dell’Ararat Erevan che sconfisse il grande Bayern Monaco (Si apre in una nuova finestra)

C’è stato un tempo, breve a dire il vero, in cui l’Armenia è stata il centro calcistico dell’Unione Sovietica. In quel momento, tutti gli appassionati di calcio da Leopoli a Vladivostok conoscevano il nome dell’Ararat Erevan.

⚽⛰️ Henrikh Mkhitaryan: il più forte calciatore armeno di tutti i tempi (Si apre in una nuova finestra)

Ma non tutto è nel passato per il calcio armeno. Ecco la storia, tra sport e politica, di Henrikh Mkhitaryan.

Sul nostro sito trovi un ricco archivio di articoli sull’Armenia (Si apre in una nuova finestra).

ARMENIA. A rischio la costruzione del Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud (Agc Comunication 21.09.25)

Si è tenuto a Teheran l’8 settembre, il terzo incontro trilaterale dei responsabili dei dipartimenti regionali dei Ministeri degli Esteri di Armenia, Iran e India sullo sviluppo del Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud (INSTC)

Le parti hanno prestato particolare attenzione al ruolo del porto iraniano di Chabahar come hub per il movimento merci lungo l’INSTC. La gestione di uno dei terminal del porto di Chabahar è stata trasferita all’India nel 2024 per dieci anni. L’accordo riduce al minimo i rischi associati alle sanzioni occidentali contro l’Iran. Per l’India, la connettività con l’Iran attraverso il Mar Arabico offre un’alternativa alle rotte attraverso il Pakistan.

L’Armenia, collegata al confine iraniano tramite Meghri, svolge il ruolo di ramo occidentale dell’INSTC, che attraversa la Georgia per raggiungere il Mar Nero e la Russia. L’incontro ha anche discusso del progetto armeno “Crocevia del Mondo”, in base al quale tutte le autostrade operano sotto la sovranità degli stati partecipanti.

È qui sono sorti i primi problemi: Yerevan ha concesso agli americani l’accesso ai suoi confini meridionali e il controllo sul “Corridoio di Zangezur” il così detto Sentiero/Ponte di Trump, ciò rende il confine armeno-iraniano estremamente vulnerabile.

Il corridoio che attraversa l’Armenia fa parte del “Corridoio di Mezzo” turco e occidentale, che funge da contrappeso a Russia e Iran, che fanno affidamento sulla Turchia. Una presenza statunitense più forte potrebbe potenzialmente spingere le autorità armene verso progetti occidentali e allontanarle dalla partecipazione attiva al “Corridoio Nord-Sud”, per non parlare del possibile pericolo che gli americani blocchino il confine iraniano.

La Russia ha concepito il progetto Nord-Sud come alternativa al Canale di Suez, collegando i porti indiani con la Russia meridionale e l’Europa. Data la pressione delle sanzioni occidentali, l’importanza della rotta per la Russia sta aumentando.

Tuttavia, l’attuale situazione nel Caucaso meridionale rende l’attuazione del progetto altamente imprevedibile. Questo è esattamente il motivo per cui la perdita della sovranità dell’Armenia sui suoi confini meridionali è così delicata per la Russia. 

A seguire una breve descrizione dei diversi rami del corridoio:

Il Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud (INSTC) è un sistema di trasporto multiforme sviluppato da Iran, Russia e India. Con un’estensione di 7.200 km, il corridoio comprende tre principali rotte e modalità di trasporto:

Corridoio Centrale. Partendo dal porto di Jawaharlal Nehru a Mumbai, questa rotta si collega al porto iraniano di Bandar Abbas, attraversa territori iraniani tra cui Nowshahr, Amirabad e Bandar-e-Anzali, per poi proseguire lungo il Mar Caspio fino a raggiungere i porti russi di Olya e Astrakhan.

Corridoio Occidentale. Questo corridoio collega la rete ferroviaria dell’Azerbaigian all’Iran attraverso i punti di confine di Astara, estendendosi ulteriormente fino al porto indiano di Jawaharlal Nehru attraverso rotte marittime.

Corridoio Orientale. Collegando la Russia all’India, questa rotta attraversa le nazioni dell’Asia centrale di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan.

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«Il popolo armeno dell’Artsakh è stato abbandonato» (Tempi 20.09.25)

A due anni dalla conquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian, i 120 mila armeni cacciati dalla loro terra non hanno ancora potuto fare ritorno. «Non ci può essere pace senza giustizia». Intervista ad Artak Beglaryan, ex ministro di Stato dell’Artsakh
Un armeno commemora il secondo anniversario della guerra del Nagorno-Karabakh
Un armeno commemora il secondo anniversario della guerra del Nagorno-Karabakh (foto Ansa)

«Se gli armeni dell’Artsakh non potranno fare ritorno nella loro terra e se l’Azerbaigian non porrà fine alla sua politica di odio contro di noi, non ci sarà mai pace». Dichiara così a Tempi.it Artak Beglaryan, fondatore e presidente dell’Ong Artsakh Union. Il 20 settembre di due anni fa l’esercito azero, dopo aver affamato per quasi un anno i 120 mila armeni che vivevano nel Nagorno-Karabakh attraverso la chiusura del Corridoio di Lachin, conquistava con un’invasione armata la Repubblica dell’Artsakh, cacciando la sua popolazione e dissolvendo le istituzioni della repubblica armena non riconosciuta a livello internazionale.

Beglaryan, che dell’Artsakh è stato ministro di Stato per un anno dal 2021 al 2022, è tra i tanti armeni che non può fare ritorno nella propria terra a causa delle politiche dittatoriale del presidente azero Ilham Aliyev. «Soprattutto in un giorno come oggi provo dolore e un forte senso di ingiustizia», afferma. «Ma sono determinato a continuare a combattere per i diritti di tutti gli armeni».

Beglaryan, ci sono ancora degli armeni che vivono nel Nagorno-Karabakh occupato dagli azeri?
Meno di dieci armeni sono rimasti e vivono costantemente controllati e umiliati dagli azeri. Si tratta per lo più di anziani o persone con problemi psichiatrici, lasciati completamente da sole.

Che cosa sappiamo degli armeni che sono stati arrestati durante l’invasione?
Ufficialmente, sono 23 gli armeni detenuti nelle prigioni azere dopo essere stati rapiti. Ma sono almeno 80 le persone sparite, catturate dall’Azerbaigian e delle quali non sappiamo più nulla. I 23 detenuti confermati sono stati soggetti a torture e a processi farsa. Nessuna organizzazione internazionale monitora i loro processi e il loro stato di salute. Neanche la Croce Rossa ha potuto visitarli e il suo ufficio è stato chiuso dalle autorità azere.

Una bandiera della Repubblica dell'Artsakh viene issata in Armenia
Una bandiera della Repubblica dell’Artsakh viene issata in Armenia (foto Ansa)

L’Azerbaigian impedisce l’ingresso nel territorio del Nagorno-Karabakh a giornalisti indipendenti, ma dalle immagini satellitari è possibile vedere che molte chiese armene e altri siti cristiani sono stati distrutti. Qual è la situazione?
Il regime di Aliyev continua nella sua politica di distruzione del patrimonio armeno-cristiano con l’obiettivo di falsificare la storia. Diverse chiese sono state completamente rase al suole, altre decine sono state vandalizzate e centinaia di khachkars (croci di pietra – ndr) e altri monumenti sono stati demoliti. Interi villaggi e aree residenziali non esistono più.

Dove e come vivono i 120 mila armeni cacciati dall’Artsakh? Quali sono le loro necessità?
Gli armeni che sono stati costretti a fuggire ora vivono principalmente in Armenia, sparpagliati in diverse comunità. Più di 30 mila persone, circa il 20% del totale, hanno però lasciato l’Armenia a causa delle difficoltà sociali e umanitarie per cercare altrove condizioni di vita migliori e più degne e un futuro sostenibile. Per quanto riguarda coloro che vivono in Armenia, hanno bisogno soprattutto di una casa, di entrate finanziarie stabili e di cure psicologiche.

Gli armeni hanno rinunciato a rientrare nelle loro case nel Nagorno-Karabakh?
No, più dell’80% del nostro popolo desidera fare ritorno in Artsakh e chiede alla comunità internazionale di garantire la sicurezza e adeguate condizioni di vita perché ciò possa accadere.

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Poche settimane fa, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il dittatore azero Ilham Aliyev hanno firmato alla Casa Bianca alla presenza di Donald Trump un accordo per stabilire per sempre la pace tra i due paesi. Che cosa ne pensa?
L’accordo è sbilanciato: tiene in considerazione quasi tutte le richieste dell’Azerbaigian, mentre l’Armenia ha dovuto fare tutte le concessioni. Che cosa ha guadagnato l’Armenia da questo accordo? Niente, mentre l’Azerbaigian ha raggiunto quasi tutti i suoi obiettivi. In cambio, ha in qualche modo lasciato cadere le sue minacce illegali di attaccare di nuovo l’Armenia.

La Russia doveva proteggere l’Armenia, ma non l’ha fatto. Pashinyan spera probabilmente che il coinvolgimento degli Stati Uniti possa garantire la sicurezza degli armeni. Se Baku dovesse attaccare di nuovo Erevan, Trump interverrebbe?
Non penso che esista un leader o uno Stato che invierebbe il proprio esercito per difendere l’Armenia in caso di aggressione. È vero però che l’influenza politica degli Stati Uniti è tale da costituire un deterrente e fermare un’eventuale aggressione azera. La geopolitica del Caucaso meridionale, però, è estremamente complessa, ci sono altre potenze regionali e globali che cercano stabilità e pace e potrebbero prevenire un nuovo attacco da parte dell’Azerbaigian. Uno Stato armeno forte e una giustizia internazionale che punisca i crimini contro gli armeni rappresentano comunque le migliori garanzie.

L'ex ministro di Stato dell'Artsakh, Artak Beglaryan
L’ex ministro di Stato dell’Artsakh, Artak Beglaryan

Pashinyan sta cercando in ogni modo di raggiungere un accordo di pace con l’Azerbaigian. Ma ci si può fidare di Aliyev?
Sarebbe come chiedere se ci si poteva fidare di Hitler dopo che gli fu concesso il Sudetenland. Aliyev è un criminale internazionale, non ci si può fidare di lui. Va fermato il prima possibile e deve pagare per i crimini compiuti, non solo contro il popolo armeno ma anche contro i suoi cittadini e tutta l’umanità.

L’accordo tra Pashinyan e Aliyev non fa alcun accenno al diritto degli armeni di tornare nel Nagorno-Karabakh. Che cosa ne pensa?
Un simile accordo non porterà né pace, né stabilità nella regione, perché non è inclusivo, né completo e neanche giusto. È un’intesa che ignora le cause profonde del conflitto e ignora completamente le principali vittime della guerra, cioè il popolo dell’Artsakh.

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Diplomazia pontificia, la questione armena, Wachowski nunzio in Iraq (AciStampa 20.09.25)

La visita a Leone XIV del Catholicos Karekin II, capo della Chiesa Apostolica Armena, ha avuto il pregio di porre di nuovo al centro dell’attenzione la questione dei cristiani in Armenia, che ha visto anche ufficiali governativi entrare nella Santa Sede di Etchmiadzin, sede della Chiesa Apostolica Armena, per arrestare dei sacerdoti considerati attivisti.

Dopo l’accordo di pace – dolorosissimo per l’Armenia – con l’Azerbaijan, la Chiesa Apostolica Armena si trova forse isolata più che mai a difendere il patrimonio religioso del Nagorno Karabakh – il cui antico nome armeno è Artsakh – che l’Azerbaijan si è comunque impegnato a rispettare, anche se poi la cattedrale di Shushi, bombardata dagli azeri durante l’ultima guerra, è stata ricostruita senza la croce che vi si stagliava in cima. Per Karekin II, si è trattato del quarto Papa incontrato. Il catholicos aveva incontrato Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco più volte, una addirittura accogliendolo in visita in Armenia.

La visita del Catholicos ha un impatto diplomatico anche per la Santa Sede. C’ stato, tra le altre cose, un incontro con il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, nonché quello con altri officiali di Segreteria di Stato e di vari dicasteri. La Santa Sede ha anche un rapporto molto stretto con l’Azerbaijan, che da poco ha stabilito una sua ambasciata residente presso la Santa Sede e che nel corso degli anni ha finanziato, attraverso la fondazione legata al presidente Aliyev, diverse opere d’arte in Vaticano e nelle catacombe.

La visita di Karekin e il suo impatto diplomatico sembrano passare in secondo piano di fronte ai due grandi fronti che vedono impegnata la diplomazia pontificia: la situazione a Gaza, drammatica – e il Santo padre, nell’udienza generale del 17 settembre, ha parlato chiaramente del necessario rispetto del comandamento di “Non uccidere” – e quella in Ucraina, laddove il Papa, con dichiarazioni estemporanee a Castel Gandolfo, ha smontato improvvisamente la narrativa della “NATO che abbaiava alla Russia” portata avanti dal suo predecessore, sottolineando che “la NATO non ha attaccato nessuno”.

Intanto, Leone XIV nomina il “vice ministro” degli Esteri vaticano Miroslaw Wachowski a nunzio in Iraq, in quella che è la prima nomina di Segreteria di Stato del suo papato.

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Dal 12 al 14 settembre, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è stato in visita in Portogallo, dove ha visitato anche il luogo dell’incidente della funicolare. Dopo il nunzio Bernardini, un altro lutto colpisce il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: è morto a soli 67 anni l’arcivescovo Rugambwa, nunzio.

Il sottosegretario per il Multilaterale della Segretaria di Stato, monsignor Daniel Pacho, ha invece partecipato alla riunione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica a Vienna, ribadendo il no all’uso e anche al solo possesso delle armi nucleari.

                                                           FOCUS ARMENIA

Karekin II da Leone XIV

Il 16 settembre, in una tappa del suo viaggio verso gli Stati Uniti, il Catholicos della Chiesa Apostolica Armena Karekin II ha incontrato Leone XIV a Palazzo Barberini a Castel Gandolfo. Il Catholicos è stato accompagnato dal Cardinale Kurt Kohc, presidente del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Dell’incontro ha dato notizia un comunicato del dicastero vaticano e uno della Santa Sede di Etchmiadzin.

Nel comunicato della Chiesa Apostolica Armena, è stato sottolineato che Leone XIV e il catholicos hanno avuto un colloquio privato – il primo personale da quando Leone è stato eletto Papa. Si legge nel comunicato che Karekin “ha riflettuto con soddisfazione sul fatto che i legami fraterni tra le due Chiese si siano rafforzati attraverso incontri cordiali e testimonianze di fede congiunte, ricordando la visita di Papa Giovanni Paolo II di beata memoria in Armenia nel 2001 e poi, nel 2016, la propizia occasione di ospitare Papa Francesco di beata memoria”.

Karekin ha anche ricordato la Divina Liturgia celebrata nella cattedrale di San Pietro nel 2015 per il centenario del genocidio armeno e la proclamazione di San Gregorio di Narek come dottore della Chiesa, e si è detto fiducioso che le relazioni tra Chiesa Cattolica e Chiesa Apostolica Armena continueranno a svilupparsi con lo stesso spirito “fraterno e caloroso”.

La conversazione – prosegue il comunicato di Etchmiadzin – si è poi focalizzata sui “disastri e le sfide preoccupanti che stanno avvenendo nel mondo”, nonché “delle sfide e le prove che l’Armenia e il popolo armeno devono affrontare”Karekin ha portato all’attenzione del Papa “le questioni degli armeni dell’Artsakh, sfollati dalla loro patria ancestrale, l’imperativo di preservare il patrimonio spirituale e culturale armeno di fronte alla minaccia di distruzione in Artsakh, e il rilascio di prigionieri di guerra e ostaggi”.

È un tema grande, anche perché da anni l’Armenia lamenta un “genocidio culturale” in corso nel Nagorno Karabakh, mentre l’Azerbaijan, da parte sua, lamenta che gli armeni hanno distrutto le moschee che erano presenti sul territorio, oltre a rivendicare la presenza di una Chiesa Greco Cattolica Albaniana che sarebbe precedente all’arrivo degli armeni.

Leone XIV e Karekin II hanno “sottolineato l’importanza della missione delle Chiese nell’instaurare la giustizia e la pace nel mondo, nel garantire la convivenza armoniosa dei popoli, nella vocazione dei fedeli servitori di Dio, nell’arricchire il cuore delle persone con fede, speranza e amore”, e rimarcato come si debbano “unire gli sforzi delle Chiese per diffondere la luce del Vangelo, proteggere i diritti umani e costruire un mondo prospero e sicuro”.

Il Catholicos ha invitato Leone XIV a visitare l’Armenia, così come hanno fatto i suoi prodecessori.

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Plaudite pure all’intesa tra Armenia e Azerbaigian. Io invece mi ribello (Temp 19.09.25)

Sembra tanto un contratto leonino: la gazzella armena bacia il leone turcomanno, davanti all’elefante Trump che vuole sì la pace, ma deve imparare a non lasciarsi ingannare dai turchi
Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan, Casa Bianca, Washington, 8 giugno 2025 (Ansa)
Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan, Casa Bianca, Washington, 8 giugno 2025 (Ansa)

Non fidatevi di me, preferite la speranza di Leone XIV alla mia miscredenza. Ha detto il Papa rallegrandosi: «Mi congratulo con l’Armenia e l’Azerbaigian che hanno raggiunto (l’8 agosto a Washington) la firma della dichiarazione congiunta di pace». Dunque come si può non essere plaudenti, davanti a una promessa? Le mani si sono strette, la guerra trentennale è dichiarata chiusa davanti a un Donald Trump garante del patto. Ed è un fatto. Ma poi? Il saggio vescovo di Roma all’Angelus del 10 agosto ha aggiunto una frase che nel latino di sant’Agostino si scriverebbe “utinam + congiuntivo”: «Che questo evento possa contribuire a una pace stabile e duratura nel Caucaso meridionale».
Io sono cattivo, lasciatemi fare la mia parte in commedia: ribellarmi. Il Molokano, che vi scrive dalla riva del lago di Sevan, vede le trote principesse guizzare lacrimando sulle acque nere, e come loro teme che la storia continuerà a srotolarsi schiacciando il mio popolo. La dichiarazione di pace (non ancora u…

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I dimenticati armeni del Nagorno-Karabakh. Intervista al giornalista Simone Zoppellaro (Meridiano12 19.09.25)

l 19 settembre 2023 un attacco militare dell’Azerbaigian costringeva alla fuga in Armenia gli oltre 100mila abitanti armeni del Nagorno-Karabakh (qui la storia della regione contesa). A due anni di distanza le condizioni di vita di queste persone rimangono molto complesse. Ne abbiamo parlato con Simone Zoppellaro, collaboratore di MicroMega e della rivista Una città, autore dei libri Armenia oggi e Il genocidio degli yazidi (editi da Guerini e Associati), docente all’università di Stoccarda e coordinatore didattico presso l’Istituto Italiano di Cultura.

Simone, in primo luogo, un chiarimento sui numeri: quanti sono gli armeni del Nagorno-Karabakh fuggiti in Armenia e cosa ha fatto lo Stato armeno per assisterli in questi ultimi due anni?

Gli armeni del Nagorno-Karabakh sono fuggiti nella loro quasi totalità. Dovrebbero essere circa 100mila persone, ma la cosa andrebbe studiata con criteri scientifici. Come capita spesso nel Caucaso meridionale, ma anche in Medio Oriente e Nord Africa, le cifre legate alle minoranze diventano ragioni di contenziosi politici e questo sarebbe un discorso abbastanza ampio da fare.

Da un punto di vista umanitario, la popolazione armena del Nagorno-Karabakh è stata cancellata nella sua totalità, e questo è un dato purtroppo definitivo.

Ci sono tante questioni in ballo: politiche, umanitarie, abitative e lavorative. Partiamo da quelle forse più importanti. Erevan, come altri luoghi nell’Europa dell’est, negli ultimi anni ha registrato una grossa crescita del costo della vita. La città di oggi è una cosa molto diversa da quella di alcuni anni fa.

Per come è fatta l’Armenia c’è la capitale e poi ci sono posti assai piccoli e depressi, pensiamo a Gyumri, la seconda città del paese. È un centro che storicamente ha senza dubbio la sua importanza, ma oggi è spopolato e offre poche possibilità lavorative, anche per una persona di lingua e cultura armena.

Erevan è il luogo che offre quasi tutto: lavoro, connessioni, eccetera. È però diventata una città economicamente difficile da vivere per una persona che non abbia le spalle coperte, cosa che capita solo per una piccola minoranza di chi è arrivato dal Nagorno-Karabakh. Molti hanno perso oltre naturalmente alla casa, il lavoro e hanno subito grandi perdite economiche.

La capitale sarebbe l’approdo naturale in un paese che ha meno di 3 milioni di abitanti (altra cifra su cui c’è anche un gioco politico, in realtà sembrerebbe che il numero degli abitanti dell’Armenia sia gonfiato dal fatto che è molto facile ottenere un passaporto anche per chi non ci vive).

E in effetti, circa un terzo delle persone fuggite dal Nagorno-Karabkah vive a Erevan tra forti difficoltà dovute al fatto che gli aiuti che sono arrivati dallo Stato armeno sono stati assai esigui.

Molte famiglie che ho visitato si sono stanziate in cittadine fuori dalla capitale dove il prezzo della vita è più contenuto. Però questo è un circolo vizioso, per cui spendono meno, ma hanno meno possibilità di guadagnare, tra forti difficoltà. In tutto questo c’è un enorme dibattito politico su di loro in Armenia.

In breve, la vecchia politica armena diciamo pre-Pashinyan [Nikol Pashinyan, primo ministro dal 2018, nda], pre-rivoluzione di velluto [che ha portato al governo l’attuale primo ministro, nda], è stata fatta molto spesso anche da figure originarie del Nagorno-Karabakh. E queste figure politiche rimangono elementi chiave dell’opposizione e sono spesso vicine a Mosca.

Ebbene, il governo tende a volte a identificare questa vecchia nomenclatura, corrotta e compromessa da tanti punti di vista, con la popolazione del Nagorno- Karabakh.

Questa è una delle tante faglie di una società armena profondamente divisa negli ultimi anni, con rischi molto forti. Tali divisioni, magari anche con qualche spinta da Mosca, si potrebbero anche trasformare in un colpo di stato o una guerra civile. Il rischio esiste.

Al contempo, parte degli armeni del Nagorno-Karabakh incolpa Pashinyan e il suo governo per la sconfitta militare tra il 2020 e il 2023. È una reazione naturale quando c’è una sconfitta di tale entità.

Gli armeni nel Nagorno-Karabakh che sono stati al centro della retorica nazionalistica per anni, con la regione dipinta come vitale per la sopravvivenza del paese, oggi si trovano quasi a sentirsi cancellati in Armenia.

E questa è una grande sconfitta, una contraddizione enorme del nazionalismo armeno, che nell’opposizione sta diventando sempre più tossico.

Tutto ciò non è colpa degli armeni nel Nagorno-Karabakh che sono vittime la cui presenza ultra secolare nella terra di origine è stata cancellata senza che oggi nessuno ci pensi.

Per cui uno dei tanti punti deboli dei negoziati di pace in corso tra Armenia e Azerbaigian è anche il fatto che sia stata completamente cancellata la loro esistenza come minoranza o che non abbiano avuto nessuna compensazione, nessuno si è neanche posto il problema.

Il punto sui negoziati tra Armenia e Azerbaigian in questo articolo.

Proprio al riguardo dei negoziati, si può parlare di una sorta di dissonanza tra come essi vengono percepiti dagli armeni dell’Armenia e da quelli del Nagorno-Karabakh? Mi pare di capire che nella società armena si guardi, se non positivamente, ma almeno con speranza a questo processo di normalizzazione con l’Azerbaigian, ma penso che tale percezione non si estenda agli armeni del Nagorno-Karabakh…

Come dicevamo, siamo in una fase in cui qualsiasi cosa, persino la narrazione dell’accordo di pace è terribilmente divisiva in Armenia. Per cui non esiste una versione armena o una visione degli armeni del Nagorno-Karabakh per quel che riguarda questi negoziati e l’accordo mediato dagli Stati Uniti ad agosto.

Senza dubbio, una buona parte della popolazione, probabilmente la maggioranza, più che supportare Pashinyan direi che è spaventata dall’opposizione. Il primo ministro ha perso molto supporto in Armenia e la ragione della sua sopravvivenza politica è probabilmente dovuta alla tossicità dell’opposizione, fortemente sentita, soprattutto dalle persone più povere, dei più semplici in provincia, tra l’altro. Ciò è molto interessante, anche, come analisi del voto. I voti che ci sono stati negli ultimi anni hanno dimostrato che il governo è più popolare nelle periferie, dove c’è meno ricchezza. Tante persone semplici sono spaventate da questa opposizione filorussa legata ai vecchi oligarchi.

Possiamo dire che una parte significativa della popolazione armena pone una speranza in questo negoziati. Se l’accordo verrò implementato, l’Armenia passerà dall’essere sotto minaccia esistenziale da parte azera a una pace con prospettive anche positive, ad esempio, la riapertura dei confini con Azerbaigian e Turchia. Adesso l’Armenia ha un confine con un Iran sempre più in crisi da tanti punti di vista, una Georgia sempre più filorussa e le altre frontiere chiuse.

Quindi l’Armenia ha bisogno di un accordo e questo lo capiscono tante persone che ho incontrato. Al paese servono una pace, aperture di confini e canali diplomatici che vadano oltre la pericolosa dipendenza da Mosca.

Rimangono tanti punti di domanda, perché il testo dell’accordo di pace che le parti hanno concordato non menziona il famoso corridoio mediato da Donald Trump.

La potenziale firma e implementazione dell’accordo sarebbe senza dubbio un passo positivo da tanti punti di vista, ma non per gli armeni del Nagorno-Karabakh o per l’opposizione azera, che, come il primo gruppo, paradossalmente finisce per essere ancora di più in pericolo con questi negoziati. L’Azerbaigian fa un ulteriore passo diplomatico a livello internazionale e l’opposizione azera è in un momento terribile, con arresti senza precedenti in un paese che era già estremamente repressivo.

In questa intervista parlavamo della repressione in corso in Azerbaigian.

Non si tratta di un danno collaterale. Non si può fare la pace tagliando fuori delle intere fette di popolazione, e questo è quello che si vede, purtroppo oggi,

L’opposizione azera, gli armeni del Nagorno-Karabakh, i prigionieri politici armeni in Azerbaigian non sono inclusi in questa pace, che è una pace senza riconciliazione, Come si può fare una pace senza porsi delle questioni di una riconciliazione o di una transizione democratica in Azerbaigian? La prospettiva di Trump è brutale e concreta allo stesso tempo, guarda all’economia e ai rapporti di forza militari, ma non ad altre cose. È sostenibile una pace del genere? Non lo so. Detto ciò, i negoziati in corso fanno sperare in Armenia e fanno sperare anche a me, nel mio piccolo.

Picchetti a Erevan
Alcuni picchetti di protesta in supporto del Nagorno-Karabakh e contro Pashinyan a Erevan il 25 settembre 2023 (Meridiano 13/Martina Napolitano)
Nel giugno del 2026 in Armenia si svolgeranno elezioni parlamentari. Tra gli armeni del Nagorno-Karabakh stanno nascendo movimenti politici che ne possano difendere gli interessi?

No, siamo in un momento poco creativo della politica armena, con una contrapposizione manichea, tra essere pro o contro Nikol, come dicono, tra l’essere pro o contro la vecchia guardia. Questo è l’argomento su cui la politica armena si è incartata negli ultimi cinque anni tendenzialmente.

Quindi anche quella degli armeni del Nagorno-Karabakh è una questione, appunto, che è stata terribilmente politicizzata, con errori grossi da parte del governo.

Ci sono altri scontri in corso, ad esempio tra la chiesa apostolica armena e il governo, con Pashinyan che parla addirittura di rimpiazzare il catholikos. Sono cose notevoli, neanche durante il Risorgimento in Italia si è arrivati a conflitti del genere tra stato e chiesa.

Tutte queste tematiche verranno fuori nelle prossime elezioni. Manca ancora tempo alla tornata elettorale e cambieranno tante cose. Ora come ora, comunque, il governo armeno ha una sua stabilità e ottime possibilità di vincere.

Il dato negativo è appunto quello di una mancanza di ricambio, con Pashinyan al potere ormai da tanti anni. Ha compiuto errori grossi che gli hanno alienato una forte componente del suo stesso partito e molti elementi della società civile. Tuttavia tantissimi conoscenti che lo avevano supportato ancora oggi credono nelle idee che avevano portato alla rivoluzione di velluto: la lotta alla corruzione, una democratizzazione che partisse dal basso, l’allontanamento da Mosca.

Tutto ciò è molto pericoloso, perché è vero che sembra essere sempre una minoranza quella dell’opposizione filorussa, però in questa minoranza ci sono elementi simbolici molto forti come appunto, la chiesa apostolica armenia e l’esercito.

La chiesa è nettamente schierata contro il governo. E questo è un dato che ha delle risonanze forti. L’esercito anche aveva dato segni dopo la guerra del 2020 di essersi schierato contro Pashinyan e con l’opposizione.

Con un esercito e una chiesa contro il governo e la Russia che appoggia l’opposizione c’è un rischio oggettivo di in un colpo di Stato.

In questo contesto, dove si colloca la diaspora armena?

Una parte della diaspora armena è molto tossica, anche in Italia e negli Stati Uniti. È schierata in questo circolo religioso, ultranazionalistico, che quindi li porta a una contrapposizione molto molto forte con il governo.

Come detto, tutti questi sono elementi di instabilità profonda e costituiscono una grande preoccupazione per tanti armeni.

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Dalla Turchia alla Cina, il nuovo gioco azero sui dron (Insideover 19.09.25)

L’Azerbaigian non sembra intenzionato a rallentare. Nonostante la firma di un accordo di pace con l’Armenia ad agosto, Baku continua a investire pesantemente nella propria industria dei droni, trasformando il successo militare nel Nagorno-Karabakh in una vera e propria strategia di lungo periodo. Se Turchia e Israele sono stati i partner chiave per vincere il conflitto, oggi Aliyev guarda a Est, alla Cina, per portare il programma UAV a un livello superiore.

La lezione del Nagorno-Karabakh

La vittoria del 2020 ha dimostrato al mondo il valore della guerra tecnologica: droni Bayraktar turchi e loitering munition israeliane hanno annientato postazioni armene e ribaltato equilibri che parevano immutabili. Per Baku, quell’esperienza è diventata un modello: il controllo del cielo, ottenuto con costi relativamente contenuti, è l’assicurazione sulla sicurezza nazionale. Ma dipendere da fornitori esteri espone a vulnerabilità politiche e logistiche. Per questo nasce l’esigenza di creare una filiera locale, dalla progettazione all’elettronica di bordo.

Pechino entra in gioco

Il viaggio di Ilham Aliyev in Cina, concluso con la firma di 13 accordi bilaterali, ha aperto la porta a una cooperazione più ampia: infrastrutture, logistica, industria automobilistica e – secondo indiscrezioni – tecnologie dual use applicabili al settore UAV. Pechino offre ciò che Baku cerca: componentistica elettronica, software di intelligenza artificiale e sistemi di navigazione avanzata. In cambio ottiene un corridoio strategico nel Caucaso, fondamentale per la Belt and Road Initiative e per aggirare i colli di bottiglia russi e iraniani.

Industria nazionale e know-how

L’Azerbaigian sta promuovendo startup come Synapline, che sviluppa software di data fusion e controllo autonomo, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da Turchia e Israele. L’idea è chiara: integrare tecnologie importate con competenze domestiche per produrre droni su larga scala. Il risultato sarebbe un’industria capace non solo di soddisfare le esigenze militari azere, ma anche di esportare verso altri Paesi del Caspio e dell’Asia Centrale, aprendo nuove fonti di reddito e influenza.

Implicazioni geopolitiche

La scelta di Baku non è neutra. Da un lato consolida l’alleanza con Ankara, che vede rafforzata la propria filiera industriale in cooperazione con quella azera; dall’altro manda un segnale a Israele e all’Occidente: l’Azerbaigian vuole libertà strategica. La partnership con la Cina potrebbe però irritare Washington, che considera il Caucaso un’area di contenimento dell’influenza russa e cinese. Inoltre, un’industria bellica autonoma rafforza il ruolo di Baku nei confronti dell’Armenia, che resta dipendente dal supporto militare russo, oggi indebolito dalla guerra in Ucraina.

Scenari futuri

L’Azerbaigian sembra puntare a una dottrina di “deterrenza attiva”: mantenere la superiorità tecnologica per prevenire nuovi conflitti, ma allo stesso tempo sviluppare capacità di proiezione. Se i progetti con la Cina includeranno anche trasferimenti di tecnologia, Baku potrebbe diventare nel giro di pochi anni uno dei poli UAV più avanzati della regione. Una prospettiva che ridisegnerà gli equilibri nel Caucaso, dove droni e guerra elettronica saranno il vero ago della bilancia.

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Armenia: amb. Ferranti con viceministro Industria High-Tech, Mantashyan (Giornale Diplomatico 19.09.25)

GD – Jerevan, 19 set. 25 – L’ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti è stato ricevuto dal viceministro dell’Industria High-Tech armeno, Gevorg Mantashyan, e da Aram Jivanyan, presidente del Comitato per l’Industria Militare nel medesimo Ministero. Ad accompagnare l’ambasciatore vi era il direttore regionale per l’Asia Centrale della società italiana Leonardo, Claudio Balestrieri.
Durante l’incontro il Vviceministro Mantashyan ha presentato le linee strategiche del Ministero e le principali aree di attività, sottolineando l’importanza dello sviluppo delle tecnologie avanzate, della tecnologia spaziale e dei sistemi di difesa.
L’ambasciatore Ferranti ha fatto cenno agli importanti risultati raggiunti dall’Italia nel settore dell’alta tecnologia, con particolare riferimento alle attività, ai prodotti, alle soluzioni innovative e al potenziale tecnologico dell’azienda “Leonardo”.
Nel corso del colloquio gli interlocutori hanno inoltre discusso le prospettive di cooperazione e hanno espresso piena disponibilità a rafforzare ulteriormente le relazioni bilaterali e a promuovere lo scambio di esperienze nell’ambito delle alte tecnologie.

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Nella sfida con Karekin II Pašinyan apre agli evangelical Usa (Asianews 19.09.25)

Dopo l’accordo con Baku sul Nagorno Karabakh, lo scontro politico-religioso in Armenia si gioca anche negli Stati Uniti. L’ambasciata armena ha reso noto un incontro con Matthew Potter, co-fondatore della piattaforma Pray.com. Nuovo tentativo di Pašinyan di ridimensionare l’autorità storica della Chiesa apostolica armena.

Roma (AsiaNews/Agenzie) – È vivo più che mai lo scontro interno all’Armenia tra il primo ministro Nikol Pašinyan e l’opposizione che guarda al Catholicos della Chiesa apostolica armena Karekin II. Scontro che con la firma a Washington di inizio agosto del testo di un accordo di pace con l’Azerbaigian, mediato da Trump, coinvolge sempre di più anche gli Stati Uniti, nel tentativo di Pašinyan di contrastare i critici – ex presidenti e diversi religiosi, che il leader armeno non ritiene “degni”  – accusati a giugno del tentativo di un colpo di Stato orchestrato della Russia, che ha condotto all’arresto di vescovi e sacerdoti.

L’8 settembre l’ambasciatore dell’Armenia negli Stati Uniti Narek Mkrtchyan ha incontrato Matthew Potter, co-fondatore della piattaforma Pray.com, espressione del mondo evangelical americano, tra i principali supporter di Trump. “Durante l’incontro sono state discusse le possibilità di promuovere la ricca storia e il patrimonio cristiano dell’Armenia sulla piattaforma”, ha reso noto l’ambasciata. Pray.com è uno spazio online “per la comunità cristiana, che offre preghiere quotidiane, racconti biblici e podcast spirituali”, viene specificato. Il contatto potrebbe apparire come un incontro diplomatico sulla valorizzazione dell’identità armena, legata indissolubilmente al cristianesimo – l’Armenia vi aderì nel 301 d.C.; ma per ambienti vicini a Karekin II, come il sito 301.am, sarebbe in realtà l’ennesimo tentativo di Pashinyan di contrasto alla Chiesa apostolica armena, col pretesto di una “modernizzazione”.

Nikol Pašinyan sta perseguendo una linea politica di pacificazione e di allineamento alle posizioni occidentali. Cruciale la firma dell’accordo di agosto con il leader azero Ilham Aliev, immortalato con Trump e Pašinyan nello studio ovale. L’intesa – che prevede però un ulteriore “perfezionamento” – mira a chiudere il trentennale conflitto per il controllo del Nagorno Karabakh, riannesso da Baku con un’offensiva lampo esattamente due anni fa, il 19 settembre 2023, dopo un blocco di nove mesi. Con la firma di fatto gli Stati Uniti hanno sostituito la Russia nel ruolo di mediazione. Ma proprio la condizione delle oltre 100mila persone sfollate da quella che per Erevan è l’ex Repubblica dell’Artsakh è stato uno dei temi dell’incontro tra il Catholicos Karekin II e papa Leone XIV, che l’ha ricevuto in udienza a Castel Gandolfo tre giorni fa. Proprio le sorti di quel conflitto acuirono le tensioni tra Pašinyan e la Chiesa apostolica armena: Karekin II chiese le dimissioni del primo ministro dopo la tragica sconfitta armena.

In questo contesto si inseriscono anche i contatti degli ultimi giorni con i vertici di Pray.com, che si presenta come “l’app numero uno al mondo per la preghiera quotidiana e i contenuti audio biblici”. La piattaforma è sostanzialmente una start-up della Silicon Valley, che prevede abbonamenti fino a 100 dollari all’anno, in cambio di contenuti “spirituali” ogni giorno. A destare allarme, oltre al modello di business, è anche la gestione dei dati degli utenti. Milioni di account sarebbero al centro di una fuga di dati, tanto che diversi organismi di controllo della privacy l’hanno segnalata come non sicura. Altrove l’accusa è di “esportare” una narrativa evangelico-protestante chiusa e americanizzata, che emargina le chiese tradizionali, com’è storicamente quella armena.

Nei fatti, il tentativo dall’amministrazione Pašinyan è di attuare misure volte a screditare la Chiesa apostolica armena, privandola dell’autorità e dell’influenza, che si basa proprio sull’antica tradizione cristiana, fattore portante dell’identità nazionale. Pašinyan non evita di definire i vertiti religiosi “corrotti”, chiedendo a sua volta le dimissioni di Karekin II. Una possibile partnership instaurata con Pray.com eroderebbe di fatto il potere di Echmiadzin, storica sede del Catholicos. È chiaro, infatti, che “la ricca storia e il patrimonio cristiano dell’Armenia”, come la definisce l’ambasciata armena negli Usa, è già ampiamente promossa dagli stessi monasteri e da una cultura cristiana senza eguali, che con la diaspora ha raggiunto tutti i continenti.

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