Crisi Baku-Mosca: facciamo il punto (EastJournal 16.09.25)

Ci eravamo già occupati, alcuni mesi fa, della crisi tra la Federazione Russa e l’Azerbaigian, nata in seguito allo schianto dell’aereo di Azerbaijan Airlines diretto a Grozny. Oggi, alla luce degli sviluppi più recenti, è il momento di fare il punto sulla situazione.

Sviluppi recenti

Innanzitutto, la notizia del rafforzamento della presenza militare russa in Armenia attraverso la base militare di Gyumri ha avuto ampia risonanza. La base – più conosciuta come la 102ª base militare – è la più grande installazione russa nella regione, istituita nel 1995 operativa fino al 2044. La Direzione principale dell’intelligence ucraina (HURha pubblicato un telegramma dell’attuale capo di stato maggiore del Distretto Militare Meridionale della Russia contenente l’ordine di “rafforzare” la base di Gyumri attraverso “ulteriori assunzioni di personale”.

Nonostante il rapporto ucraino, la portavoce del Ministero degli Esteri armeno ha smentito, affermando che: “In risposta a certi rapporti fabbricati che circolano sui media, la Repubblica d’Armenia ribadisce la propria posizione di principio, secondo cui il territorio della Repubblica d’Armenia non può essere utilizzato da Paesi terzi per compiere azioni militari contro nessuno degli Stati vicini.” Alcuni hanno interpretato la notizia come conseguenza delle relazioni tese tra Russia e Armenia, mentre altri l’hanno vista come una mossa volta a scoraggiare l’Azerbaigian con la minaccia di una potenziale escalation militare attraverso il territorio armeno.

A luglio, il presidente azero Ilham Aliyev ha annunciato che il Paese è pronto a intentare cause presso tribunali internazionali contro la Russia in merito allo schianto dell’aereo di Azerbaijan Airlines del 25 dicembre 2024.

Più recentemente, invece, secondo il media azero Minval, il capo della diaspora azera nella regione di Ivanovo in Russia è stato costretto a ritirare la propria candidatura alle elezioni municipali a causa di “una vasta campagna di denigrazione […] su basi etniche.” Episodio che, a detta di Baku, si inserisce nella scia delle numerose azioni e discriminazioni contro cittadini azeri in Russia.

Inoltre, come già menzionato in un precedente articolo, a seguito delle tensioni politiche tra Baku e Mosca, Aliyev ha ribadito il proprio sostegno all’Ucraina e ai legami economici e politici reciproci. Gli sviluppi in territorio ucraino hanno ulteriormente aggravato le relazioni con la Russia. In agosto, droni russi hanno colpito un deposito petrolifero nell’oblast di Odessa appartenente alla compagnia statale azera SOCAR, ferendo quattro dipendenti.

In seguito a tale evento, Zelensky e Aliyev hanno avuto una conversazione telefonica in cui hanno congiuntamente condannato i recenti attacchi e riaffermato la volontà di portare avanti la cooperazione energetica tra Ucraina e Azerbaigian. Zelensky ha sottolineato come gli attacchi siano diretti non solo contro le infrastrutture, ma anche contro la collaborazione bilaterale, mentre Aliyev ha garantito che i rapporti proseguiranno. I due Paesi intrattengono da anni legami stretti in ambito energetico e commerciale: Kyiv importa petrolio e gas da Baku, e la compagnia SOCAR ha ampliato i propri investimenti nelle infrastrutture ucraine. Prima dell’invasione russa del 2022, l’Azerbaigian aveva fornito anche equipaggiamenti militari, tra cui droni e veicoli blindati; dall’inizio della guerra, tuttavia, ha mantenuto una politica di non invio di armi, limitandosi a fornire assistenza umanitaria all’Ucraina sotto forma di attrezzature energetiche, sostegno finanziario e infrastrutturale, per un valore superiore ai 40 milioni di dollari.

Pochi giorni fa, l’8 settembre, il Servizio di Sicurezza Federale russo (FSB) ha dichiarato di aver arrestato un cittadino azero accusato di preparare un attentato contro edifici delle forze dell’ordine nello Stavropol’ su incarico dell’Ucraina.

Parallelamente, la Russia ha arrestato un uomo – di nazionalità ignota – e già ricercato dall’Azerbaigian per motivi legati al terrorismo. RIA Novosti ha aggiunto che le forze dell’ordine russe hanno ricevuto informazioni sul sospettato attraverso “canali di comunicazione urgenti contenenti una richiesta per la sua detenzione” e che Baku sembra intenzionata a richiedere l’estradizione. Questo mostra in qualche modo la prosecuzione delle relazioni in determinate circostanze.

Relazioni politiche vs economiche

Le relazioni economiche infatti continuano. Dal lato russo è stato dichiarato che i rapporti si stanno sviluppando positivamente sul piano economico e che i due Paesi sono in costante contatto. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha confermato questo orientamento, aggiungendo che la liberazione di 13 cittadini russi potrebbe rappresentare un passo importante verso la normalizzazione dei rapporti tra Mosca e Baku.

Lo stesso presidente russo, citato da Interfax, ha affermato che, nonostante i problemi esistenti tra Mosca e Baku, “i rapporti fondamentali tra Azerbaigian e Russia e l’interesse reciproco per il loro sviluppo metteranno infine ogni cosa al suo posto.” Ad esempio, le esportazioni russe di gas verso l’Azerbaigian hanno raggiunto i 141,6 milioni di metri cubi nel 2024.

Sviluppi regionali

Nell’ultimo mese hanno avuto luogo importanti sviluppi riguardanti il Caucaso meridionale e quindi anche il ruolo di Mosca nella regione.

L’8 agosto 2025, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev – insieme a Donald Trump – hanno firmato l’“Accordo sull’instaurazione della pace e delle relazioni interstatali tra la Repubblica d’Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian” come preludio di un possibile accordo di pace duraturo. L’accordo prevede che le parti rinuncino a ogni rivendicazione territoriale, si astengano dall’uso della forza e si impegnino a rispettare il diritto internazionale. Punto fondamentale è lo sviluppo e la costruzione del TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), di cui gli Stati Uniti hanno ottenuto i diritti esclusivi per i prossimi 99 anni. Si tratta di un corridoio commerciale che collegherà l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhchivan attraverso la regione armena Syunik. Ciò dovrebbe operare da deterrente da un’ulteriore invasione azera in territorio armeno.

L’accordo è dunque avvenuto senza la presenza di Mosca e ha portato alla dissoluzione del Minsk Group dell’OSCE – di cui la Federazione Russa era parte integrante –, che era stato il principale organo di mediazione tra Azerbaigian e Armenia durante il conflitto del Nagorno-Karabakh.

Per Mosca si tratta di una fase delicata, in cui cerca di preservare la propria presenza e il proprio controllo nella regione, ma che deve essere riconsiderata alla luce della crescente influenza dell’Azerbaigian e dell’Occidente. Una dinamica resa ancora più evidente dal (più o meno) progressivo avvicinamento tra Armenia e Azerbaigian e dal tentativo di normalizzare i rapporti tra Armenia e Turchia, processi che riducono il peso di Mosca nello scenario regionale. La crisi tra Baku e Mosca appare dunque come il sintomo di una più ampia rinegoziazione dei ruoli e delle sfere d’influenza nel Caucaso.

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La coltivatrice armena che ha mollato il lavoro fisso per fare agricoltura bio vicino Viterbo (Cibotodau 16.09.25)

Orto di Gelso è una piccolissima realtà agricola a Nepi, vicino Viterbo. Avviata dall’armena Hasmik Ghazaryan, che dopo aver lavorato nelle istituzioni internazionali oggi coltiva asparagi, fragole e frutta in regime biologico

Ameno di un’ora da Roma, a Nepi in provincia di Viterbo e in una zona collinare perfettamente collocata, tra boschi e coltivazioni, c’è una piccola azienda agricola seguita con attenzione artigianale. Si chiama Orto di Gelso e non è una tenuta di famiglia né una proprietà ereditata: è un campo cercato, scelto e avviato da sola, metro per metro, da Hasmik Ghazaryan, nata in Armenia, ma cresciuta nella Capitale. Niente grandi macchinari, niente serre né chimica nei campi: solo file ordinate di asparagi, una distesa compatta di fragole, alberi da frutto ancora giovani e un casale antico che aspetta di essere risistemato.

 

Hasmik Ghazaryan nell'orto
Hasmik Ghazaryan nell’orto

 

La storia di Hasmik Ghazaryan

Dietro la sua storia c’è un percorso che parte da molto lontano. “Sono nata in Armenia e cresciuta a Roma, dove sono arrivata qui con la mia famiglia all’età di sei anni. Dopo una laurea in filosofia, ha lavorato per oltre dieci anni in un’istituzione internazionale. Poi, una decisione radicale: lasciare un impiego stabile e strutturato per costruire qualcosa da zero, nella terra”, racconta. “Lavoravo in ufficio, ero soddisfatta ma pensavo all’agricoltura. Non avevo ancora un progetto chiaro, ma sapevo che volevo fare qualcosa di mio”. A 35 anni prende una decisione definitiva: cerca un terreno, non troppo lontano da Roma, da poter coltivare secondo principi sostenibili. Il terreno lo trova dopo molte ricerche: poco più di un ettaro e mezzo, soleggiato, in una zona con una lunga vocazione agricola. Non è terra facile né già pronta: manca l’acqua, le strutture sono minime, ma c’è una asparagiaia piantata da qualche anno e la possibilità concreta di iniziare.

 

L'Orto di Gelso
L’Orto di Gelso

 

Dagli asparagi alle fragole: il lavoro biologico e rigenerativi di Orto di Gelso

“Ho iniziato nel 2020, nel pieno del Covid. All’inizio facevo cassette di ortaggi per la consegna a domicilio, poi ho capito che dovevo concentrarmi su poche coltivazioni. Fare tutto da sola è complesso: ho scelto colture annuali più gestibili e con una buona resa”. Le due colture principali oggi sono asparagi e fragole. Gli asparagi sono piante longeve, che non richiedono semine continue e, se ben gestiti, resistono anche a condizioni difficili. “Per 4 anni non ho avuto acqua, irrigavo con serbatoi di emergenza. Gli asparagi tenevano, le fragole invece erano poche, ma di un gusto incredibile. L’acqua scarsa le concentrava”, ci spiega. Nel tempo, ha piantato quattromila fragole, affiancato un piccolo frutteto e innestato degli ulivi intercalati alle file di asparagi. “L’asparagiaia ha ancora qualche anno di produttività. Quando finirà, spero che gli ulivi siano già entrati in produzione. È un investimento lento, ma necessario”. L’orto iniziale, molto più esteso, oggi è stato ridimensionato a scala familiare.

 

Uno dei prodotti dell'orto
Uno dei prodotti dell’orto

Hasmik segue un metodo basato sull’osservazione e la cura del suolo. “In autunno le piante si seccano. Alcuni le tagliano subito, io le lascio come copertura naturale, per proteggere il terreno. Le taglio a fine inverno. Non uso concimi né trattamenti”. La sua agricoltura è completamente biologica e rigenerativa e il lavoro l’ha appreso da autodidatta: “Libri, ricerca, tentativi e confronti. Un aiuto importante arriva dalla Rete Agroecologica Microfarm Italia, una comunità di piccole aziende agricole che si supportano tra loro. Sono tutte realtà non convenzionali, che coltivano poco ma con grande attenzione. Qualunque domanda tu abbia, c’è sempre qualcuno pronto a rispondere”.

 

Hasmik Ghazaryan
Hasmik Ghazaryan

La vendita dei prodotti agricoli e progetti futuri

Nel 2024, dopo quattro anni dedicati interamente al campo, Hasmki prende un’altra decisione: rientrare temporaneamente al lavoro, accettando una consulenza. “Avevo bisogno di un’altra entrata. Continuo a seguire tutto, ma con l’aiuto di alcuni dipendenti stagionali riesco a reggere i mesi di punta e la produttività è aumentata”. La raccolta si concentra tra aprile e giugno, quando fragole e asparagi arrivano insieme. Oltre alla parte agricola, c’è un piccolo sogno in costruzione: ristrutturare il casale abbandonato nel terreno e avviare un progetto di agricampeggio, vista la presenza di un rudere che ha bisogno di fondi per essere ristrutturato. “È tutto ancora in fase di presentazione, ma vorrei che diventasse un luogo dove le persone possano fermarsi, vivere la campagna con semplicità, e magari partecipare alla raccolta”. Un modo per valorizzare la terra e garantire un reddito non solo agricolo.

 

Il team di Orto di Gelso
Il team di Orto di Gelso

 

Tutto quello che produce viene venduto direttamente a piccoli negozi di Roma, botteghe di quartiere, pastifici artigianali e ristoranti: “Collaboro con realtà che riconoscono il valore di questo lavoro. Non cerco quantità, ma relazioni. Ed è un modo per rimanere legata alla città anche da lontano”.


Storia dell’azienda agricola Orto di Gelso a Nepi
https://www.cibotoday.it/storie/agricoltura/orto-di-gelso-agricoltura-biologica-nepi-lazio.html
© CiboToday

L’udienza del Papa a Sua Santità Karekin II, Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli Armeni (OR e altri 16.09.25)

Stamane, martedì 16 settembre, Leone XIV ha ricevuto a Castel Gandolfo il Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II. L’incontro è avvenuto presso Villa Barberini, dove il Pontefice si trova da ieri sera


Il catholicos degli armeni Karekin II in udienza da Leone XIV: focus sulla pace

Il Papa ha ricevuto questa mattina il patriarca a Castel Gandolfo. Karekin II ha invitato il Pontefice a visitare l’Armenia; ribadita, poi, la necessità della pace. È il quarto Papa che il catholicos incontra, sin dalla prima udienza con Giovanni Paolo II nel 2000, a cui sono seguite le udienze con Benedetto XVI e con Francesco. Oggi pure l’incontro con i cardinali Koch e de Mendonça e la tappa a Santa Maria Maggiore, con la preghiera alla tomba di Papa Francesco

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

È il primo incontro con Leone XIV, il quarto con un Pontefice sin dalla sua elezione avvenuta venticinque anni fa. Karekin II, catholicos di tutti gli armeni, è stato ricevuto dal Papa questa mattina, 16 settembre. L’udienza si è svolta a Villa Barberini, la residenza papale a Castel Gandolfo, dove Leone si è recato da ieri sera. Un incontro avvenuto in “un clima fraterno e cordiale, durante il quale sono state discusse diverse questioni ecclesiali e il patriarca armeno ha posto l’accento sulla sorte degli armeni dell’Artsakh”, come spiega in un colloquio telefonico con la redazione armena di Radio Vaticana – Vatican News il rappresentante della Chiesa Apostolica Armena di Etchmiadzin presso la Santa Sede, l’arcivescovo Khajag Barsamian.

Il patriarca ha rivolto al Papa l’invito a visitare l’Armenia – spiega ancora Barsamian – ed entrambi hanno ribadito la necessità della pace. Una pace basata sulla giustizia, come ha sottolineato Karekin II.

Gli incontri con i capi Dicastero e la visita alla tomba di Papa Francesco

Insieme al catholicos erano presenti tutti i membri della delegazione che lo hanno accompagnato in questa tappa a Roma. Tutti si sono poi trasferiti in Vaticano, dove il patriarca ha incontrato il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Nel programma della giornata, anche una visita a Santa Maria Maggiore: nella Basilica papale, Karekin II ha voluto rendere omaggio a Papa Francesco, con il quale aveva instaurato un rapporto di dialogo e amicizia, pregando dinanzi alla sua tomba. Ha poi sostato dinanzi all’icona della Salus Populi Romani.

La Dichiarazione firmata con Giovanni Paolo II

Quello di oggi in Vaticano che segna, dunque, il primo incontro tra Papa Leone XIV Karekin II, la cui prima visita a Roma risale al 9 e 10 novembre del 2000, quando, allora neo eletto catholicos di tutti gli armeni, fu ospite di San Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000.  Durante quella visita, sulla scia della dichiarazione firmata da San Paolo VI e Sua Santità Vasken I il 12 maggio 1970, fu siglata una Dichiarazione Congiunta: un passo del cammino, ancora in corso, per ristabilire la piena comunione tra le due Chiese.

“Noi confessiamo insieme la nostra fede in Dio Trino e nel solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, diventato uomo per la nostra salvezza. Noi crediamo anche nella Chiesa Una, Cattolica, Apostolica e Santa. La Chiesa, quale Corpo di Cristo, è infatti una e unica. Questa è la nostra fede comune, basata sugli insegnamenti degli Apostoli e dei Padri della Chiesa”, recitava la Dichiarazione. “Continuiamo a pregare per la comunione piena e visibile tra di noi”, si legge nel testo, in cui si ribadisce la “missione comune”, ovvero “insegnare la fede apostolica e testimoniare l’amore di Cristo per ogni essere umano, specialmente per coloro che vivono in circostanze difficili”.

Durante quella visita, Giovanni Paolo II consegno a Karekin le reliquie di San Gregorio l’Illuminatore. Un anno dopo, dal 25 al 27 settembre 2001, il Pontefice polacco volle visitare l’Armenia e celebrare il 1700° anniversario della dichiarazione del Cristianesimo come religione di Stato. Fu il primo Papa a toccare la terra armena. E le reliquie di San Gregorio furono consegnate anche al patriarca della Grande Casa di Cilicia degli Armeni, Aram I, e all’allora patriarca armeno cattolico, Sua Beatitudine Nerses Bedros XIX Tarmouni.

Gli incontri con Benedetto XVI e Francesco

Karekin II tornò in Vaticano dal 6 al 9 maggio 2008, su invito di Benedetto XVI, per partecipare ad una celebrazione ecumenica presieduta dal Papa. Poi di nuovo il 12 aprile del 2015, quando il Pontefice regnante era Francesco che volle il capo della Chiesa Armena della sede di Etchmidazin al suo fianco durante la Messa celebrata nella Basilica di San Pietro in memoria dei martiri armeni del 1915. Durante quella celebrazione, Papa Francesco proclamò San Gregorio di Narek dottore della Chiesa Universale. Un momento di grande significato per tutta la Chiesa armena.

Sul solco di Wojtyla, anche Bergoglio si recò dal 24 al 26 giugno 2016 in Armenia. Il “primo Paese cristiano” – come recitava il motto del viaggio apostolico – che il Papa argentino volle onorare nel 2018, quando nei Giardini Vaticani inaugurò una statua di San Gregorio di Narek. Karekin II era presente quel giorno, insieme anche all’allora presidente della Repubblica di Armenia, Serzh Sargsyan.

Lo stesso anno, ma ad ottobre, Karekin II visitò nuovamente Papa Francesco e incontrò numerosi esponenti della Curia Romana. Un altro incontro si è svolto nel settembre 2020 e in quell’occasione il catholicos aveva presentato al Papa la situazione creatasi a seguito delle operazioni militari contro l’Artsakh. Sottolineava quindi l’importanza degli appelli del Pontefice per porre fine al conflitto e per il ristabilimento della pace.

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Leone XIV invitato in Armenia da Karekin II, tra i temi dell’incontro la violenta crisi tra la Chiesa armena e il premier Pashinyan (Il Messaggero)

Papa Leone XIV ha incontrato il Catholicos armeno Karekin II (Aci Stampa)

“Pace fondata sulla giustizia”: l’incontro tra Papa Leone e il Catholicos degli armeni Karekin II (AciStampa)

Papa Leone XIV ha incontrato Karekin II (Lavocedelpopolo)

Il Patriarca Armeno invita Papa Leone XIV a visitare l’Armenia: l’incontro a Castel Gandolfo (Ewtn)


Leone XIV riceve Karekin II: tracciato un cammino comune di fraternità (In Terris)

Festival internazionale del cinema e delle arti. Appuntamento dedicato al Cinema della diaspora armena. NordestNews 15.09.25)

La XXIV edizione de I Mille Occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti giunge mercoledì 17 settembre alla sua giornata conclusiva al Cinema Ariston, con un intreccio di memorie storiche, riscoperte autoriali e omaggi letterari. Un percorso che attraversa il cinema della diaspora armena, le sperimentazioni del concorso internazionale, le radici irlandesi di Hitchcock e le pagine di Leonardo Sciascia trasposte sul grande schermo.

La giornata si apre alle 14.30 con il secondo appuntamento dedicato al Cinema della diaspora armena. Dopo aver presentato le radici di un cinema transnazionale nato dalla necessità di dare forma a un’identità segnata dal genocidio e dall’esilio, il festival propone due opere fondamentali. Uomini, anni, vita (Italia, 1990, 70’) di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che hanno saputo trasformare i materiali d’archivio in uno strumento di riflessione sull’identità armena, dalle lacrime del 1915 alle immagini del realismo socialista. E Arménie 1900 (Francia, 1981, 13’) di Jacques Kébadian, un album di famiglia immaginario, costruito con fotografie, incisioni, lettere e disegni, che restituisce lo sguardo di un bambino armeno alla vigilia del genocidio.

Alle 16.00 spazio al Concorso internazionale – Cinema sul cinema, con Relâmpagos de críticas murmúrios de metafísicas (Brasile, 2024, 148’) di Rodrigo Lima e Júlio Bressane. Un mosaico vibrante che ripercorre la storia del cinema brasiliano attraverso 48 opere, dal 1898 al 2022. Un itinerario visivo che intreccia epoche, stili e sensibilità, omaggiando la settima arte con un approccio libero e affettuoso, capace di riportare in vita atmosfere e intuizioni dimenticate. Julio Bressane (Rio de Janeiro, 1946) esordisce giovanissimo nel cinema, dopo le prime esperienze come assistente di registi del Cinema Novo. Con opere come O Anjo Nasceu inaugura il cosiddetto Cinema Marginal, segnato da rottura e sperimentazione, e nel 1970 fonda con Rogério Sganzerla e Helena Ignez la casa di produzione Belair, presto osteggiata dalla dittatura militare. Dopo anni di esilio e marginalità, i suoi film tornano ad essere accolti nei festival internazionali con crescente successo.

Alle 18.45 ritorna la sezione Young and Innocent: il cinema interminabile dei cineasti più grandi con Juno and the Paycock (Giunone e il pavone, UK 1929, 85’) di Alfred Hitchcock. Realizzato nel passaggio dal muto al sonoro, il film segna l’unico incontro del maestro inglese con la tradizione irlandese, anticipando John Ford nel confronto con i testi di Seán O’Casey. Tra teatro e cinema, Hitchcock costruisce un’opera rigorosa e sorprendente, dove l’individuo resta solo di fronte alla storia sociale.

La chiusura della giornata, alle 21.00, è dedicata a Una storia semplice? Leonardo Sciascia e il cinema. In programma Il giorno della civetta (Italia, 1968, 108’) di Damiano Damiani, con Claudia Cardinale e Franco Nero. Tratto dal celebre romanzo del 1961, il film racconta l’indagine dell’ufficiale dei Carabinieri Carlo Bellodi sull’omicidio di un impresario edile, aprendo il discorso cinematografico del regista friulano sul rapporto tra Sicilia e mafia. Un’opera che unisce impegno civile e potenza narrativa, ancora oggi attualissima.

Questa di mercoledì 17 settembre è l’ultima giornata di proiezioni al Cinema Ariston, ma il festival avrà una significativa coda: Relâmpagos de críticas murmúrios de metafísicas di Lima e Bressane sarà infatti trasmesso sabato 20 settembre alle 0.50 all’interno di Fuori Orario su Rai 3, lo storico programma notturno amato dai cinefili che dal 1988 accompagna la scoperta del cinema invisibile.

Tutte le proiezioni sono a ingresso gratuito.

Mercoledì 18 settembre 2025

14.30
Il cinema della diaspora armena
Uomini, anni, vita di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi
Italia 1990, 70’
Arménie 1900 di Jacques Kébadian
Francia 1981, 13’

16.00
Concorso internazionale – Cinema sul cinema
Relâmpagos de críticas murmúrios de metafísicas di Rodrigo Lima, Júlio Bressane Brasile 2024, 148’

18.45
Young and Innocent: il cinema interminabile dei cineasti più grandi
Juno and the Paycock di Alfred Hitchcock Giunone e il pavone, UK 1929, 85’

21.00
Una storia semplice? Leonardo Sciascia e il cinema
Il giorno della civetta di Damiano Damiani
Italia 1968, 108’
con Claudia Cardinale e Franco Nero

I mille occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti

è realizzato da

Associazione Culturale Anno Uno

con il contributo di

Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Assessorato alla Cultura

IOSONOFRIULIVENEZIAGIULIA

con la main partnership di

La Cineteca del Friuli

con la collaborazione di

Cineteca di Bologna, Istituto Luce – Cinecittà, Svenska Fiminstitutet, BFI, Kinoatelje – Cross-Border Film Festival – Poklon Viziji, Fuori orario, Rai 3, CSC – Cineteca Nazionale, CSC – Centro Studi Cinematografici, Trieste Film Festival – Alpe Adria Cinema, Casa del Cinema di Trieste

KINO BASAGLIA è realizzato all’interno di GO!2025 NOVA GORICA-GORIZIA

 

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Lotta di potere in Armenia: Chiesa, Stato e la battaglia per le reti elettriche (Max21 15.09.25)

Repressione scatenata da una disputa ecclesiastica

In Armenia si sta consumando un confronto ad alto rischio, dove il governo del primo ministro Nikol Pashinyan ha deciso di nazionalizzare la principale azienda elettrica del Paese nel quadro di una repressione contro importanti critici. Lo scontro è scoppiato nel giugno 2025 dopo che Samvel Karapetyan, miliardario filantropo russo-armeno e proprietario della Electric Networks of Armenia (ENA), ha difeso pubblicamente la Chiesa apostolica armena contro quella che ha definito una “campagna” di pressione da parte del governo (vedi la nostra inchiesta sulla controversa campagna di Pashinyan contro la Chiesa). Le dichiarazioni di Karapetyan, rilasciate il 17 giugno a sostegno del Catholicos (Patriarca) della Chiesa, hanno provocato una risposta furiosa da parte di Pashinyan. Nel giro di poche ore, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella villa di Karapetyan a Yerevan e il giorno successivo è stato arrestatocon l’accusa di aver incitato al rovesciamento violento del governo. I suoi avvocati hanno condannato l’accusa (ai sensi dell’articolo 422 del codice penale) come infondata e motivata da ragioni politiche – “una catena di illegalità”, secondo le parole dell’avvocato Armen Feroyan.

L’arresto di Karapetyan ha segnato una drammatica rottura: fino a poco tempo fa, era considerato un sostenitore dietro le quinte di Pashinyan. Ma la sua decisione di rompere le righe in difesa della Chiesa, una delle più antiche istituzioni nazionali dell’Armenia, sembra averlo reso un bersaglio. In un’intervista rilasciata poco prima del suo arresto, Karapetyan ha criticato aspramente una “piccola cricca” all’interno del governo per aver attaccato la Chiesa, promettendo“Sono sempre stato dalla parte della Chiesa armena… Se i leader politici falliscono, interverremo a modo nostro”. Pashinyan ha risposto con post incendiari sui social media che molti hanno interpretato come diretti a Karapetyan e al clero. «Perché i prostituti “ecclesiastici” e i loro prostituti “benefattori” sono diventati così attivi? Non c’è problema, li disattiveremo… per sempre“, ha scritto il primo ministro su Facebook. Tali volgari attacchi hanno scioccato gli osservatori, compresa la Santa Sede di Etchmiadzin (la sede della Chiesa), che ha condannato l’arresto di Karapetyan come ”chiaramente motivato da ragioni politiche“ e ”illegale”.

Accelerare l’acquisizione di un’azienda di servizi pubblici

La tempistica degli eventi ha destato allarme sulle motivazioni di Pashinyan. Poche ore dopo l’arresto di Karapetyan, il 18 giugno, Pashinyan è tornato su Facebook, questa volta per dichiarare che “è giunto il momento di nazionalizzare l’ENA”, promettendo che il processo sarebbe avvenuto “rapidamente”. Ha esortato il personale dell’ENA a continuare a lavorare con diligenza, lasciando intendere che presto lo Stato avrebbe assunto il controllo. La giustificazione ufficiale del governo era che i proprietari privati dell’ENA avevano gestito male la rete elettrica, causando presunti blackout e persino una “crisi energetica” per “fomentare disordini”. Pashinyan ha affermato di aver ordinato una revisione dell’ENA settimane prima e di aver riscontrato gravi disservizi dovuti a una cattiva gestione. Tuttavia, i critici ritengono chequesta versione sia solo una cortina fumogena per giustificare una ritorsione. Sostengono che la mossa di Pashinyan miri a punire Karapetyan per il suo dissenso e a lanciare un messaggio intimidatorio ad altre figure di spicco o investitori che potrebbero sfidare il governo.

Ciò che seguì fu una fretta spinta alla legalizzazione dell’espropriazione. Il 2 luglio, il parlamento controllato da Pashinyan approvò frettolosamente un disegno di legge che consentiva al governo di “assumere temporaneamente” la gestione dell’ENA e di imporne la vendita entro tre mesi. Il processo è stato altamente politicizzato: economisti, parlamentari dell’opposizione e persino osservatori internazionali avevano messo in guardia contro una misura così drastica, ma le loro cautele sono state ignorate quando il partito al potere, Contratto Civile, ha fatto approvare il disegno di legge. La nuova legge sull’energia ha conferito alle autorità di regolamentazione il potere di nominare un management statale presso l’ENA in attesa di un’acquisizione forzata. Infatti, nel giro di pochi giorni, il “direttore ad interim” scelto a puntino dal governo, Romanos Petrosyan, fedele alleato di Pashinyan, è stato approvato dalla Commissione di regolamentazione dei servizi pubblici. Petrosyan non ha perso tempo: ha licenziato l’amministratore delegato ad interim dell’ENA e ha iniziato a riorganizzare il personale, azioni che la leadership estromessa dell’ENA ha denunciato come illegali.

Le figure dell’opposizione e il campo di Karapetyan insistono sul fatto che la campagna di nazionalizzazione è punitiva. Sottolineano che l’ENA, il monopolio della distribuzione dell’elettricità in Armenia, era stata privatizzata all’inizio degli anni 2000 per migliorarne l’efficienza ed era stata acquisita dal Tashir Group di Karapetyan nel 2015, dopo che il precedente proprietario russo aveva incontrato difficoltà a causa delle proteste pubbliche. Per quasi otto anni, l’ENA ha operato senza che il governo tentasse di rinazionalizzarla. “Se il governo aveva gli strumenti o l’intenzione di abbassare i prezzi [dell’elettricità], ha avuto sette anni per farlo”, ha commentato con sarcasmo l’economista Suren Parsyan, sostenendo che incolpare ora l’ENA per l’aumento delle tariffe energetiche sotto la guida di Pashinyan è disonesto. Un altro economista, Haykaz Fanyan, ha avvertito che “avviare un processo di nazionalizzazione forzata, soprattutto senza indennizzi, danneggerà gravemente la fiducia degli investitori”, segnalando alle imprese nazionali e internazionali che “i diritti di proprietà e i contratti non sono protetti in Armenia”. Tali preoccupazioni sono ampiamente condivise dalla comunità imprenditoriale armena. Vache Gabrielyan, ex vice primo ministro e decano dell’Università Americana dell’Armenia, ha osservato che la “nazionalizzazione” non esiste nemmeno nell’attuale legislazione armena, il che significa che il governo stava scrivendo nuove regole al volo. “C’è un rischio reale di arbitrato internazionale se questo processo procede senza una chiara giustificazione giuridica”, ha avvertito Gabrielyan alla fine di giugnocivilnet.am – un avvertimento che si è presto rivelato profetico.

Il tribunale arbitrale mette un freno

Con una svolta drammatica, il 22 luglio un tribunale arbitrale internazionale di Stoccolma è intervenuto per fermare l’acquisizione dell’ENA da parte del governo armeno. La famiglia Karapetyan, proprietaria dell’ENA attraverso una holding registrata a Cipro, aveva presentato una richiesta urgente ai sensi del trattato bilaterale di investimento tra Armenia e Cipro. L’Istituto di arbitrato della Camera di commercio di Stoccolma (SCC) si è pronunciato a loro favore, emettendo una decisione d’urgenza che ordina a Yerevan di “astenersi dall’applicare” la nuova legge di nazionalizzazione all’ENA e di interrompere qualsiasi ulteriore misura volta a sequestrare la società. In sostanza, il tribunale ha sospeso la mossa di potere di Pashinyan. Ha messo in discussione il rispetto da parte del governo dell’accordo di protezione degli investimenti del 1995 tra Armenia e Cipro, giudicando la legge sull’energia approvata in fretta e furia potenzialmente illegale secondo il diritto internazionale. Gli arbitri hanno avvertito che, senza un provvedimento immediato, gli investitori potrebbero subire un danno irreparabile, perdendo il controllo dell’ENA in un modo che potrebbe rendere inadeguato qualsiasi risarcimento futuro.

Questo verdetto dimostra che la giustizia esiste nel mondo e non viene applicata tramite Facebook, come avviene attualmente in Armenia”, ha dichiarato Narek Karapetyan, nipote di Samvel e presidente del consiglio di amministrazione dell’ENA, salutando con favore la decisione del tribunale. L’osservazione tagliente ha sottolineato come la propensione di Pashinyan alla politica via Facebook – in questo caso, l’annuncio di una grande espropriazione tramite i social media – abbia ricevuto una reprimenda fondata sullo Stato di diritto. Narek Karapetyan ha affermato che la sentenza invalida qualsiasi modifica alla struttura gestionale dell’ENA. Infatti, ordinando all’Armenia di non applicare la controversa legge, la SCC ha di fatto contestato la legittimità della nomina di Petrosyan e la destituzione dei dirigenti dell’ENA. (Il CEO licenziato, Davit Ghazinyan, ha definito illegale la sua rimozione e la sta contestando).

La reazione del governo armeno è stata di sfida, anche se piuttosto opaca. L’ufficio di Pashinyan ha rilasciato una dichiarazione in cui insisteva di “rispettare la decisione”, ma sosteneva che la presa di controllo ad interim della direzione dell’ENA andava oltre la portata della sentenza. Il governo ha fatto riferimento alle leggi armene e ai trattati internazionali sul riconoscimento delle sentenze arbitrali, lasciando intendere che potrebbe ritardare o contestare l’esecuzione. In pratica, i funzionari hanno segnalato che non avrebbero revocato la nomina di Petrosyan a direttore ad interim dell’ENA, scegliendo di fatto quali parti della sentenza straniera rispettare. Questa posizione ha suscitato aspre critiche. “L’ufficio di Pashinyan, con il suo ormai familiare stile di interpretazione selettiva, ha affermato che la sentenza non limita la sua nomina… eludendo il contenuto della sentenza”, ha accusato un editoriale del giornale di opposizione Oragark. L’episodio, secondo molti osservatori, è una prova dell’impegno dell’Armenia nei confronti del diritto internazionale“L’Armenia è ancora vincolata dai trattati internazionali e non può operare come un feudo senza legge”, ha scritto Oragark, sottolineando che la decisione di Stoccolma “afferma che ci sono dei limiti all’arroganza di Pashinyan”.

Ripercussioni internazionali e rischi futuri

L’aggressiva campagna del governo Pashinyan contro Karapetyan e la Chiesa armena sta portando l’Armenia in acque inesplorate. Se Yerevan sfida l’ordine dell’arbitrato internazionale e procede con l’espropriazione dell’ENA, dovrà affrontare diverse gravi ripercussioni:

  • Sanzioni legali e finanziarie: la violazione di un trattato bilaterale sugli investimenti potrebbe alla fine portare a un ingente risarcimento danni a carico dell’Armenia. Se il governo ignora la sentenza provvisoria della SCC e un arbitrato definitivo ordina successivamente all’Armenia di risarcire la società di Karapetyan, il mancato pagamento potrebbe comportare il sequestro dei beni dello Stato armeno all’estero ai sensi della Convenzione di New York. Tali battaglie legali sono costose e potrebbero compromettere l’affidabilità creditizia dell’Armenia.
  • Fuga degli investitori: La saga dell’ENA ha già mandato onde d’urto nella comunità imprenditoriale armena. Lo spettacolo di un’azienda redditizia e strategica sequestrata in un’“imboscata parlamentare” è esattamente lo scenario che spaventa gli investitori. Come ha osservato l’economista Fanyan, i diritti di proprietà appaiono ora insicuri. Sia le multinazionali che gli investitori della diaspora potrebbero ridimensionare i loro piani, temendo interferenze politicizzate o una vera e propria nazionalizzazione in futuro. Ciò potrebbe minare la crescita economica dell’Armenia e i suoi sforzi per attrarre investimenti stranieri.
  • Isolamento diplomatico: Pashinyan si è presentato come un riformatore allineato ai valori democratici occidentali, ma la repressione mina la credibilità internazionale dell’Armenia. I partner occidentali hanno finora mantenuto un profilo basso, ma la pressione sta aumentando. In un recente editoriale, l’ex ministro degli Esteri Vartan Oskanian ha avvertito che l’Europa non deve rimanere in silenzio mentre “l’Armenia… sprofonda sempre più nell’autoritarismo”. Il protrarsi della repressione potrebbe compromettere le relazioni dell’Armenia con l’UE e gli Stati Uniti, minacciando potenzialmente gli aiuti esteri o i programmi di cooperazione. Inoltre, espone Yerevan all’accusa di doppia morale: cercare il sostegno internazionale contro l’aggressione dell’Azerbaigian, mentre nel proprio paese si violano le norme giuridiche internazionali.
  • Polarizzazione interna e instabilità: sul piano interno, queste azioni costituiscono un precedente preoccupante. L’uso delle istituzioni statali per colpire i rivali politici ed economici mina la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto. La fragile democrazia armena ha già vissuto situazioni simili: anche i governi precedenti hanno dovuto affrontare accuse di giustizia selettiva, qualcosa che Pashinyan aveva promesso di riformare. Ora, concentrando il potere ed emarginando gli oppositori, la sua amministrazione rischia di alimentare la disillusione popolare. Sono già state organizzate proteste di massa da parte dei gruppi di opposizione che chiedono il rilascio di Karapetyan e la fine della “politica della vendetta”. Se la situazione dovesse aggravarsi, i disordini interni potrebbero destabilizzare ulteriormente il Paese in un momento in cui deve affrontare anche sfide di sicurezza esterna.

Un momento critico per lo Stato di diritto in Armenia

Il tentativo di nazionalizzare Electric Networks of Armenia – e la più ampia repressione che lo circonda – è diventato una prova del nove per la democrazia e la governance dell’Armenia. Da un lato, il governo Pashinyan insiste nel sostenere che sta difendendo l’interesse nazionale, sradicando un oligarca che, secondo loro, stava minando lo Stato. Dall’altro lato, un coro di voci dell’opposizione, leader della società civile, economisti indipendenti ed esperti internazionali vedono questa mossa come un grave abuso di potere, una regressione verso tattiche autoritarie sotto le spoglie della “nazionalizzazione” economica.

“Imitando la logica dei regimi autoritari, la leadership armena… approfondisce la sfiducia interna nelle istituzioni democratiche”, avverte l’analista politico Tigran Grigoryan. Il caso ENA, sostiene, dimostra che strumentalizzare il sistema giudiziario per obiettivi di fazione “non rafforza la sovranità, ma la indebolisce”. Infatti, lungi dal rafforzare l’indipendenza dell’Armenia, la campagna contro Karapetyan e la Chiesa potrebbe minare le stesse fondamenta dello Stato di diritto che garantiscono la sovranità dell’Armenia sulla scena mondiale.

Per ora, l’ingiunzione del tribunale di Stoccolma ha lanciato un’ancora di salvezza ai proprietari dell’ENA e ha creato un confronto tra il diritto interno armeno e gli obblighi internazionali. L’amministrazione Pashinyan si trova di fronte a una scelta difficile: procedere con l’acquisizione dell’ENA nonostante la sentenza, segnalando così che, sotto la sua guida, la convenienza politica interna prevale sui trattati, oppure fare marcia indietro e cercare una soluzione legale, a costo di un imbarazzo politico. La sua scelta avrà ripercussioni che andranno ben oltre questa singola azienda. Come ha scritto la redazione di Oragark, «La battaglia per l’ENA non riguarda solo l’elettricità. Riguarda… se la legge inizia e finisce con il feed Facebook di un uomo».

In un paese in cui le conquiste democratiche sono state ottenute con fatica, il mondo sta ora osservando come l’Armenia affronterà questo bivio. Sosterrà i principi di legalità e pluralismo che professa o scivolerà ulteriormente verso un governo personalizzato che non tollera il dissenso? L’esito definirà non solo il clima degli investimenti e la posizione internazionale dell’Armenia, ma anche l’integrità delle sue istituzioni interne. E come dimostra la saga dell’ENA, tali istituzioni – dalla Chiesa ai tribunali – sono messe alla prova come mai prima d’ora sotto il mandato di Pashinyan. Le prossime settimane saranno cruciali per determinare se l’Armenia farà un passo indietro da questo precipizio o se precipiterà in una crisi politica ancora più profonda, causata da lei stessa.

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I Giovani Turchi e il genocidio armeno nelle pagine di Lawrence d’Arabia (Sololibri 14.09.25)

Merita un’approfondita analisi la descrizione del movimento dei Giovani Turchi inserita da Thomas Edward Lawrence (1888-1935) nella sua opera più nota, “I sette pilastri della saggezza”, del 1922. Lo scrittore, passato alla storia come “Lawrence d’Arabia”, riconobbe con lucidità il ruolo di questa forza politica nell’ultima fase dell’esistenza dell’impero ottomano, e denunciò presso i lettori europei l’orrore del genocidio armeno.

Riccardo Pasqualin
Pubblicato il 14-09-2025

I Giovani Turchi e il genocidio armeno nelle pagine di Lawrence d'Arabia

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Thomas Edward Lawrence (1888-1935), noto a tutti come “Lawrence d’Arabia”, fu un testimone privilegiato e controverso della sua epoca. Ufficiale di collegamento con le forze ribelli durante la rivolta araba contro l’impero ottomano (1916-1918), lo scrittore britannico ci ha lasciato un racconto di straordinario valore storico e letterario nella sua opera I sette pilastri della saggezza (Seven Pillars of Wisdom).
In questo libro del 1922, senza porsi come il vero protagonista degli eventi bellici, Lawrence non si limitò a raccontare i fatti, ma ne offrì delle interpretazioni personali e interessanti, in cui passaggi intrisi di passione e di spirito “tardo-romantico” si alternano a riflessioni più distaccate e razionali. Presentando il libro, l’autore scrisse che

La sua intenzione è di razionalizzare la campagna araba, perché tutti possano capire che il successo fu naturale e inevitabile, indipendente o quasi da direttive o cervello, e meno ancora dall’aiuto esterno di pochi Inglesi. Fu una guerra araba, condotta e guidata dagli Arabi, per un fine arabo, in Arabia.

Lawrence e il sostegno al risveglio nazionale arabo

Studioso della storia e della cultura araba, Lawrence si immerse nella conoscenza di un mondo lontano dal suo, ma la sua prospettiva rimase segnata dal fascino per l’esotico tipico della borghesia europea del suo tempo. Pur vivendo a stretto contatto con i musulmani, Lawrence non seppe mai cogliere quale seria minaccia l’islam rappresenti per la civiltà. Affascinato dall’idea di un risveglio nazionale arabo, ne fu un fervente sostenitore e vide nell’abbattimento dell’impero ottomano un’opportunità di emancipazione. Non comprese, tuttavia, come la fine della dominazione turca avrebbe spianato la strada per la nascita in Arabia di un regime ancor più oscurantista e pericoloso.
Stando alle sue stesse parole, sembra di poter intendere che il narratore fosse convinto che, una volta raggiunta l’indipendenza, gli arabi sarebbero vissuti in pace col resto del mondo, trasformandosi gradualmente in innocui capitalisti:

Un altro motivo di lagnanza delle città derivava dalla questione della legge. Il codice civile turco era stato abolito, ed era tornata l’antica legge religiosa, la rigida legge coranica del cadì arabo. A suo tempo, ci spiegò Abdulla con un sorriso, avrebbero scoperto nel Corano anche le massime e le sentenze necessarie per adeguarlo alle esigenze della finanza moderna, dal commercio bancario agli scambi di valuta.

Ma constatando ogni giorno come proprio dalla Penisola Arabica giungano in tutto il globo ingenti fondi per finanziare il terrorismo musulmano e l’islamizzazione, oggi, a distanza di poco più di un secolo, possiamo osservare quanto siano state gravi le sottovalutazioni di Lawrence (e di tanti personaggi suoi contemporanei e più potenti di lui).
Egli si lasciò andare a parole di inaudita ingenuità, che paiono ridurre scenari geopolitici complessi alle fantasie di un sognatore:

Volevo creare una Nazione nuova, ristabilire un’influenza defunta, offrire a venti milioni di Semiti la base sulla quale costruire un ispirato edificio di sogni per il loro pensiero nazionale. Un fine così nobile fece richiamo alla loro congenita nobiltà di sentimenti, e li convinse ad assumersi una parte generosa nelle vicende.

Le potenze coloniali, che si spartirono il dominio sui continenti, avrebbero potuto sradicare l’islam dai territori soggetti al loro controllo, portando così condizioni di pace e stabilità in numerose aree del mondo. Tuttavia, privilegiando esclusivamente il profitto economico immediato, scelsero di non intraprendere azioni tanto impegnative. Cooptarono le élite religiose musulmane per mantenere l’ordine e legittimare il proprio potere, che mirava solo al controllo economico e strategico dei territori. Inoltre il lungo contatto con le popolazioni musulmane non produsse in Europa una reale comprensione critica della loro cultura e della loro religione, tanto che a partire dal secondo dopoguerra si è diffusa tra i progressisti l’illusione che tali comunità fossero facilmente integrabili. Ma un segnale emblematico della grave ingenuità europea, destinata a rivelarsi autolesionista, si ebbe già nel 1926, quando il governo francese fece edificare la ’Grande moschea di Parigi’ quale gesto di ’riconoscenza’ verso i soldati musulmani provenienti dalle colonie, che combattendo durante la Prima Guerra mondiale “in difesa della Francia” avevano collaborato all’autodistruzione del continente.

Lawrence e la comparsa sulla scena politica del movimento dei Giovani Turchi

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Tornando a Lawrence, una riduzione de I sette pilastri della saggezza, pubblicata nel 1927 con il titolo La rivolta nel deserto, rese più accessibili a un vasto pubblico le vicende e i pensieri dello scrittore, contribuendo a consolidare il mito dell’avventuriero e “cronista” delle trasformazioni vissute dal Medio Oriente durante la Grande Guerra. A causa della complessa vicenda editoriale del testo, è invece rimasto a lungo inedito un intero capitolo de I sette pilastri in cui l’autore ammette la sua profonda amarezza per il tradimento del progetto di un vasto stato arabo da parte delle potenze vincitrici.
Il presente articolo – citando la traduzione pubblicata da Walter Mauro (1925-2012) per Newton nel 1995 – tratterà proprio delle osservazioni di Lawrence riguardo il profondo cambiamento avvenuto in Anatolia con la comparsa sulla scena politica del movimento dei Giovani Turchi (Genç Türkler), ispirato alla Giovine Italia di Mazzini.

Lo scrittore inizia a trattare questo argomento nel quarto capitolo de I sette pilastri:

venne la rivoluzione turca [luglio 1908], la caduta di Abdul Hamid [1842-1918, deposto nel 1909], la conquista del potere da parte dei ’Giovani Turchi’. Per qualche tempo, per gli Arabi l’orizzonte si allargò. Il movimento dei ’Giovani Turchi’ si opponeva alla vecchia concezione gerarchica dell’islam e alle teorie panislamiche del deposto Sultano, il quale, essendosi autonominato direttore spirituale del mondo islamico, voleva diventarne (senza possibilità di appello) anche capo spirituale. I giovani rivoluzionari si ribellarono e lo gettarono in prigione, spinti dalla fede nelle teorie costituzionali di uno stato sovrano.

Abdul-Hamid II aveva compreso che le sue riforme non sarebbero riuscite a unificare le diverse popolazioni dell’impero sotto una comune identità “ottomana”, gli sarebbe stato impossibile costruire un nazionalismo credibile, e quindi cercò di elaborare una nuova strategia ideologica, facendo leva sul fatto che dal 1517 gli imperatori ottomani erano anche califfi, ma pure questa mossa non ebbe successo, né tra i turchi né tra gli arabi. Sintetizzando le contraddizioni che attraversarono l’ultima fase del declino ottomano, Lawrence affermò che:

era impossibile per un uomo in Turchia essere moderno e insieme suddito leale, specialmente se apparteneva ad una di quelle razze – Greci, Arabi, Curdi, Armeni e Albanesi – sulle quali i Turchi avevano dominato tanto a lungo.

Così, per screditare le politiche di Abdul-Hamid, i Giovani Turchi assunsero una posizione ambigua:

I Giovani Turchi, nell’euforia del successo, si lasciarono trascinare dalla logica dei loro princìpi, e come protesta contro il Panislamismo iniziarono a predicare la fratellanza ottomana. Le razze soggette – assai più numerose dei Turchi – credettero di essere state chiamate a cooperare alla creazione di un nuovo Oriente. Entusiaste del compito (e delle idee di Herbert Spencer [1820-1903] e di Alexander Hamilton [1755/1757?-1804]) esposero progetti di grandi riforme, e acclamarono i Turchi come compagni. I Turchi, spaventati dalle forze che avevano scatenato, spensero i fuochi con la stessa rapidità con la quale li avevano accesi. Il loro grido di battaglia divenne “La Turchia turca per i Turchi”, Yeni Turan. In seguito, tale politica li avrebbe condotti verso la liberazione dei loro connazionali irredenti: i Turchi soggetti alla Russia in Asia centrale; ma prima di tutto volevano liberare il loro impero da tutte le irritanti razze inferiori che resistevano al loro dominio. Per primi, occorreva mettere a posto gli Arabi, la minoranza più numerosa. Di conseguenza, ne furono dispersi i rappresentanti, proibite le associazioni arabe, proscritti i notabili. Ogni manifestazione araba, e persino la lingua, furono proibite da [Ismail] Enver Pascià [1881-1922] più duramente che da Abdul Hamid prima di lui.

Il Panturanismo

L’irredentismo turco a cui si allude è il Panturanismo; cominciare a considerarsi innanzitutto turchi, anziché musulmani, rappresentò un cambiamento radicale per l’élite dell’impero ottomano. Gli arabi e i persiani furono i primi, dopo essere venuti a contatto nei secoli VII-X con tribù nomadi che si chiamavano generalmente “türk“, a estendere questo appellativo a tutti i popoli di lingua turcica. Durante la lunga storia dell’impero il termine “turco” era rimasto perlopiù un’etichetta attribuita dall’esterno, mentre tra i membri dell’élite al potere indicava essenzialmente i contadini musulmani dell’Anatolia. Solo con i Giovani Turchi autodefinirsi turco divenne una bandiera d’orgoglio nazionalista.
Ma per creare uno stato-nazione turco questo movimento politico desiderava anche fare piazza pulita delle popolazioni non turciche che vivevano tra il Mar Egeo e il Caucaso:

La mobilitazione [il colpo di mano del 23 gennaio 1913] consegnò il potere nelle mani di quei Giovani Turchi – Enver, [Mehmet] Talaat [1874-1921] e [Ahmed] Gemal [1872-1922] – che erano assieme i più crudeli, i più logici e i più ambiziosi. Essi si prefissero lo scopo di eliminare tutte le correnti non turche nello stato, e specialmente i nazionalisti Arabi e Armeni.

Lawrence aggiunge che:

I membri superficiali e appena dirozzati del comitato dei Giovani Turchi discendevano da Greci, Albanesi, Circassi, Bulgari, Armeni, Ebrei, da tutti, insomma, fuorché dai Selgiuchidi o dagli Ottomani.

Enver era di origini albanesi, inoltre tutti e tre i componenti del triumvirato militare turco erano affiliati alla massoneria, una forza ideologica penetrata dall’esterno: entrata in Turchia da fuori, dall’Europa.

I vecchi vertici dell’impero ottomano venivano giudicati dal popolo rieducato al nazionalismo turco come culturalmente legati a un modello che non poteva più rappresentare la nuova Turchia, sembra essere questo il senso delle parole usate da Lawrence d’Arabia:

La gente comune non andava più d’accordo con i propri governanti: levantini per cultura, francesi in politica.

Il genocidio armeno

Con questa rieducazione nazionalista, si posero le basi per il genocidio armeno (tuttora negato dal governo turco) e diverso, dal punto di vista della matrice ideologica, rispetto ai precedenti massacri di cristiani. Lawrence scrisse che gli armeni – apparentemente pronti a difendersi dopo secoli di soprusi – si erano armati e organizzati:

ma i loro capi erano venuti meno al loro compito. Essi vennero disarmati e distrutti a tappe progressive: gli uomini col massacro, le donne e i bambini sospingendoli nel deserto, lungo strade fredde e battute dal vento, nudi e affamati, preda facile per chiunque passava, finché non erano morti.

Lo scrittore riconobbe chiaramente lo sterminio degli armeni come genocidio:

I Giovani Turchi avevano trucidato gli Armeni non perché Cristiani, ma in quanto Armeni; e per la stessa ragione cacciavano gli Armeni Cristiani e quelli Musulmani nelle stesse prigioni, impiccandoli alle stesse forche. […] I Turchi non si fidavano degli ufficiali e dei soldati arabi nell’esercito, e speravano di annientarli impiegando gli stessi sistemi di dispersione usati contro gli Armeni.

Il militare britannico denunciò anche l’”infame deportazione [di civili armeni] compiuta dai Giovani Turchi nel 1915“.
Il paragone tra arabi e armeni operato da Lawrence può suscitare parecchie riflessioni negli storici riguardo quello che alcuni credevano avrebbe potuto essere il futuro degli ex-territori ottomani, ma da alcune righe de I sette pilastri della saggezza, forse, si può intuire che nemmeno il narratore credette seriamente al progetto di un grande stato nazionale arabo:

Sapevamo bene che anche questi erano sogni. Un governo arabo in Siria, pur fondato sulle fantasie arabe, non sarebbe stato meno imposto di un governo turco, o di un protettorato straniero, o del Califfato storico.

Il libro contribuisce infine a far comprendere che la persecuzione degli armeni da parte dei turchi (fenomeno che perdura sino ai giorni nostri) non può essere ricondotta esclusivamente a motivi di natura religiosa. Infatti, gli armeni sono stati soggetti a discriminazioni e violenze sia sotto governi turchi di matrice “islamista”, sia sotto governi nazionalisti e laici, che si dicevano orientati verso una modernizzazione.

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Avanesyan racconta il suo calvario: “Ho avuto la mononucleosi. Ero sempre esausta” (TennisWorld 14.09.25)

Che fine ha fatto Elina Avanesyan? La tennista russa naturalizzata armena, che aveva iniziato l’anno da numero 44 del mondo dopo i buoni risultati conquistati lo scorso anno, compresa la prima finale Wta in carriera raggiunta a Iasi (in cui si ritirò nel terzo set contro Mirra Andreeva), sembrava decisamente in rampa di lancio. La semifinale al Wta 500 di Merida era valsa alla 22enne il best ranking, alla 36esima posizione, ulteriore segnale della crescita dell’armena. Che però, da marzo, ha subito un vero e proprio crollo. Tra ritiri e sconfitte ai primi turni, Avanesyan è precipitata in classifica, fino ad uscire dalla top 100.

Quasi un mistero, con la ragazza nata in Russia che sembrava quasi irriconoscibile. È stata la stessa Elina a rivelare, sui propri social, di aver vissuto un periodo da incubo, spiegando di aver dovuto combattere con una forma aggressiva di mononucleosi.

Il post di Elina Avanesyan

La tennista armena ha raccontato come è iniziato il proprio calvario: “A marzo mi è stata diagnosticata la mononucleosi. All’inizio non mi rendevo conto di quanto mi avrebbe influenzato, ma presto ho iniziato a sentirmi sempre esausta, senza energie, e anche gli allenamenti più semplici sono diventati davvero difficili. È stato particolarmente difficile da accettare perché i primi due mesi della stagione erano andati molto bene. Stavo gareggiando ad alto livello, mi sentivo in ottima forma e mi stavo davvero godendo il tennis. Passare da quello a sentirmi così debole e incapace di giocare è stato incredibilmente frustrante”.

Problemi che sono continuati anche nei mesi successivi, a causa della propria debolezza. “A Miami ho iniziato ad avere forti dolori al polso, che hanno richiesto molto tempo per guarire. Proprio quando pensavo di stare meglio, ho avuto un’altra battuta d’arresto con un dolore alla spalla, e da allora mi è sembrato che fosse un problema dopo l’altro. Questi problemi fisici sono stati molto difficili da gestire, soprattutto perché il mio corpo non si è ancora ripreso completamente dalla malattia. Mi sembra che tutto abbia richiesto più tempo del solito per guarire, il che rende il processo ancora più difficile”.

Avanesyan ha poi continuato: “Questo percorso mi ha messo alla prova in modi che non mi aspettavo. Ci sono stati momenti di frustrazione e persino di dubbio, ma ho anche imparato molto sulla pazienza, sulla resilienza e su quanto amo veramente questo sport. Essere in grado di giocare di nuovo è stato un grande passo avanti, ma competere senza sentirmi me stessa in campo è davvero difficile. Più di ogni altra cosa, mi manca poter lottare al massimo livello e godermi il gioco come so fare”.

La 22enne ha concluso ringraziando i propri fan per il sostegno, dichiarando di non vedere l’ora di tornare a competere al massimo della propria forma.

Viaggio in Armenia (Mangialibri 13.09.25)

Da un po’ di tempo le cose non si mettono per nulla bene: Osip Mandel’štam fatica a trovare un editore, se non per qualche traduzione. Ma delle sue poesie, nessuno ne vuole sapere, nessun giornale si arrischia a pubblicarle. Del resto è pericoloso avere a che fare con un “poeta” che scrive testi sconvenienti per il partito. Probabilmente è arrivato il momento di cambiare aria, di lasciare le grandi città di Mosca e Leningrado per approdare in un posto più tranquillo: per questo, con l’aiuto di Nikolaj Bucharin in persona, nel 1930 riesce a partire per l’Armenia, accompagnato dalla moglie Nadežda Jakovlevna. Nel paese delle “pietre urlanti”, Osip Mandel’štam recupera una sua condizione primordiale, di curiosità, ricerca e studio, che da tanto gli mancava: in particolare il soggiorno sulla piccola isola di Sevan è uno dei momenti più formativi e ricchi di quel periodo. L’isola si trova molto vicino alla costa dell’omonimo lago, nascosta da una natura rigogliosa, ospita pescatori, bambini rumorosi, qualche grotta di eremita e qualche rustico monastero. Ma è anche il ritrovo di professori, linguisti, biologi, antropologi, con i quali Mandel’štam ama trascorrere il suo tempo, discutendo dell’origine delle lingue caucasiche e dell’origine dell’uomo che, stando alla Bibbia, ha iniziato proprio sul monte Ararat, in bella vista anche dal lago, il suo nuovo cammino. Proprio qui conosce Boris Kuzin, un biologo, con cui condivide lunghe conversazioni e alcune riflessioni sui costumi e sulle usanze di un posto che sembra essere fuori del tempo, forse addirittura precede il tempo e lo spazio a cui è tradizionalmente abituato…

Viaggio in Armenia è il frutto di un primo esilio, fra il 1930 ed il 1932, che il prosatore e poeta Osip Mandel’štam ha dovuto affrontare per sfuggire alla censura stalinista: di lì a qualche anno, dopo l’ Epigramma di Stalin (1933), sarà più volte arrestato, condannato e infine spedito in Siberia, dove probabilmente morì nel 1938. Gran parte della sua opera ci è nota perché la moglie, Nadežda Jakovlevna, ne ha conservato i manoscritti, permettendone la stampa e la diffusione postuma. L’edizione Adelphi arricchisce, grazie alle cure di Serena Vitale, il testo dei diari poetici di Osip con la presentazione di scritti preparatori e frammenti che non hanno trovato spazio nell’edizione in vita del poeta, del 1933: si tratta di brogliacci, di studi gemmati dal diario (Intorno ai naturalisti), che permettono di apprezzare l’eclettismo di quello che Josif Brodskij ha definito “il più grande poeta russo del novecento”. In quelle pagine si spazia da Darwin all’etimologia di parole armene e russe, dalla natura che diventa poesia, ai tormenti di un prigioniero in esilio forzato. Sono spesso schegge impazzite, sprazzi di vita, che vivono poi di luce propria, di una propria compiutezza, tessere di un puzzle che trova piano piano forma in un pensiero più lungo, un pensiero che in Armenia fa soltanto una prima e fondamentale tappa, un pensiero che fatica a trovare un’unica etichetta che possa comprenderlo. Adesso si concentra su una parola per recuperarne senso e storia, quindi si sofferma sulla consistenza delle pietre e della neve che incorniciano l’orizzonte e la sua nostalgia; adesso è il ricordo di un amico, quindi diventa un pretesto per trasformarsi in uno sprazzo lirico. Viaggio in Armenia è un universo cromatico, triste e ironico, denso di umanità, quell’umanità aspra ed indurita come le pietre dell’Armenia, ma che, come quelle pietre, non perde mai il gusto per l’estetica della vita.

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Genocidio armeno, azione al museo della topografia del terrore a Berlino (ReportSardegna 13.09.25)

Questa notte a Berlino, sul museo “Topografia del terrore”, è apparsa una proiezione con l’immagine della non ti scordar di me e l’iscrizione in armeno «Հիշում ենք Սեպտեմբերյան օրերը» (“Ricordiamo i giorni di settembre”).

La non ti scordar di me non è un fiore scelto a caso: dal 2015, anno del centenario del genocidio armeno, è diventata il simbolo ufficiale della memoria. Il nero al centro ricorda il lutto per le vittime, il viola è il colore liturgico del lutto della Chiesa armena, mentre blu e giallo simboleggiano speranza e futuro.

Come il papavero rosso ricorda i caduti della Prima guerra mondiale, così la non ti scordar di me rappresenta il dovere di ricordare e trasmettere la memoria del genocidio armeno. I “giorni di settembre” rappresentano una delle pagine più tragiche della storia armena: nel settembre 1918, dopo la conquista di Baku da parte dell’“Armata dell’Islam” turca guidata da Nuri Pascià e con il sostegno di reparti armati azeri, ebbe inizio il massacro di massa degli armeni.

Secondo diverse stime, furono uccise dalle 10 alle 30 mila persone, e decine di migliaia divennero profughi. Questi eventi segnarono la fine dell’esistenza della comunità armena a Baku, un tempo uno dei più grandi centri culturali ed economici della diaspora. È simbolico che l’azione abbia avuto luogo proprio sulle mura del museo dedicato ai crimini nazisti e all’Olocausto, una tragedia riconosciuta in tutto il mondo. Anche il genocidio armeno è riconosciuto dalla maggior parte dei paesi, ma rimane oggetto di un cinico negazionismo da parte di Ankara. Inoltre, oggi siamo testimoni di una nuova politica dell’oblio da parte delle attuali autorità armene.

Il primo ministro Nikol Pashinyan, di fatto un vassallo fedele di Erdogan, evita deliberatamente il tema e tace sulla responsabilità della Turchia, privando così gli armeni del diritto alla giustizia.

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I mille occhi, al via a Trieste la nuova edizione del festival di cinema e arti (Ciakmagazine 12.09.25)

Il 12 settembre ha inizio la XXIV edizione de I mille occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti, fondato da Sergio M. Grmek Germani e diretto da Giulio Sangiorgio, che si terrà a Trieste fino al 17 settembre.

Il Premio Anno uno quest’anno sarà conferito al regista serbo Želimir Žilnik, ospite del festival. Cineasta che “laicamente si spende per incontrare l’umanità infinita e sofferente del nostro tempo”, Žilnik sarà celebrato con un’ampia retrospettiva che comprenderà opere dagli anni Sessanta, come Rani radovi (Early Works), Orso d’Oro a Berlino nel 1969, fino all’anteprima italiana del suo ultimo film, Eighty Plus.

Elemento centrale di questa edizione è anche la carte blanche affidata al fondatore, Sergio M. Grmek Germani: Young and Innocent: il cinema interminabile dei cineasti più grandi, che mette in dialogo Hitchcock, Jerry Lewis, Disney, Dreyer, Ford e McCarey. In programma, tra gli altri, Young and Innocent di Hitchcock, The Family Jewels di Jerry Lewis e Pilgrimage di John Ford: titoli che, nelle parole del curatore, compongono “un programma di capolavori assoluti, film bellissimi che mai finiremo di conoscere“.

Tra i fili conduttori di quest’edizione spicca l’omaggio Una storia semplice? Leonardo Sciascia e il cinema, con film di Petri (Todo modo), Damiani (Il giorno della civetta), Greco (Il consiglio d’Egitto) e Amelio (Porte aperte), oltre alle interpretazioni di attori come Gian Maria Volonté e Claudia Cardinale, che hanno segnato il rapporto tra il grande scrittore e il cinema.

Torna inoltre Kino Basaglia, che mette alla prova del tempo l’eredità dello psichiatra triestino attraverso titoli che spaziano da Matti da slegare di Marco Bellocchio a Titicut Follies di Frederick Wiseman, da 12 jours di Raymond Depardon fino a 87 ore di Costanza Quatriglio, con la presenza al festival dell’autore croato Jakov Labrović.

La sezione Tecnica Mista prosegue il lavoro avviato negli scorsi anni: da un lato con Dino Buzzati, di cui sarà presentata l’anteprima del visionario Orfeo di Virgilio Villoresi; dall’altro con Italo Calvino, con il restauro di Il cavaliere insistente di Pino Zac, adattamento in tecnica mista dell’omonimo racconto.

A completare il quadro, un focus sul cinema della diaspora armena, che riflette su storia, identità e memoria collettiva attraverso tre opere molto diverse: dal documentario We Drank the Same Water di Serge Avédikian alla finzione poetica Should the Wind Drop di Nora Martirosyan, fino a un classico restaurato come Nahapet di Henrik Malyan.

Chiude il programma il concorso internazionale Cinema sul Cinema. Tra le opere in concorso, i ritratti di David Lynch e Eric Rohmer, un film sul cinema erotico filippino rivisitato da un fantasma in A.I., e il lavoro di un gruppo di studenti ungheresi che ricostruisce un film muto perduto su Dracula.

A realizzare l’immagine di questa edizione è ancora una volta Alessandro Baronciani. L’illustratore firma una locandina che rielabora, à la Hitchcock, la sua inconfondibile estetica: una rilettura che si ispira a una delle sezioni portanti del programma e ne richiama le atmosfere più profonde

Il festival si svolgerà dal 12 al 14 settembre al Teatro Miela, dal 15 al 17 settembre al Cinema Ariston e, a seguire, con un appuntamento speciale sabato 20 settembre a Fuori Orario su Rai 3.

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