Erevan e lo Stato unitario con Mosca (Asianews 08.04.22)

Ci sarebbe apertura del premier Pašinyan. Riunirebbe Russia, Armenia, Bielorussia e la parte d’Ucraina occupata dai russi. Commentatore armeno: il popolo si opporrebbe. Avviati tentativi per la ripresa dei negoziati con l’Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh.

Mosca (AsiaNews) – Negli ultimi colloqui tra il premier armeno Nikol Pašinyan e il presidente russo Vladimir Putin sembra sia stato accennato, anche senza dichiarazioni ufficiali, alla possibilità che l’Armenia entri a far parte dello “Stato unitario”. Dovrebbe riunire alla Russia anche la Bielorussia e quella parte dell’Ucraina che rimarrà in mano al Cremlino dopo la fine della guerra. L’argomento sta scatenando un’accesa discussione nel Paese, che attende l’aiuto dei russi per contenere l’aggressività dell’Azerbaigian sui territori del Nagorno Karabakh, ma non ha intenzione di rinunciare alla propria indipendenza.

Il noto commentatore politico armeno Armen Bagdasaryan è intervenuto a una trasmissione di Radio Azatutyun per commentare l’argomento, osservando che “ancora qualche anno fa il nostro Paese era un protagonista importante nella regione caucasica, con un esercito regolare e un’economia in ordine, controllando de facto 42mila chilometri quadrati di territorio. Oggi invece tutto questo si è perduto, o quanto meno si è molto ridotto… l’unica carta che ancora abbiamo è il riconoscimento dell’Onu come Stato autonomo, cerchiamo di non perdere anche questa”.

Bagdasaryan esprime l’auspicio che anche in caso di forti pressioni da Mosca il primo ministro “abbia il coraggio di dire di no”, lasciando eventualmente che la questione venga risolta da un referendum popolare e che “la nostra società sia compatta nel difendere fino in fondo la nostra indipendenza”. Altrimenti, egli conclude, “sarà il popolo a dire di no a Pašinyan”.

Un problema di relazioni diplomatiche rende la questione molto spinosa, proprio mentre Armenia e Azerbaigian hanno dichiarato di essere pronte a riprendere le trattative di pace, che dovrebbero avvenire sotto l’egida del “Gruppo di Minsk”, la struttura dell’Osce a cui è affidata la gestione dei negoziati sul Karabakh. I co-presidenti del gruppo sono la Russia, gli Usa e la Francia, ma le vicende belliche in Ucraina rendono praticamente impossibile lo svolgimento delle sue funzioni, come ha spiegato ai giornalisti l’ambasciatore della Polonia a Erevan, Pavel Celnjak.

Il Segretariato generale dell’Osce a Vienna, guidato dalla tedesca Helga Maria Schmid, sta cercando di ricostruire la collaborazione tra i Paesi coinvolti, visto che Francia e Usa hanno cessato le relazioni con la Russia per l’invasione in Ucraina, rivolgendosi anche agli altri Paesi, tra cui la Polonia che ha offerto la sua mediazione “nei limiti del possibile”. Il ministro polacco degli esteri Zbigniew Rau aveva radunato i suoi omologhi dei tre Paesi co-presidenti a Varsavia poco prima dell’inizio del conflitto ucraino, e ha poi visitato sia Erevan che Baku. Il primo aprile Rau ha rilasciato a Erevan una dichiarazione comune con il ministro locale Ararat Mirzoyan, auspicando che le vicende dell’Ucraina non impediscano la soluzione del conflitto tra Armenia e Azerbaigian.

Nel frattempo l’Armenia subisce a sua volta le pesanti conseguenze economiche della guerra in Ucraina, con aumenti dei prezzi dei generi di prima necessità, arrivati a oltre il 12% dall’inizio dell’anno. Il Paese aveva già subito forti rincari, oltre a carenze alimentari ed energetiche dopo la guerra del 2020, e stava cercando con fatica di stabilizzare la situazione con operazioni finanziare guidate dalla Banca centrale, l’ultima delle quali lo scorso 15 marzo.

La crisi economica, diplomatica e militare rende sempre più fragile la posizione del premier Pašinyan, incalzato dalle opposizioni nonostante il consenso popolare che lo ha portato a ottenere un secondo mandato alle elezioni anticipate dello scorso anno. L’ombra minacciosa di Mosca si staglia dall’Ucraina fino al Caucaso.

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Nagorno-Karabakh, Putin sente Pashinyan: “Attuare accordi con l’Azerbaigian”

CINQUE DATE PER COMPRENDERE IL CONFLITTO TRA ARMENIA E AZERBAIGIAN (Oggiurnal 07.04.22)

L’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh è un’enclave a maggioranza armena situata nella Repubblica dell’Azerbaigian. Dagli anni ’20 e dal suo attaccamento dell’Unione Sovietica all’Azerbaigian, questo territorio è stato al centro di un conflitto persistente tra Yerevan e Baku.

► Il 4 luglio 1921, l’URSS annette il Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian

L’URSS prese il controllo dell’Azerbaigian nell’aprile 1920, poi dell’Armenia a novembre. Il Nagorno-Karabakh fu annesso all’Azerbaigian il 4 luglio 1921, sebbene il territorio fosse a quel tempo popolato dal 94% di armeni, secondo il lavoro della storica Anahide Ter Minassian, 1918-1920: La Repubblica d’Armenia.

→ RILEGGI. L’Armenia annuncia la tregua con l’Azerbaigian

Dal 1923, il Nagorno-Karabakh divenne un’oblast (regione) autonoma. Tuttavia, rimane parte dell’Azerbaigian sovietico. Secondo lo storico Michel Marian, intervistato dal sito Historia, queste decisioni sono legate a calcoli politici di Joseph Stalin, che voleva particolarmente avvicinarsi alla Turchia, vicina agli azeri.

► Il 20 febbraio 1988, il Nagorno-Karabakh ruppe con l’Azerbaigian sovietico

Il Nagorno-Karabakh approfittò della perestrojka, un periodo di apertura politica in URSS, per proclamarsi Repubblica socialista sovietica nel febbraio 1988. Non si trattava di una completa indipendenza, poiché la regione aveva accettato di rimanere sotto l’ovile di Mosca, ma di un tentativo per tagliare i legami con l’Azerbaigian.

Baku chiede qualche mese dopo, a giugno, il ritorno del Nagorno-Karabakh nel suo territorio. Nel Paese scoppia la violenza. Il pogrom anti-armeno di Sumgaït ha provocato in particolare 32 vittime civili, secondo i dati forniti dalle autorità sovietiche e oltre 200 secondo fonti armene.

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► Il 26 novembre 1991 scoppiò la prima guerra

Nel novembre 1991, quando l’Armenia e l’Azerbaigian ottennero la loro indipendenza dall’URSS, il Parlamento di Baku abolì lo status di autonomia dell’oblast del Nagorno-Karabakh. La maggior parte della popolazione armena della regione dichiara la propria indipendenza tramite referendum come Repubblica del Nagorno-Karabakh.

→ PODCAST. “Guerra in Nagorno-Karabakh, il racconto di una foto simbolica”

Combattimenti su larga scala hanno avuto luogo tra l’Armenia e l’Azerbaigian dalla fine dell’inverno 1992. Quando la guerra finì nel 1994, Yerevan controllava gran parte dell’enclave del Nagorno-Karabakh e solo sette distretti a maggioranza azera al di fuori del territorio storicamente armeno, ovvero il 9% del territorio totale dell’Azerbaigian. Il cessate il fuoco, orchestrato dai russi, interviene nel maggio 1994.

Il periodo successivo, tra il 1994 e il 2020, è stato caratterizzato da numerosi scontri tra i due Paesi. Il Nagorno-Karabakh mantiene la finzione della sua indipendenza ma in realtà beneficia del costante sostegno della Repubblica di Armenia. Nell’aprile 2016, i combattimenti con l’Azerbaigian hanno causato 350 morti, secondo il Dipartimento di Stato americano, senza spostare le linee.

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► Il 27 settembre 2020 l’Azerbaigian contrattacca

Nel settembre 2020, dopo diversi mesi di tensione, l’Azerbaigian ha lanciato diversi importanti assalti di terra contro il Nagorno-Karabakh. Grazie al supporto della Turchia, Baku prende rapidamente il sopravvento.

Il 9 novembre 2020 il primo ministro armeno Nikol Pashinian accetta di firmare l’accordo per la fine delle ostilità sotto l’egida della Russia. L’Azerbaigian mantiene i territori conquistati (compresa parte del Nagorno-Karabakh) e recupera tutti i sette distretti a maggioranza azera controllati dall’Armenia dal 1994. Yerevan conserva il diritto di accesso al Nagorno-Karabakh a livello del corridoio di Lachin.

► Dal 10 novembre 2020 una situazione tesa

Un conflitto di confine è ancora in corso dalla firma degli accordi del 10 novembre 2020. Il 12 maggio 2021 i soldati azeri si sono schierati in Armenia, sequestrando 41 chilometri quadrati del territorio di Yerevan. A luglio si sono verificati scontri che hanno ucciso decine di persone.

Poiché la guerra in Ucraina pone serie minacce alla sicurezza della regione, l’8 marzo l’Armenia ha accusato l’Azerbaigian di aver interrotto la fornitura di gas al Nagorno-Karabakh. Il 24 marzo, le forze di Baku hanno occupato anche il villaggio di Farukh.

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Armenia-Azerbaigian, Michel: “Ue approfondirà cooperazione per garantire stabilità Caucaso” (Varie 07.04.22)

L’Ue intende approfondire la cooperazione con l’Armenia e l’Azerbaigian per lavorare a stretto contatto per superare le tensioni e favorire la stabilità e la pace nel Caucaso meridionale così che possano beneficiarne tutte le persone che vivono nella regione. Sono le parole del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al termine del vertice trilaterale con il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan. Il presidente Michel ha sottolineato “l’importanza dei gesti umanitari di entrambe le parti per promuovere la fiducia e la convivenza pacifica” e “ha sottolineato la necessità di una risoluzione completa e rapida di tutte le questioni umanitarie in sospeso, compreso il rilascio dei detenuti rimasti e l’affronto esauriente della questione delle persone scomparse, e ha affermato che l’Ue è pronta a sostenere tale sforzo”. L’Unione europea, si legge nella dichiarazione, “continuerà altresì a sostenere le misure di rafforzamento della fiducia tra l’Azerbaigian e l’Armenia nonché gli sforzi umanitari di sminamento, anche continuando a fornire consulenza di esperti e rafforzando l’assistenza finanziaria e l’assistenza alle popolazioni colpite dal conflitto, la riabilitazione e la ricostruzione”.

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Armenia-Azerbaigian: a Bruxelles incontro trilaterale con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel per arrivare agli accordi di pace (Reportdifesa 07.04.22)


Armenia e Azerbaigian verso colloqui pace (Laregione.ch 07.04.22)


Incontro trilaterale a Brussel tra Azerbajgian, Armenia e Unione Europea (Korazym 07.04.22)


Nagorno-Karabakh: Cremlino, ‘progressi positivi’ (Ansa 07.04.22)

Tv e giornali e politici e Vaticano e umanitaristi: gli Armeni sono decapitati dai vostri nuovi “amici” (NL Giulio Meotti 06.04.22)

L’Italia a Baku per il gas. Al governo nessuno fiata sulla “Bucha armena”, civili e soldati Armeni fatti a pezzi dai soldati Azeri, tutto ripreso in video che nessuno ha avuto il coraggio di mostrare

“Sono lieto di annunciare che oggi gettiamo le basi per un ulteriore rafforzamento della cooperazione fra Italia e Azerbaijan, che auspico conduca a un ulteriore consolidamento del nostro partenariato economico e commerciale”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in visita a Baku (l’Azerbaijan ha anche annunciato l’apertura di “centri culturali azeri” in Italia). 10 miliardi: tanto vale l’interscambio fra Azerbaijan e Italia. Di Maio ha anche siglato la nascita di una università italo-azera a Baku. Poi il nostro capo della diplomazia è intervenuto su Bucha: “Crimini di guerra, la Corte penale internazionale li punirà”. In attesa che si faccia luce su quanto successo in questa piccola città dell’Ucraina, l’indignazione è d’obbligo. Ma gli Armeni decapitati non hanno meritato un secondo e una riga sulle nostre tv e giornali per aver subito lo stesso. Paolo Mieli sul Corriere della Sera di oggi critica il presidente ucraino Zelensky per aver evocato un “genocidio”. Non so se sia un termine adatto, ma so che c’è un popolo, quello Armeno, che un genocidio lo ha davvero subito, il primo del Novecento, e che continua a subire nell’indifferenza europea. Ma se ad esempio il presidente francese Emmanuel Macron il 9 marzo annunciava un “sostegno incrollabile all’Armenia”, nessuna alta carica italiana ha mai fatto menzione del piccolo stato cristiano nel Caucaso.

Anche senza evocare la sproporzione di perdite militari (1.300 soldati ucraini caduti su 40 milioni di abitanti contro 3.800 soldati armeni caduti su 2.9 milioni di abitanti), restiamo all’orrore per i civili. Mentre l’Italia negoziava a Baku, l’Armenia diffondeva un rapporto: “Ci sono ancora 187 soldati armeni e 21 civili armeni dispersi, mentre l’Azerbaigian tiene ancora 38 armeni prigionieri di guerra, tre dei quali civili”. Sappiamo anche che i soldati azeri hanno ucciso 19 soldati e civili armeni dopo la fine delle ostilità, quando erano loro prigionieri, protetti dalla Convenzione di Ginevra. Abbiamo anche i nomi dei morti ammazzati.

Eppure, tv e giornali potevano vedere tutti i video degli anziani armeni decapitati dalle forze azere nel Nagorno-Karabakh. Decapitati da uomini in uniforme delle forze azere, non bande o miliziani no, ma dall’esercito regolare. “È così che ci vendichiamo, tagliando le teste”, dice un soldato azero fuori campo. Genadi Petrosyan, 69 anni, non voleva lasciare il villaggio mentre le forze azere si avvicinavano. Come Yuri Asryan, 82enne che si era rifiutato di lasciare il villaggio. Nessuno conosce il nome di Victoria Gevorkyan, una bambina armena di 9 anni prima vittima della seconda guerra lanciata dall’Azerbaijan.

Abbiamo orrore dei mercenari usati da Vladimir Putin nella guerra in Ucraina, ma non dei mercenari di Recep Tayip Erdogan nella stessa guerra. Gli stessi mercenari che turchi e azeri avevano chiamato per uccidere gli armeni nel Karabakh, come ha appena raccontato Armenpress: “La Turchia ha inviato 2.000 militanti siriani rimasti nel Nagorno Karabakh dopo aver combattuto per l’Azerbaigian contro le forze armene in Ucraina per combattere contro la Russia”.

In una pagina sono raccolti video atroci realizzati dagli stessi soldati azeri contro gli armeni, civili e militari: un giovane armeno decapitato e i soldati azeri che ridono, esultano e celebrano mentre uno di loro usa un coltellaccio da cucina per tagliargli la gola; un anziano armeno che implora per la vita, mentre un soldato azero lo tiene e gli taglia la gola; soldati azeri che trascinano civili armeni fuori dalle case sul marciapiede e poi li uccidono; soldati azeri che mutilano i soldati armeni, tagliando loro parti del corpo; soldati azeri che bruciano il corpo di un armeno. E così via, di orrore in orrore.

Impossibile dimenticare che quando nel 1988 in Armenia un terremoto fece 25.000 morti, in Azerbaijan ci furono feste e danze di giubilo per ringraziare Allah di aver colpito i vicini “infedeli”.

Una delle vittime armene dei soldati azeri si chiamava Alvard Tovmasyan, disabile che soffriva di malattie mentali. I parenti hanno identificato il suo corpo nel cortile della sua casa a Karin Tak, un villaggio dell’Artsakh. Suo fratello Samvel l’ha riconosciuta dai vestiti. Piedi, mani e orecchie di Tomasyan erano stati tagliati.

Il presidente azero decora Ramil Safarov, l’ufficiale azero che a Budapest a un corso di inglese della Nato ha decapitato Gurgen Margaryan, un altro partecipante, mentre dormiva. Il movente? “Margaryan era armeno”.

Le Monde rivela di un’altra dozzina di video che mostrano scene che vanno da calci in faccia a civili armeni coscienti ad accoltellamenti in faccia a cadaveri con l’uniforme armena. La BBC ha il video di altri due civili armeni uccisi a sangue freddo. Come Valera Khalapyan e sua moglie Razmela, assassinati nella loro casa dai soldati azeri, che poi hanno tagliato loro le orecchie. Uccisi come “cani” (il dittatore azero Alyev così chiama gli armeni) dai soldati azeri non in tempo di guerra, ma di “pace”.

Eppure, il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, ha stretto un accordo con la Fondazione Aliev. Il Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, aveva già consegnato al primo Vicepresidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Mehriban Alieva, che è anche la moglie del dittatore azero, il nastro con la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza ecclesiastica a un non cattolico. Nel 2013, Ravasi era andato a Baku per organizzare una mostra di arte aver nei Musei Vaticani.

Ieri il ministro degli Esteri dell’Ucraina ha chiesto all’Unesco di espellere la Russia perché in questa guerra una ventina di chiese sono state colpite e danneggiate. Richiesta che è molto facile che venga accolta. Peccato, ancora una volta, per il doppio standard. “Conoscete la chiesa di Santa Maria a Jibrail? È improbabile che l’abbiate visitata in passato, ma non potrete più farlo: è stata completamente rasa al suolo dagli azeri”, scrive su La Croix Nathalie Loiseau, ex ministro degli Affari europei francese. “Siete mai stati a Shushi? Se i vostri passi vi portano lì, non troverete più la Chiesa Verde, profanata e distrutta, come la Cattedrale di San Salvatore che è stata bombardata. A Mataghis, la chiesa di San Yeghishe è stata vandalizzata. Ogni giorno, lapidi, statue e cimiteri armeni vengono demoliti”. Loiseau ha lanciato un appello: “Faccio appello ai presidenti del ‘gruppo di Minsk’, Francia, Stati Uniti e Russia, affinché intervengano con l’Azerbaigian. Faccio appello all’Unione europea affinché ottenga da Baku chiare assicurazioni che il patrimonio culturale armeno sarà preservato. Faccio appello all’Unesco…Non lasciamo che le chiese armene siano distrutte”. Se non fosse che l’Azerbaigian ha ipotecato l’Unesco. Nel 2004 alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva (e moglie del presidente Ilham Aliyev) è stato dato il titolo di Ambasciatore di buona volontà dell’Unesco, una posizione che organizzazioni come il Centro europeo per la libertà di stampa e dei media hanno chiesto l’Unesco di ritirare. L’Unesco, a corto di denaro, quando ha perso il 22 per cento del suo budget l’Azerbaigian gli ha dato un contributo di 5 milioni di dollari. Nessun paese europeo, mentre gli Azeri distruggevano le chiese armene, si sono mai sognati di chiedere di cacciarli dall’Unesco.

E la pulizia etnica degli Armeni, la distruzione delle loro chiese e cimiteri quindi della loro memoria, le stragi di civili inermi, hanno avuto il risultato sperato: l’Armenia potrebbe essere sul punto di cedere quel che resta del Karabakh, incapace di difenderlo dall’Azerbaijan.

Non una sola trasmissione televisiva in 44 giorni di guerra contro gli armeni. Non un solo fotogramma apparso sui grandi quotidiani. Non un solo appello della società civile, degli scrittori, dei politici, degli intellettuali, di tutti quelli che si abbeverano ai report di Amnesty International. Eppure ce ne erano. “Ci sono voluti quattro giorni per bandire la Russia dalle principali competizioni sportive, mentre i leader occidentali hanno assistito con gioia al campionato europeo a Baku, quando centinaia di prigionieri di guerra armeni erano ancora detenuti illegalmente e spesso torturati”, scrive questa settimana l’Armenian Spectator. Un doppio standard che si spiega forse con il fatto che “l’Armenia è un paese di 3 milioni di abitanti e ha un Pil simile al Madagascar, di contro l’Azerbaijan è uno dei principali fornitori di idrocarburi in Europa”.

Da qui la totale impunità denunciata da Simon Maghakyan su Time Magazine sempre di questa settimana: “Aliyev ha completato la cancellazione di 28.000 monumenti armeni medievali a Nakhichevan, che avrebbero dovuto essere protetti dall’Unesco ma che secondo Aliyev non sono mai esistiti. Ha promosso un ufficiale azero che aveva ucciso il suo compagno di classe armeno addormentato durante un addestramento della Nato in Ungheria. Akram Aylisli, un tempo l’autore più venerato dell’Azerbaigian, ora vive agli arresti domiciliari per aver scritto un romanzo che commemora l’antichità armena del suo luogo di nascita. I cimiteri armeni recentemente occupati dall’Azerbaigian sono demoliti. Lo scorso marzo, quando il giornalista italiano Claudio Locatelli ha intervistato un soldato azero volontario in Ucraina, quello che Aliyev chiama ‘il modello azero di multiculturalismo’ è stato in piena mostra. ‘Siamo tutti fratelli: musulmani, ebrei, cristiani’, si vantava il soldato. Ma quando gli è stato chiesto degli armeni, ha detto ‘sono peggio degli animali’. Ma tale politica richiede una tacita approvazione internazionale sotto forma di un silenzio quasi universale”.

E quel silenzio glielo abbiamo garantito a dovere. Io invece non sono disposto, in nome della guerra politica, morale ed economica alla Russia, a lasciare che il nostro silenzio, le nostre complicità e le nostre collusioni morali ed economiche ci facciano accettare la guerra di annientamento e di logoramento di 100 milioni di turchi e azeri con cui stanno cancellando uno dei due piccoli paesi che mi stanno a cuore (oltre a Israele): la piccola Armenia. Un paese, come l’Ucraina, che è stato terra di confine tra civiltà diverse, fra alterne vicende e aspri conflitti e che dovettero spesso protettorati, invasioni e devastazioni.

I “massacri hamidiani” di Armeni

I “massacri hamidiani” contro gli armeni iniziarono alla fine del 1894 e si protrassero fino all’estate del 1896. Il sultano Abdul Hamid decise di dare al problema armeno una “soluzione finale”. Un testimone oculare, l’ambasciatore Alberto Pansa, ci ha lasciato una descrizione terrificante: “Gli armeni non si difendono: per le strade quando si trovano davanti al turco si buttano in ginocchio: queste bande armate di un grosso bastone con una punta ferrata con la quale colpiscono alla testa l’armeno che cade insanguinato, passano delle carrette che raccolgono cadaveri, li buttano accatastati su tali carri, il sangue cola ed i cani seguono questo lugubre carro leccando il sangue. Arrivano al Bosforo e ve li buttano. Questo barbaro massacro continua per tre giorni per ordine del sultano che vuol sterminare gli armeni”. Solo in quell’occasione furono trucidati a Costantinopoli migliaia di armeni. Grande fu il lavoro della Conferenza degli ambasciatori per cercare, inutilmente, di far cessare i massacri. L’Italia vi era rappresentata da Pansa, piemontese. Ospitò nell’ambasciata e nei consolati moltissimi armeni, si aggirò per le strade allo scopo di salvarne altri, tanto che per il suo coraggio venne decorato al valor civile. Saverio Fera, presidente del Comitato “Pro Armenia”, disse che occorreva cacciare il “turco dall’Europa” e sostituire l’impero ottomano con una confederazione di popoli liberi. Al tempo l’Italia aveva ancora coraggio. Il presidente del Consiglio Crispi spedì ai Dardanelli due corazzate, la “Umberto I” e la “Andrea Doria”. Crispi ordinò di mettersi a disposizione del comandante inglese, che venne informato che l’Italia aveva pronto un corpo di 50.000 soldati per l’attacco ai Turchi. Ma gli Armeni alla fine vennero abbandonati a se stessi.

Oggi non saremmo neanche più in grado di pronunciare le parole di Francesco Crispi alla notizia dei primi massacri di armeni: “L’Italia ha dei doveri speciali verso gli armeni, la cui cultura intellettuale e religiosa ha in Italia radici più estese e più profonde che in qualsiasi altro Paese d’Europa”.

Oggi la nostra pusillanimità non è neanche più celata.

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Scambio di messaggi di congratulazioni tra Xi Jinping e Vahagn Khachaturian (Italian.cri.it 06.04.22)

Il 6 aprile il presidente cinese, Xi Jinping, e il presidente armeno, Vahagn Khachaturian, si sono scambiati messaggi di congratulazioni per celebrare il 30° anniversario dell’allacciamento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Nel suo messaggio, Xi Jinping ha sottolineato che la Cina e l’Armenia sono tradizionali partner di cooperazione amichevole. Dall’allacciamento delle relazioni diplomatiche 30 anni fa, le relazioni Cina-Armenia hanno mantenuto lo sviluppo sano e stabile. La fiducia politica reciproca tra le due parti si è approfondita, la cooperazione in vari campi è avanzata in modo solido e gli scambi culturali sono diventati sempre più stretti. Dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19, i popoli dei due paesi si sono uniti per combatterla, dimostrando la profonda amicizia che li lega.

Xi Jinping ha inoltre sottolineato di essere disposto a collaborare con il presidente Khachaturian per cogliere questo 30° anniversario come un’opportunità per promuovere ulteriormente le relazioni tra i due paesi e la cooperazione bilaterale in vari campi, così da ottenere maggiori risultati che portino benefici a entrambi i paesi e ai loro popoli.

Vahagn Khachaturian, da parte sua, ha affermato di essere disposto a collaborare con il presidente Xi Jinping per ottenere uno sviluppo sostenibile e stabile delle relazioni amichevoli e di cooperazione a beneficio dei due popoli.

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GeopoliticaCaucaso: un viaggio nella terra senza pace (Raportdifesa.it 05.04.22)

Mosca (nostro servizio particolare). Il Caucaso è un’importante regione del mondo ricompresa fra i tre mari che la circondano (Mar Nero, Mar d’Azov e Mar Caspio) e sostanzialmente suddivisa fra Russia, Georgia, Armenia e Azerbaigian.

Una mappa del Caucaso

Al massimo, se viene presa in considerazione una zona un po’ più ampia, è possibile inserire come parte della regione stessa anche il Nord – Est della Turchia e il Nord – Ovest dell’Iran.

Il suo simbolo è sicuramente la grande catena montuosa che “taglia” in due l’area, lunga circa 1.200 km e caratterizzata da vette altissime, fra le quali svetta il Monte Elbrus.

Il Monte Elbrus. Una montagna di 5.500 metri sita in Russia

Grande montagna di più di 5.500 metri sita in Russia.

Per la sua posizione strategica, il Caucaso è stato fin dall’antichità terreno di scontro da un lato e di grandi traffici commerciali dall’altro.

Ponte fra Europa e Asia, infatti, fra le varie cose esso ha visto il suo territorio calpestato milioni di volte dai grandi mercanti della Via della Seta.

Mercanti che avevano nella città di Gyumri, una delle grandi e vecchie capitali armene, uno dei fulcri dei loro traffici.

Ma ha visto anche scontri religiosi significativi, su tutti quello fra musulmani e cristiani che purtroppo si staglia con tutta la sua forza anche ai nostri giorni.

A tal proposito, molto interessante è la “storia – leggenda” della conversione dell’Armenia dal paganesimo al cristianesimo nel 301 d.C.

Il Monastero armeno di Khor Virap, uno dei più importanti del Paese

Conversione avvenuta grazie all’illustre personaggio di Gregorio (oggi Santo) che salvò l’allora Re armeno da morte certa grazie alle sue preghiere.

Preghiere richieste dalla sorella del Re, la quale aveva convinto il fratello a recarsi alla Fortezza conosciuta, oggi, con il nome di Monastero di Khor Virap (sito davanti al Monte Ararat) per convincere il cristiano Gregorio ad aiutarlo.

Aiutarlo se fosse stato sempre vivo, in quanto per la sua cristianità il Re l’aveva fatto rinchiudere in una botola per 13 anni, senza cibo e con animali velenosi ad attenderlo.

Per fortuna del coronato, il buon Gregorio era vivo vegeto e riuscì a salvarlo, ottenendo anche la conversione di tutto il regno al cristianesimo.

Ma facendo un salto di qualche secolo e venendo ai giorni nostri, è importante notare come la situazione sia veramente molto tesa e complessa, in particolar modo nelle relazioni fra Armenia e Azerbaigian.

Azeri e armeni conflitto sempre continuo

Con la Georgia che ad oggi rimane sostanzialmente equidistante fra le parti e che garantisce a Yerevan almeno un ampio confine aperto (se si esclude quello molto stretto con l’Iran) in quanto circondata da altri Paesi con i quali le relazioni sono ai minimi storici.

Una situazione tesissima esplosa con tutta la sua ferocia fra la fine dell’800 e i primi anni del’900, con il collasso dell’Impero Russo che portò alla definitiva divisione di questi territori (dopo un breve lasso di tempo che vide l’esistenza della Repubblica Federale Democratica Transcaucasica – febbraio/maggio 1918).

Divisione e ostilità che rimasero “vive e vegete” anche durante il periodo sovietico, quando entrambe le Repubbliche facevano parte dell’URSS (e fino al 1936 anche della RSSF Transcaucasica).

Il crollo dell’area comunista nel 1989 – 1991 vide il Caucaso teatro di ostilità drammatiche, figlie anche della mancata attenzione nella divisione del territorio di meno di un secolo prima.

All’interno dell’Azerbaigian vi è infatti un’enclave abitata da cristiani – armeni che non ha nessuna intenzione di cedere il territorio agli azeri e nemmeno di abbandonarlo: la Repubblica dell’Artsakh.

Un territorio sito nel Karabakh superiore (Nagorno Karabakh) e autoproclamatosi indipendente (con il sogno di ricongiungersi allo Stato armeno) il 6 gennaio 1992.

Un’immagine del conflitto tra armeni e azeri per il Nagorno Karabakh

Un territorio che ha vissuto una decisa ripresa delle ostilità anche nel 2020, quando una guerra azero – armena conclusasi dopo circa un mese e mezzo di conflitto ha visto il cessate il fuoco sostenuto dall’Azerbaigian, dall’Armenia e dall’autoproclamatasi Repubblica, con la Russia da garante.

Russia che ha l’obbligo di difendere l’Armenia in quanto entrambe facenti parte del CSTO [1] (una specie di “Patto di Varsavia 2.0) ma molto attenta a mantenere un canale di dialogo aperto con l’Azerbaigian (in primis perché quest’ultimo decisamente sostenuto dalla Turchia).

Un delicato equilibrio di interessi, quello che si gioca nel Caucaso, sia fra Potenze regionali e globali (Turchia e Russia in primis) che fra Nazioni che hanno lì il proprio territorio (Georgia, Armenia, Azerbaigian).

Il Nagorno-Karabakh stretto tra Armenia e Azerbaigian

Se il sogno della Turchia di Erdogan è infatti quello di riuscire a garantirsi un corridoio stabile e sicuro che dal suo territorio attraversi il Caucaso e riesca a proiettare stabilmente Ankara in Asia centrale (nei Paesi cosiddetto – STAN), la Russia ha invece tutto l’interesse a “contenere” questo disegno “neo -ottomano”, sia garantendosi un ruolo nell’area anche tramite l’Armenia che “difendendo” le sue posizioni in Asia centrale.

Putin ed Erdogan

Senza dimenticare le crisi che ancora si giocano nel nord della Georgia (con l’esistenza di due autoproclamatesi Repubbliche filorusse esistenti dal 2008, dopo la Guerra russo – georgiana) i contrastanti sentimenti che animano le popolazioni di questi territori (ad esempio fra chi vede con favore una presenza forte di Mosca e chi invece guarda più benevolmente verso occidente), i fondamentalisti islamici che ancora giocano un ruolo significativo in questa parte di mondo e le difficoltà economiche che attraversano grandi strati di cittadini caucasici.

Un mix “esplosivo”, in cerca di un equilibrio sempre più stabile che ancora non si riesce a scorgere all’orizzonte.

NOTA

[1] https://www.treccani.it/enciclopedia/collective-security-treaty-organisation-organizzazione-del-trattato-di-sicurezza-collettiva_(Atlante-Geopolitico)/.

*Analista di Geopolitica e Relazioni Internazionali

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L’Azerbajgian distrugge a Parukh e Karaglukh altro patrimonio culturale armeno dell’Artsakh. Le falsificazioni azeri con degli scheletri armeni (Korazym 03.04.22)

Il Ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh) ha rilasciato, ieri 2 aprile 2022, una dichiarazione [QUI], che riportiamo di seguito nella traduzione italiana a cura dell’Iniziativa italiana per l’Artsakh. Il testo rileva l’amara esperienza della politica dell’odio anti-armeno dell’Azerbajgian, allorché quel Paese organizza e incoraggia al più alto livello il vandalismo culturale nei territori occupati dell’Artsakh, aggravato dalla strumentalizzazione dagli Azeri di ossa di Armeni del IX-XII secolo.

Chiesa della Santa Madre di Dio a Karaglukh, XIII secolo.

«Il 24 marzo 2022, a seguito dell’aggressione azerbajgiana, l’area intorno al villaggio di Parukh nella regione di Askeran della Repubblica dell’Artsakh, l’ex insediamento di Karaglukh e l’omonima altura, sono stati occupati dal nemico e le Forze armate azere hanno immediatamente dato seguito al noto copione della distruzione del patrimonio storico e culturale armeno nel territorio occupato.

Oltre alla sua importanza strategica, la zona è importante anche per il suo ambiente storico-culturale e storico-naturale unico. Secondo l’elenco statale dei monumenti immobili di cultura e storia, nei suddetti territori sono ufficialmente censiti circa 20 monumenti, di cui 2 chiese (una di queste è la chiesa della “Santa Madre di Dio” del XIII secolo), la famosa fortezza di Shikakar-Karaglukh, monumenti culturali di valore archeologico, cimiteri, khachkar [(croci di pietra)], lapidi. Qui si trova anche la grotta di Shikakar, dove nel 2011 è stata condotta una ricerca dalla spedizione archeologica internazionale di Azokh.

Va però sottolineato che l’area non è stata ancora sufficientemente studiata, come confermano anche le ricerche condotte nell’area nel dicembre 2021, a seguito delle quali sono stati scoperti altri trenta monumenti.

Attesa l’amara esperienza della politica dell’odio anti-armeno dell’Azerbajgian, allorché quel Paese organizza e incoraggia al più alto livello il vandalismo culturale nei territori occupati dell’Artsakh, possiamo dichiarare con sicurezza che anche il patrimonio storico e culturale di Parukh e Karaglukh sotto l’occupazione dell’Azerbajgian è in pericolo.

Le nostre preoccupazioni diventano più sostanziali dopo aver visto il video pubblicato dall’agenzia di stampa azerbajgiana AZTV il 30 marzo 2022, che mostra i resti umani riesumati dagli Azeri. La macchina della propaganda azerbajgiana, ricorrendo a un metodo ingannevole e insidioso, presenta questo fatto come una sepoltura di massa di Azeri nel villaggio di Ivanyan (in azerbajgiano Khojaly), a seguito delle ostilità del 1992. Tuttavia, la realtà è completamente diversa. In particolare:

1. Sebbene la parte azerbajgiana ricorra da tempo alla falsificazione, accusando la parte armena del massacro degli Azeri nel villaggio di Ivanyan, ci sono prove inconfutabili che le forze armate dell’Artsakh abbiano fornito un corridoio umanitario alla popolazione civile prima e durante le ostilità, e questo massacro è avvenuto dai militanti dell’opposizione azerbajgiana nella periferia di Akna (l’azerbajgiana Aghdam), che è sotto il loro controllo. Intendevano usare il massacro in Azerbajgian come base per il colpo di stato, riconosciuto anche dall’allora Presidente Ayaz Mutalibov.

2. Sulla base dell’analisi di sufficienti dati fattuali, geografici e culturali di cui disponiamo, diventa chiaro che il filmato sopra menzionato è stato girato nel cimitero armeno di Parukh chiamato “Kalen Khut“, che risale al IX-XII secolo. Pertanto, le ossa presentate sono i resti celesti di un vecchio cimitero armeno.

A) Esperti che hanno familiarità con l’area e gli abitanti di Parukh affermano che il video è stato girato nel cimitero “Kalen Khut“.

Scheletri riesumati dagli Azeri e attribuiti a loro connazionali di Ivanjan.

B) Basta uno sguardo di culturologi e archeologi per stabilire che i crani umani presentati nel video hanno una struttura brachicefalica (a testa tonda) di tipo antropologico armenoide tipica degli armeni, mentre la popolazione dell’Azerbajgian ha struttura dolicocefalica (a testa lunga) di cranio di tipo antropologico del Caspio.

Ossa di Armeni del IX-XII secolo vandalizzate dagli Azeri.

C) Tutte le ossa presentate hanno una superficie liscia, il che in senso archeologico significa che non hanno 30 anni, ma secoli, mentre gli antenati nomadi della popolazione azerbajgiana hanno invaso queste parti dell’Artsakh solo nei secoli 18-19.

3. Inoltre, la macchina di propaganda azerbajgiana utilizza un argomento così infondato e falso che si può anche sostenere che il villaggio di Ivanyan (azero Khojaly) si trova ad almeno 17 chilometri da Parukh. È chiaro che le ostilità a Ivanyan non potevano avere nulla a che fare con Parukh.

I fatti sopra citati sono così eloquenti che dobbiamo registrare ancora una volta non solo un altro episodio di distruzione del patrimonio culturale armeno da parte azerbajgiana, ma anche la falsificazione anti-armena e il tentativo di ingannare il proprio popolo e la comunità internazionale.

Pertanto, tenendo conto dei crimini sistematici e deliberati commessi dall’Azerbajgian nei decenni precedenti contro il ricco patrimonio culturale armeno e cristiano, che hanno acquisito nuovo slancio dalle ostilità del 2020 e sono stati registrati da molte organizzazioni internazionali, inclusa la risoluzione adottata dal Parlamento europeo il 9 marzo 2022, chiamiamo l’interna comunità nazionale, le organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni per la protezione del patrimonio culturale a non mostrare indifferenza e ad adottare misure contro l’etnocidio culturale commesso dall’Azerbajgian [*].

Ci rammarichiamo che fino ad oggi l’UNESCO, nonostante i suoi impegni e la sua missione, non abbia inviato una missione conoscitiva nei territori occupati dell’Artsakh e non eserciti sforzi significativi per prevenire la commissione di nuovi crimini da parte dell’Azerbajgian.

[*] Il Parlamento Europeo vota una risoluzione di condanna per la distruzione del patrimonio culturale armeno in Artsakh/Nagorno-Karabakh. L’Azerbajgian sta commettendo un genocidio culturale – 11 marzo 2022

Foto di copertina: Ossa, teschi, scheletri… Un patriota azero ha pubblicato questa fotografia su un forum bulgaro, perseguendo obiettivi propagandistici per rivelare al mondo “l’eccezionale ferocia degli aggressori dell’Armenia” e per mostrare 600 scheletri di abitanti di Khojaly (in armeno Ivanyan). Tuttavia, questa stessa fotografia può essere trovata in molti altri siti su Khojaly e su questioni di genocidio. Ora lo esamineremo più a fondo. Lo scontro a fuoco si svolse nella notte del 25-26 febbraio 1992, e la mattina del 2 marzo i cadaveri furono prelevati e portati via (a giudicare dalle sequenze della videocronaca, furono circa 30 o 40 corpi lì, ma questa è un’altra questione da considerare). Da qui sorge una domanda: come potrebbero i corpi “diventare scheletri” in diverse notti fredde, se per il corpo umano e gli abiti si decompongono, occorrono almeno 100 anni? Non ha senso provare il fatto che abbiamo un evidente falso qui, vero? Si possono trovare prove più dettagliate nel sito “Xocali. The chronicle of unseen forgery and falsification” [QUI].

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Di Maio promette una forte partnership con l’Armenia e un impegno per la pace. (Varie 03.04.22)

AGI – L’Italia promuoverà e rafforzerà le relazioni bilaterali con l’Armenia su tutte le questioni di reciproco interesse “e appoggerà” l’ambizioso pacchetto di aiuti finanziari dell’Ue al Paese. In una dichiarazione congiunta con il suo omologo armeno Ararat Mirzoyan, il ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio ha affermato di aver incontrato le più alte cariche dello Stato nella capitale armena.

L’Italia è un partner forte dell’Armenia, secondo Di Maio, con uno scambio commerciale cresciuto del 10% l’anno scorso, tornando ai livelli pre-anno nel 2019, oltre a una “presenza qualificata di imprese”, in particolare nel settore delle infrastrutture e dell’energia , ma anche nelle telecomunicazioni, che crescerà grazie a un nuovo accordo sulla tutela e promozione degli investimenti. Allo stesso tempo, Di Maio ha sottolineato l’importanza delle scuole e delle università armene nell’insegnamento della lingua italiana.

Il ministro ha anche ricordato le tragiche conseguenze del conflitto in Nagorno Karabakh, con l’Azerbaigian che ha espresso “profonda solidarietà” per le numerose vittime civili, nonché un impegno ad alto livello per “una soluzione pacifica, condivisa e sostenibile” per ripristinare la pace la regione del Caucaso, che è “un crocevia strategico per tutta l’Europa


Di Maio a Erevan: “Armenia partner economico solido per l’Italia” (Tgcal24.it 03.04.22)


Armenia-Italia, Di Maio: “Erevan partner strategico, sostegno ad aiuti finanziari Ue” (Novanews 03.04.22)


Nagorno-Karabakh, Di Maio: “Sosterremo soluzione pacifica condivisa e sostenibile”(Novanews 03.04.22)


Di Maio in Azerbaijan e Armenia (Daymusilim 02.04.22)


Di Stefano a Nova: “Ottime relazioni con Azerbaigian e Armenia, pronti a favorire il dialogo” (Novanews 05.04.22)

Una guerra impunita genera nuove guerre (Korazym 02.04.22)

Le guerre di aggressione azera nel Nagorno-Karabakh sono simboleggiate da migliaia di tombe di giovani ragazzi armeni che hanno perso la vita sulla linea del fronte. Madri e padri senza risposte e consolazione abbracciano le lapidi sulle tombe, accarezzano i nomi dei propri figli incisi sul marmo, accendono incensi e depongono fiori. Secondo le stime tra giornalisti e osservatori internazionali dal lato armeno sono stati almeno 5.000 le vittime militari, tra cui moltissimi ragazzi tra i 18 e i 20 anni, a seguito dell’ultima guerra dei 44 giorni scatenata alla fine del 2020 dall’Azerbajgian contro la Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh. Migliaia di rifugiati e dei genitori che ancora cercano notizie dei figli scomparsi durante l’aggressione.

Accompagnato dal Ministro della Difesa dell’Armenia Suren Papikyan, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha visitato il Pantheon militare di Yerablur per rendere omaggio alla memoria degli eroi caduti nella guerra di quattro giorni dell’aprile 2016 e nella guerra di liberazione dell’Artsakh. Il Primo Ministro armeno ha deposto fiori sulle tombe delle vittime della guerra di aprile 2016, il Comandante Vazgen Sargsyan e il Generale Andranik Ozanyan, e una corona di fiori al memoriale dei combattenti per la libertà caduti.

Il Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ha rilasciato oggi, 2 aprile 2022 una dichiarazione in occasione del sesto anniversario dell’aggressione militare lanciata dall’Azerbajgian in aprile 2016. Riportiamo di seguito la traduzione italiana della dichiarazione a cura dell’Iniziativa italiana per l’Artsakh.

«Sei anni fa, la notte del 2 aprile 2016, le forze armate azere, violando l’Accordo del 12 maggio 1994 sulla cessazione totale del fuoco e delle ostilità e l’Accordo del 6 febbraio 1995 sul rafforzamento del cessate il fuoco, lanciarono una perfida aggressione contro la Repubblica di Artsakh.

Per quattro giorni, le forze armate azere hanno tentato assalti lungo l’intera lunghezza della linea di contatto, impiegando armi pesanti, artiglieria e aerei. Tuttavia, dopo aver subito pesanti perdite di personale e attrezzature e non aver raggiunto i suoi obiettivi, la parte azerbajgiana, attraverso la mediazione della Federazione Russa, è stata costretta a cessare le ostilità. Ma il bombardamento degli insediamenti di confine di Artsakh è continuato fino alla fine di aprile 2016.

L’aggressione azerbajgiana è stata accompagnata da numerosi crimini di guerra, tra cui tortura, omicidi premeditati e dileggio dei corpi dei defunti, commessi dalle forze armate azere contro sia il personale militare che la popolazione civile della Repubblica di Artsakh.

L’aggressione dell’aprile 2016 è diventata una pietra miliare, tra le altre cose, per testare la reazione della comunità internazionale alla violazione della Carta delle Nazioni Unite e degli obblighi internazionali da parte dell’Azerbajgian. Il fatto che queste azioni illegali non abbiano comportato gravi conseguenze politiche e legali per Baku ha solo rafforzato la fiducia delle autorità azere nella permissività e nella prevalenza della forza sul diritto internazionale.

Sia la guerra dell’aprile 2016, che la successiva aggressione di 44 giorni dell’Azerbajgian nel 2020, nonostante la loro natura locale, sono diventate un vero banco di prova per l’intero sistema delle relazioni internazionali. L’impunità per aver scatenato guerre aggressive ha portato a minare principi fondamentali del diritto internazionale come il non uso della forza, la risoluzione pacifica delle controversie, l’adempimento coscienzioso degli obblighi internazionali, ecc.

Tenuto conto del fatto che le autorità azere rifiutano di negoziare per una soluzione pacifica del conflitto azerbajgiano-Karabakh, continuano a violare i loro obblighi e non interrompono le azioni aggressive, ci aspettiamo che la comunità internazionale adotti misure politiche concrete per garantire la realizzazione da parte degli abitanti di Artsakh dei loro diritti umani e libertà collettivi, senza alcuna restrizione».

Foto di copertina: Dopo un bombardamento dell’Azerbajgian su Stepanakert, capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh, il 16 ottobre 2020 (Foto di Sergei Bobylev/Tass).

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Dove sono le “altre” Ucraine, la Via della Seta in salsa putiniana (Formiche.net 02.04.22)

Mosca negli ultimi dieci anni ha allacciato rapporti e relazioni in varie aree: Ossezia, Abkhazia, Nagorno-Karabakh, Crimea, Bulgaria e Grecia settentrionale, al fine di provocare stati di crisi e incassarne i dividendi. Ma ora non ha la capacità militare di garantire una sua presenza

Cosa hanno in comune aree come nuova Ossezia, Abkhazia, Nagorno-Karabakh, Crimea, Bulgaria e Grecia settentrionale? Sono state infiltrate dalla Russia e rappresentano le punte per creare tensioni anche in altre zone come Georgia, Montenegro, Ucraina, Armenia, Azerbaigian. Foraggiando i separatisti, di fatto Mosca è già presente sia come “forza di pace” sia come regista di movimenti più o meno politici. Una sorta di Via della Seta in salsa putiniana che negli ultimi dieci anni ha allacciato rapporti e relazioni al fine di provocare stati di crisi per incassarne i dividendi.

Nagorno

Se l’Armenia resta un partner di Mosca, fino ad oggi però non ha riconosciuto ufficialmente l’invasione dell’Ucraina, come non riconosce l’annessione della Crimea, l’Abkhazia e l’Ossezia del sud. Pochi giorni fa la Russia ha puntato l’indice contro l’Azerbaigian, reo di aver violato il cessate il fuoco figlio degli accordi del 2020 e di usare droni turchi, riaccendendo di fatto la crisi in Nagorno-Karabakh.

Di contro, gli azeri puntano ad ottenere vantaggi nella regione. Secondo il Cremlino, il presidente Vladimir Putin ne ha discusso con il leader armeno Nikol Pashinyan due volte. Sulla stessa linea il ministero della difesa di Mosca, secondo cui sarebbero state violate le disposizioni dei leader di Russia, Azerbaigian e Armenia risalenti al 9 novembre 2020: le forze armate dell’Azerbaigian, accusa Mosca, sarebbero entrate tra il 24 e il 25 nella zona di responsabilità del contingente di mantenimento della pace russo nel Nagorno-Karabakh.

La regione separatista ha replicato che i droni azeri avevano ucciso tre persone e ferito altre 15, per questa ragione l’Armenia ha ufficialmente invitato la comunità internazionale a prevenire tentativi di destabilizzazione del Caucaso.

Ossezia e Abkhazia

L’Ossezia del Sud che nel 1991 ha autoproclamato l’indipendenza dalla Georgia terrà un referendum per unirsi alla Russia, rivelando l’ottica di intervento moscovita in quell’area. I secessionisti di Abkhazia e Ossezia del Sud sostengono il riconoscimento russo di Donetsk e Lugansk, anche in una visione di macro aree e di macro influenze: lo scorso 23 febbraio in occasione della “Giornata del Difensore della Patria”, il presidente abkhazo Bzhania ha fatto anche un discorso pubblico e in contemporanea il presidente dell’Ossezia meridionale Bibilov si è scagliato pubblicamente contro la Nato, aggiungendo di voler fornire anche assistenza tecnica per quanto riguarda i profughi filo russi che escono dall’Ucraina.

Costone balcanico

Serbia e Montenegro sono state parecchio attenzionate da Mosca negli ultimi anni, sia dal punto di vista politico che da quello religioso e industriale. Inoltre ieri il primo ministro bulgaro Kirill Petkov ha dichiarato che le controversie del suo Paese con la vicina Macedonia settentrionale sono state provocate dai servizi di intelligence russi: “Mi è stato detto che le spie russe hanno lavorato specificamente contro le relazioni tra la Bulgaria e la Macedonia del Nord. Qualcuno sta cercando di rappresentare ingiustamente gli interessi della Bulgaria. È sempre stato nell’interesse della Russia impedire ai Balcani occidentali di avere un futuro europeo”.

Nel Paese però il presidente Rumen Radev sembra essere su posizioni più morbide verso Mosca. Secondo i servizi di sicurezza di vari Paesi dei Balcani, la Russia sfruttando la sua fitta rete in Bulgaria, si è infiltrata nei Pomachi della Bulgaria al fine di trasformarla in una sorta di nazione orfana che, quindi, avrà bisogno di un riconoscimento (oltre che di appoggi).

Grecia

Anche la Grecia settentrionale è stata attraversata da vari tentativi di infiltrazione. Il porto di Salonicco è stato privatizzato da un consorzio al cui interno opera come mega player l’oligarca ellino-russo Ivan Savvidis, già deputato alla Duma e amico personale di Putin. La mossa sullo scalo marittimo è stata la conseguenza diretta della presa del Pireo da parte di Cosco China e della risposta americana, che è in procinto di procedere alla privatizzazione dei porti di Alexandroupoli e Kavala, nel nord del Paese, vicinissimi alle pipeline del Tap e che avranno in pancia due depositi di gas. Alexandroupoli in particolare è altamente strategico come sito, dal momento che lì stanno sbarcando le truppe Nato impegnate nell’intero fronte orientale dell’Europa e dal momento che sarà il punto di partenza della via Carpatia, la nuova “autostrada” della Nato che congiungerà la Grecia alla Lituania.

@FDepalo

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