Quante Chiese ortodosse esistono? (Aleteia 23.01.23)

Le Chiese autocefale si caratterizzano per un’indipendenza quasi completa

Rispondere a questa domanda non è semplice come potrebbe sembrare.

Utilizzando una terminologia cattolica per non complicare le cose, ogni diocesi si può considerare una Chiesa particolare. Questo vale sia per la Chiesa cattolica che per quella ortodossa, ma per le circostanze motivate dalla domanda credo che non sia questo che si desidera sapere.

L’Ortodossia si divide nelle cosiddette Chiese autocefale, caratterizzate da un’indipendenza quasi completa, di modo che le nomine ecclesiastiche, a cominciare da quelle dei vescovi, si decidono al loro interno, senza bisogno di consultare nessun altro.

Quante Chiese autocefale ci sono?

Sono 14, ma ce n’è un’altra, la cosiddetta Chiesa Ortodossa in America, che rappresenterebbe la 15ma e comprende gli Ortodossi degli Stati Uniti, ma non è riconosciuta come autocefala da tutte le altre. In particolare, non lo è per la più significativa, la Chiesa di Costantinopoli.

Mosca e Costantinopoli

C’è uno sfondo di rivalità tra Mosca e Costantinopoli. Quest’ultima rivendica la giurisdizione sulla cosiddetta diaspora, che includerebbe gli Ortodossi degli Stati Uniti.

Il Patriarcato di Mosca ha però riconosciuto la loro indipendenza, come hanno fatto anche le Chiese più legate a Mosca. Questo non riguarda gli Ortodossi del Messico.

A Città del Messico ha sede un arcivescovado ortodosso, chiamato Esarcato dell’America Centrale e del Caribe, che dipende dal Patriarcato di Costantinopoli.

Chiese cattoliche e ortodosse

La Giordania, invece, è territorio del Patriarcato di Gerusalemme. Si tratta di due Chiese autocefale distinte, cosa che risulta strana.

Se, ad esempio, anziché una Chiesa ortodossa risulta che si tratta della Chiesa armena, andrebbe ricordato che ci sono due Chiese armene con lo stesso rito: una unita a Roma (Chiesa Cattolica Armena), l’altra separata (Chiesa Apostolica Armena).

Nel caso di quella cattolica, la sua sede principale è a Beirut, in Libano, e ha più senso che si invii un “rappresentante” in Messico da lì.

Non è però chiaro cosa significhi “rappresentante”. Potrebbe trattarsi di un vescovo: in Messico ci sono diocesi per gli Armeni che vi vivono.

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Sinodalità e cammino ecumenico (Osservatore Romano)

Una veglia ecumenica prima del Sinodo. Ecco come si terrà l’iniziativa (AciStampa 23.01.23)

Una veglia ecumenica di giovani, alla presenza di Papa Francesco e dei rappresentanti delle altre confessioni cristiane, ma aperta a tutto il popolo di Dio. L’idea è stata lanciata da Frere Alois, priore della Comunità di Taizé, sulla scorta dei grandi incontri ecumenici della comunità fondata da Frere Roger Schutz. La veglia, parte dell’iniziativa chiamata Together (insieme) si terrà il 30 settembre, alla vigilia del Sinodo sulla Sinodalità che si terrà in Vaticano dal 4 al 29 ottobre 2023. E dopo la veglia e prima del Sinodo, annuncia il Cardinale Hollerich, ci sarà un ritiro di tre giorni di preghiera dei vescovi e i partecipanti del Sinodo. Il ritiro sarà guidata da padre Timothy Radcliffe, domenicano, autore di diverse pubblicazioni che hanno generato vasto dibattito. È stato maestro dei domenicano.

L’iniziativa è stata presentata in Sala Stampa della Santa Sede dal Cardinale Jean-Claude Hollerich, relatore generale del Sinodo, insieme al rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, l’arcivescovo Khajag Barsamian, al direttore dell’Anglican Center, l’arcivescovo Ian Ernest, e a Frere Alois, nonché al pastore Krieger, collegato da Parigi.

“È significativo che questa iniziativa venga presentata proprio durante la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani”, ha detto il Cardinale Hollerich. Il Cardinale ha anche affermato che “non c’è sinodalità senza unità nella Chiesa”.

Frere Alois ha sottolineato che questo sinodo cade “in un momento davvero opportuno per la Chiesa”. La preghiera comune “è aperta a tutti, non solo ai giovani”, ed includerà “preghiere di intercessioni e momenti di silenzio”. Frere Alois ha affermato che il momento di preghiera non sarà solo preparato dalla comunità di Taizé, ma da diverse comunità.

L’arcivescovo Ernest ha sottolineato di essere impressionato che la Chiesa “dia molta importanza ai giovani, invitando ad essere protagonisti, e ad essere protagonisti nell’assistere la Chiesa e nell’essere testimoni della compassione della Chiesa”. L’arcivescovo ha anche aggiunto che “unità non significa uniformità”.

L’arcivescovo Barsamian ha rimarcato l’imporanza di un incontro ecumenico, mentre il pastore Krieger ha apprezzato il coinvolgimento di altre confessioni cristiane. Barsamian ha anche ricordato che il Papa, in visita ad Etchmiadzin in Armenia, ha ricordato che “unità significa che nessuno è più grande dell’altro”, e questo è “molto significativo”, perché sente “un nuovo spirito che ci muove”.

La formula dell’evento rimarcherà un po’ quella degli eventi di Taizè, con giovani dai 18 ai 35 anni atesi a Roma dal venerdì sera 29 settembre) per un fine settimana di condivisione, ospitati dalle parrocchie di Roma e dalla popolazione locale, in un evento da vivere in continuità con la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona.

120mila armeni nella sacca dell’Artsakh (Terra Santa 23.01.23)

Dallo scorso dicembre centinaia di sedicenti ambientalisti azeri presidiano, bloccandola, l’unica strada che collega all’Armenia l’enclave dell’Artsakh, in Nagorno Karabakh. Nella città di Stepanakert gravi i disagi per la popolazione. Il conflitto armeno-azero rischia di riesplodere con violenza.


Dal 12 dicembre 2022, circa 120mila armeni si trovano intrappolati nella regione caucasica dell’Artsakh, un pezzetto di Nagorno Karabakh rimasto sotto il controllo del governo di Yerevan e non riconquistato dall’Azerbaigian durante la guerra vittoriosa del 2020. L’unica strada di collegamento tra l’enclave e il resto dell’Armenia è bloccata da centinaia di sedicenti ambientalisti azeri che protestano, giorno e notte e ormai da molte settimane, contro attività estrattive locali. In realtà – è l’accusa dei media armeni e dei pochi osservatori internazionali presenti – non si tratta di ecologisti fanatici, ma di uomini inviati dal governo azero: tra loro sono stati riconosciuti, affermano a Yerevan, «numerosi agenti dei servizi di sicurezza dell’Azeirbagian», Paese dove peraltro è vietata ogni forma di dissenso o di manifestazione non autorizzata.

La chiusura totale del cosiddetto corridoio di Lachin si è ormai trasformata in una crisi umanitaria per gli abitanti di Stepanakert (Khankendi, per gli azeri), la cittadina dell’enclave: sono isolati dal resto del mondo, se non per poche ore di elettricità e di connessione internet al giorno, manca il gas per cucinare e riscaldarsi, scarseggia il cibo, l’acqua non è potabile. Sono circondati da territori controllati da forze azere ostili.

Le immagini messe in Rete mostrano mercati e negozi vuoti, scuole chiuse, ospedali in difficoltà. Diciotto persone in terapia intensiva hanno bisogno di essere trasferite con urgenza, e già vi è un morto a causa del blocco. Prima arrivavano ogni giorno 400 tonnellate di beni di prima necessità, inviate da Yerevan. Oggi solo la Croce Rossa è autorizzata ad entrare nel corridoio di Lachin per portare qualche aiuto alla popolazione stremata e spaventata di Stepanakert.

Le piazze delle altre città armene ribollono di rabbia: enormi manifestazioni invocano una risposta armata e chiedono alla comunità internazionale di intervenire. A Yerevan nessuno si aspetta molto dai russi, storici alleati dell’Armenia. Fu Mosca, che possiede alcune basi militari in territorio armeno, a negoziare il cessate il fuoco nel 2020 tra Yerevan e Baku: le truppe dell’Azerbaigian, con il sostegno diplomatico turco e – soprattutto – i droni forniti da Ankara, avevano ripreso in 44 giorni di guerra il controllo della maggior parte del Nagorno Karabakh, occupato sin dal 1994 dall’Armenia.

La tregua del 2020 non si è mai trasformata in un accordo di pace e, in realtà, non si tratta nemmeno di una vera tregua, perché scontri e attacchi non sono cessati. Anzi, la pressione azera, sostenuta da Ankara, si è intensificata negli ultimi mesi fino all’accerchiamento dei 120 mila di Stapanakert. La Russia di Putin, assorbita e indebolita dal conflitto in Ucraina, non è stata in grado – spiega in un incontro in Rete l’autorevole giornalista armena Alison Tahmizian – di fronteggiare la crescente aggressività dell’Azerbaigian e nemmeno di evitare il blocco del corridoio di Lachin, che in teoria dovrebbe essere presidiato proprio da forze di interposizione russe, sulla base del cessate il fuoco del 2020. Secondo Tahmizian, i militari russi, incaricati di mantenere la pace, non possono ora intervenire contro manifestanti che si dichiarano ecologisti: impotenza che in realtà sta a testimoniare non solo l’indebolimento russo, ma anche la prudenza di Mosca nei confronti della Turchia, dati i complessi rapporti con Ankara in relazione alla guerra ucraina e all’altalenante confronto sulla Siria.

Il Caucaso rischia così di ripiombare in una delle sue infinite guerre. L’obiettivo dell’Azeirbagian e della Turchia, afferma la giornalista, è quello di conquistare tutta la parte meridionale dell’Armenia, per creare una fascia di territorio sotto il controllo turco-azero dal Mar Nero al Mar Caspio, con l’effetto non trascurabile di chiudere all’Iran (altro alleato storico di Yerevan) un’importante via di collegamento nel Caucaso qualora fosse completamente e definitivamente cancellata la contiguità territoriale tra la Repubblica Islamica e l’Armenia. Sul destino dei 120 mila ostaggi armeni dell’Artsakh si gioca la partita degli equilibri sud-caucasici.

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Quarantatreesimo giorno del #ArtsakhBlockade. L’Azerbajgian non si fermerà all’Artsakh. Dopo proseguirà con l’Armenia (Korazym 23.01.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.01.2023 – Vik van Brantegem] – Nella foto di copertina, la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Stepanakert, prima del blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) e oggi, nel 43° giorno. L’Azerbajgian non accenna a mollare l’assedio dell’Artsakh e la situazione è letteralmente, non solo in senso figurato, congelata. È pulizia etnica e genocidio in atto che nemmeno viene nascosto, anzi apertamente promosso. Il mondo deve ancora intraprendere un’azione concreta, energica e risolutiva contro il regime criminale dell’Azerbajgian. Quasi 5.000 abitanti dell’Artsakh hanno perso il lavoro per il blocco. 30.000 mila minori sono senza luce, al freddo e con cibi razionati. Più di 20.000 minori non possono frequentano la scuola, perché le scuole non sono riscaldate, dopo che l’Azerbajgian ha chiuso il gasdotto dall’Armenia, e più di 7.000 bambini non possono frequentare la scuola materna per le scorte alimentari insufficienti.

In uno dei suoi soliti tweet ipocriti oggi, l’Ambasciatore dell’Azerbajgian in Germania, Nasimi Aghayev, voce bugiarda del suo padrone Aliyev, informa – mostrando un filmato della televisione azera CBC – che «46 pazienti armeni sono stati trasferiti finora attraverso la strada di Lachin dal Karabakh all’Armenia senza alcun ostacolo da parte degli eco-attivisti dell’Azerbajgian. Una volta che la regione sarà completamente reintegrata, l’Azerbajgian costruirà ospedali di prim’ordine in Karabakh in modo che i nostri cittadini armeni non abbiano bisogno di trasferimenti medici in Armenia».

Quindi “senza alcun ostacola” significa lasciare che solo i malati in stato critico vadano in un’altra regione della loro patria perché gli eco-attivisti gli abbiamo bloccati, mentre non hanno possibilità di essere curati nella loro città natale.

Quale trattamento “i nostri cittadini armeni” (che rifiutano essere tali, da prima che esisteva l’Azerbajgian indipendente) possono aspettare dalla generosità azera, ha insegnato la storia, come abbiamo ancora dimostrato, per l’ennesima volta ieri [QUI]. Il blocco dell’Artsakh da parte degli agenti della dittatura familiare-ereditaria di Ilham Aliyev dell’Azerbajgian consente l’evacuazione – solo tramite il Comitato Internazionale della Croce Rossa – di pazienti in condizioni gravi (46 in totale) e (come ha affermato Aliyev) l’uscita degli abitanti Armeni dell’Artsakh che desiderano abbandonare la propria terra (0 in totale, mentre chi è bloccato fuori vuole ritornare). È merito di Aghayev ricordare giornalmente che il blocco c’è e che nessun Armeno dell’Artsakh vuole diventare un suo compatriata.
Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato oggi, che un convoglio del contingente di mantenimento della pace russo con carico umanitario è stato scortato lungo l’autostrada interstatale Goris-Stepanakert. Il fatto di un comunicato del genere già da solo è l’ennesima conferma che la strada è bloccata. Il trattamento intimidatorio riservato dai servizi speciale dell’Azerbajgian travestiti come “eco-attivisti” ai minori che tornavano in Artsakh dall’Armenia dopo 37 giorni, dimostra quale trattamento possono aspettarsi “nostri cittadini armeni”, “una volta che la regione sarà completamente reintegrata”. Più che una promessa è una minaccia.

La storia umiliante di 16 adolescenti che sono rimasti bloccati per 37 giorni e impossibilitati a tornare alle loro case a Stepanakert, nella Repubblica dell’Artsakh.

L’ipocrisia UE (ovvero, nostra) – « Strillare sui diritti umani serve a ben poco se poi non si è disposti a sopportare le conseguenze di eventuali tagli alle forniture. (…) Ci si chiede, in conclusione, perché gli europei continuino a parlare di temi sgraditi ai governanti di nazioni per loro fondamentali dal punto di vista delle forniture [Qatar e Azerbajgian]. Strillare sui diritti umani serve a ben poco se poi non si è disposti a sopportare le conseguenze di eventuali tagli. Meglio sarebbe pensare ad una politica energetica seria nel lungo periodo da parte della UE, senza provocare altri guai con i nostri fornitori più importanti» (Michele Marsonet – Atlantico di Nicola Porro, 23 gennaio 2023).

Quando un intervistatore non vuole fare il giornalista – Il Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Ruben Vardanyan, è stato intervistato oggi nel programma Hard Talk della BBC. L’intervistatore Stephen Sackur ha avuto poco interesse per l’Artsakh, parlando principalmente del Presidente russo Putin e il Primo Ministro armeno Pashinyan, ma Vardanyan è riuscito a parlare del disastro umanitario e dell’aggressione azera contro l’Artsakh.

Oggi abbiamo ricevuto conferma ufficiale, che il Rappresentante speciale dell’Unione Europea per la crisi del Caucaso meridionale e della Georgia, Toivo Klaar, è resuscitato. Dopo il suo ultimo tweet del 16 dicembre 2022, più di un mese fa, con cui notificava al suo compagno di merende Ilham Aliyev che non avevo niente da obiettare contro il blocco del Corridoio di Lachin, alloro nel suo quarto giorno, è rimasto in ibernazione.

Poi, ieri notte, alle ore 23.17, Toivo Klaar ha prodotto un nuovo tweet: «Back in Yerevan for a day of meetings. The situation around the Lachin corridor is serious and solutions have to urgently be found. I look forward to discussions to explore ways forward. The Unione Europea goal remains a comprehensive Armenian-Azerbajgian settlement» [Di nuovo a Yerevan per una giornata di incontri. La situazione attorno al Corridoio di Lachin è grave e occorre trovare urgentemente delle soluzioni. Non vedo l’ora di discutere per esplorare le strade da percorrere. L’obiettivo dell’Unione Europea rimane un accordo globale armeno-azerbajgiano].

Tempo sprecato: lo sappiamo da 43 giorni – mentre lui ha dormito per 39 giorni – che la situazione per l’Artsakh è grave (che pudore, parla di “situazione attorno al Corridoio di Lachin”, la parola “blocco” non riesce a pronunciare). Invece di dire a Yerevan che “occorre trovare urgentemente delle soluzioni”, che vada a dire a Baku che il blocco deve terminare all’istante.

Oggi, l’Ufficio del Primo Ministro della Repubblica di Armenia ha informato, che Nikol Pashinyan ha ricevuto Toivo Klaar. All’incontro ha partecipato anche il Capo della delegazione dell’Unione Europea in Armenia, l’Ambasciatore Andrea Victorin. Gli interlocutori hanno discusso della situazione nella regione, nonché delle questioni relative alla cooperazione Armenia-Unione Europea. Nella nota si legge: «È diventata importante la decisione presa sull’ubicazione della nuova missione civile dell’Unione Europea al confine armeno-azerbajgiano, che contribuirà alla stabilità e alla sicurezza nella regione. Si è anche fatto riferimento alla crisi umanitaria creatasi nel Nagorno-Karabakh a seguito del blocco del Corridoio di Lachin. Il Primo Ministro Pashinyan ha sottolineato che, a causa di ciò, la situazione nel Nagorno-Karabakh sta peggiorando di giorno in giorno, le scuole e gli asili non funzionano, le istituzioni sanitarie hanno una grave carenza di medicine e stanno affrontando seri problemi. Inoltre, la fornitura di gas al Nagorno-Karabakh è stata interrotta dall’Azerbaigian, c’è anche un problema di fornitura di energia elettrica. Sottolineando l’adeguata risposta della comunità internazionale alla situazione creatasi, Nikol Pashinyan è lieto di sottolineare il fatto delle risoluzioni adottate l’altro giorno dal Parlamento Europeo».

Secondo la fonte, Toivo Klaar ha espresso preoccupazione per il blocco del Corridoio di Lachin e ha sottolineato la necessità del buon funzionamento del Corridoio. Ha osservato che l’Unione Europea è interessata a garantire stabilità e pace nella regione e continuerà a contribuire alla soluzione di questo problema. Staremo a vedere se riesce a convincere il suo amico Aliyev.

Invece, il Segretario di Stato americano, Anthony Blinken, ha preso il telefono e in una conversazione telefonica con il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, lo ha esortato a sbloccare immediatamente il Corridoio di Lachin per il trasporto commerciale. Al riguardo, il Dipartimento di Stato in una nota ha sottolineato che la minaccia di una crisi umanitaria con il blocco del Corridoio di Lachin mina le prospettive di pace tra l’Armenia e l’Azerbajgian. Blinken ha invitato Aliyev a raddoppiare i suoi sforzi nei negoziati di pace bilaterali con l’Armenia [seriamente, così sta scritto]. Ha anche espresso preoccupazione per i diritti umani in Azerbajgian [preoccupazione, a parole, senza azioni concrete e Aliyev se la ride].

L’Ambasciata americana in Azerbajgian ha riportato il tweet di Blinken con la traduzione in azero: “Ho esortato il Presidente Aliyev a ripristinare immediatamente il traffico commerciale sul Corridoio di Lachin. Ogni giorno che rimane bloccato rischia una crisi umanitaria e mina i passi che l’Armenia e l’Azerbajgian hanno compiuto verso la pace. Gli Stati Uniti si impegnano a sostenere questi sforzi”.

40 organizzazioni non governative della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh hanno inviato una lettera aperta ai leader dei Paesi Co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE (USA, Francia e Russia), chiedendo loro di discutere la possibilità di dispiegare in Artsakh ulteriori forze internazionali di mantenimento della pace con il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per garantire la piena sicurezza della Repubblica di Artsakh e dei suoi cittadini.

Nella dichiarazione si afferma: «Per quasi tre decenni, il Gruppo di Minsk dell’OSCE e poi i suoi tre Co-Presidenti, con un mandato internazionale pertinente, hanno svolto un ruolo di mediazione di primo piano nella ricerca di modi per raggiungere una soluzione globale del conflitto azero-karabakh, esclusivamente in modo pacifico, basata sulla Carta delle Nazioni Unite. Le proposte del Gruppo di Minsk dell’OSCE per la risoluzione del conflitto includevano anche principi importanti come il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, sulla base del quale sarà determinato lo status finale dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, nonché il non uso della forza o la minaccia della forza.
Riteniamo che la situazione derivante dall’uso illegittimo della forza non possa e non debba essere riconosciuta come punto di partenza per una soluzione globale del conflitto. Lo status indipendente della Repubblica dell’Artsakh deve essere riconosciuto dalla comunità internazionale sulla base del rispetto del diritto del popolo dell’Artsakh all’autodeterminazione. L’intervento militare della Turchia nel conflitto Azerbajgian-Karabakh con il coinvolgimento di combattenti terroristi provenienti dal Medio Oriente, la detenzione illegale di oltre un centinaio di prigionieri di guerra armeni da parte dell’Azerbajgian e i crimini di guerra sono stati condannati dai parlamenti di numerosi paesi e organizzazioni internazionali.
Approfittando della difficile situazione internazionale e del mancato riconoscimento dell’indipendenza della Repubblica di Artsakh, le autorità azere sono ricorse a un’altra azione illegale contro il popolo dell’Artsakh, bloccando le comunicazioni di trasporto lungo il Corridoio di Lachin (Kashatagh), riconosciuto a livello internazionale, che è l’unico modo per collegare l’Artsakh con l’Armenia e il mondo esterno.
Il blocco dell’Artsakh, in corso dal 12 dicembre 2022, viola i diritti e le libertà dei 120.000 abitanti dell’Artsakh, compresi 30.000 bambini, oltre a decine di migliaia di donne e anziani. Ha causato seri problemi con le medicine e l’approvvigionamento alimentare, il Paese è sull’orlo di una catastrofe umanitaria. La chiusura del corridoio di trasporto ha portato alla sospensione dei lavori di costruzione su larga scala effettuati nella Repubblica per fornire alloggi ai rifugiati e agli sfollati interni che hanno lasciato le loro case a seguito dell’occupazione dei territori dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian nel 2020.
Attraverso le loro azioni criminali, le autorità azere stanno cercando di creare condizioni di vita insopportabili per costringere il popolo dell’Artsakh a rinunciare ai propri diritti fondamentali, compreso il diritto all’autodeterminazione. In alternativa, viene proposto l’eliminazione completo o lo spostamento forzato della popolazione armena indigena
dell’Artsakh dalla loro patria storica. Le azioni delle autorità azere, ufficialmente sostenute dalla leadership turca, hanno trasformato in ostaggi 120.000 cittadini dell’Artsakh e le condizioni avanzate dalla Baku ufficiale per il loro rilascio, essendo di natura politica e mercantile, sono una manifestazione di terrorismo internazionale sotto la legge internazionale.
La politica armenafobica del tandem turco-azerbajgiano continua ancora oggi. Gli appelli degli Stati Uniti, dei Paesi europei, della Russia e, in generale, l’attuazione di sole misure politiche non hanno il giusto impatto sulla politica genocida di questo tandem contro gli Armeni etnici.
A causa del fatto che, nonostante gli obblighi assunti ai sensi della Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, il contingente russo di mantenimento della pace in Artsakh non è in grado di impedire le azioni criminali dell’Azerbajgian, chiediamo gentilmente di considerare la possibilità di dispiegare ulteriori forze internazionali di mantenimento della pace in Artsakh, sotto il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per garantire la piena sicurezza della Repubblica di Artsakh e dei suoi cittadini.
Siamo convinti che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui gli Stati che rappresentate hanno lo status di membri permanenti, abbia basi legali internazionali sufficienti e opportunità per applicare pienamente gli strumenti pertinenti per impedire l’attuazione delle intenzioni di genocidio da parte dell’Azerbajgian e terminare le sue azioni criminali che violano la Carta delle Nazioni Unite».

L’Azerbaijan non si fermerà all’Artsakh
di Mira Nalbandian
Harvard Political Review, 22 gennaio 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Dalla fine del 2020, gli storici avversari Armenia e Azerbajgian hanno mantenuto un precario cessate il fuoco segnato da crescenti tensioni. Mentre le scaramucce persistono dal 1994, due anni fa è scoppiata la guerra nel Caucaso per la prima volta da decenni, che ha provocato migliaia di vittime e l’Azerbajgian ha conquistato il territorio conteso. L’Armenia aveva in gran parte mantenuto il controllo informale dell’Artsakh (noto anche come Nagorno-Karabakh), una regione popolata da Armeni riconosciuta a livello internazionale come parte del territorio dell’Azerbajgian. Tuttavia, una ripresa dei combattimenti nel settembre 2022 ha lasciato l’Armenia ancora una volta a rischio di concedere più terra all’Azerbajgian.

L’Artsakh è da tempo al centro del conflitto. Durante l’integrazione della regione del Caucaso nell’URSS nel 1923, l’Artsakh fu ceduto all’Azerbajgian, insieme alla regione a maggioranza musulmana del Nakhchivan. Dalla caduta dell’Unione Sovietica, tuttavia, l’Artsakh è stato principalmente controllato dall’Armenia e ha espresso interesse per l’indipendenza dall’Azerbajgian, in particolare nel referendum del 1991 per la statualità, approvato dal 99,89% dei votanti. La regione è comunque riconosciuta a livello internazionale come azera dopo che la terra è stata conservata dall’Azerbaigian nell’era post-URSS.

Sebbene la guerra sia di natura altamente territoriale, non riguarda solo l’Armenia e l’Azerbajgian. Le tensioni nella regione sono profonde e si estendono lontano, coinvolgendo Russia e Turchia, rappresentando uno stato di disagio che ricorda le controversie ottomane e dell’Unione Sovietica. La Russia ha storicamente fornito sostegno all’Armenia, tentando anche di rimanere neutrale, come dimostrato dal suo riuscito negoziato del cessate il fuoco nel 2020 dopo i precedenti tentativi falliti delle Nazioni Unite, della Francia e degli Stati Uniti.

Ma mentre la Russia mediava la pace nella regione, la Turchia forniva un sostegno diretto all’Azerbajgian, suo alleato di etnia turca. Nella guerra del 2020, aerei da combattimento turchi sono stati avvistati in Azerbajgian e la Turchia ha inviato mercenari siriani in Artsakh per combattere con l’esercito azero.

Tale coinvolgimento puzza di pan-turchismo, un’ideologia radicata nell’unificazione di tutti i popoli di lingua turca in tutta l’Asia occidentale e centrale. Il pan-turchismo non è semplicemente un movimento edificante per i popoli turchi. Storicamente, è stato utilizzato per prendere di mira molti popoli non turchi nella regione, vale a dire Armeni, Assiri, Curdi e Greci, che sono considerati estranei all’ideologia pan-turca. Durante la Prima Guerra Mondiale, la propaganda pan-turca mirava a contrastare l’influenza russa. In una parata per la vittoria azera in Azerbajgian dopo la guerra del 2020, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha elogiato Enver Pasha, un leader pan-turco in tempo di guerra che ha aiutato nella pianificazione del genocidio armeno, che dal 1915 in poi ha ucciso 1,5 milioni di Armeni e ne ha sfollati innumerevoli altri. Anche gli Armeni che vivono in Azerbajgian hanno subito violenze, in particolare il pogrom di Baku degli anni ’90, che ha preso di mira gli Armeni nella capitale azera. L’ideologia è apparentemente riapparsa mentre i presunti sforzi di supporto aereo e mercenario della Turchia creano un nuovo livello di pericolo per l’Armenia nella guerra in corso. In altre parole, l’Azerbaigian non ha semplicemente una vendetta isolata per l’Armenia, piuttosto, l’ultima aggressione azera segnala la continuazione di una storica persecuzione del Paese e del suo popolo.

Mentre sia l’Armenia che l’Azerbajgian hanno affermato che l’altro ha colpito per primo, il tempismo della guerra arriva in un momento strategicamente molto vantaggioso per l’Azerbajgian. Da quando la Russia ha iniziato a invadere l’Ucraina a febbraio, il principale sostenitore dell’Armenia nella regione è occupato. Di conseguenza, l’Armenia non ha il supporto fondamentale che di solito trova in Russia per contrastare gli attacchi azeri e l’Azerbajgian gode di un vantaggio significativo. Come ha detto alla National Public Radio Paul Stronski del Carnegie Endowment for International Peace: “Il tempismo, il fatto che la Russia sia occupata, ha certamente portato a quella che in questo momento sembra un’offensiva azera”.

L’Armenia e il Portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, hanno anche riferito che l’Azerbajgian non ha solo attaccato il territorio conteso, ma anche la terra armena sovrana, con Price che ha indicato “prove significative di bombardamenti azeri all’interno dell’Armenia e danni significativi alle infrastrutture armene” a settembre . Secondo quanto riferito, le truppe azere sono in territorio armeno e il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan ha rivelato che l’Azerbajgian ha occupato terra controllata dagli Armeni, confermando ulteriormente l’obiettivo alla base dell’aggressione: una campagna per catturare sempre più terra armena. Inoltre, dal 12 dicembre 2022, l’Azerbajgian ha istituito un blocco sull’Artsakh, il che significa che i cittadini della regione sono tagliati fuori dalle forniture necessarie.

In risposta alla guerra più recente, Pashinyan ha tentato di perseguire concessioni diplomatiche per placare l’Azerbajgian ed evitare ulteriori conflitti, una strategia che ha provocato forti proteste in Armenia. Si ipotizza che Pashinyan conceda l’Artsakh all’Azerbajgian, provocando richieste di dimissioni. Al contrario, il Presidente dell’Artsakh, Arayik Harutyunyan, si è opposto con decisione a qualsiasi concessione all’Azerbajgian.

A livello internazionale, Francia, Russia, Stati Uniti e Unione Europea hanno chiesto la pace nella regione, riflettendo le loro azioni due anni fa, quando tentarono di negoziare il cessate il fuoco. Tuttavia, durante la guerra in Ucraina, sono sorte complicazioni, con la Banca Mondiale che ha notato che i Paesi che dipendono dal gas naturale per l’energia soffriranno di un accesso limitato. L’Azerbajgian, che contiene riserve di gas naturale, ha così raccolto la simpatia della Commissione Europea, lasciando l’Armenia ancora più vulnerabile.

Ancora una volta, e non sorprende, la Turchia ha affermato che sosterrà l’Azerbajgian, in linea con la sua posizione nella guerra del 2020, fornendo ulteriori indicazioni sul fatto che l’Azerbajgian continuerà a competere per la terra armena, essendo sostenuto da un potente alleato che incoraggia l’idea che l’Armenia sia un territorio ancestrale turco. L’alleanza tra Turchia e Azerbajgian va oltre una semplice questione di interesse politico: i due Paesi hanno una lunga storia di sentimenti anti-Armeni radicati nel pan-turchismo e hanno dichiarato più volte la loro intenzione di “rivendicare” la terra nell’odierna Armenia. Il Presidente azero, Ilham Aliyev, ha dichiarato nel 2010: “Ho ripetutamente affermato che l’attuale Armenia, il territorio, chiamato Repubblica di Armenia sulla mappa, è un’antica terra azera”. Aliyev fa questa affermazione nonostante prove che gli Armeni vivono nell’odierna Armenia da circa 3000 anni.

Tuttavia, il governo azero ha fissato gli occhi all’interno dei confini dell’Armenia. Il politico azero Bahar Muradova è stato citato affermando che “gli Azeri torneranno nelle loro terre storiche, inclusa Yerevan. Non ci possono essere dubbi”. Le sue parole fanno eco ai sentimenti del suo governo, ma mentre questi politici azeri sono stati avanti nelle loro aspirazioni, il governo turco ha famigeratamente negato alcuni dei suoi più eclatanti atti anti-armeni, in particolare la sua complicità nel genocidio armeno, pur elogiando gli architetti del genocidioi.

La storia non si ripete semplicemente, prosoegue. Le azioni della Turchia e dell’Azerbajgian dimostrano la loro vera intenzione storica: il controllo della terra armena. Mentre il governo azero può rivendicare la difesa della sua terra, il suo attacco all’Armenia in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, i suoi movimenti nella terra armena sovrana e la sua storia di sentimenti pan-turchi servono solo come indicazione che l’Azerbajgian è interessato a molto di più che proteggere i suoi confini attuali.

Il Primo Ministro Pashinyan ha il dovere di resistere all’aggressione azera. Il popolo armeno ha dimostrato il suo rifiuto di soccombere alla pressione, così come lo stesso Artsakh, e il suo governo deve riflettere la sua forza.

L’Azerbajgian, e la sua alleata Turchia, hanno una lunga storia di aggressioni contro l’Armenia e hanno chiarito le loro intenzioni di invadere sempre più la terra armena. Se Pashinyan concede completamente l’Artsakh, l’Azerbajgian non sarà soddisfatto. Finché Aliyev e i suoi alleati sostengono che tutta l’Armenia è la loro patria ancestrale, sarebbe sciocco pensare che non continueranno a spingere fino a quando non avranno vinto ciò che pensano di meritare.

Il corso per placare l’Azerbajgian deve trasformarsi in sanzioni internazionali repressive – Presidenza dell’Artsakh
Armenpress, 23 gennaio 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Nelly Baghdasaryan, Consigliere per le relazioni internazionali del Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh, Arayik Harutyunyan, ha commentato la risposta internazionale e la sua efficacia al blocco azero dell’Artsakh, gli obiettivi perseguiti dall’Azerbajgian e altre questioni in un’intervista condotta da Armenpress.

Il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha recentemente annunciato che il contingente di mantenimento della pace russo, deputato a controllare il traffico lungo il Corridoio di Lachin in base alla dichiarazione trilaterale, ha tutte le capacità per controllare i mezzi di trasporto. Si prega di commentare il messaggio di questo annuncio, in particolare tenendo conto della seguente dicitura: “Il contingente di mantenimento della pace ha tutte le possibilità per controllare i mezzi di trasporto”.
La domanda chiave dopo la formulazione del Ministro degli Esteri russo riguardo al corridoio durante il blocco è la seguente: è possibile ottenere lo sblocco con l’influenza della parte russa e senza precondizioni nel quadro degli obblighi assunti dalla Russia il 9 novembre 2020? Secondo la sequenza delle ultime discussioni, il 17 gennaio si è svolto un colloquio telefonico Lavrov-Bayramov, durante il quale il Ministro degli Esteri russo ha sottolineato “la necessità di un rapido e completo sblocco del traffico lungo il Corridoio di Lachin in linea con i parametri previsti dalla Dichiarazione trilaterale di alto livello del 9 novembre 2020”, e durante la conferenza stampa del 18 gennaio che riassume il 2022 Sergey Lavrov ha citato questa telefonata. Ha ribadito i doveri assunti dalla Russia nell’ambito dell’accordo trilaterale di controllo del traffico e dei mezzi di trasporto. Allo stesso tempo, il Ministro degli Esteri russo ha in una certa misura spostato il baricentro della risoluzione della crisi nell’arena dell’Azerbajgian-Artsakh: il Ministro ha affermato che “i rappresentanti dell’Azerbajgian hanno avuto incontri con i rappresentanti del Karabakh con la partecipazione del comandante del contingente russo”. Secondo un comunicato rilasciato dal Consiglio di Sicurezza dell’Artsakh il 18 gennaio, la comunicazione del 15 gennaio con la parte azera per la riapertura del corridoio non ha dato alcun risultato. Invece di sbloccare, l’Azerbajgian sta ora sviluppando una strategia di logoramento, perseguendo l’obiettivo di costringere l’Artsakh a fare concessioni. In pratica, il blocco ha registrato uno status quo in senso negativo.

Quanto è realistica la revoca del blocco per l’influenza della comunità internazionale e dei centri di potere? In generale, quale atteggiamento della comunità internazionale ha registrato nei confronti di questo atto disumano dell’Azerbajgian? Le valutazioni e le dichiarazioni da sole sono sufficienti? Secondo lei, cosa può contribuire concretamente alla risoluzione del problema?
Il fatto ha registrato un alto livello di internazionalizzazione. Apprezziamo la solidarità internazionale e il lavoro svolto per formare il dossier politico oggettivo del blocco totale dell’Artsakh risultante dalla chiusura del Corridoio di Lachin. Il dossier sul blocco deve modificare gli approcci dei centri di potere che sostenevano la convivenza dell’Artsakh con l’Azerbajgian. I nuovi approcci concettuali per la risoluzione dei conflitti devono essere costruiti sulla base del rispetto del diritto all’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh. Fin dai primi giorni del blocco la comunità internazionale ha condannato e chiesto l’immediata eliminazione del blocco del Nagorno-Karabakh, la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata particolarmente importante e i discorsi che vi sono stati pronunciati, ma ritengo che l’assenza di una dichiarazione di consenso sia un deplorevole errore da parte della comunità internazionale. Attribuisco importanza anche ai sostanziali discorsi nella Riunione speciale del Consiglio permanente dell’OSCE del 16 e 17 gennaio. Ricordando in generale i discorsi dei Rappresentanti permanenti degli USA, della Francia e della Russia presso l’OSCE, anche in qualità di Co-Presidenti, hanno chiesto l’adesione all’accordo trilaterale del 9 novembre 2020, il ripristino immediato e incondizionato della circolazione libera e sicura lungo il Corridoio di Lachin e di non peggiorare la crisi umanitaria. La coerenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stata importante nel notificare con urgenza al Comitato dei Ministri del Consiglio Europeo la decisione riguardante lo sblocco del Corridoio di Lachin. In ambito europeo l’ultimo fatto importante è stato il Rapporto annuale 2022 della Politica estera e di sicurezza comune del 18 gennaio del Parlamento Europeo riguardante il blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian. Il 19 gennaio il Parlamento Europeo ha adottato la risoluzione di condanna sulle conseguenze umanitarie del blocco nel Nagorno-Karabakh. Queste discussioni e pressioni internazionali, l’enorme lavoro, sono certamente molto apprezzate da noi, ma finché il blocco continua non possiamo trovarle sufficienti. Il corso di pacificazione dell’Azerbaigian, in corso dal 2020, deve trasformarsi in un corso di repressione pratica attraverso gli strumenti delle sanzioni internazionali. Il 19 gennaio il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione di condanna sulle conseguenze umanitarie del blocco nel Nagorno Karabakh. Queste discussioni e pressioni internazionali, l’enorme lavoro, sono certamente molto apprezzate da noi, ma finché il blocco continua non possiamo trovarle sufficienti. Il corso di pacificazione dell’Azerbaigian, in corso dal 2020, deve trasformarsi in un corso di repressione pratica attraverso gli strumenti delle sanzioni internazionali. Il 19 gennaio il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione di condanna sulle conseguenze umanitarie del blocco nel Nagorno Karabakh. Queste discussioni e pressioni internazionali, l’enorme lavoro, sono certamente molto apprezzate da noi, ma finché il blocco continua non possiamo trovarle sufficienti. Il corso di placcare l’Azerbajgian, in atto dal 2020, deve trasformarsi in un corso di repressione pratica attraverso gli strumenti delle sanzioni internazionali.

In generale, quali obiettivi minimi e massimi persegue l’Azerbajgian tenendo chiuso il Corridoio di Lachin con il falso pretesto ambientale?
“Artsakh senza gli Armeni” – questo è il calcolo massimo dell’Azerbajgian nella questione dell’Artsakh, non ci sono calcoli minimi. L’Azerbajgian ha scelto una strategia di logoramento incruento dell’Artsakh. La combinazione delle azioni armenofobe dell’Azerbajgian include una politica di pulizia etnica strisciante, occupazione strisciante e terrorismo. La popolazione di 120.000 abitanti dell’Artsakh è in condizioni di disastro umanitario, la nostra principale e fondamentale preoccupazione sono i 30.000 bambini che sono sotto blocco, che stanno vivendo le conseguenze psicologiche, sociali e fisiche del blocco in modo più acuto. Il famigerato incidente in cui un gruppo di minori dell’Artsakh che tornavano a casa da Goris con le forze di mantenimento della pace russe è stato sottoposto a una violenza psicologica organizzata da parte degli Azeri deve essere condannato nelle arene legali internazionali..

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

L’Armenia e i dipinti murali nelle chiese cristiane: la nuova mostra del Museo della Seta (Primacomo 23.01.23)

E’ stata inaugurata sabato, 21 gennaio 2023, e rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo 19 febbraio la nuova mostra ospitata negli spazi del Museo della Seta “Armenia. Dipinti murali nelle chiese cristiane VII-XIII secolo”.

L’Armenia e i dipinti murali nelle chiese cristiane: la nuova mostra del Museo della Seta

La mostra al Museo della Seta, ripercorrendo la via della seta che da millenni unisce l’Oriente all’Occidente, illustra un percorso di studi, ricerche e restauri conservativi di cicli di dipinti murali nelle chiese in Armenia e nell’Artsakh che gli autori hanno realizzato con passione e costanza in questi ultimi dieci anni.  Il percorso è composto da pannelli con fotografie a colori, dove sono presentati i restauri dei dipinti murali di tre chiese armene: Lmbatavank’, Santo Segno del Monastero di Haghbat e Kat’oghikè del Monastero di Dadivank’.

L’esposizione è arricchita da testi scritti dagli autori, libri, locandine, materiale illustrativo, articoli, pigmenti minerali naturali armeni. É stato realizzato un piccolo catalogo con testi introduttivi di Paolo Aquilini, Antonia Arslan, Ambra Garancini, Agop Manoukian, Paolo Arà Zarian e un’introduzione storica con cartine geografiche dell’Armenia e dell’Artsakh e testi generici dedicati alla cultura dei dipinti murali nelle chiese armene.

La mostra è stata curata dall’architetto Paolo Arà Zarian e dalla restauratrice di opere d’arte, Christine Lamoureux, promossa dal Museo della Seta di Como in stretta collaborazione con Iubilantes ODV con il patrocinio del Comune di Como, della Accademia di belle arti Aldo Galli di Como, del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena e del Consolato Onorario della Repubblica di Armenia.

Calendario degli eventi

  • Domenica 29 gennaio ore 16: “Garò. Una storia armena”, monologo interpretato da Stefano Panzeri. Testo e regia: Giuseppe di Bello. Presentazione: Agop e Vasken Monoukian
  • Sabato 4 febbraio ore 16: “Architettura e arte armena: un patrimonio gravemente minacciato”, conferenza di Gaianè Casnati
  • Domenica 19 febbraio ore 16: finissage con la conferenza “Esperienze di restauro on Armenia”, incontro co gli autori della mostra Christine Lamoureux e Paolo Arà Zarian

OMBRE SCURE SUL FUTURO DEL CAUCASO (Difesa on line 23.01.23)

(di Andrea Gaspardo)
23/01/23

Mentre l’attenzione del mondo intero è concentrata sull’evolvere della Guerra Russo-Ucraina, nelle lande del Caucaso si sta consumando una crisi finora bellamente ignorata che, se dovesse concludersi nel peggiore dei modi, rischierebbe di mettere a nudo una volta per tutte tanto il pressapochismo dell’Occidente nell’affrontare questo tipo di conflitti quanto la plasticità dei sovente strombazzati a vanvera “valori universali” del medesimo; specialmente in questo caso in cui uno dei contendenti è fiancheggiato (utilizzo deliberatamente questo termine di allusione “mafiosa” perché di questo si tratta) da un paese che formalmente fa parte della NATO ma che da anni lavora per crearsi un’area di egemonia che è completamente in antitesi con i più basilari interessi nazionali dell’Italia.

L’ho scritto un’infinità di volte e non smetterò mai di farlo: stiamo parlando della Turchia. Come dicevo poc’anzi, ci troviamo nel Caucaso e lo scenario è quello dell’ancora irrisolto conflitto del Nagorno-Karabakh, nel frattempo estesosi di fatto all’intero territorio della Repubblica d’Armenia che, sotto la pressione congiunta turco-azera, rischia di scomparire dalla mappa geografica (e visti i trascorsi storici di poco più di un secolo fa, ciò ha l’alta probabilità di trasformarsi in un secondo Genocidio per il popolo armeno).

A partire dal 12 di dicembre del 2022, la parte residuale del territorio del Nagorno-Karabakh (anche noto come “Repubblica dell’Artsakh”) non ancora rioccupata dall’Azerbaigian a seguito della guerra del 2020 e dei successivi accordi di armistizio sponsorizzati dalla Russia, è sottoposta ad una sorta di “assedio” da parte di masse di manifestanti azeri che hanno bloccato l’unica strada di collegamento esistente tra essa e l’Armenia propriamente detta.

Ufficialmente le manifestazioni sono state descritte dalla stampa di regime azera come “ecologiste”, tuttavia è assai curioso che gli organizzatori abbiano scelto come palcoscenico per inscenare le loro proteste proprio il corridoio di Lachin e non la penisola di Absheron che, dopo oltre un secolo di Storia dell’industria petrolifera locale è stata profondamente segnata dall’inquinamento chimico.

Inutile a dirlo, hanno ragione i maligni a ritenere che dietro a questa manovra di “guerra ibrida” ci siano le autorità di Baku che, con sapiente furbizia, utilizzano i cosiddetti “manifestanti” per mantenere alta la pressione sia nei confronti degli armeni nagornini (circa 120.000 anime rimaste nei loro territori ancestrali nonostante la minaccia di annichilimento da parte delle autorità azere).

Singolare il fatto che la Turchia non abbia perso tempo a manifestare la sua totale vicinanza ai manifestanti ed allo stato azero. Scelta singolare per una “manifestazione ecologista” che non fa che accreditare ulteriormente i sospetti di quanti ritengono che il tutto non rappresenti altro che l’ennesima manfrina pilotata dal “satrapo” dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev.

Ancora una volta, l’autocrate di Baku si sta dimostrando un eccellente opportunista nell’organizzare crisi geopolitiche pilotate a suo esclusivo uso e consumo nel mentre il mondo è distratto da altre emergenze più o meno gravi e può destinare all’area caucasica solamente il “residuo” delle energie. È così in particolar modo per la Russia, de facto l’unico “protettore militare” dell’Armenia, la quale è attualmente impossibilitata ad intervenire nell’area caucasica perché costretta a concentrare tutti i suoi sforzi in Ucraina. Per non parlare dei vari paesi occidentali (Italia tristemente inclusa) che hanno tutti preferito prendere una posizione sostanzialmente filo-azera sacrificando quei “valori occidentali irrinunciabili” che tanto vengono sbandierati quando si tratta di parlare di Ucraina e poi bellamente ignorati quando fa comodo

La sfrontatezza degli azeri e dei loro fiancheggiatori turchi è poi tristemente agevolata anche dal fatto che, ancora scioccato dalla sconfitta militare del 2020, lo stato armeno fatichi ancora a formulare una nuova strategia di contenimento degna di questo nome mentre qualsiasi tentativo di riforma (a questo punto disperatamente necessaria!) delle Forze Armate Armene è stato sistematicamente silurato dallo stesso primo ministro Nikol Pashinyan che da anni sembra più impegnato a preservare pervicacemente il suo potere che non a proteggere il suo paese ed il suo popolo dalle nubi scure che si stanno stagliano sopra le vette del Caucaso e non lasciano intravvedere nulla di buono per i prossimi anni.

Foto: AZERBAIJAN STATE NEWS AGENCY

#ArtsakhBlockade. Uscita mondiale di “Invisible Republic”, documentario sulla guerra dell’Artsakh. Live ZOOM Q&A alle ore 20.00 del 24 gennaio (Korazym 23.01.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.01.2023 – Vik van Brantegem] – La Armenian General Benevolent Union (AGBU) e Creative Armenia annunciano una campagna di sensibilizzazione e educazione sull’Artsakh in occasione dell’uscita mondiale del documentario sulla guerra dell’Artsakh Invisible Republic. Alla luce della crisi umanitaria in corso in Artsakh – con il blocco dell’Azerbajgian del Corridoio di Lachin che crea una crisi alimentare, sanitaria e umanitaria sempre più grave per i 120.000 Armeni ora intrappolati nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh – i produttori di Invisible Republic hanno reso il film disponibile in forma digitale in ogni parte del mondo. Ispirato all’esplosivo diario di guerra di Lika Zakaryan, il pluripremiato documentario può ora essere visto al cinema virtuale [QUI].

Invisible Republic (2022) | Il trailer ufficiale.

Il rilascio mondiale di Invisible Republic è accompagnato da una campagna globale di sensibilizzazione e educazione guidata dall’Armenian General Benevolent Union (AGBU) e da Creative Armenia. Proiezioni fisiche per gruppi governativi, organizzazioni per i diritti umani e istituzioni educative sono ora in corso a Londra, Parigi, Madrid, Berlino, Zurigo e in altre città.

Per i telespettatori digitali si stanno organizzando eventi online. Guarda il film ora e poi unisciti alle domande e risposte live su ZOOM martedì 24 gennaio alle 23.00 ora di Artsakh (ore 20.00 di Roma) per incontrare la scrittrice Lika Zakaryan, il regista Garin Hovannisian e i produttori Serj Tankian e Alec Mouhibian. Le domande e risposte saranno in inglese e saranno tradotte simultaneamente in armeno, russo e francese. Registrati [QUI].

“Questo non è solo un film su di me”, ha detto Lika Zakaryan, che è stata separata dalla sua famiglia a causa del blocco. “È la storia e la tragedia della mia famiglia, dei miei amici e della mia gente. E purtroppo non è finita. Non vedo l’ora di condividere il film con voi e di incontrarvi per discutere la storia dell’Artsakh, cosa sta succedendo lì ora e cosa possiamo fare per prevenire un altro genocidio contro il popolo armeno”.

“Questo resoconto di prima mano delle realtà vissute durante e dopo i 44 giorni di aggressione azera dal 27 settembre al 9 novembre 2020 è una documentazione critica della vera esperienza umana. Oggi l’Artsakh è minacciato da un blocco territoriale che mette a rischio la vita dei suoi cittadini. Esortiamo gli Armeni di tutto il mondo a condividere l’account di Lika e sfruttare questo impressionante documentario per aumentare la consapevolezza di ciò che sta accadendo oggi. Non possiamo rimanere osservatori silenziosi quando i nostri compagni armeni hanno bisogno delle nostre voci”, ha esortato Ani Manoukian, membro del consiglio centrale dell’AGBU.

“Inizialmente abbiamo realizzato questo film per educare il mondo non armeno sull’Artsakh e per aumentare la consapevolezza sulla guerra dell’Artsakh di 44 giorni del 2020″, ha affermato il produttore del film Dr. Eric Esrailian, che è anche membro del Consiglio centrale dell’AGBU e Fondatore-Membro di Creative Armenia. “Ma il capitolo più oscuro della guerra potrebbe ancora venire. Abbiamo deciso di migliorare i piani di distribuzione e condividere la storia di Lika con il mondo, nella speranza che commuova i cuori e le menti per stare con la gente dell’Artsakh in questo momento di crisi”.

Guarda Invisible Republic al cinema virtuale [QUI]. Il film (disponibile in inglese, armeno, russo e francese) non è solo un drammatico resoconto sul campo della guerra di 44 giorni in Artsakh nel 2020, ma anche un resoconto completo della sua storia recente e del suo importante contesto per la crisi attuale.

I biglietti virtuali costano 10 $ e l’intero ricavato dell’uscita del film sarà devoluto a enti di beneficenza umanitari e di soccorso legati all’Artsakh, tra cui il Global Relief Fund dell’AGBU.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Armenia, la nuova missione civile del Consiglio dell’UE per la sicurezza. (Sardegnagol 23.01.23)

Il Consiglio dell’UE, dopo il recente aumento della tensione al confine tra Armenia e Azerbaigian, ha istituito, nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), una missione civile in Armenia (EUMA).

Intervento che fa seguito all’istituzione dell’EUMCAP dello scorso 17 ottobre che ha portato nell’area di confine gli osservatori dell’UE. Missione propedeutica conclusasi con un totale di 176 pattugliamenti nei due mesi di attività (ottobre-dicembre 2022).

Obiettivo della missione, come ricordato oggi dall’Alto rappresentante dell’UE, Josep Borrell, sarà sostenere la stabilità nelle zone di confine dell’Armenia e garantire un ambiente favorevole per la normalizzazione dei rapporti tra l’Armenia e l’Azerbaigian.

“L’istituzione di una missione dell’UE in Armenia avvia una nuova fase del nostro impegno nel Caucaso meridionale – ha dichiarato Borrell -. L’UE continuerà a sostenere gli sforzi di allentamento della tensione e si impegna a collaborare strettamente con entrambe le parti per raggiungere l’obiettivo finale di una pace sostenibile nella regione”.

LEGGI ANCHE:  Organizzazioni armene in Italia: “Condanniamo l’attacco dell’Azerbaigian”.

In risposta alla richiesta dell’Armenia, l’EUMA effettuerà “costanti pattugliamenti”, riferendo sugli sviluppi nelle zone di confine.

L’EUMA avrà un mandato iniziale di due anni e la sua sede operativa sarà in Armenia. Il comandante dell’operazione civile sarà Stefano Tomat del SEAE, mentre a breve sarà nominato un capomissione che guiderà le operazioni sul campo.

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Armenia: l’UE istituisce una missione civile per contribuire alla stabilità nelle zone di frontiera

In Armenia sarà dispiegata una missione civile dell’Ue per stabilizzare il confine con Azerbaigian e il Nagorno-Karabakh

Australian Open, da Khachanov un messaggio per il Nagorno Karabakh. Gli azeri: “Punitelo” (Repubblica 23.01.23)

La politica è entrata ancora una volta in campo agli Australian Open. Dopo aver battuto il giapponese Yoshihito Nishioka 6-0, 6-0, 7-6 nel match degli ottavi, il russo Karen Khachanov ha avvicinato la telecamera e invece di lasciare il suo autografo, come accade quasi sempre nel tennis, ha scritto: “Continua a credere fino alla fine. Artsakh, resisti!”. In precedenza, dopo aver battuto l’americano Frances Tiafoe nel turno precedente, aveva scritto sull’obiettivo “Artsakh resta forte”. Il riferimento è alla Repubblica del Nagorno-Karabakh – detta anche Artsakh -, una minuscola enclave montuosa parte dell’Azerbaigian ma a maggioranza armena. La madre di Khachanov è russa, ma suo padre Abgar è un armeno di Yerevan.

La reazione dell’Azerbaigian: “Squalificate Khachanov”

Immediata la reazione della Federtennis dell’Azerbaigian (FTA) ha protestato sia con gli organizzatori dell’Australian Open che con i funzionari della Federazione internazionale di tennis (ITF). “Scrivere auguri sinceri sull’obiettivo della fotocamera è una sorta di tradizione nel tennis, ma Khachanov ne ha abusato, usandolo per i suoi sporchi piani”, ha detto l’FTA in una nota, chiedendo una squalifica esemplare per il russo. “Speriamo che questo problema trovi presto la sua soluzione oggettiva”. La scorsa settimana le truppe azere hanno bloccato il corridoio Lachin, una sorta di corridorio che collega l’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Baku ha negato le accuse, affermando che siano state le forze di pace russe ad aver chiuso la strada.

Le dichiarazioni del passato: “Mi fa male vedere cosa succede nel paese che amo”

Khachanov aveva già parlato in passato del suo sostegno all’Armenia sul Nagorno-Karabakh: “Nonostante il fatto che io sia nato in Russia, dico sempre di avere radici armene. Mi fa male nel profondo dell’anima guardare cosa sta succedendo nel Paese, che amo molto. Stanno morendo persone innocenti e persino bambini. Il prossimo avversario di Khachanov, argento olimpico ai Giochi di Tokyo, sarà l’americano e figlio d’arte Sebastian Korda. Il 26enne numero 20 della classifica Atp gareggia sotto bandiera neutrale a causa, come i suoi connazionali e i giocatori bielorussi, dell’attacco russo in Ucraina. I funzionari dell’Australian Open hanno vietato i simboli dei due paesi dopo che le bandiere russe erano state esposte sugli spalti durante le partite del primo turno di Daniil Medvedev e Kamilla Rakhimova, che giocava contro l’ucraina Kateryna Baindl. Il numero sei del mondo russo Andrey Rublev si è poi lamentato con l’arbitro durante la sua vittoria al secondo turno contro il finlandese Emil Ruusuvuori a causa di presunti abusi verbali da parte di spettatori che sventolavano una bandiera dell’Ucraina.

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Khachanov vola agli Australian Open ma c’è chiede la sua squalifica: “Servono misure drastiche”

 

Khachanov, vittorie con dedica agli armeni del Nagorno Karaback. Il governo azero: “Venga punito” (La Stampa)

Quarantaduesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Per l’Azerbajgian è una questione di ambizione, per l’Artsakh di vita o di morte (Korazym 22.01.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 22.01.2023 – Vik van Brantegem] – Nel 42° giorno del blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin), l’Azerbajgian non accenna a mollare l’assedio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e la situazione è letteralmente, non solo in senso figurato, congelata. «L’Azerbajgian deve rendersi conto che il blocco del Corridoio di Lachin non solo non porterà al risultato desiderato, ma che in realtà porterà a risultati opposti. E secondo me apriranno il corridoio a causa della pressione internazionale» (Tatevik Hayrapetyan).

Baku ha parzialmente aperto l’unico gasdotto che arriva dall’Armenia all’Artsakh, ma a causa della debole pressione, l’approvvigionamento di gas nella Repubblica di Artsakh verrà ripristinato con alcune restrizioni. «Al fine di garantire il funzionamento ininterrotto delle infrastrutture vitali e dei bisogni minimi della popolazione, una quantità limitata del gas fornito sarà disponibile per gli edifici residenziali a Stepanakert, le stazioni di servizio regionali, nonché alcune strutture strategiche», si legge in un comunicato della sede operativa dell’Artsakh.

In pieno inverno, la popolazione armena sta affrontando condizioni sempre più insopportabili, al buio e al freddo, nella carenza di cibo e medicinali, senza gas e carenza cronica di elettricità. Le infrastrutture civili restano nel mirino del regime dittatoriale di Baku. E la comunità internazionale latita, senza alcuna iniziativa reale sul terreno né tentativi seppur effimeri di obbligare Aliyev di mollare la presa. L’unico intervento occidentale rimane a parole, con dichiarazioni di condanna dell’Azerbajgian a raffica. Ma il Corridoio rimane bloccato e l’aeroporto di Stepanakert non vede l’inizio di un indispensabile ponte aereo, né da parte della Federazione Russa, né da parte dell’Unione Europea, né da parte delle Nazioni Unite. I cittadini dell’Artsakh difesi a parole sono pregato di nutrirsi e di curarsi con le parole. E a Davos viene corteggiato Aliyev per il gas che gli manda Putin per venderlo all’Europa a sovrapprezzo.

Nell’agosto 2021 la Repubblica di Artsakh/Karabakh ha emesso un francobollo dedicato al centenario della nascita di Andrei Sakharov (1921-1989), Premio Nobel per la Pace 1975.

«Per l’Azerbajgian la questione del Karabakh è una questione di ambizione, per gli Armeni del Karabakh è una questione di vita o di morte» (Andrei Sakharov, Premio Nobel per la Pace 1975, 1989).

La vergogna dell’Armenia
di Elena Bonner [*]
The New York Review of Books, 11 ottobre 1990

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Da due anni e mezzo la Transcaucasia brucia e sanguina. Sei milioni di Azeri che vivono in un territorio di 86.000 chilometri quadrati, e tre milioni di Armeni in un territorio di 30.000 chilometri quadrati, hanno dimenticato la pace. Perché è successo? I 157.000 Armeni dei 4.000 metri quadrati del Nagorno-Karabakh hanno manifestato la loro volontà: in una risoluzione durante la sessione del 20 febbraio 1988 del Consiglio regionale hanno chiesto il diritto di essere riuniti con la loro gente in Armenia. Da allora chiamiamo questa guerra un “conflitto” o “le azioni di estremisti, banditi” – tutt’altro che guerra. Una guerra dei forti contro i deboli, un conflitto tra diritto e violenza. Il Karabakh è iniziato con la legge, l’Azerbaigian ha risposto con la violenza.

Esattamente una settimana dopo, dopo la perentoria risposta di Mosca alla risoluzione del Consiglio regionale del Karabakh, è iniziato il pogrom contro gli Armeni nella città azerbajgiana di Sumgait, non lontano da Baku, che si è protratto per tre giorni, 26, 27 e 28 febbraio. Gli Armeni contavano sulla giustizia e sulla glasnost. Quello che hanno ottenuto è stato uno spargimento di sangue all’aeroporto di Zvartnots, alla periferia di Yerevan, in Armenia – dove si dice fosse al comando l’ormai famoso generale Makashov – e un fiume di bugie in televisione e sulla stampa.

A suon di questo clamore è nato il movimento azero, forte di un milione di persone, in difesa del “bosco sacro” di Topkhana (antica città del Nagorno-Karabakh in cui gli Armeni hanno costruito una fabbrica di alluminio). Andrei Dmitrievich [Sakharov] e io eravamo stati lì ed eravamo convinti che non fosse mai esistito un boschetto. Ma non lontano, dietro alte palizzate, si ergono le dacie dell’establishment azero. I pogrom contro gli Armeni a Kirovabad e in altre regioni dell’Azerbajgian sono seguiti alle manifestazioni di Baku, così come un’ondata di rifugiati armeni. Alla fine di novembre 1988 gli Armeni non ce la fecero più e iniziarono a espellere gli Azeri dall’Armenia. La nuova disgrazia stabilì un bilancio: 230.000 profughi armeni e altrettanti profughi azeri.

Poi venne il terremoto del dicembre 1988 e lo stress subito da tutti gli Armeni. Un altro mezzo milione di persone è rimasta senza casa. Le truppe furono portate in Armenia, a Yerevan, dove non c’erano mai state violenze. Gli Azeri hanno distrutto il confine tra Azerbajgian e Iran e le armi hanno iniziato a fluire in Azerbajgian. Poi è arrivato il blocco azero del Karabakh e dell’Armenia. Gli aiuti internazionali diretti all’Armenia sono stati saccheggiati. Ci furono sanguinosi attacchi contro gli Armeni a Baku nel gennaio 1990. L’esercito, che si rifiutava ostinatamente di separare le parti contendenti, iniziò la deportazione forzata degli Armeni dal Karabakh, con il pretesto che non poteva proteggerli. Le unità di autodifesa armena sono state formate in risposta a centinaia di aggressioni, in cui i tubi dell’acqua sono stati conficcati nelle vagine di donne e ragazze e in cui le persone sono state avvolte in tappeti, cosparse di benzina e date alle fiamme. Avendo perso la speranza di ricevere aiuto e protezione da chiunque, gli Armeni ora fanno affidamento solo su se stessi e su una battaglia onesta, in cui ci saranno vittime ma non vittime sottomesse. Si può offrire loro qualcos’altro?

[*] Moglie di Andrei Sacharov.

Tatevik Hayrapetyan.

Tutto ciò che accade oggi ad Artsakh è la continuazione di ciò che è accaduto a Baku e a Sumgait oltre 30 anni fa
di Anna Grigorian
Armenpress, 20 gennaio 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

La situazione attuale nel Corridoio di Lachin è direttamente collegata a ciò che è accaduto oltre 30 anni fa a Baku e a Sumgait. I metodi dell’Azerbajgian possono cambiare di volta in volta ma il loro obiettivo finale è lo stesso: sbarazzarsi degli Armeni. Quindi, come obiettivo principale, gli Armeni deve mostrare e sensibilizzare il mondo intero sulla continuità della politica dell’Azerbajgian, ha detto ad Armenpress l’esperto di studi azeri ed ex legislatore Tatevik Hayrapetyan.

“In questi giorni ricordiamo il 33° anniversario del pogrom di Baku, e a febbraio ricorderemo il 35° anniversario del pogrom di Sumgait. Il Parlamento Europeo ha ben note risoluzioni e dichiarazioni riguardanti questi eventi, nel 1990, 1991 e 1992. Si tratta di dichiarazioni piuttosto importanti. Commemorare e presentare adeguatamente questi eventi è un’importante azione preventiva.

Tutto ciò che sta accadendo oggi in Artsakh è in una certa misura la sua continuazione. I metodi possono cambiare di volta in volta o adattarsi alla situazione, ma l’obiettivo finale è lo stesso, sbarazzarsi degli armeni. E la parte azera non lo nasconde. Pertanto, il nostro obiettivo principale deve essere quello di mostrare la continuità della politica di quella firma”, ha affermato Hayrapetyan.

La parte azera, come sempre, continua a negare quanto accaduto agli Armeni 33 e 35 anni fa. Hayrapetyan ha affermato che sullo sfondo dell’Azerbajgian che parla degli Azeri che hanno lasciato l’Armenia e presenta cifre, la parte armena ha anche un enorme database di fatti riguardo a tutto questo. “Non abbiamo bisogno di falsificare nulla. Dobbiamo essere in grado di presentare tutto chiaramente e mantenerlo all’ordine del giorno. Se non menzioniamo questi problemi, non registriamo, perdiamo l’opportunità di rivisitare il problema in seguito “, ha detto.

Parlando delle aspirazioni territoriali del Presidente azero, Ilham Aliyev, contro l’Armenia, Hayrapetyan ha affermato che questa è la continuazione della politica dell’Azerbajgian di falsificazione della storia. L’Azerbajgian sta formulando aspirazioni contro l’intera Repubblica di Armenia, sta facendo circolare un racconto sugli Azeri che hanno lasciato l’Armenia, e indica l’attuale territorio dell’Armenia falsamente come “Azerbajgian occidentale”. “Ciò significa che stanno facendo richieste territoriali contro l’intero territorio dell’Armenia. Cos’è questa se non la loro disponibilità a ricorrere a un’eventuale aggressione? E cosa può fare la parte armena – per comunicare accuratamente tutto questo alla comunità internazionale, per dimostrare che il problema non è solo il Nagorno-Karabakh. Il Nagorno-Karabakh è semplicemente un metodo per l’Azerbajgian per continuare le sue azioni in futuro contro il territorio dell’Armenia”, ha detto Hayrapetyan.

Hayrapetyan ha attribuito importanza alla risoluzione del Parlamento Europeo adottata di recente in merito al blocco del Corridoio di Lachin. Ha detto che la risoluzione è molto mirata e chiara. L’ex deputato ha affermato che la risoluzione è molto importante e che il lavoro deve essere continuato. “Il lavoro in questa direzione deve continuare finché la pressione internazionale contro l’Azerbaigian raggiunge un punto in cui l’Azerbajgian capirà che non può più resistere, ci saranno sanzioni, ci sarà un ponte aereo umanitario e non sarà in grado di fare qualcosa. L’Azerbajgian deve rendersi conto che il blocco del Corridoio di Lachin non solo non porterà al risultato desiderato, ma che in realtà porterà a risultati opposti. E secondo me apriranno il corridoio a causa della pressione internazionale”, ha detto Hayrapetyan.

Per gli Armeni del Karabakh è una questione di vita o di morte
di Tigran Mkrtchyan, Ambasciatore di Armenia in Lettonia
Civilnet, 30 settembre 2020

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

«Vedi che il destino sta spingendo la Turchia da ovest a est. Abbiamo lasciato i Balcani, stiamo lasciando anche l’Africa, ma dobbiamo allargarci ad est, dove sono il nostro sangue, la nostra vita e la nostra lingua. Questa è gravità spontanea, i nostri fratelli sono a Baku, Daghestan, Turkestan e Azerbajgian. Abbiamo bisogno di una strada per arrivarci, e voi Armeni ci state ostacolando» (Halil Bey, Ministro degli Esteri dell’Impero Ottomano, maggio 1918, Batumi).

Questa proclamazione del 1918 spiega chiaramente perché gli Armeni furono brutalmente annientati nella loro patria storica nel 1915, perché massacri su scala minore ebbero luogo prima e dopo, perché la Turchia attaccò la neonata Repubblica di Armenia nel 1920 e insieme ai bolscevichi pose fine a la nostra indipendenza un secolo fa. La logica che esprime spiega anche perché l’attuale leader autoritario della Turchia, insieme al dittatore dell’Azerbajgian, sta attualmente facendo tutto ciò che è in suo potere contro l’Armenia. Il conflitto del Karabakh è ed è stato utilizzato dalla Turchia per fare pressione quanto più possibile sull’Armenia.

I media occidentali spesso si impegnano in un’inutile discussione sugli istigatori di questa guerra attuale. La conoscenza del contesto e la logica semplice non lasciano spazio a dubbi. La Repubblica di Artsakh così come la Repubblica di Armenia non avessero alcun movente, nessun obiettivo militare o politico che potesse indurle a iniziare un conflitto contro un Paese il cui bilancio militare è grande quanto l’intero bilancio dell’Armenia. Gli esperti che si occupano della nostra regione conoscono abbastanza bene questa semplice verità.

Per anni l’Azerbajgian ha costantemente violato gli accordi trilaterali del 1994-1995 sull’istituzione del regime di cessate il fuoco, che non ha scadenza. L’Azerbajgian ha anche costantemente respinto le proposte della Co-Presidenza del Gruppo di Minsk dell’OSCE che introdurrebbero meccanismi di indagine per le violazioni del cessate il fuoco e rafforzerebbero il monitoraggio del cessate il fuoco, mantenendo così la sua capacità di usare la forza e di istigare un “gioco della colpa”.

Dopo l’aggressione del luglio 2020 contro l’Armenia, si è parlato nuovamente dell’installazione di meccanismi di violazione del cessate il fuoco sulla linea di contatto con il Nagorno-Karabakh e sui confini tra Armenia e Azerbajgian, che ancora una volta sono caduti nel vuoto a Baku. Il fatto che il 25 settembre l’Azerbajgian abbia respinto la richiesta del Rappresentante personale del Presidente in esercizio dell’OSCE di monitorare la linea di contatto ne è un esempio. Rivela chiaramente l’obiettivo principale dell’Azerbajgian: coprire i suoi piani per scatenare una guerra.

Giustificando l’aggressione, il leader dell’Azerbajgian nel suo discorso alla nazione ha sottolineato che “stiamo combattendo sulla nostra terra. Oggi, l’esercito dell’Azerbajgian sta infliggendo colpi devastanti al nemico sul nostro suolo”. Questa giustificazione mi ha ricordato un incidente interessante accaduto alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2015. Dopo che il Presidente dell’Azerbajgian aveva accusato gli Armeni di tutti i possibili peccati del mondo, ho provato a fare una domanda, cosa che alla fine sono riuscito a fare afferrando il microfono all’ultimo minuto e di fronte a lui direttamente. La mia domanda ricordava che i Co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE avevano “invitato l’Azerbajgian a rispettare i suoi impegni per la soluzione pacifica del conflitto del Nagorno-Karabakh”. Ho anche detto che i “giochi di colpa” non hanno affrontato la questione più importante: la risoluzione di un conflitto inizia quando le pistole smettono di sparare. Allora gli ho fatto appello dicendo: “Smettila di sparare!” Ha irritato il leader azero e lui ha risposto usando le stesse identiche parole che ha detto qualche giorno fa, vale a dire: sul suolo azero, i soldati azeri possono sparare quanto vogliono e in qualunque direzione desiderino.

È proprio questa percezione (in questo caso – percezione errata) che ha assicurato che l’Azerbajgian perdesse il Karabakh, che gli era stato annesso da Stalin nel 1921. Uccidendo gli Armeni “sul suolo azero” (a Sumgait e Baku), non solo ha assicurato che gli Armeni del Karabakh si difendono e intraprendono il ripristino della giustizia, ha perso l’argomento morale sul diritto dell’Azerbajgian a controllare il Karabakh. Scatenando una guerra contro gli Armeni del Karabakh e usando il bombardamento indiscriminato di aree residenziali nel 1991, l’Azerbajgian ha perso il Karabakh, in realtà non l’ha mai avuto, dal momento che il Karabakh non ha mai fatto parte dell’Azerbajgian indipendente. Lo stesso si può dire della guerra dell’aprile 2016, le cui prime immagini mostravano i corpi orrendamente mutilati di anziani armeni a Talysh e di soldati decapitati. Lo stesso vale per l’attacco del luglio 2020 ai confini nord-orientali dell’Armenia, quando sono state prese di mira le infrastrutture civili, in palese violazione del diritto internazionale umanitario. Lo stesso vale per questo attuale attacco, durante il quale i bambini sono costretti a nascondersi nelle cantine di tutta Stepanakert, proprio come lo erano nel 1991-94.

Ricordo che due secoli fa nella sua critica al governo britannico che cercava di schiacciare il diritto all’autodeterminazione delle colonie americane, il pensatore politico Edmund Burke disse notoriamente: “Una nazione che deve essere perennemente conquistata non è governata”. È solo quando terremo a mente ciò che ha detto che saremo più vicini a stabilire la pace nell’Artsakh e una soluzione nel migliore interesse delle persone che vivono in quella regione da diversi millenni.

Gli attori esterni possono svolgere un ruolo sia positivo che negativo. La presenza e l’incoraggiamento militare turco è l’aspetto più preoccupante di questa guerra. Ancora una volta, alcuni degli analisti occidentali tentano di equiparare i ruoli turco e russo in questa situazione, una tattica che è artificiale nella migliore delle ipotesi e fuorviante nella peggiore. La Russia è un Co-Presidente del Gruppo di Minsk dell’OSCE, ha legami molto stretti con Yerevan e Baku e ha agito da mediatore. La Turchia non ha relazioni diplomatiche con l’Armenia, tiene chiusi i confini con l’Armenia e sostiene senza tentamenti l’Azerbajgian in tutti i modi possibili. Inoltre, dopo le massicce esercitazioni militari congiunte della Turchia con l’Azerbajgian in agosto, ha lasciato parte del suo equipaggiamento militare e del suo personale in Azerbajgian. Ora gli esperti militari turchi stanno presumibilmente combattendo al fianco degli Azeri, che stanno usando quelle armi turche tra cui droni e aerei da guerra. Secondo fonti attendibili, la Turchia sta reclutando e trasportando combattenti terroristi stranieri in Azerbajgian. Nel frattempo, la Turchia, membro della NATO, fornisce pieno sostegno politico e propagandistico all’Azerbajgian al più alto livello della sua leadership.

La situazione sul campo indica chiaramente che il popolo dell’Artsakh sta combattendo contro l’alleanza turco-azera. La Turchia, degna erede dell’Impero Ottomano che un secolo fa ha fatto di tutto per annientare il popolo armeno nella sua patria storica e giustifica ancora oggi che la criminalità sostiene ora l’Azerbaigian in tutti i modi possibili nel suo tentativo di compiere gli stessi atti di genocidio nel Caucaso meridionale. Questa alleanza genocida turco-azera rappresenta una seria minaccia per i popoli della regione.

Proprio per questo abbiamo bisogno di dichiarazioni e azioni più mirate. Gli appelli a “entrambe le parti” o a “tutte le parti” affinché cessino le ostilità non sono utili. Con aggressori ben visibili sul terreno, tali appelli diminuiscono la responsabilità dell’aggressore e incriminano la vittima. Più e più volte abbiamo assistito ai risultati di tali equazioni fallaci nella storia. Devono essere avviati regimi di sanzioni contro gli istigatori di guerre. La guerra deve essere fermata immediatamente, poiché ogni ora muoiono giovani. L’Artsakh e l’Armenia stanno proteggendo la loro patria. Mercenari e soldati stranieri in Azerbajgian stanno combattendo per le malsane ambizioni dei dittatori di Ankara e Baku!

Come disse il grande difensore dei diritti umani Andrei Sakharov nel novembre 1989: “Per l’Azerbajgian, la questione del Karabakh è una questione di ambizione, per gli Armeni del Karabakh è una questione di vita o di morte”.

Jordi Solé.

Dopo più di 30 anni di stallo, è ora di prendere misure concrete e risolvere la questione del Nagorno-Karabakh, riconoscendo l’indipendenza della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. «È tempo di raggiungere un accordo di pace globale che garantisca i diritti e la sicurezza della popolazione armena del Nagorno-Karabakh e stabilisca il suo status, tenendo conto della volontà del suo popolo. L’Unione Europea dovrebbe intensificare il suo coinvolgimento per raggiungere un tale accordo definitivo» (Jordi Solé – Europarlamentare della Sinistra Repubblicana di Catalogna/ Verdi-Alleanza Libera Europea, 21 gennaio 2023).

Un post su Twitter in turco: «Azerbaycan tarafından ulaşım koridoru kesilen Artsakh (Karabağ) abluka altında. Onbinlerce insan büyük bir insani felaketle karşı karşıya…» [Artsakh (Karabakh), il cui corridoio di trasporto è stato tagliato dall’Azerbajgian, è sotto assedio. Decine di migliaia di persone stanno affrontando una grande catastrofe umanitaria].

I militari del contingente di mantenimento della pace russo, insieme all’organizzazione caritativa internazionale armena Hayer Miatsek, hanno distribuito pacchi alimentari ai bambini di Stepanakert.

Il tennista russo-armeno Karen Khachanov, dopo aver sconfitto l’americano Francis Tiafoe ed essere arrivato agli ottavi di finale del 111° Australian Open di tennis al Melbourne Park (16 gennaio e il 29 gennaio 2023), ha scritto sulla telecamera “Artsakh Stay Strong” (Artsakh resta forte).

La dittatura dell’Azerbaigian, mentre tenta di far morire di fame 120.000 Armeni in Artsakh, prova di mettere a tacere chiunque parli contro il loro genocida #ArtsakhBlockade, hanno chiesto alla Federazione Internazionale Tennis di censurare Karen Khachanov.

In risposta, quando è arrivato ai quarti di finale dell’Australian Open di tennis, ha scritto ancora una volta un messaggio di solidarietà con l’Artsakh sulla telecamera di Channel 9: “Keep believing all the way until the end!! Artsakh stay strong!!!” (Continua a crederci fino alla fine!! Artsakh sii forte!!!).

La resilienza armena è millenaria. Non è possibile mettere a tacere la voce degli Armeni.

Le bandiere dell’Artsakh e dell’Armenia agli Australian Open di tennis: durante la partita di Karen Khachanov con Yoshihito Nishioka, la comunità armena-australiana di Melbourne si è unita a lui per richiamare l’attenzione sugli oltre 40 giorni di #ArtsakhBlockade.

«L’Azerbajgian si è confuso nella sua retorica sul Corridoio di Lachin», ha detto il Ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan in un’intervista all’agenzia Armenpress. «L’Azerbajgian insiste spesso che il Corridoio non è chiuso, poi dice che il Corridoio è chiuso per motivi ambientali, e quando è stato annunciato che la miniera aveva smesso di funzionare, le persone che si spacciavano per attivisti ambientali hanno chiesto l’ispezione dei veicoli della Croce Rossa e dei rifornimenti umanitari passando per il corridoio. Poi, hanno fatto irruzione in un autobus scortato dalle forze di mantenimento della pace russe, che trasportava minori che tornavano in Nagorno-Karabakh e li hanno terrorizzato. Ora queste azioni sono giustificate dal trasporto fittizio di mine», ha detto Mirzoyan. Ha ribadito che la Repubblica d’Armenia ha posato mine solo sul territorio sovrano della Repubblica di Armenia e lo ha fatto esclusivamente a scopo di autodifesa, in quanto è stata oggetto di aggressione militare da parte dell’Azerbajgian, a maggio e novembre 2021, e settembre 2022. Ha osservato che al momento rimane elevato il pericolo di una nuova aggressione militare contro il territorio sovrano della Repubblica di Armenia da parte dell’Azerbajgian. «Le mine che la parte azera espone a fini propagandistici e sostiene che siano state prodotte nel 2021 e che siano state recentemente trasportate dall’Armenia al Nagorno-Karabakh attraverso il Corridoio di Lachin, sono infatti finite in Azerbajgian a seguito delle aggressioni azere del 2021-2022 al territorio dell’Armenia», ha affermato Mirzoyan.

L’Armenia ha chiesto al Consiglio Europeo di costringere l’Azerbajgian a conformarsi alle decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in merito al blocco del Corridoio di Lachin. L’Ambasciatore Arman Khachatryan, Rappresentante permanente della Repubblica di Armenia ha annunciato durante la riunione del Comitato dei Ministri, che il blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian porta gravi conseguenze umanitarie per l’Artsakh. «L’Armenia invita il Comitato dei Ministri a compiere passi decisivi per garantire l’adempimento delle misure temporanee della CEDU da parte dell’Azerbajgian», si legge nella dichiarazione della Rappresentanza dell’Armenia al Consiglio Europeo pubblicata su Twitter. Il 14 dicembre scorso, l’Armenia ha presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, chiedendo l’applicazione di misure provvisorie nei confronti dell’Azerbajgian e obbligando quest’ultimo a sbloccare il Corridoio di Lachin. Il 21 dicembre, la Corte Europea ha deciso, sulla base dell’articolo 39 del Regolamento della Corte, di obbligare l’Azerbajgian a prendere tutte le misure necessarie e sufficienti per garantire il movimento di persone gravemente malate bisognose di cure mediche in Armenia attraverso il Corridoio di Lachin, così come coloro che sono rimasti bloccati o bisognosi di mezzi di sussistenza lungo la strada. Quindi, il 16 gennaio, la CEDU ha inviato un avviso urgente al Comitato dei Ministri del Consiglio Europeo per monitorare l’attuazione da parte dell’Azerbajgian della sua decisione del 21 dicembre 2022 di sbloccare il Corridoio di Lachin.

Armenia, 30 mila bambini senza luce, al freddo e con cibi razionati: la devastante crisi in Nagorno-Karabakh per il blocco azero
di Franca Giansoldati
Il Messaggero, 22 gennaio 2023

Scarseggiano i cibi freschi, così come i medicinali per i pazienti dializzati, non c’è elettricità nelle case ormai prive di riscaldamento con temperature che di questa stagione, sul Caucaso, sfiorano i meno 10 gradi. Nel silenzio generale sono letteralmente tagliati fuori dal resto del mondo da più di un mese gli abitanti del Nagorno-Karabakh, l’enclave a maggioranza armena – di fede cristiana – che si è dichiarata indipendente dall’Azerbajgian nel settembre 1991. In tutto 120 mila persone di cui 30 mila bambini. Le immagini che arrivano quotidianamente mostrano ragazzini stremati e imbacuccati che in casa, a lume di candela, fanno i compiti, mangiano quel poco che hanno, o giocano a scacchi perché videogames o altri giochi elettronici non possono più usarli. Genitori che fanno fine interminabili per ricevere le razioni, anziani disperati che cercano di sopravvivere in pieno inverno in condizioni precarie. Molti di loro sono separati dalle loro famiglie che si trovano in Armenia e che non possono raggiungere da quando l’Azerbaigian ha tagliato il passaggio dell’unica arteria che collega il Nagorno-Karabakh con la nazione armena: il famoso Corridoio di Lachin.

Ieri l’altro c’è stata anche una Risoluzione del Parlamento europeo che ha condannato le devastanti condizioni umanitarie del blocco, chiedendo la riapertura del Corridoio di Lachin. Anche Papa Francesco è intervenuto durante un Angelus il mese scorso. Ma con la guerra in Ucraina nel cuore dell’Europa che sta catturando l’attenzione dei media internazionali, questa emergenza gravida di conseguenze finisce per essere quasi accantonata o assorbita da altri scenari di crisi.

È dal 12 dicembre che l’incubo peggiore per gli abitanti armeni del Nagorno-Karabakh si è materializzato quando un gruppo di militanti azeri inviati da Baku hanno impedito il traffico sull’unica strada, chiedendo l’accesso a quelli che descrivono come “siti minerari illegali” nelle zone del Nagorno-Karabakh controllate dagli Armeni. Un pretesto, secondo l’Europa. Forte del successo militare nella guerra dell’autunno 2020, l’Azerbajgian intende esercitare il controllo sull’intera regione, compreso il Nagorno-Karabakh, e non prevede alcuno status speciale per la provincia. «È una situazione che si sta facendo di ora in ora sempre più insopportabile e questa gente è stremata. Ci sono anziani malati che hanno necessità di cure ormai introvabili», denuncia al Messaggero la scrittrice Antonia Arslan. Di fatto lungo il Corridoio di Lachin, il blocco è pressoché totale fatta eccezione per rari veicoli della Croce Rossa che trasportano medicinali e pazienti in gravissime condizioni. Le merci vengono talvolta trasportate anche dalle forze di pace russe ma è chiaro che i rifornimenti sono assolutamente insufficienti, al punto che le autorità della provincia separatista hanno dovuto introdurre un sistema di buoni per razionare i beni di prima necessità oltre che limitare i prelievi dei contanti ai bancomat e i rifornimenti di benzina. Il già debole sistema produttivo è paralizzato.

Che la situazione stia precipitando è sotto gli occhi di tutti. Basta solo dare uno sguardo a quello che si vede sui social. Mancano cibo, frutta e verdura. Non c’è più gasolio, quindi non c’è più agricoltura. Il 13 dicembre il gas è stato tolto, poi però è stato rimesso, ma potrebbe essere tolto di nuovo. «Abbiamo tagli all’elettricità», ha spiegato Grant Safarian, responsabile dell’agricoltura durante una delle ultime videoconferenze organizzata giovedì 12 gennaio da Stepanakert, la capitale.

Ruben Vardanian, ex banchiere russo nato a Yerevan e attualmente a capo del governo del Nagorno-Karabakh, ha lanciato un appello tramite il quotidiano Le Monde, affermando che un ponte aereo, «come quello creato per contrastare il blocco di Berlino Ovest» da parte dei sovietici tra il 1948 e il 1949, dovrebbe essere creato con l’aiuto della comunità internazionale.

Dopo una prima guerra, durante il crollo dell’URSS, per il controllo del Nagorno-Karabakh, l’Azerbajgian e l’Armenia si sono scontrati nuovamente nell’autunno del 2020. Il conflitto si è concluso con una sconfitta per Erevan, che è stata costretta a cedere il territorio a Baku, compresa una parte della provincia separatista. Da allora, nonostante l’accordo per un cessate il fuoco firmato sotto lo sguardo della Russia (alleata dell’Armenia), le braci del conflitto non si sono mai spente. Nel settembre 2022, gli scontri al confine tra i due Paesi hanno causato 286 morti.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]