Nuovi elicotteri militari russi in Armenia (Avionews 26.01.22)

L’aeronautica militare dell’Armenia ha ricevuto in questi giorni nuovi elicotteri militari Mil Mi-8 di produzione russa. Si tratta di aeromobili multiruolo che verranno destinati a missioni di attacco e di trasporto, ha annunciato il ministero della difesa nazionale. I mezzi ad ala rotante sono stati presentati pubblicamente ed ispezionati dal capo di Stato maggiore delle forze armate, il tenente generale Artak Davtyan.

“In occasione della messa in servizio del nuovo equipaggiamento dell’aviazione militare, il 25 gennaio si è tenuta una cerimonia presso l’aeroporto di Erebuni. In vista dell’anniversario della costituzione dell’esercito, congratulandosi con il personale, il comando della base militare ha espresso la convinzione che i protettori delle frontiere aeree siano pronti a raggiungere i loro obiettivi e mantenere sicure le porte aeree del Paese”, ha affermato il dicastero.

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Corte di Strasburgo: premier armeno vince una causa contro l’Armenia (Osservatorio Balcani e Caucaso 25.01.22)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan nel 2010 fece causa all’Armenia per il suo arresto e la sua condanna dopo la drammatica repressione avvenuta nel 2008 contro manifestanti antigovernativi.

In una sentenza del 18 gennaio, la CEDU ha ora stabilito che le autorità armene hanno violato i diritti di Pashinyan alla libertà di espressione, alla riunione pacifica e alla libertà e sicurezza. Pashinyan non ha chiesto alcun risarcimento materiale nel suo ricorso.

Lo stato è stato rappresentato nel caso da Yeghisheh Kirakosyan, che è stato nominato rappresentante dell’Armenia presso la CEDU proprio dal governo di Pashinyan nel 2018, dopo essere stato brevemente consigliere del primo ministro.

La sentenza è stata l’ultima di una serie di sentenze della CEDU contro l’Armenia sulla repressione del 2008 per numerose violazioni della Convenzione europea dei diritti umani.

Un giro di vite mortale contro l’opposizione

Pashinyan è stato arrestato nel luglio 2009 con l’accusa di aver tentato di “rovesciare l’ordine costituzionale”. È stato condannato a sette anni di prigione, ma è stato rilasciato nel 2011 con una grazia in occasione del 20° anniversario dell’indipendenza dell’Armenia.

È stato condannato per il suo ruolo nel sostenere le proteste contro i risultati delle elezioni presidenziali del 2008, che videro Robert Kocharyan salire al potere. All’epoca, Pashinyan era un attivista dell’opposizione e il caporedattore di Haykakan Zhamanak (Armenian Times).

Le proteste vennero promosse a fine di febbraio dal primo presidente dell’Armenia, Levon Ter-Petrosyan, che perse contro Kocharyan in quelle che l’opposizione sostenne essere elezioni truccate.

Almeno dieci persone risultarono uccise, tra cui due agenti di polizia, quando le autorità dispersero con la forza le proteste il primo marzo 2008. Dopo essere salito al potere nel 2018, Pashinyan è tornato ad affrontare gli eventi del primo marzo. Nel luglio 2018, le autorità armene hanno presentato accuse contro Kocharyan e i suoi alleati sotto lo stesso articolo usato per arrestare Pashinyan nel 2009: tentativo di rovesciare l’ordine costituzionale.

Le accuse contro Kocharyan, che ora guida il più grande partito di opposizione, sono state respinte nel marzo 2021 dalla Corte costituzionale dell’Armenia.

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“Hurriyet”: Ankara vuole aprire voli ed espandere i rapporti commerciali con l’Armenia (NovaNews 25.01.22)

La Turchia intende aprire delle tratte di collegamento aereo verso varie regioni dell’Armenia ed espandere le relazioni commerciali con Erevan. È quanto riporta il quotidiano “Hurriyet”, citando dei colloqui interni all’amministrazione presidenziale turca. Come primo passo, le autorità turche hanno deciso di avviare le comunicazioni aeree con l’Armenia e poi la questione dei voli verso altre regioni verrà posta all’ordine del giorno, riferisce il quotidiano. In particolare, secondo “Hurriyet”, la città di Van potrebbe diventare una meta turistica per gli armeni. Si prevede anche il restauro di alcuni siti storici, come il ponte e gli edifici vicino a Kars, cui gli armeni attribuiscono grande importanza a livello culturale. L’obiettivo successivo della presidenza turca, infine, sarebbe quello di ampliare anche le relazioni commerciali.

Il 14 gennaio si è svolto a Mosca il primo incontro fra i rappresentanti di Armenia e Turchia per i negoziati volti a normalizzare i rapporti bilaterali. Secondo quanto riferito da una nota del ministero degli Esteri russo, Erevan e Ankara hanno mostrato disponibilità a condurre un dialogo in modo costruttivo e non ideologico, con spirito aperto e mirato a risultati concreti, muovendosi a piccoli passi, passando dal semplice al complesso. Le parti erano rappresentate dal vicepresidente del parlamento armeno Ruben Rubinyan e dall’ambasciatore turco a Erevan Serdar Kilic. “È stato raggiunto un accordo per continuare a cercare un terreno comune a vantaggio dei popoli dei due Paesi, a beneficio della stabilità regionale e della prosperità economica”, si legge ancora nella nota.

Fra i primi passi adottati per tentare di favorire una normalizzazione dei rapporti bilaterali, lo scorso 30 dicembre l’Armenia ha deciso di non estendere il divieto di importazione delle merci turche, imposto il 20 ottobre del 2020 e successivamente prorogato fino al 31 dicembre 2021. Lo comunica il ministero dell’Economia armeno, sostenendo che la misura abbia avuto conseguenze economiche sia positive che negative. “Le conseguenze positive riguardano una serie di produzioni di nuova costituzione o ampliate nell’industria leggera, nei materiali da costruzione, nella produzione di mobili e nell’agricoltura”, ha spiegato il dicastero, aggiungendo che il principale effetto negativo dell’embargo è stato l’impatto significativo sull’inflazione, che si è abbattuto soprattutto su una serie di beni di consumo. “Rimuovendo il divieto di importazione di merci turche, il principio di reciprocità dovrebbe creare condizioni più favorevoli per l’esportazione di merci armene”, ha affermato il ministero dell’Economia armeno.

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Al via oggi la Settimana delle Memoria, incontri e concerti tra i primi appuntamenti (Ferrara24ore 25.01.22)

L’evento ideato da Moni Ovadia per una “Memoria universale”, nella prima giornata appuntamento rivolto al genocidio degli Armeni

Prende il via oggi, martedì 25 gennaio 2022, al Teatro Comunale di Ferrara la Settimana delle Memorie, il progetto di Moni Ovadia in programma dal 25 al 30 gennaio 2022, ideato per ricordare l’immane tragedia della Shoah estendendo gli orizzonti della riflessione anche ad altre stragi di massa che hanno segnato la storia recente dell’umanità, nel segno di una “memoria universale”.

Nella prima giornata, martedì 25 gennaio, l’appuntamento pomeridiano al Ridotto del Teatro (ore 17,30) è rivolto al genocidio degli Armeni, un approfondimento a cui si dedicherà lo storico Franco Cardini, curatore scientifico degli incontri della Settimana, assieme ad Aldo Ferrari, docente di Lingua e Letteratura Armena e Storia del Caucaso all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Serata in musica con il concerto del trio di Gevorg Dabaghyan, in Teatro alle 20.30: interprete internazionale della tradizione musicale armena, Dabaghyan è il massimo specialista vivente del duduk, antichissimo strumento popolare dalla sonorità fortemente evocativa, che accompagna i canti e le danze di tutte le regioni dell’Armenia. Nel vastissimo repertorio di Dabaghyan ha grande rilievo anche la musica liturgica, parte fondamentale di una tradizione plurimillenaria caratterizzata dalle sue forti radici culturali cristiane.

Il programma prosegue mercoledì 26 gennaio con gli approfondimenti sul genocidio del popolo curdo, inteso non solo come etnia perseguitata ma anche come “identità negata”. All’incontro del pomeriggio, sempre al Ridotto del Teatro alle 17.30, con Franco Cardini ne parleranno Yilmaz Orkan, responsabile UIKI-ONLUS – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia e il sindaco del comune di Berceto Luigi Lucchi.

Voce dell’espressione artistica di questo popolo sarà la cantante e musicista Aynur Doğan, in un concerto che si terrà in Teatro alle 20.30: icona culturale dei curdi in Turchia, Aynur si è imposta sulla scena internazionale grazie a uno stile vocale e una produzione musicale elogiati dai media turchi e di tutto il mondo. La sua musica, che fonde tradizione e stili moderni e occidentali, parte dai canti popolari tradizionali curdi, alcuni molto antichi, e racconta della vita e della sofferenza del popolo curdo, in particolare delle donne.

L’ingresso è a pagamento per i concerti serali e gratuito per tutti gli incontri pomeridiani. In base all’attuale normativa anticovid, l’accesso sarà consentito solo con Green Pass rafforzato e mascherina di tipo Ffp2.

Il programma della Settimana della Memoria

  • MARTEDÌ 25 GENNAIO – ARMENI
    • ore 17.30 – Sale del Ridotto: conferenza sul genocidio armeno a cura di Franco Cardini con Aldo Ferrari.
    • ore 20.30 – Teatro: concerto di Gevorg Dabaghyan.
  • MERCOLEDÌ 26 GENNAIO – CURDI
    • ore 17.30 – Sale del Ridotto: conferenza sul genocidio curdo a cura di Franco Cardini, con Luigi Lucchi e Yilmaz Orkan.
    • ore 20.30 – Teatro: concerto della cantante curda Aynur Dogan.
  • GIOVEDÌ 27 GENNAIO – SINTI, ROM, EBREI
    • ore 10.00 – Teatro: saluti del Prefetto Rinaldo Argentieri, del Sindaco Alan Fabbri e del Rappresentante della Consulta Provinciale degli Studenti; intervento del Prof. Andrea Baravelli.
    • ore 11.00 – Teatro: spettacolo per le scuole Senza confini. Ebrei e Zingari.
    • ore 17.30 – Sale del Ridotto: conferenza a cura di Franco Cardini con Moni Ovadia, Marina Montesano e Dijana Pavlović.
    • ore 20.30 – Teatro: spettacolo Senza confini. Ebrei e Zingari.
  • VENERDÌ 28 GENNAIO – TUTSI
    • ore 17.30 – Ridotto: conferenza a cura di Franco Cardini con Yolande Mukagasana (Rwanda), autrice del libro La morte non mi ha voluta, e Patrizia Paoletti Tangheroni.
    • ore 20.30 – Ridotto: proiezione del film Accadde in aprile (Raoul Peck, 2005).
  • SABATO 29 GENNAIO – EBREI
    • ore 12.00 – Ridotto: incontro a cura di Fabio Levi (direttore del Centro Studi Internazionale “Primo Levi”) con il regista Valter Malosti, Domenico Scarpa e Carlo Boccadoro.
    • ore 18.00 – Ridotto: conferenza a cura di Franco Cardini con Moni Ovadia e Stefano Levi della Torre.
    • ore 20.30 – Teatro: Se questo è un uomo, spettacolo di e con Valter Malosti.
  • DOMENICA 30 GENNAIO – EBREI
    • ore 10.15 – Ridotto: La memoria rende liberi, a cura di Jazz Studio Dance
    • ore 11.00 – Ridotto: presentazione del libro di Piero Stefani (La parola a loro. Dialoghi e testi teatrali su razzismo, deportazioni e Shoah, Giuntina, 2021), con Moni Ovadia, letture diMagda Iazzetta e Fabio Mangolini, e la partecipazione dell’Accademia Corale Vittore Veneziani.
    • ore 16.00 – Teatro: Se questo è un uomo, spettacolo di e con Valter Malosti.

Per informazioni e biglietti, qui.

L’editore Domenico Polito della Leonida Edizioni incontra l’ambasciatrice armena Tsovinar Hambardzumyan (Raggiotv 25.01.22)

Si svolgerà lunedì 31 gennaio alle ore 11 a Roma presso la sede dell’ambasciata armena l’incontro tra l’editore della Leonida Edizioni Domenico Pòlito e l’ambasciatrice armena Tsovinar Hambardzumyan. La Leonida Edizioni (www.editrice-leonida.com) ha avviato – da una decina di anni – una politica di sviluppo culturale tra la Calabria ed il territorio transcaucasico.
Le affinità di natura storico-culturale tra i due territori favoriscono l’interscambio istruttivo che si esprime nell’apertura e nella conoscenza del Kosmos letterario dell’area del Mediterraneo strettamente legato alla civiltà greca che si schiude e si consolida nel rapporto con le terre consacrate al mito: la regione colchica e la regione armena.
Ecco che in aderenza agli intenti prefissati ha assunto una rilevanza considerevole il rapporto di collaborazione con lo stato georgiano – rilevante a tal fine la pubblicazione della raccolta antologica Il respiro dei mari (Leonida Edizioni 2021) -; un ponte culturale, un unicum letterario che si decifra e trova piena espressione attraverso la lettura di quattro scrittori calabresi tradotti per la prima volta in lingua georgiana e quattro scrittori transcaucasici tradotti per la prima volta in lingua italiana.
Il libro è parte integrante di un programma in via di consolidamento e si traduce in un gemellaggio condiviso attraverso la partecipazione al festival letterario: “Xenia Book Fair” www.xeniabookfair.it – evento patrocinato dalla Regione Calabria ed organizzato dalla Leonida Edizioni -. Ecco che in tale prospettiva si intraprende l’azione culturale con l’Armenia, paese unito da antichi legami sociali e religiosi. L’impegno vuole tradursi in un programma di alto profilo che si richiama all’Apertura, elemento connotativo sempre più marcato nella politica editoriale della Leonida Edizioni proiettata a consolidare l’immagine di una realtà sempre più proclive a favorire e sostenere politiche utili a identificarsi nei principi di fratellanza tra popoli di culture diverse.

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Moni Ovadia e la polemica sulla Settimana delle Memorie: “Così banalizzo lo sterminio? Chi è contro la Shoah è contro tutti i genocidi” (Ilfattoquotidiano 24.01.22)

Si avvicina il 27 gennaio, Giornata della memoria. Moni Ovadia, uno degli artisti ebrei più famosi d’Italia, ha lanciato l’idea di una “Settimana delle Memorie”, con cui intende ricordare – in una rassegna prevista proprio dal 25 al 30 gennaio – tutti i genocidi compiuti nel ‘900. L’iniziativa non convince però il Museo dell’ebraismo italiano e della Shoah (Meis) di Ferrara e il presidente della Comunità ebraica della stessa città, Fortunato Arbib. “La legge istitutiva (n. 211 del luglio 2000) parla di Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, ha ricordato Arbib in un comunicato reso pubblico il 18 gennaio. “La Comunità Ebraica di Ferrara ha sempre riconosciuto l’impegno di partecipazione attiva degli Organi di Stato e degli Enti cittadini, in particolare delle scuole, nel diffondere in tale giornata la conoscenza dei tragici ed inumani eventi che costituiscono la Shoah”, ma, prosegue Arbib, “il rischio è che con il Festival si abbia un effetto di banalizzazione, diluizione e di spettacolarizzazione di una tragedia unica per finalità, dimensione sia numerica che territoriale, modalità e scientifica ferocia”, ha proseguito il presidente della comunità ebraica.

“Esiste per caso una gerarchia delle vittime, degli stermini e del dolore?“, è la replica di Moni Ovadia, raggiunto al telefono da ilfattoquotidiano.it. “Ogni genocidio è una tragedia a sé con le proprie caratteristiche, ma dobbiamo fare uno sforzo per evitare il ‘celebrativismo’”, prosegue l’artista. “Non si sopporta più il politico di turno che il 27 gennaio indossa la kippāh (il cappello ebraico, ndr) ma promuove ancora l’immagine degli ‘italiani brava gente’. Chi è contro la Shoah deve dire anche che è contro tutti i genocidi, e deve ricordare quali sono”.

E spiega cosa lo ha spinto a ideare la “Settimana delle Memorie”: “L’idea mi è venuta quando ho conosciuto Yolande Mukagasana, sopravvissuta al genocidio tutsi nel Rwanda. Indossava al collo un grande ciondolo con la stella di David. Le ho chiesto incuriosito se fosse ebrea, ma lei mi rispose di no: era un simbolo. Mi disse: ‘Ho capito che dobbiamo fare come voi, e ricordare quello che ci è successo’”. Mukagasana sarà ospite di Moni Ovadia a Ferrara venerdì 28 gennaio, mentre la rassegna si aprirà il 25 con il ricordo degli armeni: “Il popolo muto”, dice Ovadia ricordando che non erano riconosciuti come etnia dall’Impero Ottomano. “Ed è solo l’inizio: quest’anno ricorderemo, dal 25 al 30 gennaio al Teatro comunale di Ferrara, anche i curdi e i rom e sinti, ma nei prossimi anni la Settimana delle Memorie sarà anche per gli uiguri cinesi e i nativi delle Americhe. E le vittime del fascismo che, dalla Cirenaica all’Etiopia, furono tantissime”. Ma non solo, sul palco anche le vittime di Stalin, come alla stessa maniera i 26 milioni di sovietici uccisi nell’operazione Barbarossa. Ce n’è per tutti, perché solo così, dice Ovadia, “si può costruire una vera cultura della memoria che sia rispettosa di tutti al di là delle fazioni”. E, confessa al fattoquotidiano.it, “l’ho imparato a mie spese, perché sono stato fazioso in vita mia e non volevo aprire gli occhi sul genocidio che i khmer rossi, con la stessa comunista sul petto, commettevano in Cambogia uccidendo i propri concittadini”.

Il modello, dice Ovadia, è la Germania: “Una nazione che cammina a testa alta perché ha fatto i conti col passato, ha riconosciuto i suoi errori ed ha eretto monumenti in memoria di ebrei, rom e antifascisti. In Italia questo non accade”. Riconosce alcuni passi falsi ma ribatte alle accuse di ‘spettacolarizzare la Shoah’: “E allora che ne è dei film e mostre sullo sterminio degli ebrei?”. E alle critiche del Meis e delle comunità ebraiche risponde: “C’è qualcuno che vorrebbe il monopolio della Shoah”. La sua iniziativa è stata invece approvata dalla giunta leghista di Ferrara ed è stata apprezzata da Vittorio Sgarbi. Il critico d’arte, nella conferenza stampa di presentazione della cinque giorni, ha inserito tra le tragedie a base etnica anche la repressione del popolo palestinese per mano dello stato di Israele. “Era una provocazione nei miei confronti“, dice ridendo Moni Ovadia. “Io da ebreo mi batto per i diritti dei palestinesi, ma bisogna dire che non è un genocidio: definirlo genocidio sarebbe un boomerang anche per gli stessi palestinesi. Si tratta di un culturificio, cioè la negazione dell’esistenza di un popolo tramite occupazione armata prolungata”. Anche su questo aspetto si era espresso il presidente Arbib della Comunità ebraica di Ferrara: “L’espressione usata dall’On. Sgarbi sullo ‘sterminio dei palestinesi perpetrato dagli israeliani’ fa eco all’usuale propaganda del Fronte di Liberazione Palestinese e di Hamas per giustificare il continuo lancio di razzi su una popolazione di civili inermi in Israele”.

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Parte la “Settimana delle Memorie”, incontri e concerti tra i primi appuntamenti

Armenia, una storia che non si può cancellare (Repubblica 24.01.22)

Gli armeni sono un antico popolo indoeuropeo d’Oriente: il primo a convertirsi al Cristianesimo, nel 301 d.C. Gli armeni, come gli ebrei, sono un ponte tra Oriente e Occidente, costitutivi di entrambi i mondi.

Il Metz Yeghern, il Genocidio Armeno, coincise con l’annientamento di oltre 1.500.000 vite, assieme allo sterminio di molte altre centinaia di migliaia di cristiani assiri e di cristiani greci del Ponto.

Nella strategia lucida e determinata degli aguzzini, non andavano soppresse solo le vite, ma bisognava anche riscrivere il millenario passato di questo popolo e delle sue terre avite; alterare la Storia; cambiare i nomi propri; abbattere le vestigia o islamo-turchizzarle. La negazione (brutale o subdolamente soft) del Metz Yeghern coincide con un sistematico negazionismo di Stato, quello perpetrato da oltre un secolo dalla Repubblica di Turchia, con talora l’acquiescenza dell’Occidente e delle sue istituzioni.

La memoria di ciascun genocidio è preziosa e va preservata nella sua specificità. Se è possibile e doveroso studiare, analizzare, comparare i vari genocidi, è altrettanto indispensabile e vitale cogliere ed evidenziare unicità e discontinuità irriducibili, al fine di non smarrirsi o di viziarne la comprensione. Il Genocidio Armeno, ad esempio, è legato a doppio filo alla Shoah.

Si ha davvero appreso la lezione devastante di queste terribili storie vere, quando le si chiama per nome e ciò conduce a scelte coerenti con quanto si nomina. Non basta piangere i morti, armeni o ebrei: bisogna essere, nelle sfide presenti e future, per il popolo ebraico, per il popolo armeno. Se si è per, allora si è superato lo spettro genocidario e la memoria è senza ambiguità.

Fare memoria impartisce un’ulteriore lezione: il buon uso della libertà e responsabilità individuali, prime vittime di ogni regime, ma, al contempo, più tenace speranza per il futuro.

L’autrice

Antonia Arslan è una scrittrice e traduttrice italiana di origini armene. Il suo libro più famoso è La masseria delle allodole

Festival delle Memorie

Info www.teatrocomunaleferrara.it

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Relazioni normalizzate tra Armenia e Turchia: auspicabile ma difficile (Osservatorio Balcani e Caucaso 24.01.22)

In una seduta parlamentare del 13 dicembre, il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavuşoğlu ha dichiarato  che Armenia e Turchia sono in procinto di compiere passi decisivi per la normalizzazione delle relazioni bilaterali. Il giorno seguente, Vahan Hunanyan, portavoce del ministero degli Esteri armeno, ha confermato  . Le parti hanno nominato inviati speciali come primo passo in tale direzione e concordato l’inaugurazione di una rotta di voli charter tra Istanbul e Yerevan.

In precedenza, il 27 agosto, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan aveva affermato  , durante una seduta di governo, che l’Armenia avrebbe risposto a segnali pubblici positivi da parte della Turchia con altrettanti segnali positivi e sostenuto una riconciliazione “senza precondizioni”. Nello stesso periodo, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva rilasciato un’intervista  dove sosteneva che, qualora il governo armeno fosse stato disponibile, i due paesi avrebbero potuto normalizzare gradualmente le relazioni bilaterali.

Una ferita centenaria mai sanata

Alla base dei rapporti ostili tra i due paesi vi è la memoria storica del genocidio armeno. Con questa espressione si definiscono i massacri perpetrati dall’Impero ottomano ai danni della popolazione armena tra il 1915 e il 1923; una tragedia costata 1,5 milioni di morti e che Ankara tutt’oggi rifiuta di riconoscere con quel termine, “genocidio”, fatto proprio dalla risoluzione 260 A (III) dell’ONU. La campagna per il riconoscimento del genocidio è stata una delle priorità di politica estera della repubblica armena sin dall’indipendenza. A tal fine, Yerevan si è avvalsa della mobilitazione della “spyurk”, la numerosa diaspora armena presente in molti paesi del mondo.

Ad oggi soltanto 33 paesi hanno riconosciuto il genocidio armeno. Ciò si deve soprattutto al timore di eventuali effetti sui rapporti con Ankara, dato il suo peso economico e geopolitico. James Jeffrey, ex-ambasciatore americano in Turchia, osservò  che “ogni decisione degli Stati Uniti in merito alla classificazione degli eventi del 1915 come genocidio potrebbe provocare una tempesta politica nel paese e gli effetti sulle relazioni bilaterali, incluse quelle politiche, militari e commerciali sarebbero devastanti”. Il persistente negazionismo turco del genocidio causò, tra varie conseguenze, un’onda di attentati terroristici dell’ASALA, organizzazione armata armena che, tra il 1975 (sessantesimo anniversario del genocidio) e il 1986, uccise oltre 30 diplomatici turchi in tutto il mondo.

Dopo aver visto svanire l’esperienza della prima repubblica tra il 1918 e il 1920 e aver vissuto sette decenni in seno all’Unione Sovietica, il 21 settembre 1991 l’Armenia è diventata indipendente. Sebbene la Turchia sia stata uno dei primi paesi a riconoscerla, le tensioni politiche sono emerse subito. Con lo scoppio del conflitto tra Armenia e Azerbaijan per la regione montuosa del Nagorno Karabakh, Ankara diede appoggio all’alleato azero. All’epoca, il presidente dell’Azerbaijan, Heydar Aliyev, coniò l’espressione: “Una nazione, due stati” per descrivere i rapporti del suo paese con la Turchia (“Bir millət, iki dövlət” in lingua azera e “Bir millet, iki devlet” in lingua turca).

In risposta alla presa della regione e dei distretti circostanti da parte dell’esercito armeno, la Turchia chiuse la frontiera con l’Armenia nel 1993. Non solo: impose un embargo economico su Yerevan e co-sponsorizzò la risoluzione 822 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che riconosce il Nagorno Karabakh come parte del territorio sovrano dell’Azerbaijan.

I due paesi tentarono poi di riallacciare i legami nel 2008, quando l’allora Presidente armeno Serzh Sargsyan invitò a Yerevan il suo omologo turco, Abdullah Gül, in occasione di una partita di calcio tra le due nazionali. L’anno successivo, con la mediazione americana e svizzera, Armenia e Turchia siglarono i protocolli di Zurigo, che prevedevano il ripristino di piene relazioni e l’apertura della frontiera comune. Tali sforzi si sono però rivelati vani a causa dell’opposizione dell’Azerbaijan. Come dichiarato dal membro del parlamento azero, Qanira Pashayeva, “l’apertura del confine non è solo contraria agli interessi dell’Azerbaijan, ma anche a quelli turchi. Al momento, la situazione economica e sociale in Armenia è vicina al collasso. L’apertura del confine darebbe di certo impulso allo sviluppo dell’economia armena. Rafforzerebbe il paese. Spero che la Turchia analizzerà più attentamente la questione e non aprirà il confine”. Armenia e Turchia non hanno così ratificato i protocolli e la cosiddetta diplomazia calcistica che tanto aveva fatto sperare nel 2008 non ha portato a risultati concreti.

Le relazioni nella guerra dei 44 giorni

Dopo 44 giorni di scontri iniziati il 27 settembre 2020, il secondo conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaijan è terminato il 9 novembre. In seguito al cessate il fuoco siglato con la mediazione del Cremlino e alla vittoria azera, l’Armenia ha perso sia i distretti che la circondavano e che erano stati occupati dopo la prima guerra del Nagorno Karabakh, sia alcune parti della regione stessa. Dei 4400 chilometri quadrati controllati prima della guerra, agli armeni ne rimangono meno di 3000. A garanzia del mantenimento del cessate il fuoco, il trattato ha previsto il dispiegamento di circa duemila peacekeepers russi per almeno cinque anni, con estensione automatica di altri 5 se Yerevan o Baku non riterranno altrimenti. La principale giustificazione di Ankara per continuare a tenere chiuso il confine con l’Armenia sembra essere dunque venuta a meno.

L’accordo ha inoltre imposto, a vantaggio dell’Azerbaijan, la costruzione di un collegamento che l’unisca con la sua exclave del Nachicevan e con la Turchia attraversando il territorio armeno. La linea ferroviaria che Baku intende costruire utilizzerà l’infrastruttura di quella costruita nel 1941, in età sovietica. Serviva per collegare Mosca ai territori transcaucasici e, grazie al ramo Nachicevan-Julfa, ai porti iraniani sul Golfo Persico. Inutilizzabile dal 1989, quando l’Unione Sovietica era sull’orlo del collasso e le tensioni tra Armenia e Azerbaijan minacciavano già di sfociare in guerra, poco è sopravvissuto alla prima guerra del Nagorno Karabakh. La Turchia potrebbe raggiungere in tal modo l’Azerbaijan sfruttando il confine di circa 17 chilometri con il Nachicevan, senza transitare dall’Iran. Ankara ne trarrebbe un duplice vantaggio strategico: verso Teheran, con cui non sempre è in sintonia nella politica mediorientale, e verso i paesi turcofoni dell’Asia centrale, con cui riuscirebbe così a consolidare i rapporti economici.

Benché il potenziale geopolitico di Ankara sia inibito dall’influenza della Russia nel Caucaso, il ruolo della Turchia, sia per i droni forniti, sia soprattutto per i consiglieri militari di cui si è avvalso l’esercito azero, è stato determinante nelle sorti del conflitto. Non a caso, l’11 novembre Russia e Turchia hanno firmato un memorandum d’intesa per creare un centro di monitoraggio congiunto ad Aghdam, occupata dagli armeni dal luglio 1993 al novembre 2020. Il sostegno militare garantito da Erdoğan agli azeri, simboleggiato dalla sua presenza alla parata della vittoria di Baku al fianco del presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, è stato retribuito con contratti da 15 miliardi di dollari appaltati dal governo azero a imprese turche per progetti di ricostruzione in Karabakh.

In risposta al sostegno turco all’Azerbaijan, l’1 gennaio 2021 il governo armeno aveva approvato un embargo sulle merci turche. In base alle disposizioni dell’Unione Economica Eurasiatica, di cui l’Armenia è membro, misure simili possono applicarsi per un massimo di sei mesi con possibilità di rinnovo. All’approssimarsi della scadenza, il ministro dell’Economia, Vahan Kerobyan, annunciò che il governo armeno intendeva introdurre nuove restrizioni ai prodotti provenienti dalla Turchia. Al momento l’embargo è stato esteso fino a gennaio 2022.

Normalizzazione, una sfida colma di ostacoli

Durante una visita in Azerbaijan il 12 novembre, il ministro turco Çavuşoğlu ha dichiarato che lo sviluppo del corridoio del Nachicevan porterà benefici a tutti i paesi della regione, Armenia inclusa. A sua volta, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha affermato che il ripristino della vecchia ferrovia d’epoca sovietica aprirà a Yerevan un collegamento diretto con Russia e Iran, favorendo la crescita economica del paese. Nell’opinione pubblica armena aleggia però un certo scetticismo su queste dichiarazioni. Molti ritengono che il ripristino del collegamento con l’Azerbaijan sia un rischio cui non corrispondono sostanziali benefici per l’Armenia.

Per Yerevan, normalizzare i rapporti con la Turchia risponde a due obiettivi: superare l’isolamento fisico e ridurre per quanto possibile la dipendenza da Mosca, cresciuta nel corso della guerra dei 44 giorni, quando l’Armenia ha contato su un cospicuo appoggio della Russia, cui è legata nel quadro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), alleanza difensiva che si estende ai membri dell’Unione Eurasiatica (Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan). Molti armeni, tuttavia, temono l’“agiarizzazione” del loro paese, termine che allude ai massicci investimenti turchi nella Agiara, regione autonoma del sud-ovest della Georgia. Questi hanno portato a una notevole crescita dell’influenza turca nella regione. I timori armeni riguardano perciò una possibile “turchizzazione” della loro economia.

Vi è poi l’ostacolo delle relazioni politiche, che le parti dovranno discutere una volta risolte quelle economiche. In primis la questione del genocidio, di cui Ankara esige la totale depoliticizzazione e Yerevan il riconoscimento. Ad essa si collegano le recriminazioni territoriali. L’Armenia si appella al Trattato di Sévres del 1920, che prevede la creazione di uno stato armeno nelle province di Bitlis, Erzurum e Van in Anatolia Orientale. La Turchia si aspetta che Yerevan accetti il Trattato di Kars del 1921, base degli attuali confini. Il ruolo che l’Azerbaijan potrebbe giocare nella normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia genera anch’esso dissidi. Questa ultima è del tutto contraria alla partecipazione di Baku, visti i cronici scontri alla frontiera tra i due paesi.

Infine, la normalizzazione genera perplessità a Mosca. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato il 25 novembre che il suo governo sostiene la riappacificazione tra i due paesi, ma non è chiaro quali benefici si aspetti. Se da un lato il corridoio del Nachicevan offrirà alla Russia un collegamento diretto con la Turchia attraverso l’Azerbaijan e l’Armenia, dall’altro la possibilità che Yerevan diversifichi la sua economia ed espanda la rete di trasporti al di fuori del suo controllo, ne indebolirebbe l’influenza nel Caucaso meridionale, a favore di Ankara. Considerando che una delle ragioni che hanno spinto Mosca ad intervenire per porre fine alla guerra in Nagorno Karabakh è stata il contenimento della Turchia nell’area, è difficile che osserverà senza muovere un dito l’evoluzione dei rapporti turco – armeni.

Dopo il fallimento della diplomazia calcistica del 2008, la normalizzazione dei rapporti sembra di nuovo un punto importante dell’agenda di Armenia e Turchia. Dopo quasi un trentennio senza alcun dialogo e coi confini chiusi, l’inaugurazione della tratta aerea Istanbul-Yerevan, le dichiarazioni dei governi e le nuove prospettive di connettività regionale pongono basi inedite per questo tentativo ambizioso. In caso di successo, la distensione avrebbe forte impatto sulla geopolitica del Caucaso Meridionale. Tuttavia il timore armeno di un’eccessiva esposizione all’influenza economica turca, la persistenza di tensioni politiche tra Yerevan e Ankara e il ruolo di Azerbaijan e Russia nel processo di normalizzazione, sono ostacoli che rendono impervia la strada.

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San Mercuriale, continuano gli studi sulle reliquie: ricostruito l’intero genoma mitocondriale (Forli Today 24.01.22)

Gli ultimi studi sulle reliquie di San Mercuriale raccontati in studio al giornalista Piergiorgio Valbonetti, su Teleromagna, dall’antropologo fisico Mirko Traversari e dalla dottoressa Tiziana Rambelli del gruppo Ausl Romagna cultura. Le puntate andranno in onda domenica 30 gennaio, ore 20,30 (canale 11), mercoledì 2 febbraio ore 18,30 (canale 11) e giovedì 3 febbraio, alle ore 18 (canale 14).

Il progetto

Il progetto dello studio sulle reliquie di San Mercuriale, che ha preso avvio con la ricognizione scientifica del 19 settembre 2018, nasce grazie ad una proficua collaborazione tra ricercatori ed istituzioni. Protagonisti dell’iniziativa sono Mirko Traversari, antropologo fisico e responsabile del progetto, Tiziana Rambelli e Luca Saragoni del gruppo Ausl Romagna Cultura e la Diocesi di Forlì-Bertinoro, con il contributo del Lions Club Forlì-Cesena Terre di Romagna, particolarmente attivo su attività di valorizzazione e tutela della città di Forlì, che si è dimostrato immediatamente sensibile all’importante iniziativa.

Il progetto ha raggiunto una tappa importante nell’ottobre scorso, con l’arrivo a Forlì dell’ambasciatore armeno alla Santa Sede, Garen Nazarian, in occasione della Festa di San Mercuriale. Dopo il riconoscimento della provenienza armena di San Mercuriale, infatti, l’ambasciatore ha voluto incontrare il gruppo scientifico che ha condotto gli studi sulle reliquie del primo vescovo di Forlì. Gli studi hanno accertato che San Mercuriale è vissuto tra il II e  il III secolo d.C, e’ morto in un’età  compresa tra i 40 e i 50 anni, era alto 1 metro e 60 e soffriva di osteoporosi.

Chiarisce Traversari: “Grazie all’immenso lavoro che in questi mesi le amiche e colleghe del Laboratorio del Dna antico dell’Università di Bologna, Campus di Ravenna, la professoressa Donata Luiselli e la dottoressa Elisabetta Cilli hanno compiuto siamo riusciti ad ottenere l’intero genoma mitocondriale e a decifrare l’aplogruppo delle reliquie di san Mercuriale e, in virtù di questo eccellente materiale, è stato finalmente firmato un accordo di collaborazione scientifico con il laboratorio diretto dal prof. Yepiskoposyan, che ci permetterà di approfondire l’analisi con un altissimo grado di dettaglio”.

“Studi di questo genere – ha aggiunto – mirano ad individuare e riconoscere ogni singola specificità e mutazione della sequenza genetica, attribuendone un significato preciso in relazione all’appartenenza ancestrale ad un gruppo popolazionistico rispetto un altro, e molto altro ancora”. Prossima, ma certamente non ultima tappa del progetto, la pubblicazione a brevissimo di un volume su San Mercuriale e sugli studi scientifici condotti sulle reliquie.

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Ennesimo tentativo del dittatore azero di riscrivere la storia dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. La storia di Shushi sconfessa Aliyev (Korazym 23.01.22)

Il dittatore dell’Azerbaijgian ha messo le mani su Shushi con la forza delle armi. Non è un mistero che abbia eletto la Città a simbolo della vittoria nella guerra del 2020. La sua conquista vale più di tutti gli altri territori e non a caso gli Azeri stanno moltiplicando gli sforzi per prendere possesso stabile di questo centro (che faceva parte in epoca sovietica della regione autonoma armena del Nagorno Karabakh).

La statua dell’Angelo della Pace, custode dell’Artsakh che saluta i fedeli che arrivano alla Cattedrale apostolica armena del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi, distrutta nel bombardamento mirato dell’Azerbajgian dell’8 ottobre 2020.

Quasi completata la superstrada provenienti da Fuzuli, abbattuti tutti i condomini residenziali eretti nei decenni passati, eliminate tutte le tracce di presenza armena in città con le due chiese danneggiate intenzionalmente nel conflitto, poi vandalizzate e ora nascoste alla vista da ponteggi.

Secondo un copione già scritto, è già partita la riscrittura azera della storia della Città che Aliyev ha definito “capitale storica e culturale dell’Azerbajgian” annunciando inoltre, nel suo discorso di Capodanno, che il 2022 sarà l’anno di Shushi (anzi, Shusha come la chiamano loro…).

Quanto siano ridicoli questi tentativi di interpretazione azera della storia, lo dimostrano le parole del deputato azero Malahat Ibrahimgizi che in un’intervista alla stampa locale ha sottolineato che “una tale decisione ha un grande significato politico, storico e legale” aggiungendo che “l’Azerbajgian, che è uno stato giovane con una storia di indipendenza di 30 anni, non era aperto al mondo durante l’era sovietica”. Ma poi ha anche precisato che “per questo motivo, sullo sfondo dei piani insidiosi contro il nostro popolo negli ultimi duecento anni, è stato impossibile introdurre Karabakh e Shusha nel mondo come la terra storica dell’Azerbajgian”.

E qui ci arrendiamo di fronte alla logica: affermare che Shushi e il Karabakh sono terre storiche dell’Azerbajgian ovvero di uno Stato che esiste da soli trenta anni oltrepassa il limite del ridicolo ma conferma la tradizione tutta azera di ricostruire storia, cultura e religione a propria immagine e somiglianza.

Questa foto diffusa dall’AP, tratta da un video diffuso dal Ministero della Difesa dell’Azerbajgian lunedì 9 novembre 2020, mostra la bandiera dell’Azerbajgian fissata su un cartello a Shushi, nella Repubblica di Artsakh. Il Presidente Ilham Aliyev ha dichiarato domenica 8 novembre 2020 che le forze armate azere hanno preso il controllo della città strategicamente importante del Nagorno-Karabakh, 44 giorni dopo l’inizio dell’aggressione. Lo stesso giorno fu firmato l’accordo di cessate il fuoco trilaterale tra Armenia, Azerbajgian e Russia.

Una breve storia di Shushi

1428: Shushi è menzionata in un manoscritto di padre Manuel conservato oggi al Metenadaran di Yerevan. In seguito, è citata in altre fonti armene nel 1575, 1607, 1717 e 1725.

1722: la città è fortificata da Avan Haryurapet e così utilizzata dai soldati armeni per difenderla dalla invasione turca. Nello stesso periodo fu costruita una cappella in legno laddove oggi sorge la cattedrale del Santissimo Salvatore/Ghazanchetsots (foto di copertina).

1752: La fortezza di Shushi viene consegnata da un principe armeno locale (Melik Shahnazar di Varanda, grossomodo l’attuale provincia di Martuni) al neonominato Khan del Karabakh Pamah Ali Khan. Questi si stabilì nella città dove fece confluire tribù turche provenienti dalle pianure steppose dove oggi sorge Aghdam. Shushi fu proclamata la capitale del khanato del Karabakh (fondato nel 1747).

1805: il khanato del Karabakh riconobbe la sovranità dell’impero russo, nel 1813 fu ufficialmente annesso allo stesso e nel 1822 fu abolito. A quel tempo Shushi ospitava 10.000 abitanti con la componente turca che rappresentava il 72% della popolazione e gli Armeni al 23%. Nel 1830 i Turchi erano il 56% e gli Armeni il 44%.

1850: la popolazione raggiunge le 12.000 unità con gli Armeni che diventano maggioranza per la prima volta dal 1752.

1916: il rapporto demografico non cambia di molto (52% Armeni, 43% Turchi, 3% Russi) ma la città raggiunge i 45.000 abitanti.

1918-20: Armeni e forze azerbajgiane combattono per il controllo dell’Artsakh/Karabakh. Le area del territorio corrispondente a quello che in seguito diventerà l’oblast del Nagorno-Karabakh sono abitate dagli Armeni mentre le aree circostanti sono controllate dai musulmani mandati dal governo azero.

1919: nel mese di giugno le forze azere aiutate da Curdi attaccano quattro villaggi armeni intorno a Shushi e provocano 700 vittime.

1920: in marzo gli Azeri massacrano 20.000 dei 23.000 Armeni della città, bruciando circa 7.000 case. Tutta la parte armena è distrutta e abbandonata.

1920: in aprile l’Azerbajgian diviene Repubblica Socialista Sovietica e l’area del Karabakh fu posta temporaneamente sotto la sua amministrazione. A dicembre è l’Armenia che cade sotto i bolscevichi; Artsakh, Syunik e Nakhchivan sono destinati a diventare parte dell’Armenia sovietica. Per quanto riguarda il Karabakh, ripetuti Congressi del popolo richiedono l’annessione al soviet armeno.

1921: l’Artsakh viene trasferito all’Azerbajgian sovietico e la regione viene nominata Nagorno Karabakh; a quell’epoca vi vivevano 138.466 persone come da censimento di quello stesso anno; l’89% erano Armeni. La città di Shushi si era ridotta a 9.223 abitanti di cui solo 289 erano Armeni.

1923: la regione viene organizzata come Oblast (Regione Autonoma del Nagorno-Karabakh) sotto giurisdizione amministrativa azera. Dato che Shushi si era spopolata a causa dei pogrom di pochi anni prima ed era in rovina, il capoluogo regionale viene trasferito al paese di Vararakn (anche Khankhendi nel 19° secolo), poi rinominato Stepanakert.

1926: il censimento attesta che nel Nagorno-Karabakh vivono 125.000 persone (89% Armeni, 10% Azeri, 1% Russi) mentre a Shushi abitano 4.900 Azeri e 93 Armeni oltre a 111 Russi.

1926-1989: poco alla volta gli Armeni cominciano a ritornare a Shushi e arrivano ad essere il 25% della popolazione. Nel 1961 il governo di Baku autorizza la demolizione dei quartieri armeni che erano ancora in rovina e vengono costruiti grandi blocchi di appartamenti al loro posto (dopo la guerra del 2020 gli Azeri li hanno rasi al suolo perché erano abitati solo da Armeni). Delle sei chiese che sorgevano in città ne rimangono solo due (Ghazanchetsots e Kanach zham). La città e il canyon che la lambisce vengono inseriti in una riserva naturale nel 1977; la popolazione ricomincia lentamente a crescere.

1988: conflitto etnico fra Armeni e Azeri che compiono numerosi massacri a danno della popolazione rivale in Azerbajgian. Tra il 16 e il 19 maggio attivisti azeri attaccano la popolazione armena a Shushi e 1.500 abitanti sono costretti a fuggire; le scene si ripetono tra il 19 e il 21 settembre. La popolazione armena viene completamente espulsa dalla città.

1989: secondo il censimento, la popolazione del Nagorno-Karabakh ammonta a 189.085 abitanti (77% Armeni, 22% Azeri, 1% Russi. A Shushi vivono 15.039 persone, al 98% di etnia azera. Il governo dell’Azerbajgian incoraggia il trasferimento nella regione di Turchi Meshketi provenienti dall’Uzbekistan.

1991: il 2 settembre il Consiglio del Nagorno-Karabakh dichiara l’indipendenza dopo che la Repubblica Socialista Sovietica Azera ha dichiarato la propria fuoriuscita dall’URSS e l’indipendenza. A ottobre le forze militari azere di stanza a Shushi cominciano a bombardare Stepanakert e la valle. A dicembre il Nagorno-Karabakh tiene il referendum confermativo sulla dichiarazione di indipendenza e il 28 dicembre le elezioni politiche.

1992: il 10 gennaio fitto lancio da Shushi di missili azeri su Stepanakert che da quattro giorni è la capitale della neonata Repubblica del Nagorno-Karabakh/Artsakh. Il 9 maggio Shushi viene liberata dalle forze armate armene e la popolazione azera ripara a Baku e nelle aree vicine.

1992-2019: sotto l’amministrazione della Repubblica di Artsakh, gli Armeni che erano scappati dall’Azerbajgian per i massacri (Sumgaiyt, Kirovabad, Baku) cominciano ad arrivare in Artsakh e a stabilirsi a Shushi. Nel 2005 la popolazione di Shushi era di 3.191 persone al 99,5% Armene. Nel 2015 gli abitanti erano aumentati a 4.060, cinque anni dopo la popolazione sfiorava le cinquemila unità.

La Cattedrale apostolica armena del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi, danneggiata nel bombardamento mirato dell’Azerbajgian dell’8 ottobre 2020.

2020: il 27 settembre l’Azerbajgian attacca la Repubblica di Artsakh. Tra l’8 e il 9 novembre Shushi viene catturata. Le due chiese sono danneggiate, molti edifici vengono intenzionalmente distrutti. La città viene occupata dalle forze armate azere.

“Premio di guerra e simbolo di vittoria”. Così Ilham Aliyev, il Presidente dell’Azerbajgian ha definito il 15 gennaio 2021, nel corso della sua visita con la sua moglie Mehriban Aliyeva, Primo Vicepresidente dell’Azerbajgian, la Cattedrale armena apostolica del Santo Salvatore Ghazanchetsots a Shushi. Le foto ufficiali diffuse dai media azeri non mostrano gli squarci causati dalle bombe azere dell’8 ottobre 2020. La pace è ancora lontana. E le chiese armene nell’Artsakh/ Nagorno-Karabakh sempre più in pericolo.

2021: il Presidente dell’Azerbajgian dichiara Shushi capitale storica dell’Azerbajgian.

Questo articolo è stato pubblicato oggi sul sito dell’Iniziativa italiana per l’Artsakh [QUI].

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