Gerusalemme, al via il restauro del pavimento del Santo Sepolcro (Asianews 14.03.22)

Iniziati i lavori alla presenza del custode di Terra Santa, del patriarca greco-ortodosso e di un rappresentante del patriarcato armeno. I lavori coordinati dalla Custodia. Fr. Patton: “La collaborazione tra le nostre Chiese cristiane al Sepolcro proprio mentre infuria la guerra riveste un significato particolare”. Dal 20 al 27 giugno il pellegrinaggio in Terra Santa di AsiaNews per invocare il dono della pace.

Gerusalemme (AsiaNews) – Questa mattina, presso la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, si è tenuta la cerimonia ufficiale di inizio del lavori di conservazione e restauro del pavimento del luogo di culto cuore del cristianesimo, nella città vecchia. Presenti i principali leader cristiani, fra i quali i rappresentanti delle tre confessioni cui è affidata la cura della chiesa: il patriarca greco-ortodosso Teophilo III, il custode di Terra Santa fr. Francesco Patton e il gran sacrestano del patriarcato armeno Sevan Gharibian, in rappresentanza del patriarca Nourhan Manougian.

I lavori si inquadrano nelle iniziative di risistemazione dell’Edicola della tomba di Cristo promossi fra il 2016/17 all’epoca dal patriarcato greco-ortodosso. Oggi sono invece coordinati dalla Custodia, in collaborazione con l’università “la Sapienza” di Roma, il politecnico di Milano e altre realtà di primo piano. Questa seconda fase prevede la progettazione e la realizzazione del restauro della pavimentazione di tutto l’edificio, oltre a eventuali interventi di messa in sicurezza dell’Edicola, la valutazione degli impianti elettrici, idrici, meccanici e il rispetto delle norme anti-incendio.

La cerimonia si è articolata in due parti: in apertura la recita di tre preghiere in altrettante lingue diverse, il greco, il latino e l’armeno ciascuna guidata da una diversa confessione cristiana responsabile dello Status Quo. In seguito ha parlato il patriarca greco-ortodosso, ricordando i precedenti lavori e manifestato il proprio entusiasmo per questa continuazione frutto di meticolosi e non sempre facili accordi fra chiese di Terra Santa. Questo cantiere, ha sottolineato Teophilo III, è “segno di speranza per il mondo”.

Fr. Francesco Patton ha ricordato che “questo progetto comune” è stato iniziato due anni fa, ma “la pandemia ha rallentato la possibilità di muoversi dal progetto” alla sua “esecuzione”. Tuttavia, riferisce il sito Custodia, ora “siamo pronti a iniziare” e in questo momento di pandemia e guerra “la cooperazione” fra realtà cristiane diverse assume “un significato diverso, perché questo è il luogo in cui Gesù diventa pietra angolare della Chiesa”. Ringraziamenti giungono anche dall’arcivescovo armeno Sevan Gharibian, che si è detto “entusiasta” per l’unione di intenti alla base dell’opera.

Al termine degli interventi, i rappresentanti delle confessioni cristiane hanno celebrato assieme il sollevamento della prima pietra (nella foto, tratta dal sito della Custodia), come simbolo e gesto ufficiale di apertura dei lavori.  Anche durante i lavori la basilica resterà sempre aperta ai pellegrini, che dopo i due anni di pandemia con la riapertura delle frontiere stanno ricominciando lentamente ad arrivare in Terra Santa.

Proprio per sostenere la comunità cristiana locale e rimettersi in cammino sulle strade del mondo, anche AsiaNews insieme al Centro Pime di Milano promuove un pellegrinaggio nei Luoghi di Gesù, per aiutare la Terra Santa in questo momento difficile e incontrare le comunità che là vivono la propria fede. Un’iniziativa che oggi assume anche il carattere di una speciale invocazione di pace per il mondo insanguinato dalla guerra. Il viaggio è in programma dal 20 al 27 giugno, il termine ultimo per le iscrizioni è fissato al 4 aprile prossimo. Clicca qui per tutte le informazioni sul pellegrinaggio di AsiaNews.

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Armenia – Assadakah News condanna la “spedizione punitiva” dell’Azerbaijan (Assadakah 13.03.22)

Assadakah Roma News – A Baku, capitale dell’Azerbaijan, pare che i grandi e prestigiosi hotel di gran lusso come l’Intercontinental, il Fairmont e il Badamdar abbiamo registrato il sold-out, per celebrare i festeggiamenti per quella che si definisce “vittoriosa spedizione punitiva” contro gli armeni, e con la guerra in corso in Ucraina considerata una “benedizione di Allah”. Più che motivo di festa, stupisce il fatto che la comunità internazionale non condanni come manifestazione di estrema ignoranza e cecità culturale e politica questa “vittoriosa spedizione”. Una vera e propria vergogna, specialmente in una situazione delicata che vede i governi di Yerevan e Ankara cercare una soluzione per dare avvio alla normalizzazione dei rapporti, e perché il mondo ne ha abbastanza di guerre. Ed è ancora più vergognoso il fatto che un giornale di rilievo come “La Stampa” impieghi le proprie risorse con l’invio del corrispondente Domenico Quirico a documentare i festeggiamenti a Baku, anziché rendersi conto che un tale evento sarebbe da condannare senza riserve.

Considerare “vittoria” un tale evento, non è altro che una manifestazione di ignoranza e assoluta vergogna, specialmente in questa attualità che non ha certo bisogno di ulteriori motivi di scontro. Aggiungere una crisi alla crisi denota una evidente cecità, e non è certo segno di buona volontà nel cercare di evitare nuovi motivi di conflitto, poiché rischia di fare precipitare una situazione estremamente delicata, aggiungendo ulteriori preoccupazioni alla situazione internazionale già in bilico. In tale contesto, la Redazione di Assadakah News, il cui obiettivo, da ben trent’anni, è quello di costruire la pace attraverso la cooperazione, cercando di fare della diversità culturale, etnica, religiosa e sociale un elemento di unione, si scontra pienamente con l’opposta considerazione manifestata dall’Azerbaijan, che invece pare voler mantenere e approfondire la discordia, e causare una pericolosa regressione anziché una conveniente progressione.

L’Europa Condanna il Genocidio Culturale Azero contro gli Armeni in Artsakh. (Stilum Curiae 11.03.22)

Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, mi sembra interessante portare alla vostra attenzione la risoluzione con cui il Parlamento Europeo condanna il genocidio culturale che gli Azeri, dopo l’aggressione armata dai turchi contro il Nagorno Karabagh stanno compiendo nelle zone da loro occupate, per cancellare le tracce della presenza armena. Ci siamo già occupati di quell’aggressione, e trovate materiale a questo collegamento, a questo e a questo. Buona lettura e condivisione. 

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>> Il Parlamento Europeo vota una risoluzione di condanna per la distruzione del patrimonio culturale armeno in Artsakh/Nagorno-Karabakh. L’Azerbajgian sta commettendo un genocidio culturale (Korazym)

A seguito dell’invasione e dell’occupazione armata gran parte del territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbajgian con il sostegno militare della Turchia e dei terroristi islamici, il Parlamento Europeo condanna il genocidio culturale che gli Azeri-Turchi stanno effettuando nelle zone da loro occupate militarmente, per cancellare le tracce della cultura armena cristiana.


 

Una tra le tante guerre ignorate. L’aggressione dell’Azerbajgian e l’occupazione militare di gran parte del territorio dell’Artsakh prima ignorate e poi dimenticate. Basta guerre! (Korazym 08.03.22)

Ci sarebbe bastato una frazione dell’attenzione che oggi il mondo riserva alla crisi in Ucraina, quando l’Azerbajgian bombardava le Città dell’Artsakh e colpiva obiettivi anche in Armenia, nella guerra dei 44 giorni (27 settembre-10 novembre 2020). Ma tutti si voltarono dall’altra parte. Ci sono guerre degne di nota e guerre da ignorare. Basta guerre!

Quasi 5.000 Armeni ammazzati, 100.000 Armeni sfollati, cluster bomb e distruzioni. Ma per il criminale attacco dell’Azerbajgian all’Artsakh, la Formula 1 non ha tolto il gran premio all’Azerbajgian. L’attacco di Aliyev ad Armenia e Artsakh/Nagorno-Karabakh non meritava neanche una sanzione. Basta guerre!

Gli Azeri hanno danneggiato e impediscono la riparazione di una condotta del gas armena nei pressi di Shushi (città della Repubblica di Artsakh occupata dall’esercito dell’Azerbajgian) e tutta la capitale Stepanakert rimane senza gas. Ogni giorno gli abitanti dell’Artsakh fanno i conti con mancanza di elettricità, telecomunicazioni o internet. Uno strisciante tentativo di pulizia etnica anti-armena da parte degli Azeri. Basta guerre!

Da sottolineare come l’accordo di cessate il fuoco dopo la guerra in Artsakh prevede la liberazione di tutti i prigionieri. Lo scorso dicembre due soldati azeri trovati nel territorio dell’Armenia sono stati immediatamente rilasciati. Ma il regime del dittatore azero Aliyev è altra cosa. Due prigionieri di guerra armeni sono stati condannati a 19 e 18 anni dal Tribunale di Baku. Processo farsa e nuova violazione del diritto internazionale dopo la guerra in Artsakh. Il regime azero continua a ignorare la Convenzione di Ginevra e ostacola il raggiungimento della pace nella regione. Basta guerre!

E mentre il mondo guarda con angoscia a quanto accade in Ucraina, i soldati del dittatore azero Aliyev continuano a sparare. Il 7 marzo al confine con l’Armenia gli Azeri hanno ucciso un sergente armeno e ferito gravemente un altro soldato. Dopo l’invasione dell’Artsakh continuano le provocazioni azere, in violazione del cessate il fuoco. Basta guerre!

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Silenziosa e inquieta: la risposta dell’Armenia all’invasione russa dell’Ucraina (Osservatorio Balcani e Caucaso 09.03.22)

Tanti silenzi ed una posizione molto scomoda. In Armenia sono stanziati più di 10.000 soldati russi e questo condiziona la posizione ufficiale di Yerevan e quella dei suoi cittadini in merito alla guerra in Ucraina

La recente guerra del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaijan, la presenza e l’influenza della Russia in Armenia, così come il sostegno dell’Ucraina all’Azerbaijan, hanno tenuto l’Armenia e gli armeni per lo più in silenzio riguardo agli eventi accaduti dopo il riconoscimento da parte di Mosca dell’indipendenza di Donetsk e Lugansk.

Un silenzio che molti ritengono giustificato.

Durante la prima settimana di guerra si sono tenute solo due piccole manifestazioni a Yerevan a sostegno dell’Ucraina. La prima è stata organizzata dal Partito Europeo d’Armenia, partito minore senza rappresentanti in parlamento, davanti all’ambasciata russa il giorno dell’invasione. La seconda è stata organizzata dall’ambasciata ucraina il 27 febbraio accanto al memoriale di Taras Shevchenko, poeta e personaggio politico ucraino.

Il governo armeno e i suoi funzionari sono rimasti invece in silenzio sulle azioni della Russia. L’unica dichiarazione rilasciata finora ha confermato che Yerevan non intendeva riconoscere l’indipendenza di Donestk e Lugansk, con la speranza che Russia e Ucraina potessero trovare una “soluzione pacifica” al conflitto.

Sul filo del rasoio

Sulla scena internazionale, l’Armenia è stata l’unica in seno al Consiglio d’Europa a sostenere il suo alleato strategico e principale garante della sicurezza, votando contro la sospensione della sua rappresentanza all’interno del Consiglio stesso.

Nonostante ciò, in due votazioni più recenti in seno alle Nazioni Unite, per sospendere la Russia dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e condannare l’invasione, l’Armenia si è astenuta.

Il cambiamento, seppur poco appariscente, deve essere visto come un “grande progresso”. Lo pensa Daniel Ioannisyan, attivista sui temi della democrazia a Yerevan. “Questo chiaramente nel contesto della dipendenza dell’Armenia dalla Russia”.

“L’Armenia si trova in una situazione così tragica per quanto riguarda la sua sovranità e dipendenza dalla Russia che questo silenzio è già una buona cosa”, ha sottolineato Ioannisyan a OC Media.

La dipendenza armena nei confronti della Russia a cui si riferisce consiste nell’adesione all’Unione economica eurasiatica a guida russa e all’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva: sono i due principali accordi economici e di sicurezza siglati dal paese. Inoltre, tra Armenia e Russia è stato firmato anche un accordo strategico separato che regola la presenza di una base militare e di truppe russe sul territorio armeno.

L’Armenia è diventata ancora più dipendente dalla Russia dopo la seconda guerra del Nagorno-Karabakh, che si è conclusa con la mediazione russa e il dispiegamento di oltre 2.000 forze di pace russe nell’area. Pertanto, le parti del Nagorno-Karabakh controllate dall’Armenia sembrano essere de facto sotto il controllo della Russia. Inoltre, il numero delle truppe russe in Armenia ha raggiunto circa le 10.000 unità con una base militare permanente a Gyumri, un aeroporto militare a Yerevan, nonché altre posizioni strategiche minori. Le truppe russe controllano anche il confine tra Armenia e Turchia.

“[L’Armenia ha] lottato – negli ultimi vent’anni – per mantenere un equilibrio strategico tra il suo rapporto in materia di sicurezza con la Russia e il suo interesse ad approfondire i legami con l’UE e l’Occidente”, afferma Richard Giragosian, direttore del Centro di studi regionali, think tank con sede a Yerevan.

Tuttavia, Giragosian pensa che probabilmente la Russia inizierà a chiedere un maggiore sostegno e una lealtà più aperta. In tal caso, “ogni senso di equilibrio diplomatico potrebbe andare perso, minacciando di spingere l’Armenia in una posizione vulnerabile e isolata, sul lato sbagliato della storia”.

“Sebbene la posizione dell’Armenia al fianco della Russia la isoli pericolosamente, ci sono poche altre alternative”, ricorda Giragosian.

Inoltre, considerando la posizione ambigua dell’Armenia tra sostegno e condanna delle azioni di Mosca, c’è il timore che le sanzioni fissate per la Russia possano ricadere, o almeno condizionare, anche l’Armenia.

Ioannsiyan ritiene che un probabile scenario sia che l’Armenia sarà colpita non a causa delle sanzioni, ma piuttosto dai prevedibili tentativi della Russia di utilizzare l’Armenia e altri paesi per aggirare queste sanzioni.

“In questo caso, potrebbero esserci conseguenze negative per l’Armenia”. In uno scenario ipotetico in cui la Russia vincesse la guerra, Ioannsiyan ritiene che l’Armenia potrebbe essere costretta a formare l'”Unione Sovietica 2.0″.

Persone, armi e propaganda

La risposta della popolazione armena non si è discostata di molto da quella del governo, distinguendosi da quella condivisa da gran parte del mondo.

Aram Amirbekyan, un attivista e giornalista pro-pace, ha affermato che, a prescindere da qualsiasi altra cosa, le reazioni degli armeni sono state logiche.

“Purtroppo, molti erano persino contenti di quello che stava succedendo”, ha detto Amirbekyan, aggiungendo che queste persone hanno fatto riferimento al sostegno dell’Ucraina all’Azerbaijan durante la guerra del 2020 come giustificazione per la loro indifferenza.

“Non posso condividere questo tipo di risposta, poiché questa [l’invasione della Russia] è un’aggressione che dovrebbe essere condannata, ma la propaganda del “nemico-alleato” era così forte in Armenia che si è creata una realtà in cui le persone sostengono la Russia”, ha dichiarato Amirbekyan OC Media.

“L’Ucraina, in questo contesto, era percepita come un nemico che vende armi e fosforo bianco all’Azerbaijan”. “Ma anche la Russia lo ha fatto… Tutti vendono armi a tutti”, ha aggiunto.

Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, la Russia ha fornito oltre il 60% delle armi arrivate all’Azerbaijan tra il 2011 e il 2020, mentre l’Ucraina ne ha venduto solo l’1% nello stesso periodo, sebbene prima del 2010 quella cifra fosse significativamente più alta.

Un sospetto diffuso sul sostegno ucraino all’Azerbaijan è che Kiev fornisse a Baku fosforo bianco che venne poi usato dall’Azerbaijan durante la seconda guerra del Nagorno-Karabakh.

Il regista Sarik Andreasyan – ex amico del presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy – è stato uno dei tanti a diffondere tali voci, che Zelenskiy ha però categoricamente smentito.

Anche i media e la propaganda russi hanno svolto un ruolo significativo nella formazione dell’opinione pubblica armena, con oltre l’11% degli armeni che considera i media statali russi fonti di informazione affidabili. Il dato viene citato da Daniel Ioannsyan riferendosi ad un sondaggio commissionato dall’ “Unione dei cittadini informati”.

“Questo, tra le altre cose, influenza l’opinione pubblica e, sfortunatamente, il suo sostegno alle azioni di Putin. L’Armenia dovrebbe lavorare intensamente contro le campagne di disinformazione’.

Una di queste recenti “campagne” dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina è consistita in uno striscione di 50 metri con su scritto “esercito russo” pendente da uno dei ponti più grandi di Yerevan: il Kyivian.

Sebbene sia diventato immediatamente virale con centinaia di migliaia di visualizzazioni, i giornalisti locali hanno stabilito che lo striscione sia stato appeso solo per nove minuti – per essere filmato – prima di essere rimosso.

Anche i recenti eventi in Armenia, tra cui la rivoluzione del 2018 e la seconda guerra del Nagorno-Karabakh, hanno cambiato le percezioni in Armenia. Questi eventi hanno reso gli armeni più “politicizzati”, afferma Aram Amirbekyan. “E sullo sfondo di ciò, gli eventi in Ucraina sono percepiti come parte di queste percezioni geopolitiche”.

La risposta dell’Armenia come stato era logica anche per Amirbekyan. “È difficile aspettarsi dall’Armenia, come stato, un sostegno esplicito all’Ucraina poiché le truppe russe sono in Karabakh come garante diretto della sicurezza di chi vi vive”.

‘Vorrei vedere di più. Mi piacerebbe vedere l’Armenia in una situazione geopolitica tale da poter condannare direttamente questa aggressione e questa politica colonial-imperiale”, conclude Amirbekyan. “Ma sono felice che si sia stati almeno in grado di mantenere una sorta di neutralità”.

“Allo stesso tempo, […] dovremmo notare che c’è compassione in Armenia nei confronti del popolo ucraino”, ha aggiunto.

“Dopotutto, ci sono molti armeni in Ucraina, le relazioni tra i paesi e le persone erano piuttosto intense. La vista di Kiev o Lviv bombardata è dolorosa anche per gli armeni”.

Pronti ad accogliere i profughi

Secondo le stime, vi sono quasi 400.000 armeni e persone con origini armene in Ucraina, mentre ufficialmente gli armeni in Ucraina sono circa 130.000. La più grande comunità armena all’estero, 1,2 milioni, è in Russia.

Sia il ministero degli Esteri armeno che il capo della comunità armena dell’Ucraina hanno affermato che non ci sono informazioni esatte su quanti armeni siano fuggiti dalla guerra o quanti siano rientrati in Armenia.

Tuttavia, il ministero ha espresso la volontà di accogliere non solo cittadini di etnia armena e cittadini armeni, ma anche rifugiati stranieri.

Il ministero dell’Economia ha anche istituito un gruppo per aiutare armeni, russi, bielorussi e ucraini che intendono trasferirsi in Armenia. Ciò include una procedura semplificata di trasferimento delle aziende registrate in quei paesi in Armenia.

Secondo il ministro dell’Economia Vahan Kerobyan, circa una dozzina di aziende russe sono già state trasferite in Armenia.

“Diverse aziende sono in arrivo. In generale, molte aziende hanno presentato domanda, decine o centinaia di aziende”, ha affermato Kerobyan. La maggior parte di loro provengono dal settore IT.

Kerobyan ha affermato che il governo stava cercando di rendere il paese un “ambiente accogliente” per gli stranieri che vi si trasferiscono, o trasferiranno, con le loro famiglie, parallelamente a fornire un ambiente lavorativo adeguato.

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Gli Azeri da Sei Giorni Negano il Gas a Centomila Armeni. Interessa a Qualcuno? (Stilum Curiae 13.03.22)

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, mi sembra interessante portare alla vostra attenzione questo post pubblicato dalla Comunità Armena di Roma su Facebook, e che racconta di come nell’indifferenza generale gli azeri stiano – dopo l’aggressione militare al Nagorno Karabagh nei mesi scorsi – compiendo atti ostili nei confronti della popolazione civile armena. Buona lettura

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Il gas di Aliyev che piace tanto… La popolazione armena di Artsakh/Nagorno-Karabakh, al buio, senza gas e in difficoltà da una settimana (Korazym 14.03.22)

 

AZERBAIJAN. NAKHCHIVAN: ACCORDO CON L’IRAN PER UN CORRIDOIO (Notiziegeopolitiche 12.03.22)

Nell’ambito della 15ma riunione della Commissione intergovernativa per gli affari economici, commerciali e umanitari tra l’Azerbaigian e l’Iran tenutasi a Baku l’11 marzo 2022,
i governi di Azerbaigian e Iran hanno firmato un Memorandum di intesa sull’instaurazione di nuovi collegamenti di comunicazione tra il distretto economico dello Zangezur orientale della Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica autonoma di Nakhchivan, attraverso il territorio della Repubblica islamica dell’Iran.
Lo scopo del memorandum è quello di stabilire una nuova ferrovia, un’autostrada, nonché linee di comunicazione ed energetiche tra il distretto economico dello Zangezur orientale della Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica autonoma di Nakhchivan, attraverso il territorio della Repubblica islamica dell’Iran. Per raggiungere questo obiettivo, è prevista la costruzione di un totale di quattro ponti sul fiume Araz, di cui due per automobili (con passaggio pedonale) e due ferroviari, nonché infrastrutture di comunicazione e di approvvigionamento energetico.
L’Assistente del presidente della Repubblica dell’Azerbaigian – capo del Dipartimento per la politica estera dell’Amministrazione Presidenziale, Hikmet Hajiyev, ha affermato che la firma di questo memorandum d’intesa è un evento storico. Hikmet Hajiyev, facendo riferimento alle opinioni del presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, ha evidenziato che questo nuovo collegamento di comunicazione sarà un importante corridoio internazionale per i trasporti e l’elettricità e ha aggiunto che il Presidente dell’Azerbaigian presta sempre attenzione a questo progetto di trasporto e comunicazione e ha dato istruzioni alle agenzie competenti per l’attuazione dello stesso.
“Come risultato di questo progetto, la politica armena di bloccare Nakhchivan, portata avanti per molti anni, finirà. Due regioni dell’Azerbaigian – Zangezur orientale e Nakhchivan, saranno collegate su strada, ferrovia, energia e comunicazioni, attraverso l’Iran”, ha sottolineato l’assistente del Presidente dell’Azerbaigian.
Hikmat Hajiyev ha affermato che il progetto cambierà il panorama dei trasporti e delle comunicazioni dell’intera regione, collegando Azerbaigian, Iran e Turchia e gettando le basi per un nuovo corridoio polivalente in Eurasia, comprensivo di strade, ferrovie, linee elettriche e connessioni digitali.
L’assistente del presidente ha affermato che saranno costruiti ponti nei territori liberati dell’Azerbaigian – dal villaggio di Agband di Zangilan, attraverso il fiume Araz, all’Iran, e si potrà passare dal villaggio di Agband di Zangilan su strada e ferrovia all’Iran e da lì a Nakhchivan, e da lì alla Turchia. “Naturalmente, i nostri paesi ne hanno tratto vantaggio. Ma chi non ha vinto? L’Armenia! Cioè, se l’Armenia non vuole, non la aspetteremo. Da più di un anno e mezzo aspettiamo una risposta dall’Armenia su cosa accadrà al corridoio di Zangezur. Lasciamo che l’Armenia continui a pensare, ma continuiamo a fare il nostro lavoro nella pratica”, ha detto Hikmat Hajiyev, concludendo che l’Azerbaigian continuerà questa agenda positiva.

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Armenia-Turchia: positivo l’incontro dei ministri degli Esteri (Bluwin 12.03.22)

La Turchia ha definito produttivo e costruttivo l’incontro presso il forum diplomatico nella località turca di Antalya tra il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu e l’omologo armeno Ararat Mirzoyan.

Keystone

La Turchia ha definito produttivo e costruttivo l’incontro presso il forum diplomatico nella località turca di Antalya tra il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu e l’omologo armeno Ararat Mirzoyan.

Lo fa sapere l’agenzia turca Anadolu, secondo cui il capo della Diplomazia di Ankara ha affermato che anche l’Azerbaigian guarda positivamente al processo di normalizzazione tra la Turchia e l’Armenia, inaugurato recentemente dopo quasi 30 anni di relazioni diplomatiche molto complicate.

Anche il ministro armeno ha sottolineato gli sforzi nell’ambito del processo di normalizzazione affermando «siamo determinati a impegnarci per la pace e la stabilità nella nostra regione».

A dicembre, Turchia e Armenia hanno fatto sapere che avevano trovato un’intesa per la normalizzazione dei rapporti annunciando la nomina di rappresentanti speciali per guidare il processo. A questo proposito, tra gennaio e febbraio si sono già svolti due incontri tra i diplomatici a Mosca e a Vienna.

Dal 1993, i confini tra Turchia e Armenia sono chiusi e le relazioni diplomatiche complicate a causa del sostegno di Ankara all’Azerbaigian nel conflitto contro l’Armenia per il territorio conteso del Nagorno-Karabakh. Baku, in seguito alla guerra tra settembre e novembre 2020, è riuscita a riconquistare gran parte dell’area disputata e, successivamente, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva fatto sapere che Ankara era disponibile ad aprire un processo di normalizzazione con Yerevan.

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>> Normalizzazione Armenia-Turchia: ministri Esteri ad Antalya (Tvsvizzera.it)


>> Turchia-Armenia: il processo verso la normalizzazione passa per Antalya (Euronews)


>>Turchia, Armenia positivo dopo i colloqui sulla normalizzazione dei rapporti (Tgcomnews24)

EFFETTO UCRAINA/ “Se Putin richiama le truppe in Azerbaijan, apre le porte a Erdogan” (Il Sussidiario 12.03.22)

Per la prima volta Mosca bombarda l’ovest dell’Ucraina. Potrebbe riaprirsi un conflitto a sud, tra Armenia e Azerbaijan. Parla il gen. G. Morabito

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Volontari aiutano gli sfollati a Irpin, Ucraina (LaPresse)

Bombardamenti con missili a lungo raggio sull’aeroporto di Lutsk e quello di Ivano-Frankivsk, altri non lontano dai confini con Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria. È la prima volta che i russi colpiscono la parte occidentale dell’Ucraina. Il conflitto dunque dilaga sempre di più, mentre ormai la capitale Kiev è circondata quasi completamente dalle forze russe, che in alcuni punti si trovano solo a cinque chilometri di distanza. Intanto il Cremlino ha annunciato il prossimo arrivo di 16mila volontari siriani. Tutti segnali di una prossima offensiva decisiva.

Secondo il generale Giuseppe Morabitomembro fondatore dell’Institute for Global Security and Defense Affairs (Igsda) e membro del Collegio dei direttori della Nato Defense College Foundation, “l’arrivo di milizie siriane in Ucraina corrisponde a quanto fecero i turchi in Libia: l’uso di persone ben addestrate e capaci di fare la guerra, soprattutto nei centri abitati”.

Bombardamenti a un centinaio di chilometri dal confine polacco e nell’ovest dell’Ucraina, fino a oggi ancora non colpita dai missili, mentre Putin ha dato ordine di rafforzare lo schieramento militare ai confini con i paesi membri della Nato, Polonia, Romania, Slovacchia e Paesi baltici. Vuole aumentare la pressione sull’Ue in chiave anti-ucraina?

Molto semplicemente c’è un motivo militare. Visto che paesi come la Polonia, soprattutto, mandano aiuti militari in Ucraina, i russi bombardano gli aeroporti e gli scali commerciali nei pressi del confine per impedire l’arrivo di questi aiuti. È una mossa, quella di bloccare i soccorsi, che qualunque paese in guerra avrebbe fatto. In questo modo sarà molto difficile per gli ucraini andarsi a prendere le armi che arrivano.

Se l’arrivo di questi volontari sarà confermato, non significa che Putin voglia mettere in campo mercenari sanguinari che facciano piazza pulita. Significa piuttosto che ha bisogno di soldati esperti nel combattimento nelle città. Questo sono capaci di fare i siriani, abbiamo visto che anche la Turchia in Libia ha fatto la stessa cosa, usando miliziani siriani. Sono abituati da anni a combattere casa per casa.

Questo vuol dire che Mosca sta per dare via all’offensiva finale, la conquista delle città e soprattutto di Kiev?

Può essere. C’è da tener conto che i siriani non sono abituati a combattere in regioni fredde dove c’è la neve; sono abituati al deserto e al clima molto caldo, ma come dicevo prima sanno combattere casa per casa.

Dalle immagini satellitari la lunga colonna di mezzi e carri armati che da due settimane si trova in direzione di Kiev si sarebbe dispersa, dividendosi e frazionandosi. Si stanno disponendo per assediare e attaccare Kiev?

L’attacco a Kiev è questione di tempo. In termini militari si disperde una colonna di mezzi quando si cerca di evitare attacchi alla colonna stessa. Messi in fila, come abbiamo visto, i mezzi sono più facili da colpire, dai droni e da reparti specializzati ucraini. Frazionati in piccoli gruppi sono un obbiettivo più difficile.

Da nostre fonti molti giovani russi fuggono in paesi come Kazakistan, Uzbekistan, Georgia e Armenia. C’è chi scappa perché ha paura di essere arrestato se manifesta per capace e chi vuole evitare la leva militare e finire a combattere in Ucraina. Cosa significa?

Attenzione, queste sono informazioni da verificare bene. Capisco se un giovane russo di buona famiglia quindi con disponibilità economiche fugga in un paese come il Kazakistan, ma non ce lo vedo un russo fuggire in Georgia o in Armenia. Ricordiamo che la Russia invase la Georgia proprio come oggi l’Ucraina. Piuttosto c’è un’altra notizia preoccupante.

Quale?

Molti siti militari riportano la notizia che il Cremlino abbia intenzione di spostare le forze di pace dislocate ai confini tra Armenia e Azerbaijan per mandarle in Ucraina. Questo significherebbe sguarnire una zona di guerra e l’Azerbaijan con il sostegno di Erdogan potrebbe approfittarne per riprendersi definitivamente il Nagorno Karabakh, aprendo così un nuovo fronte di guerra.

Al vertice di Versailles è stato dato un messaggio inequivocabile: Putin non vuole la pace. Che ne pensa?

Purtroppo è così. Putin ha ribadito le sue richieste, ha accettato colloqui e trattative, ma non ha ottenuto quello che voleva. Se lo prenderà con la forza militare.

(Paolo Vites) 

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#UKRAINERUSSIAWAR. La carta del Caucaso in mano al Cremlino


Cosa sono i droni turchi Bayraktar e perché possono far male ai russi (Il Giornale)

Arcivescovo Marayati: occorre mettere ordine nel flusso di aiuti provenienti dall’estero(Agenzia Fides 11.03.22)

La Conferenza di Damasco si svolgerà da martedì 15 a giovedì 17 marzo presso un centro congressi della Capitale della Siria. Ai lavori prenderanno parte circa duecento persone, compresi il cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, e numerosi Vescovi delle Chiese cattoliche presenti in Siria. La conferenza vedrà la presenza qualificata di rappresentanti di associazioni e organismi più coinvolti nelle iniziative a sostegno delle comunità cristiane del Medio Oriente, compresi quelli che partecipano come membri stabili alla Riunione delle opere per aiuto alle Chiese orientali (ROACO).
“A volte” spiega l’Arcivescovo Boutros Marayati “la distribuzione delle risorse che arrivano dall’esterno appare caotica. Ognuno procede per conto suo, si creano canali paralleli. Così i più intraprendenti riescono magari a raccogliere aiuti provenienti da varie fonti, mentre ai più sprovveduti, che spesso hanno anche più bisogno, non arriva niente. Anche nella gestione dei sussidi indirizzati in maniera specifica alle comunità cristiane, ognuno sembra occuparsi solo del suo piccolo orticello. C’è chi chiede ausili di qua o di là, mentre qualcuno rimane totalmente al di fuori e rischia la fame”.
La mobilitazione di gruppi e istituzioni che da fuori – in primis dai Paesi occidentali – raccolgono risorse e fondi da destinare alle comunità cristiane sparse in Medio Oriente suscita interrogativi di fondo riguardo al presente e al futuro delle Chiese autoctone mediorientali. “Quella che stiamo vivendo – ragiona l’arcivescovo Marayati – è una situazione di emergenza. Adesso, senza gli aiuti, in certe situazioni i cristiani avrebbero davanti a sé solo la prospettiva di diventare piccole comunità di anziani, destinate a scomparire. Se tutti vogliono andar via, alla fine rimangono solo gli anziani. Per questo cerchiamo soprattutto di favorire occasioni e situazioni utili a fare in modo che i giovani scelgano di rimanere nella loro terra, di non emigrare. Detto questo, rimane aperta la domanda: dobbiamo vivere tutta la nostra vita con gli aiuti? Bisognerà arrivare a una intesa dal punto di vista nazionale, che cerchi una via di uscita dalla crisi. C’è in ballo la stesura della nuova Costituzione siriana. E si stanno intensificando i negoziati tra i rappresentanti del governo e alcune componenti di ribelli non armate, che sono contro il governo siriano ma non hanno scelto la strada dello scontro militare. Vedremo dove si potrà arrivare”.
La condizione dei cristiani in Siria non può essere comunque sottratta al contesto di caos, povertà e paura condiviso con tutti gli altri siriani. “A Aleppo” racconta l’Arcivescovo armeno cattolico “noi continuiamo la nostra vita spirituale e ecclesiale. Le chiese sono aperte. Le scuole sono aperte. L’emergenza economica ora è quella più soffocante, per noi cristiani come per gli altri. A tutti i beni si accede con le tessere di razionamento. Servono per prendere benzina, caffè, pane, gas. Tutto è razionato. Al mercato nero i prezzi sono sempre più proibitivi, e può accedervi solo chi ha tanto denaro contante”. La situazione appare caotica nelle aree – come le regioni della Siria nord- orientale – dove il territorio è controllato a macchia di leopardo da forze locali e straniere, comprese le milizie jihadiste ancora operanti. I curdi parlano di quell’area come se fosse un’entità indipendente, ormai sottratta al controllo di Damasco, germe della Patria che loro vogliono da tempo per realizzare la loro aspirazione nazionale. “Ma se si considerano tutti i fattori in gioco” fa notare l’Arcivesvovo Marayati “non si capisce ancora bene quale sia il disegno complessivo. Non esiste una posizione curda univoca, dal punto di vista politico. A Aleppo, per esempio, c’è un quartiere sotto controllo dei curdi, che però a loro volta sono ‘controllati’ dall’esercito siriano. E’ un’ennesima situazione locale che fa capire quanto sia complesso lo scenario in Siria. Gli USA hanno forze militari sul territorio siriano che sembrano appoggiare i curdi. Ma poi gli stessi USA sono anche alleati della Turchia, che è contro i curdi di Siria, e compie incursioni militari sul territorio siriano contro di loro. E poi ci sono i russi sul litorale, e anche gruppi di miliziani che fanno capo all’Iran… È uno scenario complicatissimo, dove l’unica strada per evitare o ridurre le sofferenze dei popoli è quella del compromesso, del contemperarsi di interessi e prospettive diversi. Per questo – conclude l’Arcivescovo Marayati continuiamo a chiedere innanzitutto la fine delle sanzioni contro la Siria, sofferte solo dal popolo, dai bambini, dagli anziani e dalle famiglie bisognose, che ne subiscono le conseguenze inumane ed ingiuste. Perché la gente povera, in questo vortice, è quella che poi paga tutto il conto”. (GV) (Agenzia Fides 11/3/2022)

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