Donbass: Armenia non intende riconoscere autoproclamate repubbliche (Agenzia Nova 23.02.22)

Kiev, 23 feb 08:24 – (Agenzia Nova) – L’Armenia non intende riconoscere le autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk. Lo ha affermato questa mattina il portavoce del ministero degli Esteri armeno, Vahan Hunanyan. “Non c’è una questione del genere all’ordine del giorno”, ha detto Hunanyan, auspicando che Mosca e Kiev risolvano i loro problemi attraverso la diplomazia e i negoziati, basati sulle norme e sui principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. “Ci auguriamo che vengano presi i passi necessari per ridurre la tensione e risolvere pacificamente la situazione”, ha dichiarato Hunanyan. (Rum)

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Acs accanto ai cristiani armeni in fuga (RomaSette 22.02.22)

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) accende i riflettori sulla comunità cristiana dell’Armenia. Nell’ottobre scorso una delegazione si è recata sul posto con l’obiettivo di acquisire le informazioni necessarie a soccorrere i rifugiati provenienti dal Nagorno-Karabakh, piccola regione montana del Caucaso abitata prevalentemente da armeni, divenuta enclave contesa e teatro dell’ultimo scontro armato iniziato nel settembre 2020 fra Armenia (cristiana per il 94,4%) e Azerbaigian (musulmano per il 96,2%). Una situazione scaturita direttamente dall’implosione dell’Urss, sulla quale si sono sovrapposti gli interessi delle tre potenze regionali: Russia, Turchia e Iran. Nel corso del conflitto i siti del patrimonio culturale e religioso sono diventati obiettivi privilegiati. A cominciare dalla cattedrale di Shusha, importante monumento storico e religioso, colpita per due volte dal fuoco dell’artiglieria.

Nel novembre 2020 è arrivato il cessate il fuoco, che però non è bastato a evitare «innumerevoli crimini di guerra», ricordano da Acs, con più di 4mila soldati armeni caduti e circa 90mila rifugiati, di cui solo 25mila sono stati in grado di tornare alle loro case. «Molti armeni si sentono delusi dai termini dell’armistizio in base al quale l’Azerbaigian dovrebbe mantenere il controllo dei territori conquistati in guerra e le truppe russe dovrebbero restare nel Nagorno-Karabakh per un periodo di cinque anni per garantire la pace». Intanto gli aiuti di Stato non sono più disponibili e molte organizzazioni caritative sono state costrette ad abbandonare il territorio.

«L’intervento di Aiuto alla Chiesa che soffre è diventato sempre più urgente», rimarcano dalla fondazione, che si rivolge ai benefattori e a tutta la comunità cattolica italiana per raccogliere i fondi necessari ad aiutare i cristiani rifugiati a Goris, vicino ai confini del Nagorno-Karabakh. L’obiettivo è aiutare 150 famiglie cristiane per 15 mesi, in primo luogo fornendo cibo e assicurando un alloggio, e in secondo luogo facilitando l’incontro tra offerta e domanda di lavoro, allo scopo di rendere i nuclei familiari autosufficienti nel più breve lasso di tempo possibile. È un modo, spiegano, per contribuire alle attività della Chiesa armena, che «sopperisce alla carenza di aiuti da parte delle autorità civili assicurando alle migliaia di rifugiati cristiani non solo assistenza spirituale e psicologica ma anche il sostegno materiale», informano ancora dalla fondazione pontificia.

L’altro obiettivo, nella fedeltà al dna della fondazione, è sostenere la formazione dei seminaristi. In concreto, viene proposto ai benefattori italiani un progetto che sarà realizzato d’intesa con l’Ordinariato della Chiesa cattolica armena. «Nel suo viaggio apostolico in Armenia – ricorda il direttore di Acs Italia Alessandro Monteduro – Papa Francesco ha affermato che oggi i cristiani in alcuni luoghi sono discriminati e perseguitati per il solo fatto di professare la loro fede. Il pontefice in quella occasione ha aggiunto che il popolo armeno è fra quelli che hanno sperimentato sofferenza, dolore e persecuzione. È questo popolo che i futuri sacerdoti, con il sostegno dei benefattori di Acs, dovranno servire», conclude Monteduro.

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Due progetti di ACS per aiutare i cristiani armeni in fuga da una guerra dimenticata (ACS)


Cristiani perseguitati, Acs lancia due progetti per aiutare le famiglie armene (Vocecontrocorrente)


Cristiani perseguitati: Acs, due progetti per sostenere i cristiani armeni in fuga da una guerra dimenticata (SIR)


Due progetti di ACS per aiutare i cristiani armeni in fuga da una guerra dimenticata (Politicamentecorretto)

A poche ore dall’Italia si trova un paradiso molto economico che conserva intatta una storia millenaria e una natura incontaminata (Proiezionidiborsa 21.02.22)

Si avvicina a grandi falcate la tanto attesa sospensione dello stato di emergenza, oramai fissata per la fine di marzo. Con l’allentamento delle restrizioni potrebbero esserci delle ottime notizie anche per i viaggiatori più incalliti, che potrebbero tornare a girare in lungo e in largo senza temere troppo il virus. Per la loro gioia oggi consigliamo una meta fra le meno conosciute che però vale assolutamente la pena visitare e che farà sorridere il nostro portafoglio. A poche ore dall’Italia si trova un paradiso perfetto per gli amanti della natura, della cultura e dell’enogastronomia. Vediamo insieme di quale posto si tratta.

L’Armenia, piccola perla incastonata fra Europa e Asia

Stiamo parlando dell’Armenia. Questo Paese è una linea di separazione netta fra Europa e Russia ed è famoso per essere stato la prima nazione ad adottare il cristianesimo. Ancora oggi, infatti, il suo animo reca le tracce di questa religione. È infatti molto comune trovare in lungo e in largo per il Paese dei monasteri o dei luoghi di culto. Un esempio su tutti è Echmiadzin, considerata la più antica cattedrale del mondo e databile al IV secolo, che ora fa parte del circuito dei beni tutelati dall’UNESCO.

Lo stesso vale per il monastero di Khor Virap, forse uno dei monumenti più conosciuti della zona. Entrambi questi siti sono legati alla figura di Gregorio l’Illuminatore. Se però si vogliono visionare anche dei resti antecedenti al cristianesimo, consigliamo di vedere Garni, un antico tempio dedicato al dio Mitra e perfettamente conservato. Per quanto riguarda invece il lato paesaggistico, è assolutamente da visitare il lago Sevan, il più grande di tutta l’area caucasica.

A poche ore dall’Italia si trova un paradiso molto economico che conserva intatta una storia millenaria e una natura incontaminata

Per raggiungere dalle principali città italiane questa meravigliosa destinazione sono necessarie circa 4 ore di volo. Sono presenti anche degli operatori low cost che effettuano queste tratte. Il cambio poi fra dram armeno, la valuta locale, e l’euro risulta particolarmente vantaggioso: infatti il loro rapporto è di 0,0018 a 1. Questo permette di poter prendere un appartamento o una camera di hotel a dei prezzi veramente vantaggiosi. Lo stesso vale per il cibo: si possono infatti ordinare dei pasti completi rientrando totalmente all’interno di un budget di una manciata di euro. Se invece si volesse rimanere nei confini europei consigliamo di dare una chance a questa meta chiamata la piccola Parigi.

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Armenia, parole e note (Corriere dell’Alto Adige 20.02.22)

Articolo di Silvia M.C. Senette pubblicato sul Corriere dell’Alto Adige il giorno 20 febbraio 2022

È «un arco abbagliante tra passato e presente» il libro di poesie italo-armene Frutti di sole, frutti di re (Kimerik) di Federica Mormando, ispirato e dedicato all’Armenia.
Federica Mormando, psichiatra, giornalista e fondatrice di Eurotalent Italia e Human Ingenium è una mente pluri-talento che spazia dalla psicoterapia adleriana alla fisarmonica, dallo studio del russo alla composizione musicale e all’ autoharp. Il suo percorso di ricerca l’ha portata a fondere due passioni, quella per la poesia e quella per l’Armenia.
«L’Armenia lascia incantati perché unisce un passato che è rimasto immoto, sospeso, come fosse un oggi, al nuovo di città assolutamente moderne e di un turismo che da un paio d’anni langue, per la pandemia e per il conflitto in atto in Nagorno Karaback».
Il libro Frutti di sole, frutti di re rivela nel titolo le intenzioni dell’autrice: «Scrivo di frutti di sole perché tipici dell’Armenia, il melograno e l’albicocco, dal cui legno si produce uno strumento a fiato dal suono tanto profondo da essere chiamato “l’anima del mondo” – spiega –, Frutti di re, invece, per la regalità di queste piante armene che, nonostante tutto, sono sempre fiorite». Quel «nonostante tutto» fa riferimento al conflitto in Nagorno. «Mi affascina la storia di suor Arousiag Sajonia, il cui nome significa “portatrice di luce” e che il console onorario dell’Armenia in Italia, Pietro Kuciukian, definisce “la
Made Teresa d’Armenia” – racconta Mormando –. Suor Arousiag ha un orfanotrofio a Gyumri, capoluogo della region di Shirak, dove accoglie centinala di bambini rimasti improvvisamente orfani e allo stremo». Ma le parole di Mormando si riferiscono soprattutto al genocidio armeno, troppo spesso trascurato dalla memoria collettiva e dai libri di storia. «La mia poesia 1915 dedicata al genocidio armeno inizia con questo verso Ma le stelle non siete riusciti / né a forare / il cielo immenso / d’Armenia – rivela la scrittrice –. Il genocidio armeno mi commuove, mi risuona dentro. E pensare che Hitler disse “chi si ricorderà più del genocidio degli armeni?” prima di iniziare quello degli ebrei. È un bene che oggi sia commemorato il genocidio, visto che la Turchia ancora non l’ha riconosciuto – precisa –, ma l’Armenia non è solo quello: e anche luce, gioia, vita, arte, una cultura molto ricca. Mi place diffondere l’immagine di una terra vitale e di un popolo per il quale nutro un grandissimo fascino». Domani alle 18 al Circolo Cittadino di Bolzano, l’autrice presenterà il libro con la scrittrice Brunamaria Dal Lago Veneri, la pittrice Lucrezia Zaffarano, la pianista Ani Martirosyan. All’Armenia «che riflette la luce e i colori del cielo», Federica Mormando ha dedicato viaggi, tempo, studio, amore e una cinquantina di liriche, alcune profonde, altre dai toni più lievi.
Nei versi di Luci e suoni a Yerevan, la notte / esplode / in piazza grande“. C’è poi la poesia dedicata alla grande festa armena di Vardava in cui, nell’estate torrida, ci si lancia secchiate d’acqua: “Si fa cascata il sole e scrosci / e trilli. / Rahbia e risate / e scherzi di bambini intrecciano all’aria nastri /e strade d’acqua, luccicanti/ di riflessi uguali. Anche noi / tutti uguali, / così inzuppati. Poesie che tratteggiano attimi di diverse realtà, «Come le improvise apparizioni arcaiche, ma ancora attuali, di uomini a cavallo che accompagnano greggi di pecore – dice Mormando – o la memoria di episodi eroici, come quello in cui gli abitanti di sette villaggi in Anatolia salirono su una montagna per resister quaranta giorni ai turchi finché una nave francese li avvistò e portò in salvo». Le Illustrazioni della pittrice Lucrezia Zaffarano accompagneranno domani a Bolzano questo viaggio tra parole e note in Armenia, la planista Ani Martirosyan, che ha tradotto in lingua le poesie, suonerà melodie armene e composizioni di Federica Mormando. Un evento organizzato dalla Società Dante Alighieri di Bolzano e da Human Ingenium con il contributo di Comune e Provincia di Bolzano.

Silvia M.C. Senette

Il grido della Repubblica di Artsakh per l’autodeterminazione (Korazym 19.02.22)

L’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ha rilasciato ieri, 18 febbraio 2022 una dichiarazione in occasione della Giornata della Rinascita [QUI]. La dichiarazione ripercorre la genesi storica del Movimento Karabakh e si conclude con un appello affinché il Gruppo di Minsk dell’OSCE riprenda in mano le trattive negoziali per una soluzione pacifica del conflitto che riconosca il diritto all’autodeterminazione del popolo armeno della Repubblica di Artsakh. Riportiamo di seguito il testo nella traduzione italiana a cura dell’Iniziativa italiana per l’Artsakh.

«Gli eventi che hanno avuto luogo nell’Artsakh (ex Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh) nel febbraio 1988 hanno cambiato radicalmente la successiva cronaca non solo degli indigeni armeni che vivono qui, ma anche di altri popoli dell’ex Unione Sovietica.

Decine di migliaia di persone, utilizzando le idee liberali e democratiche proclamate in URSS, hanno cercato di ripristinare la giustizia storica attraverso manifestazioni pacifiche a Stepanakert e in altre parti della regione, il sogno irrealizzato di diverse generazioni di riunire la regione armena con l’Armenia.

Il Movimento, che stava prendendo piede giorno dopo giorno, ha perseguito sin dall’inizio una soluzione pacifica del problema sollevato con mezzi giuridici e politici, confermata inequivocabilmente il 20 febbraio nella 20a sessione straordinaria dell’ex organo di rappresentanza, il Consiglio regionale dei deputati del popolo. La storica decisione adottata di ritirare la NKAO [Regione Autonoma del Nagorno Karabakh, NdT] dalla RSS dell’Azerbaigian e riunirla alla RSS Armena ha segnato una nuova tappa nella lotta di liberazione nazionale dell’Artsakh: il movimento del Karabakh, la determinazione civile del popolo dell’Artsakh ad avanzare legalmente.

Sfortunatamente, la leadership della RSS dell’Azerbaigian non è stata in grado di sfruttare l’opportunità unica per risolvere correttamente il problema e, di conseguenza, la regione si è trovata in un groviglio di instabilità a lungo termine e l’Azerbaigian nella tentazione di risolvere il problema con mezzi militari.

A seguito della decisione del 20 febbraio che esprimeva la volontà e il desiderio della maggioranza assoluta della popolazione della regione, l’Artsakh è giustamente diventato un simbolo dell’orgoglio e del risveglio nazionale di tutti gli armeni. L’onda del Movimento del Karabakh si diffuse in tutto il mondo; e come risultato della lotta organizzata di tutte le sezioni degli armeni, le due repubbliche armene si sono formate all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso.

La Repubblica di Artsakh, proclamata il 2 settembre 1991 e costituita in conformità con i requisiti del diritto internazionale e della legislazione nazionale, è stata una tappa consapevole sulla strada verso uno stato armeno unito.

Il nostro popolo ha pagato un prezzo molto alto nella lotta per la libertà e l’indipendenza dell’Artsakh. Migliaia di Armeni hanno sacrificato la loro vita durante le guerre del 1991-94, 2016 e del 2020.

La Repubblica di Artsakh esiste oggi e continua la sua lotta per il riconoscimento internazionale grazie al sacrificio di quelle persone coraggiose. Il nostro omaggio alla loro memoria immortale.

Negli ultimi 34 anni abbiamo fatto molta strada nella costituzione e nello sviluppo, nelle vittorie e nei fallimenti, e durante questo periodo si è rafforzata l’idea che il futuro dell’armeno Artsakh è garantito solo nella prospettiva di vivere liberamente e in modo indipendente.

Esprimendo la volontà collettiva e il punto di vista del popolo dell’Artsakh, l’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh:

  • riafferma il suo impegno per la storica decisione del 20 febbraio 1988 e la sua determinazione a difendere il suo diritto a vivere liberamente nella sua patria;
  • attira l’attenzione delle parti interessate internazionali e, in primo luogo, dei parlamenti dei Paesi Copresidenti del Gruppo di Minsk, sul fatto che il popolo armeno dell’Artsakh ha lottato per secoli per preservare la propria identità, creato valori materiali e culturali che oggi sono in pericolo a causa dell’occupazione di alcuni territori della Repubblica di Artsakh da parte dell’Azerbajgian;
  • invita i Copresidenti del Gruppo di Minsk ad adottare misure immediate, conformemente al mandato ricevuto dall’OSCE, per riprendere il processo negoziale sulla risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh.

Una pace e una stabilità durature nella regione possono essere raggiunte solo rispettando i diritti e le libertà fondamentali del popolo della Repubblica di Artsakh. Ecco perché gli Armeni dell’Artsakh hanno iniziato la loro lotta di liberazione nel 1988 e sono pronti a continuarla con la determinazione di raggiungere l’obiettivo finale.

Stepanakert, 18 febbraio 2022».

Postscriptum

«Soldati e civili dell’Artsakh continuano a essere presi di mira dagli Azeri. Ieri ferito gravemente un militare e spari contro contadini nei campi. Anche un trattore ne fa le spese. La via per la pace è tragicamente lastricata dai colpi dei cecchini azeri» (Iniziativa italiana per l’Artsakh @IArtsakh – 16 febbraio 2022).

A 20 minuti da Venezia, c’è un posto misterioso con tesori di valore inestimabile (Funweek 18.02.22)

Un luogo misterioso ricco di fascino e con tesori dal valore inestimabile. Si trova a soli 20 minuti di vaporetto da Piazza San Marco a Venezia. È l’Isola di San Lazzaro degli Armeni, dove ancora oggi vivono i Padri Armeni Mechitaristi.

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Si tratta di una piccola isola non distante dalla costa ovest del Lido di Venezia che dal 1717 è la casa dell’Ordine mechitarista, oltre che uno dei più importanti centri della cultura armena a livello mondiale.

Prima dell’arrivo dei padri, l’Isola fu abitata dai benedettini, divenne poi una casa per lebbrosi e malati fino a versare in uno stato di abbandono. Padre Mechitor, fondatore dell’ordine, la scoprì nel 1717. Era in fuga dall’armante perseguitata dai Turchi. Le strutture esistenti vennero così trasformate nel bellissimo monastero. A convincere Padre Mechitor a fermarsi qui anche il fatto che Venezia, all’epoca, era uno dei centri di stampa più importanti a livello europeo. Essendo una delle missioni principali dell’Ordine quello di preservare la cultura del popolo armeno, il luogo era perfetto. Venne aperta una tipografia poliglotta che ben presto divenne un importante centro di cultura. La Biblioteca del monastero, è una delle più importanti dell’Occidente con i suoi 4500 manoscritti originali.

I tesori di inestimabile valore

Ma i tesori di questo luogo misterioso e affascinante non finiscono qui. Ci sono manufatti provenienti dalla Cina e dal Giappone e una mummia egizia perfettamente conservata e risalente all’VIII sec. a.C. Bellissima la tela del Tiepolo, la statua di Canova e il roseto. I monaci con i petali di questi fiori realizzano la marmellata alle rose, chiamata vartanush.

L’Isola di San Lazzaro degli Armeni, con decreto ufficiale di Napoleone venne risparmiata dai saccheggi. L’imperatore impose che l’isola non fosse toccata, in quanto accademia scientifica. Se siete curiosi di scoprire questo luogo, sappiate che è possibile visitarlo solo su prenotazione. Per informazioni potete consultare il sito Mechitar.

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Profanata, bombardata, ricostruita, abbandonata: il caso emblematico della chiesa armena di Raqqa (Agenzia Fides 18.02.22)

Raqqa (Agenzia Fides) – A quasi 5 anni dalla cacciata delle milizie jihadiste da Raqqa, la chiesa dei Martiri, che era stata ridotta in macerie, si staglia di nuovo nel centro città in tutto il suo splendore. È stata per lungo tempo in mano ai miliziani dello Stato islamico, che la trasformarono in tribunale, e anche da lì dettavano legge e imponevano la loro “giustizia” jihadista. Poi è stata devastata dai bombardamenti a guida occidentale, che hanno raso al suolo buona parte del centro urbano, quando si doveva espugnare quella che era stata per anni la capitale-roccaforte siriana del Califfato nero. Negli ultimi anni è stata ricostruita come nuova da un singolare movimento para-militare, i Free Burma Rangers, formatosi nei conflitti tra milizie etniche e esercito birmano, per iniziativa di un pastore evangelico statunitense. Ma i pochi cristiani autoctoni che vivono ancora in città non la frequentano, non vi si celebrano messe, e a utilizzarla di tanto in tanto sono gruppi cristiani evangelici di formazione recente.
La sequenza di cose avvenute negli ultimi anni dentro e intorno a quella chiesa, un tempo officiata da sacerdoti della Arcidiocesi armeno-cattolica di Aleppo, rende quel luogo di culto una specie di emblema delle pressioni, degli interessi contrastanti e dei fattori enigmatici che condizionano la presenza dei cristiani in Siria e in altri scenari mediorientali. «In quella vicenda c’è qualcosa di strano, non si capisce cosa c’è dietro», confida all’Agenzia Fides Boutros Marayati, Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo -.
Quella dedicata ai martiri era e rimane la chiesa più importante e visibile di Raqqa. Prima della guerra, era un punto di riferimento per le più di 150 famiglie cristiane della città, che contava anche due altri luoghi di culto appartenenti alla Chiesa armena apostolica e alla Chiesa cattolica greco-melchita. Nel 2014, quando la città viene conquistata dai miliziani del sedicente Stato Islamico (Daesh), i jihadisti si impossessano della chiesa e degli edifici di servizio, ponendovi la sede del tribunale islamico. Nel 2017, anche la chiesa dei Martiri viene sventrata dai bombardamenti a tappeto messi in atto dalla coalizione anti-Daesh per piegare la resistenza delle milizie jihadiste. A liberare la città sono le Forze Democratiche Siriane (SDF, coalizione di milizie a prevalenza curda) appoggiate e armate dagli Stati Uniti. Da allora, tutta la Siria nord-orientale – area che comprende anche Raqqa – diventa terra contesa e instabile in cui si confrontano e scontrano i progetti autonomisti curdi, le rivendicazioni del potere di Damasco, le perduranti sacche di resistenza jihadista, le incursioni e occupazioni turche in chiave anti-curda. A Raqqa il potere va nelle mani di un Consiglio civile dominato da forze curde e protetto militarmente dagli USA, che anche grazie al sostegno logistico, militare e finanziario statunitense inizia a ricostruire la città distrutta. Tra le prime opere messe in cantiere c’è la ricostruzione della distrutta chiesa dei Martiri, anche con lo scopo dichiarato di manifestare la sollecita vicinanza del nuovo potere nei confronti dei cristiani, perseguitati e maltrattati sotto il regime jihadista dello Stato Islamico. A farsi carico della ricostruzione del luogo di culto armeno cattolico si fanno avanti i Free Burma Rangers, singolare organizzazione non governativa comparsa alla fine degli anni Novanta in Myanmar, come elemento di supporto ai gruppi di resistenza dell’etnia Karen contro le offensive dell’esercito birmano. Le attività dei Rangers sono ispirate dal loro fondatore, il pastore evangelico statunitense Dave Eubank, educato al Fuller Theological Seminary (considerato tra i più influenti istituti di formazione evangelici) e nel contempo ex Ufficiale delle forze speciali dell’esercito USA. Dopo aver trascorso diversi anni come missionario in Birmania, Eubank aveva avuto l’intuizione di sfruttare il suo mix di competenze militari e forti motivazioni idealiste per dar vita a un nuovo modello di intervento sugli scenari di conflitto. I Free Burma Rangers da lui istituiti operano sui fronti aperti di guerra come gruppi ausiliari di supporto umanitario, sanitario e mediatico a guerriglie, milizie e eserciti impegnati in battaglie contro forze e apparati identificati come incarnazioni dell’oppressione, del sopruso e della violenza.
Dopo il coinvolgimento sui fronti di scontro in Myanmar, le squadre dei Burma Rangers hanno operato anche a fianco dell’esercito iracheno nella battaglia per liberare Mosul dai miliziani di Daesh. Poi, a Raqqa, hanno offerto i loro servizi alle milizie curde che con l’appoggio USA hanno liberato la città dai jihadisti, con la cosiddetta “guerra di annichilimento”. I Rangers non partecipano direttamente alle offensive militari, ma per garantirsi l’auto-difesa si muovono armati sui fronti di guerra, perché – ha spiegato il fondatore in un’intervista – «non siamo dei pacifisti».
In Siria, dopo il 2017, l’impegno dei Burma Rangers si è concentrato anche verso i simboli della presenza cristiana, sfigurati negli anni di guerra. In coordinamento con il locale Consiglio civile, a guida curda, le squadre di Burma Rangers avviano a Raqqa il progetto di ricostruire la chiesa dei Martiri. Prima di avviare il cantiere, chiedono all’Arcidiocesi armeno-cattolica di Aleppo di poter avere le piante del luogo di culto, per poterlo ricostruire secondo il disegno e le planimetrie originali. Ma le richiesta cade di fatto nel vuoto. La chiesa viene ricostruita senza che dalla Chiesa armeno-cattolica giunga alcun segnale di consenso o di apprezzamento per l’iniziativa. I lavori procedono con lentezza anche a causa della pandemia, ma a novembre 2021 la chiesa appare pronta. All’esterno si distinguono rifiniture e dettagli più curati rispetto a quelli della chiesa di prima, ma non vengono ricostruite la casa del parroco e la scuola, i cui resti vengono demoliti e rimossi lasciando un ampio spazio vuoto. All’interno, non c’è l’altare, ma un ambone per la predicazione, in accordo con il modello prevalente nei luoghi di culto delle comunità evangeliche. Dopo l’inaugurazione, le poche decine di cristiani presenti a Raqqa vengono invitati a recarsi nella chiesa ricostruita. Ma il luogo di culto rimane vuoto anche nei giorni di Natale. Nessuna messa, nessun prete per celebrare e confessare. «Dicono che è la nostra chiesa, che l’hanno ricostruita per i cristiani di Raqqa» confida l’Arcivescovo Marayati «ma noi non ne sappiamo niente. L’iniziativa punta a lanciare un messaggio: ricostruiamo chiese, e difendiamo i cristiani. Ma noi non c’entriamo con operazioni di questo tipo». Il luogo di culto viene frequentato episodicamente solo da appartenenti a comunità evangeliche di recente formazione, che accolgono anche curdi convertiti dall’islam. Mentre tanti cristiani originari di Raqqa, fuggiti in Libano, in Turchia o in Occidente, hanno già deciso di non tornare più.
Nel caos politico lasciato in eredità dalla guerra, soprattutto nel nord-est siriano, anche la “protezione dei cristiani” diventa terreno di contesa e argomento di propaganda. Si presenta come protettore dei cristiani il sistema che fa capo al Presidente Bashar al Assad. Mentre i curdi indipendentisti che controllano buona parte della Siria del Nord-Est con l’appoggio USA puntano a accreditare quella regione come modello e prototipo di una Siria democratica, pluralista, tollerante e multietnica. Il loro antagonismo rispetto al regime di Damasco rende complicato l’invio di sacerdoti e religiosi nelle zone da loro controllate. Così, le comunità delle Chiese autoctone si assottigliano e si disperdono in diaspora ogni giorno di più, mentre sembrano aprirsi nuovi spazi per l’attivismo di gruppi evangelici e pentecostali, anche grazie a sponde e sostegni espliciti garantiti da forze politiche e militari operanti sul campo, come la dirigenza politico-militare dei curdi e la perdurante presenza militare USA schierata in loro appoggio sul territorio siriano.
Le squadre addestrate da Eubank e dai suoi collaboratori attribuiscono grande importanza alla registrazione e al rilancio mediatico delle loro imprese. Il film Rambo 4, quarta pellicola della saga del soldato-eroe interpretato da Sylvester Stallone, rappresentava i militari birmani nella parte degli “oppressori malvagi”. E gli spunti per la trama e la sceneggiatura del film furono tratti in gran parte dai report e dai filmati realizzati sul campo dalle squadre dei Free Burma Rangers.
Alcuni risvolti dell’operazione di ricostruzione della chiesa di Raqqa si possono avvertire meglio se si tiene conto del pensiero che guida il fondatore e la dirigenza dei Burma Rangers, spingendoli a giustificare con motivazioni religiose la loro azione sui fronti di guerra. «Una volta» ha raccontato lo stesso David Eubank in una intervista dell’ottobre 2020 «una tribù del Myanmar chiamata Wa venne in Thailandia a chiedere aiuto. Incontrarono i miei genitori, che erano missionari lì, e videro una mia foto con il mio berretto verde. Dissero: “Siamo guerrieri; se lui è un guerriero, e sta seguendo Gesù, per favore, mandatelo da noi…».
(GV) (Agenzia Fides 18/2/2022).

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Nagorno Karabakh, il patrimonio cristiano ancora a rischio? (AciStampa 17.02.22)

Nell’ultimo atto di quella che sembra una guerra combattuta prima di tutto sul piano culturale, Anar Karimov, ministro della Cultura dell’Azerbaijan, ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro per le aree riconquistate del Nagorno-Karabakh per “rimuovere le tracce fittizie di armeni su siti religiosi albaniani”. Dichiarazione che rilanciano la preoccupazione degli armeni per il patrimonio cristiano in Artsakh, il nome storico armeno del Nagorno Karabakh.

Per comprendere le dichiarazioni del ministro della cultura si deve fare un passo indietro. Il territorio del Nagorno Karabakh era stato assegnato all’Azerbaijan dall’Unione Sovietica, e si era poi proclamato indipendente al momento della dissoluzione dell’URSS, proclamando la sua identità armena. Nel corso del secolo scorso, è stata più volte denunciata la sistematica distruzione di patrimonio cristiano storico nel territorio, definito da alcuni studiosi come un genocidio culturale, come è stata denunciata anche la volontà azera di riscrivere la storia etnica del territorio esaltandone le radici albaniano-caucasiche.

Da parte azera, si lamenta invece che l’Armenia reclami una presenza che è solo successiva alla presenza degli albaniani, e viene denunciata la distruzione di moschee durante il periodo in cui il Nagorno Karabakh aveva mantenuto una autonomia, sebbene mai riconosciuto come Stato nemmeno dall’Armenia.

L’ultimo conflitto tra Azerbaijan e Armenia si è concluso con un doloroso accordo che ha portato la perdita di diversi territori da parte dell’amministrazione armena, dove tra l’altro c’erano storici monasteri la cui integrità è sorvegliata dalle truppe di pace russe. Gli azeri da una parte sottolineano di voler tutelare i cittadini armeni nel loro territorio, ma dall’altro alcuni gesti, come la visita del presidente Alyeev alla bombardata cattedrale di Shushi, avevano comunque suscitato preoccupazione.

Lo scorso 14 dicembre, la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato all’Azerbaijan di prevenire e punire atti di vandalismo e profanazione contro l’eredità culturale armena in Nagorno Karabakh. Come potranno essere considerate, dunque, le ultime dichiarazioni del Ministro della Cultura azero?

Il gruppo di lavoro annunciato da Karimov dovrebbe prima esaminare i siti, e poi discutere se e cosa eventualmente rimuovere. Non si sa chi comporrà il gruppo, se non che saranno “esperti locali e internazionali”.

Le affermazioni di Karimov si riferiscono alla teoria secondo cui le antiche strutture nell’area dell’Azerbaigian e del Nagorno-Karabakh sono l’eredità dell’Albania caucasica, un antico regno che esisteva sul territorio dell’attuale Azerbaigian fino all’inizio del IX secolo. Secondo questa teoria, sviluppata dallo storico azerbaigiano Ziya Buniyatov negli anni ’50, le iscrizioni armene sulle chiese in Azerbaigian sono aggiunte successive e il risultato dell'”armenizzazione” sulla scia dell’emigrazione armena nell’area dell’inizio del XIX secolo. Questa teoria è respinta dalla maggior parte degli storici, ma propagata dagli storici nazionalisti azerbaigiani e dall’attuale governo azerbaigiano.
Durante una visita alla città di Hadrut nel Nagorno-Karabakh nel marzo 2021, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha dichiarato che gli armeni volevano armenizzare le chiese con le loro iscrizioni.

Riferendosi a una chiesa armena del XII secolo ad Hadrut, ha definito come “false” tutte le iscrizioni che si trovavano lì. Mentre Karimov ha affermato persino che il monastero armeno medievale di Dadivank è una delle “migliori testimonianze dell’antica civiltà albanese caucasica”.

Nel maggio 2021 le autorità azere hanno anche iniziato a ristrutturare la cattedrale di Shushi del XIX secolo, che era stata danneggiata durante la guerra, per riportarla alla sua presunta “forma originale”, vale a dire senza la cupola: secondo gli azeri, questa sarebbe stata aggiunta solo negli Anni Novanta, ma ci sono testimonianze che la cupola era in realtà presente prima del periodo sovietico.
La Chiesa apostolica armena ha condannato le azioni dell’Azerbaigian come un “atto antiumano e anti-civiltà”. Ha anche lamentato la continua “ostilità e odio” nei confronti dell’Armenia, del Nagorno-Karabakh e del popolo armeno, sottolineando che “l’identità armena dei santuari cristiani del Nagorno Karabakh è stata scientificamente provata”.

Più e più volte, il Catholicos Karekin II, capo della Chiesa apostolica armena, ha invitato la comunità internazionale ad agire. La parte armena fa sempre riferimento all’enclave azerbaigiana di Nakhichevan, dove negli ultimi anni migliaia di siti storici cristiani sono stati rasi al suolo. .
L’esperta dell’Armenia di Salisburgo Jasmin Dum-Tragut, che ora ha una posizione di consulente ufficiale presso la sede del Catholicossato a Etchmiadzin, ha avvertito più di un anno fa in un’intervista a Kathpress che l’Azerbaigian aveva iniziato da tempo a riscrivere i contenuti sul cristianesimo in Karabakh su Internet. Così “cristiani armeni” diventerebbero “albanesi caucasici”. I libri di scuola azerbaigiani forniscono anche informazioni errate o del tutto assenti sui cristiani in Azerbaigian e nel Karabakh. Ci sono anche esempi in cui l’Armenia viene chiamata “Azerbaigian occidentale”.

Ma le preoccupazioni internazionali hanno visto il ministero della Cultura azero rispondere con una stigmatizzazione delle notizie di “mass media stranieri di parte”, sottolineando che l’Azerbaijan ha sempre “trattato il suo patrimonio storico e culturale con rispetto, indipendentemente dalla sua origine religiosa ed etnica”.

Il Nagorno Karabakh fu cristianizzato nel IV secolo ed ebbe un ruolo importante nell’autonomia culturale degli armeni tra il X e il XIX secolo. Un catholicossato indipendente armeno fu fondato nella regione fu fondato già nel V secolo.

Prima della Prima Guerra Mondiale, il Karabakh, annesso all’impero zarista russo, aveva 222 chiese e monasteri. Con l’indottrinamento sovietico e ateo e la soppressione stalinista della cultura nazionale, la Chiesa armena perì nel 1930 e si risvegliò solo nel corso della prima guerra del Karabakh e della dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Nel 1991, la Repubblica Autonoma dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) popolata da armeni all’interno dell’Azerbaigian si è dichiarata indipendente. La prima guerra del Karabakh che seguì durò fino al 1994 e si concluse con un cessate il fuoco. Le milizie dell’Artsakh riuscirono a preservare la maggior parte della piccola repubblica con la storica capitale Stepanakert e, in collaborazione con l’esercito armeno, presero anche il controllo di sette province azere tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia, assicurando così il collegamento tra l’Artsakh e l’Armenia Repubblica.

Al 10 novembre 2020, la diocesi del Karabakh ha mantenuto più di 30 chiese e monasteri “funzionanti”. L’Ufficio dei monumenti della Repubblica del Karabakh ha elencato un totale di 4.403 monumenti culturali cristiani per la regione: da siti archeologici preistorici e antichi a chiese medievali, monasteri e fortezze a palazzi principeschi, innumerevoli croci di pietra e lapidi riccamente decorate.

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Armenia-Azerbaigian: per una narrazione lineare (Gente e Territorio 17.02.22)

Spett. redazione, abbiamo avuto modo di leggere lo scambio di interventi degli ultimi giorni riguardo la contrapposizione tra armeni e azeri.

Avendo i nostri canali di comunicazione denunciato le improvvide esternazioni della senatrice Papatheu che, senza alcuna cognizione di fatto, aveva lanciato un “appello a tutti i parlamentari italiani ed europei contro le provocazioni armene”, ci sentiamo in qualche modo parte in causa nella diatriba e ci permettiamo alcune considerazioni.

La senatrice in questione, nel suo slancio di simpatia per l’Azerbaigian – Paese che “Reporter senza frontiere” colloca al 168° posto su 180 nazioni per la libertà di informazione nel mondo (come dire che Aliyev sta giusto qualche gradino sopra il nordcoreano Kim Jong-un…) – aveva etichettato come “provocazioni armene” gli scontri tra reparti dei due eserciti. Senza alcuna verifica documentale, semplicemente rilanciando la tesi ufficiale del governo azero, trascurando la circostanza che gli scontri erano avvenuti alcuni chilometri dentro il territorio della repubblica di Armenia.

Non comprendiamo quindi per quale motivo il prof. Pommier Vincelli si sia sentito in dovere di giustificare la posizione della senatrice (“ella appartiene a un organismo parlamentare che ha nella sua mission contribuire a disinnescare le crisi internazionali”) il cui ruolo di parlamentare della repubblica italiana dovrebbe indurre piuttosto alla massima cautela quando si parla di relazioni estere.

Quanto alle sue valutazioni sulla storia del Caucaso meridionale ci sia concesso di suggerire la necessità di una narrazione che deve seguire sempre un ragionamento lineare evitando citazioni e omissioni dei fatti a seconda di una propria convenienza interpretativa.

Il dibattito storico è sempre utile e opportuno, ciascuno difendendo le proprie posizioni e i propri interessi in un chiaro posizionamento di campo; sicché davvero stona, in questa discussione,quella patente di aurea imparzialità (“il mio lavoro cerca di basarsi sulle evidenze scientifiche e non sul sostegno di una parte contro l’altra”) che il prof. Pommier Vincelli si autoriconosce e che cozza con il suo evidente sostegno alla causa dell’Azerbaigian e con certe affermazioni come quella sul genocidio degli armeni (“sofferenze del 1915”) che possono essere interpretate come un’offesa a un popolo che ha conosciuto pagine drammatiche della propria storia e che non merita, un secolo dopo, simili parole negazioniste.

La storia delle relazioni fra armeni e azeri nel Caucaso è molto complicata, sicuramente non può essere analizzata a senso unico. L’importante è farlo con obiettività e senza alcun recondito interesse che non sia il puro amore per la verità.

Consilgio per la comunità armena di Roma

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La Chiesa di Nardò-Gallipoli in festa per San Gregorio Armeno. Mons. Pezzuto in cattedrale (Portalecce 17.02.22)

Quest’anno sarà l’arcivescovo Luigi Pezzuto, già nunzio apostolico in Bosnia ed Erzegovina e Montenegro a presiedere la concelebrazione eucaristica nella solennità di San Gregorio Armeno, patrono della diocesi di Nardò-Gallipoli.

 

 

 

Ad accoglierlo nella basilica cattedrale di Nardò, sabato 19 febbraio alle 18,30, giorno della solennità diocesana, sarà il vescovo Fernando Filograna che concelebrerà con lui insieme con il presbiterio diocesano. La messa verrà trasmessa in diretta sul canale 601 del digitale terrestre e sul canale Youtube della diocesi neretina.

La comunità di Nardò si sta preparando con un solenne settenario ogni sera in cattedrale. Domenica 20 febbraio alle 17,15 – in memoria del terremoto del 20 febbraio 1743, quando la statua posta in Piazza Salandra resistette alle forti scosse e salvò la città dalla distruzione – la cerimonia dei 100 tocchi, quest’anno sostituita con uno spettacolo pirotecnico di cento colpi secchi

Nardò è l’unica città italiana che ha scelto San Gregorio Armeno come protettore principale

Le reliquie del santo vennero portate inizialmente nel villaggio armeno di Tharotan, ma in seguito si sparsero in varie località, la sua mano destra si troverebbe a Etchmiadzin e con essa viene benedetto ogni nuovo Katholikos, quella sinistra a Sis. Il cranio si trova a Napoli nella chiesa di San Gregorio Armeno, trasportato da Costantinopoli per sottrarlo alla furia iconoclasta. Nella cattedrale di Nardò è custodito un pregevole busto argenteo, di fattura napoletana e un’insigne reliquia dell’avambraccio del santo, donata dall’allora arcivescovo di Napoli Card. Corrado Ursi, già vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli dopo che la reliquia, con il suo contenitore, fu trafugata la notte del 5 marzo 1975, dalla chiesa di San Domenico dove era temporaneamente custodita a causa dei lavori di restauro della cattedrale.

 

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