“Chant from a Holy Book”, il video che celebra la nascita del filosofo armeno George Gurdjieff (Ilgiornaledibarda.it 10.01.21)

FORNACI  – Con il prossimo 2022 ci apprestiamo a vivere il 150° anniversario dalla nascita del filosofo, scrittore, mistico e musicista greco-armeno George Ivanovitch Gurdjieff (Gyumri, 14 gennaio 1872 – Neuilly-sur-Seine, 29 ottobre 1949)… anche se forse sarebbe meglio dire “uno” dei tanti anniversari visto il mistero legato proprio alla imprecisata data della sua nascita, che oscilla fra il 1866 e 1877.

Grazie alla recente pubblicazione del Cofanetto “The Fourth Way Piano Music”, un doppio CD edito da Da-Vinci Classics con la prefazione di Giovanni Maria Quinti ed il pianoforte di Massimo Salotti, la musica del maestro rivivrà grazie al progetto “Prayers2022”, un viaggio fra colori, danze e sacri contrappunti.

Proprio in occasione del compleanno del maestro, il prossimo 14 gennaio sarà pubblicato con una première mondiale sulla piattaforma Youtube il video “Chant from a Holy book”.

Il video darà il via al lungo viaggio di PRAYERS2022, un progetto musicale ideato dall’eclettico artista fornacino Massimo Salotti (pianista, compositore e pittore), che porterà la musica di Gurdjieff in tutto il mondo.

 L’esclusività del video però non riguarda solamente l’omaggio al maestro, ma anche il luogo e lo strumento utilizzato per la stessa esecuzione: il video infatti, realizzato dai barghigiani Stefano Cosimini e Simone Gonnelli della “Neon”, casa di produzione indipendente attiva nel settore della cultura, è stato girato interamente presso la splendida cornice di Villa Ginori.

La proprietà (ai quali vanno i nostri più sentiti ringraziamenti) ha infatti messo a disposizione lo storico salone della Villa, con il pianoforte e il suo magnifico giardino: un angolo di paradiso sul Lago di Massaciuccoli, che ha ospitato nel secolo scorso artisti, pittori, scrittori e musicisti. Uno fra tutti il celebre Maestro Giacomo Puccini, che al Marchese Carlo Benedetto Ginori Lisci e a sua moglie, dedicò l’opera La Bohème, lavoro musicale che scrisse proprio suonando questo pianoforte.

Sarà dunque l’occasione per vedere ed ammirare uno degli spazi più evocativi della nostra Italia, orgoglio del Comune di Massarosa e, soprattutto, ammirare lo strumento che fu compagno del giovane Giacomo Puccini, fra “sogni e chimere” di quei magici anni che segnarono i successi della sua vita.

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Trent’anni fa nasceva la Repubblica armena cristiana di Artsakh. In Azerbajgian – “Paese della tolleranza” – vengono strappati i simboli religiosi cristiani e torturati i militari nemici (Korazym 09.01.22)

Il Difensore dei diritti umani dell’Armenia, Arman Tatoyan, ha pubblicato una nota sulla sua pagina Facebook [QUI], che fa seguito al Rapporto pubblico congiunto ad hoc dei Difensori dei diritti umani dell’Armenia e dell’Artsakh, “Fatti sulla costruzione fittizia della pace azerbajgiana e sull’assenza di un dialogo onesto come minacce ai diritti umani: piattaforme Baku-Tbilisi nel 2016 e 2017. Yerevan-Stepanakert, gennaio 2022”, pubblicato nei giorni scorsi [QUI].

Le Croci dei prigionieri di guerra armeni in Azerbajgian

Ancora una volta viene denunciato il comportamento dell’Azerbajgian nei confronti dei prigionieri di guerra armeni che a oltre un anno dalla fine del conflitto sono illegalmente trattenuti nelle prigioni azere. Tatoyan specifica che tutto quanto riportato è documentato da valide prove che sono nella disponibilità dell’Ufficio del Difensore dei diritti umani dell’Armenia e a disposizione delle autorità internazionali.

Per quanto il contenzioso tra Armenia e Azerbajgian sull’Artsakh/Nagorno-Karabakh non abbia mai assunto i connotati di una guerra di religione, giungono preoccupanti segnali sul trattamento degli Armeni detenuti. Tatoyan scrive nel suo post: “Ad esempio, c’è un caso noto in cui i militari azeri hanno chiesto a un soldato armeno di rinunciare al cristianesimo e di convertirsi all’Islam, cioè di cambiare la sua fede. Dopo che il soldato armeno si è rifiutato di obbedire, le sue gambe sono state bruciate e è duramente picchiate e umiliate. Non abbiamo registrato nulla di simile prima. In un altro caso, gli Azeri hanno bruciato con un accendino una parte del corpo di un soldato catturato, sul quale hanno notato un tatuaggio a forma di croce e lo hanno picchiato duramente. A tutti coloro che avevano una croce con loro, questi simboli religiosi sono stati portati via o distrutti. Quando i nostri prigionieri hanno chiesto la restituzione delle croci, sono stati duramente picchiati e ridicolizzati, deridendo la religione. Questi casi sono una diretta conseguenza della politica di armenofobia e dell’ostilità delle autorità azere nei confronti degli armeni”.

Durante la guerra del 2020 non erano mancati episodi di vandalismo religioso contro le chiese e i monumenti cristiani armeni, di cui abbiamo riferito, per esempio: Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021. La politica armenofoba del regime azero è proseguita nei territori occupati anche dopo la fine del conflitto, di cui abbiamo riferito, per esempio: Dalla Montagna del Giardino Nero. Cronaca di un anno orribile per gli armeni cristiani della Repubblica di Artsakh – 30 dicembre 2020.

Il Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan insieme ad alti funzionari e rappresentanti del più alto comando dell’Esercito di Difesa ha partecipato alla Santa Liturgia presieduta dal Primate della Diocesi di Artsakh, Sua Grazia il Vescovo Vrtanes Abrahamyan, celebrata nel Monastero di Gandzasar in occasione del Natale e dell’Epifania.

Trent’anni fa nasceva la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh

Trent’anni fa, a seguito del referendum del 10 dicembre 1991 e delle elezioni tenutesi il 28 dicembre 1991, si costituiva l’organo legislativo della neonata Repubblica del Nagorno-Karabakh. Il Consiglio Supremo nella sua prima seduta del 6 gennaio 1992 adottò la Dichiarazione dell’Indipendenza della Repubblica del Nagorno Karabakh, procedendo dal diritto inalienabile del popolo all’autodeterminazione, facendo affidamento sul libero arbitrio del popolo della Repubblica del Nagorno Karabakh. L’Azerbajgian ha risposto alla dichiarazione di indipendenza con tre guerre.

La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è uno Stato de facto a riconoscimento limitato, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbajgian. Come previsto dal referendum costituzionale del 20 febbraio 2017 il Paese mantiene ufficiali entrambi i toponimi. Situato nel Caucaso meridionale, nella regione del Nagorno Karabakh (anche “Alto Karabakh” o “Karabakh Montuoso”), aveva i precedenti confini territoriali (a ovest con l’Armenia, a sud con l’Iran, a nord e ad est con l’Azerbajgian) determinati al termine del conflitto scoppiato nel gennaio del 1992, dopo l’avvenuta proclamazione di indipendenza. Tali confini corrispondevano, grosso modo, a quelli dell’antica regione armena di Artsakh. Alcune porzioni del territorio (parte della regione di Shahoumyan e i bordi orientali delle regioni di Martouni e Martakert) erano rimasti comunque sotto controllo azero pur essendo rivendicate dagli Armeni come parte integrante del loro Stato. A seguito della Guerra del Nagorno Karabakh del 2020, buona parte del territorio della Repubblica di Artsakh è finito sotto controllo dell’Azerbajgian sia per le conquiste militari nel corso del conflitto sia per quanto stabilito dall’Accordo di cessate il fuoco nella guerra del Nagorno-Karabakh del 2020. Di fatto, la Repubblica di Artsakh è interamente circondata dall’Azerbajgian, eccezione fatta per lo stretto collegamento garantito dal Corridoio di Lacın, che la unisce all’Armenia e che si trova sotto controllo e vigilanza della forza russa per il mantenimento della pace [Artsakh/Nagorno-Karabakh, 27 settembre 2020-27 settembre 2021. Il Male, un anno fa – 27 settembre 2021 e La guerra scatenata dall’Azerbajgian (con il sostegno determinante della Turchia) contro la Repubblica di Artsakh non va dimenticata – 24 settembre 2021].

Il Presidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh, Artur Tovmasyan in un messaggio di congratulazioni in occasione del 30° anniversario del Consiglio Supremo della Repubblica del Nagorno-Karabakh, ha dichiarato: «Oggi l’Artsakh, sebbene rimpicciolito, ha una statualità, e la sua indipendenza è indiscutibile. Accanto alla soluzione finale del conflitto c’è la questione del riconoscimento internazionale della Repubblica di Artsakh e dei suoi confini, ed è fissata incondizionatamente. L’esistenza e la salvezza del popolo armeno che ha lottato nel crocevia della storia è sempre stata condizionata dall’unità e dall’unanimità degli Armeni. Con il nostro stile di vita e fiducia, dobbiamo difendere la nostra Patria e lottare per la protezione dei nostri diritti. La nostra volontà e i nostri obiettivi sono irremovibili, non sono soggetti a compromessi. Invitiamo tutti gli Armeni all’unità, alla comprensione reciproca e alla tolleranza».

La dichiarazione della indipendenza della Repubblica del Nagorno-Karabakh, 6 gennaio 1992
(Traduzione italiana a cura dell’Iniziativa italiana per l’Artsakh)

In virtù del diritto all’autodeterminazione dei popoli, così come la volontà del popolo del Nagorno-Karabakh si è espressa nel referendum della Repubblica il 10 dicembre 1991;
– comprendendo le responsabilità per il destino della storica patria;
– confermando l’adesione ai principi del 2 settembre 1991 della Dichiarazione sulla proclamazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh;
– ricercando la normalizzazione delle relazioni tra i popoli armeno e azero;
– disposti a proteggere la popolazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh dalle aggressioni e minacce di sterminio fisico;
– sviluppando l’esperienza dell’autogoverno popolare nel Nagorno-Karabakh nel 1918-1920;
– esprimendo la volontà di stabilire relazioni uguali e reciprocamente vantaggiose con tutti gli stati e membri dell’Unione;
– rispettando e seguendo i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, del documento finale della riunione di Vienna tra la Conferenza europea sulla sicurezza e la cooperazione stati membri, e le altre norme universalmente riconosciute del diritto internazionale.
Il Soviet Supremo della Repubblica del Nagorno-Karabakh:
Sancisce l’indipendenza della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh è uno Stato indipendente. Essa ha la sua propria bandiera nazionale, emblema e l’inno. La Costituzione e le leggi Repubblica del Nagorno-Karabakh, nonché gli atti internazionali e legali che regolano il rispetto dei diritti umani e delle libertà sono in vigore nel territorio della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
Tutto il potere nella Repubblica del Nagorno-Karabakh appartiene al popolo della Repubblica del Nagorno-Karabakh, che realizza il suo potere e volontà mediante referendum nazionale o tramite organismi rappresentativi.
Tutti gli abitanti del Nagorno-Karabakh sono cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh permette la doppia cittadinanza.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh protegge i suoi cittadini.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh garantisce i diritti e le libertà di tutti i suoi cittadini indipendentemente dalla loro nazionalità, razza e credo.
Forze armate, forze dell’ordine e organi di sicurezza dello Stato sono stabiliti nella Repubblica del Nagorno-Karabakh subordinati alle autorità suprema per garantire la tutela dei suoi cittadini e la sicurezza della popolazione. I cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh devono servire nelle forze armate sul territorio della Repubblica del Nagorno-Karabakh. Il servizio militare dei cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh in altri Stati, come pure la presenza di forze armate straniere nel territorio della Repubblica del Nagorno-Karabakh sono realizzati sulla base di accordi interstatali
Come soggetto di diritto internazionale, la Repubblica del Nagorno-Karabakh conduce una politica estera indipendente, stabilisce rapporti diretti con altri Stati, e partecipa alle attività delle organizzazioni internazionali.
Il terreno, la profondità, lo spazio aereo, le ricchezze naturali, materiali e spirituali della Repubblica del Nagorno-Karabakh sono di proprietà del suo popolo. Le leggi della Repubblica del Nagorno-Karabakh regolano il loro utilizzo e la proprietà.
L’economia della Repubblica del Nagorno-Karabakh si basa sul principio della parità di tutte le forme di proprietà. Essa garantisce pari opportunità di piena e libera partecipazione alla vita economica di tutti i cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh riconosce la priorità dei diritti umani, garantisce la libertà di parola, di coscienza, l’attività politica e sociale e tutti gli altri diritti universalmente riconosciuti e le libertà civili. Le minoranze nazionali sono sotto la protezione dello Stato. La struttura statale della Repubblica del Nagorno-Karabakh assicura per le minoranze nazionali la possibilità di una vera e propria partecipazione alla vita politica, economica e spirituale della Repubblica. La legge persegue qualsiasi discriminazione nazionale.
Il linguaggio di stato della Repubblica del Nagorno-Karabakh è l’armeno. La Repubblica del Nagorno Karabakh riconosce il diritto delle minoranze nazionali all’utilizzo, senza alcuna limitazione, della loro lingua madre in campo economico, culturale ed educativo.
Questa Dichiarazione e la Dichiarazione generale sui diritti umani forma la base della Costituzione e della legislazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh.

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La schizofrenia geopolitica di Erdogan (Tempi.it 08.01.22)

Che a causa della crisi economica e finanziaria che infuria in Turchia le cose per Erdogan si siano messe male per quanto riguarda il consenso interno e le possibilità di restare in sella dopo il 2023, si capisce da una cosa: i suoi frenetici e apparentemente schizofrenici tentativi di riallacciare i rapporti con gli stati vicini coi quali è entrato in conflitto e di avviare una fase di distensione regionale.

Una Turchia senza lira

Negli ultimi due mesi il presidente turco ha offerto il ramo d’ulivo ad Armenia, Egitto, Emirati Arabi Uniti (Eau), Israele e Libia di Haftar, paesi e forze con le quali Ankara è entrata in rotta di collisione in forza della politica neo-ottomana dei governi dell’Akp e del suo presidente. Fino ad oggi solo l’Armenia e in parte gli Emirati hanno risposto positivamente alle profferte del rais.

La situazione economico-finanziaria della Turchia si fa più critica mese dopo mese. Il miracolo economico delle politiche espansive di Erdogan iniziate nel 2002 quando il pil pro capite era di soli 3.688 dollari, è finito nel 2013 quando lo stesso ha toccato i 12.614 dollari; dopo di allora la flessione è stata costante fino a scendere a 8.538 dollari all’inizio del 2021. Nel frattempo l’inflazione si è impennata toccando alla fine del dicembre 2021 il livello più alto da quando l’Akp è salito al potere nel 2002: 36 per cento. Secondo analisti della banca HSBC arriverà al 42 per cento fra aprile e maggio. Nel solo 2021 la lira turca ha perso il 45 per cento del suo valore rispetto al dollaro.

L’accorato appello agli Emirati

In politica estera Erdogan ha lanciato il suo appello più accorato il 29 novembre scorso, cinque giorni dopo la visita del principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed ad Ankara che aveva segnalato la ripresa di relazioni costruttive fra Eau e Turchia: in quell’occasione erano stati annunciati impegni di investimento per 10 miliardi di dollari, in parte già realizzati attraverso l’acquisizione della compagnia turca di servizi finanziari e di home banking Payguru da parte dell’emiratina Tpay. Sull’onda del riavvicinamento con gli Emirati, che in Libia e nel Corno d’Africa competono con la Turchia per l’egemonia regionale, Erdogan ha dichiarato che le relazioni sarebbero state normalizzate anche con Israele e l’Egitto, e si sarebbe tornati allo scambio di ambasciatori.

Il Cairo e Ankara infatti non hanno più relazioni diplomatiche dal 2013, da quando cioè il presidente Mohamed Morsi, espressione della Fratellanza Musulmana, è stato deposto e imprigionato a seguito del golpe militare che ha portato al potere il colonnello Abdel Fattah al-Sisi: da quel momento la Turchia ha ritirato il suo ambasciatore e i Fratelli Musulmani hanno trovato rifugio sul Bosforo. Tuttavia nel 2021, dopo che il Cairo ha stretto rapporti politici e militari più intensi con la Grecia e con Cipro, Ankara ha preso a corteggiare il governo di al-Sisi, che ha accettato di ospitare colloqui per la normalizzazione dei rapporti ai quali ha partecipato il ministro degli Esteri turco Cavosoglu fra agosto e settembre. In dicembre l’Egitto ha partecipato con il suo viceministro degli Esteri per gli affari africani al terzo summit del Partenariato Turchia-Africa, al quale hanno preso parte i capi di Stato di 16 paesi africani riuniti a Istanbul.

Alla “conquista” degli armeni

Le relazioni diplomatiche fra Gerusalemme e Ankara invece sono interrotte dal maggio 2018, data in cui le proteste palestinesi contro l’insediamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme si erano concluse con morti e feriti dopo lanci di razzi da Gaza e bombardamenti israeliani. In un crescendo di accuse e ritorsioni, gli ambasciatori erano stati ritirati. Nel dicembre 2020 la Turchia ha nominato un nuovo ambasciatore in Israele, che però non si è mai insediato anche perché durante la crisi israelo-palestinese della primavera 2021 Ankara non ha fatto mancare il suo sostegno retorico ai palestinesi, chiedendo che Israele fosse incriminato presso la Corte penale internazionale per i bombardamenti su Gaza. Invece poco dopo l’elezione del nuovo presidente israeliano Isaac Herzog, avvenuta in giugno, Erdogan ha chiesto e ottenuto una telefonata di 14 minuti col nuovo capo di Stato il 13 luglio scorso.

Il paese con cui apparentemente la Turchia ha fatto più progressi è l’Armenia, con la quale le relazioni diplomatiche sono interrotte e i confini di terra sono sigillati dal 1993, data della guerra del Nagorno Karabakh che si concluse con il controllo armeno sul territorio conteso con l’Azerbaigian. Dopo gli scontri del settembre-novembre 2020, che hanno permesso all’Azerbaigian di occupare vaste aree dei territori contesi grazie al sostegno militare della Turchia, Yerevan aveva deliberato sanzioni commerciali contro alcuni prodotti turchi. Tali sanzioni sono state tolte il 1° gennaio di quest’anno, dopo che a metà dicembre la Turchia ha nominato il suo diplomatico Serdar Kilic, già ambasciatore negli Usa, come inviato speciale per la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, e quest’ultima ha risposto nominando pochi giorni dopo Ruben Rubinyan, vice ministro degli Affari esteri, come omologo di Kilic.

Erdogan e le «vitali relazioni con Israele»

La Turchia ha bisogno di normalizzare i rapporti con l’Armenia per attivare un corridoio commerciale di terra verso il petrolifero e alleato Azerbaigian e da lì verso la Russia, che le permetterebbe di estendere la sua area di influenza politico-economica a tutto il Caucaso meridionale; l’Armenia ha bisogno, secondo l’attuale presidente Nikol Pashinyan, di sbloccare la frontiera con la Turchia per avere maggior sbocchi commerciali ed aprirsi a maggiori rapporti economici col resto del mondo. Il riavvicinamento fra Ankara e Yerevan è incoraggiato dagli Usa, dall’Unione Europea e dalla stessa Russia, che il 10 dicembre scorso ha ospitato un summit multilaterale fra Armenia, Azerbaigian, Turchia, Iran e Russia a livello di vice ministri degli Esteri. 

Più complicato appare il riavvicinamento a Israele, che chiede a Erdogan di interrompere completamente i suoi rapporti con Hamas, che in Turchia gode di sostegni di molti di tipi. In un incontro senza precedenti coi rappresentanti della comunità ebraica di Turchia e dell’Alleanza dei Rabbini negli Stati Islamici il 22 dicembre scorso Erdogan ha dichiarato: «Il più grande desiderio della Turchia è un Medio Oriente dove le società diverse per religione, lingua e origine etnica vivono insieme in pace. Un’attitudine sincera e costruttiva da parte di Israele nel contesto di sforzi per la pace contribuirà al processo di normalizzazione. Le relazioni fra Turchia e Israele sono vitali per la stabilità e la sicurezza nella nostra regione». Militari delle forze armate turche si trovano oggi in Azerbaigian, Siria, Iraq, Cipro e Libia.

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Non si ferma la solidarietà lecchese nei confronti del popolo armeno (Leccotoday 07.01.22)

Più di 100mila profughi dopo lo scontro militare nel Nagorno Karabakh. Il 15 gennaio si concluderà la raccolta fondi promossa all’associazione Amici Lecco-Vanadzor Italia Armenia

La mano tesa dei lecchesi è sempre vicina al popolo armeno nel momento più difficile degli ultimi trent’anni, dopo lo scontro militare nel Nagorno Karabakh. Una vicinanza nata nel 1988, anno del tragico terremoto che causò oltre 50mila vittime, e che ora è più forte che mai grazie all’associazione Amici Lecco-Vanadzor Italia Armenia.

In Armenia si vive un’altra grave emergenza umanitaria che ha pesanti risvolti sotto il profilo umano, morale ed economico. Le stime suggeriscono la presenza di 110mila profughi.

Dall’Armenia i saluti a Lecco per “Un’amicizia che continua”

Il 15 gennaio si concluderà la raccolta fondi per aiutare il popolo armeno e l’associazione lecchese comunicherà a tutti l’obiettivo raggiunto. “Siamo ben consapevoli della delicata crisi sanitaria ed economica che coinvolge il nostro Paese, con la pandemia del coronavirus ancora non sconfitta, presente anche in Armenia, che sta mettendo a dura prova famiglie e attività. Siamo altrettanto sicuri che, come in altre circostanze similari, i cittadini lecchesi e italiani non rinunceranno a offrire un loro aiuto concreto – spiegano dall’associazione – Invitiamo tutta la cittadinanza lecchese a condividere e sentirsi partecipi a queste finalità solidali che ci aiuteranno a sentirci migliori in un mondo che reclama sempre più condivisione, rispetto, pace e cooperazione, in particolare con i popoli più deboli che ancora non hanno conosciuto la pace”.

Chi volesse contribuire alla causa del popolo armeno può fare riferimento alla raccolta fondi al seguente codice Iban: IT28Z0306909606100000003286, indicando quale causale “Solidarietà Armenia”.

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Tutte le persone che verranno ricordate nel giardino dei giusti di Milano (Milanotoday 04.01.22)

Sono stati scelti i 9 nomi che il prossimo 6 marzo verranno iscritti nel giardino dei giusti sul Monte Stella di Milano, memoriale dedicato alle persone che si sono opposte ai genocidi e ai crimini contro l’umanità.

Si tratta di 10 persone, “uomini e donne che, in tempi e luoghi diversi, hanno speso la loro vita nel tentativo di porre un argine all’odio e alla violenza nel mondo”, ha precisato la presidente del consiglio comunale di Milano Elena Buscemi.

“Con i Giusti che onoreremo quest’anno lanciamo a tutto il Paese un grande segnale per la prevenzione dei genocidi, nello spirito della Convenzione delle Nazioni Unite approvata nel dopoguerra per merito del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, che cercò di unire il mondo attorno alla mobilitazione contro ogni atrocità di massa”, ha dichiarato residente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim. Lo sguardo è quindi alle sfide del mondo contemporaneo: “Mentre oggi in Russia viene messa fuori legge Memorial, l’organizzazione che ha documentato i gulag, abbiamo voluto rendere omaggio ad una scrittrice straordinaria come Evgenija Solomonovna Ginzburg che fu una delle grandi anime della resistenza morale al totalitarismo sovietico. Il giardino di Milano non vuole rimanere in silenzio di fronte a questa pericolosa distorsione della memoria. Ricordiamo inoltre la resistenza morale degli uiguri di fronte ai campi di rieducazione, dove si tenta di cancellare la loro identità storica. Per questo rendiamo omaggio al docente universitario Ilham Tohti, oggi condannato all’ergastolo per la denuncia che ha fatto al mondo”.

Tutte le persone che verranno iscritte nel giardino dei giusti

Raphael Lemkin. Ebreo polacco, ideatore della definizione di genocidio, ha ricordato al mondo che la prevenzione di tali crimini è responsabilità dell’umanità intera. Ha dedicato tutti i suoi sforzi, contattando personalmente i leader mondiali nelle loro lingue, all’approvazione di una convenzione contro il reato internazionale di genocidio, da lui redatta e approvata il 9 dicembre 1948 dall’Onu.

Aristides de Sousa Mendes. Console portoghese a Bordeaux, disobbedì agli ordini del suo governo e fornì visti di transito agli ebrei perseguitati, perdendo per questo il lavoro, il sostentamento e la reputazione nel suo Paese. A chi non poteva pagare per i visti consegnò gratuitamente i documenti e istituì un ufficio nel consolato doveri lasciava permessi di ingresso. Tra il 15 e il 22 giugno 1940, Sousa Mendes emise un totale di 1.575 visti.

Henry Morgenthau. Ambasciatore americano nell’Impero Ottomano, testimone del genocidio armeno, raccolse fondi per gli orfani sopravvissuti e lavorò per il rimpatrio degli armeni sopravvissuti che continuavano a morire di fame e di epidemie. Scelse di denunciare la tragedia del Metz Yeghern, rendendo pubbliche le documentazioni e i rapporti sul massacro degli armeni, tenendo conferenze, scrivendo analisi sulla metodologia genocidaria.

Ilham Tohti. Docente uiguro, è stato condannato all’ergastolo per aver denunciato le discriminazioni verso le minoranze in Cina, al termine di un processo lampo durato due giorni. Ha sempre rifiutato la violenza e incoraggiato il dialogo, creando anche, a questo scopo, un sito web per promuovere il dialogo tra la minoranza uigura e il resto della popolazione cinese. Conosciuto come il “Mandela della Cina”, sta scontando la propria pena nonostante i numerosi riconoscimenti internazionali attribuiti alla sua azione.

Evgenija Solomonovna Ginzburg. Testimone della vertigine dei campi di lavoro sovietici, subisce la cella di isolamento, i lavori massacranti, la tortura, per la sua opposizione alla logica distruttrice del totalitarismo nei confronti della dignità umana. Durante la sua lunga resistenza nell’inferno dello stalinismo, rielabora la propria esperienza nella ricerca della verità: il suo libro Viaggio nella vertigine rimane una testimonianza drammaticamente straordinaria di una protagonista del ‘900.

Godeliève Mukasarasi. Sopravvissuta al genocidio dei tutsi in Ruanda, nonostante le minacce e l’uccisione di sua figlia e suo marito scelse di testimoniare nel processo Akayesu, contribuendo alla prima condanna al mondo per genocidio. Oggi è ancora impegnata nell’organizzazione Sevota da lei creata, che riunisce 80 associazioni con oltre 2000 membri e promuove la riconciliazione tra hutu e tutsi. Tra le iniziative in cui è maggiormente impegnata c’è l’assistenza medica per le sopravvissute alla violenza sessuale durante il genocidio.

Achille Castelli, imprenditore comasco e membro del PNF, salvò antifascisti ed ebrei nascondendoli in casa propria, rifiutandosi anche di consegnare i propri dipendenti che sarebbero stati trasferiti in Germania. Tra di loro, Matilde Steiner Covo e la famiglia ebrea Esckenasi, che Castelli nascose nella propria abitazione.

Patriarca Kiril di Bulgaria – Konstantin Markov Konstantinov, che nel 1943 e 1944 ebbe un ruolo fondamentale nel fermare i treni diretti ai campi di sterminio. Il patriarca difese gli ebrei davanti alla polizia locale, si oppose apertamente contro la politica governativa nei confronti degli ebrei in Bulgaria e insistette implacabilmente per far sì che non fosse negato loro il diritto al lavoro e al sostentamento, contribuendo a impedire la deportazione. Nel 2002 è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem.

Giulia Galletti Stiffoni che accolse nella sua casa di Possano del Grappa la signora Weiss, ebrea, il rabbino jugoslavo Zadic, l’ebreo Leone Pinto, uno zio e uno scultore siciliano fuoriusciti dall’esercito. Quando le truppe fasciste perlustrarono l’abitazione alla ricerca di partigiani ed ebrei, Giulia Galletti riuscì a distrarre gli uomini, salvando così tutti i perseguitati.

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Gli armeni del Nagorno Karabakh rivendicano la propria sovranità (Asianews 03.01.22)

Mosca (AsiaNews) – L’Assemblea nazionale della repubblica (non riconosciuta) del Nagorno-Karabakh ha approvato una mozione in cui dichiara il proprio disaccordo con le posizioni del primo ministro di Erevan, Nikol Pašinyan, riguardo alle conseguenze del conflitto con l’Azerbaigian dello scorso anno. A ciò si aggiunge la durissima dichiarazione di Araik Arutjunyan, presidente del Karabakh, che suona come una presa di distanza della repubblica separatista dall’Armenia.

La piccola repubblica, chiamata “Artsakh” in lingua armena, conta circa 150mila abitanti e un territorio di circa 3000 km2. Di fatto è una enclave nel territorio dell’Azerbaigian, controllata almeno parzialmente dagli armeni locali; può comunicare con la patria attraverso lo stretto corridoio montano di Laҫin, di tre chilometri di lunghezza e nove metri di larghezza, protetto dalle forze di pace della Federazione Russa.

La partecipazione di Pašinyan al summit dei leader della Comunità degli Stati indipendenti a San Pietroburgo il 28 dicembre ha provocato la reazione degli armeni del Karabakh. Il giorno prima, durante una conferenza stampa, il premier armeno aveva scaricato sui suoi predecessori le colpe per la sconfitta nel territorio separatista. La posizione di Pašinyan è stata criticata anche a Erevan dalle opposizioni, soprattutto dall’ex presidente Robert Kočaryan, che il 29 dicembre ha accusato in modo aperto il primo ministro di tradimento nei confronti degli interessi nazionali.

Anche un altro ex presidente, Serž Sargsyan, ha annunciato un incontro pubblico in gennaio sulla questione, che con ogni probabilità sarà altrettanto impietoso nei confronti di Pašinyan. In tutto questo Arutjunyan ha voluto ribadire che “solo le autorità dell’Artsakh hanno il diritto di parlare a nome della popolazione locale”.

Arutjunyan ha sottolineato che lo scopo principale da raggiungere è il riconoscimento internazionale dell’indipendenza dell’Artsakh, e che non sarà accettabile nessuna forma di autonomia all’interno dell’Azerbaigian, come quelle a cui sembra lasciare spazio di trattativa il premier armeno. Secondo gli armeni del Karabakh non esiste possibilità di convivenza pacifica con gli azeri, e il loro territorio va riportato ai confini del 1991, quando ha avuto inizio il conflitto con Baku per la zona montuosa. Per Arutjunyan, le truppe russe schierate nella zona dovrebbero favorire la costituzione di un esercito locale dell’Artsakh, rimanendo finché sarà necessario, e questo dovrebbe essere l’obiettivo di Pašinyan nelle trattative con Putin.

Il Parlamento di Stepanakert – la capitale della repubblica separatista – ha ribadito le posizioni del suo presidente, dichiarando inammissibili i pronunciamenti di qualunque politico e partito che metta in dubbio il futuro armeno dell’Artsakh, soprattutto scagliandosi contro le dichiarazioni di Pašinyan, giudicandole troppo ambigue e pericolose. Il premier aveva assicurato che lo status del Nagorno Karabakh sarebbe rimasto sul tavolo delle trattative, e che “le basi giuridiche e politiche dell’indipendenza armena della zona non sono in contraddizione con le posizioni dei mediatori e delle strutture internazionali che si occupano della vicenda”.

Gli armeni del Karabakh temono di essere vittime dei giochi diplomatici, e non vogliono rinunciare alla propria sovranità anche a costo di andare contro Erevan. Lo speaker del Parlamento di Stepanakert, Ašot Gulyan, ha paragonato le parole di Pašinyan allo “stile del 1937”, quando Stalin aveva annesso per la prima volta il Karabakh all’Azerbaigian, dando inizio alla faida montana dei due popoli caucasici, da sempre divisi per lingua, cultura e religione.

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Armenia-Iran: telefonata Pashinyan-Raisi, focus su relazioni bilaterali (Agenzianova 03.01.22)

Erevan, 03 gen 12:02 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha tenuto una conversazione telefonica con il presidente iraniano Ebrahim Raisi, nella quale sono state discusse questioni all’ordine del giorno relative al futuro sviluppo delle relazioni bilaterali. Lo riferisce l’ufficio stampa del primo ministro in una nota, sottolineando l’importanza della stretta collaborazione dei governi dei due Paesi, volta a rafforzare i legami economici. Inoltre Raisi ha fatto i propri auguri a Pashinyan per le festività di Capodanno e Natale, ed a sua volta il primo ministro armeno si è congratulato con i cristiani iraniani per le festività natalizie, ringraziando Teheran per aver creato le condizioni necessarie a preservare l’identità degli armeni in Iran. Infine Pashinyan e Raisi hanno anche parlato della situazione politica nella regione, concordando di proseguire i contatti tra i due Paesi ad alti livelli. (Rum)

Ecco quali sono le cinque guerre dimenticate del 2021 (Domani 31.12.21)

Sono diversi gli eventi e i fatti da ricordare in questo 2021, un anno che rimane segnato dalla pandemia. Ma nonostante il Covid-19 le guerre non si fermano, ecco qui la lista delle cinque guerre che sono state dimenticate in giro per il mondo

Per gli esteri è stato un anno ricco di eventi e notizie. Ricorderemo certamente l’assalto a Capitol Hill e la caduta dell’Afghanistan in mano ai talebani come due fatti che saranno sicuramente incisi nei libri di storia. Ma ci sono cinque guerre che sono passate un po’ in sordina e sono state dimenticate.

SIRIA

AP Photo/Hani Mohammed
AP Photo/Hani Mohammed

A che punto è la situazione in Siria dopo la sanguinosa guerra civile? Ci sono tre dati che possono essere utili per leggere l’attuale situazione: la minaccia dell’Isis è stata ridotta ma non è scomparsa del tutto; le premesse del rovesciamento del regime di Assad si sono rivelate illusorie e, infine, i curdi siriani sono stati abbandonati dagli Stati Uniti ai tempi di Donald Trump, il quale diede il via libera all’invasione turca di aree cuscinetto in territorio siriano fino a 30 km dal confine, dopo che le milizie curde siriane avevano combattuto come uniche truppe sul terreno contro l’Isis.

Quello che emerge chiaramente dall’intera vicenda è il ruolo di Bashar al Assad, rimasto saldo alla poltrona anche grazie al sostegno politico e militare di Vladimir Putin.

Oggi il presidente Assad è diventato l’interlocutore legittimo per tanti altri stati. Infatti, dopo 12 anni di esclusione, soprattutto su pressione degli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia saudita, dovrebbe prendere parte al vertice della Lega araba, che si terrà in Algeria nel marzo 2022. Insomma Assad è rimasto saldamente al potere mentre i suoi oppositori interni e internazionali hanno dovuto riconoscere lo status quo a Damasco.

Ma ciò che pesa sul futuro del paese sono le sanzioni europee in vigore dal dicembre 2011. Esse includono un embargo petrolifero e il congelamento degli asset della Banca centrale siriana entro i confini dell’Ue. Nessuno, però, a Bruxelles è in grado di rispondere alla domanda cruciale per il futuro dei siriani e dei milioni di profughi: fino a quando durerà questo stato di cose?

YEMEN

C’è una guerra che si combatte in uno dei paesi più poveri del mondo e che ha dato vita a una crisi umanitaria senza precedenti. È il conflitto in Yemen che ha generato 3,6 milioni di sfollati interni, almeno 150mila vittime dirette e dove 400mila bambini sono in pericolo di vita per malnutrizione acuta grave. Senza contare che circa l’80 per cento della popolazione ha bisogno di assistenza: circa 23milioni di persone.

La guerra si protrae oramai da sette anni e vede due schieramenti ben definiti. Da una parte ci sono gli huti, i ribelli che hanno approfittato della crisi politica del paese e che nel 2015 hanno conquistato la capitale Sanaa, costringendo il presidente a scappare a Aden. E poi c’è l’Arabia Saudita che è intervenuto a difesa delle forze governative per proteggere i suoi confini meridionali. I primi sono sostenuti dall’Iran e da Hezbollah, mentre la coalizione araba formata anche dagli Emirati Arabi Uniti sono intervenuti a difesa del governo.

Dopo sette anni di guerra, gli huti risentono della crisi economica e umanitaria. Hanno cercato diverse azioni diplomatiche con paesi come Giordania e Oman, ma la situazione ora è in stallo e si continua a combattere soprattutto a est nella città di Marib. Il conflitto continua a preoccupare l’Arabia Saudita, che subisce continui attacchi a a obiettivi strategici per la monarchia, come quello contro l’azienda petrolifera nazionale e quello contro la base aerea King Salman.

La diplomazia non trova vie di uscita e forse la questione può arrivare a un’intesa nel momento in cui l’Iran raggiungerà l’accordo sul nucleare. In questo, la guerra in Yemen può essere una buona carta da giocare nel tavolo delle negoziazioni.

MALI

La Francia esce di scena in Mali. Lo scorso 14 dicembre, il generale francese Etienne du Peyroux, capo dell’operazione Barkhane, ha salutato il nuovo comandante maliano nella base francese di Timbuctù e dato formalmente il via all’uscita di Parigi dalla lotta contro al terrorismo che ha impiegato oltre 5mila soldati.

Nel 2013 il presidente François Hollande ha dichiarato l’inizio di un intervento militare mirato a fermare l’avanzata della minaccia jihadista nel paese e in tutta l’area del Sahel. Ora comincerà una progressiva diminuzione che prevede solo un presidio a ridosso delle frontiere con Burkina Faso e Niger dove saranno attive le basi di Gao, Ménaka e Gossi.

Ma il ritiro, accolto come un evento positivo, non nasconde il sostanziale fallimento di un’operazione di peace keeping durata oltre otto anni. In meno di un decennio, circa 2 milioni di individui sono stati costretti alla fuga dalle proprie abitazioni in cerca di riparo in altre aree del Mali o nei paesi limitrofi, con una impennata di 330mila solo nel 2020, mentre si calcola che i morti abbiano superato la cifra di 15mila.

Ma la minaccia terroristica si è almeno conclusa? Il 2021 ha segnato la crescita nel numero di attacchi mortali messi a segno in gran parte da forze jihadiste o da bande armate in azione in Mali, in Burkina Faso e in Niger e, in parte minore, ma non risibile, da forze di governo. In nove mesi, dall’estate del 2020 alla primavera del 2021, si sono consumati ben due golpe. Un paese che deve presentarsi granitico contro una potenza temibile e fortemente radicata, non può permettersi instabilità.

TIGRAY – ETIOPIA

Si avvia a conclusione l’annus horribilis dell’Etiopia e forse anche il conflitto nel Tigray, iniziato nel novembre dello scorso anno quando il Tplf (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) organizzava e svolgeva  una tornata elettorale senza il permesso di Addis Abeba e prendeva possesso di caserme e armamenti dell’esercito regolare palesando l’intenzione di considerare la propria regione separata dal resto del paese.

Immediata è stata l’escalation militare avviata dal premier Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019. In pochi mesi le regioni settentrionale sono sprofondate in uno stato di terribile conflitto e la popolazione in una condizione di gravissima emergenza umanitaria, è stata molta. Il bilancio del 2021 è drammatico.

Dei 6,5 milioni di abitanti della regione tigrina, 5,2 si trovano in stato di elevato bisogno alimentare. Gli sfollati interni superano abbondantemente i due milioni mentre quelli esterni, verso paesi storicamente più instabili dell’Etiopia come Sudan e Sud Sudan, aumentano di giorno in giorno. Il dato assume caratteristiche ancora più inquietanti se si considera che fino al 2019 l’Etiopia era tra i primissimi paesi al mondo per numero di profughi ospitati.

Ma le ultime settimane hanno segnato un netto cambio di rotta nel corso del conflitto in gran parte grazie all’entrata in campo di alcuni attori internazionali tra cui la Cina e la Turchia.

A Istanbul il 17 e il 18 dicembre, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha avuto un colloquio privato con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed. Dopo mesi di pessime notizie giunge proprio sul finire dell’anno quella che si attendeva da tempo.

Si apre, tra mille contraddizioni, dubbi, rancori, al netto di un numero enorme di morti, sfollati e di una vera e propria emergenza umanitaria, un primo, significativo spiraglio di pace. Il Tplf, è tornato a casa e ha deposto, per ora, le armi. Ha poi chiesto una no fly zone sul Tigray e un embargo sugli armamenti all’Etiopia e all’Eritrea – nel frattempo divenuta solida alleata di Abiy – e si è rivolto all’Onu per assicurarsi il ritiro delle forze amhara ed eritree dal Tigray occidentale.

NAGORNO KARABAKH

Che fine ha fatto il conflitto del Nagorno-Karabakh? Il 14 dicembre il tema della risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh è stato discusso in una telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo francese Emmanuel Macron.

Il Cremlino ha informato l’Eliseo sui risultati raggiunti dopo gli incontri trilaterali tra i leader di Russia, Armenia e Azerbaigian il 26 novembre a Sochi. In dettaglio Mosca ha illustrato a Parigi l’attuazione delle misure per rispettare il regime di cessate il fuoco, per garantire il ritorno dei profughi, nonché il ripristino dei collegamenti commerciali, economici e di trasporto nella regione.

Grazie all’accordo del novembre 2020 sotto la regia della Russia, l’Azerbaigian ha recuperato i sette distretti contesi e parte del Karabakh. Dopo aver giocato un ruolo decisivo nel porre fine all’ultima guerra Nagorno-Karabakh, Mosca vuole la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia perché vuole l’apertura di linee di trasporto ed energetiche nella regione. L’azerbaigian è favorevole all’instaurazione di una pace duratura che possa favorire lo status quo. La palla è ora nella parte dell’Armenia.

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Siria, Armenia, Ucraina: guerre e rifugiati (Osservatorio Balcani e Caucaso 31.12.21)

Una nuova vita in Armenia

Raffi e Yoland Rshtunis sono di origine armena, ma sono nati e cresciuti in Siria. La coppia, abituata a recarsi in Armenia da turista, si è trovata a tornarvi nel 2012, per salvare la propria vita: in fuga dalla guerra siriana, iniziata nel 2011. Il 15 marzo di quell’anno, i siriani sono scesi in piazza chiedendo democrazia e libertà, ma invece hanno ottenuto una guerra e un paese sepolto dalle rovine. Manifestazioni pacifiche nel giro di pochi mesi si sono trasformate in un conflitto armato, lasciando centinaia di migliaia di persone nella disperazione.

“Quando è scoppiata la guerra in Siria, nostra figlia è andata a scuola, aveva 17 anni. E la scuola è stata bombardata. Abbiamo allora deciso che dovevamo andarcene. In Armenia, per persone come noi, rifugiati dalla Siria, gli studi universitari sono gratuiti. Così i nostri figli hanno ottenuto la loro istruzione superiore qui”, racconta Raffi.

Ad Aleppo, Raffi era proprietario di una fabbrica di materie plastiche. La fabbrica è andata completamente distrutta nei bombardamenti e tutto ciò che era nei magazzini è stato saccheggiato. E poi ad Aleppo è rimasta loro la casa. “Valeva 500.000 dollari  ma ora, se decidessimo di vendere, non potremmo ottenerne che 150 mila dollari”, stima Raffi.

“La nostra casa in Siria era a soli 9 km dall’aeroporto. Ma ci volevano ore per arrivarci. Il giorno in cui siamo partiti c’è stato un bombardamento. Pensavo che avremmo perso l’aereo. Ma ce l’abbiamo fatta. Non dimenticherò mai l’atterraggio a Yerevan. Quando siamo andati nella sala dell’aeroporto, i giornalisti ci aspettavano con dei fiori e un cartello con scritto “Benvenuti a casa”. In quel momento abbiamo capito che eravamo a casa, eravamo salvi”, racconta Yoland.

“Durante il genocidio del 1915, la nostra famiglia è sopravvissuta e si è stabilita in Siria. Io sono figlio di una famiglia di rifugiati: poi sono diventato io stesso un rifugiato”, riflette Raffi.

La coppia ha vissuto in Armenia per un anno con visto turistico. Pensavano di poter rientrare a breve in Siria. Quando si sono resi conto che i loro piani erano lontani dalla realtà, hanno deciso di restare in Armenia.

Nel 2014, Yoland ha preso lezioni di cucina e ora è una pasticcera molto richiesta. Anche suo marito la aiuta a fare gli stampi da pasticceria. Dicono che gli affari di famiglia vanno a gonfie vele. Si sono rimessi in piedi grazie ad aiuti statali, di privati ed internazionali. E a loro volta hanno aiutato altri rifugiati come loro: Yoland ha creato un’organizzazione non governativa con questo scopo.

“In totale, circa 12mila persone sono arrivate in Armenia dalla Siria. Tuttavia, la maggior parte di loro si è poi trasferita in altri paesi, in Europa o negli Stati Uniti. Oggi ci sono circa 5.000 rifugiati originari della Siria in Armenia. Il destino della nostra famiglia è ora al sicuro ma vi sono persone ancora oppresse dalle conseguenze della guerra”, dice Yoland.

Nuova guerra, nuovo dolore

“Era il 2015 quando ho lasciato Aleppo. La guerra mi aveva logorato. Sono venuto in Armenia, ma ci sono rimasto per poco tempo, poi mi sono trasferito in Artsakh, Nagorno Karabakh. Lo stato mi ha aiutato. Ho ottenuto una casa, un terreno… A poco a poco mi sono rimesso in piedi. Ero soddisfatto e felice. Sono un sopravvissuto”, dice il mio interlocutore, un uomo di mezza età che non ha voluto divulgare le sue informazioni personali. Dice che non vuole che quelli che lo conoscono sappiano che ora è un “senzatetto”.

Il mio interlocutore racconta di aver avuto una propria casa ad Aleppo e un studio d’arte. Viveva una vita tranquilla, sognando di mettere su famiglia. “Il mio sogno in Siria è rimasto irrealizzato. Ero stato in Armenia solo come turista, non ero mai stato nell’Artsakh, non ne sapevo molto. Quando sono arrivato nell’Artsakh fuggendo dal conflitto ho vissuto assieme alla gente del posto, mi sono innamorato di questo paese e della gente. Sono stato accolto molto calorosamente. E ho deciso che avrei creato la mia famiglia qui, i miei figli sarebbero cresciuti in questa terra”.

Tuttavia, il 27 settembre 2020, il suo sogno è andato a pezzi. Nuovamente. Quel giorno scoppiò una guerra tra Nagorno Karabakh e Azerbaijan. Durò 44 giorni.

“Quel giorno ero a Yerevan, ospite. Alle 7 e 10 del mattino ho ricevuto la prima notizia che l’Azerbaijan aveva lanciato un attacco aereo e missilistico. Sono tornato velocemente indietro. Ho capito già sul posto che non si trattava di un combattimento di uno o due giorni, ma di una guerra su larga scala… Sai che la guerra puzza? L’odore che ho sentito in Siria aveva appena lasciato il mio corpo quando ho ricominciato a respirarlo…”.

Il mio interlocutore non solo ha sentito di nuovo l’odore della guerra, ma ha anche sperimentato di nuovo il dolore della perdita. “I miei amici sono morti…”

Non vuole e non riesce a parlare di questo argomento. La ferita è ancora aperta.

Ha perso anche la sua casa, che si trovava in uno dei villaggi finiti, dopo il conflitto, sotto il controllo dell’Azerbaijan. Nonostante tutto, però, non ha lasciato il Nagorno Karabakh, Si è stabilito temporaneamente in uno dei distretti ancora sotto controllo armeno, a Martakert. Dice che è difficile, ma è sicuro che si rimetterà in piedi, costruirà una casa e riuscirà a crearsi una famiglia.

Ucraina: futuro sconosciuto

“Ho vissuto a Lviv da ragazzo. Ero uno studente lì. Sono stati tempi meravigliosi”, ricorda il 52enne siriano Ahmad Abdou, che vive ora una sua seconda tappa di vita in Ucraina, questa volta nella capitale Kiev.

Se prima vi era venuto a studiare, ora è arrivato per vivervi. È un rifugiato. Ha lasciato la Siria nel 2013.

“C’era la guerra e io cercavo la pace. Sono venuto in Ucraina perché conoscevo il paese. Ho pensato che sarebbe stato più facile adattarsi e poi pensavo che fosse solo temporaneo, ma poi sono rimasto… In quel momento, quando sono partito, stavo abbandonando quello che avevo costruito per anni, una casa, una vita benestante, il lavoro…”.

Ahmad è ingegnere. Ha lavorato come tale per 17 anni ma attualmente è disoccupato.

“Non riesco a trovare un lavoro; al momento ho un problema di documenti. Il documento del servizio locale di migrazione non mi aiuta, non riesco a trovare un lavoro permanente e viaggiare è un problema”.

Ahmad vive oggi in una casa in affitto. Comprare un appartamento sembra un sogno irraggiungibile. Di tanto in tanto pensa di tornare in Siria. Lo desidera molto ma ritiene che è ancora troppo presto, perché la vita in Siria è ancora in balia di troppe incertezze.

“Anche lì devo ricominciare da zero. Ho perso tutto quello che avevo. E ci sono molti problemi ora, l’economia è in crisi e ci sono molti conflitti locali ancora irrisolti”.

Non ha idea del suo futuro, racconta di sentirsi in una fase in cui non riesce a essere certo nemmeno di cosa accadrà il giorno successivo. Con il passare degli anni sente che diventa sempre più difficile creare qualcosa di nuovo.

“Se andassi in Europa, penso che sarebbe più facile organizzare la mia vita. So che dopo aver vissuto in Germania per 8 anni, la questione della cittadinanza è risolta, ma in questo paese le regole sono diverse. Sono qui da 9 anni, ora penso solo ad ottenere la cittadinanza in modo da poterci rimettere in piedi. Non ho altri sogni, gli anni passano, la mia vita si consuma…”.

In Siria, come risultato della guerra decennale, diverse città sono state ridotte in macerie; l’economia del paese è crollata. Circa 6,5 milioni di persone sono diventate rifugiati.

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Armenia-Turchia: Erevan revoca il divieto di importazione di merci turche (Agenzianova 30.12.21)

Erevan, 30 dic 2021 16:46 – (Agenzia Nova) – L’Armenia ha deciso di non estendere il divieto di importazione delle merci turche, imposto il 20 ottobre 2020 e poi prorogato fino al 31 dicembre 2021. Lo comunica il ministero dell’Economia armeno, sostenendo che la misura abbia avuto conseguenze economiche sia positive che negative. “Le conseguenze positive riguardano una serie di produzioni di nuova costituzione o ampliate nell’industria leggera, nei materiali da costruzione, nella produzione di mobili e nell’agricoltura”, ha spiegato il dicastero, aggiungendo che il principale effetto negativo dell’embargo è stato l’impatto significativo sull’inflazione, che si è abbattuto soprattutto su una serie di beni di consumo. “Rimuovendo il divieto di importazione di merci turche, il principio di reciprocità dovrebbe creare condizioni più favorevoli per l’esportazione di merci armene”, ha affermato il ministero dell’Economia armeno. (Rum)

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