Azerbaigian: Tchilingirian (Università Oxford) su cristianesimo in Karabakh, sforzi per riscrivere la storia non sono nuovi (Agenzia Nova 08.02.22)

Roma, 08 feb 11:02 – (Agenzia Nova) – Nonostante la mancanza di somiglianze linguistiche e culturali, la storiografia azerbaigiana ha costruito una “connessione albanese” nell’etnogenesi della nazione azerbaigiana. È quanto si legge nell’articolo del professor Hratch Tchilingirian “Cristianesimo in Karabakh: gli sforzi dell’Azerbaigian per riscrivere la storia non sono nuovi”. “Secondo questa narrazione, l’Albania caucasica storica (che non è correlata all’Albania balcanica) è presentata come il predecessore sociale, culturale e territoriale dell’Azerbaigian contemporaneo; quindi, confutando le pretese armene sul Karabakh. Negli ultimi anni, i riferimenti agli armeni nelle fonti storiche primarie nelle nuove edizioni delle prime cronache sul Karabakh pubblicate in Azerbaigian sono stati cancellati o modificati”, ha spiegato Tchilingirian. “Sebbene l’etnogenesi degli azerbaigiani sia oggetto di dibattito accademico, la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che l’Azerbaigian, come entità nazionale, sia emerso dopo il 1918. Il dibattito su come chiamare gli azerbaigiani risale alla fine del XIX secolo; la popolazione dell’Azerbaigian, precedentemente classificata come “turca” o “tatara transcaucasica” è stata formalmente reidentificata come “azerbaigiana” nel 1937. In effetti, il fondatore della prima Repubblica dell’Azerbaigian, Mohammad Amin Rasulzadeh, ha ammesso che nominare la nuova repubblica Azerbaigian “era stato un errore”. Nel giugno del 2000, ‘Nezavisimaja Gazeta’ ha citato Vafa Guluzade, un importante consigliere del presidente dell’Azerbaigian, affermando che ‘il concetto stesso di ‘Azerbaigian’ è un anacronismo del periodo sovietico. La nostra lingua è il turco e per nazionalità siamo turchi’”, prosegue il docente dell’Istituto orientale dell’università di Oxford.

Nel contesto del conflitto armeno-azerbaigiano, spiega Tchilingirian, “il ‘collegamento albanese’ è diventato una questione politicizzata di irredentismo. Gli storici azeri, stabilendo un collegamento tra gli odierni azeri e gli albanesi caucasici, oltre a fornire una storia nazionale comune, sostengono l’idea di continuità etnica e presenza nel Karabakh e ‘dimostrano’ che gli armeni del Karabakh sono immigrati relativamente recenti nella regione e quindi un popolo “non indigeno” che vive nelle antiche terre dell’Azerbaigian”. “Gli autori azerbaigiani moderni omettono i riferimenti agli armeni che abitavano nel Karabakh prima delle invasioni turche della regione. Ad esempio, la nuova edizione del cronista del IXX secolo Mirza Jamal Javanshir’s Tarikh-e Karabakh ha cancellato le affermazioni secondo cui ‘nei tempi antichi (il Karabakh) era popolato da armeni e altri non musulmani’ e la maggior parte degli altri riferimenti alla presenza armena in Karabakh”, ha proseguito l’accademico. Nel corso dei decenni, gli storici in Armenia si sono impegnati a confutare le affermazioni storiche dell’Azerbaigian, spiega Tchilingirian, “soprattutto dall’intensificarsi del conflitto armeno-azerbaigiano alla fine degli anni Ottanta, utilizzando prove di periodi preistorici, fonti medievali primarie e studi moderni sulla regione. Ma gli armeni del Karabakh che vivono sulla terra, piuttosto che nei libri di storia, indicano centinaia di monumenti antichi, rovine di edifici religiosi, chiese e monasteri come ‘testimoni viventi’ della presenza armena in Karabakh”. Secondo l’accademico, quindi, “la storia del cristianesimo e la presenza della Chiesa armena nell’odierno Karabakh è registrata da numerosi storici a partire dal medioevo fino ai giorni nostri”. (Res)

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La lavanderia dell’Azerbaigian. Una storia di petrolio, guerra, soldi sporchi e politica (Greenreport 07.02.22)

Il 31 gennaio, Transparency International UK ha accolto con favore la sentenza per la confisca di 5,6 milioni di sterline di fondi sospetti provenienti da conti bancari del Regno Unito che sono passati attraverso l’”Azerbaijan Laundromat”, una colossale operazione di riciclaggio di denaro e fondi neri utilizzati per spostare 2,2 miliardi di sterline fuori dall’Azerbaigian. I fondi neri confiscati grazie a un’indagine della National Crime Agency (NCA) appartenevano alla famiglia di Jevanshir Feyziyev, presidente del Working Group for Great Britain del Milli Majlis, il Parlamento dell’Azerbaigian. In realtà gli investigatori puntavano a recuperare 15,3 milioni di sterline, ma sono riusciti a convincere il giudice John Zani della Westminster Magistrates Court che molto più di un terzo della cifra proveniva da attività criminali. I soldi sporchi hanno raggiunto le banche britanniche grazie a società di copertura anonime del Regno Unito che hanno operato tramite conti bancari in Lettonia ed Estonia.

Secondo Steve Goodrich, capo ricerca e investigazione a Transparency International UK, «Questa sentenza è indicativa dell’attuale performance delle forze dell’ordine nell’affrontare la ricchezza sospetta nel Regno Unito: segni promettenti di progresso, ma ancora molta strada da fare. Anche se una vittoria parziale è meglio di una sconfitta, sono sicuro che l’NCA cercherà di ottenere risultati sempre migliori nei casi futuri. Se il governo mettesse i suoi soldi al posto giusto e investisse di più nella lotta alla criminalità finanziaria, potremmo vedere il Regno Unito mettersi al passo con gli Stati Uniti quando si tratta di combattere la corruzione e la cleptocrazia. Al centro di questo caso c’era l’abuso delle società di comodo del Regno Unito che sono state utilizzate per riciclare fondi sospetti dall’Azerbaigian. Il governo ha promesso da anni di riformare la Companies House in modo che questo genere di cose non si ripetesse e quest’anno si è finalmente impegnato a mandare avanti la legislazione. Se i ministri dovessero fare resistenza e non annunciassero l’Economic Crime Bill nel prossimo discorso della regina, sembrerebbe che stiano allentando la presa sulla grave criminalità finanziaria».

E qualche sospetto che il Partito Conservatore possa puntare i piedi c’è. Infatti, tirando un filo della matassa dell’”Azerbaijan Laundromat”, l’ONG openDemocracy è subito arrivata al parlamentare conservatore di Harrow East, Bob Blackman, a capo dell’Azerbaijan All-Party Parliamentary Group (APPG) e che ha ammesso tranquillamente: «Ho espresso regolarmente posizioni a nome dei nostri buoni amici in Azerbaigian». Blackman non è un deputato qualsiasi: è il segretario esecutivo dell’influente 1922 Committee conservatore e dal 2011, insieme al suo staff, ha effettuato 7 viaggi gratuiti, per un valore di 23.000 sterline, nella repubblica petrolifera dell’Azerbaigian. I tre viaggi più recenti sono stati pagati dal parlamento azero o dall’Ambasciata dell’Azarbaigian a Londra. Goodrich denuncia: «Consentire a parlamentari e Lord di fare viaggi interamente pagati da governi stranieri è una ricetta per il disastro e dovrebbe essere bloccato. La vicinanza con cui i regimi corrotti e repressivi possono lavorare a fianco dei parlamentari britannici al fine di rifarsi una reputazione è profondamente inquietante».

Blackman, che è in Parlamento dal 2010, ha persino ospitato Feyziyev alla Camera dei Comuni quando c’erano già sospetti che il parlamentare azero fosse coinvolto in affari con fondi sospetti. Blackman non ha voluto rispondere alle ripetute richieste di commento da parte di openDemocracy, invece Feyziyev ha dichiarato: «Tutti i fondi detenuti nei conti bancari del Regno Unito provengono da una fonte completamente legittima. In qualità di azionista di una delle più grandi aziende farmaceutiche dell’Azerbaigian, ho guadagnato questi fondi come dividendi. Il meccanismo di trasferimento di denaro utilizzato per ritirare questi fondi legittimi dal Paese – con cui né io né la mia famiglia avevamo nulla a che fare e su cui non avevamo alcun controllo – è stato oggetto delle indagini dell’ANC e, in definitiva, dell’ordine di confisca del tribunale».

Ma, anche se a Feyziyev e alla sua famiglia non sono stati contestati illeciti personali, la recente sentenza ha rilevato che «Ci sono stati legami malsani e corrotti tra l’élite al potere dell’Azerbaigian e chi guida la Avromed LLC», una company fondata da Feyziyev.

Il regime azero è accusato di corruzione ed autoritarismo ma – grazie al gas e al petrolio – ha buoni rapporti con l’Unione europea, gli Usa e gli altri paesi occidentali che hanno appoggiato o tollerato la sua rivendicazione sul Nagorno-Karabakh, un territorio che al tempo dell’Urss era stato assegnato a Baku ma popolato in maggioranza di Armeni che nel 1991 avevano proclamato la  Repubblica indipendente dell’Artsakhun che, di fatto, era annessa all’Armenia. Tra il settembre e il novembre 2020, con una sanguinosa guerra durata 44 giorni, le forze militari azere appoggiate dalla Turchia hanno riconquistato gran parte del Nagorno-Karabakh, provocando una lunga crisi politica in Armenia che il 23 gennaio ha portato alle dimissioni del presidente Armen Sargsyan in polemica con il premier filorusso Nikol Pashinyan per come ha gestito il conflitto. Il conflitto ha provocato la morte di migliaia di persone e entrambe le parti avrebbero commesso crimini di guerra

Nel 2020 Blackman aveva esortato l’allora ministro degli Esteri, Dominic Raab, a schierarsi con l’Azerbaigian nella sanguinosa disputa territoriale per il Nagorno-Karabakh. Blackman ha ricevuto di informazioni da importanti esponenti del regime azero, compreso Feyziyev. OpenDemocracy rivela che «Oltre a scrivere a Raab, dal luglio 2020 Blackman ha presentato 4 mozioni pro-regime alla Camera dei Comuni e ha scritto al successore di Raab, Liz Truss, esortandola a rafforzare i legami con l’Azerbaigian. A parte in un caso, il parlamentare non ha menzionato di aver accettato l’ospitalità dello Stato azero nell’anno precedente».

Un ministro degli Esteri Raab aveva criticato la mozione di Blackman perché voleva «attribuire la colpa nel conflitto all’Armenia». E Goodrich commenta: «Il fatto che ci sia una relazione così stretta tra un APPG e  con qualcuno al centro di un caso di recupero di beni nel Regno Unito la dice lunga. E’ piuttosto scioccante se i parlamentari vengono essenzialmente informati da ambasciate straniere e poi forniscono contributi alla Camera sulla base di ciò che è stato loro consigliato di dire».

Nel luglio 2020, Blackman ha detto candidamente al podcast Eye To Eye: «Una delle cose che accadono, temo, in questi tipi di conflitti è che […] chiunque ottiene la migliore propaganda tende a prendersi l’attenzione degli ascoltatori e degli spettatori. E a questo proposito ho ricevuto le informazioni attraverso l’ambasciata dell’Azerbaigian nel Regno Unito, quindi sono stati molto, molto utili, molto, molto proattivi dall’inizio delle ostilità». E ha aggiunto che, quando le ostilità sono iniziate il 12 luglio, «Ricevevo informazioni immediatamente, ed è per questo che ho presentato la mozione all’inizio della giornata e perché abbiamo fatto più pressione mediatica possibile».

OpenDemocracy rivela che «Il rapporto di lavoro di Blackman con Javanshir Feyziyev risale almeno al 2016, quando il parlamentare accolse il politico azero alla Camera dei Comuni, insieme all’allora ambasciatore azero, per un incontro dell’APPG per discutere del Nagorno-Karabakh».

Nel 2017, l’Organized Crime and Corruption Reporting Project pubblicò due articoli che accusavano Feyziyev di essere implicato nel riciclaggio di denaro illegale e nella corruzione di politici europei. Feyziyev ha respinto le accuse e nel 2018 ha presentato una denuncia per diffamazione all’High Court di Londra, un caso che alla fine si è risolto con un accordo tra le parti. Ma in una testimonianza firmata depositata nel 2019 Feyziyev ammetteva di  aver «costruito notevoli legami» con dei parlamentari britannici e la scorsa settimana ha dichiarato a openDemocracy che le relazioni tra il parlamento azero e quello britannico sono «amichevoli e reciprocamente vantaggiose» e che i gruppi interparlamentari hanno svolto un «ruolo importante nel difendere l’Azerbaigian all’estero e per apprendere le migliori pratiche parlamentari dalle democrazie più mature. Ho incontrato regolarmente parlamentari britannici per discutere di questioni di reciproco interesse. Tutte le mie interazioni e i miei impegni con i politici del Regno Unito sono stati e saranno condotti in conformità con tutte le norme di trasparenza pertinenti».

Ma Feyziyev non ha risposto alle domande di openDemocracy sulla sua relazione con Blackman che ha ospitato il parlamentare azero in una seconda riunione dell’APPG nel febbraio 2019, quando l’ANC aveva già ottenuto ordini di congelamento dei conti bancari detenuti dal figlio e dal nipote di Feyziyev dopo  un’indagine approfondita.

OpenDemocracy evidenzia che «Feyziyev ha quindi preso parte a molteplici briefing con Blackman e l’APPG dell’Azerbaigian, durante un periodo di intensificazione delle ostilità tra l’Azerbaigian e l’Armenia che è culminato in una guerra di 6 settimane nell’autunno 2020. Il 13 luglio 2020, Blackman ha presieduto una riunione virtuale dell’APPG dell’Azerbaigian. L’APPG ha ascoltato un briefing sugli scontri al confine di Feyziyev, insieme all’allora ambasciatore dell’Azerbaigian nel Regno Unito, Tahir Taghizadeh, che si è unito al meeting».

Lo stesso giorno Blackman presentò una mozione parlamentare nella quale accusava l’Armenia di «atti di aggressione» e invitava il governo conservatore del Regno Unito a «Condannare le recenti azioni [dell’Armenia]» e a «Esortare il ritiro delle forze militari armene dai territori occupati dell’Azerbaigian, come affermato in Risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu adottate nel 1993». Una mozione presentata 5 mesi dopo che l’Azerbaigian lo aveva pagato per visitare il Paese come osservatore delle elezioni parlamentari del febbraio 2020, stravinte ancora una volta dal Yeni Azərbaycan Partiyası del presidente Ilham Aliyev, succeduto nel 2003 al padre Heydar Aliyev, l’ex capo del KGB azero che dal 1993 aveva governato col pugno di ferro l’Azerbaigian indipendente dopo averlo fatto come segretario del Partito Comunista al tempo dell’Urss. Alla chiusura delle urne Blackman disse che nelle elezioni azere del 2020 «Non c’è stato niente di spiacevole che ho potuto vedere durante il processo di voto». Ma il Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito lo smentì con una nota ufficiale: «Le elezioni parlamentari dell’Azerbaigian non hanno soddisfatto gli standard democratici internazionali» e l’OCSE confermò che «La legislazione restrittiva e l’ambiente politico hanno impedito una vera concorrenza. Nel giugno 2020, la European Platform for Democratic Elections finanziata dall’Unione europea scrisse al presidente della Camera dei Comuni britannica accusando Blackman di puntare a  «Disinformare l’opinione pubblica dell’Azerbaigian sulla reale percezione internazionale del processo elettorale con valutazioni pubbliche straordinariamente positive delle elezioni».

Non contento, il primo ottobre 2020 Blackman presentò una seconda mozione parlamentare che chiedeva al governo del Regno Unito di «condannare l’Armenia per aver palesemente violato il regime di cessate il fuoco» e lo stesso o giorno pose una domanda sul Nagorno-Karabakh al question time alla Camera dei Comuni. La settimana dopo, Blackman scrisse a Raab, chiedendogli di incontrare l’APPG per discutere del conflitto del Nagorno-Karabakh. La lettera ripeteva, parola per parola, diversi paragrafi di una dichiarazione rilasciata settimane prima dal consigliere per la politica estera di Aliyev, Hikmat Hajiyev, che affermava: «La responsabilità della situazione attuale e degli sviluppi futuri ricade direttamente sulla leadership politico-militare dell’Armenia». Non sembra che Blackman abbia informato l’allora ministro degli esteri della fonte delle sue affermazioni.

Prima, durante e dopo la guerra azero-armena Blackman  ha continuato a mantenere stretti contatti con l’ambasciata dell’Azerbaigian a Londra, che ha tenuto conferenze stampa regolari e briefing per parlamentari e giornalisti. L’allora ambasciatore dell’Azerbaigian Tahir Taghizadeh, disse all’agenzia di stampa russa Interfax che aveva mantenuto un «regime permanente di consultazioni telefoniche e video» con i parlamentari britannici durante tutte le 6 settimane di guerra. E Feyziyev sembra aver svolto un ruolo chiave negli sforzi di sensibilizzazione dell’ambasciata, incluso un briefing online tenuto con Blackman sull’accordo di pace mediato dalla Russia che ha posto fine al conflitto all’inizio di novembre. Open Democracy rivela che «Nessun altro sembra essere stato presente al briefinfg online del 10 novembre oltre a Blackman, Feyziyev, Taghizadeh e un funzionario dell’ambasciata azera».

Il giorno dopo, Blackman presentò subito una terza mozione sull’accordo di pace nella quale esprimeva il desiderio di «mostrare solidarietà al popolo azero che è stato resiliente dimostrando pubblicamente in così grande numero il sostegno del loro diritto a vivere in pace nelle loro terre storiche». Il giorno successivo l’APPG dell’Azerbaigian avrebbe dovuto incontrarsi con il Foreign and Commonwealth Office, ma non è chiaro se questo incontro sia davvero avvenuto o sia stato più probabilmente annullato.

Il 25 febbraio 2021, Blackman ha presieduto l’assemblea generale annuale dell’APPG dell’Azerbaigian alla quale hanno partecipato online l’allora ambasciatore azerbaigiano Taghizade, Feyziyev e il vicecapo del dipartimento delle relazioni internazionali del Milli Majlis. Babek Agayev. Secondo un comunicato stampa ufficiale dell’Azerbaigian, in quell’occasione , Feyziyev ha invitato tutti i parlamentari dell’APPG a visitare il Azerbaigian, promettendo «Informazioni di prima mano sullo stato delle cose nei territori liberati», cioè le aree del Nagorno-Karabakh riconquistate dall’esercito azero. E nel novembre scorso Blackman ha guidato una delegazione di parlamentari britannici in un viaggio nella capitale dell’Azerbaigian, Baku, dove hanno incontrato il presidente Aliyev e altri alti esponenti del regime. La delegazione, che comprendeva il parlamentare conservatore scozzese David Duguid e Lord Kilclooney, un politico della destra unionista nord-irlandese, ha anche potuto visitare la città di Shusha, nel Nagorno-Karabakh, che è stata teatro di feroci combattimenti durante la guerra. Tutte le spese della “gita” di Blackman, del  suo staff e i viaggi di Duguid e Kilclooney sono state pagati dal governo azero.

OpenDemocracy è anche entrata in possesso di una lettera inviata nel dicembre 2021 da Blackman alla attuale ministro degli esteri Truss sulla sua visita in Azerbaigian e nel Nagorno-Karabakh nel novembre 2021 e nella quale il parlamentare conservatore esorta la sua collega di Partito Truss ad aggiornare l’APPG dell’Azerbaigian «Su quali passi sta compiendo il governo per rafforzare i legami commerciali, economici e politici con l’Azerbaigian». Per Blackman, «L’intensificazione degli scambi ministeriali, parlamentari e di affari tra il Regno Unito e l’Azerbaigian […] servirà all’obiettivo di avvicinare ancora di più i nostri due Paesi» e ha chiesto di «Accelerare i colloqui su un futuro accordo commerciale Regno Unito-Azerbaigian». Naturalmente il parlamentare nella lettera non ha menzionato il fatto che il suo viaggio nelle zone di guerra era stato pagato e organizzato dal parlamento azero.

Qualche giorno prima, Blackman aveva presentato un’altra mozione parlamentare sulle relazioni tra Azerbaigian e Armenia che esprimeva «sostegno alle compagnie britanniche coinvolte nella ricostruzione delle terre liberate nella regione del Nagorno-Karabakh».

Verrebbe da dire che il rapporto incestuoso tra i politici conservatori e il business britannici e il petro-regime azero non poteva essere spiegato meglio.

Azerbaigian: Comunità armena condanna falsificazioni storiche su fede cristiana (Agenzianova 07.02.22)

Roma, 07 feb 10:23 – (Agenzia Nova) – Lo Stato dell’Azerbaigian è nato solo nel 1918 e la sua popolazione di etnia turca migrò dalle steppe centrali dell’Asia a partire dall’undicesimo secolo: sembra quindi abbastanza difficile che questi avessero potuto abbracciare la fede cristiana nel 313, ancora prima del loro arrivo nella regione. È quanto si legge in una nota della Comunità armena, secondo cui i legami fra la chiesa cristiana e l’Azerbaigian rappresentano sono una rappresentazione distorta della realtà storica, priva di fondamenti scientifici e rivolge accuse assurde contro la chiesa Gregoriana armena. Secondo quanto si legge nella nota, è in corso un tentativo di confondere l’opinione pubblica e deviare l’attenzione dai misfatti del governo di Baku.
(Res)

Amalfi, l’opera umanitaria di Mons. Angelo Maria Dolci e Mons. Andrea Cesarano al tempo del genocidio degli armeni in Turchia (Positanonews 07.02.22)

Riportiamo l’interessante racconto del giornalista amalfitano Sigismondo Nastri sulla figura di due rappresentanti della chiesa amalfitana in Turchia nell’opera umanitaria di Mons. Angelo Maria Dolci e e Mons. Andrea Cesarano al tempo del genocidio degli armeni: «Si sa che i nostri antenati si stabilirono fin dal VII secolo a Costantinopoli, rafforzando poi i loro insediamenti, per ovvie ragioni commerciali, a partire dal X secolo. Costruendo chiese, ospedali, istituendo ordini religiosi e cavallereschi. Ma non è questo che m’incuriosisce. Il mio interesse si rivolge a due personaggi: monsignor Angelo Maria Dolci (Civitella di Agliano, 12.7.1867 – 13.9. 1939), arcivescovo di Amalfi dal 1911 al 1914, quando si dimise per assumere l’incarico di delegato apostolico della Santa Sede in Costantinopoli, e monsignor Andrea Cesarano (del quale pure ho scritto), all’epoca canonico della cattedrale amalfitana, che lo accompagnò nella delicata missione in qualità di segretario.
Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul, in un articolo pubblicato nel 2006 sull’Osservatore Romano in occasione del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Turchia, racconta la vicenda storica di quel vicariato, fino ai nostri giorni. Quanto a mons. Dolci e mons. Cesarano, bisogna dire che essi vi giunsero in un momento estremamente delicato. Si stava avviando allo sfaldamento l’impero ottomano, ma si stava anche consumando il feroce genocidio degli Armeni. “Nel 1914 la situazione armena peggiora irrimediabilmente. In quell’anno infatti il governo turco decide di entrare in guerra a fianco degli imperi centrali e subito si lancia alla conquista dei territori azeri “irredenti”. La Terza Armata turca, impreparata, male equipaggiata, mandata allo sbaraglio in condizioni climatiche ostili, viene presto sbaragliata a Sarikamish nel gennaio 1915 dalle forze sovietiche. L’esercito turco indica i responsabili della disfatta negli armeni che, allo scoppio della guerra avevano comunque assicurato il proprio sostegno all’impresa turca. Il clima si fa sempre più teso e, tra il dicembre del ’14 ed il febbraio del ’15, il Comitato Centrale del partito Unione e Progresso, diretto dai medici Nazim e Behaeddine Chakir, decide la soppressione totale degli armeni. Vengono creati speciali battaglioni irregolari, detti tchété, in cui militano molti detenuti comuni appositamente liberati; essi hanno addirittura autorità sui governi ed i prefetti locali e quindi godono di un potere pressoché assoluto. L’eliminazione sistematica prende l’avvio nel 1915, quando i battaglioni regolari armeni vengono disarmati, riuniti in gruppi di lavoro ed eliminati di nascosto. Il piano turco, pensato e diretto dal Ministro dell’Interno Talaat, prosegue poi con la soppressione della comunità di Costantinopoli ed in particolare della ricca ed operosa borghesia armena: tra il 24, che resta a segnare la data commemorativa del genocidio, ed il 25 aprile, 2345 notabili armeni sono arrestati mentre tra il maggio ed il luglio del 1915 gli armeni delle province orientali di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput vengono sterminati. Solo i residenti della provincia di Van riescono a riparare in Russia grazie ad una provvidenziale avanzata dell’esercito sovietico. Nelle città viene diffuso un bando che intima alla popolazione armena di prepararsi per essere deportata; si formano così grandi colonne nelle quali gli uomini validi vengono raggruppati, portati al di fuori delle città e qui sterminati. Il resto della popolazione viene indirizzato verso Aleppo ma la città verrà raggiunta solo da pochi superstiti: i nomadi curdi, l’ostilità della popolazione turca, i tchété e le inumane condizioni a cui sono sottoposti fanno sì che i deportati periscano in gran numero lungo il cammino. Dopo la conclusione delle operazioni neppure un armeno era rimasto in vita in queste province.
La seconda parte del piano prevedeva il genocidio della popolazione armena restante, sparsa su tutto il resto del territorio. Tra l’agosto del 1915 ed il luglio del 1916 gli armeni catturati vengono riuniti in carovane e, malgrado le condizioni inumane cui vengono costretti, riescono a raggiungere quasi integre Aleppo mentre un’altra parte di deportati viene diretta verso Deir es-Zor, in Mesopotamia. Lungo il cammino, i prigionieri, lasciati senza cibo, acqua e scorta, muoiono a migliaia. Per i pochi sopravvissuti la sorte non sarà migliore: periranno di stenti nel deserto o bruciati vivi rinchiusi in caverne.
A queste atrocità scamperanno solo gli armeni di Costantinopoli, vicini alle ambasciate europee, quelli di Smirne, protetti dal generale tedesco Liman Von Sanders, gli armeni del Libano e quelli palestinesi.
Il consuntivo numerico di questo piano criminale risulta alla fine:
– da 1.000.000 a1.500.000 di armeni vengono eliminati nelle maniere più atroci. In pratica i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano è stata soppressa e, regioni per millenni abitate da armeni, non vedranno più, in futuro, nemmeno uno di essi.
– circa 100.000 bambini vengono prelevati da famiglie turche o curde e da esse allevati smarrendo così la propria fede e la propria lingua.
– considerando tutti gli armeni scampati al massacro il loro numero non supera le 600.000″.
Monsignor Dolci, il 5 giugno 1916, lanciò questo appello al ministro degli esteri ottomano. “Tutta la stampa europea e americana, dopo aver dato grande spazio all’annientamento della razza armena, si leva con indignazione contro la Santa Sede e contro l’augusta persona di Sua Santità il Papa che, dall’inizio di questa persecuzione contro i cristiani di Siria e soprattutto del Libano, non ha protestato, attraverso un atto pubblico ufficiale, di fronte al mondo civilizzato.
La stampa stessa espone nelle colonne dei giornali i tristi dettagli dei massacri di tanti cristiani, di numerosi preti e di una quarantina di vescovi armeni, di cui cinque cattolici; si indigna anche contro il rifiuto delle autorità di mandare un prete ai sopravvissuti per il servizio religioso, rifiutato anche ai moribondi, e si lamenta amaramente delle procedure del governo ottomano contro i suoi soggetti cristiani di Siria e Libano. […] Ho delle istruzioni dei miei superiori da sottoporre all’alta intelligenza di sua eccellenza il ministro degli Esteri e al suo spirito illuminato di uomo di Stato, la situazione dolorosa e penosa che questa persecuzione contro i cristiani di Siria e Libano creerebbe alla Santa Sede davanti all’opinione pubblica che non cessa di reclamare energicamente una protesta ufficiale di fronte al mondo civilizzato, arrivando fino ad accusarlo di mancare ai suoi sacri doveri, non difendendo la vita e gli interessi della cristianità.
Sua eccellenza mi permetta di far notare rispettosamente che queste procedure delle autorità del vilayet della Siria e soprattutto del governatore del Libano (di costringere i cristiani alla conversione all’Islam), cercando di spegnare il culto cattolico, sollevano grida di indignazione nel mondo intero, e che allo stesso tempo sono contrari ai reali interessi dell’Impero ottomano che, soprattutto in questa guerra e dopo l’abrogazione delle capitolazioni, deve affrettarsi a testimoniare al mondo che il culto cristiano non ha bisogno della protezione delle Potenze straniere, che il suo protettore naturale è il governo ottomano” [Archivio segreto vaticano, Delegazione Apost. di Turchia, Mgr Angelo Maria Dolci, fasc. “Persecuzione e massacri contro gli armeni”, vol. II, 93, s.p. In: Raymond Kévorkian (a cura di), Revue d’Histoire arménienne contemporaine (tome II), numero monografico sui campi di raccolta in Siria-Mesopotamia (pubblicazione della Bibliothèque Noubar, Paris 1998]. “La guerra non era ancora finita – scrive Rinaldo Marmara, storico ufficiale del vicariato apostolico di Istanbul, in un altro articolo, pure uscito sull’Osservatore Romano – che già Monsignor Dolci, Delegato Apostolico della Santa Sede in Costantinopoli, aveva preso l’iniziativa, in segno di riconoscenza, di erigere un monumento al ‘Papa della Pace’ Benedetto XV”. Per l’opera da lui svolta a favore della nazione ottomana: intervento presso il governo francese per i prigionieri turchi, ospedale per i feriti turchi, doni ai soldati per la festa religiosa del Bayram, visita dei prigionieri turchi arrivati dalla Russia. Mons. Dolci fece conoscere il suo progetto attraverso una lettera circolare, che tendeva anche a raccogliere i finanziamenti necessari. Ci riuscì. Manara riporta una serie di notizie interessanti trovate nel Chronicon della Delegazione Apostolica di Costantinopoli: «Monsignor Dolci avendo durante la guerra e l’armistizio lavorato tanto per aiutare tutte le miserie, seguite necessarie della guerra, coll’aiuto di armeni, greci, ebrei, musulmani e altri venne in aiuto con un’opera detta ‘Lacrime nascoste’ a famiglie intiere rovinate dalla catastrofe della guerra. Onde fece fare teatri, lotterie, kermesse, a favore della sua opera e il sacerdote Mussulu Giovanni Natale di Smirne fu incaricato spesso in queste opere. Sempre agendo come rappresentante del Papa benedetto XV volle ancora immortalare la memoria benefica di questo gran Papa che da vero Pastore et Padre ebbe l’intuizione dei bisogni di tutti senza distinzione di religione e di razza e a cui provvide quanto glielo permisero le facoltà e le circostanze. A questo scopo fece erigere la statua che si trova attualmente nel cortile della Cattedrale. A questa opera in segno di riconoscenza vi contribuirono greci, armeni, turchi, protestanti ed ebrei: Monumento di riconoscenza degli eterodossi al Papato Cattedra di Pace e di Bontà, come lo dicono le quattro lastre sullo zoccolo della statua, in francese e in italiano. Le due lastre laterali le fece mettere Monsignor Cesarano dopo la partenza di Monsignor Dolci. Prima statua in Turchia, presieduta dal figlio del sultano Abdul Hamid». Quando il 13 marzo 1933 mons. Dolci fu fatto cardinale da Pio XI, mons. Cesarano svolse le funzioni di segretario della Delegazione apostolica. La sua opera – nota Matteo Di Turi nel suo sito “Sacro e profano” – “fu considerevole, delicata e meritoria, poiché non trascurò mai gli aspetti umanitari che la Santa Sede intendeva innanzitutto perseguirvi. Don Andrea Cesarano salvò da sicura strage moltissimi Armeni: un popolo sterminato in passato da Ottomani e da Curdi, e ancora perseguitato dai Giovani Turchi di Kemal Atatürk, nel 1922. Da diplomatico, egli mostrò un cospicuo talento, affinatosi nel tempo in un crescendo inarrestabile con l’esperienza acquisita; e da sacerdote mai trascurò di esercitarvi la necessaria carità. Non poche conversioni lo ripagarono per tutto questo. Un giorno gli giunse il premio per le meritate benemerenze acquisite. Ad Istanbul, il 15 agosto 1931, nella cattedrale di Santo Spirito, con la nomina conferitagli da Pio XI di arcivescovo di Manfredonia, monsignor Cesarano venne consacrato dagli arcivescovi: Margotti, delegato apostolico in Turchia; Roncalli, visitatore apostolico di Bulgaria; e Filippucci, della Chiesa latina d’Atene, presenti numerose autorità dei diversi paesi accreditati in Turchia”.
Nella foto, del 1957: Mons. Cesarano e Sigismondo Nastri

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La campagna azera contro le chiese armene in Artsakh. In Occidente tutti troppo preoccupati a richiedere il gas azero. L’Unione Europa stanzia 2 miliardi di Euro di assistenza all’Azerbajgian (Korazym 07.02.22)

L’Unione Europea ha stanziato un pacchetto di 2 miliardi di Euro di assistenza all’Azerbajgian per investimenti economici, ha detto il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, l’Ungherese Olivér Várhely. Un regalo al dittatore Aliyev dopo la guerra in Artsakh e l’attacco all’Armenia. Comprerà altre armi… Nel contempo l’Azerbajgian ha dato avvio ad una vergognosa campagna di pulizia etnica artistica e religiosa nell’indifferenza dell’Europa (interessata solo al gas…). La riflessione dell’Iniziativa italiana per l’Artsakh.

Le prime avvisaglie si erano avute già all’indomani della fine della guerra del 2020 allorché lo splendido monastero armeno di Dadivank (foto di copertina) – rimasto sia pure per una manciata di chilometri nel territorio controllato dai militari dell’Azerbajgian – era finito nelle mire della propaganda del Ministero della Cultura [QUI].

Subito ribattezzato con il nome di Khudavang, da Baku erano giunti proclami sulla identità azerbajgiana del sito e il 4 dicembre 2020 un rappresentante della minuscola comunità Udi vi aveva officiato una liturgia accompagnato. da uno stuolo di funzionari governativi e militari azeri.
Fu subito chiaro che l’indirizzo politico di Baku dopo il conflitto era quello di “dearmenizzare” le chiese armene e ricondurre le stesse all’origine albana. Le chiese erano viste, giustamente, come un simbolo dell’armenità della regione e pertanto doveva essere attuata una doppia strategia: quello che non era stato distrutto durante o subito dopo il conflitto andava adeguatamente “restaurato” eliminando ogni traccia di armenità alle stesse.

Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021

Un esempio lampante di questa politica è dato dalla cattedrale del Santissimo Salvatore/Ghazanchetsots di Shushi, intenzionalmente colpita dai missili azeri durante la guerra, oggetto di vandalismi a fine conflitto e poi ingabbiata in lavori di manutenzione. Basta soffermarsi su quanto riporta il sito del Ministero della Cultura azero per capire le finalità di questo restauro: «Come tutti gli altri monumenti storici e culturali dell’Azerbajgian, la Chiesa di Gazanchy sarà restaurata sulla base di documenti storici e materiali d’archivio, nel rispetto del suo aspetto artistico ed estetico originario; è un’attività scientifico-pratica-di ricerca e comprende un’analisi completa del monumento e lo studio delle caratteristiche architettoniche e storiche. Il progetto di restauro consentirà di riportare il monumento all’aspetto originario, come era nell’Ottocento» [L’Armenia deplora i cosiddetti “lavori di restauro” alla cattedrale Ghazanchetsots di Sushi nell’Artsakh occupato dall’Azerbajgian – 4 maggio 2021].

In parole semplici, verranno eliminati tutti gli elementi che in qualche modo possano riportare all’identità armena della chiesa, a cominciare dalla cupola (subito rimossa) e qualsiasi altra iscrizione. Naturalmente i “documenti storici” custoditi a Baku avranno un grado di attendibilità elevatissimo…

Dopo aver visitato una chiesa del XVII secolo nell’Hadrut occupata, il Presidente dell’Azerbajgian Ilham Aliyev ha ordinato la rimozione delle iscrizioni armene medievali dalle chiese armene finite sotto il controllo azero, definendole “false”. In un incidente separato, le forze azere che attualmente occupano Shushi hanno distrutto la piccola chiesa di Surb Hovhannes Mkrtich (San Giovanni Battista) comunemente nota come Kanach Zham, rasandola al suolo. Aliyev ha emesso l’ordine al suo entourage in visita ad Hadrut con sua moglie e primo Vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva nella seconda settimana di marzo 2021, facendo arrabbiare Stepanakert e Yerevan, che hanno condannato il leader azero per aver promosso il “terrorismo culturale” contro gli Armeni. “Tali visite ufficiali non sono altro che una manifestazione della politica anti-armena e militarista dell’Azerbaigian e una visione dei suoi futuri piani aggressivi”, ha detto il Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh in una dichiarazione del 18 marzo 2021.

A marzo 2021 era stato poi il Presidente Aliyev a dichiarare pubblicamente, nel corso di un suo tour ad Hadrut, che da ogni monumento civile o religioso nei territori ora sotto controllo azero andava rimossa qualsiasi iscrizione o riferimento armeno. Un’operazione di pulizia etnica culturale, con arroganza annunciata pubblicamente senza che né l’UNESCO né qualsiasi altra istituzione culturale o politica internazionale sentisse il dovere di criticarlo.

Ora, pochi giorni fa, il 3 febbraio 2022, è partita ufficialmente la campagna di “dearmenizzazione”: il Ministro della Cultura, Anar Karimov, ha affermato che sarà istituito un gruppo di lavoro per identificare ciò che ha definito “falsificazione armena” nelle chiese, mettendo in pratica una teoria pseudoscientifica che nega l’origine armena delle chiese. Di fatto, il governo dell’Azerbajgian annuncia ufficialmente che intende cancellare le iscrizioni armene sui siti religiosi nel territorio che ha rivendicato nella guerra del 2020 con l’Armenia; anzi, rimuovere «le tracce fittizie scritte dagli Armeni sui templi religiosi albanesi».

La giustificazione di tale condotta si basa sulla teoria (sviluppata per la prima volta negli anni ’50 dallo storico Azerbajgiano Ziya Buniyatov) che le chiese armene in realtà erano originariamente l’eredità dell’Albania caucasica, un antico regno un tempo situato in quello che oggi è l’Azerbajgian. La teoria, che non è supportata dagli storici tradizionali, è stata a lungo propagata dagli storici nazionalisti azerbajgiani ed è stata accolta dall’attuale governo di Baku.

Ora, tale vergognoso oltraggio all’arte, all’architettura e alla religione, oltre a meritare una decisa presa di posizione internazionale (ma son tutti troppo preoccupati a richiedere il gas azero per far fronte alla crisi ucraina…) ci induce ad alcune considerazioni:
Come può rivendicare un’eredità culturale e religiosa uno Stato che esiste dal 1918?

Se le chiese e i manufatti armeni altro non erano che sovrapposizioni di chiese e manufatti “albani”, perché per decenni gli Azeri li hanno distrutti? Perché si sono accaniti sulle migliaia di croci di pietra medioevali (katchkar) di Julfa o hanno distrutto centinaia di chiese nel Nakchivan?

Se gli azeri si dichiarano “eredi” degli Albani caucasici cristiani, perché hanno mandato in guerra contro gli Armeni migliaia di miliziani jihadisti che hanno compiuto atti di sacrilegio nei siti religiosi cristiani e hanno sgozzato come “infedeli” numerosi soldati e civili armeni?

Purtroppo, per le note congiunture economiche ed energetiche, difficilmente potrà arrivare una qualche solidarietà dalla politica europea e italiana in particolare.

La cui attiva lobby – qualche politico che “lancia appelli”, qualche giornalista di terza fascia, qualche ex professorino a pagamento – si è già attivata con interventi sui media nazionali per fare da cassa di risonanza e provare a fornire un qualche supporto storico all’ennesima porcata del dittatore Aliyev [Armenia-Azerbajgian, il rischio che la storia del genocidio armeno si ripeta – 31 gennaio 2022].

Naturalmente l’unico supporto che hanno è quello dei soldi…

La nuova minaccia di pulizia etnica azera-turca contro gli armeni cristiani nel Caucaso meridionale e le sue implicazioni geopolitiche – 21 novembre 2020

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Azerbaijan libera 8 detenuti armeni, mediazione Francia-UE (31mag.nl 07.02.22)

Otto detenuti armeni sono stati rilasciati dall’Azerbaijan, hanno annunciato lunedì il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. La Francia ha inviato un aereo per rimpatriarli a Yerevan, dice France 24.

“Otto detenuti armeni sono stati rilasciati dall’Azerbaigian e trasferiti da Baku a Yerevan”, ha detto lunedì 7 febbraio sul suo account Twitter il capo di stato francese.

Questi detenuti armeni sono stati rilasciati dall’Azerbaijian nell’ambito dei negoziati guidati dalla Francia e dall’Unione Europea, dice il portale francese.

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Armeni Cristiani in fuga da una guerra dimenticata. Aiuto alla Chiesa che Soffre aiuta 150 famiglie armene cristiane rifugiate nella città di Goris (Korazym 07.02.22)

Goris si trova nella Repubblica di Armenia, vicino ai confini della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ed è qui che Aiuto alla Chiesa che Soffre vuole aiutare per 15 mesi 150 famiglie armene cristiane rifugiate. Il sostegno dei benefattori di ACS garantirà loro cibo e alloggio.

Il piano faciliterà anche l’incontro tra offerta e domanda di lavoro per rendere queste famiglie il prima possibile autosufficienti. Così facendo ACS contribuirà alle attività della Chiesa armena la quale sopperisce alla carenza di aiuti da parte delle autorità civili, assicurando alle migliaia di rifugiati Armeni Cristiani, non solo assistenza spirituale e psicologica, ma anche il sostegno materiale.

In Armenia ACS vuole aiutare anche chi studia per diventare sacerdote

Oltre ad aiutare i rifugiati Armeni Cristiani, ACS intende sostenere la formazione dei seminaristi. Come ha affermato Papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Armenia «oggi, in particolare i cristiani, come e forse più che al tempo dei primi martiri, sono in alcuni luoghi discriminati e perseguitati per il solo fatto di professare la loro fede. Il popolo armeno ha sperimentato queste situazioni in prima persona; conosce la sofferenza e il dolore, conosce la persecuzione». È questo popolo che i futuri sacerdoti, con il sostegno dei benefattori di ACS, dovranno servire.

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Armenia-Azerbaigian: Macron, grazie a diplomatici e militari per liberazione di 8 armeni(Agenzia Nova 07.02.22)

Parigi, 07 feb 11:48 – (Agenzia Nova) – Il presidente francese Emmanuel Macron ha ringraziato i diplomatici e i militari impegnati nella liberazione di otto detenuti armeni da parte dell’Azerbaigian. “Ritrovano le loro famiglie da cui erano stati separati da diversi mesi”, ha scritto su Twitter Macron. “La Francia ha dispiegato un aereo che permette il loro ritorno in Armenia oggi”, ha fatto sapere l’Eliseo. “Questa liberazione di prigionieri si inserisce in un insieme di misure umanitarie e di ritorno alla fiducia tra Armenia e Azerbaigian per una stabilizzazione nel Caucaso del sud”, ha aggiunto la presidenza francese. “La Francia – ha continuato l’Eliseo – è pienamente mobilitata affinché il dialogo tra Armenia e Azerbaigian continui su tutti i temi nello spirito costruttivo che ha segnato al riunione quadripartita tenutasi il 4 febbraio”. La Francia “continuerà ad agire con i suoi partner dell’Unione europea e della co-presidenza del gruppo di Minsk con determinazione in favore della pace e della stabilità”, ha fatto sapere Parigi

REGGIO – Leonida Edizioni: incontro dell’editore reggino Domenico Polito (L.E.) con l’ambasciatrice armena (Veritasnews 04.02.22)

La Leonida Edizioni e l’ambasciata armena avviano un nuovo percorso editoriale

Si è svolto lunedì 31 gennaio a Roma presso la sede dell’ambasciata armena l’incontro tra l’editore della Leonida Edizioni dott. Domenico Pòlito e l’Ambasciatrice Straordinaria e Plenipotenziaria della Repubblica d’Armenia presso la Repubblica Italiana S.E. Tsovinar Hambardzumyan. L’occasione è stata utile – in continuità con la politica editoriale avviata dalla casa editrice reggina – a delineare un percorso volto a favorire i legami sociali e culturali tra Italia e Armenia. L’impegno vuole tradursi in un programma di alto profilo che prevede la pubblicazione in lingua italiana delle opere dello scrittore armeno Elise Ciarenz e la realizzazione di altri due progetti editoriali. Una rappresentanza istituzionale armena sarà presente in occasione della VII edizione di Xenia Book Fair (5/6/7 agosto 2022) per presentare l’iniziativa.

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>>La Leonida Edizioni e l’ambasciata armena avviano un nuovo percorso editoriale

Macron tenta mediazione anche tra Azerbaigian e Armenia (Tvsvizzera 04.02.22)

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha parlato oggi con il primo ministro armeno, Nikol Pachinian e il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliev, in un nuovo tentativo di mediazione per pacificare le relazioni tra i due Paesi del Caucaso.

La videoconferenza di oggi, a cui partecipava anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, “si iscrive nell’iniziativa di mediazione del presidente della Repubblica, in coordinamento con il presidente del Consiglio europeo, per incoraggiare il dialogo e consentire l’attuazione congiunta di misure umanitarie e di ripristino della fiducia”, spiegano all’Eliseo.

L’iniziativa arriva in parallelo con gli attuali sforzi di Macron per tentare di svolgere un ruolo da mediatore nel conflitto tra Russia e Ucraina. Il leader francese e attuale presidente di turno dell’Ue ha già incontrato i leader di Armenia e Azerbaigian il 15 dicembre scorso a Bruxelles, a margine del summit sul partenariato orientale. Lunedì e martedì è inoltre atteso in Russia e Ucraina per tentare di ottenere una de-escalation anche nei rapporti tra Mosca e Kiev.

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Armenia-Azerbaigian: Michel e Macron, impegno a riduzione tensioni

Bruxelles, 04 feb 18:43 – (Agenzia Nova) – Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev e il premier armeno Nikol Pashinyan hanno avuto oggi una videoconferenza. Lo si apprende dal Consiglio dell’Ue, che ha spiegato che Michel e Macron hanno riaffermato il loro pieno impegno a sostenere gli sforzi volti a ridurre le tensioni e creare fiducia nella regione. Hanno fatto il punto sui progressi compiuti dopo le riunioni tenutesi a margine del vertice del partenariato orientale, in particolare i recenti rilasci di detenuti, gli sforzi congiunti in corso per la ricerca di persone scomparse, nonché l’imminente ripristino dei binari ferroviari. I capi di Stato e di governo hanno convenuto che questo incontro ha offerto una preziosa opportunità per discutere un’ampia gamma di questioni. “L’Ue e la Francia continuano a impegnarsi a collaborare con altri partner, compresa l’Osce, per costruire un Caucaso meridionale prospero, sicuro e stabile”, si legge nella dichiarazione rilasciata dopo la videoconferenza da Michel e Macron. (Beb)

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