L’ambasciatrice armena in Italia visita Carrara (Voceapuana 25.11.21)

CARRARA – Nell’intera giornata di sabato 27 novembre sarà in visita a Carrara S.E. Tsovinar Hambardzumyan, Ambasciatrice della Repubblica di Armenia in Italia. Invitata per partecipare alla presentazione del libro “Il Calice Frantumato” di Arthur Alexanian, che si svolgerà alle 18 presso l’Accademia di Belle Arti, l’Ambasciatrice coglierà l’occasione per visitare la città e incontrare i rappresentanti delle Istituzioni e delle categorie economiche.

A fine mattinata sarà a Palazzo Ducale a Massa per incontrare il Prefetto, Claudio Ventrice, e poi il Presidente della Provincia Gianni Lorenzetti. Più tardi si recherà a Marina di Carrara, al Parco “Falcone e Borsellino” per rendere omaggio al monumento dedicato all’amicizia e al gemellaggio tra le città di Carrara e Jerevan, capitale dell’Armenia.  Nell’occasione sarà presente il presidente del Consiglio comunale di Carrara, Michele Palma. Nel primo pomeriggio presso la Camera di Commercio incontrerà il Presidente della Cciaa, Dino Sodini, e i rappresentanti delle principali categorie economiche della Provincia. Successivamente  sarà ricevuta in Municipio dal Sindaco di Carrara, Francesco De Pasquale per poi concludere la giornata all’Accademia di Belle Arti.

Tsovinar Hambardzumyan è nata il 5 luglio 1971 a Jerevan. Nel periodo 1989-1994 ha studiato presso il Dipartimento di Lingue e letterature orientali della Facoltà di Studi orientali dell’Università Statale di Erevan. Dal 2005 al 2006 ha studiato presso la School of Political Studies (CRED) del Consiglio d’Europa. Nel 1998 ha conseguito il Master in Studi sulla Sicurezza presso l’Università Statale di Erevan e nel 2008 ha studiato presso il Rome Defense College della NATO. Il 1° giugno 2020, con decreto del Presidente della Repubblica d’Armenia Armen Sarkissian, Tsovinar Hambardzumyan è stata nominata Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica d’Armenia presso la Repubblica Italiana.

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Armenia e Azerbaijan, il valzer dei (mancati) incontri (Osservatorio Balcani e Caucaso 25.11.21)

Domani 26 novembre dovrebbe tenersi nella località turistica russa di Sochi un incontro trilaterale tra Armenia, Azerbaijan e Russia. Al centro dell’iniziativa diplomatica possibili accordi tra i due paesi belligeranti. Le informazioni però sono ancora poche

25/11/2021 –  Onnik James Krikorian

Lo scorso 9-10 novembre sono presto svanite le speranze per un possibile incontro tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev e il russo Vladimir Putin. Nel frattempo si sono verificati nuovi scontri al confine tra Armenia e Azerbaijan: è stato il momento peggiore dal cessate il fuoco del 2020.

Intanto volano le accuse reciproche tra Armenia e Azerbaijan per i combattimenti che hanno causato la morte di almeno sei soldati armeni e sette azerbaijani. Si ritiene inoltre che circa due dozzine di soldati armeni siano stati fatti prigionieri dall’Azerbaijan. Questo, insieme alle preoccupazioni riguardo a quelli già detenuti da Baku dalla fine dello scorso anno, ha incrinato ogni speranza di svolta.

Almeno fino ad ora.

Come suggerito da Radio Free Europe a metà ottobre, l’Unione europea ha lavorato ad un incontro tra Aliyev e Pashinyan a margine del Vertice di partenariato UE in programma a Bruxelles il mese prossimo. Lo ha confermato il 19 novembre Charles Michel, presidente del Consiglio europeo. La Russia, non volendo vedere sminuito il proprio ruolo, è riemersa però come possibile facilitatrice di un incontro, confermato finora per il 26 novembre nella località balneare russa di Sochi.

Alimentando le speculazioni sulla possibile firma di due accordi, il primo ministro armeno Pashinyan ha anche rilasciato la sua prima intervista dal vivo, dopo più un anno, il giorno stesso in cui è stato annunciato l’incontro. In diretta sulla televisione pubblica armena, Facebook e YouTube, si è quindi improvvisamente riattivato quello che sembrava essere un processo politico frustrato dal disaccordo tra le parti.

Le ragioni del fallimento dell’incontro del 9-10 novembre, come qui riportato all’inizio di questo mese, sono ancora oggetto di speculazioni. Alcuni analisti armeni suggeriscono richieste dell’ultimo minuto da parte azerbaijana. Nella sua intervista in diretta, tuttavia, Pashinyan ha attribuito il problema al simbolismo della data, il primo anniversario del cessate il fuoco del 2020.

In un podcast dell’Armenian News Network-Groong, l’analista regionale da Yerevan Benyamin Poghosyan ha ipotizzato che Pashinyan si fosse effettivamente ritirato dall’incontro del 9-10 novembre a causa della data delicata. Concorda Richard Giragosian, direttore del Centro studi regionali, che tuttavia cita anche altri problemi.

“Sebbene il governo armeno abbia spiegato molto male il proprio approccio diplomatico, sembra che l’insistenza dell’Azerbaijan su richieste dell’ultimo minuto, tra cui l’impegno dell’Armenia a riconoscere l’integrità territoriale e i confini dell’Azerbaijan, abbia effettivamente fatto deragliare l’incontro he ra stato pianificato”, ha dichiarato tramite e-mail.

Tuttavia risultano poco credibili le affermazioni di Pashinyan secondo cui i prossimi colloqui del 26 novembre a Sochi sarebbero stati concordati con largo anticipo: in particolare alla luce di quella che ora sembra essere una raffica di attività diplomatica internazionale. Il discorso del primo ministro armeno è sembrato preparare la popolazione a ciò che potrebbe accadere dopo.

Tuttavia, per qualsiasi attento osservatore della situazione del dopoguerra, non c’era nulla di nuovo nelle risposte di Pashinyan all’elenco di domande accuratamente redatte. Si è trattato, tuttavia, di uno sforzo evidente per chiarire in anticipo la posizione dell’Armenia.

“La mancanza di informazioni promuove solo il rischio di disinformazione”, afferma Giragosian. “E la gestione russa del processo crea un ulteriore pericolo di manipolazione esterna, rendendo Yerevan e Baku vulnerabili all’agenda di Mosca” .

Pashinyan ha affermato che sia l’Armenia che l’Azerbaijan avevano già riconosciuto la reciproca integrità territoriale quando sono entrati a far parte della Comunità degli Stati Indipendenti nel 1991. Ha anche ribadito che qualsiasi collegamento tra l’Azerbaijan e il Nakhichevan attraverso il territorio armeno non sarebbe andato a scapito della sua sovranità. C’è anche la questione dell’eventuale presenza di controlli doganali e di frontiera.

Durante l’intervista, durata oltre due ore, Pashinyan ha anche chiarito le speculazioni su eventuali accordi che potrebbero essere firmati nel prossimo futuro, e soprattutto in merito ad un confine conteso. “Un possibile documento si baserà sulla formazione di una commissione da parte di Armenia e Azerbaijan che comincerà a occuparsi della delimitazione dei confini”, ha affermato.

Non è chiaro se un documento del genere potrebbe essere firmato alla fine di questa settimana, ma i tempi della conferenza stampa fanno pensare che potrebbe essere sul tavolo. Indipendentemente da ciò, sostiene Giragosian, rimangono irrisolti alcuni ostacoli e problemi.

“Dato il ritardo nella restituzione di tutti i prigionieri di guerra e dei detenuti civili dalla prigionia azera, il necessario ritorno alla diplomazia non fa che aumentare il ritardo nel raggiungimento di un accordo di pace”, afferma. “In questo contesto, il calendario per un tale accordo di pace spetta in gran parte al governo azero e dipenderà da quando Baku sarà pronta a impegnarsi nuovamente nel processo di pace”.

Al momento della stesura di questo articolo, le speranze che una svolta potrebbe essere imminente e arrivare all’incontro di Sochi sembrano essere sostenute dai movimenti diplomatici dell’ultimo minuto. Il giorno dopo l’intervista televisiva di Pashinyan, il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha visitato sia Baku che Yerevan.

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Presentazione del libro “Il calice frantumato” di Arthur Alexanian (Lagazzettadimassaecarrara 24.11.21)

Italia Nostra, sezione Apuo Lunense, ricorda che sabato 27 novembre, alle 18, sarà presentato nella Sala dei Marmi dell’Accademia di Belle Arti di Carrara il libro “Il Calice Frantumato” di Arthur Alexanian, scrittore di origine armena, francese di passaporto e fiorentino di residenza.

Insieme all’autore ci saranno il Prof. Riccardo Canesi, l’Ambasciatrice della Repubblica armena in Italia S.E. Tsovinar Hambardzumyan, il Sindaco di Carrara Prof. Francesco De Pasquale, Alessandra Ulivieri, editrice, ed Emanuela Biso, Presidente di Italia Nostra, sez. Apuo-Lunense che ha organizzato l’evento.

All’incontro sarà presente anche lo scultore armeno Mikayel Ohanjanyan che nel 2015 ha vinto, con la delegazione armena, il Leone d’Oro di Venezia come migliore partecipazione nazionale.

 

Il Calice Frantumato è costruito sulle memorie raccolte da Arthur Alexanian sulla vita del padre Boghos, fuggito dalla propria terra, scampato al genocidio, che ha trovato in Francia il suo rifugio.

Considerato il ristretto numero di posti disponibili, si prega chi sia interessato a partecipare di prenotarsi scrivendo ad annalalli@icloud.com

Come da Norme AntiCovid, si potrà entrare solo se muniti di Green Pass.

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Renco va in Armenia con una centrale a gas (Ilsole24ore 24.11.21)

Produrrà circa il 20% del fabbisogno di energia elettrica dell’Armenia la centrale da 254 MW, sviluppata e costruita a Yerevan da Renco, da oltre 40 anni contrattista EPC (engeenering, procurement, construction) nel settore del gas e nella produzione di energia, con quartier generale a Pesaro e 40 società in 20 paesi nel mondo. Un project financing internazionale della durata di 25 anni per un investimento complessivo di 258,5 milioni di dollari e finanziato per quasi 164 milioni dollari (141 milioni di euro) da un pool di istituti finanziari internazionali, coordinati da IFC, società del Gruppo Banca Mondiale, dalla stessa Renco e da Simest, per un apporto complessivo di 56,9 milioni e da Siemens (37,9 milioni ). Il controllo completo dell’impianto, inaugurato il 29 novembre, sarà per i prossimi 25 anni in mano per il 60% ai due partner italiani e per la restante quota alla multinazionale tedesca, che ha fornito anche le turbine.

Lo Stato unico acquirente

Il gas necessario per il funzionamento della centrale verrà fornito da Gazprom Armenia e tutta l’energia elettrica prodotta verrà acquistata dallo Stato. «È un’operazione alla cui realizzazione lavoriamo da 6 anni – spiega Giovanni Gasparini, presidente di Renco – e della quale abbiamo seguito tutti gli step: dallo sviluppo del progetto all’individuazione dei partner tecnologici e finanziari, fino agli accordi con il governo armeno e alla realizzazione dell’impianto».

Gli ostacoli

Nonostante la Rivoluzione di Velluto del 2018, la Guerra dei 40 giorni con l’Azerbaigian nel 2020 e la durezza della pandemia da covid, il progetto è andato avanti spedito e segna anche un cambio epocale nella strategia del gruppo, finora player globale per la costruzione di impianti (a Brindisi ha realizzato il terminale di ricezione del Tap, ndr.). « Il futuro del mercato dei contrattisti EPC sarà più povero, più competitivo e più rischioso – è la visione di Gasparini – e noi abbiamo raggiunto dimensione e solidità finanziaria che ci consentono di investire in questi progetti: c’è un mercato nuovo e ampio in cui entrare come sviluppatori e produttori di energia».

I progetti

Dopo l’Armenia, in Renco guardano a Mozambico (nonostante il doppio attacco di matrice jihadista a marzo e aprile di quest’anno), Arabia e Kazakistan, dove il gruppo pesarese ha solide relazioni istituzionali, ai Paesi in via di sviluppo, «perché ci sono diverse opportunità», e anche all’Italia, dove sta partecipando a una gara per la conversione al gas di alcune centrali a carbone di Enel. Con la gradualità necessaria Renco nei prossimi anni cercherà di passare da EPC contractor a sviluppatore di progetti in particolare sul tema dell’energia. L’esperienza maturata con il progetto dell’Armenia sarà la base dalla quale partire per altri progetti con l’obiettivo di entrare in un mercato più complesso ma certamente più remunerativo. La transizione energetica sta spingendo i numeri del gruppo, che chiuderà quest’anno con un fatturato sui 300 milioni di euro, con livelli di marginalità costanti. Non ci sarà la Borsa nell’immediato futuro, ma piuttosto «altri strumenti funzionali alla crescita, sempre attraverso la finanza di progetto in Italia e su scenari internazionali».

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Ecumenismo: Pftim sez. San Tommaso, domani un incontro internazionale sulla “Fratelli tutti” (SIR 23.11.21)

Domani, mercoledì 24 novembre, a partire dalle ore 10, presso la sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Pftim), a Napoli, in viale Colli Aminei 2, in occasione della presentazione al pubblico del nuovo indirizzo ecumenico e interreligioso del biennio di specializzazione in teologia dogmatica-cristologica, avrà luogo un incontro internazionale ed interconfessionale di dialogo teologico dal titolo “Il sogno della fraternità universale. Una rilettura dell’enciclica Fratelli tutti”.
Ai lavori della mattinata di studi, organizzati dalla Pftim e dal Servizio ecumenismo e dialogo interreligioso dell’arcidiocesi di Napoli, prenderanno parte: Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa armena apostolica presso la Santa Sede (Roma), che parlerà dei “Volti concreti da amare: la sfida della carità e dell’unità per tutte le Chiese”; mons. Gaetano Castello, vescovo ausiliare di Napoli, che tratterà il tema “Prossimità, fraternità e accoglienza: una lettura biblica”; padre Edoardo Scognamiglio, docente di Cristologia e dialogo ecumenico della Pftim, che relazionerà su “La fraternità di Gesù Cristo”; don Antonio Ascione, docente di filosofia della Pftim, che interverrà sul tema “Per una migliore politica: dialogo, giustizia e amicizia sociale”; Giovanni Traettino, pastore della Chiesa evangelica della riconciliazione di Caserta, che terrà una prolusione dal titolo “Ricominciare dalla verità e dalla pace”; don Francesco Asti, decano e vice-preside della Pftim, che concluderà con la relazione “Il desiderio di un mondo aperto”.
“Il legame tra Napoli e l’Armenia ha radici antichissime, risalenti al medioevo, quando un gruppo di monache basiliane, in fuga da Costantinopoli, si sarebbe stabilito in città portando con sé le reliquie di San Gregorio l’Illuminatore, patriarca della Chiesa armena tra il III e il IV secolo, conosciuto appunto a Napoli come San Gregorio Armeno, cui sono intitolate la più celebre chiesa barocca della città e l’adiacente via, famosa in tutto il mondo per la produzione dei presepi”, si legge in una nota.
La partecipazione all’incontro è aperta a tutti e gratuita fino ad esaurimento dei posti disponibili, previa verifica del possesso del green pass all’ingresso.

Armenia-Azerbaigian: Cremlino, incontro trilaterale con Russia il 26 novembre a Sochi (Agenzia Nova 23.11.21)

Armenia-Azerbaigian: Cremlino, incontro trilaterale con Russia il 26 novembre a Sochi

Mosca, 23 nov 13:35 – (Agenzia Nova) – I capi di Stato e di governo di Russia, Armenia ed Azerbaigian si incontreranno venerdì 26 novembre a Sochi, su iniziativa del presidente russo Vladimir Putin, nell’ambito degli incontri trilaterali tra i Paesi, in concomitanza con l’anniversario della firma della dichiarazione del 9 novembre 2020 sul cessate il fuoco e la fine di tutte le ostilità nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh. Lo comunica oggi il Cremlino, aggiungendo che nel vertice tra Putin, il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev ed il premier armeno Nikol Pashinyan, si discuterà dell’attuazione degli accordi del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio 2021, nonché di ulteriori passi per rafforzare la stabilità e stabilire condizioni di vita pacifica nella regione, mentre particolare attenzione sarà rivolta al ripristino e allo sviluppo dei collegamenti commerciali, economici e di trasporto. (Rum)

Armenia, scoperto straordinario acquedotto romano (Ilprimatonazionale 23.11.21)

Erevan, 23 nov – L’Antica Roma, si sa, lastricò con il marmo gran parte del mondo allora conosciuto portando – con l’aratro e con il gladio – la civiltà di Romolo, nutrendo i popoli con le arti e le leggi e dissetandoli con opere ingegneristiche destinate a durare nel tempo. È notizia di questi giorni che gli archeologi dell’Università di Münster e dell’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia, nei pressi dell’antico monastero di Khor Virap hanno scoperto i resti di un acquedotto romano, ad arco, durante i lavori di scavo nell’antica città di Artashat-Artaxata, un tempo tra le capitali della Grande Armenia, a sud-est di Erevan.

In Armenia l’acquedotto più a oriente dell’Impero romano

Si tratta dell’acquedotto ad arco più a oriente dell’Impero romano. Lo scavo ha portato alla luce le fondamenta monumentali di un acquedotto incompleto eretto dalle truppe romane tra il 114 e il 117 d.C.. Durante questo periodo l’Impero Romano era governato dall’imperatore Traiano, noto per il suo governo filantropico, supervisionando ampi programmi di edilizia pubblica e implementando politiche di benessere. Secondo l’autore Prof. Achim Lichtenberger, dell’Istituto di archeologia classica e archeologia cristiana dell’Università di Münster, “a quel tempo, Artaxata era destinata a diventare la capitale di una provincia romana in Armenia“. L’acquedotto però rimase incompiuto a causa della morte di Traiano nel 117 d.C. e perché il suo successore, Adriano, rinunciò alla provincia dell’Armenia.

Artaxata fu teatro di una grande battaglia combattuta tra il 6 e il 9 agosto dell’8 a.C. e vide le legioni dell’Impero romano guidato da Agrippa – alleate al regno di Armenia guidato da Tigrane – contro l’impero dei Parti guidato dal generale Gotarzes. I Parti presero posizione ad Artaxata sperando che il generale Eusebes stesse per inviare loro rinforzi, ma presto Gotarzes ricevette notizia che il generale Eusebes era morto nella battaglia di Carre. Sconfortati, i Parti vennero sconfitti e molti fuggirono, lasciando sul campo il loro generale. Gli armeni subirono moltissime perdite, mentre ai Romani andò molto meglio grazie alla preparazione dell’inscalfibile formazioni legionaria. In seguito a queste sconfitte il re dei Parti, Fraate IV, raccolse un esercito e pianificò di annientare l’esercito romano ad Arbela.

Dalle fonti antiche Plutarco ci riporta che “il cartaginese Annibale, dopo che Antioco perse definitivamente la guerra con i Romani, si recò alla corte di Artassia d’Armenia, al quale diede molti utili consigli e indicazioni. Notò un luogo estremamente ben posizionato e bello ma che giaceva in desolazione. Dopo aver fatto i primi schizzi per la futura città, chiamò Artassia, gli mostrò questa zona e lo convinse a costruirla”. Da qui i Romani chiamarono Artashat, che fu capitale fino al 120 d.C., “la Cartagine armena”.

Lo studio dell’area di Artaxata

Per la prima volta è stata studiata geomagneticamente l’area intorno alla metropoli ellenistica di Artaxata nella pianura dell’Ararat, all’ombra dello storico monte oggi occupato militarmente dalla Turchia. In questa fase di lavoro, gli esperti hanno rilevato e registrato alcune anomalie. Le immagini geomagnetiche hanno rivelato una linea tratteggiata prominente, esaminata utilizzando i sondaggi. Gli archeologi hanno dettagliato i risultati in tre diverse dimensioni. Altre perforazioni hanno fornito prove di ulteriori pilastri dell’acquedotto incompiuti o distrutti.

“Abbiamo utilizzato immagini satellitari e immagini a infrarossi di un drone per visualizzare l’andamento dei pilastri dell’acquedotto”, ha affermato il dottor Mkrtich Zardaryan, dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia presso l’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia. “Abbiamo ricostruito il tracciato previsto dell’acquedotto mediante un’analisi computerizzata del percorso tra le possibili sorgenti dell’acqua e la sua destinazione. Un’analisi scientifica della malta di calce utilizzata ha dimostrato che si trattava di una tipica ricetta romana”.

Il segno di Roma

Dalle sue radici pagane hetaneiste, ittite, persiane e ellenistiche, fino a quelle paleopaleocristiane, si sa che l’Armenia è una terra ricchissima di storia e cultura. Da oggi però, con questa straordinaria scoperta, ancora una volta noi diretti discendenti dei Romani possiamo vantare la nostra antica impronta nella storia del Caucaso per mezzo di uno dei più alti simboli della Romanità: quegli acquedotti di pietra millenaria che permisero ai popoli indoeuropei di sopravvivere abbeverandosi alla fonte della nostra civiltà.

Andrea Bonazza 

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“Vodka Lemon”, vita nell’Armenia degli anni novanta (EastJournal 22.11.21)

Quelli che portarono all’indipendenza furono anni di grande entusiasmo collettivo in Armenia seguiti, però, da un periodo di enormi difficoltà per la popolazione del paese, vittima di una vera e propria catastrofe economica e sociale. Il film “Vodka lemon” (2003) del regista Hiner Saleem ci porta nell’Armenia del decennio che seguì il crollo dell’Unione Sovietica, raccontando tanti aspetti della vita degli armeni in quel momento storico: povertàemigrazionenostalgia del passato sovietico, ma anche una dose di ottimismo per l’avvenire.

I “tumultuosi” anni novanta

In un villaggio sperduto sull’altopiano armeno vive Hamo, un vedovo con tre figli costretto a vendere tutti i propri beni per sopravvivere. Il suo rituale quotidiano sono le visite alla tomba della moglie, dove conosce Nina, anch’essa vedova alle prese con le stesse difficoltà, dato che il suo chioschetto “Vodka Lemon” sta per chiudere i battenti per sempre. Tra mille ostacoli e costanti delusioni, nella speranza che le cose cambino, Hamo e Nina affrontano il futuro ignoto.

Lo spauracchio dei “tumultuosi anni novanta” (lichie devianostie), associati a povertà, negozi vuoti, criminalità e instabilità politica e sociale, è onnipresente nel discorso politico e nella memoria degli abitanti non solo dell’Armenia, ma anche di tutti gli stati emersi dal crollo dell’Unione Sovietica.

Concentrandosi sul paese caucasico, i dati di quel decennio possono dare una visione parziale del disastro economico di quel periodo, da cui l’Armenia non si è ancora pienamente ripresa. Mentre il PIL perdeva quasi il 60% del suo valore rispetto al 1989 nel biennio 1992-1993, il fenomeno dell’iperinflazione colpiva il rublo e il dram, la nuova valuta locale introdotta nel 1993, anno in cui l’inflazione mensile raggiunse il record del 438% a novembre.

In termini reali, la mancanza di energia e materie prime provenienti dalle altre repubbliche sovietiche portò alla chiusura di gran parte del sistema industriale dell’epoca comunista, lasciando a casa i suoi lavoratori. Gli scheletri delle fabbriche abbandonate popolano ancora il paesaggio armeno, testimonianza ben visibile a tutti gli abitanti e visitatori del paese. Chi ancora aveva un’occupazione, invece, vide il proprio stipendio trasformarsi in carta straccia a causa dell’inflazione di cui caddero vittima anche i pensionati. Di fronte a questo disastro, gli armeni avevano in molti casi un’unica scelta: cercare fortuna all’estero. La popolazione del paese è crollata da 3,5 milioni nel 1989 a 3 milioni del 2003, anno di uscita del film, e il fenomeno non si è ancora arrestato al giorno d’oggi.

“Che fai? Compri o vendi?”

La litania “Compri o vendi?” si ripete più volte in “Vodka Lemon” aprendo uno spaccato su un altro aspetto della vita in Armenia: l’abisso che divide le città, e in particolare la capitale e la campagna. Se Erevan, dopo i primi anni di difficoltà, ha vissuto un progressivo sviluppo economico, legato soprattutto al boom del settore edilizio, le campagne sono state per anni completamente abbandonate dalle istituzioni. Charles King, nel libro “Il Miraggio Della Libertà” (2008) sintetizza questa situazione nei seguenti termini: “Negli angoli più remoti interi paesi e quartieri giacevano abbandonati. Se si chiedeva alla gente cosa facesse per vivere, la risposta era pressoché universale: per gli uomini era guidare taxi, lavorare all’estero o trasportare merci da e verso le capitali; per le donne era, in russo, “Nu, torguem” – “Beh, vendiamo roba” – cercando disperatamente di sbarcare il lunario comprando e vendendo beni di consumo a basso costo in un bazar locale“.

“Sotto l’Unione Sovietica non avevamo la nostra libertà, ma avevamo tutto il resto”

In un contesto del genere, inevitabile è la nostalgia per l’epoca sovietica, onnipresente nelle vecchie generazioni, a cui si allude con ironia in un passaggio del film. Meglio la relativa stabilità del vecchio sistema o i cambiamenti e le difficoltà legate a concetti astratti come indipendenza e libertà?  Si tratta ovviamente di quesiti senza risposta e oggetto di dibattiti infiniti.

“Vodka lemon” pare voler dare una risposta ottimista ai dubbi dell’epoca: dopo l’inverno, arriva il disgelo e la vita va avanti come ha sempre fatto.

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Cosa succede ai confini? Mosca e la questione della Transcaucasia (Sputniknews 22.11.21)

I combattimenti su larga scala tra l’Armenia e l’Azerbaigian ricordano nuovamente gli eventi dell’anno scorso, ma questa volta l’escalation non si è verificata nel Karabakh, ma nella regione di Syunik. Erevan chiede l’aiuto di Mosca, mentre la Turchia promette “di non lasciare soli gli azeri”.
Sputnik ha appronfondito per voi le peculiarità di questa regione contesa e la missione di peacekeeping russa.

Un’esplosione seguito da uno sparo

I suoni di spari ed esplosioni sono stati sentiti nel villaggio di confine di Ishkhanasar, nella regione di Syunik, riporta il nostro corrispondente di Sputnik Armenia. Un drone era in volo. La popolazione non è stata evacuata, ma se i combattimenti continuano, dovranno essere portati via i bambini.

“Non potete immaginare cosa è successo qui. Il terreno si muoveva sotto i loro piedi. Loro (gli azeri) riescono a vedere tutto perfettamente, le loro posizioni sono a 5 chilometri di distanza”, dice una donna locale, Gohar. Non pensa di andarsene perché non ha un posto dove andare. Non ha nessuno a cui lasciare le sue proprietà e il bestiame. Gli abitanti del vicino villaggio di Angekhakot chiedono armi alle autorità. Non vogliono andarsene: “Credetemi, la nostra gente si farà valere; i nostri padri e i nostri figli hanno vissuto qui”.

Secondo i dati ufficiali, da parte armena un morto e tredici prigionieri, 24 militari hanno perso il contatto con il resto dell’esercito. Tra le fila azere sette sono stati uccisi e dieci feriti. Stando ai media locali, gli azeri hanno preso due roccaforti da cui è chiaramente visibile l’aeroporto militare nella città di Sisian utilizzato anche dalle forze russe di peacekeeping.
La situazione si è normalizzata dopo che il ministro della difesa russo Sergey Shoygu ha interloquito a turno con le sue controparti dei Paesi in guerra.

Regione sull’orlo del baratro

La regione di Syunik, nel sud dell’Armenia, è diventata una regione di confine dopo che un anno fa è stato firmato un accordo trilaterale sul cessate il fuoco. Sette distretti e quasi duecento insediamenti nel Nagorno Karabakh sono passati sotto il controllo azero.
Le due repubbliche si sono contese la regione già un secolo fa durante un brevissimo periodo di indipendenza. L’Armenia cercava l’accesso al confine iraniano, l’Azerbaigian un corridoio terrestre verso il Nakhichevan e la Turchia. I bolscevichi lasciarono Syunik all’Armenia sovietica, il che non impedì agli azeri di viverci pacificamente fino all’escalation del conflitto etnico alla fine degli anni ’80.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il popolo di Syunik confinava formalmente con la Repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh (NKR) a est, l’Iran a sud e la Repubblica autonoma di Nakhichevan, un’enclave dell’Azerbaigian, a ovest. Alla fine della guerra nel 2020, il confine orientale era dunque esposto.
A dicembre, il sindaco di Kapan (il centro amministrativo della regione di Syunik), Gevorg Parsyan, ha annunciato che i militari stavano liberando roccaforti utili, “arrendendosi al nemico”. E la strada che porta da Kapan ai 4 villaggi entra nel territorio della repubblica vicina. Nikol Pashinyan è arrivato sul posto e ha spiegato alla popolazione del luogo che già nel 2010 la legge “Sulla divisione amministrativo-territoriale” definiva Kapan come un’area frontaliera dell’Azerbaigian.
“L’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva supporta questa demarcazione frontaliera e non può interferire con la situazione”, ha sottolineato il primo ministro armeno.
Ad aprile il presidente azero ha rilasciato dure dichiarazioni sul fatto che un’arteria di trasporto passerebbe in ogni caso attraverso il territorio della regione di Syunik (Baku la chiama Zangezur). Ilham Aliyev ha ribadito: “Realizzeremo il corridoio Zangezur. Se l’Armenia non lo vuole, risolveremo la questione con la forza”. Nello stesso intervento ha dichiarato: “In questo modo il nostro popolo tornerà a Zangezur che gli è stato tolto 101 anni fa”. E ha anche menzionato che Irevan (ora Erevan) era presumibilmente un territorio storico dell’Azerbaigian.
Baku ha poi spiegato le sue parole con il desiderio di prevenire un “possibile revanscismo” degli armeni. Si tratta di una questione di difesa nazionale, ha insistito Leyla Abdullayeva, portavoce del ministero degli Esteri azero.
Tuttavia, ufficialmente Erevan non ha avvertito i propri cittadini di nulla. In primavera come parte della sua campagna elettorale Pashinian ha visitato nuovamente la regione. Nella piccola città industriale di Agarak gli è stato gridato: “Nikol sei un traditore”, “Vattene!” ed è stato difeso dalle sue guardie. La visita è stata rapidamente interrotta. L’amministrazione presidenziale ha presentato la situazione come una chiara provocazione di alcune frange della popolazione. Il Comitato investigativo ha parlato di fattispecie riconducibili a illeciti di natura penale. Non si è fatta aspettare l’ennesima escalation. Infatti, il 12 maggio l’esercito azero è entrato senza ostacoli in quello che l’Armenia sostiene essere il suo territorio. Erevan ha esortato i suoi alleati, Russia e l’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, a fare di più. E anche in quel caso si sono appellati al trattato bilaterale del 1997 che prevede l’assistenza militare da parte di Mosca.
In estate Aliyev ancora una volta, senza nascondere le sue intenzioni, ha ribadito le proprie rivendicazioni territoriali: “Lo Zangezur occidentale (regione di Syunik) è ora sotto il controllo armeno. Ma alla fine chiaramente restituiremo ai nostri cittadini le terre dei nostri antenati…Queste sono le nostre intenzioni”. Aliyev ha anche parlato del lago Sevan promettendo che la liberazione del bacino sarà il prossimo passo.

Tre ostacoli

Mosca ha sempre assistito alle procedure di dialogo, ma cerca di mantenere la sua neutralità. Il Cremlino ribadisce: le repubbliche devono prima onorare gli impegni presi un anno fa. Tuttavia, nessun progresso è stato fatto in tal senso. Una delle clausole dell’accordo prevede lo scambio integrale dei prigionieri. Baku ha restituito 114 militari alla parte armena (secondo altre stime 122). Erevan parla di almeno altri quaranta prigionieri. Ma la parte azera li considera “sabotatori”, ciò significa che non saranno restituiti, ma messi sotto processo.
L’altro tasto dolente è lo sblocco delle comunicazioni di trasporto. L’Azerbaigian sta dedicando la sua attenzione a Syunik perché desidera aprire la strada alla sua enclave Nakhichevan e quindi al suo più stretto alleato, la Turchia. Per Baku si tratta di un’arteria extraterritoriale. Ma non si capisce quale siano i vantaggi logistici e finanziari per gli armani.
Nemmeno Mosca ha commentato in maniera diretta questa situazione. A settembre il vice primo ministro Alexey Overchuk, membro della commissione trilaterale, si è recato a Erevan e ha dichiarato ai giornalisti armeni che la questione del corridoio non è nemmeno oggetto di discussione.

Il problema principale sono invece i confini. Mosca non sta solo offrendo una mediazione, ma potrebbe svolgere un ruolo chiave. Nel mese di ottobre Vladimir Putin ha dichiarato: “Probabilmente non abbiamo bisogno di nessuno qui, tranne le due parti coinvolte e la Russia. Infatti, le mappe si trovano presso lo Stato Maggiore dell’esercito russo. Sulla scorta di questi documenti bisognerà che entrambe le parti si siedano per trovare un compromesso reciproco”.

Infine, il Cremlino ha annunciato un incontro online tra Putin, Pashinyan e Aliyev per il mese di novembre. Si prevede che verranno prese molte decisioni sul tema dei confini. Ma le trattative sono state rinviate. I politici armeni dell’opposizione temono che il loro primo ministro firmi un accordo sfavorevole che metta ulteriormente in pericolo l’Artsakh (il nome armeno della repubblica non riconosciuta). Così il territorio potrebbe essere definitivamente tagliato fuori dall’Armenia.

Il difficile dilemma di Mosca

“L’assenza di una risposta coerente alle azioni aggressive di Baku ha fatto passare la voglia all’Azerbaigian instillando nei funzionari la convinzione che usando la forza possono costringere l’Armenia a rinunciare al Karabakh e a firmare un accordo di pace. E allo stesso tempo disegnare una linea di confine che sia conveniente per l’Azerbaigian”, sostiene l’osservatore politico armeno Hayk Khalatyan.
A suo parere, si potevano prevedere i bombardamenti: “Soprattutto dopo le elezioni anticipate vinte da Pashinyan in giugno e la sua annunciata disponibilità a fare serie concessioni. Baku credeva che questa vittoria lo avrebbe tolto dall’impasse consentendogli di firmare un nuovo accordo”.
Secondo l’esperto, anche la Russia è in una situazione difficile in quanto mediatore e alleato dell’Armenia. “Mosca è di fronte a un dilemma difficile: qualsiasi mossa faccia, infatti, potrebbe essere presentata in una luce per essa svantaggiosa. A quanto pare, è su questo che Baku scommette agendo fianco a fianco con Ankara (i funzionari turchi hanno già espresso il loro pieno sostegno in tal senso). Allo stesso tempo, però, solo la Russia è in grado di frenare le aspirazioni aggressive del duo Turchia-Azerbaigian che cerca di diventare un egemone nella regione”, osserva Khalatyan.
Secondo Nurlan Gasimov, ricercatore della regione del Caucaso, le parti hanno deliberatamente iniziato questa escalation: “Prima c’è stata la riparazione di un acquedotto armeno vicino a Shusha (gli azeri hanno ucciso un armeno). Poi un armeno ha lanciato una granata contro i militari azeri che sono penetrati in territorio armeno e spingendosi nell’entroterra per 2 chilometri. Non escludo che Baku non si aspettasse un tale sviluppo. Gli azeri volevano apparentemente spaventare gli armeni, ma hanno incontrato resistenza. In effetti, questo è un elemento di pressione. Baku non ha intenzione di occupare la regione di Syunik, ma sta forzando la situazione per accelerare il processo di delimitazione dei confini e costringere gli armeni ad avviare almeno una sorta di dialogo”.
L’analista politico è sicuro che Aliyev è ora molto interessato a presentare agli azeri dei cambiamenti positivi nella direzione del Karabakh. Dopotutto sostiene costantemente che il conflitto è ormai rimasto alla storia, ma la popolazione vede chiaramente che non è così.
Gli esperti concordano sul fatto che gli scontri continueranno. Nessuna delle questioni fondamentali è stata ancora risolta. E nessuna delle due parti è pronta per un compromesso.

Lettera a una ragazza in turchia (Mangialibri 22.11.21)

Heranush ha solo dieci anni quando nel 1920 è costretta a scappare da Düzce con la mamma e i fratelli per salvarsi dai turchi. Le marce notturne, la fame finiscono solo a Costantinopoli, dove la madre la affida a un orfanotrofio. Sono comunque anni infelici quelli dell’orfanotrofio, ma Heranush è una ragazza armena forte e tenace, determinata a uscire di lì. Ce la fa, ma è costretta a fuggire di nuovo, questa volta in Libano, quando l’attacco dell’esercito greco alla Turchia porta a nuove persecuzioni contro greci, armeni ed ebrei. Il destino però ha in serbo per lei una possibilità di riscatto e di successo negli Stati Uniti… La forza di volontà e la determinazione contraddistinguono anche il giovane Khayel, un armeno di Kharpert che arriva a Costantinopoli per diventare un valido avvocato e introdursi nella società della capitale. Frequenta l’alta borghesia, la nobiltà e gli amirà, si fa conoscere e apprezzare e sposa la bellissima Iskuhi, la principessina di Costantinopoli, figlia di un importante amirà, una ragazza dalle gote di pesca e dalle mani tondette, energica e appassionata, pronta ad aiutare gli altri in ogni situazione. Entrambi sono animati da un sogno che li unisce: tornare a Kharpert e ridestare nel popolo armeno l’orgoglio dei padri e l’antica cultura attraverso l’istruzione, offrendo così alla gente armena sottomessa una possibilità di riscatto… E infine la bella Noemi, forte e determinata a non farsi soggiogare dal turco, da quel nemico creduto amico che le ha ammazzato il marito. Sembrano lontani i cannoni del 1914 che tuonano in Europa, ma il sangue arriva presto anche in Turchia, dove ha prevalso il partito filotedesco che vuole mettere un punto definitivo alla “questione armena”…

In volo da Venezia a New York, la memoria di Antonia Arslan va alle anime degli “erranti sopravvissuti”, dei profughi armeni che all’inizio del ‘900 attraversarono l’Atlantico in fuga dai turchi alla ricerca di un domani sereno nei mitici Stati Uniti, e a due sue antenate armene. Nasce così, dalle riflessioni dell’autrice sull’attuale situazione delle donne in Turchia, questa lettera a una immaginaria ragazza di Turchia, una ragazza forse non del tutto turca, forse di sangue in parte armeno. Con la sua scrittura delicata, la Arslan regala al lettore un romanzo intimo e profondo, tre storie di determinazione, onore e volontà di riscatto, vicende reali di persone sue antenate: i bisnonni Khayel e Iskuhi, che dedicarono la loro vita agli altri e al sogno di emancipazione del popolo armeno, e la bella Noemi, che preferì la morte al sacrificio della propria dignità di fronte alle insidie del turco. Come già in altri romanzi della Arslan, anche qui pervadono il racconto la malinconia e la nostalgia per i bei tempi in cui i colti e istruiti armeni erano rispettati e tenuti in grande considerazione dal sultano ottomano, di cui erano consiglieri influenti e fedeli. Di quei tempi non rimane più nulla e molto ha fatto il governo turco per cancellare la cultura armena. Ma a differenza di quanto viene propagandato dalla retorica politica turca, la tanto acclamata purezza di sangue dei turchi è nella realtà spesso un’illusione ed è probabile che in molte persone sia “contaminata” da sangue armeno. Ecco quindi che diventa importante dare voce al grande “tappeto di storie”, alle memorie famigliari di quanti (tanti) che, pur essendo turchi, hanno origini armene, affinché “la ferrea cupola ufficiale della menzogna di Stato” venga messa in discussione e vacilli.

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