Il Primo Ministro della Repubblica d’Armenia Nikol Pashinyan visita l’Ambasciata a Roma (Giornale Diplomatico 20.10.25)

l Primo Ministro della Repubblica d’Armenia, Nikol Pashinyan, ha effettuato una visita ufficiale presso l’Ambasciata armena in Italia, che si trova al centro di Roma. Accolto dall’Ambasciatore Vladimir Karapetyan, il Capo del Governo ha avuto modo di incontrare il personale diplomatico e di conoscere da vicino le attività dell’ufficio.

Durante la visita, l’Ambasciatore Karapetyan ha illustrato al Primo Ministro le principali linee d’azione dell’Ambasciata, soffermandosi in particolare sullo stato attuale della cooperazione bilaterale tra l’Armenia e l’Italia. Sono stati evidenziati i progressi compiuti nel dialogo politico, negli scambi culturali e nella promozione delle relazioni economiche tra i due Paesi.

Il Primo Ministro ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto dalla rappresentanza diplomatica, sottolineando l’importanza del ruolo della stessa nel rafforzamento dei legami armeno-italiani e nel sostegno alla Comunità armena residente in Italia.

La visita ha rappresentato un momento significativo nel quadro delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Italia, confermando l’impegno reciproco teso a una collaborazione sempre più profonda e articolata.

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Leone XIV: Ignazio Maloyan, “un pastore secondo il cuore di Cristo”. Appello per “riconciliazione e pace” per il popolo armeno (SIR 20.10.25)

“Tutti noi condividiamo la gioia del popolo armeno amato mentre contempliamo la santità del vescovo martire Ignazio Maloyan”. Lo ha detto il Papa, in inglese, durante l’udienza concessa ai partecipanti alle sette canonizzazioni di ieri. “Egli era un pastore secondo il cuore di Cristo e, nei momenti di grandi difficoltà, non abbandonò il suo gregge, ma lo incoraggiò per rafforzarne la fede”, il ritratto di Papa Francesco: “Quando gli fu chiesto di rinunciare alla sua fede in cambio della libertà, non esitò a scegliere il suo Signore, fino al punto di versare il proprio sangue per Dio”. “Questo mi fa pensare con affetto al popolo armeno, che incide la croce nelle pietre come segno della loro fede ferma e incrollabile”, ha commentato il Pontefice: “Possa l’intercessione del nuovo santo rinnovare il fervore dei credenti e portare frutti di riconciliazione e pace per tutti”.


La comunione della Chiesa coinvolge tutti i fedeli in ogni lingua e cultura (OsservatoreRomano)

 

Armenia: amb. Ferranti visita Accademia Statale di Belle Arti a Jerevan (GiornaleDiplomatico 20.10.25)

GD- Jerevan, 20 ott. 25 – Nel quadro delle iniziative in programma in Armenia per la XXV Settimana della Lingua italiana nel mondo, l’ambasciatore italiano Alessandro Ferranti, accompagnato da una delegazione dell’Ambasciata, si è recato in visita all’Accademia Statale di Belle Arti di Jerevan.
A dare il benvenuto agli ospiti il Rettore Vardan Azatyan, il quale ha sottolineato l’importanza delle relazioni armeno-italiane ponendo enfasi sugli ambiti di possibile sviluppo della cooperazione nel campo delle arti.
Nel corso della visita l’ambasciatore ha anche incontrato gli studenti del corso di lingua italiana, augurando loro pieno successo nel percorso di formazione intrapreso, che permetterà di allargare gli orizzonti delle ispirazioni e delle opportunità di sviluppo dei talenti e di sbocco professionale. Alla delegazione sono state inoltre presentate la nuova collezione della Biblioteca dedicata alla lingua e alla cultura italiana e la mostra “Pensare attraverso la pittura: il corpo come modello” allestita presso la sala espositiva dell’Accademia.
L’italiano viene insegnato all’Accademia a partire dal 2013. Nel corso degli anni circa 20 studenti hanno ottenuto la certificazione CELI di livello A2, B1 e B2, e alcuni hanno proseguito gli studi in diverse Accademie in Italia. Dal 2014 l’Accademia collabora con l’Università per Stranieri di Perugia, offrendo agli studenti l’opportunità di partecipare a corsi di lingua e cultura italiana con borse di studio.
La visita ha consentito di valorizzare la centralità della lingua italiana nella dimensione privilegiata del rapporto culturale fra Italia e Armenia, traguardando una sempre più ampia diffusione di itinerari e modelli di apprendimento dell’italiano volti a propiziare ed approfondire le collaborazioni e gli scambi fra i due Paesi.

Fonte: Ambasciata

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A Yerevan convegno su collaborazione archeologica Armenia-Italia (Ansa)


 

Armenia. Il primo ministro Nikol Pashinyan a Roma e alla Santa Sede (Notizie Geopolitiche 20.10.25)

di Giuliano Bifolchi * –

La visita di lavoro del primo ministro armeno Nikol Pashinyan a Roma, articolata in incontri presso le sedi diplomatiche armene in Italia e la Santa Sede e nella partecipazione alla cerimonia di canonizzazione dell’arcivescovo Ignazio (Ignatius) Maloyan, presenta un valore simbolico e politico multiplo nel contesto delle relazioni internazionali dell’Armenia.
Sul piano bilaterale Italia–Armenia tale visita rafforza le relazioni tra Roma e Yerevan e offre un’ulteriore opportunità a entrambi i paesi per sviluppare la cooperazione economica e culturale e mantenere aperti i contatti politici utili in una fase regionale segnata da negoziati di pace con l’Azerbaigian.
Sul piano delle relazioni Armenia–Santa Sede, la partecipazione di Pashinyan alla canonizzazione e i colloqui previsti (incluso un incontro privato con il Santo Padre e un appuntamento con il Segretario di Stato) consolidano il ruolo diplomatico-religioso del Vaticano sia nel complesso sistema delle relazioni internazionali sia a livello culturale per quel che concerne la tematica del Genocidio Armeno.

La visita ufficiale del primo ministro armeno Nikol Pashinyan in Italia si è svolta tra il 18 e il 20 ottobre 2025, con la maggior parte delle attività concentrate nella giornata del 19 ottobre tra Roma e la Città del Vaticano.
Durante il soggiorno, il capo del governo armeno ha visitato le due rappresentanze diplomatiche del proprio Paese: l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e quella presso la Santa Sede. In entrambe le occasioni, accompagnato dagli ambasciatori competenti, Pashinyan ha incontrato il personale diplomatico, esaminando lo stato delle relazioni bilaterali e discutendo i canali di cooperazione con le autorità italiane e vaticane.
Il momento centrale della visita è coinciso con la partecipazione alla cerimonia di canonizzazione di Ignatius (Ignazio) Maloyan, arcivescovo armeno-cattolico martirizzato nel 1915, che si è tenuta in Piazza San Pietro alla presenza del Pontefice e del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella. Il rito, presieduto da Papa Leone XIV, ha rappresentato un passaggio simbolico di grande rilievo per la comunità armena nel mondo. Nell’ambito della stessa giornata, Pashinyan ha avuto anche un incontro privato con il Santo Padre e un colloquio con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, durante il quale sono stati affrontati temi legati alla cooperazione interreligiosa e al ruolo della Santa Sede nella promozione della pace nel Caucaso.
A margine della cerimonia, il Primo Ministro ha preso parte a una cena ufficiale organizzata in onore della canonizzazione dal Patriarca della Chiesa armeno-cattolica di Cilicia. In quell’occasione ha incontrato esponenti della diaspora armena e membri della gerarchia ecclesiastica presenti a Roma, ribadendo il legame tra lo Stato armeno e la comunità religiosa all’estero.
Questa missione diplomatica si inserisce in un contesto più ampio di rilancio dell’attività estera dell’Armenia nei confronti dell’Unione Europea e dei principali partner occidentali. La visita a Roma arriva infatti in un momento in cui Yerevan è impegnata in un delicato processo di negoziato di pace con l’Azerbaigian (dopo il raggiungimento della bozza di pace lo scorso agosto 2025 a Washington) e mira a rafforzare le proprie relazioni politiche, economiche e culturali con i Paesi europei, individuando nell’Italia e nella Santa Sede interlocutori strategici per consolidare la propria posizione internazionale.

Valore politico-diplomatico della partecipazione alla canonizzazione. La canonizzazione di Ignatius Maloyan ha una forte risonanza simbolica per l’Armenia: Maloyan è riconosciuto come martire del Genocidio Armeno e la canonizzazione presso la sede pontificia proietta in chiave internazionale la memoria storica armena. La presenza del Primo Ministro al rito pontificio costituisce un atto diplomatico e culturale di estremo significato, perché conferma l’importanza del riconoscimento del Genocidio Armeno e riporta tale argomento all’interno delle agende dei paesi europei. La canonizzazione di Maloyan può agevolare iniziative di riconoscimento, sostegno alla diaspora e all’internazionalizzazione delle istanze di Yerevan. Dal punto di vista del Vaticano, la canonizzazione rafforza il dialogo ecumenico e la responsabilità morale sulle persecuzioni storiche, creando una piattaforma comune con cui discutere anche temi di tutela delle minoranze e cooperazione umanitaria.

Rapporti Italia–Armenia: opportunità a livello economico, culturale e politico. L’incontro con la comunità diplomatica armena in Italia e i contatti con la società civile e la diaspora sono elementi pratici per rafforzare legami economici, culturali e parlamentari. L’Italia, quale Stato membro dell’Unione Europea con una nutrita comunità armena e tradizioni di cooperazione culturale con Yerevan, può offrire canali per progetti di supporto umanitario agli armeni del Nagorno-Karabakh/Artsakh fuggiti dopo il settembre 2023, ma al contempo può dare vita a iniziative di sviluppo locale, partenariati commerciali e incentivi per investimenti. Inoltre, gruppi parlamentari di amicizia e ONG italiane impegnate sulle tematiche del Caucaso possono costituire una leva di influenza che l’Armenia potrebbe sfruttare con il fine di promuovere una soluzione di pace negoziata e duratura.

Armenia–Santa Sede: dialogo religioso e memoria storica. Il colloquio del Primo Ministro armeno con il Santo Padre e i colloqui con il Segretario di Stato Vaticano hanno rappresentato un’opportunità per consolidare il rapporto bilaterale con la Santa Sede, spazio dove si intrecciano questioni di memoria (genocidio), diritti delle minoranze e ruolo della Chiesa armeno-cattolica. Per l’Armenia, il rafforzamento di questi canali è utile non soltanto per la diplomazia commemorativa ma anche per facilitare la cooperazione educativa, umanitaria e la protezione delle comunità cristiane nella regione. Tuttavia, la rilevanza di tali risultati deve essere valutata alla luce delle tensioni interne tra il Governo armeno e la Chiesa apostolica nazionale, che potrebbero ridurre l’impatto politico domestico di successi internazionali.

Implicazioni per la politica estera italiana nel Caucaso. Per l’Italia, la visita di Pashinyan costituisce una opportunità per riaffermare un ruolo di mediatore nel Caucaso meridionale, in particolare promuovendo iniziative di cooperazione post-conflitto, assistenza umanitaria e dialogo interreligioso. Roma può sfruttare i legami culturali e religiosi (incluso il ruolo del Vaticano) per facilitare le confidence-building measures tra Yerevan e i partner regionali. Tuttavia, la capacità italiana di influenzare il corso dei negoziati di pace deve essere inserita in un contesto più ampio di politiche dell’Unione Europea, considerando il crescente interesse che Bruxelles ha dimostrato nei confronti dell’Armenia e del panorama geopolitico caucasico.

La visita di Pashinyan a Roma e in Vaticano rappresenta un mix efficace di diplomazia simbolica e networking istituzionale: infatti, la presenza del Primo Ministro armeno a Roma ha permesso di consolidare i canali di politica estera e comunicazione con la Santa Sede, rafforzare i rapporti con le rappresentanze armene in Italia e offrire all’Armenia un’occasione per rinnovare la memoria storica in sedi internazionali.
Per massimizzare i benefici politico-diplo­matici, sia l’Italia che l’Armenia (e anche la Santa Sede) dovrebbero continuare il dialogo volto alla firma di ulteriori accordi di cooperazione economica, programmi congiunti di tutela della minoranza e progetti di sviluppo con finanziamenti mirati.

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Leone XIV: ricevuto in udienza il primo ministro dell’Armenia (SIR)

Appello per la pace nel Caucaso meridionale dopo incontro tra Papa e Premier armeno (FarodiRoma)

Dal Papa in udienza il premier armeno (Vaticannews)

Udienza al primo ministro della Repubblica di Armenia (OsservatoreRomano)

Il Primo Ministro della Repubblica d’Armenia Nikol Pashinyan visita l’Ambasciata a Roma (GazzettaDiplomatica)

Ignazio Choukrallah Maloyan: il santo martire armeno (In Terris e altri 19.10.25)

Domenica 19 ottobre Papa Leone XIV proclamerà santo l’armeno Ignazio Choukrallah Maloyan nato il 19 aprile 1869 a Mardin, una cittadina del sud-est della Turchia, che all’epoca faceva parte dell’Impero Ottomano. Egli sentì fin da giovane una vocazione forte alla vita religiosa. All’età di 14 anni entrò nell’istituto clericale patriarcale di Bzommar, in Libano. Nel 1896 fu ordinato sacerdote, assumendo il nome di Ignazio, in onore di sant’Ignazio di Antiochia.

Svolse il suo ministero in varie comunità armene cattoliche, ad Alessandria e al Cairo in Egitto, dove dimostrò la sua abilità nella predicazione, e l’impegno e l’attenzione verso i più deboli e bisognosi. Dopo essere stato nominato nel 1904 segretario particolare del Patriarca dell’Armenia Cattolica Boghos Bedros XII Sabbaghian (1836-1915) che durante il Sinodo dei Vescovi armeni riunito a Roma, lo nominerà Arcivescovo di Mardin il 22 ottobre 1911.

Il nuovo Arcivescovo visse in un periodo estremamente difficile per gli armeni nell’Impero Ottomano, dovuta ad una sempre più crescente tensione politica, discriminazioni, persecuzioni: tutto ciò sfociò negli eventi tragici del “genocidio armeno” iniziato il 24 aprile 1915. Quando cominciarono le deportazioni e le persecuzioni, Maloyan rimase con la sua comunità, non fuggì, il 3 giugno 1915 fu arrestato insieme a sacerdoti e fedeli armeni cattolici. Gli fu chiesto più volte di abiurare, di rinnegare la fede e di convertirsi all’Islam, in cambio della vita: ma egli rifiutò sempre. Fu quindi torturato, imprigionato, e infine ucciso, con un colpo di pistola alla nuca, presumibilmente fra il 10 e l’11 giugno 1915, vicino a Diyarbakir, in una località chiamata Kara-Keupru. Il 7 ottobre 2001 Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato, riconoscendo il suo martirio.

Sono passati 110 anni dall’inizio del genocidio del popolo armeno, in cui morirono milioni di persone, anche a causa della loro identità cristiana, questo è stato uno dei fattori che hanno contribuito alla persecuzione da parte del governo ottomano, a maggioranza musulmana, che vedevano le minoranze cristiane come un elemento estraneo e potenzialmente ostile. Il genocidio fu un evento tragico che portò alla sistematica eliminazione di una vasta parte della popolazione armena che risiedeva nei territori dell’Impero Ottomano.

E’ giusto ricordare che già negli anni 1894-1897 c’era stata una campagna contro gli armeni, per opera del sultano ottomano Abdul-Hamid II (1876-1909), successivamente nel periodo che precede la prima guerra mondiale, nell’impero ottomano, salì al potere il movimento dei “Giovani Turchi”, essi volevano creare uno stato di ispirazione nazionalista, a centralizzare tutto il potere, ed erano convinti inoltre di poter modernizzare l’Impero ottomano, sul modello delle potenze europee. Ecco, allora, che la presenza di minoranze etniche e religiose come gli armeni, divenne motivo di crescente preoccupazione, essi erano percepiti e visti come un ostacolo a questa visione, prevalentemente quelli di religione cristiana.

Di conseguenza, il genocidio verso i cristiani armeni, si manifestò pienamente in seguito all’approvazione della “Legge Techir” nella quale si stabiliva la deportazione della popolazione armena dell’Impero ottomano, per cancellarne oltre la religione, la storia e la cultura. In base a quanto stabilito le autorità ottomane, diedero inizio alle deportazioni di massa di intellettuali armeni, residenti a Costantinopoli, in seguito vennero arrestati, deportati e massacrati, uomini, donne vecchi e bambini, di conseguenza sparì la popolazione armena da tutta l’Anatolia orientale.

Papa Francesco nel messaggio agli armeni del 12 aprile del 2015, in occasione del centenario del genocidio, così si espresse: “Cari fratelli e sorelle armeni, un secolo è trascorso da quell’orribile massacro che fu un vero martirio del vostro popolo, nel quale molti innocenti morirono da confessori e martiri per il nome di Cristo. Non vi è famiglia armena ancora oggi, che non abbia perduto in quell’evento qualcuno dei suoi cari: davvero fu quello il “Metz Yeghern”, il “Grande Male”, come avete chiamato quella tragedia. In questa ricorrenza provo un sentimento di forte vicinanza al vostro popolo e desidero unirmi spiritualmente alle preghiere che si levano dai vostri cuori, dalle vostre famiglie, dalle vostre comunità… – ha poi proseguito il pontefice – …Fare memoria di quanto accaduto è doveroso non solo per il popolo armeno e per la Chiesa universale, ma per l’intera famiglia umana, perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori, che offendono Dio e la dignità umana…”. Questo si può considerare il primo genocidio del XX secolo, purtroppo nella storia dell’umanità, ne seguiranno altri, e il 24 aprile è riconosciuto giustamente come il “Giorno della Memoria del Genocidio Armeno”.

Il futuro santo Ignazio Maloyan resterà per sempre un simbolo di fede salda, di resistenza spirituale e di amore verso il suo popolo soprattutto in un momento drammatico, il suo martirio è un messaggio per i cristiani, specialmente in contesti di persecuzione religiosa, e discriminazione, in cui vivono e soffrono ancora in alcune parti del mondo.

Ecco, che allora la canonizzazione di Maloyan assume importanza anche oggi, che ricorda il genocidio armeno, una ferita della storia poco riconosciuta e spesso negata; e invita alla riflessione su cosa significhi vivere la fede in situazioni di ostilità, discriminazione, minaccia.

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Canonizzazione di Ignazio Maloyan memoria e vitalità spirituale delle Chiese d’Oriente (Asianews 18.10.25)


Leone XIV proclama 7 nuovi santi, tra cui due venezuelani, un armeno e Bartolo Longo fondatore del santuario di Pompei (Il Messaggero)


In Armenia: un segno di resistenza morale e spirituale (Cath.ch)


Sette nuovi santi proclamati dal Papa: tra loro Bartolo Longo e il primo della Papua Nuova Guinea (Tgcom24)


Il Papa proclama sette nuovi santi e lancia ancora un appello: “Pace in Terra Santa, Ucraina e negli altri luoghi di guerra” (AdnKronos)


Il diritto di ritorno in Artsakh degli Armeni sfollati con la forza dall’Azerbajgian, negato anche dal governo dell’Armenia (Korazym 18.10.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.10.2025 – Vik van Brantegem] – Oggi, sabato 18 ottobre 2025, il neonato movimento Mer Dzevov ha radunato migliaia di persone in piazza della Libertà a Yerevan, dichiarando l’inizio di quello che gli organizzatori hanno definito “la fine del periodo difficile dell’Armenia e l’inizio di una nuova fase di ricostruzione”. Intervenendo alla manifestazione, il Coordinatore del movimento, Narek Karapetyan, ha affermato che piazza della Libertà è stata storicamente il luogo di nascita di importanti movimenti nazionali, tra cui il Movimento per Artsakh e quello per l’Indipendenza, entrambi, ha osservato, “condotti alla vittoria dai nostri padri”. Ha proseguito: “Noi, membri e volontari del movimento Mer Dzevov, stiamo lanciando il terzo movimento: il movimento per porre fine al periodo difficile dell’Armenia e iniziare un periodo di ricostruzione”, delineando una sequenza di passi volti a quello che ha descritto come un “cambio pacifico del potere”.

 

Dopo i discorsi in piazza della Libertà, i partecipanti hanno iniziato una marcia attraverso il centro di Yerevan, guidati dalla moglie e dai figli dell’imprenditore, filantropo e prigioniero politico Samvel Karapetyan. Il corteo si è diretto verso la sede del Servizio di Sicurezza Nazionale, dove sono attualmente detenuti Karapetyan e diversi Vescovi della Chiesa Apostolica Armena. Durante il raduno, l’Avv. Aram Vardevanyan ha trasmesso un messaggio di Samvel Karapetyan e citando il suo cliente ha annunciato: “Una volta che il movimento Mer Dzevov diventerà un partito politico, Samvel Karapetyan è pronto ad assumere la carica di presidente del partito”.

Samvel Karapetyan, miliardario e filantropo russo-armeno, uno degli uomini d’affari più influenti in Armenia e importante investitore attraverso il Gruppo Tashir, è stato arrestato il 18 giugno 2025 nel corso di quella che i suoi sostenitori sostengono essere un’indagine politicamente motivata e il suo arresto è diventato un punto di riferimento per i critici del governo. Samvel Karapetyan è accusato di “aver incitato all’usurpazione del potere”, dopo aver pubblicamente difeso la Chiesa Apostolica Armena contro il governo. Sebbene la Corte d’Appello Penale dell’Armenia abbia successivamente dichiarato illegale la sua detenzione, il governo continua a trattenerlo on nuove accuse, tra cui il riciclaggio di denaro.

Al raduno di oggi, Narek Karapetyan ha anche annunciato che il movimento prevede di organizzare un pellegrinaggio alla Madre Sede della Santa Etchmiadzin nei prossimi giorni “per dimostrare che Etchmiadzin non è indifesa”. Il prossimo raduno dei sostenitori di Mer Dzevov è previsto per le ore 17.30 di domani a Etchmiadzin.

Due anni dopo la perdita dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, l’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh in esilio ha dichiarato il 19 settembre Giornata dello Sfollamento Forzato e della Richiesta di Diritti, ha annunciato il Ministero della Cultura della Repubblica di Artsakh. È stato apportato un emendamento corrispondente alla Legge della Repubblica di Artsakh “Sulle Festività e i Giorni della Memoria”. In questo giorno di due anni fa, il 19 settembre 2023, a seguito dell’attacco genocida dell’Azerbajgian, la Repubblica di Artsakh cadde sotto l’occupazione delle forze armate azere. Oltre 120.000 residenti dell’Artsakh furono costretti a lasciare la loro patria e 624 persone, tra cui 265 militari e 21 civili, persero la vita. L’esplosione di un deposito di carburante in quei giorni provocò 238 vittime civili e 22 dispersi.

Una delegazione armena, guidata dal neo-nominato Direttore del Servizio di Sicurezza Nazionale, Andranik Simonyan, ha partecipato al Terzo Forum sulla Sicurezza di Baku, che si è svolto in Azerbajgian dal 19 al 21 settembre 2025. La decisione di partecipare a tale forum segna un notevole cambiamento nell’approccio di Yerevan. Nel novembre 2024, l’Armenia si rifiutò di partecipare alla Conferenza ONU sul Clima a Baku, citando espressamente il rifiuto dell’Azerbajgian di rilasciare prigionieri di guerra e ostaggi Armeni. Questa opposizione ora sembra essere stata dimenticata. A seguito del recente accordo di “pace” negoziato a Washington, le autorità armene sembrano più disposte a confrontarsi con l’Azerbajgian su piattaforme internazionali. La questione dei prigionieri di guerra e degli ostaggi, un tempo un importante punto di scontro, è notevolmente scomparsa dalla narrazione ufficiale.

La partecipazione della delegazione armena al forum è vista da alcuni osservatori come un ulteriore allineamento alle condizioni dell’Azerbajgian e parte di un più ampio cambiamento nella posizione di politica estera dell’Armenia. Andranik Simonyan, in particolare, è percepito come un uomo che si è guadagnato un notevole favore a Baku, dopo aver guidato con successo la repressione del dissenso interno armeno. Naturalmente, un rappresentante armeno noto per aver represso l’opposizione armena a una politica di concessioni all’Azerbajgian, sarà ovviamente ben accolto a Baku. Lo smantellamento sistematico dell’opposizione armena contro l’Azerbajgian è una delle richieste principali dell’Azerbajgian, poiché Baku si spinge persino a chiedere emendamenti costituzionali all’interno dell’Armenia. I critici sostengono che questi sviluppi riflettano una più ampia tendenza all’accomodamento politico e al crescente allineamento con gli interessi azerbajgiani. Questo risultato è impopolare in Armenia e continua a suscitare polemiche nella società armena.

 

Il 15 ottobre 2025, durante la Terza Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Armenia ha ribadito il suo impegno per il divieto assoluto di tortura e ha lanciato l’allarme per le segnalazioni attendibili di abusi e detenzioni motivate politicamente. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha espresso seria preoccupazione per la detenzione in corso dei 23 prigionieri Armeni dell’Artsakh detenuti in Azerbajgian, sottolineando che i loro diritti, la loro sicurezza e la loro dignità rimangono a rischio a causa dell’assenza di accesso internazionale, incluso il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). L’Armenia ha esortato tutti gli Stati a rispettare il diritto internazionale e a proteggere le persone private della libertà dalla tortura e dai trattamenti disumani.

Hayk Mamijanyan, leader del gruppo parlamentare Pativ Unem Dashink (Con Onore), ha rivolto un appello all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea, Kaja Kallas, chiedendo di organizzare una visita dell’Ambasciatore dell’Unione Europea in Azerbajgian ai prigionieri di guerra e ostaggi Armeni dell’Artsakh detenuti a Baku. Questa richiesta fa seguito alla recente espulsione del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) dall’Azerbajgian, che ha di fatto eliminato l’unico canale di monitoraggio umanitario delle condizioni dei prigionieri. Non sono criminali. Sono simboli della resistenza, imprigionati per aver difeso l’Armenia, la sua Chiesa e il suo popolo.

Mamijanyan ha delineato le minacce a cui sono esposti gli Armeni dell’Artsakh imprigionati a Baku, osservando che le autorità azere hanno creato un “vuoto informativo” sulla loro situazione. Senza alcun monitoraggio delle loro condizioni, al momento non c’è modo di verificare la protezione e il trattamento dei prigionieri Armeni dell’Artsakh nel notoriamente violento sistema azero.

La risposta dell’Unione Europea alla richiesta di Mamijanyan sarà altamente rivelatrice dell’attuale posizione nei confronti dell’Azerbajgian. Lo scorso aprile, Kallas si è recata a Baku per discutere di un ulteriore “rafforzamento dei legami”. Solo un giorno prima della sua visita, la missione dell’Unione Europea in Armenia ha cancellato la parola “genocidio” da un post sui social media in commemorazione del Giorno della Memoria del Genocidio Armeno, apparentemente per evitare di intaccare le relazioni con l’Azerbajgian.

L’Unione Europea continua a ignorare la sorte dei prigionieri Armeni dell’Artsakh detenuti illegalmente a Baku e altre violazioni dei diritti umani commesse dal regime autocratico degli Aliyev in Azerbajgian, dando priorità alla cooperazione energetica con Baku e ad un’agenda geopolitica anti-Russa nella regione. I diritti umani e il diritto internazionale passano in secondo piano rispetto agli interessi energetici e strategici. Dopotutto, l’Unione Europea costantemente ha dato priorità al conflitto con la Russia oltre al sostegno a Israele contro l’Iran, e l’Azerbajgian si trova in una posizione strategica proprio tra Russia e Iran, fornendo al contempo redditizie risorse energetiche, riciclando anche il gas russo. È molto improbabile che l’Unione Europea eserciti pressioni sugli Aliyev per il bene degli Armeni.

Nel frattempo, lo stesso governo armeno sembra riluttante a premere per il ritorno dei prigionieri Armeni dell’Artsakh. Gli osservatori notano che queste persone potrebbero essere visti come testimoni scomodi, o persino potenziali oppositori politici, del Primo Ministro Nikol Pashinyan.

Da due anni, otto ex funzionari e leader dell’Artsakh sono stati illegalmente catturati dall’Azerbajgian. Rimangono in carcere a Baku, con accuse penali inventate. Tra gli arrestati ci sono Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh; Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan e Arayik Harutyunyan, secondo, terzo e quarto Presidente della Repubblica di Artsakh; Davit Ishkhanyan, ex Presidente dell’Assemblea Nazionale; Davit Babayan, ex Ministro degli Esteri; Levon Mnatsakanyan, ex Comandante dell’Esercito di Difesa; e Davit Manukyan, ex Vice Comandante dell’Esercito di Difesa.

Oltre a questi otto leader, decine di civili e militari armeni continuano a languire nelle prigioni azere.

Non dobbiamo permettere che vengano dimenticati. Dobbiamo persistere nella lotta per il rilascio di tutti gli ostaggi Armeni dall’Azerbajgian.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha ordinato all’Azerbajgian di fornire un rapporto sulle condizioni di detenzione e sulla salute di 23 ostaggi Armeni dell’Artsakh trattenuti a Baku. Siranush Sahakyan, rappresentante legale dei prigionieri presso la CEDU, ha dichiarato che i detenuti sono stati tenuti in completo isolamento per quasi tre mesi. “Nessuna organizzazione internazionale indipendente ha avuto accesso a loro. Al momento, non ci sono informazioni sulle loro condizioni di detenzione, sullo stato di salute o sullo stato psicologico”, ha dichiarato Sahakyan.

Il Comitato Nazionale Armeno d’America (ANCA) ha annunciato la sua opposizione alla disegno di legge 5632, avvertendo che la misura legittima la pulizia etnica dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian, ignorando i diritti degli Armeni sfollati forzatamente dall’Artsakh dopo l’aggressione militare del 19 e 20 settembre 2023 e delle altre vittime delle aggressioni di Baku. Nella sua dichiarazione, l’ANCA ha definito il disegno di legge “fuorviante”, sottolineando che non affronta:

  • La detenzione illegale e il maltrattamento di ostaggi armeni, prigionieri civili e prigionieri di guerra da parte dell’Azerbajgian.
  • Il diritto collettivo dei rifugiati dell’Artsakh a tornare alle proprie case sotto protezione internazionale.
  • La distruzione di siti del patrimonio cristiano e di proprietà civili.
  • La continua occupazione del territorio sovrano armeno da parte dell’Azerbajgian.

L’ANCA ha inoltre criticato la definizione di aggressione restrittiva contenuta nel disegno di legge, affermando che normalizza di fatto i passati attacchi dell’Azerbajgian, e ha avvertito che disposizioni vaghe sulle sanzioni per coloro che “minano” il processo di pace potrebbero soffocare il legittimo dibattito democratico in Armenia. “Il Congresso dovrebbe promuovere una pace reale e duratura basata sulla giustizia”, ha affermato l’ANCA, “non legittimare le conquiste genocide dell’Azerbajgian o approvare automaticamente concessioni pericolose imposte agli Armeni con la forza”.

Un nuovo rapporto di Luis Moreno Ocampo, Procuratore fondatore della Corte Penale Internazionale, denuncia un grave conflitto di interessi che indebolisce una recente sentenza delle Nazioni Unite sulla detenzione di Ruben Vardanyan in Azerbajgian. Il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria (UNWGAD) ha emesso il Parere N. 46/2024 in febbraio 2025, sostenendo che la detenzione di Ruben Vardanyan non è arbitraria, contraddicendo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, che aveva chiesto il rilascio immediato di tutti gli Armeni dell’Artsakh detenuti in Azerbajgian.

Le conclusioni di Ocampo rivelano che l’autrice del Parere, la Presidente-Relatrice Ganna Yudkivska, ha legami finanziari e personali con l’Azerbajgian attraverso la sua posizione presso Equity Law Firm, che rappresenta la compagnia petrolifera statale azera SOCAR, e tramite suo marito, Georgii Logvynskyi, un politico Ucraino con una lunga storia di impegno pro-azerbajgiano. Secondo Ocampo, questi legami violano le norme delle Nazioni Unite in materia di indipendenza, imparzialità e conflitti di interesse. “Qualcuno con stretti legami con le autorità al potere a Baku non avrebbe dovuto giudicare un caso riguardante gli Armeni dell’Artsakh”, ha affermato Luis Moreno Ocamo. Il suo team legale ora sta contestando il parere dell’UNWGAD e chiedendo la ricusazione di Yudkivska.

Ruben Vardanyan, filantropo, ex banchiere ed ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh, è stato sequestrato dalle forze di sicurezza azere il 27 settembre 2023, in seguito all’assalto all’Artsakh, mentre tentava di lasciare la regione durante l’esodo forzato della popolazione dell’Artsakh. Deve rispondere a 42 capi d’accusa, tra cui finanziamento del terrorismo e organizzazione di gruppi armati, in un processo a Baku. Il procedimento è opaca e politicamente motivato.

Il Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha dichiarato all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) di non considerare realistico il ritorno degli Armeni forzatamente sfollati in Artsakh, negando ancora una volta il loro diritto, riconosciuto a livello internazionale, di tornare nelle loro terre ancestrali. “Lo dirò apertamente: non considero realistico il ritorno dei rifugiati nel Nagorno-Karabakh. In questo contesto, credo che la questione del ritorno dei rifugiati sia pericolosa per il processo di pace”, ha dichiarato Pashinyan.

Rispondendo alle domande dei membri dell’APCE, ha sottolineato che, con il sostegno sia del governo armeno che della comunità internazionale, la popolazione sfollata dell’Artsakh deve essere reinsediata in Armenia. “Abbiamo avviato un programma di alloggi per i nostri compatrioti del Karabakh. È stato difficile avviarlo, ma sono convinto che diventerà più efficace. Immaginiamo il futuro dei nostri compatrioti del Karabakh in Armenia, con la cittadinanza della Repubblica di Armenia”, ha affermato.

Le sue osservazioni evidenziano un chiaro cambiamento di politica da parte di Yerevan, che dà priorità all’integrazione degli Armeni dell’Artsakh sfollati con la forza in Armenia dall’Azerbajgian, piuttosto che sostenerne il loro ritorno, in un momento in cui l’Azerbajgian continua a promuovere la sua narrativa espansionistica dell’Azerbajgian occidentale” (Armenia).

L’Artsakh era, è e rimarrà per sempre armeno. Il ritorno della popolazione Cristiana armena dell’Artsakh non è una questione di se, ma di quando. Fino a quel giorno, la gente dell’Artsakh dovrà curare le proprie ferite, ricostruire la propria casa e perseverare con incrollabile determinazione.

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Teheran dedica stazione metro alla Vergine Maria (Ilfarosulmondo 18.10.25)

Teheran – L’Iran ha inaugurato la stazione della metropolitana Santa Vergine Maria (Maryam-e Moghaddas) a Teheran. La stazione, situata accanto a una chiesa cristiana armena, è ricca di immagini cristiane. Questa nuova stazione è stata costruita in onore della comunità cristiana armena dell’Iran.

Il governo iraniano riconosce i diritti di tutti i cristiani e i seguaci di Gesù Cristo possono osservare le loro cerimonie religiose, inclusa l’occasione propizia per l’anniversario di nascita di Gesù. Gli armeni costituiscono la maggior parte della popolazione cristiana iraniana (assiri, cattolici, protestanti e cristiani evangelici costituiscono il resto), che sono seguaci del ramo orientale ortodosso del cristianesimo.

A differenza dell’ipocrita Occidente, in Iran le minoranze religiose vengono realmente tutelate. La costituzione iraniana non distingue tra fedeli di religioni diverse e considera tutte le religioni in modo uguale. In Iran i seguaci delle diverse fedi vivono pacificamente gli uni accanto agli altri, nonostante gli sforzi dell’Occidente per “costruire” una narrazione totalmente falsa sul rispetto delle minoranze e dei diritti umani in Iran.

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Armenia, chi è il dio dimenticato che emerge dopo 2500 anni? (Futuro Prossimo 18.10.25)

Fortezza di Urartu svela idolo misterioso e necropoli con 50 urne. L’Armenia riscrive la sua storia spirituale più antica.

Gianluca Riccio

Il regno di Urartu controllava il Caucaso meridionale 2.500 anni fa. La sua capitale, Tushpa, sorgeva vicino al lago di Van. Le sue fortezze punteggiavano le montagne delle attuali Armenia, Turchia e Iran. Poi crollò. Gli Sciti invasero. I Medi conquistarono. E le sue città divennero rovine silenziose.

Ora, gli scavi nella fortezza di Argishtikhinili stanno riportando alla luce frammenti di quella civiltà. Case, ceramiche, strumenti. E un idolo di pietra che nessuno sa più chi rappresenti. Alto mezzo metro, scolpito nella roccia vulcanica, con un volto dai tratti marcati: naso allungato, occhi ravvicinati, labbra sottili. Era un dio? Un antenato? La risposta potrebbe trovarsi nella cassa di pietra accanto a lui, che verrà presto analizzata per trovare tracce di offerte rituali.

Armenia, il volto emerso dalla polvere
Gli archeologi del team polacco-armeno guidato da Mateusz Iskra dell’Università di Varsavia stavano lavorando nella seconda stagione di scavi sulla collina di Surb Davti Blur. La fortezza di Argishtikhinili, fondata dal re Argishti I nell’VIII secolo a.C., occupava una posizione strategica sulla piana di Ararat. Le case terrazzate emergevano una dopo l’altra: pavimenti in pietra, magazzini con grandi giare conficcate nel terreno. Poi, in una di queste stanze, qualcosa di diverso. L’idolo era appoggiato contro una cassa di pietra, nella stessa posizione in cui era stato lasciato 2.500 anni prima. Il tufo vulcanico di cui è fatto si trova in abbondanza nella regione.

I tratti del volto sono stilizzati ma precisi: sopracciglia definite, occhi molto ravvicinati, un naso lungo e diritto, labbra sottili. È come un guardiano immobile che ha attraversato i millenni senza muoversi di un millimetro.

Argishtikhinili emerge lentamente dalla terra armena. Ogni oggetto che riemerge racconta di un mondo che pensava di durare per sempre, poi è finito in fretta.
Un dio locale o un antenato venerato?
Idoli simili sono stati trovati in altri siti armeni. L’interpretazione più comune li collega a culti locali, forse dedicati agli antenati o a divinità della fertilità. Ma identificare con precisione questa figura è un’altra storia.

Il regno di Urartu aveva un pantheon complesso. La divinità suprema era Haldi, dio della guerra spesso raffigurato in piedi su un leone. Poi c’era Teisheba, dio delle tempeste e dei tuoni, derivato dall’hurrita Teshub. E Shivini, dio del sole, rappresentato con un disco solare alato che ricorda molto da vicino il Ra egiziano. Oltre a questi, esistevano divinità locali legate a specifici insediamenti, chiamate semplicemente “il dio della città di…”.

Una lista di ben 79 divinità urartee è stata trovata incisa in una nicchia montana vicino alla capitale Tushpa. Accanto ai nomi, le istruzioni sui sacrifici da compiere per ciascun dio. Se le analisi chimiche della cassa di pietra rivelassero residui compatibili con quei sacrifici, potremmo finalmente dare un nome all’idolo.

La necropoli che riscrive la storia dell’Armenia
L’idolo non è stata l’unica scoperta della stagione. Il team ha portato alla luce una vasta necropoli ai margini dell’insediamento. Decine di urne cinerarie, molte in stato eccezionale di conservazione. Le ceneri dei defunti erano depositate con cura nei recipienti ceramici, spesso accompagnate da piccoli corredi funerari. La bioarcheologa Hasmik Simonyan dell’Accademia Nazionale delle Scienze d’Armenia ha definito la scoperta “un traguardo per l’archeologia nazionale”.

Si tratta probabilmente del campo di urne più esteso e meglio conservato mai trovato in Armenia. Le urne appartenevano a adulti e bambini, segno di un sistema funerario codificato e sviluppato. Alcune contenevano oggetti personali, altre solo le ceneri. La varietà offre uno spaccato delle gerarchie sociali e delle credenze sull’aldilà in una comunità che viveva nel periodo di transizione dopo il declino del potere centrale urarteo.

 

Le urne cinerarie ad Argishtikhinili raccontano chi erano. Adulti, bambini, ricchi, poveri. Tutti cremati con lo stesso rito, poi deposti nella terra con quello che serviva per il viaggio.
Cosa ci dice questo dio senza nome
La fortezza di Argishtikhinili non era solo un baluardo militare. Era un centro abitato dove le famiglie vivevano in case di 400 metri quadrati, con stanze di stoccaggio e sistemi di drenaggio avanzati.

La presenza dell’idolo in una di queste case suggerisce che la religione permeava la vita quotidiana degli Urartei. Non c’erano templi domestici separati. Gli dèi abitavano le stesse stanze in cui si conservava il grano. Come spiega Iskra: “Ogni casa racconta la storia di come gli esseri umani affrontano la fine del loro mondo e continuano a vivere”.

Il regno di Urartu crollò nel VI secolo a.C., ma le comunità locali mantennero le loro tradizioni spirituali. L’idolo ne è testimone. Stava lì, nella stanza, a guardare. Forse proteggeva il raccolto, forse garantiva la fertilità. Forse semplicemente ricordava chi era venuto prima. Come altre scoperte archeologiche recenti, questo ritrovamento ci ricorda che le civiltà antiche avevano vite spirituali più complesse di quanto immaginiamo.

Le analisi chimiche della cassa di pietra inizieranno presto. Potrebbero rivelare residui di vino, oli, piante allucinogene o altri materiali usati nei rituali. Se i risultati corrispondono ai sacrifici prescritti per una specifica divinità nella lista di Tushpa, avremo finalmente un nome per quel volto.

Fino ad allora, l’idolo resta quello che è sempre stato: un guardiano silenzioso di segreti che nessuno ricorda più.

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Quando a Baku si stampava in armeno (Assadakah 17.10.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel 1895 venne pubblicato a Baku, in lingua armena, un volume monumentale intitolato Artsakh, opera del vescovo e storico Makar Barkhudaryants. Raccontava, con rigore e profondità, la vita del popolo armeno nella regione storica dell’Artsakh. Oggi, dopo gli eventi del 2023, quella presenza millenaria è stata cancellata: non c’è più nessun armeno che viva in quella terra.

In questo articolo ricostruiamo il percorso che va dalla testimonianza culturale alla cancellazione materiale, mettendo insieme le parole dei profughi con i dati dei rapporti internazionali.

Makar Barkhudaryants nacque nel 1823 nel villaggio di Khantsakh, citato per la prima volta dallo storico Arakel Davrijetsi negli anni 1630, ma fondato, secondo le tradizioni locali, già nel 1537 dai principi Haykazyan. Nella sua opera Artsakh egli annotò con cura i villaggi, le genealogie, le pratiche religiose, l’organizzazione sociale del popolo armeno in quella regione.

Nel corso del tempo, il suo libro divenne una delle fonti storiche più autorevoli per conoscere l’Artsakh armeno prima delle trasformazioni politiche del XX secolo.

Ma che cosa è avvenuto da allora?

Tra il 19 e il 20 settembre 2023, l’Azerbaigian lanciò un’offensiva militare fulminea in Nagorno-Karabakh (Artsakh). Le forze armene si arresero in meno di 24 ore, e quasi 120.000 armeni etnici furono costretti a fuggire. Stando a Human Rights Watch, molti intervistati raccontano di aver abbandonato le case con nulla se non i documenti e un cambio di abiti.

Il rapporto Driven by Fear spiega che molti fuggivano non solo per le armi, ma per la paura latente e la mancanza di fiducia nelle promesse delle autorità azere.

Secondo Freedom House, una missione internazionale di accertamento, ha concluso che il regime azero ha “deliberatamente svuotato Nagorno-Karabakh della sua popolazione etnica armena”. La strategia combinava blocco, intimidazione, distruzione culturale e poi trasferimento forzato.

Nel rapporto Why Are There No Armenians in Nagorno-Karabakh?, si afferma che “la nazione armena fu soggetta a regolari attacchi, privazioni e un’espulsione pianificata da parte dello Stato azero”.

Anni prima dell’offensiva, Baku aveva già cominciato una strategia di assedio: dal dicembre 2022, il Corridoio di Lachin, unica via terrestre che collegava l’Artsakh all’Armenia, fu bloccato o interrotto ripetutamente. Questo determinò carenze gravi di cibo, medicine, carburante e materiali essenziali per la vita quotidiana.

In particolare, il Fact-Finding Report sulla guerra di 44 giorni (2020) segnala che decine di chiese, monasteri e monumenti furono vandalizzati o distrutti, e l’origine armena attribuita falsamente ad alcune strutture è stata negata.

Molti profughi non credono in un ritorno reale. Le garanzie azere vengono viste come dichiarazioni di facciata, non come impegni effettivi.

Un tempo, a Baku si stampava Artsakh in armeno, come tributo culturale e storicità di un popolo. Oggi, quell’opera è un testimone muto, l’ultimo segno di una presenza che non esiste più sul terreno.

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Armenia – L’OSCE spinge sulla pace (Assadakah 17.10.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – La Presidente di turno dell’OSCE, il ministro degli Esteri finlandese Elina Valtonen, ha concluso la sua visita ufficiale in Armenia elogiando apertamente la disponibilità di Yerevan a procedere sulla via della pace e della normalizzazione con l’Azerbaijan.

Durante il suo soggiorno nella capitale armena, Valtonen ha incontrato il Primo Ministro Nikol Pashinyan e il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan. Al centro dei colloqui, la fase post-bellica nel Caucaso meridionale e il ruolo dell’OSCE in un nuovo quadro regionale ormai privo del suo storico strumento diplomatico: il Gruppo di Minsk.

Secondo quanto dichiarato dalla rappresentante del governo finlandese, la decisione congiunta di Armenia e Azerbaijan,ratificata lo scorso 1° settembre da tutti i 57 Stati membri dell’OSCE, di chiudere definitivamente il processo di Minsk rappresenta “una pietra miliare importante verso una pace sostenibile”. Il Gruppo di Minsk, istituito nel 1992 per facilitare la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, non è infatti più considerato funzionale alla nuova fase politica seguita alla resa del 2023 e allo spopolamento forzato dell’Artsakh armeno.

Valtonen ha riconosciuto i “risultati tangibili” finora raggiunti da Yerevan e Baku, ma ha avvertito che “la pace non può essere solo un accordo fra governi”. Secondo la Presidente dell’OSCE, sarà decisivo “ampliare i contatti interpersonali a tutti i livelli della società per favorire una riconciliazione autentica”. In questo senso, ha assicurato che l’OSCE continuerà a sostenere ogni iniziativa diretta a garantire “stabilità duratura nella regione, a beneficio delle popolazioni colpite da decenni di conflitti”.

La ministra finlandese ha inoltre incontrato rappresentanti della società civile armena e diversi think tank locali, esprimendo apprezzamento per “l’approccio aperto e collaborativo del governo verso una società civile vivace e consapevole”, definita dalla Finlandia “la vera spina dorsale della democrazia”.

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