Nagorno Karabakh, ad un anno dalla guerra (Osservatorio Balcani e Caucaso 10.11.21)

Nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2020 veniva firmata la dichiarazione trilaterale di Russia, Armenia e Azerbaijan che segnava la cessazione dei combattimenti fra Armenia, Azerbaijan e i secessionisti del Nagorno Karabakh. Il conflitto armato del 2020 viene chiamato la guerra dei 44 giorni, o la seconda guerra per il Nagorno Karabakh. Su come definire la nuova situazione che si è creata da allora invece non c’è accordo. Le posizioni ufficiali sono distanti e ancora incompatibili, a indicare quanto ancora sia rimasto da negoziare per trovare una soluzione politica al secessionismo del Nagorno Karabakh, exclave armena in territorio azero.

Per il governo di Baku la questione è risolta, non esiste più il secessionismo armeno, e questa è la soluzione conclusiva a cui Armenia e armeni del Karabakh si devono adattare. La questione del Karabakh è chiusa, non esiste più come entità autonoma e in via provvisoria vi stazionano i peacekeeper russi. Per Yerevan e Stepanakert invece questo è un cessate il fuoco in attesa che con l’ausilio della mediazione internazionale venga negoziata una nuova realtà politica. Per gli armeni questa realtà si dovrà conformare al principio di autodeterminazione dei popoli, e quindi lo scopo finale è ottenere il riconoscimento dell’indipendenza del Nagorno Karabakh nei suoi confini attuali ma – soprattutto Stepanakert – non si nasconde di voler riottenere il controllo delle aree riconquistate dagli azeri ma che erano parte della Repubblica Autonoma del Karabakh in epoca sovietica, in primis la città storica di Shusha.

Fase post-bellica, o secondo status quo, o secondo cessate il fuoco: mentre rimane impossibile trovare una definizione unanime per questo periodo, a un anno di distanza da quando i combattimenti si sono (quasi) fermati, cosa sta succedendo nelle aree contese?

Il Karabakh dei vincitori

Nelle aree controllate dall’Azerbaijan non ci sono più armeni, ma ancora non ci possono essere gli azeri. Il recupero delle aree riconquistate si è dimostrato più ostico del previsto per l’alto numero di mine, sia nel Karabakh che nelle regioni della cintura di sicurezza, e per l’alto grado di distruzione e abbandono delle aree nell’ex cintura di sicurezza.

Nell’ex Karabakh, Shusha è diventato il nuovo centro e simbolo della vittoria. Baku celebra la vittoria l’8 novembre, il giorno in cui Shusha è capitolata decretando le sorti della guerra. Nel 1977 Heydar Aliyev, padre dell’attuale presidente Ilham, allora al timone della Repubblica Socialista Sovietica di Azerbaijan, aveva dichiarato Shusha riserva nazionale di ricchezza storica e architettonica. Nel maggio 2021 Ilham Aliyev, tornato in controllo della città, l’ha dichiarata Capitale Culturale dell’Azerbaijan. Si prevede  una riqualificazione della città perché torni alla sua gloria passata e che sia città esemplare della cultura e dell’architettura azera.

Questo crea frizioni con gli armeni, che osservano preoccupati ormai da lontano quella che per loro è la “turchizzazione” di territori che reclamano come storicamente armeni. I lavori di restauro della cattedrale di Ghazanchetsots a Shusha hanno sollevato l’indignazione armena  perché ne altererebbero l’integrità architettonica e culturale. Ancora l’UNESCO non ha accesso ai territori riconquistati. Durante il Consiglio Internazionale dei Ministri della Cultura dell’Organizzazione dei Paesi di Cultura Turcofona l’Azerbaijan ha proposto  di fare di Shusha la Capitale del mondo turco nel 2023.

Il governo azero ha anche chiesto a Google di cambiare i toponimi su Google map nelle zone riconquistate  , ove compare ancora quello armeno.

La ripresa del controllo di questi territori ha implicato, oltre che un rilancio culturale dell’identità azera nelle aree riconquistate, massicci investimenti per favorire il rientro degli sfollati della prima guerra del Karabakh. Circa il 65% di quanti avevano abbandonato il Karabakh divenuto armeno hanno ora espresso la volontà di tornare. Questo comporta una ricostruzione massiccia. La regione di Kalbajar da settembre è raggiunta da una nuova rete elettrica  , e vi sono confluite aziende turche interessate allo sfruttamento delle risorse minerarie  .

Il governo azero prevede di riuscire, in qualche decennio, a ripopolare le aree riconquistate, una volta che la rete infrastrutturale e il tessuto produttivo saranno riattivati. Durante una visita a Füzuli, Aliyev ha dichiarato che per il 2040 la città potrà ospitare 50.000 azerbaijani. Durante la visita il presidente ha inaugurato e ispezionato varie strutture  , come un parco, l’aeroporto, la nuova autostrada Füzuli-Ağdam, e lo smart village di Dövlətyarlı con 450 case. All’inaugurazione dell’aeroporto ha partecipato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Oltre alle infrastrutture civili è in corso una grande collocazione di risorse per nuovi siti militari. La guerra è finita, ma non troppo.

Il Karabakh dei vinti

Niente tagli di nastri e visite di capi di stato per la comunità armena arroccata in quanto rimane del Nagorno Karabakh (nella mappa sotto in arancione). Qualche scambio di fuoco lungo i confini, qualche attraversamento involontario, e la stessa insicurezza che si respira ora lungo tutto il confine armeno-azero.

Fonte: Emreculha / wikimedia CC

Fonte: Emreculha / wikimedia CC

Anche per gli armeni è partita una ricostruzione per recuperare i danni della guerra. Con il sostegno dell’Armenia è prevista la costruzione di nuovi appartamenti, fino a 3000. Yerevan e Stapanakert temono un esodo, uno spopolamento dell’area data la difficile situazione post-bellica  . Gli armeni hanno perso miniere, pascoli, campi. Nell’insieme il 60% del territorio agricolo è passato in mano azerbaijana. Per di più l’enclave vive in uno stato di tensione perenne, è isolata e l’accesso al territorio nonché l’approvvigionamento da fonti esterne sono più difficili che prima della guerra. I peacekeepers russi lavorano per il ripristino dei servizi elettrici, idraulici, idrici, ma alcuni problemi in assenza di una soluzione politica potrebbero dimostrarsi insormontabili. A settembre l’Ombudsperson armeno ha lanciato l’allarme sull’accesso all’acqua. A Stepanakert il 20% della popolazione non aveva accesso all’acqua corrente, e il problema era diffuso nell’80% del territorio fuori dalla capitale de facto. Le fonti di acqua sono ora sotto il controllo di Baku  . Senza controllo sulle risorse idriche il secessionista Nagorno Karabakh rischia di trovarsi senza elettricità, visto il largo uso di energia idroelettrica.

La situazione rimane drammatica, il rischio di spopolamento reale, soprattutto nelle aree percepite come più pericolose perché più a ridosso della presenza azera. Stepanakert ha circa 15.000 abitanti in più, sfollati delle zone riconquistate e armeni che hanno preferito trasferirsi nel centro principale della regione.

Un anno dopo l’accordo trilaterale del 2020 il peso della non-pace grava ancora assai pesantemente, sui vinti, ma anche sui vincitori. Le ambizioni di ricostruzione di Baku si devono costantemente confrontare con il rischio delle mine, e che al di là delle dichiarazioni trionfalistiche, rimangono in Karabakh gli armeni che non accetteranno mai di essere integrati nell’Azerbaijan e l’esercito russo, ufficialmente “ospite” ma senza che sia previsto un meccanismo unilaterale per garantirne fra 4 anni un eventuale ritiro.

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La donna che salvò migliaia di bambini nel genocidio armeno (Aleteia 10.11.21)

Bodil Bjørn era missionaria in Armenia. Le sue fotografie del conflitto sono diventate una testimonianza della barbarie

Il conflitto armeno ha rappresentato uno degli stermini più terribili della storia recente. Deportazioni ed esecuzioni di massa posero fine alla vita di migliaia e migliaia di persone, lasciando moltissimi sfollati, vedove e orfani.

Quella situazione colpì profondamente tutti coloro che credevano che si dovesse fare qualcosa per alleviare il dolore delle vittime, anche rischiando la propria vita.

Missionari di vari luoghi del mondo si organizzarono per recarsi nell’epicentro dell’orrore, e a questi si unirono persone di diverse origini e provenienze, con l’unico obiettivo di offrire una luce di speranza in tanta oscurità e desolazione.

Bodil Catharina Bjørn era una ragazza felice, una privilegiata che avrebbe potuto avere una vita priva di preoccupazioni.

Nata il 27 gennaio 1871 a Kragerø, in Norvegia, in una famiglia agiata in cui il padre era armatore, Bodil crebbe circondata da lusso e splendore, oltre a ricevere un’istruzione non comune per una bambina dell’epoca.

Si preparava a seguire i passi delle donne della sua famiglia, sposandosi, avendo figli e vivendo con ben poche preoccupazioni, almeno a livello materiale. Qualcosa, però, si risvegliò in lei quando, all’inizio del XX secolo, sentì parlare alcuni missionari che si erano recati in Turchia ed erano stati testimoni dell’orrore subìto dagli Armeni.

Giocarsi la vita

Bodil era una ragazza molto religiosa, e sentì il bisogno di aiutare gli altri. Studiò da infermiera, si lasciò alle spalle tutte le comodità e si unì all’Organizzazione delle Donne Missionarie, con cui viaggiò fino al cuore dell’Armenia.

Stabilitasi prima a Mezereh e in seguito a Mush, lavorò instancabilmente, occupandosi soprattutto dei bambini orfani e delle donne rimaste vedove. Fondò orfanotrofi e subì l’orrore di veder morire alcuni di quei bambini che aveva trasformato nella sua famiglia.

Si sentì anche orgogliosa vedendo come molti altri si erano salvati la vita grazie alla sua infaticabile e impagabile azione umanitaria, un’opera che in più di un’occasione avrebbe potuto costarle la vita.

Bodil non tornò a casa, trasferendosi in Siria, dove fondò un altro orfanotrofio per prendersi cura degli sfollati. Lì rimase fino al 1935, quando tornò definitivamente in Norvegia dopo essersi miracolosamente salvata la vita.

Denuncia del genocidio

Di nuovo in Norvegia, Bodil Biørn non dimenticò la dura esperienza che aveva vissuto, le migliaia di persone che non era riuscita a salvare e quelle a cui aveva potuto offrire un raggio di speranza.

Per il resto della sua vita si dedicò a denunciare tutto quello che aveva visto – i massacri, gli omicidi gratuiti e l’orrore di un conflitto che molti volevano negare.

Scrisse articoli per la stampa, pronunciò conferenze e mostrò al mondo le immagini che aveva scattato in quell’inferno con la sua macchina fotografica, immagini che divennero una delle testimonianze grafiche più importanti del Genocidio Armeno.

Bodil Bjørn è morta il 22 luglio 1960 a Oslo. I bambini sopravvissuti e che la conobbero sempre come “Madre Catharina” piansero la morte di colei che per loro era stata davvero una madre e un angelo protettore.

Vari memoriali ricordano il lavoro impagabile di questa donna coraggiosa. Le sue fotografie, custodite attualmente dall’Archivio Nazionale della Norvegia, sono una preziosa fonte di informazioni per gli storici e un promemoria vivente di quello che non dovrebbe più accadere in nessun luogo del mondo.

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Armeni e Azeri, quella pace non è impossibile (IlTirreno 09.11.21)

«Armeni e Azeri sono prima di tutto esseri umani e come tali aspirano profondamente alla pace. Occorre rendere manifesta questa aspirazione e iniziare qualche forma di dialogo». Così diceva Giorgi Vanyan, probabilmente l’attivista più impegnato nella ricerca di una soluzione per il conflitto che dalla fine degli anni ottanta vede contrapposti Azerbaigian e Armenia. L’ultimo atto di questa guerra si è consumato lo scorso anno, di questi tempi, ed è durato 44 giorni costando la vita a 7.000 persone. Il Nagorno Karabakh è una regione montuosa grande all’incirca come la provincia di Brescia. È parte dell’Azerbaigian ma la comunità armena che ivi risiede non ha mai accettato la sovranità del governo di Baku. Con un referendum, nel 1991, ha proclamato l’indipendenza che nessuno a livello internazionale ha mai riconosciuto anche se ha sempre goduto del sostegno dell’Armenia. Le frontiere statali spesso non coincidono con i confini delle nazioni che, a loro volta nelle zone periferiche si stemperano, si mescolano e si ibridano. Il Caucaso è un crogiolo di gruppi etnici che a seconda del lato della barriera in cui si trovano sono maggioranza o minoranza e viceversa. Culture, lingue e religioni sono profondamente intrecciate. Tracciare nuove frontiere o modificare i confini esistenti è come accendere un fiammifero in una polveriera. Nel Caucaso, tuttavia, sono tanti i politici che scherzano con il fuoco del nazionalismo che è la merce più facile da piazzare all’opinione pubblica per conquistare il consenso e raccattare voti. Giorgi Vanyan era nato in Azerbaigian ma viveva in Armenia. La minoranza armena in territorio azero contava all’incirca mezzo milione di persone; più di 300.000 erano invece gli azeri che vivevano in terra armena. Di questi due gruppi oggi non c’è più traccia. La guerra ha messo specularmente fine alla storia secolare di due comunità. Nonostante le minacce delle frange più estreme Vanyan non si era mai perso d’animo e aveva continuato la sua opera di decostruzione della narrativa del nemico cercando di creare le condizioni per il dialogo fra due popoli obbligati a condividere la stessa regione ma incapaci di comunicare e gestire insieme le proprie fragilità a cominciare da un senso di insicurezza atavico. Direttore teatrale di professione aveva fondato dieci anni fa il festival di Tekali, un villaggio della Georgia situato a pochi chilometri sia dal confine con l’Armenia sia da quello con l’Azerbaigian, dove esponenti del mondo della cultura e società civile di Baku e Erevan potevano incontrarsi in campo neutro per suonare insieme jazz e scambiare idee su come gettare le basi di un processo di riconciliazione duraturo che mettesse fine ad anni di tragiche incomprensioni. Dopo la guerra dello scorso anno Giorgi voleva che Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev, i leader di Armenia e Azerbaigian, si incontrassero faccia a faccia senza la mediazione bifida di Vladimir Putin che non perde occasione di ripetere che senza la Russia nel Caucaso meridionale non è possibile la pace. Non ha fatto in tempo, purtroppo, a vedere realizzato il suo desiderio. Il Covid-19 se l’è portato via lasciando un vuoto incolmabile.

Quella del Nagorno Karabakh è l’ultima guerra del vecchio continente. Il cessate-il-fuoco del 9 novembre 2020 non ha fermato lo stillicidio di vittime innocenti, in buona parte sfollati azeri, che saltano sui campi minati mentre, dopo trent’anni, cercano di rientrare nelle zone di origine. Robert Kocharyan, ex presidente dell’Armenia legato a filo doppio con il Cremlino, un giorno dichiarò che Armeni e Azeri sono etnicamente incompatibili. «Non esistono popoli incompatibili e non ci sono mai stati», ribatte da Baku Ramazan Samadov, un vecchio amico impegnato nelle operazioni di ricostruzione, «questo tipo di narrativa non appartiene ai sistemi moderni di governo». «Vorrei avere una macchina del tempo per portarti indietro di quarant’anni e mostrati quanto fossero “compatibili” allora i due popoli sia in Armenia che in Azerbaigian», mi dice amareggiato. La strada della pace è ripida e difficile nel Caucaso ma non bisogna smarrire la direzione.

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Armenia-Azerbaigian: rappresentane speciale Ue fa appello a pace durevole (AgenziaNova 09.11.21)

Baku, 09 nov 12:28 – (Agenzia Nova) – Armenia e Azerbaigian devono risolvere le questioni aperte in nome di una pace onnicomprensiva e durevole. Lo ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Unione europea per il Caucaso meridionale e la crisi in Georgia, Toivo Klaar, secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa “Apa”. “Oggi ricordiamo tutti coloro che sono stati uccisi e hanno sofferto nel corso di oltre trent’anni di conflitto”, ha detto Klaar, facendo appello a Erevan e Baku per una pace durevole per i rispettivi popoli. “L’Ue sta dalla vostra parte e da quella della regione”, ha continuato. (Rum)

Erdogan, il signore dei droni (Sputniknews 09.11.21)

Grazie ai successi nella guerra del Nagorno Karabakh, dove i Bayraktar TB2 schierati a sostegno dell’offensiva azera sono diventati l’elemento chiave nella sconfitta armena.
Ankara sta esportando i suoi aerei senza pilota Bayraktar TB2 dalla Polonia all’Etiopia e dal Marocco alla Kirghizia, facendo concorrenza alle principali potenze internazionali e contribuendo a risanare una economia dissanguata dalle troppe avventure militari.
La pubblicità è l’anima del commercio. Ma per il presidente turco Recep Tayyp Erdogan la guerra è ancora più efficace. Da quando, un anno fa, hanno contribuito alla disfatta armena nel conflitto del Nagorno Karabakh, i droni turchi sono diventati l’oscuro oggetto del desiderio di tantissimi paesi e capi di stato. Anche perché prima di far sfaceli nel Caucaso, quei droni hanno garantito la vittoria al governo libico di Tripoli, nello scontro con il generale Khalifa Haftar, e hanno messo alle corde le forze curde in Siria.
Abovyan Hasmik piange alla porta di casa sua nel villaggio di Nerkin Sus, Nagorno-Karabakh - Sputnik Italia, 1920, 11.03.2021

“Paradiso perduto” del Nagorno-Karabakh
Così oggi l’Etiopia è pronta ad impiegarli per fermare le forze dei ribelli del Tigri, arrivate alle porte di Addis Abeba. Ma, intanto, al tavolo dei potenziali acquirenti si affacciano anche Angola e Nigeria. E alcune prime forniture sarebbero già arrivate in Marocco e Tunisia. Ma tra gli acquirenti non mancano un paese della Nato, come la Polonia, e un ex-repubblica sovietica, come la Kirghizia. Grazie a quei droni, il Sultano sta firmando contratti indispensabili per risanare un economia messa alle corde proprio dal crescente interventismo politico militare della Turchia. “Lasciate che ve lo dica francamente, in Africa, dovunque siamo andati, ci hanno chiesto questi droni nella versione armata o disarmata” – raccontava, il 21 ottobre scorso, Erdogan durante un incontro con tecnici e operai della Baykar, la fabbrica da cui escono i Bayraktar TB2, gli aerei senza pilota simbolo del nuovo espansionismo turco. “Le potenze mondiali stanno seguendo il vostro lavoro e quello dei droni armati e disarmati, perchè siete ai primi posti nel mondo – ha aggiunto il presidente, alludendo alla capacità dei Bayraktar TB2 di far concorrenza ai modelli cinesi e israeliani.

Al suo fianco, durante la visita, c’era il genero 42enne Selçuk Bayraktar, considerato la mente e l’artefice dei droni turchi. Marito di Sümeyye, la più giovane dei quattro figli di Erdogan, Bayraktar, dopo un master al Mit (Massachusetts Institute of Technology), dove apprende le tecnologie per il controllo degli aerei senza pilota, entra nel 2007 nell’azienda fondata dal padre, sviluppando il settore dei droni da combattimento e diventandone il direttore tecnico. Nel 2014, grazie alle componenti elettroniche acquistate in Gran Bretagna, Canada e Austria, fa volare il primo Bayraktar TB2.

Sperimentato sul territorio nazionale nella lotta ai militanti del Pkk, il drone turco arriva nel 2019 in Libia, dove infligge duri colpi alle formazioni del generale Khalifa Haftar. Ma il teatro dove il drone di Erdogan si conquista un’indiscussa notorietà internazionale è quello del Nagorno Karabakh. Lì i Bayraktar TB2 ribaltano l’equilibrio strategico di un conflitto dove trincee, posizioni fortificate e strategie immutate da un quarto di secolo hanno congelato il conflitto, trasformandolo in una guerra di posizione senza sbocchi. I primi a capirlo, e a farne le spese, sono i combattenti armeni, decimati mentre tentano di raggiungere le prime linee o fatti a pezzi mentre combattono in fortificazioni trasformate dai droni e dai missili a guida laser in autentiche trappole per topi. Nel Nagorno Karabakh, secondo un rapporto firmato da Rich Outzen, un ex-funzionario del Dipartimento di Stato USA, i droni forniti da Ankara all’Azerbaijan (oltre a quelli venduti da Israele) contribuiscono, in meno di 45 giorni di combattimenti, alla distruzione di 190 carri armati e di oltre cento fra blindati e mezzi per il trasporto truppe dei combattenti armeni. “Mentre i droni penetravano l’ombrello di difesa area – scrive Outzen – le forze armene diventavano altamente vulnerabili in quanto individuabili ed eliminabili”.
Un drone turco Akinci - Sputnik Italia, 1920, 06.02.2021

La Turchia avvia la produzione di un nuovo drone d’attacco – Video
L’indiscussa efficacia dei Bayraktar TB2 s’accompagna ad una precisione assai maggiore di quelli cinesi e ad una relativa economicità rispetto ai più costosi droni israeliani e americani. Mentre il prezzo per singola unità di un Bayraktar TB2 non supera i due milioni di dollari, un Predator americano, peraltro acquistabile soltanto da una ristretta e selezionata schiera di alleati, richiede una spesa dieci volte superiore. A queste qualità, s’aggiunge la relativa facilità d’utilizzo. Gli operatori responsabili del pilotaggio da terra dei Bayraktar ottengono il brevetto dopo un corso di soli quattro mesi. Un’inezia, rispetto ai tempi e ai costi necessari per addestrare il pilota di un caccia bombardiere. Tutte qualità che rendono i droni particolarmente apprezzati e ricercati nei paesi costretti a confrontarsi con insurrezioni, rivolte o azioni terroristiche.
E i risultati parlano da soli. Nei primi tre quadrimestri del 2021, secondo dati ufficiali turchi, le esportazioni nel settore difesa e aviazione hanno registrato un incremento del 39%, superando i due miliardi e cento milioni di dollari, a fronte del miliardo e mezzo dello stesso periodo del 2020. Parte di quegli incrementi è frutto dei contratti firmati grazie alle vendite di Bayraktar TB2. Fra i principali indiziati, in veste di acquirenti, vi sono l’Etiopia e il Marocco. Minacciato dall’offensiva dei ribelli tigrini, pronti a marciare su Addis Abeba, il premier etiope Abyi Ahmed ha stretto, ad agosto, un accordo di cooperazione militare con Erdogan. E un frammento di missile a guida laser recuperato e fatto analizzare dai ribelli tigrini è risultato essere dello stesso tipo di quelli impiegati dai droni turchi. Anche sull’acquisto da parte del Marocco, nonostante i silenzi di Ankara e di Rabat, vi sono parecchi indizi. Il principale è l’impennata degli scambi commerciali tra Turchia e Marocco in un settore difesa e aviazione dove il valore delle esportazioni supera i 78,6 milioni di dollari, a fronte degli appena 402mila del 2020.
Grazie ai droni, insomma, il Sultano spera di risanare un economia dissanguata dal costo delle sue avventure militari.

CAUCASO: La bufera dei Pandora Papers si abbatte anche su Armenia, Azerbaigian e Georgia (Eastjournal 09.11.21)

Il 3 ottobre, il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) ha pubblicato i “Pandora Papers”. Si tratta di un’inchiesta basata su 11,9 milioni di documenti riguardanti le proprietà offshore di alcune delle persone più ricche ed influenti del pianeta. Tra i coinvolti non vi sono solo 35 leader mondiali, ma anche diversi personaggi famosi, imprenditori, politici e funzionari statali. All’inchiesta hanno lavorato più di 600 giornalisti e, tra i 2,9 terabyte di dati analizzati, sono stati coperti oltre 90 paesi per un arco temporale di 25 anni (dal 1996 al 2020). Lo stesso Consorzio, che si era reso precedentemente famoso per la pubblicazione dei celebri “Panama Papers” nel 2016 e dei “Paradise Papers” nel 2017, ha definito i Pandora Papers sul suo sito ufficiale come “la più grande inchiesta della storia del giornalismo .

L’inchiesta dell’ICIJ si è abbattuta anche su alcune figure di spicco di Armenia, Azerbaigian e Georgia. Tra queste ne emergono in particolar modo due nel panorama politico del Caucaso Meridionale: il presidente azero Ilham Aliyev e il magnate e politico georgiano Bidzina Ivanishvili. Ma vediamo più nel dettaglio come questi personaggi siano rimasti coinvolti nei Pandora Papers. 

La passione de “La dinastia Aliyev” per l’immobiliare londinese

Da un’indagine condotta dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project (un’organizzazione di diversi giornalisti indipendenti in Europa Orientale, Caucaso e Asia Centrale affiliata all’ICIJ), si evince come famiglia del presidente azero Ilham Aliyev, mediante società offshore, sia stata coinvolta in affari immobiliari a Londra per un valore di quasi 700 milioni di dollari. 

Le prove riportate dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project mostrano come gli Aliyev abbiano acquistato, nella maggior parte dei casi in contanti, ben 17 proprietà. Non solo appartamenti, ma anche esercizi commerciali, tra i quali uno storico pub nel quartiere Mayfair di Londra. In tutto ciò il figlio di Aliyev, Heydarè risultato intestatario di quattro edifici all’età di undici anni. L’Organized Crime and Corruption Reporting Project ha riportato che un blocco di appartamenti da 44,7 milioni di dollari venne acquistato da una società di facciata di proprietà di un collaboratore del presidente nel 2009, per poi essere trasferito un mese dopo ad Heydar. 

A dieci giorni dalla pubblicazione dei Panama Papers passati all’insegna del “no-comment”, Aliyev ha finalmente rotto il silenzio sul suo coinvolgimento nell’inchiesta. Nel corso di un’intervista con il quotidiano italiano la Repubblica, alla domanda sui Pandora Papers, sugli immobili a Londra e sulle sue società offshore, il presidente azero ha risposto che l’inchiesta, oltre ad essere stata orchestrata ad hoc ad opera di alcune forze in Occidente collegate all’Armenia, consiste inoltre in insinuazioni o mezze verità per screditare l’immagine dell’Azerbaigian e danneggiare la posizione del suo paese. 

Le misteriose società offshore di Ivanishvili

Sempre secondo quanto riportato nei Pandora Papers, all’ex primo ministro e fondatore del partito al governo Bidzina Ivanishvili sono imputate 12 compagnie alle Isole Vergini Britanniche tra il 1998 e il 2016. Per aprire queste attività offshore, costui si è servito di una società chiamata “Alcogal”; un intermediario con sede a Panama che, secondo le parole del consorzio, risulta essere un “fornitore offshore di riferimento per i migliori politici ed élite in America Latina e oltre”.  

Una di queste società, la Silverport Holdings Ltd, è stata costituita nel 2016 per detenere società quotate in borsa. Un’altra, chiamata Finseck e fondata nel 1999, sarebbe stata collegata a un trust che Ivanishvili aveva creato per i suoi figli. Infine, la Brighton Corporate Ltd è stata istituita per finanziare l’indebitamento di alcuni progetti del Georgian Co-Investment Fund; un gruppo che ha investito in alcuni dei più grandi progetti economici in Georgia. Tra questi rientrano i Paragraph Resort e Spa nella località balneare di Shekvetili, la Axis Tower e  il centro commerciale Galleria a Tbilisi. 

In Armenia si preferiscono le concessioni minerarie

Secondo un’indagine di Hetq, un’associazione di giornalisti investigativi che hanno collaborato all’inchiesta dell’ICIJ, due società minerarie armene sono state registrate in giurisdizioni offshore. La prima è Coeur Gold Armenia, registrata alle Seychelles. Nel 2014, questa società aveva vinto l’appalto per la gestione della miniera d’oro di Azatek, situata nella provincia di Vayots Dzor. La seconda è Bazum Steel, creata in Belize nel 2013. Quest’ultima aveva invece vinto la gestione di una potenziale miniera localizzata in prossimità del giacimento di ferro di Bazum.

VaykGold e Surart, le filiali locali di queste due società risultano dal 2012 appartenenti a un volto noto nella politica armena: Vardan Ayvazyan. Costui è stato ministro della protezione ambientale tra il 2001 e il 2007, nonché un deputato del Partito Repubblicano tra il 2007 e il 2018. Nel 2012, Ayvazyan è stato condannato da un tribunale federale degli Stati Uniti a pagare $ 37,5 milioni di danni a una società mineraria statunitense per presunta corruzione. 

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Perché il Nobel Letteratura Orhan Pamuk rischia il carcere in Turchia (Newsby 08.11.21)

Lo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, è attualmente indagato in Turchia con l’accusa di vilipendio nei confronti del Paese e del fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal Ataturk. Sotto la lente della procura di Smirne sono finite alcune parole contenute nel libro “Le notti della peste”. Secondo l’accusa, lo scrittore avrebbe fomentato odio interetnico e sentimenti d’inimicizia per aver parlato del genocidio degli armeni. La legge turca vieta infatti di definire tali episodi “genocidio”, come stabilito dall’art. 301 del codice penale, per cui il vilipendio può essere punito con una condanna fino a 5 anni di carcere.

Pamuk accusato di vilipendio? Non è la prima volta

Ma non è la prima volta in cui il famoso romanziere è costretto a fare i conti con la giustizia turca. Le prime accuse risalgono al 2005, quando Pamuk rilascia alcune dichiarazioni a una rivista svizzera riguardanti il massacro da parte dei turchi di un milione di armeni tra il 1915 e il 1926 e trentamila curdi in Anatolia durante la prima Prima guerra mondiale. Il processo, iniziato il 16 dicembre 2005, viene successivamente sospeso, in attesa dell’approvazione del ministro della giustizia turco. Nonostante il grande successo riscosso in patria e all’estero, parte dell’opinione pubblica turca si schiera contro Pamuk. Un sottoprefetto di Isparta ordina persino la distruzione dei suoi romanzi nelle librerie e biblioteche. Mentre una TV locale propone un servizio per ritrovare una studentessa che aveva ammesso di possederne uno.

Lo scrittore sotto processo ormai da decenni: perché

L’anno successivo, le accuse vengono ritirate con la motivazione che il fatto non costituisce un reato per il nuovo codice penale. Quando cadono le accuse contro Pamuk, l’Accademia di Svezia decide di insignirlo del Premio Nobel per la letteratura, diventando il primo turco a ricevere il riconoscimento. È il 12 ottobre 2006. La motivazione dell’Accademia di Svezia è la seguente: “nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“. A pochi mesi dall’assegnazione e in seguito a diverse minacce di morte, Pamuk parte alla volta degli Usa. Passano pochi anni, quando l’avvocato ultranazionalista Kemal Kerinçsiz, che aveva originariamente sporto denuncia contro Pamuk, si rivolge nuovamente alla Corte Suprema d’Appello. Il caso viene riaperto. Dichiarato colpevole il 27 marzo 2011, Pamuk deve pagare 6.000 lire di risarcimento totale a cinque persone per, tra le altre, aver insultato il loro onore.

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Armenia, viaggio in una Nazione del Cristianesimo (Oltrelalinea 08.11.21)

Laddove si è sempre resistito alle persecuzioni dell’uomo e oggi si lotta contro la decadenza degli idoli della modernità, si trova l’orgogliosa frontiera dell’Armenia. Questa piccola nazione di origine indoeuropea, incastrata fra i monti del Caucuso, culla del Cristianesimo, racconta di una civiltà millenaria che però da sempre ha dovuto lottare per la propria sopravvivenza.

Armenia, le dominazioni passate e presenti

Prima le varie dominazioni straniere, dai persiani ai bizantini, dai selgiuchidi ai mongoli, dagli ottomani alla Russia zarista e sovietica; oggi si trova di fronte a un nemico immateriale e ancora più temibile: la globalizzazione. Certo la sicurezza del Paese ancora non è una garanzia a causa della pressione a tenaglia di Turchia a Occidente e Azerbaijan a Oriente, la recente rovinosa guerra per il controllo dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) ha certamente aumentato la percezione di minaccia sulla pacifica popolazione armena, ma per le strade si cominciano a vedere i primi tentativi di una colonizzazione ideologica che muove i suoi grigi e livellanti passi anche qui. Ne sono molto consapevoli i sacerdoti della Chiesa Apostolica d’Armenia, autonoma rispetto al mondo cattolico e a quello ortodosso poiché pre-calcedonese (come la chiesa egiziano-coopta o quella etiope), dove la dolcezza dei loro sguardi non tradisce una lucida e lungimirante analisi sulle nuove sfide culturali e antropologiche di questo atavico popolo. Probabilmente in questi prelati è chiara la lezione di Arnold Toynbe secondo il quale “Le civiltà non muoiono per omicidio ma per suicidio”.

Dopo il genocidio del popolo armeno, perpetrato fra il 1915 e il 1918 in un progetto di pulizia etnica in cui vennero sterminati circa un milione e mezzo di persone per mano turco-ottomana, il rischio di annientamento si è spostato sul piano culturale e identitario. Siamo solo agli inizi di quel processo, ormai noto anche in Italia ed Europa, che si insinua in maniera melliflua e menzognera fra le legittime aspettative della gente e dei suoi bisogni, specialmente materiali, ma che ne corrode lo spirito. Un processo presentato come progressista, umanitario e per le libertà ma che in realtà mira modellamento del consumatore perfetto attraverso l’annichilamento di qualsiasi identità che genera comunità e quindi alternativa ai bisogni di un Mercato sempre più aggressivo. In questo senso l’Armenia è diventata una nuova trincea della cosiddetta “guerra del sangue contro l’oro”.

Un Paese del Cristianesimo

Ma le fondamenta sono molto profonde e i bastioni ancora robusti. Il popolo armeno è storicamente il primo a convertirsi al Cristianesimo e i segni di questo viscerale abbraccio sono ben visibili nella presenza di khachkar sparsi in ogni angolo di questa terra. I khachkar sono delle croci votive scolpite dentro un blocco di pietra riccamente decorato con motivi floreali e geometrici, un’espressione artistica unicamente armena. Un altro segno evidente di quanto sia radicata e tenace la spiritualità di questo popolo è la numerosa presenza di monasteri, alcuni restaurati altri che portano i segni delle varie devastazioni seguite nei secoli ma che non hanno mai fiaccato l’animo di questa nazione.

Monasteri significa anche cultura ed è del monaco Mesrop Mashtots, all’inizio del V secolo, l’intuizione di creare un alfabeto originale che ha consentito al popolo armeno di dotarsi di una propria letteratura nonché la possibilità di maturare una salda coscienza nazionale e unitaria. Questi due elementi, lingua e religione, sono stati determinanti per la resistenza armena nella sua lunga e travagliata storia. Molti popoli si sono estinti ma l’Armenia no! Benché abbia ritrovato la sua indipendenza appena trent’anni fa allo sciogliersi dell’Unione Sovietica, in un fazzoletto di terra che è appena un decimo di quello storico, l’Armenia ancora resiste ed esiste animando quella che può essere considerata anche la frontiera più orientale di un’Europa dei popoli.

È per questo che in Italia l’area culturale “scorretta” deve cominciare a scoprire e approfondire questa terra dal grande fascino, particolarmente suggestiva per gli scenari paesaggistici che offrono gli altipiani caucasici ma anche molto attraente per la ricca presenza di arte, monumenti e siti storici; deve aprirsi a questo popolo che nonostante le tante sofferenze ha ancora un passionale e orgoglioso amor proprio nonché un carattere genuinamente caloroso e accogliente. Chiunque abbia la fortuna di visitare l’Armenia, infatti, si lascerà coinvolgere in maniera naturale dalla grande ospitalità delle famiglie, qui ancora patriarcali ovvero unite dalla gratuità dell’amore, qui ancora allargate, focolari ardenti a baluardo della propria identità e patrimonio del proprio futuro.

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Dichiarazione russa in occasione dell’anniversario della firma trilaterale del cessate il fuoco del 9 novembre 2020 in Artsakh (Korazym 07.11.21)

Il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha rilasciato un comunicato in occasione dell’anniversario della dichiarazione trilaterale firmata dai leader di Russia, Armenia e Azerbajgian il 9 novembre 2020. Sulla scorta di quanto riportato nel menzionato comunicato, l’Iniziativa italiana per l’Artsakh in un sunto – che riportiamo di seguito – ha focalizzato in otto punti più importanti ad un anno di distanza dalla fine della guerra in Artsakh.

1. La Russia non rivendica un monopolio nelle comunicazioni con l’Armenia e l’Azerbajgian, anche se vanta legami di lunga e stretta amicizia e una partnership su larga scala con i due Paesi e i rispettivi popoli.

2. Ad un anno dalla firma dell’accordo trilaterale la realtà dei fatti dimostra la falsità di talune congetture apparse sui social media riguardo al fatto che gli sforzi di mantenimento della pace della Russia sarebbero mirati a “spazzare via il Nagorno-Karabakh”, “consegnarlo” all’Azerbajgian e a trasformare l’Armenia in un “protettorato” russo.

3. Il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa sottolinea che gli accordi e i meccanismi trilaterali avviati da Mosca non sono stati imposti alle parti, ma si sono basati su un equilibrio verificato di interessi e includevano un atteggiamento molto rispettoso nei confronti della sovranità e degli interessi di Baku e Yerevan.

4. Alcune iniziative russe non hanno potuto essere concordate ma, di contro, l’accordo che è già stato confermato è stato conquistato a fatica e viene concretamente attuato.

5. Mosca è pronta a sostenere l’inizio dei negoziati sulla determinazione del confine armeno-azero per la futura delimitazione e demarcazione.

6. Mosca è determinata a continuare a collaborare attivamente con i Copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE. “I co-presidenti intendono visitare la regione e continuare i contatti nel formato 3+2” si legge nel comunicato.

7. A seguito degli otto incontri del gruppo di lavoro dei Vice Primo Ministro di Armenia, Russia e Azerbajgian, è stato presentato un rapporto che descrive percorsi ferroviari e automobilistici specifici per il ripristino delle comunicazioni tra Armenia e Azerbajgian, con accesso alle comunicazioni di trasporto dei Paesi vicini al fine di aumentare l’attrattiva di transito della regione e attirare ulteriori investimenti. È stato sottolineato che in questa occasione stanno emergendo ulteriori prospettive per la Russia e l’Armenia per la realizzazione del corridoio internazionale Nord-Sud.

8. “Non è meno importante, soprattutto alla luce della situazione creatasi sul cosiddetto Corridoio Zangezur, esagerata dai media, che tutti i partecipanti al gruppo di lavoro trilaterale abbiano concordato che le nuove vie di trasporto funzioneranno sulla base del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dei paesi che attraversano”.

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Voci sempre più insistenti riferiscono che la Federazione Russa starebbe preparando un incontro trilaterale in un vertice ad alto livello con Armenia e Azerbajgian. Comunque, per ora non è previsto alcun incontro tra il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente azero Ilham Aliyev, ha detto un portavoce del Governo alla radio pubblica dell’Armenia. In precedenza, il canale televisivo Russia-1 (VGTRK) ha riferito che non vengono esclusi eventi con la partecipazione dei tre. Poi, l’agenzia russa Interfax ha citato in precedenza il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, dicendo che i leader dei tre Paesi si incontreranno in una videoconferenza all’inizio della prossima settimana.

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Dalle autorità turche segnali difformi verso scuole e Fondazioni delle minoranze non musulmane (Agenzia Fides 06.11.21)

Ankara (Agenzia Fides) – Dai diversi livelli del potere turco arrivano segnali apparentemente contrastanti e di non facile decifrazione in merito allo stato di difficoltà in cui versano da tempo le fondazioni e le scuole legate a comunità di fede minoritarie.
Nei giorni scorsi, la commissione per la pianificazione e il bilancio del Ministero turco per l’Istruzione ha respinto a maggioranza una mozione presentata dal parlamentare armeno Garo Paylan in cui si chiedeva di stanziare parte del budget ministeriale del 2022 a sostegno degli istituti educativi legati in vario modo alle locali comunità cristiane e a quella ebraica. Palyan, attuale Co-presidente dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli, formazione d’opposizione che unisce organizzazioni politiche curde e forze di sinistra) aveva proposto di stanziare 40 milioni di lire turche a favore di scuole armene, greche, ebraiche e legate a altre comunità minoritarie, istituti educativi messi in grave difficoltà anche dalla crisi pandemica. La proposta del parlamentare armeno, riportata nei verbali della commissione riunitasi il 2 novembre e resa nota dalla testata armeno-turca Agos, aveva fatto riferimento alla somma di 10-12mila lire turche che il Ministero dell’istruzione turco stanzia ogni anno per ciascuno studente delle scuole pubbliche. Gli allievi che attualmente frequentano istituti educativi legati alle minoranze sono circa 4mila. Se si calcolano 10mila lire turche per ciascuno studente frequentante le scuole delle minoranze – era stato il ragionamento di Paylan – uno stanziamento di 40milioni di lire turche a sostegno di tali istituti educativi rappresenterebbe una semplice misura di giustizia, in linea con la dichiarata intenzione delle autorità turche di non alimentare discriminazioni su base etnico-religiosa. La mozione di Palyan è stata respinta dai voti dei rappresentanti dell’AKP – il partito del Presidente Recep Tayyip Erdogan – presenti nella commissione, ma al suo affossamento hanno contribuito anche le astensioni dei deputati del CHP, il Partito Popolare repubblicano, erede della tradizione “laicista” kemalista.
Sulla questione controversa delle Fondazioni legate alle minoranze religiosi – da anni paralizzate da un’impasse legislativa che blocca di fatto il rinnovo dei rispettivi organismi direttivi – è stato lo stesso Presidente Erdogan a confermare – dopo una riunione di gabinetto svoltasi lunedì 25 ottobre – che le autorità competenti hanno messo in agenda la questione delle elezioni delle direzioni e dei consigli di amministrazione di tali istituzioni, strumenti fondamentali per la gestione dei beni e delle risorse destinati ai luoghi di culto non musulmani e alle iniziative promosse dalle comunità di fede minoritarie.
Il regolamento che consente alle Fondazioni delle minoranza di scegliere i rispettivi Consigli di amministrazione è stato revocato dalla Direzione generale delle fondazioni nel 2013, senza che da allora si sia proceduto alla sua annunciata riforma. Di recente il greco ortodosso Laki Vingas, membro del Consiglio delle Fondazioni, ha documentato in un lungo intervento pubblicato su Agos gli effetti negativi di tale situazione di stallo sulla vita delle comunità ecclesiali e religiose minoritarie. Il blocco nei processi di rinnovamento degli organi direttivi delle fondazioni – ha fatto notare Vingas – contribuisce ai processi di allontanamento dei giovani dalle istituzioni legate alle proprie comunità di appartenenza, e anche tante attività di volontariato “vengono purtroppo interrotte”.
In passato, Laki Vingas ha ricoperto per due mandati l’incarico di Rappresentante delle Fondazioni non musulmane all’interno degli organismi di collegamento dell’intera rete delle Fondazioni turche. In tali organismi sono presenti membri di sette comunità di fede non musulmane presenti in Turchia: oltre agli ebrei, vi figurano i cristiani greci, armeni, siri, caldei, bulgari e georgiani. Il rappresentante delle Fondazioni non musulmane parla a titolo della rete di 167 Fondazioni comunitarie non islamiche presenti in Turchia. (GV) (Agenzia Fides 6/11/2021)

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