ESCLUSIVA – Italia-Armenia, Sarkissian: “Portare le relazioni a un nuovo livello” (Agenzia Nova 12.10.21)

L’obiettivo della visita del presidente armeno, Armen Sarkissian, in Italia è sviluppare le relazioni bilaterali e portarle a un livello completamente diverso. Lo ha detto lo stesso capo dello Stato armeno in un’intervista ad “Agenzia Nova”. Nel corso della visita Sarkissian ha incontrato l’omologo Sergio Mattarella, i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Secondo Sarkissian, ci sono diversi motivi per cui sarà possibile sviluppare i rapporti: “La prima è che abbiamo relazioni personali positive con i leader politici: considero il presidente Mattarella uno dei politici più saggi in Europa e nel mondo. E anche con il presidente del Consiglio Draghi, che ha un’esperienza molto estesa e professionale, c’è una relazione molto positiva. I nostri legami sono storicamente buoni e c’è la volontà di fare di più da ambo le parti”, ha detto Sarkissian. “L’Armenia ha delle sue priorità e una di queste è rendere il Paese un hub avanzato tecnologicamente”, ha spiegato il presidente, che si è detto “consapevole del fatto che l’umanità si sta evolvendo: basta pensare all’intelligenza artificiale o alle biotecnologie. Il mondo sta cambiando molto rapidamente e se non stai al passo rischi di diventare l’ultima ruota del carro. L’Italia, in questo senso, ha un elevato settore tecnologico industriale che può essere utilizzato in ambito civile e militare”, ad esempio nel ramo della logistica.

“Come l’Armenia, l’Italia non ha grandi riserve di risorse naturali: la vostra grande risorsa sono le persone, la vostra storia, la vostra cultura e la vostra abilità di fare affari. Il business armeno è come quello italiano, ovvero a conduzione familiare e fatto perlopiù di piccole e medie imprese. C’è molto che possiamo fare insieme”, ha aggiunto Sarkissian. “Uno degli obiettivi dell’Armenia del futuro, e del presente, è avviare delle partnership con le principali aziende internazionali di successo: non credo che si possano scoprire cose che vengono realizzate da Elettronica, Dassault, Siemens o Google. La cosa migliore è creare delle joint venture con queste imprese e sfruttare i talenti armeni che abbiamo nel nostro Paese, grazie a un sistema dell’istruzione molto avanzato che è un lascito dell’Unione sovietica. Siamo persone creative e perché non dovremmo usare questo talento per fare affari con altri Paesi, come l’Italia, la Russia o altri ancora”, ha aggiunto il capo dello Stato armeno. Sarkissian ci ha tenuto a ribadire che tutti gli incontri a livello istituzionale e non solo in Italia “sono stati molto amichevoli: con il presidente abbiamo parlato della geopolitica del Caucaso meridionale e di Asia Centrale, mentre con il presidente del Consiglio, invece, abbiamo discusso le rispettive visioni per migliorare le nostre relazioni economiche assieme”.

Il presidente ha parlato poi della situazione in Armenia dopo la guerra dello scorso autunno. “La situazione dopo la guerra con l’Azerbaigian non è delle migliori, è la situazione di un Paese che ha perso la guerra. Di un Paese che aveva vinto la prima guerra nel 1994 e che in questi anni ha cercato di convertire la vittoria in pace e stabilità. Tuttavia, a essere onesti, non ci siamo riusciti, e il risultato di questa situazione è che abbiamo perso la seconda guerra”, ha detto Sarkissian. “L’Azerbaigian aveva dei chiari vantaggi: il primo è stato quello di poter sfruttare i fondi derivanti dalle vendite di gas e petrolio ai Paesi europei per comprare armi e uccidere gli armeni. Il secondo è che l’Armenia non ha combattuto solo contro l’Azerbaigian ma anche contro la Turchia, che è un Paese membro della Nato. L’Alleanza peraltro, cosa avrebbe dovuto fare mentre un suo Paese membro, che ha il secondo esercito della Nato, ha sfruttato i suoi armamenti e le sue capacità contro un piccolo Paese come l’Armenia? La Nato è stata silente”, ha proseguito il capo dello Stato. Seconda Sarkissian, “questo conflitto ha aperto diverse problematiche, in particolare sul perché abbiamo perso la guerra. Io so perfettamente perché abbiamo perso la guerra: in primis perché l’Azerbaigian ha una supremazia a livello tecnologico, mentre nel 1994 le parti erano invertite ed è per questo che parlo di necessità di un avanzamento tecnologico. L’altra ragione è che la piccola Armenia, di 3 milioni di persone, ha dovuto combattere contro la Turchia, ed è stato come ‘Davide contro Golia’ ed è raro che ‘Davide batta Golia’. La terza ragione è che non è stata una guerra convenzionale, perché si è svolta in un contesto internazionale fatto di sanzioni, conflitti commerciali… un contesto incerto che ha reso più facile la situazione per chi vuole tentare delle operazioni rischiose e azzardate e la Turchia è uno di questi attori. L’Ue era impegnata su altri fronti, gli Stati Uniti erano impegnati con le elezioni; e la Russia, nonostante l’interesse personale del presidente Vladimir Putin per la situazione nel Caucaso meridionale, ha da gestire una complessa relazione con la Turchia. Ankara ha sfruttato questa situazione e ha cercato di spingersi oltre e non lo ha fatto solo nel Caucaso, ma anche in Siria, nel Mediterraneo orientale, in Libano, e in Libia”.

Secondo il presidente, tuttavia, in questo momento non servono nuovi mediatori fra Armenia e Azerbaigian. “Per essere onesti, ci sono già due piattaforme di mediazione: una è gestita in autonomia dalla Russia, che grazie alle sue relazioni con Armenia, Azerbaigian e Turchia, è in grado di gestire la situazione; la seconda è quella del Gruppo di Minsk dell’Osce, quindi c’è già il coinvolgimento di un’organizzazione internazionale, ma l’Azerbaigian non è molto propenso a sfruttare questo foro perché ha vinto la guerra e vuole dettare le condizioni. Quindi posso dire con certezza che non c’è bisogno di altri mediatori ma quel che serve è capire che cosa vuole davvero l’Armenia per sé stessa”, ha detto Sarkissian. “Una cosa di cui abbiamo bisogno è, in primis, consolidare la nostra governance in Armenia e all’estero, con la nostra diaspora. E, inoltre, dobbiamo lavorare con i nostri amici: l’Italia è un grande amico e credo che ci sia un grande potenziale da sviluppare ancora. È un nuovo mondo quello che abbiamo e il soft power ha la stessa importanza dell’hard power”, ha proseguito il capo dello Stato.

Sarkissian, successivamente, si concentra sulle relazioni economico-industriali: “L’Azerbaigian vende idrocarburi, mentre l’Armenia può diventare una piattaforma per le imprese italiane che sono alla ricerca di opportunità in mercati più grandi. Le sanzioni europee contro la Russia e le contro-sanzioni di Mosca nel ramo agroalimentare, hanno avuto evidenti riflessi per i prodotti italiani del settore: molti di questi sono scomparsi dai negozi russi, a eccezione di quelle poche imprese che hanno un impianto di produzione in Russia. L’industria italiana, peraltro, è fatta perlopiù da Pmi e queste sono state tagliate fuori dal mercato russo”, ha affermato il presidente che ha spiegato i vantaggi offerti dal suo Paese. “Noi, come parte dell’Unione economica eurasiatica, possiamo avviare delle cooperazioni con i vostri imprenditori e favorire l’accesso in questi mercati. Il nostro settore bancario, peraltro, è molto stabile e la nostra valuta, il Dram, non è soggetta a particolari oscillazioni. Le compagnie italiane, quindi, potrebbero registrarsi legalmente in Armenia e realizzare i loro prodotti nel nostro territorio: perché da noi e non in Russia? Siamo più piccoli, le nostre imprese sono soprattutto Pmi come le vostre, con un business a conduzione familiare, e ci sono molti fondi che provengono dalla nostra diaspora all’estero, e quindi questo prodotto potrebbe essere venduto rapidamente in Russia, Bielorussia, Kazakhstan e negli altri Paesi dell’Uee”, ha proseguito Sarkissian. “Noi abbiamo accordi importanti con l’Ue e con l’Unione economica eurasiatica. Siamo l’unico Paese che ha solidi rapporti con entrambe le entità e questo è sicuramente un vantaggio. L’Italia dovrebbe essere la prima a sfruttare quest’opportunità. Ci sono molte cose che potremmo fare insieme, dal settore agroalimentare all’elettronica e l’alta tecnologia. È questa l’idea che sto provando a portare avanti e ho ricevuto risposte positive durante questa visita”, ha detto Sarkissian.

In conclusione il presidente ha parlato dei potenziali colloqui che Armenia e Turchia potrebbero avviare per normalizzare le loro relazioni. “Teoricamente c’è sempre un’opportunità di iniziare a parlare e con risultati positivi, anche con un Paese come la Turchia. Non sono la persona incaricata di seguire eventuali negoziati, questa è una prerogativa che spetta al nostro primo ministro e al ministro degli Esteri. L’Armenia è una nazione speciale, con 3 milioni di persone che vivono nel suo territorio e 15 milioni che compongono la diaspora nel mondo, e gran parte di queste persone sono sfollate a causa del genocidio commesso dai turchi. Queste persone hanno delle emozioni particolari rispetto a questo fatto, e nonostante si tratti di seconde e terze generazioni, non hanno dimenticato”, ha detto Sarkissian. “È giusto dire che si può negoziare con chiunque, ma non credo che le autorità che sono al potere oggi in Turchia – dopo che hanno sostenuto l’Azerbaigian nella guerra dello scorso autunno – possano ammettere di essere responsabili del genocidio commesso nel 1915. La questione è che, se sei abbastanza forte e aperto, sei in grado di affrontare i tuoi problemi e le tue debolezze. È una questione umana: le persone forti sono pronte a parlare delle loro debolezze, riconoscere, affrontarle e lavorare per cambiare. Io penso che se si riesce a creare un clima di tolleranza con le persone a livello etnico, religioso e in tutti gli ambiti si può creare un’Unione come quella europea”, ha spiegato il capo dello Stato.

Secondo Sarkissian, quindi, uno dei primi passi che dovrebbe compiere la Turchia è “fare i conti con la propria storia e con ciò che ha fatto agli armeni. È una questione molto complessa: per anni i governi turchi che si sono succeduti hanno ribadito che ciò non sarebbe mai accaduto. Pensare che oggi qualcuno possa cambiare versione dei fatti e ammettere che il genocidio è effettivamente accaduto posso comprendere che sia un fatto difficile da veder accadere. Non è una questione semplice per la parte turca, ma neanche per la parte armena, basta parlare con i nostri connazionali all’estero”, ha detto il presidente, secondo cui, tuttavia, ciò non significa che non si debba cercare un dialogo.” Dobbiamo parlare, ma dobbiamo farlo con rispetto. Non credo che la guerra abbia aiutato in questo senso: l’aiuto che la Turchia ha fornito all’Azerbaigian lo scorso autunno da molti è stato vissuto come una specie di genocidio. Ma sì, ci sono delle possibilità di un dialogo fra Armenia e Turchia, al momento tuttavia è una questione che riguarda il premier e il ministro degli Esteri. Io me ne occuperò quando sarà una questione più matura, quando diventerà una bozza di accordo, qualcosa di concreto e servirà un consiglio del presidente al governo. Al momento nessuno ha chiesto il mio parere e non ci sono accordi sul tavolo che potrei firmare o respingere. Spero e sarò felice di poter rispondere in futuro a questa domanda”, ha concluso Sarkissian.

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Presidente armeno: “Italia seconda casa, grande rispetto per Mattarella e Draghi” (Adnkronos 14.10.21)

In udienza dal Papa il presidente dell’Armenia (Vaticannews e altri 11.10.21)

Il capo di Stato Armen Sarkissian ha incontrato prima Francesco e poi si è intrattenuto con il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin accompagnato da monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati

Vatican News

Politica internazionale ma anche rafforzamento dei rapporti bilaterali. Questo al centro dei colloqui in Vaticano del presidente dell’Armenia. Papa Francesco  – fa sapere in un comunicato la Sala Stampa della Santa Sede – ha ricevuto in Udienza, nel Palazzo Apostolico, il presidente della Repubblica di Armenia, Armen Sarkissian, il quale si è successivamente incontrato con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, accompagnato da monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati.

Durante quaranta minuti circa di colloqui non solo è stato espresso il “compiacimento per lo sviluppo e il rafforzamento dei rapporti bilaterali tra la Santa Sede e l’Armenia, Paese di antica tradizione cristiana” ma si è posta anche attenzione “ad altri temi di politica internazionale e regionale”.

Al termine dell’incontro, il presidente armeno Sarkissian ha omaggiato il Santo Padre con un tappeto armeno, un quadro raffigurante San Gregorio di Narek e un libro di miniature della Chiesa armena. Il Papa ha offerto in dono copia autografa del Messaggio della Pace 2021, una raccolta delle sue Esortazioni Apostoliche ed Encicliche e un quadro intitolato “Il Deserto che fiorisce”.

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Papa Francesco: ricevuto in udienza il presidente dell’Armenia (Agensir 11.10.21)


Papa Francesco riceve in Vaticano il Presidente della Repubblica di Armenia (AciStampa 11.10.21)


Papa Francesco riceve il presidente armeno, sullo sfondo il destino dei soldati ancora prigionieri (Il Messaggero 11.10.21)


Erevan cerca il sostegno del Vaticano, di Russia e Georgia (Asianews 13.10.21)


Coronavirus, il chairman di Moderna: «Serve una piattaforma unica per creare vaccini» (IlSole24ore 10.07.21)

Nella lotta globale contro la pandemia c’è un elemento decisivo, trascurato, quasi dimenticato: «Il nostro sistema immunitario è stato il più grande eroe di questa guerra. Tutti abbiamo una grandissima compagnia farmaceutica dentro noi stessi. La nostra tecnologia fornisce delle istruzioni al nostro sistema per come agire. Una volta avute queste istruzioni ha un potenziale molto alto». La battaglia del pianeta terra contro la piaga contemporanea è tutta qua. Parla chi, tra i tanti (troppi) che prendono la parola, forse ne ha più titolo. Noubar Afeyan è cofondatore e chairman di Moderna, la compagnia farmaceutica americana da lui avviata poco più di dieci anni fa e che già nell’aprile 2020 (data del primo step alla Fda) aveva trovato la strada per il vaccino con la formula ormai nota a tutto il mondo, RNA-Messaggero.

Ritratto di Afeyan, ingegnere, imprenditore e filantropo

Uno scienziato – ingegnere biochimico di origine armena nato in Libano, con un PhD al Mit e un insegnamento ad Harvard, per dire – ma anche un imprenditore visionario, che con la sua Flagship Pioneering ha finanziato e fatto cresce la start-up che, senza esagerazioni, sta contribuendo in misura decisiva a mettere il mondo in sicurezza. Ma anche un filantropo con Aurora Humanitarian Initiative, fondata assieme ad altri due persone, anche loro di origine armene, Ruben Vardanyan, investitore e imprenditore sociale, e Vartan Gregoryan (scomparso di recente) che è stato presidente della Carnegie Corporation di New York. Tutti e tre sono discendenti di armeni scampati al genocidio del 1915 grazie all’intervento di “giusti” che li misero al riparo dalla strage. Afeyan è in Italia dove ha partecipato alla preghiera per la pace promossa dalla Comunità di Sant’Egidio al Colosseo, presente Papa Francesco, incontrato in udienza, e molti leader religiosi. Ma anche per consegnare oggi l’Aurora Prize, a Venezia. Un impegno quindi tutto campo, con un messaggio fondamentale: «È tempo di costruire uno scudo globale contro i patogeni, una capacità di risposta rapida per sviluppare e distribuire nuovi vaccini in reazione a nuove malattie, come è stato ed è per il Covid. Con le giuste competenze scientifiche e investimenti, la scala temporale potrebbe essere di appena tre mesi. Dato che la minaccia è per tutta l’umanità, è un’ovvia arena per la collaborazione globale e la condivisione degli oneri».

La proposta: una piattaforma per creare vaccini

La realtà – dice Afeyan in una conversazione con il Sole 24 Ore – è che i governi spendono pochissimo per la prevenzione e quasi tutto per curare: «Perché non portiamo le tecnologie più moderne a prima della malattia? Noi abbiamo gli strumenti delle micro-manifestazioni delle malattie a livello molecolare. Per prima cosa dobbiamo scovare i pericoli e ora non lo stiamo facendo molto bene o quasi per nulla. Ora le nostre sonde, possiamo dire per fare un parallelo, sono gli esseri umani e lo sappiamo tardi, quando iniziano ad ammalarsi. A quel punto arriva il panico e solo allora iniziamo ad agire». L’idea di base è la ricerca di una “piattaforma” per creare vaccini contro tutto, varianti Covid, ma ogni influenza e altre patologie: «Se cambiamo il nostro modo di pensare, dalla cura alla prevenzione, allora possiamo fare grandi progressi, e questo farà scendere molto gli oneri. Il costo del Covid per ogni singolo è enormemente superiore al vaccino». Una cifra: se si investisse il 10 per cento della spesa sanitaria globale nella sicurezza sanitaria sarebbero 800 miliardi di dollari a livello globale. «Potrebbero pagare per uno scudo globale contro i patogeni di dozzine di vaccini e una capacità di risposta rapida per rispondere a minacce impreviste, nuove e migliori tecnologie di test di rilevamento precoce e più interventi che scoraggerebbero e ritarderanno la malattia». È quello che ha fatto Moderna, in definitiva, anche se come core business (oltre 250 milioni di persone hanno avuto il ciclo completo).

Noubar Afeyan è cofondatore e chairman di Moderna

In dieci anni sono stati spesi 2,5 miliardi di dollari «per sviluppare le piattaforme in modo che quando si fosse presentata una malattia come il Covid in 40 giorni avremmo avuto un vaccino. Soggetti venuti dopo di noi usano la nostra stessa tecnologia sviluppata in dieci anni, Rna messaggero. Dal 2010 è iniziata a svilupparsi la tecnologia. Nel 2015 l’abbiamo testato su persone.

Moderna, ora che il Covid sta rallentando, ha molti progetti che ripartono. Abbiamo almeno dieci progetti in fase di sviluppo». È arrivato da Ema il via libera alla terza dose Moderna, ora sta alle persone (la questione no-vax viene subito sgombrata): «Se la comunità scientifica giudica che possa essere aumentata la somministrazione contro la variante Delta allora la gente dovrà decidere se usare questa protezione su loro stessi». Moderna è l’ultima start-up creata da Afeyan, e certamente la più nota, quotata al Nasdaq e che nel 2018 è stata la maggiore Ipo nella storia del biotech.

Il premio Aurora per le organizzazioni umanitarie

Questa potenza di fuoco ora viene riversata nell’iniziativa umanitaria di Aurora, a favore di quelle popolazioni che hanno bisogno di aiuti di base. Fondata nel 2015 da Afeyan, Ruben Vardayan e Vartan Gregorian, fino ad oggi ha donato 80 milioni, in 50 paesi nel mondo, e gli aiuti hanno raggiunto in cinque anni oltre un milione di persone. Il Premio Aurora – conosciuto ormai come il Nobel Umanitario, finora assegnati 18 milioni per 30 progetti che hanno impattato sulle vite di un milione di persone vulnerabili a causa di crisi umanitarie – consiste in una dote di un milione di dollari, che il vincitore a sua volta assegna a organizzazioni umanitarie: «Chiediamo ai vincitori di non prendere i soldi e spenderli ma scegliere a chi dare i soldi a tre organizzazioni cui destinarli. Li danno a missionari, Unicef, Ong e altri. È un buon sistema. Spesso ci si chiede dove i soldi vanno a finire. Ebbene, noi vigiliamo che vadano a persone che lavorano sul campo, quelli che vincono in genere sono quelli che chiedono i soldi alle organizzazioni umanitarie». La giuria comprende premi Nobel ed ex capi di stato: tra gli altri Shirin Ebadi, Bernand Kouchner, Oscar Arias e come presidente onorario George Clooney. In genere la cerimonia avviene in Armenia – la prima fu in occasione dei cento anni dal genocidio – quest’anno a Venezia, nell’isola di San Lazzaro degli Armeni, luogo simbolo della comunità. «Con i co-fondatori ci siamo chiesti cosa fare per ricordare la nostra tragedia, perché non si ripeta. E abbiamo pensato che oltre alle vittime ci sono stati i salvatori e i salvati, come sono state i nostri parenti».

«Nel 2022 con Covax un altro miliardo di dosi a paesi poveri»

Vaccini, cure globali, aiuti umanitari: in una fase in cui il mondo ricco si sta vaccinando molto, cosa fare per i paesi poveri, che sono appena all’inizio? «Gli interlocutori sono i governi, non i singoli, e lo strumento è Covax (organismo nato nel 2020 per l’accesso alle cure a favore dei paesi poveri, ndr). Lo scorso aprile abbiamo fatto un accordo per 500 milioni di dosi nel 2021 al prezzo per noi no-profit,». E annuncia: nel 2022 Moderna produrrà fino a tre miliardi di dosi e sta concludendo con Covax la cessione, sempre a prezzo “senza profitto”, di un altro miliardo di dosi per i paesi a basso e medio reddito. Non solo: Afeyan ha rivelato proprio nella sua visita in Italia il progetto di Moderna di costruire un impianto in Africa per produrre 500 milioni di dosi di vaccino.

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Il Presidente della Repubblica d’Armenia ha ricevuto il Sigillum Magnum di Ateneo (Magazine.unibo 08.10.21)

Si è svolta stamattina, in Rettorato, la cerimonia di conferimento del Sigillum Magnum a Armen Sarkissian, Presidente della Repubblica d’Armenia, docente e studioso specializzato nel campo della fisica che ha tenuto un discorso sulla politica internazionale dal titolo “Introducing the Quantum World”.

Prima di dedicarsi alla carriera politica e diplomatica, il Presidente Armen Sarkissian ha insegnato fisica, per lunghi anni, presso la principale università armena, la Yerevan State University, dove ha fondato la Sub-Division for Computer Modelling of Complex Systems at the Department of Theoretical Physics.

Accanto all’attività di ricerca e insegnamento in Patria, a Yerevan, ha inoltre svolto numerosi incarichi all’estero e ha prodotto numerose pubblicazioni nel campo della Fisica Teorica, Astrofisica, Computer modelling, ma anche political science e transition economics. Per meriti scientifici ha ricevuto infatti il dottorato onorario da parte dell’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia.

Armen Sarkissian ha anche sviluppato la teoria della cosiddetta “Quantum Politics”, un invito a considerare i fenomeni politici di oggi non più secondo una visione classica, ma secondo una visione che deve necessariamente tener conto delle conseguenze rivoluzionarie che il progresso tecnologico ha immesso, in maniera ormai irreversibile, nella nostra vita, e che si lega alla teoria fisica quantistica.

L’onorificenza dell’Alma Mater ad Armen Sarkissian vuole suggellare, inoltre, quasi cinquant’anni di intense collaborazioni: l’Università dalla quale Sarkissian proviene, la Yerevan State University, vanta una lunga collaborazione con l’Alma Mater, iniziata nel 1988 – ancora in epoca sovietica – quando, in occasione dei festeggiamenti del Nono Centenario dalla fondazione dell’Ateneo bolognese, l’allora Rettore Fabio Roversi Monaco siglò un accordo di scambio scientifico alla presenza del Presidente armeno, Sergey Hambardzumyan, e del Vice-Rettore responsabile dei rapporti internazionali Rafayel Mathevosyan. Un accordo, ribadito in seguito dalle visite a Erevan dello stesso Rettore Fabio Roversi Monaco e, più tardi, Pier Ugo Calzolari, che inaugurò una proficua serie di scambi tra i due Atenei aperti ad ogni ambito scientifico, che nel tempo è andata ampliandosi grazie anche all’aprirsi di nuove opportunità di collaborazione e che prosegue con vivacità fino ad oggi.

L’Alma Mater vanta anche il titolo di primo Ateneo d’Italia ad aver inaugurato, nel 1973, un insegnamento specifico dedicato alla cultura armena, mentre il Dipartimento di Chimica è intitolato a Giacomo Ciamician, illustre scienziato armeno stabilitosi a Trieste.
Tra le ultime iniziative relative alle proficue relazioni tra l’Università di Bologna e l’Armenia, il Progetto ROCHEMP/ Regional Center for the Management, Conservation and Enhancement of Cultural Heritage, iniziato nel 2018 e conclusosi lo scorso febbraio.

Il Sigillum Magnum che l’Ateneo ha conferito, oggi, al Presidente della Repubblica d’Armenia Armen Sarkissian vuole, quindi, rendere ancora più saldi la collaborazione e il legame di amicizia e di stima tra l’Università di Bologna e l’Armenia.

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Ricevuta dal sindaco una delegazione dell’iniziativa umanitaria Aurora, in città per la cerimonia di consegna dell’omonimo Premio internazionale (Live.comune.venezie 08.10.21)

Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, accompagnato dall’assessore comunale alla Coesione sociale, Simone Venturini, e dal direttore generale del Comune, Morris Ceron, ha ricevuto questa mattina, nella sede del Tronchetto, una rappresentanza dell’iniziativa umanitaria Aurora, composta dal presidente del Comitato di Selezione del Premio Aurora, Ara Darzi, dagli imprenditori e filantropi Ruben Vardanyan e Noubar Afeyan (co-fondatore di Moderna Therapeutics), in città per la consegna, prevista per domani all’Isola degli Armeni, dell’omonimo Premio internazionale.

L’Iniziativa Aurora Umanitaria è stata fondata a nome dei sopravvissuti al genocidio armeno (avvenuto tra il 1915 ed il 1923) e in segno di gratitudine ai loro salvatori: ogni anno, dal 2015 assegna un riconoscimento agli “eroi del nostro tempo”, ovvero a persone che portano avanti, in tutto il mondo, iniziative umanitarie. Il premio consiste in 1.000.000 di dollari, che il vincitore dovrà utilizzare nelle sue future attività umanitarie.

“La comunità armena è parte integrante di Venezia” – ha dichiarato il sindaco, Luigi Brugnaro. “E’ tra le più longeve della nostra storia e rappresenta un grande esempio di integrazione. Quello di oggi è stato un incontro virtuoso per rafforzare un dialogo di collaborazione e fratellanza. E’ un grande onore che la Città sia stata scelta per la prima cerimonia di consegna del Premio Aurora al di fuori del territorio armeno. Venezia è sempre più un hub internazionale dove convergono e convivono popoli di tutto il mondo.”

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Papa Francesco, un incontro con Karekin II per parlare dei diritti umani in Armenia (Acistampa 07.10.21)

C’era anche Arman Tatoyan nella delegazione del catholicos Karekin II che è andata in visita il 6 ottobre prima da Papa Francesco e poi dal Cardinale Pietro Parolin. E non è un caso. Perché il capo della Chiesa Apostolica Armena, a Roma per l’incontro di Sant’Egidio per la pace, ha parlato con il Papa anche della situazione dei diritti umani in Nagorno Karabakh, Artsakh per gli armeni. E Arman Tatoyan è il difensore dei Diritti Umani della Repubblica di Armenia, l’autore, tra l’altro, di una lunga ed articolata denuncia sulla situazione dei prigionieri di guerra portata davanti alla Corte di Giustizia Internazionale.

Per comprendere la situazione, si deve riavvolgere il nastro della memoria, e ricordare i 44 giorni del conflitto in Nagorno Karabakh. Un conflitto che si è concluso con un accordo doloroso per gli armeni, i quali prima hanno visto attaccare chiese storiche come la Cattedrale di Shushi e la chiesa di San Giovanni Battista, mentre è rimasta incerta la sorte del monastero di Dadivank, che si trova in una zona passata ora sotto il controllo azero e quindi divenuta inaccessibile per la popolazione armena. E restano tutte da definire le sorti della residenza dei melik, i signori feudali, del sito archeologico di Tigranakert, del monastero Kataro e del Museo Azoh, così come di dozzine di chiese e centinaia di khachkar (le croci di pietra armena) in tutto il territorio.

Una situazione che ha fatto gridare all’allarme “genocidio culturale”, considerando che da anni si denuncia la progressiva scomparsa di khachkar dai territori di Artsakh, e che ha portato anche la Santa Sede di Etchmiadzin a stabilire un dipartimento per la Protezione del Patrimonio Cristiano in Artsakh.

È questo il contesto in cui si sono sviluppati i contenuti dell’incontro di Papa Francesco con il catholicos Karekin. Secondo un comunicato diffuso dalla Santa Sede di Etchmiadzin (il “Vaticano” della Chiesa Apostolica Armena), “durante la conversazione, il Catholicos Karekin II ha parlato delle conseguenze catastrofiche della guerra di 44 giorni ad Artsakh, delle attuali sfide che l’Armenia e l’Artsakh devono affrontare, con particolare enfasi sulla questione del ritorno dei prigionieri di guerra e di quelli tenuti prigionieri in Azerbaigian in il dopoguerra”.

Karekin II ha anche ringraziato Papa Francesco per il suo sostegno al popolo armeno e all’Armenia durante il conflitto.

Quindi, la delegazione ha incontrato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede. Con lui – spiega ancora un comunicato di Etchmiadzin – “sono state discusse questioni relative alla sicurezza del popolo di Artsakh, alle invasioni nei territori sovrani dell’Armenia, nonché alla conservazione del patrimonio spirituale e culturale armeno nei territori sotto il controllo dell’Azerbaigian. Il Catholicos di tutti gli armeni ha parlato ampiamente del ruolo della comunità internazionale nel superare le sfide e i problemi esistenti”.

La presenza di Tatoyan, in questo, è cruciale. Arman Tatoyan è l’ombdusman di Armenia, e in quella veste ha recentemente presentato un ricorso alla Corte di Giustizia Internazionale delle Nazioni Unite contro l’Azerbaijan.

Il reclamo è composto da diverse parti, che riportano il trattamento dei prigionieri e civili armeni, con riferimenti del recente rapporto dello stesso Tatoyan.

Tra i temi toccati dal reclamo, anche quello dell’armenofobia, da eradicare, secondo l’ombdusman, basandosi sulla “Convenzione Internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale”.

Il rapporto denuncia anche “metodi terroristi” operati dalla politica azera di pulizia etnica, mette in luce gli attacchi ai villaggi nelle vicinanze di Vartenis, e ha una sezione separata proprio sulla distruzione dell’eredità culturale armena durante la guerra, con una documentazione specifica sul vandalismo della chiesa di Sant’Yeghishe a Mataghis.

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Incontro al Colosseo: terminata la preghiera ecumenica. Karekin II, “percorrere la strada della pace, liberi da odio, inimicizia e conflitti” (Agensir 07.10.21)


Incontro Sant’Egidio: appello di Karekin II per la liberazione di tutti i prigionieri della guerra in Artsakh, “tragedie del genere non si ripetano mai più” (Agensir 07.10.21)


La visita del Catholicos Karekin II a Roma, una cena con il Cardinale Koch (AciStampa 12.10.21)

La comunità armena in Friuli cerca una Chiesa dove celebrare messa (Il Giornale di Udine 07.10.21)

“Al Plan di Paluz” di Tarcento (UD) si è svolta la riunione dell’Associazione Armena Friulana Zizernak (Rondine).

L’ argomento principale all’ordine del giorno riguardava la possibilità di celebrare mensilmente, ad eccezione del periodo estivo, una Messa armena in una chiesa del Friuli.

Tale iniziativa è stata accolta con vivo calore dai componenti del sodalizio.

Attualmente sono in corso dei contatti con la Diocesi di Udine affinché venga concessa una
chiesa per questa celebrazione liturgica. A tal proposito vi è già  l’assenso dei Padri Mechitaristi, dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni di Venezia, e del parroco della Chiesa Apostolica Armena di Milano.

“Sarebbe nostra intenzione che la Messa venga celebrata alternativamente (potrebbe essere il primo sabato del mese) una volta dal parroco della Chiesa Apostolica Armena di Milano ed un’altra volta dai Padri Mechitaristi. Il tutto, se Dio vuole, dall’inizio del prossimo anno”.

Durante la riunione sono stati espressi ringraziamenti nei confronti delle Amministrazioni Comunali che nel 2020, hanno discusso ed approvato in Consiglio Comunale la mozione
inerente “Riconoscimento della verità storica sul Genocidio del Popolo Armeno”.

E cioè il 12 giugno Majano, Sindaca Raffaella Paladin; il 25 novembre San Giorgio di Nogaro, Sindaco Roberto Mattiussi e, nel corrente anno, il 29 luglio Fiumicello Villa Vicentina, Sindaca Laura Sgubin .

Un sincero ringraziamento è stato espresso al Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia, Presieduto da Piero Mauro Zanin, che, il 19 maggio del corrente anno, ha votato
all’unanimità la mozione che impegna il Friuli Venezia Giulia a riconoscere il Genocidio del popolo armeno.

I presenti hanno ringraziato particolarmente il Consigliere Regionale Alberto Budai,
proponente della mozione 208, che tanto ha operato al fine di giungere all’approvazione di questa mozione e che perciò ha irritato i rappresentanti diplomatici del Governo Turco in Italia.

E’ stato evidenziato che il 31 ottobre 2020 a Trieste, in Piazza Unità d’Italia, di fronte alla sede del Consolato Onorario della Repubblica Turca, è avvenuta una manifestazione pacifica di protesta da noi organizzata, riguardante le ingerenze della Turchia nella Guerra in Artsak (Nagorno Karabakh).
In tale circostanza la massiccia presenza della Polizia di Stato ha garantito la libera manifestazione ed ha prevenuto che le minacce di morte, giunte telefonicamente, potessero concretizzarsi con atti terroristici nei confronti dei pacifici dimostranti.

Va ricordata, con sincera riconoscenza, l’opera dell’onorevole Sergio Berlato che, sulla base della documentazione da noi fornitagli, e superando le ben note difficoltà, ha contribuito in maniera determinante all’adozione, da parte del Parlamento Europeo, di una risoluzione favorevole all’Armenia.

Qui di seguito viene riportato il testo del suo intervento:

La dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco siglata il 10 novembre 2020 con la mediazione della Russia ha posto fine alla guerra nel Nagorno-Karabakh, cui prendevano parte combattenti terroristi schierati dalla Turchia. Il punto 8 della dichiarazione prevede che si proceda allo scambio dei prigionieri di guerra, degli ostaggi e di altri detenuti, come pure dei corpi delle vittime. La parte armena ha restituito tutti i
prigionieri azeri, mentre l’Azerbaigian non ha rispettato pienamente tale obbligo. Esistono prove del fatto che l’Azerbaigian sta violando in modo manifesto i diritti umani dei prigionieri di guerra armeni, contravvenendo così al diritto internazionale umanitario(1).

Può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

1. In seguito alla dichiarazione del portavoce del SEAE in data 29 gennaio 2021, quali provvedimenti concreti ha preso l’UE per garantire il rispetto del punto 8 della
dichiarazione, in particolare per quanto concerne la restituzione dei prigionieri e dei prigionieri di guerra armeni, inclusi civili e donne, trattenuti dall’Azerbaigian in violazione dell’accordo?

2. Quali misure ha adottato l’UE per evitare gli abusi e le strumentalizzazioni ai danni dei prigionieri e dei prigionieri di guerra armeni per scopi politici nonché per garantire che la Croce rossa possa visitarli?

3. L’UE ha chiesto all’Azerbaigian di comunicare il numero esatto dei prigionieri, dal momento che esso non è chiaro? In caso affermativo, qual è il numero comunicato?”

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Perché le manovre di Turchia e Azerbaigian agitano l’Iran (Ilprimatonazionale 07.10.21)

Erevan, 7 ott – In questi ultimi giorni, a un anno di distanza dalla guerra in Nagorno Karabakh, gli eserciti di Turchia e Azerbaigian stanno effettuando esercitazioni militari congiunte a ridosso dei confini armeni e iraniani. L’esercitazione dei due paesi si chiama “Unshakable Brotherhood” e si svolge proprio in questo periodo di crescenti tensioni tra Baku e Teheran, con l’Iran che nelle ultime ore ha risposto con movimenti militari lungo il proprio confine con l’Azerbaigian.

Manovre di Turchia e Azerbaigian, cresce la tensione con l’Iran 

Ufficialmente il crescendo della tensione tra Iran e Azerbaigian si è sviluppato a seguito del sostegno del governo di Teheran all’Armenia, ma le relazioni tra i due stati hanno effettivamente iniziato a deteriorarsi dopo le esercitazioni belliche congiunte che le truppe azere conducono dal mese scorso insieme a turchi e pachistani. Tra le motivazioni che hanno innescato la tensione ci sono inoltre le restrizioni dell’Azerbaigian sull’accesso dei camionisti iraniani in Armenia e l’immotivato arresto di due di loro. Da tempo poi, i legami tra l’Azerbaigian e Israele, anche con rifornimenti bellici e supporto militare, di certo non aiutano i rapporti tra questi paesi confinanti.

Oltre al sostegno israeliano, già un anno fa, l’esercito turco membro della Nato (ricordiamolo), ha contribuito pesantemente alla vittoria azera contro le forze armene nella regione separatista del Nagorno Karabakh. La guerra si concluse solo a seguito del flebile accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia e sottoscritto il 9 novembre 2020. In una conferenza stampa il ministero della Difesa turco ha spiegato che le esercitazioni nella Repubblica Autonoma di Naxcivanenclave azera sita tra Turchia, Armenia e Iran, includono carrarmati e forze terrestri, così come aerei da combattimento e i terribili droni, questi ultimi in gran parte riforniti dallo stato israeliano. “Lo scopo dell’esercitazione è sviluppare amicizia, cooperazione e coordinamento tra le forze di terra turche e azere e condividere conoscenze ed esperienze per migliorare l’interoperabilità”, ha affermato il ministero della Difesa turco.

Il rischio di una nuova guerra

Lungo il confine di Naxcivan si sono registrati nel corso delle manovre militari scontri armati tra azeri e armeni che hanno causato diversi morti e feriti da ambo le parti. Queste esercitazioni, che di fatto preparano il terreno a una nuova guerra in Medio Oriente, sono il muscolo azero-turco nella diplomazia tra Baku ed Erevan mediata sempre più difficilmente dalla Russia. Putin infatti sta ultimamente cercando di moderare anche la terza controparte iraniana che, provocata dai due paesi della mezza luna, è sempre più vicina all’Armenia nel consolidare un’alleanza di antiche civiltà solari che non intendono piegarsi alle prevaricazioni della nuova strategia imperialista ottomana.

Andrea Bonazza 

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La COVID-19 spinge le famiglie armene verso la povertà (Globalvoices 06.10.21)

Questo articolo di Narek Kirakosyan è stato inizialmente pubblicato [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] su Chaikhana Media. Una versione modificata è stata ripubblicata qui nell’ambito di un accordo di collaborazione sui contenuti.Artyom Avetisyan da Gyumri, Armenia, padre di due bambini, ha perso il suo lavoro quando la pandemia ha colpito. Negli ultimi 19 mesi, la sua famiglia composta da quattro persone ha rischiato di diventare senza tetto e ha faticato a pagare i farmaci e la terapia da cui suo figlio di sette anni, Felix, dipende.

Prima che la COVID-19 colpisse l’Armenia, Avetisyan afferma che un flusso continuo di lavori nel campo dell’edilizia e saltuari mantenevano la sua famiglia sfamata e con una casa.

“Avevo molto [lavoro] prima del virus, ma una volta che il virus si è diffuso, ho smesso di ricevere chiamate per lavorare,” dice. “Avevo un guadagno [mensile] di circa 150,000 dram armeni (poco più di 300 dollari statunitensi), che la mia famiglia ha perso.”

Sebbene Avetisyan guadagnasse meno dello stipendio medio in Armenia di 400 dollari statunitensi un mese prima che la Covid colpisse, l’improvvisa perdita di lavoro ha condizionato la vita dei suoi figli su tutti i livelli. Oggi, Avetisyan e sua moglie, Anna Davtyan, temono di perdere il loro appartamento perché non possono più permettersi l’affitto mensile di 35,000 dram armeni (75 dollari statunitensi).

La famiglia ha anche faticato a pagare la terapia medica e i trattamenti per Felix. Felix, che frequenta la terza elementare, ha una paralisi cerebrale. Prima della pandemia, la famiglia riusciva a pagare i suoi trattamenti (un totale di 152,000 dram armeni al mese, circa 307 dollari), in parte grazie alla generosità degli enti benefici locali e dei filantropi.

Ma raccogliere i fondi necessari è stato impossibile dall’inizio della pandemia. Oggi la famiglia ha solo il sussidio mensile di invalidità che Felix riceve dallo Stato (circa 50 dollari).

Mentre la mancanza di entrate è una preoccupazione costante, la famiglia sta anche facendo fatica ad assicurarsi che Felix e sua sorella maggiore, Donara di nove anni, non rimangano indietro a scuola dopo aver perso mesi di didattica a distanza siccome la famiglia non aveva un computer o uno smartphone.

La famiglia Avetisyan non è l’unica che lotta per la sopravvivenza a seguito del collasso economico causato dalla pandemia. Circa 720,000 armeni sono scivolati nella povertà a causa della pandemia (soglia della povertà di 5.50 dollari statunitensi 2011 PPA).  L’economia armena ha subito una contrazione economica dell’8% nel 2020 a causa della COVID-19 e delle misure di isolamento che sono state impose per rallentare la diffusione del virus, secondo la Banca Mondiale.

“Gli impatti a breve termine della COVID-19 sui redditi da lavoro e non da lavoro delle famiglie potrebbero aumentare notevolmente il tasso di povertà in Armenia,” ha indicato la Banca Mondiale in un rapporto pubblicato a febbraio 2021.

Il rapporto ha riscontrato che il tasso di povertà potrebbe aumentare da 33.6% a 46.6% a causa della pandemia, con il numero di persone che vivono in povertà estrema che aumenta da 1% a 7%. “I contraccolpi economici della COVID-19 potrebbero impoverire 370,000 armeni. Più di 720,000 (uno su quattro) armeni potrebbero affrontare la mobilità verso il basso, spostandosi verso un gruppo di benessere sociale inferiore nel 2020,” afferma il rapporto.

Il governo armeno ha erogato diversi pagamenti una tantum per aiutare le persone a sopravvivere il lockdown causato dalla pandemia nel 2020.

I sussidi sono stati assegnati a specifici gruppi che soddisfavano certi criteri: ogni famiglia ha ricevuto un pagamento unico di 26,500 dram armeni (53 dollari) per figlio; i lavoratori in regola hanno ricevuto 68,000 dram armeni (136 dollari) come compenso durante un mese di lockdown; e i titolari di aziende dei settori duramente colpiti, come la vendita al dettaglio e il turismo, hanno ricevuto il 10% dei rendimenti del quarto trimestre del 2019 e i loro dipendenti hanno ricevuto l’equivalente della metà della paga di un mese.

Siccome Avetisyan lavorava occasionalmente, non si è qualificato per il sussidio di disoccupazione. La sua famiglia ha ricevuto il pagamento una tantum erogato per i figli.

Ma mesi dopo la fine dei sussidi, Avetisyan è ancora senza lavoro e ha opzioni limitate finché l’economia non si riprende e lui può trovare un’occupazione.

La sua situazione non è rara nella regione di Shirak, dove si trova Gyumri. Anche prima della pandemia, la regione aveva uno dei tassi di povertà più alti dell’Armenia — 48.4% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, secondo la Banca Mondiale.

La situazione è particolarmente grave per i bambini di questa regione, dove circa uno ogni due bambini vive in povertà.

La pandemia ha peggiorato le cose, siccome le restrizioni sui viaggi hanno reso impossibile gli spostamenti per lavoro verso la Russia.

A Maralik, la famiglia Kirakosyan ha perso la sua unica fonte di guadagno durante la pandemia quando le strade per la Russia sono state chiuse. Per Davit, di sette anni, la mancanza di risorse ha significato l’impossibilità di seguire le lezioni online ed è rimasto indietro. Adesso che è in seconda elementare, non sa ancora tutte le lettere dell’alfabeto e non sa né leggere né scrivere.

Vardan Ikilikyan, il capo di Azatan, una delle comunità più grandi nella regione di Shirak, dice che sebbene sia tecnicamente possibile andare in Russia adesso, l’onere dei test PCR e i costi di viaggio elevati implica che le persone sono bloccate in casa.

“Circa il 30% della popolazione di Azatan va all’estero per lavorare, principalmente a Yakutsk, Mosca, Sakhalin, Vladivostok, dove la maggior parte lavora nell’edilizia. A causa del coronavirus, i lavoratori sono stati impossibilitati a partire” ha detto, stimando che circa 300 famiglie sono state colpite solo ad Azatan.

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Armenia. Minassian: “Siamo esperti nel soffrire ma capaci di risorgere sempre” (Agensir 06.10.21)

L’unità della Chiesa e del popolo armeno, la testimonianza dei cristiani in “tempi difficili e bui”, il lavoro instancabile per la pace. Queste le direttrici indicate da Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian. Il 23 settembre scorso il Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale di Cilicia degli Armeni, convocato a Roma, lo ha eletto capo della Chiesa di Cilicia degli Armeni. Un popolo sparso in tutto il mondo, costretto da eventi spesso tragici della storia, alla diaspora

“Niente è cambiato. I titoli non mi dicono assolutamente niente. L’essenziale è la missione e la responsabilità”. Così Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian commenta al Sir la sua elezione a nuovo patriarca di Cilicia degli armeni e l’inizio del nuovo incarico. Si traferirà presto a Beirut, in Libano, e più precisamente a Bzoummar, dove ha la sede il Patriarcato di Cilicia degli Armeni, partendo quindi da Yerevan, la capitale armena. “Ma non lascio mai i miei fedeli. Mai”, precisa subito. “Cambia solo la residenza”.

Come si appresta a vivere questo nuovo incarico?

L’essenziale non è il titolo ma la missione. Camminiamo in tempi difficili e bui, sfidati dal male che c’è nel mondo. La mia missione è trovare sempre una via per continuare ad andare avanti verso Cristo con rinnovamento e dare testimonianza della vocazione cristiana. Lo facciamo con tutte le nostre debolezze e incapacità ma consapevoli che non siamo noi a determinare il percorso. Noi facciamo l’1% con le nostre forze.

Lei è stato chiamato ad essere padre e guida degli armeni. Un popolo sparso in tutto il mondo, costretto alla diaspora. Di cosa ha bisogno oggi il popolo armeno?

Della preghiera, prima di tutto. Siamo Chiesa e quindi chiamati tutti, sacerdoti e laici, popolo di Dio, a vivere con la presenza di Cristo in mezzo a noi. E, nella preghiera, gli armeni chiedono l’unità della Chiesa armena.Le differenze che ci dividono sono punti secondari, pochissimi rispetto a quanto invece condividiamo. Siamo fratelli.  Siamo un’unica Chiesa.

Il 27 settembre di un anno fa, il Nagorno Karabakh (Artsakh) è stato colpito dalle forze azere. 44 giorni di guerra e di indiscriminati bombardamenti sulla popolazione civile. Com’è la situazione oggi e quale appello vuole lanciare?

I 44 giorni di Nagorno Karabakh sono una replica dei 40 giorni del Mussa Dagh che narra gli eventi avvenuti nel 1915, con il massacro degli armeni cristiani. Quanto avvenuto nel passato si è ripetuto nella storia di oggi. 40 giorni di guerra e attacchi indiscriminati mentre il mondo stava a guardare. Siamo la Nazione che ha pagato il prezzo più alto di questa tragedia. Il mio appello è e continuerà ad essere questo: la guerra è l’espressione più evidente della debolezza dell’uomo e della sua incapacità di parlare, dialogare, trovare soluzioni, nel rispetto dei diritti degli altri.Se siamo tutti figli di Dio, siamo fratelli tra noi, chiamati da Dio a vivere in pace su questa terra. Noi, invece, la stiamo distruggendo. Il mio appello è ritornare alla coscienza umana, alla coscienza di pace che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo.

Nella Lettera per la concessione dell’Ecclesiastica Communio al nuovo patriarca, il Papa scrive: “Conosciamo il popolo armeno come esperto nel soffrire a motivo delle molteplici prove lungo oltre 1.700 anni di storia cristiana, ma anche per la sua inesauribile capacità di fiorire e portare frutto”.

È la vocazione speciale del popolo armeno: essere esperti nel soffrire ma capaci sempre, anche nelle pieghe più oscure della sua storia, di risorgere e portare frutto. Io dico sempre: come Dio ha scelto il popolo ebreo per preparare la venuta di Cristo, così ha scelto il popolo armeno per dare testimonianza della sua presenza nel mondo e della sua venuta tra gli uomini per salvarci.

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