Armenia-Russia: siglato accordo fra ministro Economia di Erevan e banca Veb (Agenzianova 20.09.21)

Erevan, 20 set 12:34 – (Agenzia Nova) – Il ministero dell’Economia dell’Armenia, la banca statale Veb e la Corporazione per lo sviluppo e gli investimenti dell’Armenia hanno firmato un accordo di cooperazione a Erevan. Lo ha detto il ministro dell’economia armeno Vahan Kerobyan in un briefing con la stampa. Secondo Kerobyan, questo accordo renderà più facile negoziare le fonti di finanziamento quando si individueranno dei progetti comuni. La firma è avvenuta durante una tavola rotonda sul tema “Cooperazione economica russo-armena”. Secondo Kerobyan, un altro accordo di cooperazione è stato firmato tra l’organizzazione armena Imagine Hub by Soft e la Fondazione Skolkovo a sostegno delle start up del Paese caucasico. (Rum)

Hrant Dink: il giornalismo e la libertà di informazione (Lamiacittanews 18.09.21)

Perché scrivere e leggere articoli di giornale?

Quale è la meravigliosa bellezza di questa professione?

Cosa non andrebbe mai perduto? Cosa dovrebbe essere considerato inviolabile?

Informare e informarsi è un diritto sacrosanto e il giornalismo non dovrebbe mai smarrire il suo filo rosso, la sua deontologia.

Fare giornalismo è un atto comunitario, è un operare che guarda verso l’altro, che fa l’occhiolino alla collettività.

Fare informazione dovrebbe intendersi come un contributo dato alla libertà.

È proprio grazie all’informazione infatti, quella libera, quella giusta, quella scevra da condizionamenti e interessi, siano essi politici, economici o quant’altro, che nasce e si rafforza la democrazia.

È solo tramite una conoscenza approfondita e attenta, tramite un’investigazione mirata che non escluda alcun punto di vista, che si formano le coscienze, le buone coscienze, che si solidificano le opinioni degli uomini: non importa se vicine o antistanti, quel che conta è che abbiano un solido fondamento.

Fare giornalismo e farlo bene è un obbligo morale verso la comunità, la società, verso gli altri e se stessi.

Non sono mancati però, personaggi che hanno pagato per tutto ciò, un conto salato. Di nomi ce ne sono tanti, se ne ricorda uno, il cui anniversario di nascita ricorreva solo qualche giorno fa, proprio il 15 settembre.

Nasceva in questa stessa giornata del 1954 Hrant Dink, uno scomodo giornalista, che ha pagato con la sua stessa vita l’audacia di un “mestiere” ben svolto.

Merita di essere ricordato, Dink, eretto a simbolo della libertà informativa.

È stato assassinato con tre colpi di pistola il 19 gennaio del 2007 a Istanbul, proprio all’ingresso della sede del settimanale che egli stesso dirigeva.

“Agos”, pubblicato sia in turco sia in armeno, si tradusse ben presto in un punto di riferimento per quanti credevano in una possibile Turchia più democratica.

In un editoriale poi, uscito poco prima della sua morte, Dink rese nota l’origine della figlia adottiva di Atatürk, che sarebbe stata appunto, un’orfana armena.

Di lì, il processo, con l’accusa di oltraggio all’identità turca.

Si è trattato di un assassinio di Stato per gran parte dell’opinione pubblica, data dalla mancanza di protezione per il giornalista e dall’insabbiamento delle prove nel processo.

L’indignazione generale si è tradotta, nel corso del tempo, in una marcia che, anno dopo anno, ha saputo unire tutti, non ha escluso nessuno, non ci fu individuo che ne rimase indifferente; né politici né apolitici, non i turchi né gli armeni, non i suoi amici e neppure chi aveva imparato in quella stessa occasione a conoscerlo; tutti insieme, in onore del suo ricordo nella marcia del 19 gennaio, data che segna la sua morte.

“Siamo tutti armeni, siamo tutti Hrant Dink” urlava la folla che annualmente scendeva spontaneamente in piazza per lui, per quell’uomo comune ma di spiccato coraggio, quello con il quale potersi facilmente identificare, quello mite e aperto al dialogo.

La popolazione sapeva finalmente essere unita, accorpata, senza curarsi delle barriere e dei simboli che invece, per loro stessa natura, dividono.

È un grido che ha bisogno di rimanere vivo, sono frasi che meritano di risuonare ancora.

È necessario che continuino ad esistere, che lo facciano in onore della sua memoria, affinché possa divenire oggi una guida tanto urgente quando necessaria, affinché si trasformi in un esempio per quanti si accostano a questo modo;

per i fruitori di notizie sì, ma anche e soprattutto per chi, le notizie le cerca, le scova, le raccoglie e le condivide.

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ARMENIA. NAGORNO KARABAKH: INTENTATA UNA CAUSA ALL’AZERBAIJAN (Notizie Geopolitiche 18.09.21)

di Alberto Galvi –

Il governo di Erevan ha intentato una causa presso l’ICJ (International Court of Justice) nei confronti dell’Azerbaigian, accusando decenni di violazioni dei diritti, inclusa la guerra dello scorso anno per il Nagorno Karabakh. L’ICJ è il tribunale dell’ONU per la risoluzione delle controversie tra paesi, ma ancora deve esserne stabilita la competenza sul caso.
Entrambi i paesi sono stati firmatari della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, ma per via dei combattimenti tra settembre e novembre l’Armenia ha accusato le forze azere di aver distrutto il patrimonio culturale e religioso armeno e di aver preso di mira infrastrutture civili.
Le truppe azere hanno cacciato le forze armene da aree che controllavano dagli anni ’90, all’interno e intorno alla regione del Nagorno-Karabakh. A quell’epoca i separatisti sostenuti dagli dichiararono l’indipendenza dall’Azerbaigian, cosa che ha comportato una guerra che ha provocato circa 10mila morti.
L’Azerbaigian durante il conflitto ha accusato le forze armene di crimini di guerra.
L’alleato dell’Armenia, la Russia, si è rifiutata di intervenire militarmente protendendo per il dialogo, mentre l’Azerbaijan ha potuto contare sull’appoggio della Turchia.
A seguito dei colloqui trilaterali la Russia ha dispiegato diverse migliaia di peacekeeper nel Nagorno-Karabakh, ma stando alle accuse armene dal cessate-il-fuoco del 10 novembre l’Azerbaigian avrebbe continuato a perpetrare violenze di ogni genere nei confronti di prigionieri di guerra armeni, ostaggi e altre persone detenute. L’Armenia pertanto ha deciso di chiedere all’ICJ di ritenere l’Azerbaigian responsabile di violazioni.

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Lecco racconta l’Armenia. Un’amicizia che continua (Mi-Lorenteggio 18.09.21)

(mi-lorenteggio.com) Lecco, 18 settembre 2021 – Tre giorni di eventi per “Lecco racconta l’Armenia. Un’amicizia che continua”, iniziativa organizzata da Amici Lecco-Vanadzor Italia-Armenia, Casa Armeno Hay Dun e Unione Armeni d’Italia, in collaborazione con Comune di Lecco e Provincia di Lecco.

In programma da venerdì 24 a lunedì 27 settembre, l’iniziativa partirà con la conferenza di venerdì 24, alle 20.45, a Palazzo delle Paure, sul futuro dell’Armenia in un dialogo fra Gigi Riva, giornalista, e il professor Aldo Ferrari, docente e storico. Nella seconda giornata di sabato 25 sono previsti tre appuntamenti: alle 10.30 nel cortile di Palazzo Bovara si terrà l’inaugurazione della mostra “Lecco racconta l’Armenia. Un’amicizia che continua” (la mostra è visitabile a partire da sabato 18 settembre negli orari di apertura del Comune); alle 12.30 al ristorante Giardino è organizzata una degustazione di piatti della cucina armena; alle 18.30 presso la chiesa di Santa Marta si terrà una funzione religiosa armena apostolica officiata da Padre Tìrayr Hakobyan. Domenica 26 alle 10 a Palazzo delle Paure laboratori per bambini a tema armeno con Tommaso Pusant Pagliarini; alle 18 alla Scuola Civica di Musica di Villa Gomez è in programma un concerto di musica armena “Suoni dall’Ararat”, con il pianista Ani Martirosyan. Lunedì 27 alle 20.45 una conferenza in sala Ticozzi chiuderà la manifestazione raccontando ruoli, storie e impegni di solidarietà contro il ‘genocidio infinito’ degli armeni e del loro patrimonio culturale con gli interventi di Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica di Armenia in Italia, e Gaianè Casnati, Council Member di Europa Nostra.

Tutti gli eventi saranno soggetti alle norme vigenti anti Covid-19. La prenotazione è obbligatoria al numero 335 7421775.

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La guerra in Nagorno Karabakh negli occhi di una pacifista azera(Osservatoriodiritti 17.09.21)

Gunel Movlud è una giornalista, scrittrice e difensore dei diritti umani azera. È nata nel 1981 nella regione di Jabrail, in Nagorno Karabakh, e quando aveva solo 12 anni è stata costretta a fuggire con sua madre e i suoi fratelli perché i combattimenti tra le truppe armene e quelle azere investirono anche la sua città.

Movlud ha trascorso i successivi 5 anni in un campo profughi nella regione di Sabirabad, in Azerbaijan, poi l’università, gli studi di lettere ed è stato a quel punto che ha deciso di dedicarsi, attraverso i suoi scritti e il giornalismo, alla difesa dei diritti umani, alla promozione di una cultura di pace e all’impegno nel promuovere una politica di convivenza tra i due popoli.

Un lavoro estremamente difficile e anche pericoloso se fatto in un Paese, l’Azerbaijan, che stando al World Press Freedom Index, la classifica stilata da Reporter senza frontiere che indica il livello di libertà dei media in una determinata nazione, è al 167esimo posto su 180. Una situazione che infatti l’ha portata ad abbandonare la sua terra caucasica e a trasferirsi in Europa.

In seguito alla guerra dei 44 giorni che tra settembre e novembre 2020 ha infiammato di nuovo il Caucaso, la scrittrice azera si è così espressa, in una lunga intervista, in merito alle sue prospettive e alle sue convinzioni su quello che è uno scontro armato che perdura ormai da più di 30 anni.

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Originaria del Nagorno Karabakh, ha vissuto da bambina la guerra degli anni ’90 ed è cresciuta in un campo profughi in Azerbaijan. Oggi crede in una convivenza tra i popoli armeno e azerbaijano. Com’è maturata questa scelta?

Proprio in virtù della mia esperienza ho capito che la guerra è un qualcosa di amorale. La prima guerra del Nagorno Karabakh, quella degli anni ’90, oltre ad aver provocato 30 mila morti ha visto più di un milione di persone perdere la propria casa e dover fuggire e rifugiarsi nei campi profughi. Se alla guerra fa seguito la propaganda dell’odio non ci sarà mai una fine alle sofferenze della gente.

Occorre invece coltivare un pensiero e una cultura pacifista ed è quello che io ho fatto in questi anni grazie anche a un approfondito studio della cultura umanista. Quando poniamo l’uomo come valore più alto, al di là del fatto che sia originario di un Paese o di un altro, possiamo capire che il nemico costruito attraverso la propaganda e la retorica belligerante non esiste.

Chi è il nemico? Se andiamo oltre agli slogan e alle parole d’ordine ci rendiamo conto infatti che il ”nemico” concretamente non è un soldato armato fino ai denti ma è un vecchio nonno, oppure una donna molto tenera, o un bambino con bisogno di aiuto. Queste sono le persone che vivono in Azerbaijan e in Armenia e non sono dei carnefici o degli assassini, ma uomini e donne di ogni giorno. Ed è partendo da questa riflessione, che guarda all’uomo nella sua essenza, che possiamo capire come viene costruita l’immagine del nemico e di conseguenza capirne il vuoto che la compone.

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Che ricordi ha della guerra degli anni ’90?

Ero poco più di una bambina quando è scoppiata la guerra nel 1991. Con mia madre e i miei fratelli siamo dovuti scappare perdendo tutto quello che avevamo, per sempre. Abbiamo attraversato il fiume Aras e una volta in Azerbaijan abbiamo ricominciato una nuova vita in una tendopoli. Migliaia di persone hanno trovato un rifugio temporaneo nei campi profughi dove l’inverno era freddissimo e l’estate caldissima.

Per decenni centinaia di migliaia di sfollato hanno vissuto in questi campi dove mancava l’acqua, ricevevamo solo l’aiuto e l’assistenza delle organizzazioni umanitarie, una casa era una tenda di 8 metri quadrati e d’inverno spesso ci svegliavamo nella neve. Molte persone morivano anche perchè non c’era assistenza sanitaria, le donne, come mia madre, per sopravvivere, raccoglievano cotone per salari bassissimi e questo stato delle cose ha portato a una situazione grave sia da un punto di vista fisico ma anche morale.

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Quando a novembre ha visto le immagini dei cittadini armeni che scappavano dal Nagorno Karabakh cosa ha provato?

Sono state immagini molto dure per me. I cittadini armeni stavano vivendo un qualcosa che io avevo vissuto in passato e capivo perfettamente il loro stato d’animo. Ho avuto concreti momenti di deja-vù durante la guerra dei 44 giorni, perché quando vedevo le file di camion che portavano via le famiglie armene mi sono subito ricordata cos’era successo durante la prima guerra del Karabakh. Ho pensato al mio vissuto.

C’è tanta, tantissima somiglianza, tra le condizioni degli sfollati dopo le guerre. I profughi, di tutto il mondo, hanno dei denominatori comuni. In primis il fatto di essere vittime. E quando vedevo i video della gente armena che scappava mi ha assalito anche una profonda tristezza, perché se non ci sarà un cambio di rotta, quello che abbiamo visto e vissuto potrà ripetersi di nuovo ed è molto triste pensare che non si è stati capaci trovare una soluzione a questa crisi in tutti questi anni. Siamo due popoli che abbiamo vissuto entrambi delle tragedie. Non è forse il momento di porre fine a tutta questa sofferenza?

Cosa vuol dire essere pacifista in Armenia e Azerbaijan?

Essere pacifisti in Azerbaijan e Armenia non è popolare. E lo è ancor meno dopo l’ultima guerra. La maggior parte della popolazione cresce educata a valori di nazionalismo e patriottismo e spesso collidono con una visione di riconciliazione e convivenza tra i due popoli.

Essere pacifisti in Azerbaijan però è molto più difficile che in Armenia. In Azerbaijan chi ha una prospettiva e un’idea come la mia viene considerato spesso come un traditore che non vuole tornare nei territori perduti ed essere pacifisti in Azerbaijan è anche pericoloso.

Proseguirà con il suo attivismo per un Karabakh libero dalla guerra?

Per quanto sia difficile questo cammino, credo che sia estremamente importante coltivare il pacifismo perché se noi avremo la fortuna di arrivare a una situazione di riconciliazione tra i due popoli sarà per merito dei pacifisti. Saranno i pacifisti a dover guidare la riconciliazione rispettando le tragedie vissute e allo stesso tempo superandole. Io credo e spero che questo un giorno avverrà. Noi sappiamo come vivere insieme, l’abbiamo fatto per secoli in passato, ed è la storia a insegnarcelo e ricordarcelo.

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“Ecco come fu pianificato il genocidio degli Armeni” (Ilgiornale 17.09.21)

Lo storico turco, oggi a Pordenone legge, ci racconta perché ancora oggi la Turchia finge di non sapere

"Ecco come fu pianificato il genocidio degli Armeni"

Fra gli eventi più attesi al festival Pordenonelegge, oggi, la presentazione del libro Killing Orders. I telegrammi di Talat Pasha e il genocidio armeno (Guerini e Associati) di Taner Akçam, coraggioso intellettuale e storico turco, da anni rifugiatosi negli Stati Uniti per la sua lotta a favore della verità sul destino del popolo armeno e ancora oggi persona sgradita per il regime di Ankara. Alle 11 (nello Spazio San Giorgio) Akçam racconterà, tradotti per la prima volta in lingua italiana, i telegrammi di Talat Pasha, l’architetto del Metz Yeghern, il Grande Male, lo sterminio. Ha accettato di parlarne in anticipo con il Giornale.

Professor Taner Akçam come mai attorno al genocidio armeno c’è stato un silenzio così lungo?

«Possiamo rispondere alla domanda su tre diversi livelli: primo, dal punto di vista degli armeni. Ci sono voluti decenni perché il popolo armeno portasse il genocidio nella sua agenda. A differenza dell’Olocausto, i governanti ottomani iniziarono il genocidio sterminando intellettuali e leader comunitari armeni. Gli armeni hanno perso quasi tutta la loro classe intellettuale durante il processo di genocidio. E ci sono volute tre-quattro generazioni di armeni per costruire le condizioni di una riflessione intellettuale su quanto era successo al loro popolo. Il piccolo stato armeno, fondato nel 1918, perse la sua indipendenza nel 1921 e fu bolscevizzato. Parlare di genocidio in Armenia fu vietato fino al 1965. A causa di tutti questi fatti, gli armeni hanno potuto alzare la voce con forza solo dopo il 1965, ma non avevano abbastanza potere. Quando cominciarono ad alzare la voce, nessuno li udì».

E la Turchia?

«Il secondo livello di cui le dicevo è la Turchia. La Turchia è stata fondata principalmente dal partito e dai quadri che hanno organizzato il genocidio armeno. Il nuovo regime ha vietato di parlare di storia e l’ha resa tabù. Cosa sarebbe successo se i nazisti avessero fondato la Germania di oggi? L’espulsione forzata degli Armeni superstiti dalla Turchia in vari modi continuò nei primi anni della Repubblica. Non c’è più alcuna comunità in Turchia che possa portare alla luce le esperienze degli armeni. La piccola comunità di Istanbul ha vissuto nella paura. E poi il terzo livello: l’opinione pubblica internazionale. Il tema del genocidio avrebbe potuto essere sollevato, soprattutto nel mondo occidentale, ma per le grandi potenze sarebbe impensabile rendere la vita difficile a una Turchia che è diventata membro della Nato. Quando tutti questi fattori sono messi insieme, penso che il silenzio intorno al genocidio armeno sia comprensibile».

Ha trovato documenti che provano che il genocidio è stato pianificato con cura. Quali?

«Classificherei questi documenti in due diversi livelli. La prima categoria di documenti è quella che mostra che l’intero genocidio è stato organizzato come un piano demografico. I governanti ottomani miravano a deportare gli armeni, che costituivano il 25% della popolazione nelle regioni in cui erano concentrati, come la Siria, e ridurre il loro numero a un livello che non supererebbe il 10%. Ciò significava ridurre gli armeni da 1,8 milioni a circa 150mila. E hanno raggiunto gli obiettivi. Infatti, il numero di armeni sopravvissuti al genocidio in Siria è stato di circa centomila. È possibile seguire questo processo con centinaia di documenti attualmente disponibili negli archivi di epoca ottomana. Il secondo gruppo di documenti è costituito da carte relative a ordini o pratiche di uccisione diretta. È possibile raccoglierli in tre diversi gruppi. La prima sono le lettere e i telegrammi contenenti le decisioni e gli ordini di sterminio scritti da Bahaettin akir, membro del Comitato centrale del Partito dell’Unione e del Progresso e responsabile della Tekilat-i Mahsusa (Organizzazione speciale) incaricata di sterminare gli armeni. Il secondo sono le decisioni di sterminio locale limitate ad alcune province prese dal Comitato centrale di Erzurum dell’Organizzazione speciale. Il terzo gruppo sono gli ordini di sterminio di Talat Pasha, il ministro degli Interni. Ho pubblicato alcuni di questi documenti nel mio libro Killing Orders».

Perché i telegrammi di Talat Pasha sono così importanti per comprendere la genesi del genocidio?

«Questi telegrammi sono ordini di uccisione diretta: erano tutti documenti cifrati scritti con codici speciali del ministero dell’Interno. Quindi, la loro autenticità è fuori discussione. Non possono negare che si tratti di documenti autentici. Questi documenti sono il colpo più significativo alle politiche di negazione dei governi turchi che esistono da decenni»

Perché la Turchia di oggi non è disposta ad ammettere le responsabilità di allora, dopo così tanto tempo?

«Ci sono vari motivi per negare. Il primo semplice motivo è la paura di pagare un risarcimento. Se la Turchia accetta che il genocidio ha avuto luogo, sarà obbligata a pagare i risarcimenti. Anche se ti rifiuti di definire gli eventi del 1915 come genocidio, ma riconosci che nel 1915 in Turchia è accaduta una ingiustizia, devi restituire qualcosa. Pertanto, per evitare di farlo, negare completamente il genocidio ha molto senso. La seconda ragione importante per il negazionismo turco è quello che io chiamo il dilemma di trasformare gli eroi in cattivi. L’argomento è semplice: la Repubblica turca è stata fondata dal Partito dell’Unione e del Progresso, gli architetti del genocidio armeno del 1915. E così, un numero significativo dei quadri fondatori della Turchia è stato direttamente coinvolto nel genocidio armeno o si è arricchito saccheggiando le proprietà armene. Ma questi individui erano anche i nostri eroi nazionali. Se la Turchia riconosce il genocidio, dovremo accettare che alcuni dei nostri eroi nazionali e padri fondatori erano assassini, ladri o entrambi. Questo è il vero dilemma. Dall’istituzione della nostra Repubblica, abbiamo creato una realtà comunicativa che pone il nostro modo di pensare e di esistere su Stato e nazione. Alla fine, questa realtà comunicativa ha creato un segreto collettivo che copre come un guanto tutta la nostra società. Ha creato un grande, gigantesco buco nero. Questo silenzio segreto ci avvolge come una coperta calda e soffice. L’ultimo motivo della negazione turca del genocidio armeno è quello che io chiamo argomento di Pinocchio. È difficile cambiare te stesso una volta che hai detto una bugia, anche nella normale vita quotidiana. Uno stato che mente da 90 anni non può semplicemente invertire rotta».

Quali sono le difficoltà che incontra uno storico nel reperire documenti di quell’epoca?

«La difficoltà principale è che i governi turchi hanno nascosto i documenti critici agli studiosi nel corso dei decenni. Gli archivi furono ripuliti durante i successivi governi repubblicani, in particolare il governo dell’Unione e del Partito del Progresso, che organizzarono il genocidio. Se i documenti critici nell’archivio non venivano bruciati o distrutti venivano comunque segretati. Ad esempio, gli archivi militari ad Ankara sono ancora chiusi agli studiosi che vogliano valutarli. È difficile da immaginare, ma tutti i documenti relativi alla Prima guerra mondiale e alle deportazioni armene non sono accessibili».

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“Lecco racconta l’Armenia. Un’amicizia che continua”, dal 24 una serie di eventi (Lecconotizie 17.09.21)

Riscoprire e approfondire un popolo ricco di storia, tradizioni e cultura

Sabato 25 sono alle 10.30 nel cortile di Palazzo Bovara si terrà l’inaugurazione della mostra

LECCO – E’ stato presentato nella giornata di ieri, giovedì, l’evento “Lecco racconta l’Armenia. Un’amicizia che continua”, evento organizzato da Amici Lecco-Vanadzor Italia-Armenia, Casa Armeno Hay Dun e Unione Armeni d’Italia, in collaborazione con il Comune di Lecco e la Provincia di Lecco.

Alla conferenza stampa di presentazione degli eventi sono intervenuti Simona Piazza,
assessore alla Cultura del Comune di Lecco; Sergio Fenaroli, Presidente dell’associazione
Amici Lecco-Vanadzor Italia-Armenia; Marina Ghislanzoni dell’Ufficio scolastico
territoriale Lecco; Maria Grazia Nasazzi, Presidente Fondazione Comunitaria Lecchese e Lucia Panzeri, ex insegnante.

“Un’amicizia solida e concreta, quella instaurata più di 30 anni fa con la comunità armena
– racconta Simona Piazza, assessore alla Cultura del Comune di Lecco – che con questa
iniziativa si declina in una serie di eventi organizzati sul nostro territorio per riscoprire e
approfondire un popolo ricco di storia, tradizioni e cultura. Un fine settimana in cui
conoscere in profondità non solo le usanze di questo paese, l’Armenia, ma anche la
situazione socio-politica che stanno vivendo, che con la nostra città ha stretto un legame
importante”.

Gli eventi, in programma da venerdì 24 a lunedì 27 settembre, si svilupperanno in
modalità e luoghi diversi. La prima conferenza, venerdì 24 alle 20.45 a Palazzo delle Paure, tratterà il tema del futuro dell’Armenia in un dialogo fra Gigi Riva, giornalista, e il professor Aldo Ferrari, docente e storico. Nella seconda giornata di sabato 25 sono previsti tre appuntamenti: alle 10.30 nel cortile di Palazzo Bovara si terrà l’inaugurazione della mostra “Lecco racconta l’Armenia. Un’amicizia che continua” (la mostra è visitabile a
partire da sabato 18 settembre negli orari di apertura del Comune); alle 12.30 al ristorante Giardino è organizzata una degustazione di piatti della cucina armena; alle 18.30 presso la chiesa di Santa Marta si terrà una funzione religiosa armena apostolica officiata da Padre
Tìrayr Hakobyan. Domenica 26 c’è spazio anche per i più piccoli: alle 10 a Palazzo delle Paure verranno allestiti laboratori per bambini a tema armeno con Tommaso Pusant
Pagliarini; alle 18 alla Scuola Civica di Musica di Villa Gomez è in programma un concerto di musica armena dal titolo “Suoni dall’Ararat”, con il pianista Ani Martirosyan. Lunedì 27 alle 20.45 una conferenza in sala Ticozzi, moderata dal giornalista Luigi Geninazzi, chiuderà la manifestazione raccontando ruoli, storie e impegni di solidarietà contro il
‘genocidio infinito’ degli armeni e del loro patrimonio culturale tramite gli interventi di
Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica di Armenia in Italia e Gaianè Casnati, Council Member di Europa Nostra.

Tutti gli eventi saranno soggetti alle norme vigenti anti Covid-19 e la prenotazione è obbligatoria: per maggiori informazioni è possibile contattare il numero 335 7421775.

IL PROGRAMMA DELL’EVENTO

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LECCO RACCONTA L’ARMENIA, UN’AMICIZIA CHE CONTINUA (Leccofm)

 

Strade d’Armenia/3. Alla scoperta di Erevan e del fascino spirituale della capitale (Barbadillo 12.09.21)

Erevan – Ci avviciniamo a Erevan, capitale dell’Armenia, dove si concluderà il nostro viaggio lungo questa terra ricca di fascino e carica di spiritualità. Venire in Armenia, infatti, significa lasciarsi lentamente conquistare dalla sua energia perché tutto ciò che ti circonda ti racconta di storia, ti comunica di fede, ti parla di una vita semplice che scorre dentro famiglie ancora unite e allargate, quasi patriarcali dove l’armonia dei ruoli più che scandita si direbbe che scorre attraverso la gratuità di un amore vivo e palpabile, da marito a moglie, da figlio a padre, da nonno a nipote, da madre a figli, da fratello a sorella.

Il monastero di Geghard

Lungo la strada che porta a Erevan si trovano due posti di ammirevole fascino. Il primo è l’antichissimo monastero di Geghard, in parte scavato nella roccia e immerso in una natura incantevole che ha offerto ai monaci anche la possibilità di ritirarsi in grotte naturali per il raccoglimento ascetico. Anche questo monastero ha dovuto subire l’orda devastatrice delle varie dominazioni ma oggi si presenta ancora in piedi con un’architettura ricca di elementi decorativi di grande pregio, fra cui segnaliamo un bassorilievo spettacolare dove vengono rappresentati due leoni legati che sormontano un’aquila adunghiante con gli artigli un agnello. Il secondo posto è ancora più arcaico, risale ai tempi dell’Armenia pagana e ci fa sentire anche un po’ nella Roma antica, o meglio, nell’estrema periferia orientale dell’Impero romano.

Garni

Stiamo parlando del tempio di Garni, ovvero il tempio pagano più a est del mondo. Conservato benissimo, questo edificio colpisce subito l’occhio per la sua pietra in basalto nero, praticamente da brividi!

Siamo a Erevan, la “città rosa” per il colore dei suoi palazzi in tufo tipico, città antichissima anche se conserva poco della sua storia perché i sovietici praticamente la ricostruirono per intero. Città dinamica e vivace con il suo milione di abitanti, i locali sempre aperti e i tanti cantieri a lavoro. Il centro della città è un vero e proprio capolavoro di urbanistica dell’architetto Tamanyan che è riuscito a dare armonia e a unire in maniera equilibrata lo stile identitario armeno con le esigenze della cultura sovietica del tempo. Questa città, infatti, risulta piacevolmente molto originale rispetto a tanti altri centri caratterizzati da un’architettura molto rigida, squadrata e funzionale tipica dell’epoca sovietica. In centro è molto facile da visitare per la sua pianta circolare, dove sono distribuiti molti parchi verdi e tante fontane artistiche in cui giocano tanti bambini e trovano rinfresco le famiglie.

Le cascate

La “fontana” più famosa è certamente il complesso delle “Cascate”, una scalinata monumentale dove a ogni piano scorre acqua su più fontane artistiche e al cui interno ospita una vera e propria galleria d’arte moderna. Probabilmente lo spettacolo di questo monumento lo rende il posto più iconico di questa città benché i lavori non siano ancora terminati. Manca infatti l’ultimo piano che congiungerà alla sovrastante collina e al Parco della Vittoria, dove si trova l’imponente statua della Grande Madre Armenia al cui interno è ospitato un museo sulla Seconda Guerra Mondiale e sulla Prima Guerra per l’Artsakh. Questo vero e proprio “altare della Patria” è un imponente monumento mozzafiato che vuole celebrare la pace e l’indipendenza raggiunta con la forza dopo secoli di dominazioni straniere, ma rappresenta anche un tributo a tutte le donne armene che hanno sempre assunto un ruolo protagonista nella storia di questo Paese e nelle lotte per la sua libertà.

L’Armenia, benché sia una civiltà millenaria, ha da sempre dovuto subire i flussi delle dominazioni straniere che hanno percorso in maniera turbolenta questa terra di frontiera fra Oriente e Occidente. Nonostante ciò, la cultura e l’identità armena non si è mai lasciata assorbire ed è sempre sopravvissuta in maniera monolitica, un miracolo probabilmente dovuto a due fattori determinanti. Il primo è la lingua armena, con il suo particolare alfabeto, creata dal monaco Mesrop Mashtots all’inizio del V secolo. Questa straordinaria operazione linguistica consentì al popolo armeno di dotarsi di una propria letteratura e di acquisire una propria coscienza nazionale che pian piano la distingueva dalle altre popolazioni caucasiche, persiane e anatoliche, consentendone la difesa dall’assimilazione come avvenuto per altri popoli ormai scomparsi. Inutile dire che gli armeni sono innamorati della loro lingua alla quale hanno addirittura dedicato un parco monumentale con le lettere del suo alfabeto ma soprattutto il museo del Matenadaran, ovvero il tempio della lingua armena. Qui vengono conservati oltre ventimila manoscritti in armeno (e non solo), molti dei quali antichissimi e in ottimo stato di conservazione. Visitare questo posto significa immergersi in un mistico viaggio fra pergamene ricche di immagini, di arte, di letteratura, di scienze, di storie che raccontano silenziosamente la storia di un popolo che da sempre ha una grande sensibilità culturale. 

Quando si parla di Armenia automaticamente si pensa anche al Cristianesimo, ed è questo il secondo elemento che ha contributo all’Armenia di preservare la sua identità e la sua sopravvivenza, nonostante questa fedeltà sia stata pagata spesso con il martirio. Due dei simboli di questo straordinario rapporto fra il popolo armeno, il primo nella storia ad abbracciare il Cristianesimo, e la sua fede ancora viva e profonda si trovano alle porte della città di Erevan. Il primo è Echmiadzin, la città più sacra di tutta l’Armenia perché qui si trova la sede del Catholicos, ovvero il capo della Chiesa Apostolica d’Armenia. Insomma, una sorta di piccolo Vaticano armeno, cuore e propaggine in tutto il mondo della fede armena ricca di sacerdoti molto attenti alla Verità rivelata ma soprattutto persone cariche di sensibilità e simpatia. Le intense chiacchierate con questi uomini di Dio, che hanno anche una visione geopolitica e culturale lungimirante, sono uno dei ricordi più intensi di questo viaggio.

Zvartnots

Il secondo posto che rappresenta iconicamente il rapporto fra Armenia e Cristianesimo, sono i resti della cattedrale di Zvartnots, luogo capace di coinvolgere emotivamente e spiritualmente mentre si attraversano le volte delle colonne riccamente decorate. Anche questo sito è patrimonio dell’Unesco ed è così carico di storia che consigliamo una visita guidata per poterne apprezzare pienamente il valore storico e culturale. 

Altri posti in Erevan che meritano di essere menzionati sono certamente la cappella di San Katoghike, ovvero la chiesa più antica sopravvissuta alla furia sovietica; la tomba di Sant’Anania, carica di devozione popolare; la Galleria Nazionale, nella centralissima e bellissima piazza della Repubblica, un museo che racconta tutta la millenaria storia di questa civiltà; la moschea blu, testimonianza del dominio persiano; l’Opera, cuore artistico della città; il Vernissage, ovvero il mercato dove poter apprezzare l’artigianato locale; la fortezza di Erebuni, per apprezzare quanto antica sia questa città; e in ultimo il Tsitsernakaberd, ovvero il monumento ai martiri del genocidio armeno. Quest’ultima è una tappa fondamentale se si vuole davvero vivere questa straordinaria terra che in sé patisce ancora il dolore di quella tragedia vissuta fra il 1915 e il 1918, e che ha portato allo sterminio di circa un milione e mezzo di armeni in quel progetto folle di pulizia etnica portato avanti dall’Impero ottomano. Una storia e una memoria, purtroppo, ancora da riconoscere in diverse parti del mondo, soprattutto in Turchia.

Siamo arrivati alla conclusione di questa esperienza ricca di emozioni e vogliamo pensare a tre costanti che abbiamo incontrato lungo le strade interne o principali percorse e che possono essere assunte in maniera significativa sia per il viaggiatore, sia per il popolo armeno stesso. La prima è la presenza di numerose fontane, simbolo di fertilità e di vita, simbolo di speranza nonostante le tante difficoltà che ancora questa terra attraversa. Un ragazzo in questi giorni ci ha detto che l’Armenia non è come le altre nazioni perché sempre deve combattere per la sua sopravvivenza e purtroppo anche le recenti cronache di guerra in Artsakh (regione dove ogni pietra parla armeno ma che lo scorso autunno è stata occupata quasi per intero dell’esercito azero) confermano questa tragica realtà che però non soffoca le speranze di pace degli armeni. La seconda sono i Khachkar (croci di pietra) distribuiti in ogni angolo, a ricordare l’orgoglio della propria identità che non può essere mai tradita poiché rappresenta l’unica vera forza per rispondere a ogni sfida. Infine, un’immagine che ci portiamo in maniera indelebile, sono le famiglie che ci hanno accolto con grande calore e ospitalità durante questo viaggio. Finché c’è famiglia c’è patrimonio, c’è comunità, c’è futuro, c’è speranza, c’è… Armenia!

La prima puntata del reportage Sulle strade d’Armenia/1 

La seconda puntata del reportage Sulle strade d’Armenia/2

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ARMENIA: Nuovi confini, nuovi problemi (Eastjournal 16.09.21)

La sicurezza dei confini con Azerbaigian e Turchia è sempre stata una questione all’ordine del giorno per l’Armenia. La sconfitta di Erevan nella seconda guerra in Nagorno-Karabakh nell’autunno 2020, e la conseguente perdita di territori, non hanno solamente aperto nuove problematiche, ma anche nuovi scenari, impensabili prima del conflitto di un anno fa.

Azerbaigian, il nuovo confine

La vittoria nella guerra del 2020 ha permesso a Baku di riprendere il controllo del confine internazionalmente riconosciuto tra Armenia e Azerbaigian. Per trent’anni Erevan ha infatti mantenuto il controllo de facto di ampie porzioni di territorio azero e, nel corso del tempo, i centri abitati e le infrastrutture armene si sono sviluppati in base alla realtà sul campo, non quella riconosciuta a livello internazionale.

La delicatezza della nuova situazione è emersa ripetutamente dopo la fine del confine. Negli ultimi mesi di agosto, in particolare, truppe azere hanno bloccato per quarantotto ore un tratto della strada M2 tra Goris e Kapan. La M2 è un’arteria di fondamentale importanza, visto che collega Erevan al sud dell’Armenia e al confine con l’Iran; ma, proprio nel punto in questione, la strada passa in quel territorio che ora è sotto il controllo di Baku. La questione è tornata agli onori delle cronache il 10 settembre, quando Baku ha installato dei check point nello stesso tratto di strada per monitorare (e tassare) il passaggio di camion e merci iraniane verso l’area del Nagorno-Karabakh rimasta sotto il controllo armeno.

Per questi motivi, negli ultimi mesi il governo armeno ha investito nella sistemazione di una strada che passa più ad ovest, lontano dal confine. Si tratta di un’opera di primaria importanza per l’Armenia, paese senza sbocco sul mare per cui i collegamenti con Georgia e Iran costituiscono l’unica via di accesso al commercio internazionale.

La questione della strada potrebbe risolversi in maniera relativamente semplice. Tuttavia, solo una demarcazione del confine con l’Azerbaigian renderà forse possibile risolvere le tante problematiche emerse nei mesi dopo la fine del conflitto, in cui tanti soldati e civili sono caduti prigionieri o vittime negli scontri tra le due parti.

Il fronte turco, novità all’orizzonte?

Se la guerra dello scorso anno ha esacerbato ulteriormente le relazioni tra Erevan e Baku, parallelamente ha riaperto la possibilità di una parziale riconciliazione tra l’Armenia e il suo vicino occidentale, la Turchia. Ankara nel 1991 fu tra i primi paesi a riconoscere la nuova Armenia emersa dal crollo dell’Unione sovietica, ma le relazioni tra i due paesi non decollarono. Già nel 1993, il confine venne unilateralmente chiuso da parte turca in risposta all’occupazione armena di diversi distretti dell’Azerbaigian (alleato storico della Turchia). Le relazioni non vennero mai ristabilite e la frontiera rimane conseguentemente chiusa da allora.

Lo scorso 27 agosto il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan ha però dichiarato in una seduta di governo: “Stiamo ricevendo segnali positivi dalla Turchia. Valuteremo quei segnali, risponderemo ai segnali positivi con un segnale positivo”. In risposta, due giorni dopo, il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan si è detto anch’egli possibilista: “Possiamo lavorare per normalizzare gradualmente le nostre relazioni con un governo armeno che si è dichiarato pronto a muoversi in questa direzione”.

Non è la prima volta che Ankara e Erevan lanciano segnali distensivi. In particolare, nel 2009 le due parti erano arrivate a firmare una serie di protocolli per la normalizzazione delle relazioni che però non vennero mai ratificati. Tali documenti costituiscono ancora la base legale per velocizzare una eventuale distensione

A rendere potenzialmente realistico tale scenario è il fatto che la premessa che aveva causato la rottura delle relazioni nel 1993, l’occupazione di parte del teritorio azero da parte armena è venuta meno per effetto del conflitto dello scorso anno. Rimane però difficile prevedere una svolta tanto radicale dopo un trentennio di tensioni.

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Perché il nuovo dialogo tra Turchia e Armenia può irritare Mosca (Formiche.it 16.09.21)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan si è detto pronto per la riconciliazione con Ankara “senza precondizioni”, Erdoğan apre ad una graduale normalizzazione. In ballo la rete di relazioni caucasiche in continua evoluzione dopo le crisi siriane e afgane

Riconciliazione fra Turchia e Armenia in chiave geopolitica e caucasica: non c’è ancora una fase del tutto nuova tra i due paesi, zavorrati da anni di incomprensioni e negazionismo storico legato al genocidio, ma si registrano piccoli segnali che potrebbero rappresentare l’anticamera di una normalizzazione diplomatica e commerciale. Lo dimostrano le parole dei due leader, Nikol Pashinyan e Recep Tayyip Erdoğan che hanno messo da parte sciabola e fioretto per concentrarsi su un altro tipo di glossario. Uno scenario che, se confermato nei prossimi mesi da ulteriori elementi, porterebbe in pancia una scomposizione dello scacchiere caucasico, con qualche mal di pancia in seno al Cremlino.

IPSE DIXIT

Pashinyan si è detto pronto per la riconciliazione con Ankara “senza precondizioni”. Erdoğan ha replicato aprendo ad una graduale normalizzazione. “Tornando all’agenda di stabilire la pace nella regione, devo dire che abbiamo ricevuto alcuni segnali pubblici positivi dalla Turchia – ha detto il primo ministro – . Valuteremo questi segnali e risponderemo ai segnali positivi con segnali positivi”. Il presidente turco ha aggiunto che Ankara potrebbe lavorare verso una graduale normalizzazione se Yerevan “dichiarasse la propria disponibilità a muoversi in questa direzione”. Il messaggio in bottiglia, doppio, è stato lanciato, ora occorrerà attendere le reazioni russe.

TRE FATTORI

Oltre alla politica, ci sono stati anche altri punti di contatto. In primis la decisione armena di consentire a Turkish Airlines di volare a Baku direttamente sull’Armenia, un passaggio niente affatto scontato. In secondo luogo la partita legata al confine dei due Paesi, chiuso dall’inizio degli anni ’90 a causa del conflitto del Nagorno-Karabakh. Si tratta di circa 300 chilometri che interessano le regioni armene di Shirak, Aragatsotn, Armavir e Ararat, quindi con “vista” sulla regione del Caucaso meridionale. Una prospettiva economicamente interessante per Yerevan, dal momento che sarebbe il trampolino di lancio per un nuovo mercato anche in ottica di riduzione dalla dipendenza russa. In terzo luogo il potenziale riavvicinamento tra Armenia e Turchia potrebbe avere riverberi precisi sulla geopolitica del Caucaso meridionale. L’apertura del confine permetterebbe alla Turchia di avere un miglior collegamento con l’Azerbaigian.

QUI BAKU

Il ruolo dell’Azerbaigian sarà fondamentale in questo processo diplomatico e andranno valutati con attenzione tutti i passi che il governo di Baku programmerà. Non va sottaciuto che il sostegno turco a Baku nella guerra in Nagorno-Karabakh dello scorso anno è stato decisivo, vista la densità dello stesso (mezzi, strumenti, uomini) anche se poi Ankara è rimasta fuori dal successivo processo diplomatico a tutto vantaggio di Mosca. L’unica concessione fatta a Erdogan è stata la minima presenza di droni turchi impegnati in operazioni di controllo del territorio azero.

Se da un lato è pur vero che l’Azerbaigian potrebbe essere tentato dal bloccare nuovamente i colloqui armeno-turchi, dall’altro Baku farebbe un errore a ignorare le influenze che la Turchia ha nell’intera macro area. Anche sul riconoscimento del Nagorno-Karabakh come territorio azero, Erdogan e Pashinyan si sono scambiati segnali positivi.

QUI CAUCASO

Appare evidente come la rete di relazioni in ballo non sia di secondaria importanza. Lo dimostra l’interesse della Turchia per la cosiddetta piattaforma “3+3″, l’organismo regionale composto dagli stati del Caucaso meridionale e dai loro vicini ovvero Armenia, Azerbaigian e Georgia, più Iran, Russia, e Turchia. Per cui la leva maggiore sarà azionata verosimilmente dalla Russia. Giorni fa il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha dichiarato che “sarebbe logico se l’Armenia e la Turchia riprendessero gli sforzi per normalizzare relazioni.”

Ma al contempo se così fosse Yerevan assumerebbe uno status più indipendente da Mosca rispetto al recente passato. Di contro Erdogan, consapevole del ruolo avuto dalla Russia ieri in Siria e oggi in Afghanistan, sta lavorando ai fianchi del gigante ex sovietico, con l’obiettivo di dare un segnale. La Turchia infatti soffre il fatto di sentirsi isolata dalla Russia nel Caucaso del dopoguerra e quindi prova strade alternative (come il dialogo con l’Armenia) per raccoglierne i frutti domani.

@FDepalo

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