Nagorno-Karabakh, l’altra guerra perdutissima che sbagliamo a ignorare (Tempi.it 15.09.21)

C’è un silenzioso Afghanistan che non interessa a nessuno. Si chiama Nagorno-Karabakh, o Artsakh (dicono gli armeni che lo abitano o soprattutto abitavano). Io, da molokano del lago di Sevan, sono di parte, essendo stato accolto e rifocillato e tenuto vivo nella libertà e nella mia fede da questo popolo di una terra di pietre (così la descrisse Vasilij Grossman). Ho la mia preferenza e mentre sono sicuro che Tempi vi offrirà in questo numero molte e sacrosante riflessioni e proposte su Kabul e talebani, oltre che strategie e tattiche presenti e future, mi scuserete se mi attardo dalle parti del mio Caucaso.
Quella di Kabul è in realtà la stessa guerra perduta, perdutissima e assai più vicina all’Europa che si è giocata e si gioca ancora da queste parti del mondo, con il sultano Erdogan che punta a sottomettere o meglio cacciar via l’antico popolo cristiano che i suoi predecessori ottomani e giovani turchi volevano annientare con un genocidio da un milione e mezzo di morti che…

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Pace e rispetto dei diritti in Nagorno-Karabakh (Riforma 14.09.21)

Al suo ritorno dall’Armenia, il vescovo Hovakim Manukyan, primate della Chiesa armena del Regno Unito e dell’Irlanda, parla del conflitto in Nagorno-Karabakh (Artsakh), delle sfide affrontate dai cittadini armeni e delle lotte delle Chiese per la ricerca di una pace duratura, giustizia e rispetto dei diritti umani nella regione. Manukyan è membro del consiglio di amministrazione della Conferenza di Chiese europee (Kek).

Poiché le ricadute del conflitto pesano sulle spalle degli abitanti dei villaggi armeni, «dobbiamo pregare e dobbiamo parlarne di più», afferma il vescovo Hovakim Manukyan.

Quando Manukyan ha visitato i piccoli villaggi lungo il confine armeno nella regione di Syunik, ha visto in prima persona come il conflitto più recente nel Nagorno-Karabakh (Artsakh) stia pesando pesantemente sulle persone che stanno semplicemente cercando di guadagnarsi da vivere nella loro terra.

La regione del Nagorno-Karabakh è oggetto di una disputa irrisolta dal 1988, con un conflitto che coinvolge l’Azerbaijan e la maggioranza etnica armena, sostenuta dalla vicina Armenia.

«Quello che ho visto è stata incertezza», ha detto, «e anche grande dolore perché le persone sono disperate. Hanno perso la terra dove stavano allevando il loro bestiame, il loro unico mezzo di sopravvivenza». La loro situazione non è causata solo dagli intensi combattimenti nel novembre 2020, ma anche dall’invasione dell’Azerbaijan nella loro terra nel maggio 2021.

Mentre parlava con gli abitanti del villaggio, questi gli hanno riferito che la sicurezza è debole nella migliore delle ipotesi, anche se si suppone che le forze di pace siano sul posto. «I soldati azeri rapiscono bestiame e pastori. È una situazione instabile e c’è una profonda povertà».

Con profondi legami con la terra, gli abitanti del villaggio dipendono anche dal flusso dei fiumi vicini, ma all’improvviso scoprono che i canali vengono modificati. «L’acqua è una materia essenziale e vivificante».

In mezzo a queste profonde preoccupazioni legate alla terra e all’acqua, gli abitanti dei villaggi armeni sono addolorati per i propri cari perduti e reclusi. «Ci sono ancora molti prigionieri di guerra che non sono stati rilasciati».

Manukyan crede che il tempo stia per scadere per migliorare la situazione. «Se non forniamo un qualche tipo di aiuto, fuggiranno dalle loro case e avremo un’altra ondata di rifugiati».

C’è una crescente campagna di propaganda in Azerbaijan contro l’Armenia, che comporta la riscrittura della storia e la distruzione su larga scala del patrimonio architettonico.

Dopo sei settimane di intensi combattimenti per il Nagorno-Karabakh (Artsakh) sospesi da un accordo annunciato nel novembre 2020 tra i leader di Azerbaijan, Armenia e Russia, Manukyan si è unito ad altri leader religiosi di tutto il mondo nel chiedere una pace duratura fondata sulla giustizia e sull’umanità  di diritti per la popolazione del Nagorno-Karabakh (Artsakh) e della regione in generale.

I leader religiosi hanno chiesto la protezione dei monumenti religiosi e culturali. Come membro del Comitato per la Protezione del Patrimonio Religioso e Culturale dell’Artsakh della Madre Sede di Holy Etchmiadzin, Armenia, Manukyan è stato costernato dalla profanazione di monumenti, specialmente nelle aree di nuovo sotto il controllo dell’Azerbaijan.

«Ci sono molti esempi di distruzione di chiese che sono stati documentati, ma molti altri no», ha commentato.

Quest’anno ricorre il 106° anniversario del genocidio armeno, perpetrato dall’Impero ottomano dal 1915 al 1923, che causò la morte di 1,5 milioni di armeni. Mentre quella tragedia viene sempre più riconosciuta ufficialmente da molte autorità mondiali, ciò non placa la paura in corso di un nuovo genocidio.

Manukyan nutre profonda preoccupazione per i numerosi armeni in tutto il mondo che devono osservare da lontano mentre la loro patria viene profanata e la gente vive nella paura. «Mentre viaggiavo, c’erano persone che venivano con me, ma a cui è stato negato il diritto di visitare le chiese storiche perché non avevano un passaporto armeno. Questo è un problema», ha aggiunto Manukyan. «Vogliono andare a sostenere gli armeni locali e pregare nelle chiese. Questa è la loro patria. È un corpo unico anche se viviamo in paesi diversi. E la Chiesa è una Chiesa».

Cosa possiamo fare? «Prima di tutto, le chiese devono pregare», ha concluso. «E, a livello internazionale, dobbiamo parlare di più di questo e aumentare la consapevolezza e l’informazione accurata. Ovunque tu sia, solleva la questione con il tuo governo».

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L’amore di una madre: esempio e tesoro di tutti (Avvenire 11.09.21)

Nel 1988, una ventina di giorni dopo il devastante terremoto in Armenia che avrebbe contato quasi trentamila vittime, fu estratto dalle macerie il corpo di una giovane donna abbracciata al suo bambino, un neonato ancora miracolosamente vivo. La madre, finito il latte, l’aveva aveva nutrito per giorni e giorni con il suo sangue, che faceva uscire dal suo corpo autoinfliggendosi morsi feroci alle mani e alle braccia. Fino a sfinirsi. Fino alla fine. Madre Teresa di Calcutta, le cui suore erano accorse in Armenia per dare una mano, raccontava spesso questo straziante episodio, per lei simbolico dell’eroismo e del senso della maternità.
Se c’è un’immagine capace di condensare l’essenza dell’amore è proprio quella di una donna con in braccio il suo bambino. Perché è l’icona insuperabile dell’amore assoluto, incondizionato, insuperabile e indivisibile di cui soltanto una madre, e nessun altro, è capace. Un amore istintivo, primitivo, che è viscerale prima che di cuore o di cervello, impossibile da sopprimere. E sì, certo, anche i padri amano i figli, e anche i nonni i nipoti, ma l’amore di una madre è diverso. Mi diceva una volta una dottoressa, impegnata in un reparto di malati destinati inevitabilmente a morire, ma ancora bisognosi di molta cura, che nella sua già lunga carriera aveva visto “scappare” da quella cruda, inesorabile realtà «mogli, mariti, figli, padri, ma mai una madre».
Così è l’amore di Dio, invincibile e assoluto, come Papa Francesco ci ha voluto ancora una volta ricordare qualche giorno fa nel breve discorso rivolto alla “Arché”. Un nome, ha detto, «che richiama l’origine, il principio, e noi sappiamo che in principio c’è l’Amore, l’amore di Dio. Tutto ciò che è vita, tutto ciò che è bello, buono e vero viene da lì, da Dio che è amore, come dal cuore e dal grembo di una madre viene la vita umana, e come dal cuore e dal grembo di una Madre è venuto Gesù, che è l’Amore fattosi carne, fattosi uomo».
E allora, ha proseguito, «in questa logica, in principio ci sono i volti: per voi sono i volti di quelle mamme e di quei bambini che avete accolto e aiutato a liberarsi dai lacci della violenza, del maltrattamento. Anche donne migranti che portano nella loro carne esperienze drammatiche. Le vostre comunità accoglienti sono un segno di speranza prima di tutto per loro, per queste donne e per i loro figli. Ma lo sono anche per voi stessi che condividete la vita con loro; e per i volontari, i giovani, le giovani, le giovani coppie che in queste comunità fanno esperienza di servizio non solo per i poveri – cosa molto buona – ma più buono è con i poveri».
Del resto, ha detto ancora Bergoglio, «la Mamma col Bambino è un’icona tanto familiare per noi cristiani. Per voi non è rimasta solo un bel quadretto: l’avete tradotta in un’esperienza concreta, fatta di storie e di volti concreti. Questo significa certamente problemi, difficoltà, fatiche… Ma significa nello stesso tempo gioia, gioia di vedere che la condivisione apre strade di libertà, di rinascita, di dignità. Per questo vi ringrazio, cari fratelli e sorelle, e vi benedico perché possiate andare avanti finché il Signore vorrà». In questa epoca che viviamo, così tragicamente piena di violenza sulle donne e sui bambini, facciamo tutti tesoro di queste parole di Francesco. Farsi carico, ciascuno nel proprio piccolo mondo, di proteggere una madre col suo piccolo in braccio, è dovere di tutti. Non si può voltare la testa dall’altra parte.

Armenia, luoghi sacri e identità (Nav.it 10.06.21)

Roma (NEV), 10 settembre 2021 – Un vertice ecumenico in Armenia per la salvaguardia delle chiese e dei santuari, del patrimonio religioso, storico e culturale come luogo identitario per la popolazione e i credenti.

All’incontro in corso in questi giorni presso la Cattedrale e Santa Sede di Etchmiadzin partecipano vari esponenti protestanti, tra i quali Jim Winkler, presidente del Consiglio nazionale delle chiese di Cristo negli USA (NCCCUSA) e il segretario generale ad interim del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), padre Ioan Sauca. “Siamo nella terra che fu proclamata il primo stato cristiano nella storia dell’umanità. Tuttavia, siamo riuniti nel contesto dell’ennesima tragedia nella vita della gente di questa terra, il popolo armeno”, ha dichiarato Sauca, come si legge in una nota pubblicata sul sito del CEC. Un popolo che “nel corso della storia, ha pagato un prezzo molto alto per la conservazione della propria fede cristiana. Quella storia è scritta oggi in migliaia di chiese e santuari”. Di qui la necessità di tutelare questo patrimonio artistico e culturale che è anche una preziosa testimonianza del passato, della memoria.

“L’impegno per la libertà di religione o credo come diritto umano fondamentale e il suo stretto legame con la promozione e l’assicurazione della pace tra nazioni e comunità fanno parte del DNA del movimento ecumenico”, ha aggiunto Sauca.

“Proteggendo gli spazi fisici utilizzati per il culto, proteggiamo i fedeli. Il significato dei siti del patrimonio religioso per le persone e le comunità, per la realizzazione pratica della libertà di religione e di credo e per la promozione e la protezione della pace è sempre più riconosciuto. Come persone di fede, le nostre identità umane sono davvero strettamente legate ai nostri luoghi santi e luoghi di culto. Questo è qualcosa che abbiamo in comune, nelle diverse fedi. Dobbiamo sforzarci di diventare vicini in pace, rispettando e proteggendo le case degli altri. Il popolo armeno ha mostrato nella storia il suo impegno per la giustizia, la pace, il dialogo e il rispetto reciproco nonostante le circostanze e le sfide. Credo che sia attraverso questi valori che le persone di questa terra continueranno a testimoniare la loro fede”, ha concluso il leader della CEC.

Winkler e Sauca, dopo il summit in Armenia, saranno tra l’altro nei prossimi giorni in Italia, a Bologna, per partecipare al Forum interreligioso del G20.

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Due anni di Mkhitaryan: domenica il Sassuolo, contro cui esordì con gol (Ilromanista 10.09.21)

Era il 15 settembre 2019: Henrikh Mkhitaryan debuttava in maglia giallorossa nella partita casalinga contro il Sassuolo. Arrivato nella Capitale da poco più di dieci giorni, gli bastavano ventidue minuti per bagnare l’esordio con un gol: verticalizzazione di Pellegrini per lo scatto dell’armeno, che batteva Consigli con una rasoiata di sinistro sotto la Curva Nord per il 3-0 della Roma. A distanza di due anni più o meno esatti, di nuovo alla terza giornata (come allora), l‘armeno ritrova la squadra neroverde, quella che certamente gli evoca i ricordi più dolci, se non altro per quanto riguarda la sua avventura romanista. C’erano i tifosi quel giorno e ci saranno anche domenica, a spingere Micki e compagni verso quella che sarebbe la quinta vittoria di fila sotto la gestione Mourinho.

A proposito dello “Special One”: dopo l’annuncio del suo ingaggio da parte della Roma, in tanti avevano ipotizzato l’addio di Micki, in virtù di un rapporto non idilliaco ai tempi del Manchester United. Nulla però di così serio da impedire un bis: anche perché il portoghese, come ogni tecnico, necessita di calciatori esperti, abituati a palcoscenici internazionali e – soprattutto – dotati di talento. Proprio il profilo di Henrikh, che ha deciso di rinnovare per un’altra stagione, diventando così uno dei veterani di una squadra giovane, con pochissimi elementi al di sopra dei trent’anni. Il numero 77 è uno di questi, anche se a vederlo correre in campo non si direbbe. Sempre titolare nelle prime quattro partite stagionali, l’armeno nei 308 minuti disputati ha segnato un gol (il primo della Roma nella Serie A 2021-22) e servito due assist. Un buon ruolino di marcia per colui che a giugno più di qualcuno considerava già un ex. L’anno scorso è stato tra i migliori per quanto riguarda il rendimento individuale (15 reti e 13 assist), ma purtroppo la stagione a livello globale è stata molto al di sotto delle aspettative. Complice la ventata di ritrovato entusiasmo portata da José Mourinho, la Roma vuole riscattarsi e tornare nelle posizioni di classifica che più le si addicono: per farlo, c’è bisogno dell’apporto di Henrikh. A maggior ragione con Pellegrini tornato acciaccato dal rito della Nazionale e Zaniolo alle prese con una contusione.

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Mkhitaryan riceve il premio di miglior calciatore armeno della stagione 2019/20 (SiamolaRoma)

Riaperta al culto in Turchia la chiesa armena chiusa col genocidio del 1915 (IlDomani 10.09.21)

In una chiesa armena di Malatya, nella Turchia orientale, domenica 29 agosto 2021 è stata celebrata una messa. Un momento storico, visto che ledificio era stato chiuso al culto dal genocidio del 1915.

Dopo 106 anni di interruzione, domenica 29 agosto 2021 è stata nuovamente celebrata la messa nella chiesa apostolica armena della Santa Trinità, a Malatya (Turchia orientale). Nessun ufficio religioso vi era stato celebrato a partire dal genocidio armeno del 1915.

Presieduta da Sahak Maşalyan, attuale patriarca armeno di Costantinopoli, la celebrazione è stata seguita da un gran numero di cristiani armeni della regione, a quanto riporta lagenzia Fides. 

I fedeli possono rallegrarsi della notizia, ma la chiesa non è più “solamente una chiesa: alla vigilia, sabato 28 agosto, ledificio era stato riaperto col nome di centro culturale di arte e di cultura Tashhoran. Ledificio, la cui costruzione era stata completata ne 1893, versava in condizioni fatiscenti dopo decenni di totale abbandono. 

Le autorità politiche totali, presenti allinaugurazione, hanno così spiegato che il complesso architettonico è stato riaperto al pubblico in qualità di centro culturale.

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“Amate la patria e rispettate chi la difende”: lettera di una ragazza armena ai coetanei italiani (Ilprimatonazionale 09.09.21)

Erevan, 9 set – Vi proponiamo la bellissima lettera di una ragazza armena. Mentre il focus mediatico occidentale è giustamente puntato sulla crisi afghana, rimangono però nell’ombra situazioni geopolitiche non meno importanti. Contesti bellici in cui popoli liberi e sovrani continuano a lottare per la propria autodeterminazione e per i propri confini. È il caso dei guerriglieri Karen in una Birmania sparita dai radar mediatici, rimasti l’unica intransigente opposizione al governo narco-comunista di Rangoon. È il caso della Siria di Bashar Assad, che in questi giorni ha riconquistato importanti zone della provincia di Idlib, riconsegnandole alla patria e strappandole nel silenzio globale al terrorismo internazionale. Ma, per tagliare corto, è il caso anche dell’Armenia che dal novembre scorso vive costantemente con i propri confini sotto attacco della pittoresca coalizione Azerbaigian – Turchia – Israele.

Confini. Patria. Autodeterminazione. Parole che oggi, in Europa, sembrano purtroppo totalmente fuori dal tempo e dal mondo. Ma sono parole, queste, che in terre lontane rappresentano ancora amori non negoziabili, che portano uomini a donare la propria vita al fronte e semplici donne forti a scrivere loro lettere tinte di lacrime, spesso devote al martirio di giovani caduti impugnando un’arma o una bandiera. Una di queste lettere giunge oggi alla nostra redazione ed è rivolta ai ragazzi e alle ragazze di un’Italia troppo assopita, viziata e borghese. Lontana, troppo lontana, dai sentimenti che muovono la purezza delle seguenti parole consegnateci da Armine Kasumyan, giovane armena del villaggio di Dsegh.

Andrea Bonazza

La lettera di una ragazza armena ai coetanei italiani

“Ciao ragazzo e ragazza italiana, conoscente sconosciuto! Ti scrivo da un Paese di cui probabilmente non hai mai sentito parlare, da un Paese difficile da notare anche sulla mappa. Il mio paese è l’Armenia e il mio cuore esplode d’orgoglio soltanto per il fatto che sto per raccontarti la storia eroica della mia nazione che è un nido delle aquile. Comincio il racconto da un tempo molto lontano, da quando il mio antenato Hayk, l’11 agosto 2492 a.C., durante la battaglia di Khoshab sconfisse il suo nemico Bell, facendo guadagnare a tutti gli Armeni il diritto a vivere in questa terra. Hayk fondò un Paese forte, destinato a vivere i giorni di pace e di guerra, a confermare e riaffermare il mio diritto a vivere e creare in questa terra. Il popolo armeno ha origini antiche e la sua storia attraversa anche il regno di Van o Urartu (nella Bibbia è citato il paese di Ararad) intorno al IX secolo a.C., dal quale ha origine la mia capitale Erebwuni oggi Erevan (Argishti A. 786-764) costruita nel lontano 782 a.C. Sul trono di questa terra sono seguite quattro dinastie: Ervanduni, Artashesyan, Arshakuni e Bagratuni. Finito questo ciclo nacque il regno armeno di Kilikia governato tre dinastie: Rubinian, Hetumian e Lusinian. Questo ultimo regno è esistito fino a 1375 d.C.

Sai amico mio, il mio popolo è stato il primo al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato nel 301. A testimonianza di ciò è la cultura cristiana sparsa ovunque sul territorio del mio Paese: chiese, monasteri, cappelle dalle quali salgono le nostre preghiere a Dio. Vorrei che tu ci vedessi inginocchiati a pregare di fronte un khachkar, la croce incisa in un blocco ti pietra, una soluzione artistica unica della cultura Cristiana, i cui esemplari irrepetibili si ritrovano a ogni passo. La mia nazione ha vissuto giorni gloriosi, amico mio, ma anche perdite e momenti dolorosi, a volte irreversibili. L’Armenia ha vissuto nella potenza mondiale di Tigran il Grande, il cui regno si estendeva dal Mar Nero al Mar Caspio; così come ha vissuto senza uno Stato perché sotto il dominio straniero.

Noi Armeni siamo stati emigrati e perseguitati, addirittura abbiamo subito un feroce genocidio ma noi Armeni siamo rimasti sempre in piedi. Sai perché e come, amico mio? Perché nel momento del pericolo il mio popolo è diventato un pugno, è diventato forza, è diventato soldato. Perfino le donne hanno sfidato il pericolo e il nemico. Ecco di chi vorrei raccontarti, amico sconosciuto, del soldato armeno. È uno che, a nome di un’intera nazione e per amore del suo popolo, col freddo e con la pioggia, con la neve e nella tempesta, lui resta fermo sulla trincea che incarna la forza e l’anima fiera del mio popolo. La nostra identità è la fonte creatrice del nostro diritto di vivere liberamente nella nostra terra. Padre Mcrtich Khrimjan, famoso sacerdote armeno-cattolico, diceva: “Il diritto appartiene al forte”. Sai, amico mio, questo diritto di vivere liberamente nella mia terra nei secoli è stato conquistato e difeso dal soldato armeno! Con coraggio, con amore, sacrificio e forza di volontà nonostante un mondo circostante da sempre indifferente al nostro destino.

Sono tante le storie dei nostri eroici soldati, storie di un’umanità semplice ma carica di valori e soprattutto di un grande amore. Io ti vorrei raccontare del mio eroe: Eghisce Hovhannisyan, uno dei numerosi immortali nella Seconda Guerra per l’Artsakh (Nagorno Karabakh) che si è conclusa a novembre del 2020. Eghisce era un mio amico d’infanzia, lui abitava a Vanadzor – capitale della rigogliosa provincia del Lori nel nord dell’Armenia – mentre io continuo a vivere nel vicino villaggio di Dsegh. Le case dei nostri nonni materni si trovano accanto, così, quando arrivavano le vacanze estive, ci incontravamo e ci riunivamo sempre nel cortile della mia infanzia. La presenza di Eghisce era animata da giochi, dalla vivacità, dalla spensieratezza e da incredibili sciocchezze che insieme inventavamo, per rendere le vacanze più interessanti ed esuberanti. Quando arrivava settembre era tempo di ritornare a scuola e così il mio amico ritornava di nuovo nella sua città a Vanadzor. Per molti anni la nostra amicizia è stata scandita da questi ritmi finché Eghisce non entrò nell’Accademia militare intitolata all’eroe nazionale Vasghen Sargsyan, a Erevan, nella capitale del nostro Paese. Durante questo periodo in famiglia sentivo sempre parlare con orgoglio dei suoi successi: dopo la laurea in Accademia, partì per l’Artsakh come un ufficiale specializzato dove diventò prima comandante e poi maggiore. In questa regione dove è nata la lingua armena, il mio amico Eghisce ha trovato anche l’amore che ha generato due bellissimi figli.

La vita scorreva felice quando nel 2016 dovette affrontare con successo il suo battesimo di fuoco nella cosiddetta Guerra dei quattro giorni. Ma la pace è stata infranta nuovamente dall’Azerbaigian durante l’autunno del 2020, in quella che oggi è chiamata la Seconda Guerra per l’Artsakh e anche in questa dolorosa occasione Eghisce si è donato per difendere la sua adorata Patria, la sua amata famiglia, i suoi cari amici. Questa volta la battaglia è stata più impegnativa e Eghisce ha mostrato e dimostrato tutto il suo valore in diverse azioni per fronteggiare l’attacco impari del nemico. Ma in guerra il destino del soldato non dipende solo dalla propria forza e dalle proprie capacità perché spesso il fato abbraccia le gesta del soldato con il sacrificio dell’immortalità. Sì, il mio amico Eghisce, in quelle settimane di fuoco e amore, è stato immortalato nel giardino degli eroi armeni che continueranno a proteggere la pace della nostra Patria da lì, dall’alto… E finché vivrà la volontà del mio Soldato l’Armenia non si inginocchierà”.

Armine Kasumyan

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Nagorno Karabakh: il trauma della guerra e le chiavi della nonna (Osservatorio Balcani e Caucaso 09.09.21)

E’ nonna ed ha 94 anni. Porta sempre con sé una borsetta contenente il suo misuratore di pressione, alcuni oggetti essenziali e le chiavi della casa in Nagorno Karabakh, casa che fu costretta ad abbandonare trent’anni fa.

Dopo la riconquista del suo villaggio da parte dell’esercito azero nell’autunno 2020, in rete è stato pubblicato un video che mostra la sua casa. Dal video si evince chiaramente che la casa venne colpita da un missile molti anni fa, durante la prima guerra [del Nagorno Karabakh]. Col tempo un enorme albero è cresciuto tra le mura dell’edificio fatiscente, probabilmente risale allo stesso periodo in cui ebbe inizio la guerra.

Ad oggi nessuno ha osato dire a questa nonna che la sua casa è stata distrutta, per cui continua a portarsi dietro le chiavi ovunque vada, stando sempre attenta a non perderle.

Rimasta vedova da giovane, ha cresciuto i suoi cinque figli da sola, occupandosi della casa e coltivando ortaggi. Avevano un grande orto dove lavorava dalla mattina alla sera, vendendo gli ortaggi raccolti agli armeni che di solito compravano i suoi prodotti all’ingrosso per poi rivenderli nella città vicina. A tutt’oggi è immensamente orgogliosa che tutti e cinque i suoi figli abbiano frequentato l’università.

Ricorda i tempi in cui gli azeri e gli armeni vivevano fianco a fianco, condividendo tutto e spesso intrattenendo stretti rapporti di amicizia. In occasione della circoncisione dei loro figli, gli azeri spesso invitavano un loro stretto amico armeno a partecipare alla cerimonia, chiedendo a quest’ultimo di tenere il bambino durante l’intervento, credendo che le gocce di sangue cadute sulle sue mani avrebbero unito le due famiglie con un legame ancora più forte, un vero e proprio vincolo di parentela.

Fuga a Baku

Alla fine degli anni Ottanta la situazione iniziò a cambiare. Cominciarono ad avvertirsi le prime tensioni e le relazioni tra i due popoli andarono progressivamente peggiorando. Capitava che il villaggio venisse preso di mira con colpi di arma da fuoco, lasciando la donna sconvolta e preoccupata. Sperava però che le tensioni si sarebbero attenuate e che tutto sarebbe tornato come prima. Non si lasciò sopraffare dal pessimismo nemmeno dopo lo scoppio della guerra in Nagorno Karabakh. Solo dopo aver appreso la notizia dei tragici fatti di Khojaly [dove nel 1992 le forze armene, appoggiate dai russi, uccisero oltre 500 civili azeri], la donna decise di andarsene immediatamente con la sua famiglia. Fecero le valige, un solo bagaglio a testa, chiusero a chiave la porta di casa e fuggirono.

La donna racconta che l’Iran aveva aperto le frontiere per permettere agli azeri fuggiti dal Nagorno Karabakh di raggiungere Baku senza incorrere in pericoli. Una delle sue nipoti, all’epoca dei fatti tredicenne, ricorda ancora quel viaggio. Una scena resterà per sempre impressa nella sua memoria: una notte, trovatisi costretti ad attraversare un fiume, i suoi compagni di viaggio cercarono di guadare le acque impetuose, illuminate dal chiaro di luna, tenendo i bagagli alti sopra la testa.

Fuggendo insieme attraverso l’Iran, ottanta membri della sua famiglia riuscirono a raggiungere Baku, dove si sistemarono in un appartamento composto da quattro camere. Nonostante gli spazi ridotti, l’appartamento era l’ultimo dei loro problemi. La sfida maggiore era quella di procurarsi cibo sufficiente e di sopportare gli atteggiamenti ostili della popolazione locale che li accusava di aver lasciato la loro terra agli armeni e di essere venuti a Baku per scroccare.

Al momento dell’arrivo a Baku la nonna aveva 64 anni. Nessuno si aspettava che lei continuasse a lavorare duramente come aveva fatto prima quando, essendo rimasta vedova, si trovò costretta a crescere cinque figli da sola. Una volta giunti a Baku toccava ai suoi figli provvedere alla famiglia. Erano tempi molto difficili: relegati ad una posizione marginale nella società azera, avevano opportunità molto limitate. Dovettero accettare il fatto di aver perso la loro casa e fare i conti con la percezione che la popolazione locale ebbe di loro, considerandoli “fuggiaschi”. Lavoravano allo stremo delle forze, senza nemmeno poter accedere all’assistenza sanitaria in caso di malattia, faticando a sopravvivere, ma ciò che importava era garantire maggiori opportunità e un futuro più luminoso ai propri figli.

Tempi difficili

Con il passare del tempo tutti i figli della protagonista del nostro racconto hanno sviluppato diverse patologie croniche, ciononostante sono riusciti a crearsi una famiglia e a trovare una casa a Baku o nei dintorni. Ospitare la nonna nella propria casa per loro non è solo un dovere, ma innanzitutto un onore, e a volte devono ricorrere a vari trucchi per convincerla a rimanere.

Tuttavia, la nonna non ha mai voluto rimanere definitivamente con uno dei suoi figli. Dopo alcuni mesi trascorsi nella casa di un figlio, si trasferisce dall’altro, e sono ormai trent’anni che vive così. Non ha mai acquistato una nuova casa, né tanto meno ha sviluppato un senso di appartenenza, nonostante le molteplici opzioni che le sono state offerte.

Anche i suoi nipoti sono riusciti a costruirsi una vita dignitosa. Guardando indietro al breve tempo trascorso in Nagorno Karabakh, lo vedono come una risorsa che li ha aiutati a sopravvivere, contribuendo alla loro percezione del mondo e alla costruzione della propria identità. Si sentono ancora legati a quella terra dove sono nati e dove hanno trascorso la loro infanzia.

Raccontando la sua storia, la mia interlocutrice ricorda come, da bambina, aveva aiutato un suo zio a costruire un muro. Passandogli le pietre, lo aveva aiutato a erigere un muro che ancora oggi circonda la loro vecchia casa e l’albero.

Sopraffatti dalla nostalgia per la vita, sicura e confortevole, che vivevano in Nagorno Karabakh, marginalizzati dalla popolazione locale e costretti a fare i conti con innumerevoli difficoltà quotidiane, i membri della famiglia hanno sviluppato vari meccanismi per fronteggiare gli atteggiamenti ostili e umilianti nei loro confronti. Non hanno mai rinunciato alla loro vecchia identità, continuando a percepire se stessi nel contesto della loro vita di una volta, come se non fossero mai stati costretti a fuggire. Lo dimostra l’affermazione di una delle figlie secondo cui “in Karabakh l’istruzione conta molto, per cui abbiamo fatto tutto il possibile per riceverla”. La figlia ricorda di non aver acquistato alcun capo di abbigliamento per anni dopo la fuga dal Nagorno Karabakh. Erano venuti a Baku quando aveva tredici anni, e i primi nuovi abiti – una canottiera e una gonna – li aveva comprati quando si era iscritta all’università. Ancora oggi riesce a descrivere precisamente quegli abiti e ricorda la sensazione provata quando li aveva indossati per la prima volta.

Riabilitazione post traumatica

I pronipoti della protagonista della nostra storia sono cresciuti a Baku. A differenza dei loro genitori, non sentono alcun legame emotivo con il Nagorno Karabakh. Ciononostante, la recente vittoria [dell’Azerbaijan nella guerra del Karabakh] li ha resi felici. Al pari dei loro familiari adulti, sentono che quella vittoria in un certo senso li ha riabilitati. Tutte le sofferenze subite finalmente sembrano avere senso. La loro vita ha acquisito un nuovo significato: finalmente si sentono uguali agli altri e la loro posizione sociale e l’umiliazione subita non rappresentano più un fardello così pesante.

Al momento non intendono ritornare in Nagorno Karabakh, sperando che la vita a Baku diventi più facile. Uno dei nipoti della vecchia signora, un giovane studente anticonformista, scherza dicendo che se il Nagorno Karabakh dovesse legalizzare la cannabis, vi si trasferirebbe immediatamente insieme ai suoi amici.

Sono felici per la vittoria dell’Azerbaijan, si sentono orgogliosi, ma allo stesso tempo piangono le vittime della guerra, sia azere che armene, senza però poter ammetterlo pubblicamente. Pur essendo consapevoli che le due comunità condividono le stesse sofferenze, si rendono conto del fatto che nessuno osa parlarne.

La vecchia signora continua a sperare che un giorno potrà tornare nella casa dove ha dato alla luce e cresciuto i suoi figli e dove ha lavorato tenacemente per garantire loro una vita migliore. È lì che vuole trascorrere gli ultimi giorni della sua vita lunga e difficile, ma assai felice. Nel frattempo, porta sempre con sé le chiavi della sua casa e non si fida a lasciarle a nessuno.

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L’ambasciatrice dell’Armenia ospite a Palazzo San Domenico (Bisceglieviva 07.09.21)

Tsovinar Hambardzumyan, ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia, è stata accolta a Bisceglie nella mattinata di martedì 7 settembre. La rappresentante diplomatica dello stato ex sovietico parteciperà a una rassegna cinematografica in programma fino al prossimo 12 settembre al Politeama Italia.

«Affascinata dai colori del nostro mare, l’ambasciatrice ha detto di essere rimasta ammaliata da Bisceglie e questo ci fa enormemente piacere e rende orgogliosi» è quanto osservato dal Sindaco Angelantonio Angarano in una nota. «Con gli assessori Bianco e Rigante e Maria Rosaria Basile della Commissione pari opportunità, a nome della comunità, abbiamo dato il nostro caloroso benvenuto all’ambasciatrice ed espresso la vicinanza al popolo armeno in nome della storia, della cultura e della giustizia» ha evidenziato il primo cittadino.

«Il cinema è ponte tra culture e veicolo di unione tra i popoli. Bisceglie si apre al mondo con manifestazioni di alto profilo che diventano anche occasione per relazioni internazionali e opportunità economiche» ha concluso Angarano rivolgendo un augurio di buon lavoro agli organizzatori della manifestazione.

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>> L’​Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia​ in visita a Bisceglie

Premio Marzani: Premiati gli Ambasciatori di Armenia, Iraq e Oman (Notizie Geopolitiche 05.09.21)

Si è tenuta sulla suggestiva terrazza Marzani, nella città di San Giorgio del Sannio, la 14ma edizione del Premio internazionale giornalistico e letterario Marzani, organizzato dall’Associazione Campania Europa e Mediterraneo. Il Premio nasce nel 2008 con il patrocinio del ministero degli Esteri, della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, della presidenza della Camera dei deputati, della Regione Campania, della Provincia di Benevento, dell’Università degli Studi del Sannio e del Comune di San Giorgio del Sannio.
Le questioni della pace, della stabilità e dello sviluppo dell’area del Mediterraneo come elementi fondamentali di una politica europea tesa a gestire il fenomeno dell’immigrazione clandestina, sono solo alcuni dei temi che il Premio Marzani, che si sviluppa ogni anno in sinergia di personalità di primo piano del giornalismo, della diplomazia e delle istituzioni dei paesi interessati; si tratta anche di un importante momento di confronto che vede la partecipazioen dei cittadini comuni. L’edizione di quest’anno del premio ha visto l’apertura con un concerto di giovani professionisti del Conservatorio e dei maestri Massimo Buonocore, Antonio Di Costanzo, Nicola Fusco, Francesco Abate, oltre che di un quartetto di clarinetto.

Dodici i premiati di questa edizione 2021:
– Safia Taleb al-Souhail, ambasciatrice in Italia della Repubblica dell’Iraq;
– Tsovinar Hambardzumyan, ambasciatrice in Italia della Repubblica di Armenia;
– Ahmed Bin Salim Bin Mohamed Boamar, ambasciatore in Italia del Sultanato dell’Oman;
– Christopher Cutajar, segretario permanente del Ministero degli Affari Esteri ed Europei della Repubblica di Malta;
– la giornalista Tiziana Buccico, esperta di cultura, politica ed arte dell’IRAN e del Medio Oriente;
– il giornalista del quotidiano Il Mattino di Napoli e saggista Marco Esposito;
– la giornalista e scrittrice Daniela Cecchini;
– la giornalista e scrittrice Emanuela Sica;
– il giornalista Ali Hamzah Khaleel Al Kafaji, inviato di guerra, corrispondente tv Iraq al-Manar;
– la giornalista d’inchiesta Mariateresa Conte;
– la fotografa Claudia Delli Gatti;

Il presidente Enzo Parziale dell’Associazione Campania Europa Mediterraneo ha affermato nell’occasione che “Anche quest’anno i nostri ospiti graditi rappresentano uno spaccato importante nel nostro Paese, eccellenze di altissime qualità, che rappresentano quello che è lo scopo della nostra associazione. Ricordiamo all’incirca di due anni fa, quando abbiamo riconosciuto come amministrazione comunale, il Genocidio degli Armeni, realizzando una delibera di concessione della cittadinanza onoraria all’ambasciatrice della Repubblica di Armenia”.

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