Strade d’Armenia/2. Ai piedi del monte Ararat, nel paese delle pietre parlanti (Barbadillo 04.09.21)

Non è facile sintetizzare in un articolo la quantità dei posti visitati e la meraviglia suscitata dalla bellezza che offre la terra di Armenia, soprattutto in termini di emozioni; questa volta ci proveremo concentrandoci su alcuni posti attraversati fra le regioni centrali e meridionali.

L’attuale Armenia, pur essendo ricca di acqua, non ha sbocchi sul mare ma, scendendo verso Sud-Est, si incontra il grande lago Sevan, uno dei più grandi laghi d’alta quota nel mondo, ci troviamo infatti a quasi 1.900 mt di altezza per una distesa d’acqua pari a circa 1.300 km². Sevan per gli armeni significa storie e leggende ma soprattutto freschezza, vacanza, sport acquatici, balneazione e buon pesce da mangiare, in particolare le sue gustose trote. 

Noraduz

Pur non avendolo visitato, merita una menzione il monastero di Sevanavank, che da una penisoletta penetra il lago, come un solitario braccio che si allunga su questa distesa d’acqua evocando pace e misticismo. Proseguendo per il litorale si incontra il cimitero di Noraduz che con le sue circa ottocento steli rappresenta la più ricca distesa di Khachkar, le tipiche croci di pietra armene. Ad accoglierci in questo sito antichissimo e che ospita veri e propri capolavori risalenti addirittura al IX secolo, forse qualcuno anche prima, è una simpatica vecchietta intenta a tessere all’uncinetto calze e cappelli di lana. La signora parla un po’ italiano e un po’ inglese e ci guida in questo museo a cielo aperto descrivendoci le rappresentazioni e i significati dei vari Khachkar incontrati, veri e propri libri in pietra che raccontano ancora oggi la vita di chi da secoli attende la resurrezione nell’ultimo giorno. Nel silenzio che avvolge questo sito carico di storia e di spiritualità, è facile lasciarsi accarezzare dal vento immergendosi nei propri pensieri e godendo di una pace che rompe la frenesia della quotidianità lasciata in Italia e ristora pienamente il nostro animo.

Superato il lago si continua a scendere verso sud fino a incontrare il Passo di Selim, una stretta e affascinante serpentina che discende una gola alta oltre i 2.500 mt, ricca di sfumature fra il verde e l’oro nelle sfaccettature dei profili montuosi che si rivelano a ogni curva. Qui si incontra il Caravanserraglio di Selim, costruzione in basalto nero risalente al XIV secolo che serviva da alloggio per le carovane che si spostavano dalla Cina all’Europa e viceversa. L’Armenia, infatti, proprio per la sua posizione strategica che ne fa una cerniera fra Oriente e Occidente, fu una delle tappe principali della celebre Via della Seta, rivelando l’importanza geopolitica di questa piccola terra da sempre al centro delle dispute dei grandi imperi e ancora oggi protagonista di tante turbolenze.

Shaki

Impossibile non lasciarsi coinvolgere dalla poesia che esprimono i versanti del Passo di Selim ma il viaggio deve continuare fino a incontrare le cascate di Shaki, chiamate così perché la caduta delle acque, nei suoi potenti e fragorosi rivoli, ricorda i capelli della bellissima giovane Shaki che per sfuggire alle mire di Tamerlano si tuffò nella gola di Vorotan trasformandosi in cascata invece di trovare la morte. Qui c’è solo una cosa da fare: sedersi e lasciarsi coccolare dal fresco e musicale scrosciare dell’acqua.

Carahunge

Vicino le cascate si trova la fortezza di Smbataberd, da raggiungere attraverso un percorso di trekking di circa 3 km e il meraviglioso sito di Carahunge, ovvero la Stonage di Armenia. Questo posto è particolarmente carismatico, si tratta di un sito archeologico risalente all’era preistorica, probabilmente all’età del bronzo, dove sono erette e allineate a cerchio oltre duecento megaliti che probabilmente servivano come tombe per i guerrieri ma non solo. Molte di queste steli presentano un foro che pare servisse per studiare la volta celeste in relazione alle fasi lunari, ai solstizi e gli equinozi. Insomma, a Carahunge ci si trova dentro il più antico osservatorio astronomico del mondo e il solo pensiero è una grande emozione che scorre come un brivido lungo la pelle. 

Il punto più a sud visitato è il monastero di Tatev, raggiungibile tramite una verdeggiante serpentina di curve immersa in uno scenario di suggestiva bellezza. Un’alternativa è la più lunga funivia del mondo e lasciarsi meravigliare dallo scenario che si apre dalle finestre della cabina, mentre a oltre 1.500 metri di altezza percorre quasi 6 km fino ad affacciarsi sulla vista panoramica del monastero. L’origine del plesso monastico è antichissima, addirittura già del IV secolo, praticamente agli albori della Chiesa armena, in questo posto si trovava una chiesetta luogo di pellegrinaggio che poi nei secoli, nonostante le continue devastazioni, tornò sempre a occupare un importante ruolo religioso e culturale fino ai giorni nostri.

Da Tatev parte la risalita del nostro viaggio immerso in una natura straordinaria per bellezza e ricco di cultura, storia ma anche di incontri con gente straordinaria, sempre disponibile e accogliente, pronta a offrirti un succo fatto in casa, tanta frutta fresca, del miele, un pezzo di pane-lavash con formaggio e soprattutto a condividere uno straordinario amore per la propria terra e la propria identità ancora profondamente radicata dentro il cuore di ogni famiglia e sempre aperto per ogni nuovo ospite. Ma prima di arrivare nella capitale ci sono altre tappe fondamentali da attraversare. La prima di questa è il suggestivo monastero di Noravank. Questo plesso monastico è legato al lavoro del celebre scultore e architetto Momik, vissuto nel XIV e creatore di numerosi Khachkar uno più bello dell’altro, nonché delle sculture e di tutti i bassorilievi che ornano riccamente ogni angolo di questo posto. Ma c’è un’altra caratteristica che rende questo sito incantevole ed è la natura che lo circonda. I monaci, si sa, hanno sempre scelto posti abbastanza isolati e immersi nella natura per cercare di conciliarsi meglio con la vita di preghiera e meditativa. In realtà in Armenia (al contrario dell’Europa) erano i principi a costruire i monasteri dove poi si sarebbero insediati i monaci, ma la regola di scegliere dei posti particolarmente mistici restava comunque rispettata. Così Noravank sorge in una gola dove la natura circostante è particolarmente coinvolgente, immersa in altipiani dai colori rossicci con distese striate di verde e di dorato, e nonostante i turisti, il suo silenzio è spezzato solo da qualche rapace che volteggia nell’infinità di un’atmosfera trascendente. 

Da qui merita una visita anche la Cava di Areni, un antichissimo sito archeologico dove è stata rinvenuta addirittura la più antica scarpa al mondo. E per chi ama il buon vino, nel villaggio di Areni è possibile anche gustare le ottime produzioni locali prima di riprendere il cammino verso Khor Virap, e qui si fa la storia dell’Armenia. Come già detto, è impossibile pensare a questa nazione se non in relazione con il Cristianesimo e tutto ebbe origine nel 301 d.C. in questo posto dove dentro un angusto pozzo venne imprigionato per ben tredici anni san Gregorio “l’illuminatore” a causa della sua proclamazione del Vangelo di Cristo. Ma quando il re Tiridate III guarì dalla sua follia per intercessione proprio di san Gregorio, allora il re si convertì e da qui l’Armenia abbracciò ufficialmente la religione cristiana facendo di questo popolo la prima nazione al mondo a diventare cristiana. Da quel momento il Cristianesimo divenne pelle per gli armeni, pagata spesso anche con il sangue del martirio.

Sul promontorio dove sorge il monastero di Khor Virap svetta una enorme bandiera armena che guarda il confine turco e saluta il monte Ararat, geograficamente in Turchia ma culturalmente e simbolicamente terra armena! Qui, sulla cima dell’Ararat, che ogni tanto fa capolino su vari punti dell’Armenia, l’Arca di Noè si fermò dopo il diluvio universale, ed è da qui che chiudiamo questo secondo capitolo.

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Gli ultimi sviluppi del conflitto del Nagorno Karabakh (In Terris 04.09.21)

Immaginatevi una situazione in cui uno stato confinante annuncia di voler progettare un viale lungo decine di chilometri che spacchi il territorio del vostro stato in due e arrivi poi ad un terzo stato (oppure al suo exclave). E senza neanche chiedere la vostra opinione. Che ne pensereste di una tale richiesta? Questo surrealismo tocca i rapporti tra Armenia e Azerbaijan, vincitore, quest’ultimo della guerra dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) dopo l’aggressione del 27 settembre 2020, scoppiata nella guerra dei 44 giorni e realizzata con l’appoggio militare, logistico e pratico della Turchia di Erdogan e dei terroristi esportati dalla Siria. Ora l’Azerbaijan si presenta con nuove idee di rivendicazione contro gli armeni, aspirando a creare un collegamento terrestre via il territorio sovrano della Repubblica d’Armenia e annunciando, allo stesso tempo, di  essere pronto ad “applicare la forza”, qualora l’Armenia volesse opporsi ai suoi progetti.

A seguito della dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco, formulata da Armenia, Azerbaijan e Russia il 9 novembre 2020, l’Azerbaigian ha infatti continuato la sua politica di aggressione nei confronti dell’Armenia e della Repubblica di Artsakh, la quale il 2 settembre ha festeggiato i 30 anni della sua indipendenza.

Il periodo tra dicembre 2020 e giugno 2021 ha visto il susseguirsi di vari eventi: l’infiltrazione (13 dicembre 2020) delle forze speciali azere nei villaggi di Hin Tagher e Khtsaberd in violazione della dichiarazione trilaterale, durante la quale i soldati azeri hanno catturato decine di soldati e civili armeniil deturpamento della Cattedrale armena di San Salvatore a Shushi e la rimozione delle sue cupole (3 maggio 2021); l’infiltrazione in Syunik, regione meridionale della Repubblica d’Armenia; le tensioni a Khdzoresk e VerishenVardenis e Kut (3 maggio 2021); l’avanzamento delle truppe azere nelle zone confinanti con le città di  Vardenis e Sisian (14 maggio 2021); il fuoco aperto il 25 maggio 2021, con l’uccisione di un soldato armeno sulla territorio della Repubblica d’Armenia, a Verin Shorzha; la presa in ostaggio di 6 militari armeni sul territorio sovrano della Repubblica d’Armenia, mentre facevano lavori di ingegneria militare mirata alla fortificazione dei confini  (27 maggio). Da segnalare poi che l’Azerbaijan rilascia 15 prigionieri di guerra armeni (13 giugno), però solo in cambio di una mappa delle mine (per i territori occupati), applicando così il principio terroristico di scambio di vite umane con oggetti preziosi; il 15 giugno Erdogan è a Shushi – la città distrutta dalla Turchia e dall’Azerbaigian nel 1920 e nel 2020 – accompagnato dal presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e dalla sua famiglia – per celebrare il successo dopo l’aggressione contro l’Artsakh e l’Armenia; nella dichiarazione sullo sviluppo del “mondo turco”, si ricorda il trattato di Kars del 1921, per mezzo del quale agli armeni vennero strappate intere regioni, terre storiche armene, nota con soddisfazione la collaborazione russo-turca sul territorio di Artsakh e prevede una collaborazione tra Turchia e Azerbaijan nell’ambito politico-militare.

Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh condanna fermamente tali visite nei territori occupati di Artsakh, considerandole come ”una provocazione, un’attuazione della politica espansionistica ed estremista e una chiara manifestazione di grave violazione del diritto internazionale, xenofobia, genocidio e politica terroristica”; il 6 luglio 2021 si verifica un caso serio di sparatoria intensa a Verin Shorzha, ferito un soldato armeno; le truppe azere cominciano a sparare anche nella direzione di Yeraskh, nel sud-ovest dell’Armenia. E’ in atto il nuovo piano dell’aggressione, che prevede di attanagliare la Repubblica d’Armenia sia dalla parte orientale che da quella occidentale (17 luglio).

Nel mese di agosto, l’Azerbaijan continua a terrorizzare la popolazione pacifica dei villaggi armeni situati lungo il nuovo confine, sparando nello specifico nella direzione dei villaggi di Sotk, Kut, del lago Sev (confine orientale) e anche nuovamente a Yeraskh, dal territorio di Nakhijevan (confine occidentale) – uccidendo tre soldati armeni, compreso un sottosergente (1 settembre) delle Forze armate dell’Armenia. Nel frattempo Aliyev, nel suo discorso del 17 agosto, svela il piano massimalistico che suona come una nuova dichiarazione guerrafondaia: “Apriremo il corridoio per far ritornare i nostri civili nelle loro terre storiche; staremo ovunque vorremo stare”, “ripeteremo la lezione data agli armeni” [riferendosi alla guerra dei 44 giorni]. Il 25 agosto, come ennesima provocazione, le truppe azere bloccano una parte dell’autostrada Goris-Kapan, invece il 31 agosto provocano incendi lungo il confine armeno-azero nella zona di Sotq e Kut.

Risulta una situazione nella quale l’Armenia si trova circondata da nemici e falsi alleati, una situazione che potrebbe compromettere di nuovo la pace e la sicurezza della regione.

La Russia, con il mancato supporto agli Armeni, ha contribuito in modo decisivo all’allargamento dello spazio geopolitico dei neo-ottomani, rafforzando il fattore turco non solo contro l’Armenia – avendo utilizzato quest’ultima come un “alleato strategico” usandola, comunque, come risorsa/moneta di scambio nei suoi rapporti con i turchi, come ha fatto anche 100 anni fa – ma anche contro l’Occidente e la Cina.

La comunità internazionale continua a rimanere inattiva e complice dei crimini dei neo-ottomani contro il popolo armeno dell’Artsakh, essendo neutralizzata dalla presenza della Russia sul territorio, che continua la “politica di punizione” contro l’Armenia per il cammino democratico da essa intrapresa senza la sua approvazione.

L’Azerbaijan gioca su tre piani importanti oltre a quello politico:

  • Militare – pressioni da est e ovest sull’Armenia, mirate alla realizzazione del progetto a tappe “1. Corridoio, 2. Conquista di Syunik 3. Lago di Sevan 4. Yerevan”
  • Culturale – deturpamento di monumenti armeni e dissacrazione di tombe e siti cristiani armeni, cancellazione di ogni traccia storica della presenza degli armeni in Artsakh, seguendo il principio #CancelArmenianCulture ossia quello di distruggere ogni traccia e prova dell’esistenza secolare degli armeni nei territori occupati.
  • Psicologico – esaltazione dei crimini contro gli Armeni, dei crimini di guerra, processi inventati contro i prigionieri di guerra armeni dove questi ultimi vengono etichettati come “terroristi”, per controbilanciare la schiacciante evidenza sull’uso da parte dell’Azerbaijan di mercenari terroristi esportati dalla Siria attraverso il territorio turco.

L’Armeniaa causa del sua dipendenza da un alleato geostrategico e politico estremamente discutibile, si trova innanzitutto in uno stato di prigioniero del proprio modello democratico eletto nel 2018, a dispetto della mancata approvazione del Cremlino – giocatore fondamentale e gestore di questo conflitto, i cui presupposti vennero creati apposta da Stalin negli anni 20 del secolo scorso, per tenere la regione sotto controllo. Come risultato, intere regioni armene, molte delle quali oggi fanno parte di un soggetto politico e territoriale conosciuto con lo stesso nome di una regione iraniana (“Azerbaijan”), sono diventate una specie di valuta nelle mani delle grandi potenze per pagare le cessioni /bilanciamento/ del potere, ma anche per punire gli Armeni per la via di sviluppo democratico da loro scelto.

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Laura Ephrikian racconta la sua Armenia Serata di beneficenza (Lanazione 22.09.21)

Serata a favore dei bambini dell’Africa. Sabato alle 19, alle “Delizie di Alessia” in via Nazario Sauro a Marina, si chiude il calendario dell Proloco Marina. Ospite l’attrice Laura Ephrikian, una vita passata in Rai ed ex moglie di Gianni Morandi, che presenterà il libro: “Una famiglia armena” edito da Spazio Cultura e con postfazione di Walter Veltroni. La storia della famiglia armena della donna a partire dalle origini, da quando il nonno scappò a Venezia e trovò l’amore. Previsto un apericena di beneficenza per la fondazione di Laura Ephrikian che provvede alla sopravvivenza dei bambini africani. La raccolta punta alla costruzione di diversi pozzi d’acqua. La serata sarà introdotta dalla presidente Proloco, Roberta Branzanti e moderata dalla conduttrice Alessandra Cenci Campani. Per prenotazioni chiamare lo 0585832825 oppure 3478137970

A Pordenonelegge lo ‘Sherlock Holmes’ del Genocidio armeno (IlFriuli.it 03.09.21)

Fra gli eventi internazionali più attesi, alla 22esima edizione di Pordenonelegge, in programma dal 15 al 19 settembre, c’è senz’altro la presentazione di Killing Orders. I telegrammi di Talat Pasha e il genocidio armeno di Taner Akçam, coraggioso intellettuale e storico turco, rifugiatosi negli Stati Uniti per la sua lotta a favore della verità e ancora oggi insopportabile per il regime di Ankara.

Il libro è uscito a fine 2020 per le Edizioni Guerini, da tre decenni impegnate nella pubblicazione di libri dedicati alla storia armena, nelle collane dirette da Antonia Arslan Storia e cultura armena, Carte armene e Frammenti di un discorso mediorientale. Appuntamento venerdì 17 settembre, alle 11 nello Spazio San Giorgio, per il dialogo Akçam – Arslan che porterà alla luce i documenti e le scoperte di Killing Orders, testimonianze provate nella loro autenticità – e tradotte per la prima volta in lingua italiana: i telegrammi di Talat Pasha, l’architetto del Metz Yeghern – il Grande Male.

Un vero terremoto negli studi sul Genocidio Armeno, perché quei documenti non lasciano alcun dubbio: quello patito dagli armeni fu un Genocidio, il primo del XX secolo. Akçam restituisce con precisione al lettore, passo dopo passo, istruzione dopo istruzione, le varie fasi di preparazione, innesco e divampare dello sterminio. Una macchina della morte su ampia scala affidata alla carta e all’inchiostro, intrisa del sangue di oltre un milione e mezzo di vittime. L’opera fondamentale di Akçam ci fa entrare nei meandri dell’organizzazione genocidaria e nella logica dei carnefici. Il negazionismo di Stato che cerca di giustificare, ridimensionare o del tutto misconoscere questo immenso buco nero della Storia, su cui affonda la nostra contemporaneità sia in Europa sia nel Medio Oriente, è qui messo definitivamente con le spalle al muro.

Taner Akçam è ampiamente riconosciuto come il primo storico turco ad aver scritto e discusso apertamente il Genocidio Armeno. Nato nella regione di Kars-Ardahan, nel 1976 viene arrestato e condannato a dieci anni di reclusione per i suoi scritti. Un anno dopo riesce a fuggire e a rifugiarsi in Germania. Oggi ha la cattedra di Studi sul Genocidio Armeno alla Clark University negli Stati Uniti. Per le nostre edizioni ha pubblicato Nazionalismo turco e Genocidio armeno (2005). Nell’aprile 2021, insieme ad Antonia Arslan, ha ricevuto dal sindaco di Ferrara la cittadinanza onoraria, in risposta alle dichiarazioni dell’Ambasciatore turco, che ha invitato il primo cittadino a “rivedere le sue posizioni” a seguito di un’iniziativa dedicata al Genocidio organizzata dal Teatro Comunale di Ferrara.

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Il Genocidio Armeno a Pordenonelegge (Lastampa 01.09.21)

Il Genocidio Armeno è stato riconosciuto come realtà storica dal Papa, dall’Unione europea e pochi mesi fa anche dall’America di Joe Biden, eppure in Turchia viene ancora negato, e se un cittadino turco osa parlarne rischia il carcere. Taner Akçam è uno storico turco a cui è stata inflitta una condanna a dieci anni di carcere per i suoi scritti, che riguardavano, fra l’altro, anche il Genocidio Armeno. Fuggito in Germania, ora ha una cattedra alla Clark University negli Stati Uniti. Fra gli eventi internazionali di Pordenonelegge il 17 settembre alle ore 15,30 Taner Akçam, in dialogo con Antonia Arslan, presenterà il suo libro “Killing Orders” (Guerini e Associati, 2020), un volume denso di documenti inediti che aggiungono prove a prove.

In “Killing Orders” vengono tradotti per la prima volta in lingua italiana i telegrammi di Talat Pasha, l’architetto turco del Genocidio. Akçam restituisce con precisione al lettore, passo dopo passo, istruzione dopo istruzione, le varie fasi di preparazione, innesco e attuazione dello sterminio pianificato di un milione e mezzo di armeni, per la maggior parte donne e bambini.

Pordenonelegge, Festa del Libro con gli Autori, è in programma con la sua 22a edizione dal 15 al 19 settembre. L’autore presenterà il libro il 17 settembre 2021 alle ore 15,30 presso lo Spazio San Giorgio, in dialogo con la scrittrice Antonia Arslan. Info e dettagli pordenonelegge.it

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Strade d’Armenia/1. Un itinerario di spiritualità guerre e paesaggi (Barbadillo 01.09.21)

Attraversare l’Armenia è un viaggio affascinante, coinvolgente, spirituale tanto da assumere anche i tratti di un pellegrinaggio. I profili paesaggistici e naturali di questa piccola terra (appena più grande della Sicilia) incastrata nel Caucaso sono sorprendentemente vari, basti pensare che ogni sua provincia si caratterizza diversamente dalle altre in un’armonia che trova la sua sintesi nel carattere e nella cultura millenaria del suo popolo. Tra sinuose strade si attraversano i rigogliosi boschi delle regioni nordiche, si passa per il grande lago Sevan che offre freschi profumi e quella brezza che invita alla contemplazione, fino a raggiungere le dorate e brulle distese dei campi di foraggio nel sud, questa terra ti accoglie sempre con gratuito calore e si racconta con profondo dolore. Nonostante stiamo parlando di una civiltà antica e fortemente identitaria, l’Armenia ha ritrovato la sua indipendenza solo trent’anni fa, al crollo dell’Unione Sovietica, dopo secoli di varie dominazioni a opera dei persiani, dei bizantini, dei selgiuchidi, dei mongoli, della Russia zarista e sovietica, degli ottomani fino alla tragedia del Genocidio armeno vissuta fra il 1915 e il 1918 in cui circa un milione e mezzo di armeni trovarono la morte per mano turco-ottomana. 

La prima tappa di questo viaggio è Gyumri, già Leninakan sotto il dominio sovietico e già Alessandropoli sotto il dominio zarista. Situata a nord-ovest, a ridosso del confine turco, Gyumri è la città più antica dell’Armenia nonché la seconda per dimensioni dopo la capitale Erevan. In realtà le città armene sono poche, forse solo i capoluoghi delle sue undici province, perché il tessuto demografico si estende soprattutto lungo tanti piccoli villaggi che in sé possono racchiudere straordinarie testimonianze storiche e monumentali. Questa città venne devastata da un tremendo terremoto nel 1988 che portò qui una delegazione umanitaria italiana di cui faceva parte anche il medico Antonio Montalto, oggi Console onorario per la Repubblica italiana e impegnato ormai da oltre trent’anni in numerosi progetti che spaziano dall’umanitario alla promozione culturale, turistica e urbanistica di questa affascinante città. Passeggiare fra le vie di Gyumri, infatti, significa lasciarsi meravigliare dalle suggestive costruzioni in basalto nero che ne fanno una caratteristica unica benché i segni del terremoto siano ancora purtroppo evidenti.  Il rapporto fra questa città e l’Italia si è arricchito anche grazie all’impegno dell’Ong identitaria e italiana “Manalive” la quale lo scorso anno ha donato una biblioteca multimediale alla Casa Famiglia gestita dalle suore cattoliche dell’ordine dell’Immacolata Concezione e che conta di avviare presto una missione permanente sul territorio. L’ospitalità di queste religiose ma soprattutto l’accoglienza e il sorriso di questi bambini, è sicuramente uno dei ricordi più belli di questo viaggio.

Dzoraget

I giorni seguenti abbiamo attraversato le verdeggianti province di Lori e di Tavush, dove fra canyon e altipiani mozzafiato raggiungiamo subito la “Croce Sirun” nella valle di Dzoraget. Si tratta di un tipico Khachkar, ovvero le croci votive scolpite dentro un blocco di pietra con ricchi motivi geometrici e floreali che rappresentano un importante simbolo identitario per tutta l’Armenia. Questo tipo di rappresentazione artistica e religiosa, infatti, esiste solamente in Armenia benché presenti una varietà di motivi pressoché infinita. Questo particolare Khachkar del XIII secolo (ma ne esistono centinaia di più antichi) intarsiato in una pietra di tufo, è interessante perché presenta una tale ricchezza ed eleganza nei suoi ornamenti che il famoso poeta armeno Hovhannes Tumanian lo ha eletto a suo monumento preferito. 

Sirun

Da qui si continua ad attraversare le prospere vallate sempre ricche di acqua fino a raggiungere il carismatico monastero di Kobayr. Questo luogo risulta di particolare fascino sia perché incastrato sul fianco del canyon del Debed, sia perché rappresenta una preziosa testimonianza storica della dinastia Bagratidi, quando forti erano le influenze politiche e religiose fra la Georgia ortodossa e l’Armenia rimasta pre-calcedoniana. Oltre allo scenario di poetica bellezza che offre questo sito, è degno di ammirazione e nota l’affresco sulla parete dell’altare di questo monastero purtroppo in rovina. La Chiesa apostolica armena, infatti, è generalmente molto spoglia di rappresentazioni pittoriche ma ricca di decorazioni incise nella pietra. L’augurio è che presto qualcuno possa farsi carico del restauro di questo posto che avvolge e incanta insieme con una forza misteriosa che proviene da secoli di storia tutt’altro che silenziosi. 

Sarebbero tanti i posti visitati e da descrivere in quest’area nordica, uno dei più importanti certamente è il monastero di Haghpat, patrimonio dell’Unesco e modello perfetto per apprezzare l’architettura religiosa armena che risulta essere molto originale rispetto ai paradigmi europei. Quando si parla di Armenia è impossibile non pensare anche al Cristianesimo, perché la storia di questa terra si lega sin da subito alla fede nel Risorto spesso pagata con il martirio e che si è espressa nei secoli con una fiorente vita monastica. Entrare nel complesso monastico di Haghpat, anche questo immerso in uno scenario paesaggistico di grande suggestione e ascetismo, significa attraversare il centro spirituale e culturale più importante dell’Armenia medievale. Basta semplicemente chiudere gli occhi e si può subito immaginare la vita che questi religiosi conducevano fra i loro orti, la biblioteca con migliaia di manoscritti e gli altari incensati che congiungono a Dio.

Akhtala

Un altro monastero importante in zona, e che abbiamo visitato, è certamente quello di Sanahin ma ancora più particolare è il monastero-fortezza di Akhtala. Anche questo posto si colloca come particolarmente significativo per le vicende religiose di questa terra poiché al centro delle influenze ortodosse bizantine, calcedoniane di matrice georgiana, e la fedeltà alla dottrina del “miafisismo” tipica della Chiesa apostolica armena. Non è un caso che questa chiesa presenti numerosi affreschi che la rendono particolarmente affascinante così come il fatto che sia meta ecumenica di pellegrinaggi, ma certamente una caratteristica che non passa inosservata di questo complesso sono le sue fortificazioni militari. Akhtala, dove oggi risiede anche un importante e colorata miniera, sorge su un punto che nei secoli fu strategico dal punto di vista della difesa militare contro le pressioni dei popoli asiatici.

Prima di chiudere questa prima parte è doverosa almeno una menzione a una delle caratteristiche più belle dell’Armenia, ovvero la splendida accoglienza del suo popolo. Se in Italia, e in particolare nel Meridione bizantino, l’ospite è ancora sacro, in Armenia l’ospite è addirittura di famiglia! Qui sono rare le strutture alberghiere e spesso l’ospitalità è affidata alle case delle famiglie dove, a prezzi irrisori, riservano delle stanze per i turisti per poi coinvolgerli nella loro quotidianità, soprattutto a tavola fra un pezzo di pane-lavash, ricche insalate, carne arrostita e un bicchiere di vodka rigorosamente fatta in casa, magari nel mentre di una cena fra amici. 

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Armeni: prima messa dopo un secolo nella chiesa del quartiere di Hrant Dink (Rassegna 01.09.21)

A Malatya la chiesa di Üç Horan era chiusa dal 1915 ed era in condizioni fatiscenti. Ai lavori di ristrutturazione ha contribuito anche l’amministrazione locale stanziando fondi pubblici. Il luogo di culto sorge nell’area in cui è cresciuto il compianto giornalista, ucciso nel 2007. Al suo interno verranno celebrate messe, matrimoni e battesimi, ma sarà anche un centro culturale.

Istanbul (AsiaNews) – La comunità cristiana armena ha festeggiato la celebrazione della prima messa dopo 106 anni nella chiesa di Malatya, che sorge nel quartiere in cui è cresciuto il compianto giornalista Hrant Dink, assassinato davanti alla sede di Agos nel gennaio 2007. La cerimonia ufficiale di riapertura al culto si è tenuta il 28 agosto scorso alla presenza del patriarca armeno in Turchia Sahak Maşalyan, del vescovo metropolita di Sahak Maşalyan Ğriğoriyos Melki Ürek, del vice-patriarca e di numerose autorità religiose e civili delle province circostanti.

Chiusa dal 1915, la chiesa di Üç Horan sorge nella provincia orientale di Malatya; per oltre un secolo è stata inaccessibile ai fedeli e la struttura in condizioni fatiscenti, tanto da farne temere un crollo. Ad eseguire i lavori di ristrutturazione l’organizzazione HAY-DER (Malatya Armenians Association), con base a Malatya, che ha saputo riportare agli antichi fasti il santuario e il battistero.

Da oggi la comunità cristiana armena locale potrà celebrare al suo interno funzioni religiose fra cui messe, battesimi e matrimoni. Nei giorni in cui non viene utilizzata come luogo di culto, essa viene riconvertita a centro culturale. All’opera di restauro ha contribuito l’amministrazione locale, stanziando fondi pubblici. Nel suo intervento, il patriarca Maşalyan ha definito la riapertura “una pietra miliare per questa regione” e per gli armeni in particolare “una giornata di grande festa”.

Nuran Gezdirici, presidente della Malatya Philanthropist Armenians Culture and Solidarity Association, dice di provare “grande orgoglio” per la restituzione al culto di “Üç Horan, o Taş Horan come la chiamano i nostri vicini musulmani”. La leader armena ha quindi reso omaggio alla memoria del giornalista Hrant Dink che “è cresciuto a due vie di distanza dalla chiesa”.

Alla prima celebrazione dopo oltre 100 anni sono intervenuti esponenti delle comunità armene di tutta la Turchia, per un giorno di festa dopo alcuni episodi recenti di emarginazione o attacchi, ultimo dei quali la profanazione di tombe e lapidi di un cimitero nella provincia di Van. Dopo l’ inaugurazione di sabato 28, ieri i vertici ecclesiastici hanno celebrato la prima liturgia domenicale.

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Turchia: Malatya, la chiesa armena riapre al culto dopo 106 anni (SIR 01.09.21)


La chiesa armena di Malatya riapre al culto dopo 106 anni (Agenzia Fides 01.09.21)


La chiesa armena riapre dopo 100 anni (Quotidiano.net 02.09.21)

 

Viaggio in Armenia, dove le pietre parlano e resistono (Ilprimatonazionale 31.08.21)

Roma, 31 ago – Quando si parla di Armenia ci si riferisce a una civiltà millenaria sebbene poco conosciuta a causa della sua distanza geografica, o più probabilmente al fatto che da sempre questo popolo ha subito diverse dominazioni straniere. Dai persiani ai selgiuchidi, dai bizantini agli ottomani, dai mongoli alla Russia zarista e sovietica, l’Armenia ha raggiunto, e ritrovato, la sua indipendenza appena trent’anni fa allo sciogliersi dell’Unione Sovietica. In realtà ciò che resta del territorio armeno è appena un decimo della sua storica estensione ma per capire come questa nazione sia potuta sopravvivere lungo turbolenti secoli e in un fazzoletto di terra incastrato fra i carismatici monti del Caucaso, bisogna attraversarne le polverose strade. Chi avrà la fortuna di fare questo viaggio, e di conoscere questo straordinario popolo di origine indoeuropea che si è aggrappato alla propria identità culturale per non essere mai assorbito dai domini straniere, sicuramente potrà scorgere quattro costanti fondamentali.

L’alfabeto armeno, fondamenta di una civiltà

Gli armeni sono assolutamente innamorati della loro lingua, tanto da dedicare alle lettere del loro alfabeto un parco monumentale nella capitale Erevan e altre opere lungo le strade, e le case, di tutto il Paese. Una riconoscenza cementata dalla consapevolezza che senza l’intuizione del monaco Mesrop Mashtots, il quale nel V secolo ne ideò l’alfabeto, il popolo armeno non avrebbe potuto dotarsi di una propria letteratura e di maturare una propria anima nazionale. Questa operazione linguistica consentì agli armeni di distinguersi e di non lasciarsi assorbire dalle varie dominazioni straniere come successo per altri popoli già estinti.

Le fontane dell’Armenia, segno di speranza e fertilità

Benché il settore minerario sia fiorente, l’Armenia è un territorio povero di risorse naturali ma ricchissimo di acqua. La capitale Erevan offre numerose fontane dove i bambini possono giocare e le famiglie rinfrescarsi ma fontane le trovi ovunque, che sia in città o nei villaggi o lungo le strade più interne e isolate che attraversano gli incantevoli versanti caucasici. Questa presenza costante è molto incoraggiante, non solo per il viaggiatore, ma anche per il popolo armeno che da sempre deve lottare per la sua sopravvivenza. L’acqua, infatti, significa speranza e fertilità.

Khachkar, pietre parlanti

Quando si parla di Armenia è impossibile non parlare di Cristianesimo. La storia e l’identità di questo popolo è infatti visceralmente legata alla sua fede nel Vangelo che, insieme alla lingua, sono risultati fondamentali per la sopravvivenza di questa nazione. Una delle forme che meglio rappresenta questo rapporto sono i Khachkar, ovvero croci scolpite nella pietra in un infinità di motivi artistici tale da non trovare mai un Khachkar simile ad un altro. Questa secolare forma d’arte votiva si trova in ogni angolo dell’Armenia ma non esistono esemplari simili in altre parti del mondo. Queste pietre raccontano storie di famiglie e testimoniano quanto profonda sia la religiosità di questo popolo che è stato il primo al mondo ad abbracciare la fede cristiana.

Famiglie, focolare che illumina il futuro

A parte le città dove è più facile trovare strutture alberghiere, l’ospitalità è affidata alle famiglie che organizzano alcune stanze delle proprie case per l’accoglienza del viaggiatore. Questa è un’esperienza fantastica, non solo perché aiuta a vivere in maniera profonda e diretta l’Armenia, ma perché queste famiglie spalancano tutta la loro genuina e calorosa quotidianità. Vivere queste famiglie allargate, quasi patriarcali, dove l’armonia dei ruoli più che scandita si direbbe che scorre attraverso un amore donato, diventa un monito incarnato di speranza e resistenza al nichilismo e al consumismo occidentale. Dove c’è famiglia, infatti, c’è comunità, c’è patrimonio, c’è tradizione, c’è futuro.

Giorgio Arconte

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Lo scrittore azero Akram Aylisli contro la circoncisione (Sololibri 31.08.21)

Ci sono molti scrittori che hanno avuto il coraggio di difendere la verità subendo ogni sorta di umiliazione e di infamie, tra questi c’è anche l’azero Akram Aylisli (nome d’arte di Akram Najaf oglu Naibov), poeta, narratore e drammaturgo. Quest’uomo audace ha avuto l’ardore di pubblicare un romanzo che prende le parti degli armeni e che, sfidando il governo para-dittatoriale azero, avrebbe dovuto provare al mondo che i suoi compatrioti erano pronti a riconoscere le loro responsabilità storiche per le persecuzioni contro il popolo armeno. Si tratta del libro Sogni di pietrapubblicato in Italia nel 2015 dalla casa editrice Guerini e Associati, tradotto da Bianca Maria Balestra. Purtroppo, però, questo testo è stato fonte di infiniti problemi per l’autore.

Aylisli aveva terminato la stesura del manoscritto dell’opera nel 2007, ma decise di pubblicarla nell’autunno del 2012, a seguito degli sviluppi giudiziari del caso dell’omicidio di Gurgen Margaryan (1978-2004), un sottotenente armeno decapitato nel sonno con sedici colpi di mannaia dal suo pari grado azero Ramil Safarov, durante un master NATO a Budapest. Inorridito dall’accaduto, l’artista pensò di divulgare il suo scritto oltreconfine, in un paese libero, e scelse di pubblicarlo nella rivista letteraria russa Družba Narodov (“Amicizia tra i popoli”), ciononostante nemmeno così riuscì a tutelarsi dai persecutori degli armeni, venne infatti oltraggiato pubblicamente e ai primi di febbraio del 2013 fu privato del titolo di “autore del popolo” (ossia di scrittore nazionale)

Il libro rievoca infatti la questione del genocidio armeno, e degli attacchi compiuti contro la comunità armena del Nakhicevan, agli inizi del ‘900, nonché dei pogrom azeri contro gli armeni di Baku e di altre città dell’Azerbaigian.
Dalla comparsa di Sogni di pietra, il romanziere – un anziano nato nel 1937 – vive in uno stato di libertà coatta, privato dei suoi diritti civili e additato pubblicamente come traditore.
La stampa italiana non ha mancato di schierarsi in difesa dello scrittore, mettendo in luce il suo lodevole (quanto sfortunato) tentativo di creare un dialogo tra due popoli divisi da un conflitto crudele.
Il presente articolo, tuttavia, cercherà di illustrare una seconda controversia che ha accompagnato Sogni di pietra, quella relativa alle opinioni inerenti all’islam contenute nel volume.

La critica alla circoncisione

Oltre alla ferma condanna civile, Aylisli è stato colpito anche da una seria sanzione religiosa. Il gran muftì Allahshukur Pashazadeh lo ha infatti dichiarato ufficialmente apostata, un verdetto che per i governi islamici equivale a una condanna a morte e che anche in paesi musulmani più secolarizzati, come l’Azerbaigian, può portare a essere aggrediti per strada. Questo giudizio deriva dal fatto che in un passaggio dell’opera il romanziere ha criticato impietosamente la pratica della circoncisione.
La scottante parentesi si apre nel testo con la descrizione di un litigio scoppiato a un rinfresco:

“Si festeggiava una circoncisione. Simili banchetti hanno le loro regole: se ti si dà la parola, devi fare un discorso secondo quelle regole. Di che cosa si può parlare a una festa di circoncisione? Di quanto tale usanza sia pia, di quanto [sia] importante per l’igiene e la salute. Si parlerà dei santi imam, degli insegnamenti del Profeta, che riteneva questo rito uno dei più importanti per i musulmani, della Sua grande saggezza…Proprio nel bel mezzo del banchetto la parola viene data a Sadaj Sadygly, che era l’ospite d’onore. E di nuovo qualcosa lo punge. Comincia a prendere in giro la cerimonia. Poi perde ogni freno, che Dio mi perdoni, comincia a prendersela anche col Profeta. ‘Il vostro Profeta, dice, sarebbe più intelligente di Dio? Se nel corpo dell’uomo ci fosse qualcosa di superfluo, Dio sarebbe così cieco da non vederlo? Com’è possibile che il Signore non si sia sbagliato quando ha creato faccia, occhi, naso, orecchie, e ha fatto tutto per bene, ma quando è arrivato a quel punto, accidenti, d’un tratto s’è sbagliato come uno scolaretto? E chi ha chiesto al vostro Profeta di correggere l’errore di Dio?”

Il racconto colpisce al cuore Farid Farzani, uno dei personaggi del romanzo, che proprio a una lite originata dalla circoncisione di suo figlio deve la disgregazione della sua famiglia. Anni prima, egli aveva sposato una donna russa con cui aveva avuto un bambino, ma davanti al rifiuto della moglie di circoncidere il piccolo era sprofondato in una crisi interiore. Un giorno, però, Farzani aveva convinto il figlio dodicenne a lasciarsi circoncidere, tuttavia il ragazzo era rimasto traumatizzato dalla mutilazione provocatagli per volontà del genitore:

“Chi avrebbe mai pensato che un’operazione da nulla per un chirurgo esperto dell’ospedale Sklifosovskij avrebbe avuto delle complicazioni? Eppure, fosse per lo spavento provato, o per altro motivo, sta di fatto che la sera il ragazzo aveva la febbre a quaranta. E la madre, che la sera, tornata dal lavoro, vide il figlio in tali condizioni, dallo sgomento perse il dono della parola. Al marito non disse nulla, non tentò di far calare la febbre al figlio. Riusciva solo a guardarlo con terrore. Poi corse in bagno, si chiuse dentro e da dietro la porta chiusa a lungo si udirono i suoi singhiozzi. […]”.

Si concluse così il matrimonio di Fanzani, e sua moglie non lo volle più avere vicino:

“[Ella] Chiese subito il divorzio e scambiò il loro trilocale in centro con due bilocali in periferia. Dopo aver vissuto qualche anno senza la famiglia, nel 1986 Farid Fanzani scambiò il proprio appartamento con quello di un russo di Baku, si trasferì a Baku e il giorno stesso dell’arrivo capì che aveva commesso un errore imperdonabile. Adesso il figlio di Fanzani aveva compiuto diciannove anni, ma per il padre era rimasto dodicenne e gli occhi innocenti, smarriti del fanciullo lo perseguitavano crudelmente da anni”.

Il figlio non lo aveva mai perdonato e non era mai andato a trovarlo nella sua nuova abitazione.
L’esecrazione delle mutilazioni genitali maschili contenuta in Sogni di pietra avrebbe meritato maggiore eco negli stati in cui il romanzo è stato tradotto, ma evidentemente c’è ancora molto lavoro da fare riguardo una questione di civiltà così seria.

In Europa le associazioni per i diritti umani continuano giustamente a denunciare l’atrocità dell’infibulazione, ma sono ancora pochissime le voci che si levano contro la circoncisione di maschi minorenni sani, che non avrebbero alcun bisogno di essere sottoposti a questa violenza. Negli Stati Uniti oltre metà della popolazione maschile è circoncisa, nonostante gli studi medici dimostrino che questa pratica primitiva non è garante di alcun effettivo vantaggio dal punto di vista sanitario o igienico, mentre espone, invece, al rischio di contrarre infezioni (come nell’episodio riassunto nel romanzo) o di perdere la sensibilità naturale del glande.

È vergognoso, poi, osservare come anche in Italia vi siano donne che affermano candidamente di preferire “per motivi estetici” un pene mutilato (basta un giro in rete per costatarlo), una convinzione riprovevole e paragonabile alla posizione di un uomo che affermi di gradire maggiormente i rapporti sessuali con donne dai genitali appositamente mutilati.

La circoncisione è equiparabile all’infibulazione, e tutti i paesi civili dovrebbero vietare la mutilazione di minorenni in salute, destinati a restare segnati per tutta la vita dal taglio indelebile di una parte del loro corpo, si tratta di una battaglia per il rispetto di un diritto fondamentale dell’uomo: quello all’integrità del proprio fisico.

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22 settembre, a Roma si elegge il Patriarca armeno cattolico (InTerris 29.08.21)

Conclave per eleggere il nuovo Patriarca. I vescovi armeni cattolici si riuniscono il 20 settembre a Roma. Al  Pontificio Collegio armeno. Per due giorni di ritiro spirituale. Poi, a partire dal 22 settembre, inizierà l’assemblea sinodale. Per eleggere il nuovo leader. Sotto la presidenza del cardinale Leonardo Sandri. Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali”.

Il nuovo Patriarca

vescovi armeni cattolici arriveranno dalle diocesi sparse in Medio Oriente. E nei Paesi di maggior concentrazione della diaspora armena. Hanno il compito di eleggere il loro nuovo capo. L’arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, Boutros Marayati è l’attuale amministratore della Chiesa patriarcale di Cilicia degli armeni. Spiega all’agenzia missionario vaticana “Fides” come sarà eletto il successore del Patriarca Krikor Bedros XXI Ghabroyan.

Situazione

E’ eletto Patriarca che ha riportato due terzi dei voti. E se il Sinodo elettivo della Chiesa patriarcale armena cattolica dovesse registrare una  situazione di stallo? Sarà eletto Patriarca il candidato che raggiunge la maggioranza assoluta (la metà più uno) dei voti espressi. Se l’impasse elettorale dovesse perpetuarsi? Sarà eletto Patriarca il candidato che ottiene la maggioranza relativa dei consensi. Se infine i voti dei vescovi votanti dovessero concentrarsi in maniera assolutamente paritaria intorno a due candidati? Diventerà leader il vescovo più anziano per ordinazione sacerdotale.

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Chiese orientali: vescovi armeni cattolici convocati a Roma per eleggere il nuovo Patriarca (SIR 28.08.21)


Vescovi armeni cattolici convocati a Roma dal 20 settembre per eleggere il nuovo Patriarca (Fides 28.08.21)

Aleppo (Agenzia Fides) – I vescovi armeni cattolici, provenienti dalle diocesi sparse in Medio Oriente e nei Paesi di maggior concentrazione della diaspora armena, si riuniranno a Roma, a partire dal prossimo 20 settembre, per eleggere il loro nuovo Patriarca. Lo conferma all’Agenzia Fides l’arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, Boutros Marayati, attuale Amministratore della Chiesa patriarcale di Cilicia degli armeni. “Il Santo Sinodo elettivo svoltosi a partire dallo scorso 22 giugno presso il Convento libanese di Nostra Madre di Bzommar” ricorda l’Arcivescovo Marayati “non è andato a buon fine. In quindici giorni, nessun candidato ha ottenuto i due terzi dei voti dei dodici vescovi partecipanti al Sinodo, soglia richiesta per essere eletto successore del Patriarca Krikor Bedros XXI Ghabroyan, scomparso lo scorso 25 maggio (nella foto, durante la concelebrazione eucaristica con Papa Francesco, ndr). A quel punto, secondo quanto è stabilito dal Codice dei Canoni delle Chiese orientali, le sessioni del Sinodo elettivo sono state interrotte, e la questione è stata rimessa al Papa. Ora ci ritroveremo il prossimo 20 settembre, presso il Pontificio Collegio armeno di Roma, per due giorni di ritiro spirituale. Poi, a partire dal 22 settembre, inizierà l’assemblea sinodale per eleggere il nuovo Patriarca, che si svolgerà sotto la presidenza del Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali”.
Riguardo alle procedure di elezione dei Patriarchi, il canone 72 del Codice dei Canoni delle Chiese orientali, al primo comma, stabilisce che “è eletto colui che ha riportato due terzi dei voti, a meno che per diritto particolare non sia stabilito che, dopo un conveniente numero di scrutini, almeno tre, sia sufficiente la parte assolutamente maggiore dei voti (eventualità attualmente non contemplata nel diritto particolare della Chiesa armena cattolica, ndr) e l’elezione sia portata a termine a norma del canone 183, §§3 e 4”. Il secondo comma del medesimo canone 72 chiarisce che “Se l’elezione non si porta a termine entro quindici giorni, da computare dall’apertura del Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale, la cosa viene devoluta al Romano Pontefice”.
Se anche il Sinodo elettivo della Chiesa patriarcale armena cattolica dovesse registrare una nuova situazione di stallo, l’esito positivo dell’assemblea elettorale sarà comunque garantito dal ricorso a alcune deroghe, che dopo un certo numero di votazioni avvenute senza esito consentiranno di eleggere Patriarca il candidato che raggiunge la maggioranza assoluta (la metà più uno) dei voti espressi. Se l’impasse elettorale dovesse perpetuarsi, sarà eletto Patriarca il candidato che ottiene la maggioranza relativa dei consensi. Se infine i voti dei vescovi votanti dovessero concentrarsi in maniera assolutamente paritaria intorno a due candidati, diverrà Patriarca il vescovo più anziano per ordinazione sacerdotale. (GV) (Agenzia Fides 28/8/2021).

Armenia, maxi rissa in Parlamento tra opposizione e maggioranza (Corriere 26.08.21)

Sono intervenute le forze di sicurezza per portare via i protagonisti

In Armenia è scoppiata una maxi rissa in Parlamento, tra opposizione e maggioranza del governo del premier, Nikol Pashinyan. Il tema in discussione era la guerra contro l’Azerbaïdjan del 2020. Dai banchi dell’opposizione sono volate bottigliette d’acqua contro i deputati dell’altra fazione e da lì la bagarre. La seduta è stata interrotta, poi la maxirissa è stata sedata dall’intervento delle forze di sicurezza che hanno portato via i tutti protagonisti.

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