Barsamian: “Il cammino verso la comunione ha bisogno di nuovi servitori” (Vaticannews 22.01.22)

“Oggi il cammino comune è diventato ancora più essenziale”. Ad essere convinto che è proprio nell’attuale contesto storico e culturale che l’unità dei cristiani debba essere ricercata in un clima di maggiore collaborazione reciproca, è monsignor Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica a Roma. “Il mondo -spiega il religioso in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità che si concluderà il prossimo 25 gennaio- è pieno di sfide come guerre, conflitti religiosi, migrazioni, pandemie e povertà. Solo uniti possiamo affrontarle e rendere il mondo migliore”:

Ascolta l’intervista a monsignor Khajag Barsamian

Nel prossimo futuro, quali saranno le tappe necessarie per il proseguimento del cammino ecumenico?

Negli ultimi decenni, grazie proprio al movimento ecumenico, sono caduti numerosi muri che, nei secoli, erano stati innalzati fra tante chiese. Però il percorso è ancora lungo. Per esempio, c’è bisogno di formare una nuova generazione di servitori della Chiesa, sia religiosi che laici: dovranno essere aperti al dialogo e alla collaborazione con tutti i discepoli del Signore per il bene comune. Queste persone dovranno essere in grado di valorizzare ciò che ci unisce e di comprendere le differenze reciproche.

Il Papa ha spesso fatto riferimento alla necessità che questo cammino si compia dal basso, tra il popolo fedele di Dio. Quanto è necessaria questa condizione per l’unità?

La mia esperienza di 28 anni come arcivescovo della Chiesa armena negli Stati Uniti mi permette di confermare quanto sia importante coinvolgere i fedeli nelle iniziative ecumeniche fra varie chiese e confessioni cristiane come, ad esempio, preghiere, incontri e conferenze. La conoscenza ed il dialogo conducono alla stima delle reciproche differenze facendo crescere nella mente dei fedeli la consapevolezza che tutti siamo uniti dall’amore e dalla misericordia di Dio. Insomma, dobbiamo agire insieme in nome della comune fede.

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che stiamo vivendo, secondo lei può essere anche una buona occasione per il cammino sinodale che ha anch’esso una spiccata connotazione ecumenica?

Certamente. Papa Francesco, nel suo discorso pronunciato nella Divina Liturgia celebrata nella cattedrale di Etchmiadzin durante il suo viaggio apostolico in Armenia del 2016, ha sottolineato che l’unità delle Chiese non deve essere né sottomissione né assorbimento ma accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno. Questo è davvero uno spirito bellissimo.

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Russia-Armenia: colloquio telefonico tra Putin e Pashinyan su cooperazione in Csto (Agenzianova 22.01.22)

Mosca, 22 gen 11:01 – (Agenzia Nova) – Il presidente russo Vladimir Putin ha intrattenuta una conversazione telefonica con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. Secondo quanto riferito in una nota dal Cremlino, le due parti hanno discusso di una ulteriore cooperazione all’interno dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) nell’ambito della presidenza di turno armena dell’organizzazione. “Su richiesta di Nikol Pashinyan, il presidente russo ha fornito una breve panoramica dell’andamento dei negoziati con gli Stati Uniti e i loro alleati sulle garanzie di sicurezza della Russia”, ha aggiunto il Cremlino nella nota. Inoltre Putin e Pshinyan hanno discusso dell’attuazione degli accordi sulla demarcazione del confine armeno-azerbaigiano. “Sono stati presi in considerazione gli aspetti pratici dell’attuazione degli accordi stipulati nelle dichiarazioni trilaterali dei leader di Armenia, Azerbaigian e Russia, del 9 novembre 2020, dell’11 gennaio e del 26 novembre 2021, comprese le questioni relative alla delimitazione e demarcazione del confine armeno-azerbaigiano”, si legge nella nota. Infine durante la conversazione telefonica, i due leader hanno convenuto sulla necessità del proseguimento dei lavori della co-presidenza del Gruppo Osce di Minsk, composto da Russia, Stati Uniti e Francia, sulla questione del Donbass. (Rum)

Tra Ankara e Erevan un negoziato che fa comodo a tutti (Asianews 21.01.22)

A Mosca si è svolto il primo round dei colloqui a cui presto potrebbe seguirne un secondo probabilmente in Turchia. La pace farebbe uscire l’Armenia da un isolamento economico che l’ha resa l’ex repubblica sovietica più povera del Causaso, Erdogan ha bisogno di un successo di fronte al crollo della lira turca, il Cremlino vedrebbe accresciuta la sua reputazione in campo diplomatico. Il nodo del riconoscimento del Genocidio degli armeni.

Milano (AsiaNews) – Turchia e Armenia fanno pace? Potrebbe essere la volta buona. A patto che si riescano ad aggirare gli ostacoli più spinosi e ci guadagnino tutti il giusto. Sta di fatto che il primo round di negoziati avvenuto a Mosca a metà gennaio potrebbe essere presto seguito da un secondo, pur con tutte le difficoltà e le polemiche, soprattutto da parte di Ankara, che avrebbe voluto regolare (diplomaticamente) i conti con Erevan autonomamente, senza il bisogno della Russia.

E invece il Cremlino c’è eccome e non intende certo lasciarsi scappare un’occasione d’oro per aumentare le sue quotazioni sull’arena internazionale e il suo peso nel Caucaso.

Le relazioni diplomatiche fra Armenia e Turchia sono interrotte dal 1993, da quando Ankara ha chiuso il suo confine in seguito alla guerra fra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, regione a maggioranza armena, ma in territorio azero. Tensioni che si sono ripetute periodicamente in questi anni e che nel 2020 sono sfociate in un conflitto dove l’appoggio della Turchia a Baku è stato determinante.

Da quel momento, il Caucaso è diventato ancora più instabile. Mosca rischia di perdere la sua naturale preminenza e ha capito che, in questo momento, per motivi diversi, una mediazione riuscita farebbe comodo a tutti.

L’Armenia uscirebbe da un isolamento economico e commerciale che l’ha resa di fatto l’ex repubblica più povera del Caucaso meridionale. La Turchia verrebbe riabilitata agli occhi della comunità internazionale e potrebbe ricavarne opportunità interessanti, soprattutto nel campo delle infrastrutture, operando in un Paese che è ancora arretrato sotto molti aspetti. Rimane, enorme, il punto di domanda sul riconoscimento del Genocidio Armeno del 1915, operato ai tempi dell’Impero ottomano con un bilancio di almeno un milione di morti e che Ankara si è sempre rifiutata di riconoscere, anche, forse soprattutto, per motivi economici.

Ma, sulla carta, a guadagnarci più di tutti, sarebbe Mosca. Infatti nella capitale russa i toni sono quelli di chi ha già la vittoria in tasca. Il Cremlino vedrebbe accresciuta enormemente la sua reputazione in campo diplomatico e si aggiudicherebbe una posizione egemone nelle rotte commerciali che si apriranno automaticamente nella regione.

La prospettiva, ad Ankara, va decisamente di traverso. La Turchia ha inviato a Mosca un diplomatico di alto profilo come Serdar Kiliç, già ambasciatore negli Stati Uniti, uomo di fiducia del Ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu. Segno che il governo turco in questa possibilità crede ed è pronto a investire quanto necessario. Rimane il fatto che nei corridoi del potere, c’è non poco fastidio per un negoziato, le cui fila vengono dirette da Mosca, ma che avrebbe dovuto essere condotto a due. Quindi, se l’evento inaugurale di questi negoziati si è tenuto nella capitale russa, il prossimo step sarà in uno dei due Paesi, preferibilmente la Turchia, dove il presidente Erdogan ha seri problemi di consenso dovuti alla svalutazione della lira turca e un’iniezione di consenso gli farebbe solo comodo.

Questo, sulla carta. C’è poi chi pensa che questa operazione di mediazione, alla fine, potrebbe ritorcersi contro Mosca. Ali Askerov, professore associato e a capo del Dipartimento di Conflict Studies all’Università del North Carolina-Greensboro, ritiene che la mediazione fra Turchia e Armenia sia ‘possibile’, ma che poi le relazioni fra entrambe le parti prenderanno un loro percorso autonomo, fuori dal controllo di Mosca che, quindi, potrebbero evolversi in modo diverso da quanto previsto dal Cremlino.

“Ragionando in termini di real politik – spiega il prof. Askerov ad AsiaNews – se Turchia e Armenia trovano un compromesso da cui entrambe le parti sono in grado di guadagnare in modo più o meno bilanciato, allora la Russia alla fine potrebbe essere la parte che ci perde di più. Potrà sviluppare nuove sinergie, ma senza governare il processo di normalizzazione e le opportunità che ne conseguono”.

Mosca, insomma, l’avrebbe fatta un po’ troppo facile. E le relazioni con la Turchia, alleato di convenienza, ma con il quale le tensioni non sono poche, potrebbero essere sottoposte a nuovi stress. Tutto dipende da come evolverà la situazione in Caucaso.

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L’eredità degli armeni (Il Manifesto 21.01.22)

Sono passati quindici anni dal 19 gennaio 2007 e l’assassinio di Hrant Dink, fondatore e direttore di Agos, il giornale istanbuliota pubblicato in turco e armeno.

Nel Paese la memoria del giornalista è ancora molto viva tra la minoranza armena e gli ambienti progressisti e di sinistra, tanto da unire allora come oggi migliaia di persone intorno allo slogan «Hepimiz Hrant’ız, Hepimiz Ermeniyiz» (siamo tutti Hrant, siamo tutti armeni).

Sulla memoria ed eredità culturale di Dink e sulla realtà della minoranza armena di Turchia, abbiamo intervistato lo scrittore turco-armeno Hayko Bagdat, per anni collaboratore di Agos. Dal 2016 vive in esilio a Berlino, dopo aver lasciato la Turchia a seguito di pesanti minacce e forti pressioni.

Come sei venuto in contatto con Hrant Dink e il giornale Agos?

Ho conosciuto Dink attraverso la mia attività in radio. Negli anni ho avuto poi l’opportunità di conoscerlo meglio collaborando con il quotidiano nazionale Agos. Dopo il suo assassinio, circa un anno dopo, nel 2008, mi sono attivato insieme ad altre persone e abbiamo fondato il gruppo «gli amici di Hrant». L’obiettivo era quello di seguire il processo, organizzare manifestazioni, stare vicino alla famiglia ed essere presenti nelle aule del tribunale.

Che cosa rappresentava Hrant per te?

Per un armeno di sinistra come me, Dink era come una sorta di «sorgente di luce». Con il suo impegno ha esortato tutta la Turchia e il popolo armeno a conoscere ogni singolo dettaglio degli eventi legati al genocidio. Con lui gli armeni hanno acquisito più visibilità. Sciaguratamente, insieme al suo assassinio è stata uccisa anche la nostra energia ed è stata strozzata ogni speranza.

Hrant Dink (Foto: Ap)
Hrant Dink (Foto: Ap)

Come sono andate le cose dopo la morte di Hrant?

I primi tempi, subito dopo la morte di Dink, non sono stati semplici. Vi faccio un esempio: in onore del suo assassino, un musicista turco ha composto un brano, divenuto popolare e canticchiato tra i poliziotti all’esterno dei tribunali durante le fasi del processo. Un esempio evidente di come l’uccisione di Dink avesse ucciso anche la possibilità di convivenza tra i popoli della Turchia. Se osserviamo bene come sono andate le cose possiamo dire che dopo la morte di Dink non solo in Turchia ma in tutto il Medio Oriente le dinamiche sono cambiate in peggio.

Negli anni che separano l’uccisione di Dink dalla rivolta popolare di Gezi nel 2013, la speranza che la democrazia in Turchia non fosse morta e che avremmo ottenuto un giusto processo e una verità giudiziale era ancora viva. Ma dopo Gezi e dal fallito golpe del 2016 vivere in Turchia è diventato molto difficile e la mancanza di democrazia è diventato un problema di tutti. Per anni ho ricevuto minacce di morte e girato con la scorta della polizia. Da dicembre 2016 vivo in Germania, in esilio, ma anche qua ricevo periodicamente minacce e ho dovuto chiedere la protezione delle autorità.

La minoranza armena in Turchia ha delle scuole e qualche rappresentate in parlamento. Verrebbe da dire che tutto sommato c’è un po’ di spazio?

È vero, in Turchia abbiamo il diritto all’istruzione in lingua armena ma questo è un diritto garantito, anche con la spinta degli europei, attraverso il trattato di Losanna (1923). Anche dopo questa convenzione, noi armeni e cristiani, abbiamo continuato a convivere con numerosi problemi. Il genocidio, l’allontanamento di persone e altre problematiche non sono né state affrontate, né risolte. Oggi, per esempio, curdi e aleviti hanno grossi problemi di riconoscimento dei propri diritti e identità. La Turchia è oggi il Paese in cui sono stati uccisi più cristiani nel mondo. Tuttora gli armeni e i non musulmani sono percepiti come una minaccia per la sicurezza nazionale dal governo e dalla maggioranza della popolazione.

Durante il recente conflitto armeno-azero abbiamo assistito a un crescente odio nei media e diversi sono stati gli episodi di violenza contro la minoranza armena di Turchia. Nel parlamento turco ci sono stati e ci sono dei parlamentari armeni sia nel partito di maggioranza, sia in quelli d’opposizione. Questi deputati hanno portato avanti importanti lavori. Penso che la loro presenza sia stata utile, tuttavia è come se fossero dei pesciolini colorati di un grande acquario. Soltanto nel caso dell’Hdp posso affermare che la presenza armena sia stata determinante e in un certo senso protagonista. In questo partito gli armeni hanno un rappresentante nel parlamento ma tantissimi sono quelli che lavorano nell’organizzazione in modo attivo con ruoli determinanti.

L’eventuale ripristino delle relazioni tra Turchia e Armenia potrebbe rappresentare un nuovo inizio?

Oggi le relazioni tra Ankara e Yerevan sembrano in fase di miglioramento. Sono convinto che la situazione attuale sia la conseguenza di una serie di nuove dinamiche e di mutamenti che stanno interessando la regione. La risoluzione del problema legato al Karabakh apre uno scenario più sereno. Il ripristino delle relazioni e l’eventuale riapertura delle dogane nascono da una serie di necessità commerciali vitali che interessano sia l’Armenia che la Turchia. Per la pace e il dialogo non avrei mai voluto che la regione pagasse un conto così salato. Non sono assolutamente contro la riapertura delle dogane, anzi, spero davvero che possa essere un elemento di normalizzazione.

Cosa pensi di Agos?

Il quotidiano Agos oggi continua a lottare e resistere come una fortezza. Penso che sia uno degli organi di stampa più importanti della Turchia e, malgrado le numerose minacce e pressioni, continua a lavorare molto bene. Sono un amico di Agos e insieme si deve lavorare per renderlo ancora più grande, produttivo e solido.

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Il documentario. «La memoria non basta»: la pace come sforzo collettivo

«Hafiza Yetersiz» (Memory Too Low For Words) è il nuovo documentario del regista e giornalista Umit Kivanç. Un’opera che sa di Vertov e a tratti di Einzenstein, interamente dedicata al giornalista armeno Hrant Dink.

«La memoria non basta» – questo il senso in italiano – è un lavoro che include diversi passaggi estratti dai numerosi interventi pubblici di Dink e arricchito da tante immagini d’archivio e inedite. «Io non vivo nella diaspora, vivo nelle terre dove hanno vissuto i miei antenati da tremila anni», è una delle prime dichiarazioni di Dink che aprono il documentario. Una frase che si scaglia contro la percezione che in ambienti nazionalisti turchi si ha degli armeni, spesso considerati come degli «ospiti» o degli «intrusi».

Dal documentario emerge l’analisi di Dink sulla dicotomia irrisolta tra la paranoia dei turchi e il trauma degli armeni. «Non c’è altra soluzione, gli armeni e i turchi devono vivere insieme e in pace. Dobbiamo risolvere da noi i nostri problemi. Dobbiamo costruire una memoria collettiva e per farlo è necessario che le informazioni possano circolare liberamente e la libertà di pensiero sia garantita».

L’ultima opera del regista Umit Kivanç si conclude con un’altra considerazione sul concetto di cittadinanza che approfondisce il pensiero di Dink in modo molto chiaro e onesto: «Sono un cittadino turco e voto ma i parlamentari eletti e pagati da me costruiscono delle politiche e usano un linguaggio contro l’immagine dell’armeno ogni giorno».

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La prima volta di Ankara e Yerevan

Venerdì 14 gennaio gli inviati speciali di Turchia e Armenia si sono incontrati per la prima volta a Mosca per normalizzare i legami tra i due Paesi. Il primo round di colloqui potrebbe portare all’instaurazione di relazioni diplomatiche e alla riapertura dei confini tra Turchia e Armenia, che non hanno relazioni diplomatiche e commerciali dal crollo dell’Unione Sovietica e l’indipendenza armena, nonostante un accordo di pace raggiunto nel 2009 e mai ratificato.

L’inviato armeno Ruben Rubinyan e il suo omologo turco, Serdar Kilic, si sono incontrati «in un’atmosfera positiva e costruttiva» venerdì, hanno affermato i rispettivi ministeri degli esteri in una dichiarazione congiunta. Nonostante questo clima «positivo e costruttivo», il solco che separa Ankara da Yerevan è ancora molto profondo. Molto dipenderà se la questione genocidio sarà o meno affrontata, tema sul quale la diaspora armena gioca sicuramente un ruolo decisivo negli equilibri internazionali.

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Sant’Ireneo sarà il 37esimo dottore della Chiesa. Perchè è stato scelto lui? (Aleteia 21.01.22)

Il Papa aveva già annunciato la sua intenzione di proclamare Sant’Ireneo dottore della Chiesa dandogli il titolo di “Doctor Unitatis” lo scorso 7 ottobre

Sant’Ireneo di Lione, teologo del II secolo che fu campione della lotta alle eresie gnostiche, è ufficialmente proclamato da Papa Francescodottore della Chiesa. La decisione è stata presa nell’udienza concessa dal Papa al Cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Il decreto del Papa

“Sant’Ireneo di Lione, venuto dall’Oriente, ha esercitato il suo ministero episcopale in Occidente: egli è stato un ponte spirituale e teologico tra cristiani orientali e occidentali. Il suo nome, Ireneo, esprime quella pace che viene dal Signore e che riconcilia, reintegrando nell’unità. Per questi motivi, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, con la mia Autorità Apostolica lo DICHIARO Dottore della Chiesa con il titolo di Doctor unitatis. La dottrina di così grande Maestro possa incoraggiare sempre più il cammino di tutti i discepoli del Signore verso la piena comunione”.

L’annuncio del 7 ottobre

Il Papa aveva già annunciato la sua intenzione di proclamare Sant’Ireneo dottore della Chiesa dandogli il titolo di “Doctor Unitatis” lo scorso 7 ottobre, incontrando il gruppo misto di lavoro cattolico ortodosso che prende proprio il nome del Santo.  (Aci Stampa, 20 gennaio).

saint Irénée
Sant’Iréneo.

Filosofo dell’Asia Minore

Nato in Asia Minore intorno al 130 e morto a Lione verso il 202. Teologo, scrittore cristiano di lingua greca. I dati biografici di Ireneo provengono, per la maggior parte, dalle sue stesse opere. Originario dell’Asia Minore, ricevette in Oriente un’ottima formazione religiosa, filosofica e teologica alla scuola di Policarpo, di Papia e di Melitone.

Vescovo a Lione

Sembra che sia stato per un certo periodo anche a Roma. Lo troviamo comunque verso il 177 a Lione, in Gallia, la cui comunità lo invia a Roma presso il vescovo Eleuterio per portargli la Lettera dei martiri di Lione. Non si sa precisamente quando divenne vescovo di Lione; in ogni caso al suo ritorno da Roma è il successore di Potino. Sembra che sia morto martire durante la cosiddetta persecuzione di Settimo Severo; però la notizia del suo martirio e tardiva.

Le due opere di Sant’Ireneo

Le opere di Ireneo a noi giunte sono due: la prima intitolata Adversus haereses (Contro le eresie), conservataci intera solo in una traduzione latina di carattere letterale e, per quando riguarda alcuni libri, in traduzione armena e siriaca. Vi sono anche numerosi frammenti greci. Essa ha come scopo “lo smascheramento e la confutazione della falsa gnosi” (come indica il titolo greco).

La seconda invece, cioè la Esposizione della predicazione apostolica, di cui solo nel 1904 è stata ritrovata una traduzione armena, è un breve compendio della fede cristiana con carattere catechetico. E’ considerato anche il più antico catechismo della dottrina cristiana (Aleteia, 19 luglio 2019).

37esimo dottore della Chiesa

Sant’Ireneo, scrive ancora Aci Stampa, sarà il 37esimo Santo ad essere riconosciuto dottore della Chiesa, un titolo emerso per la prima volta nel corso dell’Alto Medioevo, che viene conferito per aver mostrato tre qualità: essere una persona di eminente cultura (eminens doctrina). Cioè mostrare un marcato grado di santità nella vita (insignis vitae sanctitas); essere riconosciuta per tali qualità da una dichiarazione della Chiesa (ecclesiae declaratio).

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L’ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede ha scritto a FarodiRoma per replicare al suo omologo azero (Farodiroma 20.01.22)

“A più di un anno dalla fine della guerra di aggressione di 44 giorni, l’Azerbaijan continua a ignorare apertamente i suoi impegni

internazionali e gli obblighi del diritto umanitario internazionale. Le autorità azerbaijane continuano a detenere illegalmente più di cento prigionieri di guerra e civili armeni. Ignorando l’attuazione delle
misure provvisorie della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte internazionale di giustizia, l’Azerbaigian continua a nascondere il numero reale dei prigionieri di guerra e civili armeni, mettendoli a
rischio di scomparsa forzata”. Lo sostiene l’ambasciatore dell’Armenia presso la S. Sede
Garen A. Nazarian che commenta recenti affermazioni del suo omologo azero, Rahman Mustafaye, riportate da FarodiRoma.

Secondo il rappresentante dell’Armenia, non si può comunque ignorare il dato dell’”invasione da parte delle truppe azerbaijane nel territorio sovrano dell’Armenia”.

Per quel che riguarda l’invito della parte azerbaijana alla Santa Sede a fare da “ponte”, inoltre, “deve essere ricordato all’ambasciatore che il suo governo, e in particolare il suo capo di stato, ha totalmente ignorato i numerosi appelli fatti in precedenza da Sua Santità Papa Francesco a da altri leader mondiali per fermare la guerra scatenata contro la popolazione pacifica dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) nell’autunno del 2020 dall’Azerbaijan con il coinvolgimento diretto della Turchia e dei combattenti terroristi e jihadisti stranieri giunti da vari punti
caldi del Medio Oriente”.

“Curiosamente – osserva il diplomatico armeno nella sua lettera a FarodiRoma – la visita della delegazione azerbaijana in Vaticano ha coinciso con il 32° anniversario dei _pogrom_ di massa contro gliarmeni che ebbero inizio a Baku nel gennaio del 1990. Come è noto questi crimini furono il culmine della politica di annientamento e dello sfollamento forzato della popolazione armena che viveva nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaijan. Tra la popolazione armena centinaia furono gli uccisi, i mutilati e coloro che sparirono alla fine di una interminabile settimana di sanguinose atrocità di massa.

Questi massacri, per cui mezzo milione di armeni divennero rifugiati, completò
quel processo di annientamento degli Armeni dall’Azerbaijan. La costante negazione dei massacri di Baku e degli altri crimini contro gli armeni, la glorificazione dei loro ideatori, l’incessante istigazione all’odio
contro gli armeni sono ancora politica di stato nel cosiddetto Azerbaijan ‘multiculturale e tollerante’. Continua a manifestarsi sotto
forma di espressioni d’odio e politica aggressiva nei confronti e dell’Artsakh, rappresentando una minaccia alla pace e
alla stabilità della nostra regione”.

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L’Ambasciatore armeno presso la Santa Sede replica alle recenti affermazioni del suo omologo azero. La memoria corta dei governanti azeri… (Korazym 21.01.22)


Diplomazia pontificia, il no all’aborto nell’UE e la crisi ucraina (Acistampa)

Pulizia etnica azera in Artsakh. Proposte armene per ridurre l’escalation al confine azero-armeno. Rischio di nuova guerra azera nel Nagorno-Karabakh. Prospettivi di sblocco del confine armeno-turco (Korazym 19.01.22)

In un’intervista con i media azeri, il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev ha espresso insoddisfazione per il fatto che la forza di pace russa stia creando ostacoli al deflusso degli Armeni dal territorio della Repubblica di Artsakh e stia usando vari mezzi per mantenere gli Armeni nell’Artsakh. Si tratta di una dichiarazione gravissima che evidenzia, ancora una volta, la volontà azera di “ripulire” il Nagorno-Karabakh dagli Armeni. A questa ennesima grave affermazione di Aliyev, ha risposto Gegham Stepanyan, il Difensore dei diritti umani della Repubblica di Artsakh.

Gegham Stepanyan, Difensore dei diritti umani della Repubblica di Artsakh.

Il Presidente dell’Azerbajgian Ilham Aliyev vuole la pulizia etnica in Artsakh

«Gli sforzi compiuti dalle forze di pace per ripristinare la vita pacifica nell’Artsakh causano insoddisfazione alle autorità azerbajgiane. Questa non è altro che una confessione della politica azerbajgiana di pulizia etnica degli Armeni nel territorio di Artsakh, deportando la popolazione armena e privandola della loro Patria. La politica di chiudere la questione appropriandosi dell’Artsakh, cambiando i dati demografici a favore degli Azeri non è nuova in Azerbajgian; ha guadagnato più slancio durante il governo del padre di Ilham Aliyev, Heydar Aliyev, in particolare negli anni ’70.

Nel 2002, in un’intervista con i media azerbajgiani, Heydar Aliyev dichiarò testualmente: “Allo stesso tempo, ho cercato di cambiare i dati demografici lì. Il Nagorno-Karabakh ha sollevato la questione dell’apertura di un’università lì. Qui [in Azerbajgian] tutti si opposero. Ho pensato e deciso di aprire. Ma a condizione che ci fossero tre settori: azero, russo e armeno. Ho aperto. Abbiamo inviato Azeri dalle regioni adiacenti non a Baku lì [Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh]. Abbiamo aperto una grande fabbrica di scarpe lì [Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh]. Non c’era forza lavoro nella stessa Stepanakert. Abbiamo inviato lì Azeri dai luoghi circostanti la regione. Con queste e altre misure, ho cercato di avere più Azeri nel Nagorno-Karabakh e di ridurre il numero di Armeni”.

In questo modo, la politica sistematica delle autorità azere di interrompere con ogni mezzo la vita pacifica nell’Artsakh, di violare i diritti umani fondamentali, di creare un’atmosfera di paura e disperazione, mira a chiudere la questione dell’Artsakh. Questo è ciò a cui mirano i dati completamente falsi e manipolatori di Ilham Aliev sul numero di Armeni che vivono in Artsakh. In varie dichiarazioni e interviste, presenta deliberatamente dati che non hanno nulla a che fare con la popolazione reale di Artsakh. Che, tra l’altro, sono state più volte smentite dai dati forniti dalla parte russa.

Attiro l’attenzione dei rappresentanti dei circoli politici ufficiali di diversi Paesi, della comunità dei diritti umani, delle organizzazioni internazionali, esorto a non cedere alle manipolazioni azerbajgiane, a visitare l’Artsakh o ad utilizzare fonti oggettive per avere informazioni chiare e informazioni imparziali su Artsakh».

La politica di Baku di promuovere l’odio verso gli Armeni e incoraggiare le uccisioni, ha una cronologia chiara, ha dichiarato Gegham Stepanyan, Difensore dei diritti umani della Repubblica di Artsakh.

«32 anni fa, dal 13 al 19 gennaio 1990, con l’esplicito permesso e il sostegno delle autorità azere, fu compiuto a Baku un massacro sistematico e massiccio della popolazione armena. Durante la settimana, a seguito di queste atrocità, centinaia di Armeni sono stati uccisi, centinaia di migliaia di armeni sono rimasti indigenti e sottoposti a tortura. La popolazione armena di Baku e di altre città, sotto la diretta minaccia della loro esistenza fisica, è stata costretta reinsediarsi e, come rifugiati, trovare rifugio in Artsakh, in Armenia e in altri Paesi del mondo, non ha mai ricevuto lo status e il sostegno internazionale.

Per molti anni, il patrimonio culturale armeno in questi territori è stato oggetto di atti vandalici e profanazioni, e il loro valore storico e significato sono stati distorti dalle autorità azere, adattandoli alle loro opportunità politiche. L’attuazione, l’incoraggiamento e l’esaltazione degli omicidi degli Armeni da parte delle autorità dell’Azerbajgian, purtroppo già da parte della società azerbajgiana, è sistematica, su larga scala, ha una cronologia chiara: il massacro di Baku nel 1905 e nel 1918, a Sumgayit nel febbraio 1988, a Gandzak-Kirovabad nel novembre dello stesso anno, negli anni ’90 ancora a Baku e Maraga, la glorificazione di Ramil Safarov, che uccise Gurgen Margaryan con un’ascia nel 2004. Le uccisioni di civili e le torture soldati armeni durante la guerra di aprile del 2016 e l’aggressione azero-turca nel 2020 sono prove inconfutabili della politica sistematica di promozione dell’odio anti-armeno e delle sue conseguenze. A causa di molti anni di avvelenamento della società da parte delle autorità, l’intolleranza, l’odio e la sete di uccidere gli Armeni, il vandalismo contro il patrimonio culturale armeno e la profanazione dei monumenti in Azerbajgian sono diventati non solo politica statale, ma anche nazionale. Questo è un fatto contro il quale l’urgenza di agire è sancita dalla decisione della Corte internazionale di giustizia.

Sotto i falsi slogan di stabilire la pace nella regione, le autorità azere continuano a commettere violazioni diffuse e su larga scala dei diritti degli Armeni di Artsakh, creando un’atmosfera di paura e disperazione con vari metodi, sconvolgendo la vita normale in Artsakh, isolando la gente di Artsakh dal mondo. Ci sono molti materiali che confermano i crimini commessi contro gli Armeni dall’Azerbajgian, ma è necessario uno sguardo imparziale e coraggioso per vedere tutto questo e dare una valutazione adeguata. Purtroppo, questi crimini non hanno ancora ricevuto una chiara valutazione giuridica da parte della comunità internazionale. Questa impunità è uno dei motivi principali per cui l’Azerbajgian si permette di violare palesemente le norme del diritto internazionale, di parlare con odio di un’intera nazione, senza timore di essere ritenuto responsabile».

Ararat Mirzoyan, Ministro degli Esteri della Repubblica di Armenia.

Yerevan ha preparato proposte volte a ridurre l’escalation della situazione al confine armeno-azero

Oggi, 19 gennaio 2020 il Ministro degli Esteri della Repubblica di Armenia, Ararat Mirzoyan ha detto in Parlamento che la parte armena ha preparato un pacchetto di misure volte ad attenuare la situazione al confine armeno-azero, riducendo le tensioni, aumentando la sicurezza e la stabilità e lo ha consegnato alla parte russa, e attraverso Mosca anche all’Azerbajgian . “Ora stiamo aspettando una risposta”, ha detto Mirzoyan. “Naturalmente non posso rendere pubblico i dettagli – ha aggiunto -. Posso solo dire che provengono dalle questioni costantemente sollevate dal Presidente del Consiglio di sicurezza sul ritiro speculare delle truppe e della creazione di ulteriori meccanismi di sicurezza – il nostro concetto generale, espresso in precedenza”, ha detto Mirzoyan. Ha aggiunto che questo pacchetto è stato presentato al Consiglio di sicurezza.

Il 14 gennaio scorso, il Ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergei Lavrov, in una Conferenza Stampa a seguito dei risultati delle attività della diplomazia russa nel 2021, ha affermato che la Russia trasmetterà all’Azerbajgian le proposte dell’Armenia in merito a una Commissione sulla delimitazione del confine tra i due Paesi, con la sua successiva demarcazione. “Proprio ieri ho parlato con il collega armeno che aveva nuove proposte, le stiamo passando a Baku. Vedremo come far funzionare [la Commissione] il prima possibile”, ha detto. “È ottimale creare questa Commissione includendo nella sua agenda questioni che devono essere affrontate in via prioritaria”, ha aggiunto Lavrov. Come ha osservato il Capo della diplomazia russa, Baku e Yerevan stanno avanzando le loro proposte per la creazione di una Commissione, ma su questo tema permangono disaccordi. “Per creare una Commissione è necessario prima di tutto mettersi d’accordo a quali termini. Queste condizioni sono attualmente in discussione. Ci sono discrepanze, – ha proseguito Lavrov. “La nostra posizione è semplice: dobbiamo sederci e, nell’ambito di una Commissione ufficialmente costituita, risolvere tutte quelle questioni che attualmente rimangono irrisolte”.

David Babayan, Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh.

Il Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh ritiene improbabile l’inizio di una nuova guerra nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh in questa fase

Nessuno può garantire, che non ci saranno nuove guerre nella zona del conflitto del Nagorno-Karabakh, ha affermato il Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh, David Babayan oggi, 19 gennaio 2022 durante una Conferenza Stampa a Stepanakert, quando gli è stato chiesto di valutare le minacce del Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev di scatenare un’altra guerra. Ma – ha proseguito il Capo della diplomazia dell’Artsakh – la possibilità di una guerra esiste, però in questo contesto è molto piccola. «Perché? In primo luogo, un attacco su larga scala all’Armenia – non intendo vari tipi di provocazioni organizzate dalla parte azerbajgiana al confine – significherà effettivamente un attacco all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva [un’alleanza militare creata il 15 maggio 1992 da sei Stati dell’allora Unione delle Repubbliche Socialistiche Sovietiche] e non può passare inosservato. Abbiamo assistito agli ultimi eventi in Kazakistan e al primo tipo di reazione di questo tipo da parte della OTSC. Cioè, un attacco all’Armenia significherebbe un attacco alla OTSC, cioè alla Russia. Questo per quanto riguarda l’Armenia, soprattutto se c’è anche il sostegno della Turchia. Per quanto riguarda l’Artsakh, come sapete, qui la pace e la stabilità sono mantenute, anche dal contingente russo di mantenimento della pace. Cioè, un attacco all’Artsakh significherebbe automaticamente un attacco al contingente di mantenimento della pace russo e, quindi, alla Russia. In questo contesto, sarebbe già un’altra guerra», ha detto il Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh.

Babayan ritiene che è improbabile che l’Azerbajgian lo capisca, ma – sulla base di quanto sopra, secondo Babayan – in questa fase è improbabile l’inizio di ostilità su larga scala. Allo stesso tempo, il Capo della diplomazia dell’Artsakh è convinto che se islamisti e panturchi raggiungessero i loro obiettivi in Kazakistan, allora la probabilità di iniziare un quarto di guerra sarebbe del cento per cento. «Ma ora questa probabilità è molto piccola», ha concluso.

Kiro Manoyan, Capo dell’Ufficio di Presidenza dell’Armenian Revolutionary Federation-ARF Dashnaktsutyun Hay Dat (Causa armena) per le questioni politiche.

Per l’ARF, secondo la logica esistente, la normalizzazione delle relazioni si concluderà con la dipendenza dell’Armenia dalla Turchia

Il fatto di nominare come Rappresentante speciale dell’Armenia nei negoziati con la Turchia un Ruben Rubinyan, piuttosto inesperto, soprattutto nel confronto con Serdar Kılıç (già ambasciatore della Turchia negli Stati Uniti, in Libano e in Giappone, nominato in dicembre 2021 Inviato speciale della Turchia per la normalizzazione delle relazioni con l’Armenia) dà l’impressione che in realtà sia già tutto concordato tra Yerevan e Ankara. Di conseguenza, i negoziati saranno puramente formali. Questo è il parere espresso ad ArmInfo da Kiro Manoyan, Capo dell’Ufficio di Presidenza dell’Armenian Revolutionary Federation-ARF Dashnaktsutyun Hay Dat (Causa armena) per le questioni politiche [*].

«In linea di principio, una differenza significativa nelle categorie di peso, la sconfitta dell’Armenia nella guerra non solo con l’Azerbajgian, ma proprio con la Turchia nell’autunno del 2020, determina già un certo atteggiamento di Ankara nei confronti di Yerevan. Il che dà alla figura del Rappresentante speciale armeno, nella migliore delle ipotesi, un significato di terz’ordine. I Turchi considerano la questione dell’Artsakh risolta, ma continuano a chiedere il “corridoio di Zangezur” [QUI], che è una continuazione della loro politica a lungo termine di precondizioni nei confronti dell’Armenia”», ha osservato Manoyan.

L’ARF considera la distruzione delle tesi politiche e degli obiettivi della diaspora armena negli Stati Uniti un obiettivo importante di Ankara nello sviluppo dei rapporti con Yerevan, che contiene un certo pericolo. Innanzitutto per la prospettiva della formazione da parte dei Turchi, con il supporto delle autorità armene, di ostacoli all’attività degli Uffici di Hay Dat (Causa armena) e di altre strutture politiche della diaspora. Manoyan prevede che se Yerevan si opporrà al lavoro di questi Uffici, diventerà molto più difficile per gli Armeni della diaspora di difendere i propri interessi. Questo si concluderà, secondo Manoyan, con un’ondata di malcontento non solo nella diaspora, ma anche nella stessa Armenia.

L’ARF non vede particolari vantaggi economici per l’Armenia dalla prospettiva di sbloccare il confine armeno-turco. Riferendosi alla ricerca e all’analisi degli esperti dell’ARF in questo settore, ha sottolineato che l’apertura del mercato turco ai prodotti armeni non finirà nel nulla. Innanzitutto per la necessità che le importazioni in Turchia rispettino gli standard europei. Mentre ci sono pochissimi prodotti del genere prodotti in Armenia. Anche se oggi nulla impedisce ai Turchi di esportare merci di qualsiasi qualità in Armenia.

Manoyan rileva un’altra minaccia nella componente economica della normalizzazione della relazione armeno-turco: l’espansione economica della Turchia in Armenia con la prospettiva di un’espansione politica. «Attraverso l’acquisto di oggetti strategicamente importanti per cui non ci sono restrizioni legislative in Armenia. Insieme al resto dei punti all’ordine del giorno, dopo aver precipitato l’Armenia nella dipendenza economica da loro, la Turchia e l’Azerbajgian sfrutteranno ogni opportunità per dettare i propri termini e politiche all’Armenia.

Dobbiamo capire la cosa principale: la Turchia non vuole vedere un’Armenia indipendente come un suo vicino a livello uguale. I Turchi stanno conducendo un processo con l’Armenia esclusivamente in una direzione: la formazione della dipendenza del nostro Paese da loro. Qualcosa di simile è già successo con la confinante Georgia. Questo per noi è un chiaro esempio. L’ARF non è assolutamente contraria all’instaurazione di normali relazioni con la Turchia, ma solo se Ankara non ha il desiderio di rendere l’Armenia dipendente dalla Turchia. I Turchi devono riconoscere il genocidio armeno, pagare un risarcimento e quindi fornirci garanzie che tali eventi non si ripetano più in futuro. Solo successivamente sarà possibile normalizzare le relazioni», ha concluso il rappresentante dell’ARF.

[*] La Armenian Revolutionary Federation-ARF (Federazione Rivoluzionaria Armena, in armeno: Hay Heghapokhakan Dashnaktsutyun-HHD), nota anche come Dashnaktsutyun o Dashnak, è un partito politico socialista e nazionalista armeno fondato nel 1890 a Tiflis, nell’Impero russo (oggi Tbilisi, Georgia). Oggi il partito opera in Armenia, Artsakh, Libano, Iran e nei Paesi dove è presente la diaspora armena. Sebbene sia stato a lungo il partito politico più influente nella diaspora armena, ha una presenza relativamente minore nell’Armenia moderna. A partire dall’ottobre 2021, il partito è rappresentato in tre parlamenti nazionali, con dieci seggi nell’Assemblea nazionale armeno, tre seggi nell’Assemblea nazionale di Artsakh e tre seggi nel parlamento libanese nell’ambito dell’Alleanza dell’8 marzo.

L’ARF ha tradizionalmente sostenuto il socialismo democratico ed è membro a pieno titolo dell’Internazionale Socialista dal 2003, a cui aveva aderito originariamente nel 1907. Ha la più grande adesione dei partiti politici presenti nella diaspora armena, avendo stabilito affiliati in più di 20 Paesi. Rispetto ad altri partiti armeni della diaspora, che tendono a concentrarsi principalmente su progetti educativi o umanitari, l’ARF è l’organizzazione più politicamente orientata e tradizionalmente è stata uno dei più strenui sostenitori del nazionalismo armeno. Il partito si batte per il riconoscimento del genocidio armeno e il diritto al risarcimento. Sostiene inoltre l’istituzione dell’Armenia unita, parzialmente basata sul Trattato di Sèvres del 1920 (il trattato di pace firmato tra le potenze alleate della prima guerra mondiale e l’Impero ottomano il 10 agosto 1920 nel Salone d’onore del Museo nazionale della ceramica presso la città francese di Sèvres, con la spartizione dell’Impero ottomano fra gli Alleati della Prima Guerra Mondiale).

Accogliendo favorevolmente l’apertura il 2 settembre 2021 l’apertura a Stepanakert dell’Ufficio della rete mondiale Hay Dat (Causa Armena), il Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh, David Babayan ha molto apprezzato l’attività pluriennale dell’Hay Dat finalizzata alla tutela degli interessi della Repubblica di Artsakh, al riconoscimento del genocidio armeno e alla risoluzione di varie questioni di rilevanza pan-armena. Poi, Babayan ha toccato le questioni di politica estera e gli attuali sviluppi geopolitici, rilevando in questo contesto l’importanza di preservare lo status di Artsakh come soggetto geopolitico e il processo del suo riconoscimento internazionale. Tra le precondizioni fondamentali per il successo, il ministro ha notato il lavoro adeguato e coordinato, il consolidamento delle relazioni tra Patria e Diaspora e la conservazione dell’Artsakh come uno dei valori supremi pan-armeno.

Foto di copertina: Siamo le nostre montagne (in armeno, Menq enq mer sarerè), il grande monumento a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, un piccolo fazzoletto di terra incastrato nelle montagne del Caucaso meridionale. Karabakh è una parola di origine turca e persiana che significa «giardino nero». Nagorno è una parola russa che significa «montagna». La popolazione di origine armena della Montagna del Giardino Nero preferisce chiamare la regione Artsakh, il nome antico armeno. Il monumento, completato nel 1967 da Sarghis Baghdasaryan, è significativamente considerato come il simbolo principale del Artsakh. Costruito in tufo, raffigura un uomo anziano ed una donna che emergono dalla roccia, a rappresentare la gente delle montagne del Nagorno-Karabakh Una delle caratteristiche principali è la poca definitezza della scultura. È conosciuta anche come Tatik yev Papik in lingua armena orientale e Mamig yev Babig in lingua armena occidentale, traducibile come Nonna e Nonno. Il monumento appare anche nello stemma della Repubblica di Artsakh.

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Roma-Mkhitaryan, 100 presenze e un rinnovo che si avvicina (Calciomercato 19.01.22)

Cento volte insieme. Henrikh Mkhitaryan domani contro il Lecce in coppa Italia raggiungerà un traguardo importante alla vigilia dei suoi trentatre anni.  Ancora da chiarire se sarà l’ultimo (da calciatore) nella capitale oppure no. Sembrava ormai alla sua ultima stagione in giallorosso vista la scadenza contrattuale a giugno e il rapporto con Mou. Ma proprio il nuovo ruolo a centrocampo gli ha consegnato una seconda giovinezza.  Sono dieci, infatti, le gare giocate di fila per intero dall’armeno in campionato dopo la panchina severa col Venezia. Anche contro il Cagliari Micki è stato tra i migliori in campo (anzi probabilmente il migliore) tagliando quota 99 presenze condite da 27 gol e 24 assist.

RINNOVO –  La scorsa estate il suo sembrava un addio scontato, ma dopo il confronto con Mou ha deciso di rinnovare per un’altra stagione. Senza impegno. Nel contratto del quasi 33enne non ci sono opzioni, come  un anno fa. Ma i rapporti tra la Roma e Mino Raiola sono talmente buoni che non ci saranno problemi in caso di unità di intenti. Mourinho conta molto sull’armeno e lo vorrebbe ancora in rosa. L’ingaggio non è di quelli bassi (4 milioni più bonus elevati) ma forse è tra i pochi a meritarlo attualmente. E poi si tratterebbe di un altro annuale. La famiglia di Mkhitaryan nella capitale si trova molto bene e qui ha visto la nascita del primo figlio Hamlet. La scelta di vita riguarda proprio il posto dove vivere perché per lui sarebbe pronto un posto da dirigente nel Krasnodar.

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A 15 anni dall’omicidio verità e giustizia per il ‘profeta’ Hrant Dink (Asianews 191.01.22)

Il giornalista e direttore di Agos è stato ucciso a colpi di pistola il 19 gennaio 2007. I contorni della vicenda restano oscuri, in un clima di impunità. L’appello dell’Associazione giornalisti turchi. Fonte di AsiaNews: uomo con una visione “profondamente cristiana e civile”, che ha creato “imbarazzo” alle parti in causa.

Istanbul (AsiaNews) – Giustizia e verità, mantenendo vivo il ricordo di un intellettuale appassionato e dalla visione “profondamente cristiana e civile”. É quanto chiedono i cristiani in Turchia, per i 15 anni dalla morte del giornalista di origine armena Hrant Dink, ucciso davanti alla sede di Agos, il quotidiano del quale era direttore, il 19 gennaio 2007. Il suo assassino, Ogun Samast, 17enne disoccupato al momento dell’omicidio, ha confessato il crimine e nel 2011 è stato condannato a 23 anni di galera. Inoltre, lo scorso anno il tribunale ha comminato altri quattro ergastoli, ma sull’intera vicenda e le reali responsabilità non si è ancora fatta davvero chiarezza.

Due anni prima dell’omicidio le autorità lo avevano processato per aver scritto del genocidio armeno del 1915, sempre negato dalla Turchia. Freddato con quattro colpi di pistola sparati a bruciapelo, la sua scomparsa aveva smosso le coscienze di molti cittadini e più di 100mila persone avevano partecipato alle sue esequie, riconoscendo l’opera di un cronista che aveva operato per la riconciliazione fra turchi e armeni. Nel gennaio 2021 è stato inaugurato un centro giovanile a Istanbul dedicato alla sua memoria e nei giorni scorsi hanno preso il via i colloqui fra rappresentanti di Erevan e Ankara nel difficile tentativo di raggiungere una pace “senza precondizioni”.

Nel quindicinale dall’assassinio, una fonte ecclesiastica di AsiaNews in Turchia, dietro anonimato, sottolinea con rammarico che “nessuno parla quasi più” di Hrant Dink e la sua morte. “In fondo – prosegue – è una personalità che ha creato imbarazzo alle parti in causa” con le sue prese di posizione nette, senza fare sconti. “Per me è stato un autentico profeta, un uomo con una visione profondamente cristiana e civile” in linea “col Concilio Vaticano II”. La fonte definisce “sconcertante” come anche “parte del mondo cristiano” lo abbia dimenticato, per questo suggerisce di “leggere un nuovo libro intitolato ‘L’inquietudine della colomba. Essere armeni in Turchia’”.

Fra le poche realtà che hanno fatto sentire la propria voce in questi giorni vi è l’Associazione giornalisti turchi (Tgc), che assieme al Consiglio della stampa ha diffuso un comunicato in cui ricorda che “siamo ancora in attesa di giustizia per Hrant Dink”. Egli è omaggiato per la sua strenua difesa “della pace universale” e la lotta “per la fraternità fra i popoli delle due nazioni, Armenia e Turchia”. In una nazione, prosegue la nota, in cui è ormai “ordinario” l’arresto dei giornalisti per il proprio lavoro viene ricordato una volta di più il valore “della libertà di stampa”. “Siamo tutti responsabili – prosegue – per l’eliminazione dei discorsi di odio nei media, per vivere in modo pacifico in una società in cui non vi siano razzismo e discriminazione”. Il Consiglio per la stampa ricorda infine che “le forze oscure” che hanno pianificato il suo assassinio sono tuttora segrete e impunite, per questo bisogna “fare piena luce” sulla vicenda e rendere giustizia alla sua memoria.

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Turchia-Armenia: dal 2 febbraio primi voli diretti (Ansa 19.01.22)

(ANSAmed) – ISTANBUL, 19 GEN – Il prossimo due febbraio inizieranno i collegamenti aerei diretti tra la Turchia e l’Armenia nell’ambito del processo di normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi recentemente avviato. Lo ha reso noto in un comunicato il ministero dei Trasporti di Ankara, secondo cui la compagnia turca Pegasus Airlines opererà tre voli alla settimana dall’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul alla capitale armena, Yerevan. Voli diretti dall’Armenia alla Turchia saranno gestiti dalla compagnia moldava FlyOne.

Il 14 gennaio si è tenuto a Mosca il primo incontro tra i rappresentanti diplomatici nominati da Ankara e Yerevan per guidare il processo di riconciliazione. “Le parti hanno trovato un accordo per portare avanti senza precondizioni il negoziato che punta alla piena normalizzazione”, ha fatto sapere il ministero degli Esteri turco in un comunicato, secondo cui il primo incontro tra i diplomatici si è svolto “in un clima positivo e costruttivo” e un nuovo incontro sarà presto organizzato.

Il negoziato in corso segue tentativi falliti negli ultimi 30 anni per tentare di normalizzare le relazioni diplomatiche, interrotte nel 1993 a causa del sostegno della Turchia all’Azerbaigian nella guerra contro l’Armenia per la regione contesa del Nagorno-Karabakh. La conquista di gran parte dei territori nell’area da parte di Baku con l’ultimo conflitto a fine 2020 ha modificato gli equilibri e creato le condizioni per un nuovo tentativo di riconciliazione tra Turchia e Armenia

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