Il Festival delle memorie a Ferrara estende gli orizzonti della riflessione a genocidi che hanno segnato la storia recente dell’umanità: di Armeni, Tutsi, Curdi, Sinti, Rom e Ebrei (Korazym 15.01.22)

In occasione del Giorno della Memoria 2022 [1] a Ferrara si svolgerà una settimana di incontri, approfondimenti, spettacoli, concerti, promossi dalla Fondazione del Teatro Comunale di Ferrara. Il Festival delle memorie è dedicato al ricordo dell’immane tragedia della Shoah, con uno sguardo nuovo e inedito, che estende gli orizzonti della riflessione ad altri genocidi, che hanno segnato la storia recente dell’umanità: degli Armeni, dei Tutsi e dei Curdi, dello sterminio nazista di Sinti, Rom e Ebrei.

Il programma del Festival delle memorie di Ferrara si articola in sei giornate che si svolgono nel Teatro Comunale C. Abbado in corso Martiri della Libertà 5. Per ogni Memoria è previsto un incontro pomeridiano al Ridotto del Teatro alle ore 17.30 e uno spettacolo o concerto serale nella Sala Teatrale alle ore 20.30. Tutte le conferenze al Ridotto saranno introdotte e coordinate dal Prof. Franco Cardini.

«Il primo anno del nuovo millennio ha conosciuto l’istituzione di una giornata della memoria con l’intento di ricordare i sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti sulla base di un preciso progetto pianificato tecnicamente con l’intento di cancellare l’esistenza fisica di tutta la popolazione ebraica dalla terra d’Europa. Il progredire della cultura della memoria ha determinato un allargarsi dell’orizzonte di indagine. Persone e altre genti di popoli che avevano subito stermini delle proporzioni di un genocidio, o di stragi di massa si sono affacciati al tribunale delle nazioni per chiedere giustizia e memoria riconosciuta per potere ritrovare il cammino della pace che si può aprire solo con il riconoscimento da parte di chi ospitò nel proprio corpo il morbo del crimine. Una parte dell’opinione pubblica ha scoperto che solo limitandosi al secolo breve l’umanità ha conosciuto il genocidio della Namibia, quello Armeno, lo sterminio nazista, le stragi di massa perpetrate dall’esercito imperiale giapponese in Manciuria e in altre aree asiatiche, i crimini staliniani, le stragi e le persecuzioni sistematiche del popolo curdo, il genocidio interno del popolo cambogiano, le stragi della ex Iugoslavia, il genocidio dei Tutsi, le persecuzioni degli Uiguri, dei Rohingia, del popolo Sarawi… Il Festival delle memorie non si fonda su alcuna ideologia, non vuole essere un tribunale, non si erge a giudice; il suo scopo è quello di dare un contributo artistico e culturale ad edificare una memoria universale per promuovere la pace e l’incontro fra le genti» (Moni Ovadia).

Il programma del Festival delle memorie che si terrà dal 25 al 30 gennaio 2022 presso il Teatro Comunale a Ferrara

Martedì 25 gennaio 2022 – Armeni

Ore 17.30 Ridotto del Teatro: conferenza sul genocidio armeno [2] a cura di Franco Cardini con Antonia Arslan e Aldo Ferrari

Ore 20.30 Teatro: concerto di Gevorg Dabaghyan, accompagnato da Grigor Takushian e Kamo Khachatryan

Gevorg Dabaghyan, nato nel 1965 in Armenia, insegna al Conservatorio Statale di Erevan. Dal 1991 ha intrapreso una carriera che lo ha portato a farsi apprezzare a livello internazionale e a collaborare con musicisti come Gidon Kremer, Jan Garbarek e Yo-Yo Ma che lo ha coinvolto nel suo progetto Silk Road (la Via della Seta). Su iniziativa del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, il Trio Dabaghyan è stato più volte in Italia, ospite ai festival di Musicarmena, al Ravenna Festival, all’Aterforum Festival di Ferrara, alla V Rassegna di Musica Contemporanea Est Ovest 2006 di Torino, al festival promosso dall’Associazione Suoni e Pause di Cagliari, alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia e in molti altri contesti festivalieri.

Nel 2005, il duduk (o dziranapogh in armeno) viene proclamato capolavoro rappresentativo della tradizione musicale armena all’interno del “Programma dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità” dell’Unesco, e quindi iscritto nel 2008 all’interno della nuova “Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”. Il duduk (considerato convenzionalmente come l’oboe armeno) è uno strumento popolare dal timbro caldo, leggermente nasale e dalla sonorità fortemente evocativa, che accompagna i canti e le danze di tutte le regioni dell’Armenia oltre che essere lo strumento privilegiato per i raduni matrimoniali o funerei. Il solista viene di solito accompagnato da un secondo suonatore di duduk che tiene continuamente il bordone grazie ad una tecnica di respirazione circolare e da un suonatore percussionista di dhol.

Gevorg Dabaghyan è il massimo specialista vivente di questo antichissimo strumento e fondatore di varie formazioni tra cui l’Ensemble Shoghaken, votato alla salvaguardia del ricchissimo patrimonio folkloristico armeno. Nel vastissimo repertorio di Dabaghyan ha grande rilievo anche la musica liturgica, parte fondamentale di una tradizione plurimillenaria caratterizzata dalle sue forti radici culturali cristiane, essendo l’Armenia la prima nazione che proclama il cristianesimo come religione di stato nel 301 d.C.

Mercoledì 26 gennaio 2022 – Curdi

Ore 17.30 Ridotto del Teatro: conferenza sul genocidio curdo a cura di Franco Cardini con Luigi Lucchi e Ylmaz Orkan

Ore 20.30 Teatro: concerto della cantante curda Aynour Dogan accompagnata da Caner Malkoc, Jeroen Vierdag, Ediz Enver Nehat e Xavier Torres

Il 16 marzo 2017, la cantante e compositrice Aynur Dogan, nota artista folk e icona culturale del popolo curdo, ha ricevuto il premio nella categoria Mediterranean Women in Action come riconoscimento della sua fedeltà alla tradizione curda. Il contributo di Aynur nel preservare le tradizioni orali popolari curde, interpretando il repertorio tradizionale e fondendolo con altri stili occidentali moderni, ha aperto una nuova strada verso questo stile Mediterraneo.

Nel corso degli anni Aynur Dogan è diventata una dei musicisti turchi più conosciuti e un’icona del popolo curdo. Il suo stile vocale e la sua produzione musicale vengono elogiati non solo dai media del suo paese ma anche dai media internazionali. I suoi album sono tra quelli più venduti del panorama folk curdo.

La musica di Aynur parte dai canti popolari tradizionali curdi, molti dei quali antichi di almeno 300 anni. Tutti i suoi testi parlano della vita e della sofferenza del popolo curdo e in particolare delle donne curde. Musicalmente mira a fondere la musica curda con la musica occidentale, venendo a creare così un proprio stile, interpretando repertorio tradizionale in modo moderno e fresco. Ha collaborato con un grande numero di artisti acclamati tra cui il violoncellista di fama mondiale YO-YO MA e con il Silk Road Ensemble, Kayhan Kalhor, Javier Limon, Kinan Azmeh, Mercan Dede, Salman Gambarov, Nerderland Blazers Ensemble e molti altri. Nel frattempo è apparsa come cantante nel film documentario di Fatih Akın “İstanbul Hatırası / Köprüyü Geçmek-Crossing the bridges” ed è apparsa anche in un film documentario su Yo-Yo Ma e il Silk Road Ensemble intitolato “The music of Strangers” diretto da Morgan Neville nel 2015.

Giovedì 27 gennaio 2022 – Sinti, Rom, Ebrei

Ore 10.00 Teatro: saluti del Prefetto Rinaldo Argentieri, del Sindaco Alan Fabbri e del Rappresentante della Consulta Provinciale degli Studenti – intervento del Prof. Andrea Baravelli

Ore 11.00 Teatro: spettacolo per le scuole Senza confini. Ebrei e Zingari con Moni Ovadia, clarinetto Paolo Rocca, fisarmonica Albert Florian Mihai, cymbalon Marian Serban, contrabbasso Petre Naimol e suono Mauro Pagiaro

Gli Ebrei e il popolo degli “uomini” per secoli hanno condiviso lo stesso destino. Il tratto comune che ha segnato la loro storia spesso tragica per colpa delle nazioni che li tolleravano o li perseguitavano, ma sublime per loro esclusivo merito, è stata la condizione di “altro”. Ebrei e Zingari è un piccolo ma appassionato contributo alla battaglia contro ogni razzismo. Ebrei e Zingari è un recital di canti, musiche, storie Rom, Sinti ed Ebraiche che mettono in risonanza la comune vocazione delle genti in esilio, una vocazione che proviene da tempi remoti e che in tempi più vicino a noi si fa solitaria, si carica di un’assenza che sollecita un ritorno, un’adesione, una passione, una responsabilità urgenti, improcrastinabili. Ebrei e Zingari è un’assunzione di responsabilità, la sua forma si iscrive nella musica e nel teatro civile, arti rappresentative e comunicative che possono e devono scardinare conformismi, meschine ragionevolezze e convenienze nate dalla logica del privilegio per proclamare la non negoziabilità della libertà e della dignità di ogni singolo essere umano e di ogni gente.

Ore 17.30 Ridotto del Teatro: conferenza a cura di Franco Cardini con Moni Ovadia, Marina Montesano e Djana Pavlovich

Ore 20.30 Teatro: spettacolo Senza confini. Ebrei e zingari

Venerdì 28 gennaio 2022 – Tutsi

Ore 17.30 Ridotto del Teatro: conferenza a cura di Franco Cardini con Yolande Mukagasana (rwandese, autrice del libro La morte non mi ha voluta) e Patrizia Paoletti Tangheroni

Ore 20.30 Ridotto del Teatro: proiezione del film Accadde in aprile (Raoul Peck, 2005)

Sabato 29 gennaio 2022 – Ebrei

Ore 12.00 Ridotto del Teatro: incontro a cura di Fabio Levi (Presidente del Centro Studi Internazionale “Primo Levi”) con la compagnia dello spettacolo Se questo è un uomo. Il regista Valter Malosti in dialogo con Carlo Boccadoro (compositore dei Tre madrigali dall’opera poetica di Primo Levi) e Domenico Scarpa (coautore della condensazione scenica dello spettacolo Se questo è un uomo)

Ore 18.00 Ridotto del Teatro: conferenza a cura di Franco Cardini con Moni Ovadia, Vittorio Bendaud, Stefano Levi della Torre

Ore 20.30 Teatro: Se questo è un uomo, spettacolo con Valter Malosti, dall’opera di Primo Levi (pubblicata da Giulio Einaudi editore) in occasione del 100° anniversario dalla nascita di Primo Levi (1919 – 1987). Condensazione scenica a cura di Domenico Scarpa e Valter Malosti, scene Margherita Palli, luci Cesare Accetta, costumi Gianluca Sbicca, progetto sonoro Gup Alcaro.

Tre Madrigali (dall’opera poetica di Primo Levi) Carlo Boccadoro, video Luca Brinchi e Daniele Spanò, in scena Valter Malosti, Lucrezia Forni e Giacomo Zandonà, cura del movimento Alessio Maria Romano, assistente alla regia e suggeritrice Noemi Grasso, assistente alle scene Eleonora Peronetti, assistente al suono Alessio Foglia, scelte musicali Valter Malosti, musiche di Oren Ambarchi, Johann Sebastian Bach, Ludwig Van Beethoven, Cracow Kletzmer Band, Morton Feldman, Alexander Knaifel, Witold Lutoslawski, Oy Division, Arvo Pärt, Franz Schubert e John Zorn. Madrigali eseguiti e registrati dai solisti dell’Erato Choir, soprani Karin Selva e Caterina Iora, contralto Giulia Beatini, tenori Massimo Lombardi e Stefano Gambarino, bassi Cristian Chiggiato e Renato Cadel, direzione musicale Massimo Lombardi e Dario Ribechi, direttore di scena Lorenzo Martinelli, capo macchinista Riccardo Betti, capo elettricista Umberto Camporeschi, fonico Fabio Cinicola/Luca Nasciuti/Sarta Eleonora Terzi, costruzioni sceniche Santinelli, scenografie foto di scena Tommaso Le Pera, illustrazione Pietro Scarnera.

Progetto realizzato in collaborazione con Centro Internazionale di Studi Primo Levi, Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Primo Levi, Polo del ‘900 e Giulio Einaudi Editore. L’attività è realizzata grazie al contributo concesso alla Biblioteca della Fondazione Teatro Comunale dalla Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero della Cultura.

La voce di Primo Levi è la voce che più di ogni altra ha saputo far parlare Auschwitz: la voce che da oltre settant’anni, con Se questo è un uomo, racconta ai lettori di tutto il mondo la verità sullo sterminio nazista. È una voce dal timbro inconfondibile, mite e salda: «Considerate che questo è stato». Nel centenario della nascita di Levi, il Direttore di Teatro Piemonte Europa Valter Malosti firma la regia e l’interpretazione di Se questo è un uomo, portando per la prima volta in scena direttamente la voce di questa irripetibile opera prima, che è il libro di avventure più atroce e più bello del ventesimo secolo: quella voce senza alcuna altra mediazione. Una voce che nella sua nudità sa restituire la babele del campo – i suoni, le minacce, gli ordini, il rumore della fabbrica di morte.

Domenica 30 gennaio – Ebrei

Ore 10.15 Ridotto del Teatro: La memoria rende liberi, a cura di Jazz Studio Dance

Ore 11.00 Ridotto del Teatro: presentazione del libro di Piero Stefani La parola a loro. Dialoghi e testi teatrali su razzismo, deportazioni e Shoah (Giuntina-2021) con Moni Ovadia, Amedeo Spagnoletto, letture di Magda Iazzetta, Fabio Mangolini e la partecipazione dell’Accademia Corale V. Veneziani

Ore 16.00 Teatro: Se questo è un uomo spettacolo con Valter Malosti

[1] Il Giorno della memoria cade ogni anno il 27 gennaio. In quel giorno del 1945, la 60ª armata dell’esercito sovietico abbatte i cancelli di Auschwitz, non molto distante da Cracovia e si trovava nei pressi di quelli che erano all’epoca i confini tra la Germania e la Polonia.

Alfred Hitchcock nel 1945 girò un documentario sulla Shoah all’interno di 10 campi di concentramento. Il documentario rimase però segreto fino al 1985, perché troppo crudo e drammatico. L’obiettivo era mettere la Germania davanti alle sue responsabilità, documentare l’orrore compiuto ma per mantenere gli equilibri nati dopo la fine del conflitto, si decise di non dargli visibilità. Il materiale fu trovato nel 1985 all’interno degli archivi di Stato inglesi ma sono stati necessari altri 20 anni affinché l’antropologo André Singer riuscisse a farne finalmente un documentario, Night will fall.

La giornata commemorativa, che è stata istituita in Italia nel 2000 (con la Legge 211) e in tutto il mondo nel 2005 (con la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunitasi il 1° novembre 2005, che ha proclamato, in occasione dei 60 anni dalla liberazione dei campi di concentramento di Auschwitz, il 27 gennaio Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime della Shoah). Nella Germania fu instituita nel 1996 e nel Regno Unito nel 2001.

In Italia si tratta di una commemorazione pubblica non soltanto della Shoah, ma anche delle leggi razziali approvate sotto il fascismo, di tutti gli Italiani, ebrei e non, che sono stati uccisi, deportati ed imprigionati, e di tutti coloro che si sono opposti alla “soluzione finale” voluta dai nazisti, spesso rischiando la vita. Soprattutto, non va considerata soltanto un omaggio alle vittime della Shoah, ma un’occasione di riflessione su una vicenda che ci riguarda tutti da vicino. Lo scopo è quello di non dimenticare mai questo momento drammatico del nostro passato di Italiani e di Europei, affinché, come dice la stessa Legge 211 “simili eventi non possano mai più accadere”. Come queste parole indicano chiaramente, non si tratta affatto di una “celebrazione”, ma del dover ribadire quanto sia importante studiare ciò che è successo in passato.

Nel corso della storia ci sono stati diversi tentativi di genocidio. Tra i più recenti c’è quello degli Armeni in Turchia durante la Prima guerra mondiale, quello compiuto dalla dittatura comunista in Cambogia a metà degli anni settanta, le terribili deportazioni di contadini volute da Stalin negli anni trenta, lo sterminio dei nativi americani, ecc. La parola genocidio indica la metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali. Lo stesso termine genocidio, tuttavia, è stato coniato per descrivere la Shoah, resa unica dal fatto che si trattò di un genocidio razionale, ben organizzato, che si avvaleva della tecnologia e di impianti efficienti per sterminare un popolo intero nel cuore dell’Europa, gli Ebrei.

Il termine genocidio è una parola coniata da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica, studioso ed esperto del genocidio armeno, introdotta per la prima volta nel 1944, nel suo libro Axis Rule in Occupied Europe, opera dedicata all’Europa sotto la dominazione delle forze dell’Asse. L’autore vide la necessità di un neologismo per poter descrivere la Shoah e i fenomeni di persecuzione e distruzione di gruppi nazionali, razziali, religiosi e culturali, in particolare alla ricerca di idonei strumenti, nel diritto internazionale, a garantire la tutela di tali gruppi. La parola, derivante dal greco “γένος” (razza, stirpe”) e dal latino “caedo” (uccidere), è entrata nell’uso comune e ha iniziato a essere considerata come indicatrice di un crimine specifico, recepito nel diritto internazionale a partire dal secondo dopoguerra e quindi nel diritto interno di molti Paesi. Il primo utilizzo del termine in ambito giudiziario avviene un anno dopo il lavoro di Lemkin durante il Processo di Norimberga celebrato a partire dall’autunno del 1945. Anche se non espressamente menzionata nella Carta di Londra, l’accordo stipulato dalle nazioni alleate per dar vita al Tribunale Militare Internazionale chiamato a giudicare i crimini commessi dalle forze dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, la parola genocidio è presente nell’atto di accusa degli imputati del 18 ottobre 1045, non come crimine specifico, ma come termine descrittivo seppur con riferimento ai crimini di guerra e non ai crimini contro l’umanità.

Ricordare e commemorare le vittime della Shoah non significa affatto trascurare altri genocidi, né tantomeno stabilire inutili “priorità” tra stermini e dolori di un popolo piuttosto che di altri popoli. Il giorno della memoria non è un omaggio alle vittime, ma semplicemente un riconoscimento pubblico e collettivo di un fatto particolarmente grave di cui l’Europa è stata capace, e a cui l’Italia ha attivamente collaborato. Nel 2001, il teorico e saggista Tzvetan Todorov ha scritto nel libro Memoria del bene, tentazione del male che “la singolarità del fatto non impedisce l’universalità della lezione che se ne trae”. Significa, che la memoria storica della Shoah non riguarda soltanto il popolo ebraico, ma l’intera umanità, perché da questi avvenimenti si possono trarre insegnamenti.

Affinché il ricordo della Shoah sia utile, la memoria non deve limitarsi soltanto all’indignazione e alla denuncia morale contro i crimini nazisti, sentimenti sicuramente giusti e naturali nei confronti di avvenimenti gravi e disumani. Perché la memoria abbia un senso, è soprattutto importante, prima di denunciare, capire ciò che accadde in Germania da un punto di vista storico.

[2] Il genocidio armeno è stato il primo caso moderno di persecuzione sistematica e di sterminio pianificato di un popolo per il quale è stata avviata da parte della comunità internazionale una analisi processuale sulle responsabilità individuali e politiche. Il genocidio armeno, inoltre, era stato preso ad esempio dallo stesso Lemkin per la definizione del crimine di genocidio.

La persecuzione nei confronti degli Armeni e delle popolazioni cristiane fu una costante nella storia dell’Impero ottomano inasprendosi soprattutto nel XIX secolo, e sfociò, al momento della sua dissoluzione, nel genocidio armeno propriamente detto, espressione alla quale ci si riferisce in particolare per i fatti accaduti tra il 1915 e il 1916.

Il genocidio che gli Armeni, da loro chiamato Medz Yeghern (Il Grande Crimine), viene commemorato il 24 aprile, data in cui nel 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli e a cui seguirono massicce deportazioni verso l’interno dell’Anatolia fino al massacro sistematico di una larga fetta della popolazione armena nei mesi successivi.

Il popolo armeno ha un’origine millenaria e fu tra i primi ad adottare il cristianesimo come religione di Stato. Proprio la loro affiliazione religiosa, in quella che poi diventerà una regione prevalentemente islamica, sarà un punto di contrasto con le popolazioni vicine, in particolare con gli Ottomani. A seguito della guerra russo-turca del 1878, il decadente impero turco cedette parte del Caucaso all’Impero russo, il quale, per destabilizzare maggiormente il nemico, si proclamò difensore dei diritti dei cristiani armeni. Così, con rinnovate pretese di autodeterminazione, i due milioni di cristiani-ortodossi presenti in Anatolia divennero una presenza molto scomoda per il Sultano Hamid. Il sogno di una nuova patria, indipendente dai Turchi e sotto il patrocinio dello Zar, presto mosse alcune rappresaglie, a cui Hamid rispose con grande ferocia, culminando nei Massacri hamidiani.

Massacri hamidiani (1895-1897) – Dopo la guerra russo-turca del 1877-1878, gli abitanti armeni di alcune zone dell’Impero, in particolare in Anatolia, si erano sollevati contro l’Impero ormai in declino con la richiesta che venissero applicate le clausole del Trattato di Berlino del 1878. L’art. 61 del Trattato, stipulato tra le potenze europee alla fine di un lungo periodo di ostilità terminato con la pace di Santo Stefano, impegnava l’Impero ottomano «a realizzare, senza ulteriori ritardi, i miglioramenti e le riforme richieste dai bisogni locali nelle province abitate dagli Armeni e a garantire la loro sicurezza contro i Circassi e i Curdi. Essa darà conto periodicamente delle misure prese a questo scopo alle Potenze, che ne sorveglieranno l’applicazione.» Inoltre il Trattato impegnava la Sublime Porta a garantire la libertà religiosa nel suo territorio. Si trattò di uno dei primi casi di coinvolgimento internazionale al fine di garantire i diritti e la salvaguardia di una minoranza etnica e religiosa minacciata. La repressione per soffocare la dissidenza armena, realizzata anche con il contributo dei Curdi e di altre minoranze musulmane, fu brutale. Simili eventi erano già avvenuti in passato contro il popolo armeno, ma in questa occasione la notizia dei massacri si diffuse velocemente in tutto il mondo, causando espressioni di condanna da parte di molti governi. Gli eccidi continuarono fino al 1897 quando il sultano Abdul Hamid II dichiarò chiusa e risolta la questione armena. In quel periodo inizio anche la confisca dei beni degli Armeni. La stima delle vittime durante la repressione varia da 80.000 a 300.000 morti a seconda delle fonti. La notizia dei massacri fu ampiamente riportata in Europa e negli Stati Uniti, provocando forti reazioni da parte dei governi stranieri e delle organizzazioni umanitarie. Il Sultano fu quindi costretto ad accettare l’intervento di una commissione mista composta da membri turchi e europei, con rappresentanti della Francia, dell’Impero russo e di quello britannico, il cui lavoro fu però ostacolato da tattiche diplomatiche, rivelandosi inutile ad accertare la verità sulle stragi.

Genocidio armeno (1915-1916) – Le deportazioni e le uccisioni di massa perpetrate dagli Ottomani sotto il governo dei Giovani Turchi ai danni della minoranza armena in maggioranza cristiana tra il 1915 e il 1916, causarono circa 1,5 milioni di morti secondo le stime più condivise. All’inizio degli anni venti del XX secolo vi furono i primi tentativi di organizzare tribunali penali internazionali per perseguire crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel corso del primo conflitto mondiale. In particolare il trattato di pace di Sèvres, firmato tra le nazioni vincitrici e l’Impero ottomano il 10 agosto 1920, obbligava i Turchi a consegnare alle potenze alleate «le persone la cui resa può essere richiesta da queste ultime in quanto responsabili dei massacri commessi durante la continuazione dello stato di guerra sul territorio che faceva parte dell’Impero turco il 1° agosto 1914». I responsabili dei massacri avrebbero dovuto essere processati da appositi tribunali istituiti dagli Alleati, salvo che nel frattempo la Società delle Nazioni non avesse creato un tribunale competente a giudicarli. Il trattato non entrò mai in vigore perché non riconosciuto dal nuovo governo guidato da Mustafa Kemal Atatürk che prese il posto di quello ottomano al termine della Guerra d’indipendenza turca che ridefinì i confini e lo status della moderna Turchia come repubblica. Ciò costrinse le potenze alleate a tornare al tavolo dei negoziati e alla sottoscrizione di un nuovo trattato di pace. Il Trattato di Losanna, firmato il 24 luglio 1923, annullava il trattato di Sèvres, stipulato peraltro con il non più esistente Impero ottomano, e non impegnava più la nuova Turchia sul tema della consegna dei responsabili dei massacri. La mancata applicazione del trattqto di Sèvres vanificò l’ipotesi di ricorrere al giudizio di un tribunale penale sovranazionale per lo sterminio del popolo armeno e rappresentò un fallimento della Società delle Nazioni. La questione rimase irrisolta e dimenticata per decenni fino agli anni settanta quando, in seguito alla invasione turca di Cipro, la comunità internazionale, a partire dagli Stati Uniti, iniziò a sfruttare la questione armena come mezzo di pressione politica nei confronti del governo di Ankara richiamandolo alle sue eventuali responsabilità per quello che iniziava a essere definito come “genocidio armeno”. Il primo paese a riconoscere come genocidio il massacro degli Armeni fu l’Uruguay nel 1965 a cui seguirono molti altri Stati, soprattutto europei e sudamericani, sino a una prima presa d’atto da parte del Parlamento Europeo con una risoluzione formale del 18 giugno 1987. Nel 2015, in occasione del centesimo anniversario, il Parlamento Europeo confermò con un’altra risoluzione il riconoscimento del genocidio armeno esortando la Turchia «a fare i conti con il proprio passato». Il problema armeno e il suo mancato riconoscimento da parte del governo turco come genocidio è sempre stato uno degli elementi di maggior frizione tra Ankara e gli altri Paesi. In particolare la procedura per un eventuale ingresso della Turchia nell’Unione Europea è stata frenata fino a rendersi impossibile proprio in virtù della mancata assunzione di responsabilità da parte delle autorità turche. In Italia il genocidio armeno è stato riconosciuto con una risoluzione della Camera dei deputati del 17 novembre 2000. In Francia il negazionismo sul genocidio degli Armeni, insieme a quello degli Ebrei, è considerato reato e punibile col carcere. Le Nazioni Unite non hanno mai riconosciuto esplicitamente il caso armeno come genocidio, ma in un documento della Sottocommissione per la prevenzione della discriminazione e la protezione delle minoranze del 2 luglio 1985, lo hanno affiancato ai grandi genocidi del XX secolo, paragonandolo alla Shoah e definendolo come «massacro ottomano degli Armeni nel 1915-1916».

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Lo storico incontro a Mosca per la riconciliazione tra Turchia e Armenia (Agi 14.01.22)

AGI – È previsto a Mosca un incontro tra delegati di Armenia e Turchia che potrebbe spianare la strada alla normalizzazione delle relazioni tra due Paesi che, sin dall’indipendenza di Erevan nel 1991, hanno vissuto violenti alti e bassi. Dall’incontro, in calendario il 14 gennaio, ci si aspetta che le due parti si confrontino sulla stesura di una road map che rafforzi la fiducia reciproca e ponga le basi per una storica normalizzazione, il tutto con la benedizione del Cremlino, che ha definito il riavvicinamento di Ankara e Erevan ‘positivo per il mondo intero’.

A creare ottimismo la nomina di Serdar Kilic da parte di Ankara. Diplomatico di di altissimo livello, Kilic è stato ambasciatore negli Stati Uniti. La delegazione armena sarà invece guidata da Ruben Rubinyan, vice presidente del Parlamento.

Ad avvelenare ogni tentativo di dialogo tra i due Paesi fino a oggi è la diversa posizione sui drammatici eventi del 1915 e il massacro degli armeni da parte delle truppe ottomane. Erevan chiede che i tragici fatti che segnarono il collasso dell’impero ottomano vengano riconosciuti come ‘genocidio’; termine da sempre ‘inaccettabile e contrario alla realtà della storia’ per Ankara, che sottolinea come in quei terribili giorni alla frontiera nord est della Turchia perirono anche tantissimi soldati turchi.

A complicare ulteriormente la missione dei delegati è stato il conflitto riesploso a fine 2020 nel Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian, durante il quale Ankara ha fornito sostegno non solo politico e diplomatico a Baku, ma anche militare e operativo attraverso l’invio di droni da guerra. Queste le premesse che hanno tenuto per decenni chiusi i confini dei due Paesi e congelate le relazioni diplomatiche.

Ankara ha riconosciuto l’Armenia all’indomani dell’indipendenza ottenuta nel 1991 e ha subito provato ad avvicinarsi a Erevan invitando delegati armeni a prendere parte al Forum per la Cooperazione Economica dei Paesi del Mar Nero. Una mossa esplorativa da parte di Ankara, per testare quanto fosse rimasto vivo il dolore del passato, alla luce della fine dell’impero ottomano e della diversa epoca storica.

A far saltare un avvicinamento allora facilitato dalle disastrose condizioni economiche dell’Armenia all’indomani dell’indipendenza fu l’occupazione da parte di milizie legate a Erevan di alcune aree del Nagorno-Karabakh nel 1993, fino ad allora appartenenti all’Azerbaigian.

In seguito all’occupazione Ankara, da sempre al fianco di Baku, sospese le relazioni commerciali, il confine venne chiuso e tra i due Paesi per anni vi furono solo provocazioni, gelo e silenzio. Un segnale di dialogo arriva nel 2005, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, premier all’epoca dei fatti, inviò una lettera al presidente armeno Robert Kocharyan, contenente la proposta di formare uan commissione di storici provenienti da entrambi i Paesi e aprire gli archivi ottomani per far luce una volta per tutte sui fatti del 2015. Kocharyan rifiutò e propose di instaurare un dialogo politico di alto livello. Risultato: i due Paesi rimasero fermi sulle rispettive posizioni.

Trascorsi tre anni, l’allora presidente turco, Abdullah Gul, chiamaò Serzh Sargsyan appena eletto presidente della Repubblica in Armenia. Si trattò della prima telefonata tra capi di Stato dei due Paesi, ma non solo. Sargsyan infatti invitò pochi mesi dopo Gul a Erevan per la partita tra le due nazionali di calcio, impegnate nelle qualificazioni per le fasi finali dei mondiali. Passarono altri sei mesi e l’invito venne ricambiato da Gul, che ospitò Sargsyan per il match di ritorno in Turchia. Gul diviene il primo presidente turco a visitare l’Armenia dall’indipendenza, Sargsyan il primo presidente armeno a mettere piede in Turchia.

Gli incontri spianarono la strada a 2 protocolli siglati nel 2009 a Zurigo tra i due Paesi, in cui si stabilì una road map che avrebbe dovuto portare a una normalizzazione mai poi avvenuta. Il primo passo previsto era ka riapertura dei confini entro due mesi dalla firma e la formazione di diversi tavoli di dialogo che avrebbero dovuto porre le basi per la collaborazione tra i due Paesi in diversi ambiti.

Tuttavia mentre i protocolli venivano discussi e ratificati dal parlamento di Ankara, in Armenia finivano al vaglio della Corte Costituzionale a seguito di numerosi ricorsi presentati da partiti nazionalisti e dalle associazioni di armeni della diaspora residenti all’estero. Il parere negativo della Corte Costituzionale su alcuni dei presupposti dei protocolli costrinsero Sargsyan a sospendere la ratifica dei protocolli. Il confine rimase chiuso e tutto terminò in un nulla di fatto.

Ultimo capitolo delle travagliate relazioni tra i due Paesi è stato il conflitto in Nagorno Karabakh, irrisolto per anni e riesploso a fine settembre 2020 e proseguito fino al 10 Novembre, quando Mosca si fece garante di un accordo che impose il ritiro delle forze filo armene in territori internazionalmente riconosciuti come appartenenti all’Azerbaigian.

Ankara ha sempre sostenuto Baku con ogni mezzo e all’indomani della fine del conflitto nel Caucaso Erdogan, soddisfatto di un esito che ha segnato una sostanziale vittoria per l’Azerbaigian, è tornato a tendere la mano a Erevan offrendo di riaprire i confini “per il bene di entrambi i Paesi”. Il premier armeno Nikol Pasinyan ha definito ‘positivi’ i segnali provenienti da Erdogan e annunciato che in questo stesso mese sarà abolito l’embargo nei confronti delle importazioni turche.

Quello con l’Armenia è un avvicinamento al quale Erdogan ha in realtà sempre lavorato sottotraccia. Inflessibile nel negare che i fatti del 1915 rappresentino un genocidio, così come deciso a fornire qualsiasi tipo di sostegno all’Azerbaigian, Erdogan ha contemporaneamente curato le relazioni con la comunità armena in Turchia.

Il presidente turco ha sempre sottolineato la assoluta uguaglianza e parità dei cittadini di origine armena, aperto gli archivi ottomani e scritto una lettera di condoglianze per i fatti del 1915 ogni anno al patriarca armeno, ammettendo le responsabilità dell’esercito ottomano. I rapporti tra le alte sfere della politica turca e la comunità armena in Turchia non sono mai stati migliori di oggi.

Il patriarca armeno Sahak Mashalyan, in un discorso tenuto alla vigilia dell’anniversario dello sterminio degli armeni lo scorso anno, si è detto “profondamente rattristato dall’utilizzo politico del dolore del popolo armeno e dei nostri padri da parte di alcuni Paesi”.

L’intervento di Mashalyan giunse nel pieno della polemica sull’uso del termine genocidio riesplosa con l’insediamento alla Casa Bianca del presidente americano Joe Biden che voleva riconoscere come ‘genocidio’ le stragi del 1915. Mashalyan nel suo discorso ha auspicato “un miglioramento delle relazioni tra Armenia e Turchia”, che porti alla “riapertura dei confini” e alla apertura di una nuova pagina di rapporti tra due popoli che “condividono mille anni di storia”.

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MOSCA, LO STORICO VERTICE TRA TURCHIA E ARMENIA l’Opinione delle libertà 


Turchia-Armenia, prove di dialogo a Mosca sotto la regia di Putin (Remocontro)


L’Ue approva gli sforzi di Turchia-Armenia per migliori rapporti (AitEurope)


Riconciliazione Turchia-Armenia, da febbraio voli diretti (Ansamed 13.01.22)

(ANSAmed) – ISTANBUL, 13 GEN – La compagnia aerea turca Pegasus Airlines inizierà ad operare voli diretti tra Istanbul e la capitale armena Yerevan a partire dal 2 febbraio. Lo ha confermato all’ANSA una rappresentante dell’azienda turca secondo la quale ogni settimana ci saranno tre voli diretti dalla Turchia all’Armenia. Sul sito di Pegasus airlines è già possibile acquistare i biglietti dei primi voli.

L’iniziativa si colloca nell’ambito del processo di normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Yerevan recentemente annunciato dalle autorità turche e armene.(ANSAmed).


Il 14 Gennaio 2022 a Mosca si è tenuto il primo incontro per la riconciliazione tra Turchia e Armenia. Collegamento con Mariano Giustino da Ankara (Radioradicale)

Armenia: Tre soldati armeni vittime con gli scontri con gli azeri (Notiziegeopolitiche 14.01.22)

Cs Consiglio per la comunità armena di Roma –

L’Azerbaigian, con una nota diramata ieri dalla sua rete diplomatica, ha denunciato le “provocazioni armene” con riferimento a quanto accaduto in data 11 gennaio, allorchè un violento scambio a fuoco, durato alcune ore, ha provocato la morte di tre soldati armeni e di un milite azero.
Il Consiglio per la comunità armena di Roma ha affermato in un comunicato che “il regime di Aliyev ha incolpato la parte armena di quanto accaduto”, come avvenne nel 2020 “per giustificare l’aggressione armata al Nagorno Karabakh (Artsakh), che si concluse 44 giorni dopo e con migliaia di vittime anche civili”.
Nella nota tuttavia vene sottolineato che “anche questa volta che il teatro degli ultimi incidenti si trova due chilometri e mezzo nel territorio sovrano della repubblica di Armenia”, e che “dallo scorso mese di maggio, centinaia di soldati dell’Azerbaigian sono penetrati nel territorio dell’Armenia occupando favorevoli posizioni sulle alture più elevate oltre la linea di confine internazionale; da mesi si susseguono azioni di disturbo che hanno provocato la morte di decine di soldati armeni, il ferimento o la cattura di molti altri”.
“È giunto il momento – continua la nota del Consiglio per la comunità armena di Roma – che l’Europa e l’Italia impongano al regime di Aliyev l’immediata cessazione di ogni ostilità e provocazione, il rilascio di tutti i prigionieri di guerra ancora detenuti illegalmente in Azerbaigian e la definitiva risoluzione pacifica del contenzioso sul Nagorno Karabakh che confermi il diritto all’autodeterminazione del suo popolo e il rispetto dei confini”.

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Tre soldati armeni vittime dell’ennesima aggressione azera


Nagorno-Karabakh: Armenia, Azerbaigian utilizza artiglieria e droni, tre militari armeni feriti

Erevan, 11 gen 17:08 – (Agenzia Nova) – Le forze armate azerbaigiane hanno ripreso a sparare contro le postazioni armene situate nella parte orientale del confine armeno-azerbaigiano, con l’utilizzo di artiglieria e droni, ferendo tre militari di Erevan. Lo riporta il ministero della Difesa armeno in un comunicato, precisando che i bombardamenti sono avvenuti intorno alle 17:30 locali (le 14:30 ora italiana). “La parte armena ha adottato misure adeguate”, ha aggiunto il dicastero, assicurando che verranno forniti ulteriori aggiornamenti. Poco prima il ministero della Difesa azerbaigiano aveva reso nota la morte di un proprio militare, rimasto ucciso in seguito a bombardamenti effettuati dall’esercito armeno nei pressi del confine tra i due Paesi in direzione di Kalbajar, nel Nagorno-Karabakh. (Rum)

Il guerrafondaio azero continua a pronunciare parole e idee anti-Armeni ed espansionisti nel Caucaso meridionale, per la soluzione finale della questione armena iniziata un secolo fa (Korazym 14.01.22)

Il 12 gennaio 2022 il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, in un’intervista a diversi organi di stampa locali, riferendosi alle attività del Gruppo di Minsk dell’OSCE [1], ha affermato di avere una sua idea su ciò che dovrebbe fare e cosa non dovrebbe fare. Aliyev ha dichiarato che il Gruppo di Minsk deve accettare la realtà e sapere che non può affrontare la questione del Nagorno-Karabakh perché Baku non lo consentirà. In tale ottica, ha sottolineato che il Gruppo di Minsk non dovrebbe occuparsi del “conflitto del Nagorno-Karabakh”, poiché è già stato risolto dall’Azerbajgian [2].

«Qarabag Azerbaycandir»:
«La guerra nel Nagorno-Karabakh
era una misura forzata,
che si è rivelata più efficace
dei negoziati trentennali»

(Ilham Aliyev).

La foto di copertina, con Aliyev davanti allo slogan «Qarabag Azerbaycandir» (Karabakh è Azerbajgian), riassume la soluzione finale, soltanto parzialmente raggiunta, perché non tutto l’Artsakh/Nagorno-Karabakh è stato conquistato, per il momento… anche se a seguito della guerra scatenata dall’Azerbajgian del Nagorno-Karabakh nel 2020, buona parte del territorio della Repubblica di Artsakh è finito sotto controllo delle forze armate azere, sia per le conquiste militari nel corso della guerra, sia per quanto stabilito dall’Accordo di cessate il fuoco trilaterale del 9 novembre 2020, firmato da Azerbajgian, Armenia e Federazione Russa. Di fatto, quello che rimane del territorio libero della Repubblica di Artsakh è interamente circondata dall’Azerbajgian con l’eccezione dello stretto collegamento garantito dal Corridoio di Laçın che la unisce all’Armenia e che si trova sotto controllo e vigilanza della forza per il mantenimento della pace russa.

Già un secolo fa, le orde della prima repubblica di Azerbajgian hanno tentato di risolvere il problema dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, già inserito nell’agenda internazionale, usando la forza e l’uccisione di massa della popolazione civile, con il pogrom di Sushi nel 1920 [3]. Il guerrafondaio Ilham Aliyev, sostenuto dal sultano del Bosforo, non fa mistero con parole e azioni, che ha intenzione di raggiungere finalmente la soluzione finale: annientare gli Armeni, la Repubblica di Artsakh e la Repubblica di Armenia.

Stepanakert ha ricordato a Baku che la Co-Presidenza del Gruppo di Minsk dell’OSCE è l’unica struttura concordata da tutte le parti per risolvere il conflitto Azerbajgian-Artsakh

«Nelle sue recenti interviste a diversi media, il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, riferendosi alla soluzione del conflitto Azerbajgian-Artsakh e ai processi regionali, ha usato ancora un vocabolario e pronunciato idee anti-armeni, distruttivi ed espansionisti, esprimendo i programmi e obiettivi ad essi corrispondenti», ha affermato in una dichiarazione il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh, sottolineando che tale politica è una grave violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario, nonché degli accordi raggiunti. «Ha lo scopo di silurare iniziative per stabilire la pace e mantenere la stabilità, nonché lo smantellamento dei formati esistenti. Il Presidente dell’Azerbaigian ha lanciato attacchi specifici alle attività dei Co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE e alla missione di mantenimento della pace svolta nell’Artsakh da uno dei Paesi copresidenti – la Federazione Russa -, lanciando accuse ridicole contro di loro», ha dichiarato il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh. Allo stesso tempo, Stepanakert ha ricordato a Baku, che la Co-Presidenza del Gruppo di Minsk l’unica struttura concordata da tutte le parti per risolvere il conflitto Azerbajgian-Artsakh. «Apprezziamo molto la missione del contingente di mantenimento della pace russo in Artsakh e consideriamo inaccettabile qualsiasi tentativo di gettare un’ombra sulle loro attività. Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh condanna fermamente il comportamento dell’Azerbajgian, sicuro che tale politica, attuata a livello statale, dovrebbe ricevere un’adeguata valutazione anche dalla comunità internazionale».

Comunicato delle forze politiche dell’Artsakh contro le dichiarazioni di Aliyev

Le forze politiche rappresentate nell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh hanno rilasciato oggi la seguente dichiarazione congiunta sulla politica distruttiva e aggressiva della leadership politica dell’Azerbajgian:

«Dopo la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, l’Azerbajgian crea regolarmente situazioni di tensione ai confini della Repubblica di Artsakh e della Repubblica di Armenia, prendendo di mira principalmente la popolazione civile delle due repubbliche armene [4].

Tali provocazioni, divenute più frequenti negli ultimi giorni, dimostrano che l’Azerbajgian non ha rinunciato alla sua decennale politica anti-armena, che mette in discussione la leadership politico-militare del Paese sulle agende di pace, la sincerità delle dichiarazioni talvolta formulate per le organizzazioni internazionali.

Nonostante gli sforzi di pace di uno dei Co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE, la Federazione Russa, l’aggressione azera scatenata contro il popolo di Artsakh nell’autunno del 2020 con la partecipazione della Turchia e di terroristi internazionali, accompagnata da massicce violazioni dei diritti umani, continua con altri metodi. Tutto ciò è regolarmente infiammato dalle continue minacce rivolte in particolare dal leader dell’Azerbajgian, mettendo così in discussione la sicurezza del corridoio controllato dalle forze di pace russe.

L’abbandono di tutto questo da parte della dirigenza armena, delle organizzazioni internazionali e dei Paesi influenti, e la mancanza di risposte adeguate, sono diventati il segnale sbagliato per il leader del Paese vicino, il quale, dimenticando gli impegni presi dal suo Paese quando aderisce ad autorevoli strutture europee, sostiene attualmente di limitare le attività del Gruppo di Minsk dell’OSCE, composto da tre membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: Russia, Stati Uniti e Francia.

Consideriamo inammissibile un tale atteggiamento denigratorio nei confronti della suddetta autorevole struttura, che ha contribuito a lungo alla stabilità regionale sulla soluzione pacifica del conflitto nel Nagorno-Karabakh dal 1992 e lo valutiamo come un aperto disprezzo del diritto internazionale e gli sforzi della comunità internazionale.

Condannando tale comportamento della leadership azerbaigiana, chiediamo ai Co-Presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE di adottare misure pratiche per neutralizzare la politica distruttiva dell’Azerbajgian al fine di prevenire nuove tensioni nella regione e riportare i responsabili di quel paese nel campo del diritto internazionale».

Libera Patria-UCA
Patria Unita
Giustizia
Federazione Rivoluzionaria Armena
Partito Democratico di Artsakh

[1] Gruppo di Minsk dell’OSCE

Il Gruppo di Minsk è una struttura di lavoro creata nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE), dal 1995 Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OCSE) [QUI], allo scopo di incoraggiare una soluzione pacifica e negoziata dopo la guerra del Nagorno-Karabakh. Il meeting straordinario di Helsinki della CSCE tenutosi il 24 marzo 1992 richiese al Segretario dell’Organizzazione di dare vita il più rapidamente possibile ad una Conferenza internazionale che affrontasse il problema del Nagorno Karabakh che da alcuni mesi era interessato da un’aggressione dall’Azerbajgian, dopo che a seguito del referendum del 10 dicembre 1991, il 6 gennaio 1992 era stata proclamata la Repubblica di Nagorno-Karabakh (che poi assunse il nome di Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dopo il referendum costituzionale del 20 febbraio 2017).

La Conferenza si sarebbe dovuta tenere nella Città di Minsk, capitale della Bielorussia ma non ebbe mai luogo alla data prefissata. Venne comunque creato un “Gruppo di lavoro” dal nome della Città che avrebbe dovuto ospitare la riunione. La sua attività è già registrata nei verbali delle riunioni della CSCE a dicembre. Il summit dei Capi di stato e governo CSCE tenutosi a Budapest il 6 dicembre 1994 diede mandato per la creazione di un formale gruppo di Co-Presidenti il cui lavoro fosse finalizzato a:

  • fornire un quadro appropriato di lavoro per la risoluzione del conflitto in modo da assicurare il processo di negoziazione sostenuto dal Gruppo di Minsk medesimo;
  • ottenere dalle parti in causa la stipula di un accordo di cessazione del conflitto armato al fine di permettere la convocazione della Conferenza di Minsk;
  • promuovere il processo di pace con il dispiegamento di una forza multinazionale di pace sotto l’egida dell’Organizzazione stessa.

Il Gruppo di Minsk è guidato da una Co-Presidenza composta da Francia, Russia e Stati Uniti d’America. Fanno inoltre parte del Gruppo rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia, oltre a Armenia e Azerbajgian.

Il Gruppo di Minsk è impegnato tuttora in una difficile opera di mediazione fra le parti in causa e sono frequenti ogni anno le visite che la delegazione dei Co-Presidenti effettua a Erevan, Baku e Stepanakert. Ad oggi, tuttavia, non è ancora riuscito ad ottenere dai soggetti interessati la firma di un definitivo accordo di pace sulla questione del Nagorno-Karabakh. La comunità internazionale sembra tuttavia concorde nel ritenere il format del Gruppo di Minsk l’unico in grado di assicurare un lento ma progressivo miglioramento dei negoziati fra le parti. Per tale ragione non sono andati a buon fine i tentativi azeri e turchi di aprire altri tavoli di trattativa presso la Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) dove i lavori di una sotto-commissione sul Nagorno-Karabakh non sono mai iniziati, e alle Nazioni Unite.

L’Azerbajgian è critico nei confronti del Gruppo di Minsk in quanto ritiene la posizione dello stesso sbilanciata a favore dell’Armenia. In particolare vorrebbe che il Co-Presidente francese fosse sostituito da membro di un’altra nazionalità, possibilmente turco.

L’Armenia lamenta che al tavolo dei negoziati non sieda un rappresentante del Governo della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Il Gruppo di Minsk ha comunque incontrato a più riprese il Presidente di Artsakh ed ha attraversato più volte a piedi il confine tra il Nagorno-Karabakh e l’Azerbajgian.

[2] Ilham Aliyev, Presidente dell’Azerbajgian: «Passo dopo passo la pace verrà».

Il 1° marzo 2021, il Presidente della Repubblica dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha tenuto una conferenza stampa a cui hanno partecipato più di 50 giornalisti locali e stranieri. All’avvio delle oltre 4 ore di conferenza stampa, il Presidente dell’Azerbaigian ha tenuto un discorso di apertura, per poi rispondere a circa 50 domande di 35 giornalisti, dando informazioni sui risultati della guerra nel Nagorno-Karabakh nell’autunno precedente, definendola «una misura forzata, che si è rivelata più efficace dei negoziati trentennali», facendo riferimento ai distaccamenti d’assalto del Paese «che hanno sfondato la linea di difesa e hanno mostrato un vero eroismo». Aliyev ha poi precisato: «Ci siamo fermati al nostro confine senza fare nulla di dannoso per i cittadini armeni. Abbiamo messo un grande cartellone “Benvenuti in Azerbajgian”. Non so perché crei irritazione in Armenia, ma non abbiamo scritto niente di sbagliato».

Il Difensore dei diritti umani dell’Armenia accusa l’Azerbajgian di “terrorizzare” gli abitanti dei villaggi armeni con un cartello stradale oltraggioso
YEREVAN, 29 DICEMBRE 2020, ARMENPRESS. Il Difensore armeno dei diritti umani Arman Tatoyan ha condannato l’esercito azerbajgiano per aver “terrorizzato” i pacifici residenti dell’Armenia installando un cartello “Benvenuto in Azerbajgian” tra gli insediamenti di confine a Syunik, dove sono ancora in corso lavori di delimitazione e demarcazione. Il cartello, caratterizzato da una mappa distorta che mostra gran parte di Syunik come parte dell’Azerbajgian, è stato installato dalle truppe azere sulla strada che porta dalla città di Goris al villaggio di Vorotan. Bandiere azere sono state installate anche vicino al villaggio di Vorotan. “Il cartello è stato installato su una strada che collegava un insediamento civile armeno con un altro”, ha detto Tatoyan in una nota, aggiungendo che le truppe azere hanno installato il cartello per terrorizzare e violare esplicitamente i diritti dei pacifici residenti armeni delle città di confine. “Si tratta di un passo totalmente condannabile, compiuto con l’intento esplicito di terrorizzare i residenti pacifici, tenendo conto in primo luogo delle torture, dei trattamenti disumani e di altri crimini di guerra e delle pulizie etniche che i militari azeri hanno commesso contro il nostro popolo, specialmente durante e dopo la guerra di settembre-novembre 2020. Tali passi sono particolarmente condannabili sullo sfondo della continua propaganda organizzata e sanzionata dallo stato del sentimento anti-armeno e dell’assassinio di Armeni in Azerbajgian, così come il fatto che persone pubblicamente note che si sono dichiarate difensori dei diritti umani in Azerbajgian chiamano esplicitamente per una nuova guerra contro l’Armenia”, ha detto Tatoyan.

Torna a salire la tensione tra Armenia e Azerbajgian
L’Azerbajgian ha intensificato il blocco delle principali strade armene
di Joshua Kucera
Eurasianet, 15 novembre 2021

La tensione è tornata a ribollire tra Armenia e Azerbajgian, con molteplici scontri a fuoco negli ultimi giorni e traffico limitato dalle forze azerbajgiane su due strade lungo il confine con l’Armenia. Secondo quanto riferito, gli incidenti arrivano quando le due parti sono vicine al raggiungimento di accordi tanto attesi per delimitare il proprio confine e aprire nuove rotte di trasporto tra i due Paesi. L’Azerbajgian ha istituito ulteriori posti di blocco sulla strada che collega le città armene meridionali di Goris e Kapan, ha annunciato il 12 novembre il Difensore dei diritti umani dell’Armenia, Arman Tatoyan. Poi, il 15 novembre, gli Azeri hanno istituito un altro posto di blocco su una strada che porta a sud-est di Goris, hanno riferito funzionari locali. Tatoyan ha riferito che molti insegnanti e studenti che vivono tra Goris e Kapan e fanno il pendolare verso le scuole di quelle città non sono stati in grado di andare a scuola a causa dei nuovi posti di blocco, costringendoli a passare alla didattica a distanza. I posti di blocco azeri, diretti principalmente ai camion iraniani che rifornivano l’Artsakh, operavano su quella strada già da agosto. Diversi segmenti della strada attraversano il territorio azerbajgiano, sul quale Baku ha ripreso il controllo come parte dell’accordo di cessate il fuoco che ha posto fine alla guerra dell’anno scorso. Non è stato subito chiaro come funzionassero i nuovi posti di blocco, ma questa è la prima volta che il movimento degli Armeni lungo la strada sembra essere stato notevolmente limitato. Il traffico lungo la seconda sezione della strada, da Kapan che porta a Chakaten e poi fino alla sezione più meridionale del confine tra Armenia e Azerbajgian, era stato precedentemente libero. Ma nel cuore della notte del 15 novembre, le truppe azere hanno allestito un nuovo posto di blocco in un altro segmento che attraversa una fetta di territorio azerbajgiano, nel villaggio di Gazanchi. Alla gente del posto che vive più avanti lungo la strada non è stato detto quali siano le intenzioni degli Azeri lì, hanno detto i funzionari locali. Il Sindaco di Chakaten, Ara Harutyunyan, ha detto al sito di notizie locale News.am di essersi recato a Kapan la mattina del 15 novembre ma non era sicuro di poter tornare indietro. “Non è nemmeno possibile arrivarci, nemmeno a piedi”, senza quella strada, ha detto. “Non so nemmeno come farò a tornare al villaggio. Ci sono scolari nel villaggio, come faranno ad arrivare a scuola?”. Nessuna delle restrizioni stradali è stata riportata ufficialmente da fonti azere, sebbene alcuni media azeri abbiano riportato la notizia, citando fonti armene.

Aliyev ha dichiarato anche: «In 44 giorni abbiamo trasformato l’impossibile in realtà. Abbiamo restituito ciò che era nostro e dimostrato che le nostre dichiarazioni e azioni hanno lo stesso valore. Verrà attuata la Dichiarazione del 9 novembre [Accordo trilaterale di cessate il fuoco], l’esito della guerra rimane invariato. Abbiamo creato una nuova realtà. L’Armenia e altri paesi devono riconciliarsi con questa realtà. La sicurezza nei territori liberati è assicurata, è in corso un monitoraggio continuo. La situazione è completamente sotto controllo. Passo dopo passo la pace verrà. Abbiamo una visione strategica per realizzare i nostri desideri e obiettivi».

Il pogrom di Sushi, 1920.

[3] Un secolo fa la violenza azera su Sushi

Un secolo fa, le orde della prima repubblica di Azerbajgian hanno tentato di risolvere il problema del Nagorno-Karabakh che era già stato inserito nell’agenda internazionale, usando la forza e l’uccisione di massa della popolazione civile. A partire dal 22-23 marzo 1920 e per almeno una decina di giorni, più di ventimila Armeni furono trucidati dai militari azeri o costretti a lasciare la Città di Sushi e tutta la parte armena fu rasa al suolo e incendiata. Le antiche mura di Sushi furono riempite con i corpi di donne e bambini. Sushi, un importante centro economico, spirituale e culturale della regione, chiamata all’epoca la “Parigi del Caucaso“, fu sottoposta a indicibili violenze nel più classico stile turco-azero.

Queste atrocità, commesse con una crudeltà senza precedenti, furono guidate da Khosrov Bey Sultanov, che in seguito, durante la seconda guerra mondiale, partecipò attivamente alla formazione della legione azera nei ranghi delle truppe naziste.

Dei circa 40.000 abitanti, la metà furono trucidati; decine di chiese e monumenti armeni furono distrutti. La furia genocida si estese anche ad altri territori dell’Artsakh. Tuttavia, il piano di rendere Artsakh una parte della prima repubblica di Azerbajgian con la spada e il fuoco fallì, a Sushi come in tutte le altre località nelle quali la violenza azera cercò di annientare la fierezza del popolo armeno e il diritto all’autodeterminazione. Tutta la popolazione armena dell’Artsakh valida (con l’aiuto anche di alcune milizie volontarie provenienti da Syunik/Zangezur in Armenia) allestì una strenua difesa e ricacciò indietro gli invasori mantenendo integra, sia pure a carissimo prezzo, la propria sovranità nazionale.

Nel mese di aprile 1920, il nono Congresso del popolo ancora una volta proclamò solennemente l’Artsakh come parte integrante dell’Armenia. Ora, un secolo dopo, rendiamo omaggio alla memoria di tutte le vittime innocenti e ribadiamo la determinazione del popolo armeno di Artsakh a vivere e a prosperare in una patria libera e in pace.

[4] Rapporto sulle uccisioni di civili da parte delle Forze armate azere nella guerra del 2020

Qualche settimana fa è stato rilasciato ufficialmente dall’Ufficio del Difensore civico per i diritti umani di Artsakh un rapporto sulle vittime civili armene nel corso del conflitto. Segue la presentazione in forma sintetica e tradotta in italiano, a cura dell’Iniziativa italiana per il Karabakh. La lettura di questo documento evidenzia la crudeltà e le atrocità commesse dagli Azeri in occasione della loro aggressione militare contro l’Artsakh. Uno spaccato terribile di quanto accaduto nel corso dell’aggressione contro gli Armeni. A fare le spese della crudeltà azera furono soprattutto vecchi e infermi che non poterono lasciare i loro villaggi.

Sezione 1. Informazioni generali sui crimini delle Forze armate dell’Azerbajgian che hanno provocato l’uccisione di civili in Artsakh

Questo rapporto riassume i casi di vittime civili causate dall’aggressione militare scatenata dall’Azerbajgian e dalla Turchia contro la Repubblica dell’Artsakh dal 27 settembre 2020, nonché uccisioni di civili imprigionati nelle zone passate sotto il controllo delle forze armate azerbajgiane. I casi sono introdotti con rilevanti brevi informazioni.

Dal 27 settembre 2020 al 27 settembre 2021, durante le attività conoscitive dello Staff del Difensore civico per i diritti umani di Artsakh, sono stati identificati 80 civili che sono stati uccisi dal Forze armate azere. 42 di loro sono stati uccisi a seguito di attacchi mirati, 38 in prigionia.

Sono stati registrati numerosi casi di tortura e mutilazione di cadaveri, sicuramente classificabili come morti civili. Il Difensore civico per i diritti umani di Artsakh ha anche registrato i casi di 163 civili feriti, la maggior parte dei quali causati da bombardamenti che hanno provocato la morte di altre persone.

Le circostanze di violazioni gravi, deliberate e sistematiche del diritto alla vita e di altri diritti della popolazione civile della Repubblica di Artsakh sono presentate nelle sezioni 2 e 3.

Uccisione di civili per luogo di residenza:
Regione di Hadrut 32
Regione di Martuni 14
Stepanakert 13
Regione di Askeran 9
Regione di Martakert 5
Regione di Shushi 5
Regione di Kashatagh 1
Repubblica di Armenia 1

Uccisione di civili per localizzazione:
Luogo di residenza 52
Spazio pubblico 15
Luogo di lavoro 1
In prigione azera 2

Uccisione di civili per circostanze di morte:
Bombardamenti a lungo raggio 42
In cattività 38

Uccisione di civili per genere:
Maschi 68
Femmine 12

Uccisione di civili per età:
Sotto i 18 anni 1
18-40 anni 15
41-62 anni 25
Sopra i 63 anni 39

Questo documento presenta solo i casi confermati su basi indiscutibili, ma il personale dell’Ufficio del Difensore civico per i diritti umani di Artsakh ha ricevuto informazioni incomplete su altri presunti casi, non ancora del tutto verificati.

Inoltre, al momento della pubblicazione del rapporto, sulla base delle attività di accertamento dei fatti del Difensore civico per i diritti umani di Artsakh, sono stati registrati circa 20 civili scomparsi, il cui destino è ancora sconosciuto.

Di seguito sono riportate le principali modalità di un’attività conoscitiva e di redazione della relazione:

  • I rappresentanti del Difensore civico ricevono regolarmente dati sui decessi dall’Ufficio di medicina legale e dagli ospedali.
  • I dati sono raccolti anche dalle forze dell’ordine, oltre che dal Servizio di emergenza di Stato e dall’Esercito di Difesa in particolare sui risultati delle operazioni di ricerca.
  • Per le verifiche vengano effettuate visite e chiamate alla leadership delle comunità e delle regioni per scoprire le circostanze degli incidenti e i dati delle vittime e dei loro familiari.
  • Le interviste sono condotte con i parenti delle vittime e possibili testimoni, vengono chiariti i dati anagrafici delle vittime e le circostanze della morte, si recuperano le foto delle vittime.
  • Si organizzano visite e si effettuano studi in loco.

A seguito dell’applicazione dei metodi citati è stato possibile raccogliere i dati presentati, per preparare le versioni pubbliche e chiudere del rapporto. Il rapporto definitivo ha aggiunto molte foto dei civili uccisi prima e dopo la loro morte. La relazione pubblica è stata preparata senza foto, per non mostrare immagini crudeli e sensibili.

La sezione 2 presenta le 42 vittime civili uccise da attacchi a lungo raggio delle Forze armate dell’Azerbajgian, compresi i casi di attacchi missilistici, bombardamenti, attacchi e spari di gruppi sovversivi.

La sezione 3 riassume i dati su 38 vittime civili che sono state uccise in prigionia in Azerbajgian o almeno sotto il loro controllo, attraverso violenza fisica, accoltellamento, decapitazione, tiro a distanza ravvicinata e altri mezzi diretti. Dato che sono stati trovati i corpi di alcuni degli uccisi molto tempo dopo la morte, in alcuni casi è diventato impossibile valutare in dettaglio le circostanze- della morte e le tracce dei delitti. Tuttavia, in alcuni casi, brevi informazioni sono state fornite anche dai risultati preliminari degli esami forensi.

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Prigionieri armeni ostaggi in Azerbajgian. Azeri impegnati ad annientare gli Armeni, l’Armenia e l’Artsakh (Korazym 13.01.22)

La questione dei prigionieri di guerra rappresenta, insieme alla definizione dei confini, una delle questioni più controverse tra Armenia e Azerbajgian sul piano diplomatico. Il rimpatrio era previsto nell’accordo trilaterale di cessate il fuoco, sottoscritto il 9 novembre 2020 dall’Armenia, da Azerbajgian e della Russia, dopo la guerra di aggressione contro la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh [La guerra scatenata dall’Azerbajgian (con il sostegno determinante della Turchia) contro la Repubblica di Artsakh non va dimenticata – 24 settembre 2021].

Ciononostante, l’Azerbajgian detiene ancora decine di soldati e civili armeni catturati durante e dopo la guerra della fine del 2020 in Artsakh. Era la terza delle guerre scatenate dall’Azerbajgian dal febbraio 1988, quando l’Artsakh/Nagorno-Karabakh, nel Caucaso meridionale sull’Altopiano armeno, a maggioranza armena cristiana, ha annunciato la sua secessione dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian, in cui fu incorporato da Stalin. Dal 1992 sono in corso negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nel quadro dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) di Minsk, guidato da tre copresidenti, Russia, Stati Uniti e Francia.

Nonostante tutto, ogni tanto arriva dal Giardino della Montagna Nera anche qualche buona notizia. Il 12 novembre 2021 l’agenzia di stampa statale russa TASS ha riportato che dal dicembre 2020, l’Azerbajgian e l’Armenia si sono scambiati un totale di 122 prigionieri di guerra (di cui 105 sono tornati in Armenia e 17 in Azerbajgian), grazie alla mediazione delle forze di pace russe nel Nagorno-Karabakh.

Il 19 dicembre 2021, 10 prigionieri armeni catturati dagli Azeri durante attacco all’Armenia del 16 novembre 2021 sono stati rilasciati con mediazione dell’Unione Europea. Ricordiamo anche la Risoluzione del Parlamento Europeo del 20 maggio 2021 sui prigionieri di guerra all’indomani del più recente conflitto tra Armenia e Azerbajgian (2021/2693(RSP)), che riportiamo di seguito.

Il 20 dicembre 2021, 2 soldati azeri che erano penetrati nel territorio dell’Armenia e catturati il 18 dicembre 2021, con la mediazione russa sono stati riconsegnati due giorni dopo alla parte azera, nonostante le decine di prigionieri armeni ancora detenuti da Baku [++++ ULTIMA ORA ++++ Il ricatto del dittatore azero Aliyev: prigionieri armeni usati come ostaggi – 24 marzo 2021].

Il collega e amico Renato Farina l’11 gennaio 2022 nella sua rubrica Il Molokano su Tempi ha commentato in un articolo – che riportiamo di seguito – il rilascio di 10 prigionieri armeni grazie a un appello totuspartisan italiano. «Mi si dice: sono le classiche mosse pelose – scrive Farina -. Una dissimulazione, una trappola. No. Sono segni. Quelle persone sono reali. Vederle tornare a casa non è una chimera. Purché l’Europa intera impari questo metodo: non dare nulla per scontato, chiedere. Qualche volta si ottiene».

È certamente lodevole l’iniziativa dei 26 parlamentari italiani che lo scorso 10 dicembre avevano firmato un appello bipartisan al Presidente del Consiglio dei ministri Draghi, chiedendo di porre come presupposto del rapporto Unione Europea-Azerbajgian, nell’ambito del Partenariato orientale, il rilascio dei prigionieri di guerra e civili detenuti nel citato paese a seguito della guerra del Nagorno-Karabakh. Questo gruppo di deputati italiani si distingue onorevolmente dai loro colleghi che un anno prima si erano recati in missione a Baku, interessati agli idrocarburi e non al massacro dei cristiani nella Repubblica di Artsakh per mano azera-turca [QUI]. E dai diplomatici stranieri a Baku che si sono fatto portare in un tour nell’Artsakh occupata dall’Azerbajgian, partecipi nella propaganda del regime dittatoriale azero [QUI].

Nel frattempo ricordiamo, che le aggressioni azeri contro l’Armenia e l’Artsakh sono all’ordine del giorno. Dall’inizio di maggio 2021 è prepotentemente salita la tensione alla frontiera tra Armenia e Azerbajgian a causa della penetrazione di centinaia di soldati azeri che sono avanzati oltre la linea di confine e da allora occupano porzioni di territorio della Repubblica di Armenia [QUI]. È in atto un’operazione turco-azera per annientare l’Armenia e l’Artsakh.

Dopo aver occupato 2/3 dell’Artsakh, le ripetute aggressioni sono state giudicate esercitazioni di invasione azera in Armenia. L’alleato del turco Erdogan, l’azero Aliyev sogna nuove conquiste e solo la Russia difende l’Armenia cristiana. In un Briefing metà novembre 2021 per i Capi delle missioni diplomatiche accreditati in Armenia – di cui abbiamo riferito – il Ministro degli Esteri della Repubblica di Armenia, Ararat Mirzoyan, ha detto di ritenere che l’Azerbajgian stia cercando di distogliere l’attenzione della comunità internazionale dal conflitto del Nagorno-Karabakh spostando la tensione al confine tra Armenia e Azerbajgian. Poi, ha sottolineato ancora una volta, che la Repubblica di Armenia difenderà sia la sua integrità territoriale sovrano, sia il diritto degli Armeni della autoproclamata Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh all’autodeterminazione [QUI].

L’ennesima provocazione dell’Azerbajgian lungo la linea di confine con l’Armenia, il 10 gennaio 2022 è costata la vita a tre ragazzi armeni di 18/19 anni. Gli incidenti sono avvenuti all’altezza del villaggio di Verin Shorza nel territorio della Repubblica di Armenia. Gli Azeri hanno utilizzato artiglieria e droni killer. Nel pomeriggio gli azeri hanno sparato nella zona di Karmir Shuka-Taghavard nel territorio della Repubblica di Artsakh, colpendo un fuoristrada parcheggiato nei pressi di un asilo. Gli Azeri hanno continuato a sparare anche contro i vigili del fuoco.

Ormai la questione dell’Artsakh è passata in secondo piano: c’è una evidente volontà azera di eliminare l’Armenia e gli Armeni. Un poco alla volta. L’Unione Europea sostenga i diritti degli Armeni contro la dittatura guerrafondaia di Aliyev [A Baku un “Parco dei Trofei di Guerra” con i caschi dei soldati armeni uccisi durante l’aggressione militare azera-turca contro l’Artsakh/Nagorno-Karabakh. L’abuso di una sconfitta – 16 aprile 2021 | La narrazione agit-prop della diplomazia azera, alla luce delle parole di odio contro gli Armeni dell’arrogante dittatore guerrafondaio, ad un anno dalla fine della sua guerra contro l’Artsakh – 16 novembre 2021 | L’Azerbajgian, noto per la mancanza dello Stato di diritto, viola il diritto umanitario internazionale. A Ginevra la denuncia dei rappresentanti dell’Armenia – 25 giugno 2021].

Dopo la guerra nel Nagorno-Karabakh
Il rilascio di dieci prigionieri armeni grazie a un appello totuspartisan
di Renato Farina
Tempi/Il Molokano, 11 gennaio 2021

Desolatamente avevo citato nell’ultima mia lettera dal Lago Sevan due versi di Giuseppe Ungaretti: «Si sta come d’autunno/ sugli alberi le foglie». Avevo denunciato a voi, cari amici italiani, la nostra solitudine dinanzi ad un destino che la geopolitica ci induce a ritenere segnato. L’Armenia sarà preda del lupo grigio turco (più turco che azero). Abbandonati da tutti, con la sola protezione della Russia che però deve fare i conti con una Turchia alleata ormai della Cina, avevo finito con queste righe a futura memoria: «Ricordatevi che quei versi di Ungaretti riguardano adesso alcuni milioni di fratelli cristiani. Non siamo topi, abbiamo un’anima immortale, e la forza dei sacramenti. Resisteremo. E quand’anche ci conquistassero, riprovandoci con un genocidio, vorrà dire che la nostra croce fiorirà».

Non so come, questa croce inizia già a fiorire. Una solidarietà inaspettata ci è giunta dall’Italia. Ed è arrivata come un vento potente. Solidarietà viene da solidus, solido, che era la paga del milite al tempo di Costantino: da cui soldato. L’etimologia è tremenda. Congiunge gli opposti. Paradosso dell’animo umano. Lo sappiamo bene noi qui che siamo costretti ad essere tutti soldati. Ed io da molokano ne ricavo questa lezione: la solidarietà è la guerra più giusta. La solidarietà tra gli uomini asciuga le lacrime, costruisce cattedrali. E la cattedrale non è solo quella di Strasburgo – che sta nel cuore d’Europa per ricordarle il suo battesimo – ma è la fraternità che sola consente di fondare la pace. Solidarietà è roba materiale, che diventa spirituale. Come la bontà.

Trascrivo la notizia con lo stupore che il grande T. S. Eliot riserva al bambino davanti all’albero di Natale, e che il vostro Don Luigi Giussani vedeva negli occhi puri di Marcellino-pane-e-vino che guardava Gesù. Davvero c’è qualcosa che è più forte della logica delle forze, ed è quella del contagio di ciò che tutti, qualunque fede confessino o neghino, Misi dice: sono le classiche mosse pelose. Una dissimulazione, una trappola. No. Sono segni. Quelle persone sono reali. Vederle tornare a casa non è una chimera hanno dentro. Come definirlo? Cuore, dice la Bibbia. Non ce lo si può strappare. L’uomo è – lo voglia o no – più grande della sua malizia. È cattivo. Ma un misterioso desiderio di bontà c’è in tutti, una fiammella vi arde.

Trascrivo da una agenzia arrivata fin qui e apparsa sui giornali di Yerevan: «Armenia: soddisfazione 26 parlamentari per rilascio 10 prigionieri guerra e civili detenuti. Roma, 21 dic – “LAzerbajgian ha restituito all’Armenia – da quanto si apprende in un comunicato del portavoce del ministero degli Esteri armeno, Vahan Hunanyan – altri dieci prigionieri di guerra. Esprimiamo soddisfazione. Con la mediazione europea ci sono stati segnali importanti di miglioramento. Auspichiamo che sia solo l’inizio del rilascio di tutti i prigionieri detenuti illegalmente e che i negoziati di Renato Farina di pace proseguano per una risoluzione definitiva del conflitto del NagornoKarabakh”. Lo dichiarano in una nota congiunta i 26 parlamentari italiani che lo scorso 10 dicembre avevano firmato un appello bipartisan al presidente del Consiglio, Mario Draghi, chiedendo di porre come presupposto del rapporto Unione Europea-Azerbajgian, nell’ambito del Partenariato orientale, il rilascio dei prigionieri di guerra e civili detenuti nel citato paese a seguito della guerra del Nagorno-Karabakh: Enrico Aimi, Paola Binetti, Stefano Borghesi, Andrea Cangini, Massimiliano Capitanio, Emilio Carelli, Laura Cavandoli, Giulio Centemero, lari Colla, Vito Comencini, Andrea Del Mastro delle Vedove, Roberto Paolo Ferrari, Paolo Formentini, Niccolò Invidia, Alvise Maniero, Elena Murelli, Michele Nitti, Giuseppina Occhionero, Andrea Orsini, Alessandro Pagano, Tullio Patassini, Flavia Piccoli Nardelli, Catia Polidori, Alberto Ribolla, Matteo Salvini, Orietta Vanin».

Ho messo tutti i nomi. Su interne potrete verificare i partiti di appartenenza. L’agenzia dice: appello bipartisan! È una definizione onesta, ma imprecisa, è troppo politica. Bisognerebbe dire con una parola-macedonia, un po’ latino un po’ inglese, che questa iniziativa nasce da un battito cardiaco totuspartisan. Mi si dice: sono le classiche mosse pelose. Una dissimulazione, una trappola. No. Sono segni. Quelle persone sono reali. Vederle tornare a casa non è una chimera. Purché l’Europa intera impari questo metodo: non dare nulla per scontato, chiedere. Qualche volta si ottiene.

Risoluzione del Parlamento europeo del 20 maggio 2021 sui prigionieri di guerra all’indomani del più recente conflitto tra Armenia e Azerbajgian (2021/2693(RSP))

Il Parlamento europeo,
– viste le sue precedenti risoluzioni sull’Armenia e l’Azerbajgian,
– viste la riunione del consiglio di partenariato UE-Armenia, del 17 dicembre 2020, la riunione del consiglio di cooperazione UE-Azerbajgian, del 18 dicembre 2020, e le rispettive conclusioni,
– viste la Carta delle Nazioni Unite, la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, la convenzione europea dei diritti dell’uomo e la convenzione di Ginevra (III), relative al trattamento dei prigionieri di guerra,
– vista la dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco formulata da Armenia, Azerbajgian e Russia il 9 novembre 2020, entrata in vigore il 10 novembre 2020,
– vista la relazione di Human Rights Watch, del 19 marzo 2021, dal titolo “Azerbaijan: Armenian POWs Abused in Custody” (Azerbajgian: i prigionieri di guerra armeni vittime di abusi in detenzione),
–  vista la dichiarazione dell’UE, del 28 aprile 2021, in merito ai prigionieri del recente conflitto tra Armenia e Azerbajgian,
– viste le dichiarazioni dei copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE, del 25 ottobre 2020, 30 ottobre 2020, 14 dicembre 2020, 13 aprile 2021 e 5 maggio 2021,
– vista la notifica da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, del 9 marzo 2021, formulata a norma dell’articolo 39 del regolamento della Corte, relativa a misure temporanee concernenti il recente conflitto armato tra Armenia e Azerbajgian,
– visti l’articolo 144, paragrafo 5, e l’articolo 132, paragrafo 4, del suo regolamento,
A. considerando che, sin dalla prima guerra che ha interessato il Nagorno-Karabakh tra il 1988 e il 1994, la comunità internazionale cerca di negoziare un accordo di pace duraturo e globale per il conflitto del Nagorno-Karabakh, sotto la guida dei copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE;
B. considerando che il più recente conflitto armato tra Armenia e Azerbajgian, avvenuto tra il 27 settembre e il 10 novembre 2020, ha provocato la morte di oltre 5 000 soldati, il ferimento e l’uccisione di centinaia di civili e lo sfollamento di migliaia di persone; che tale conflitto continua a ripercuotersi sulla popolazione a causa della mancanza di informazioni in merito al luogo in cui si trovano i rispettivi familiari, del rilascio soltanto parziale dei prigionieri di guerra e di altre persone in stato di detenzione, di problemi con la restituzione delle spoglie umane, degli ostacoli all’accesso all’assistenza umanitaria e della distruzione delle infrastrutture di base;
C. considerando che le persone colpite da tale conflitto di lunga durata hanno già subito eccessive sofferenze; che, nel complesso, il conflitto ha provocato un numero elevato e inaccettabile di vittime civili;
D. considerando che le ostilità hanno avuto fine dopo 44 giorni, a seguito di un accordo tra Armenia, Azerbajgian e Russia relativo a un cessate il fuoco completo nel Nagorno-Karabakh e nelle zone limitrofe, firmato il 9 novembre 2020 ed entrato in vigore il 10 novembre 2020;
E. considerando che il punto 8 della dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco prevede che si debba procedere allo scambio dei prigionieri di guerra, degli ostaggi e degli altri detenuti, come pure delle salme delle vittime; che gli scambi dovrebbero interessare tutti i detenuti, sulla base del principio “tutti in cambio di tutti”;
F. considerando che sia l’Armenia che l’Azerbajgian sono parti della convenzione di Ginevra (III) relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, la quale sancisce, all’articolo 118, che i prigionieri di guerra devono essere liberati e rimpatriati senza indugio dopo la cessazione delle ostilità attive; che, a norma dell’articolo 13 della convenzione di Ginevra (III), i prigionieri di guerra devono essere trattati umanamente in ogni circostanza e sono vietati e saranno considerati come gravi violazioni della suddetta convenzione tutti gli atti od omissioni illeciti, compiuti dalla potenza che esercita la detenzione, che causino la morte di un prigioniero di guerra affidato alla sua custodia o ne pongano gravemente a repentaglio la salute; che la convenzione protegge i prigionieri di guerra anche dagli atti di violenza o intimidazione, dalle ingiurie e dalla curiosità pubblica;
G. considerando che il personale militare e i civili detenuti prima del cessate il fuoco e successivamente allo stesso godono di status diversi ai sensi del diritto internazionale; che, da un lato, i soldati catturati prima e dopo il cessate il fuoco dovrebbero essere riconosciuti come prigionieri di guerra e dovrebbero beneficiare della protezione garantita dalle convenzioni di Ginevra; che, dall’altro, ai civili detenuti durante il conflitto deve essere attribuito lo status di persone protette e che essi sono tutelati anche dalle convenzioni di Ginevra; che i civili detenuti dopo il cessate il fuoco sono invece protetti dal diritto internazionale dei diritti umani;
H. considerando che dopo la sospensione delle ostilità sono stati portati a termine diversi scambi di prigionieri, sia militari che civili, l’ultimo dei quali ha avuto luogo il 4 maggio 2021;
I. considerando che, secondo notizie preoccupanti, circa 200 armeni sono tenuti prigionieri dall’Azerbajgian; che la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha dichiarato di aver ricevuto denunce in merito a 249 armeni catturati dall’Azerbajgian; che la CEDU ha applicato misure provvisorie rispetto a 229 armeni e che 183 di esse sono tuttora in vigore; che il 9 marzo 2021 la CEDU ha concluso che l’Azerbajgian non aveva rispettato le suddette misure, giudicando le informazioni fornite troppo generiche e limitate; che le autorità azere hanno riconosciuto di tenere prigionieri 72 cittadini armeni; che l’Azerbajgian non ha trasmesso alcuna informazione alla CEDU relativamente ad altre 112 persone; che il destino degli altri prigionieri di guerra armeni è sconosciuto; che dalla cessazione delle ostilità 73 prigionieri di guerra e civili armeni sono stati rimpatriati in Armenia;
J. considerando che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha altresì ricevuto denunce relative alla presunta cattura di 16 azeri in Armenia, 12 dei quali sono stati rimpatriati nel dicembre 2020; che la CEDU ha sospeso la valutazione a norma dell’articolo 39 nei confronti delle altre quattro persone, in ragione della natura delle informazioni ricevute dal governo armeno;
K. considerando che, secondo segnalazioni attendibili, taluni membri del personale militare e civili armeni sono stati catturati anche dopo la cessazione delle ostilità, avvenuta il 10 novembre 2020; che le autorità azere sostengono che gli ostaggi e i prigionieri in questione sono terroristi e non meritano lo status di prigionieri di guerra ai sensi della convenzione di Ginevra;
L. considerando che, secondo una relazione di Human Rights Watch del 19 marzo 2021, le forze armate e di sicurezza azere hanno perpetrato abusi nei confronti dei prigionieri di guerra armeni, sottoponendoli a trattamenti crudeli e degradanti e a torture al momento della cattura, durante il trasferimento o nel periodo di reclusione in varie strutture di detenzione; che le forze azere hanno fatto ricorso alla violenza per trattenere i civili e li hanno sottoposti a torture e condizioni di detenzione disumane e degradanti, che hanno provocato la morte di almeno due prigionieri detenuti dall’Azerbajgian; che le forze azere hanno arrestato tali civili anche in assenza di prove a dimostrazione del fatto che essi rappresentassero una minaccia per la sicurezza tale da giustificarne la detenzione ai sensi del diritto internazionale umanitario; che l’Azerbajgian respinge le accuse secondo cui i prigionieri di guerra armeni sono stati oggetto di trattamenti che violano le convenzioni di Ginevra;
M. considerando che su Internet e sui social media sono stati diffusi video che documentano presunti abusi e maltrattamenti dei prigionieri da parte di membri delle forze armate di entrambe le parti; che nulla indica che le autorità azere o armene abbiano condotto indagini tempestive, pubbliche ed efficaci in merito a tali incidenti o che tali indagini, laddove si fossero svolte, abbiano portato all’avvio di procedimenti penali; che sono state formulate accuse secondo cui i prigionieri di guerra e altre persone protette sarebbero stati vittime di esecuzioni sommarie, sparizioni forzate e vilipendio di cadaveri;
N. considerando che il 17 maggio 2021 la Commissione ha annunciato lo stanziamento di ulteriori 10 milioni di EUR in aiuti umanitari per sostenere i civili colpiti dal recente conflitto nel Nagorno-Karabakh e nelle zone limitrofe, portando l’assistenza dell’UE alle persone bisognose a oltre 17 milioni di EUR dall’inizio delle ostilità, nel settembre 2020;
O. considerando che tutte le parti dovrebbero fornire mappe aggiornate dei campi minati per consentire ai civili di fare ritorno nelle regioni precedentemente interessate dal conflitto;
P. considerando che, secondo le segnalazioni, il “Parco dei trofei militari”, inaugurato a Baku il 12 aprile 2021, espone attrezzature militari armene, manichini di cera che rappresentano soldati armeni deceduti e morenti e modelli di prigionieri di guerra armeni incatenati in una cella, il che potrebbe essere interpretato come un’esaltazione della violenza e rischia di istigare ulteriori sentimenti di ostilità, incitamento all’odio o persino trattamenti disumani dei restanti prigionieri di guerra e degli altri civili armeni detenuti, perpetuando così l’atmosfera di odio e contraddicendo le dichiarazioni ufficiali sulla riconciliazione;
Q. considerando che il 12 maggio 2021 le truppe dell’Azerbajgian sono entrate temporaneamente sul suolo armeno, il che costituisce una violazione dell’integrità territoriale dell’Armenia e del diritto internazionale; che tale violazione della sovranità territoriale armena fa seguito a preoccupanti dichiarazioni dei rappresentanti azeri, tra cui il presidente, che sembrano sollevare rivendicazioni territoriali e minacciare l’uso della forza, compromettendo in tal modo gli sforzi a favore della sicurezza e della stabilità nella regione;
R. considerando che negli ultimi mesi le salme sono state rimpatriate ed è stata fornita assistenza umanitaria alle popolazioni gravemente colpite dal conflitto;
S. considerando che sono necessari rinnovati sforzi per costruire la fiducia tra i due paesi e compiere progressi verso una pace sostenibile;
1. chiede il rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri armeni, militari e civili, detenuti durante e dopo il conflitto, e che l’Azerbajgian si astenga dal procedere in futuro a detenzioni arbitrarie; esorta le parti ad attuare pienamente la dichiarazione tripartita di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, che prevede uno scambio di prigionieri di guerra, di ostaggi e di altri detenuti, nonché delle spoglie di coloro che sono stati uccisi durante le ostilità;
2. deplora le violenze che hanno avuto luogo durante l’ultima guerra tra Armenia e Azerbajgian sul Nagorno-Karabakh; esprime solidarietà alle vittime e ai loro familiari; deplora la violazione del cessate il fuoco, che ha determinato ulteriori sofferenze umane, decessi e distruzione; condanna tutti gli attacchi contro i civili e ricorda l’obbligo degli Stati, ai sensi del diritto internazionale umanitario, di proteggere le vite dei civili;
3. esorta il governo dell’Azerbajgian a fornire elenchi esaustivi di tutte le persone che detiene in prigionia nell’ambito del conflitto armato e a fornire informazioni sul luogo in cui si trovano e sulla loro salute, comprese quelle che sono morte in detenzione;
4. ricorda che la mancata divulgazione di informazioni sul destino e sul luogo in cui si trovano le persone scomparse può costituire una sparizione forzata, che sia l’Azerbajgian che l’Armenia si sono impegnate ad impedire; invita tutte le parti a chiarire il destino e il luogo in cui si trovano le persone scomparse e a trattare i cadaveri con dignità;
5. chiede che il governo dell’Azerbajgian rispetti le garanzie giuridiche, consenta l’accesso di avvocati, medici e difensori dei diritti umani ai prigionieri armeni e faciliti le loro comunicazioni con i parenti;
6. esprime profonda preoccupazione per le notizie attendibili secondo cui i prigionieri di guerra armeni e altre persone in stato di prigionia sono stati e sono detenuti in condizioni degradanti e sono stati sottoposti a trattamenti disumani e a torture al momento della cattura o durante la detenzione; condanna tutti i casi di tortura e sparizioni forzate, compresi quelli perpetrati nei conflitti armati, nonché il maltrattamento e il vilipendio dei cadaveri;
7. invita le autorità azere a garantire che le persone ancora detenute ricevano tutte le tutele previste dal diritto internazionale in materia di diritti umani e dal diritto umanitario, compresa l’assenza di tortura e trattamenti disumani; invita le autorità armene e azere a condurre indagini indipendenti, tempestive, pubbliche ed efficaci e a perseguire tutte le accuse attendibili in merito a gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra e ad altre violazioni del diritto internazionale e crimini di guerra, al fine di garantire che i responsabili rispondano delle loro azioni e che le vittime dispongano di adeguati mezzi di ricorso, eventualmente con l’assistenza di una missione internazionale specifica; invita il governo dell’Azerbajgian a cooperare pienamente con la Corte europea dei diritti dell’uomo per indagare sulla fondatezza delle segnalazioni di trattamento disumano dei prigionieri armeni e a chiamare i responsabili a rispondere delle loro azioni;
8. ricorda che attualmente non esistono informazioni attendibili pubblicamente disponibili sui prigionieri di guerra e i detenuti azeri sotto la custodia armena;
9. ricorda a tutte le parti coinvolte nel conflitto il loro obbligo di rispettare il diritto internazionale umanitario, che vieta la tortura e altri trattamenti degradanti o disumani, e ribadisce che la tortura e i maltrattamenti dei prigionieri di guerra costituiscono crimini di guerra;
10. condanna fermamente l’incidente avvenuto il 9 aprile 2021, quando le autorità azere hanno inviato un aereo vuoto che avrebbe dovuto rimpatriare i detenuti armeni; ritiene che si tratti di un atto altamente insensibile e che evidenzi, inoltre, un atteggiamento generalmente degradante da parte dell’Azerbajgian nei confronti dei detenuti armeni e delle loro famiglie;
11. insiste sull’urgente necessità di astenersi da qualsiasi retorica o azione ostile che possa essere percepita come istigazione all’odio o violenza pura o come sostegno all’impunità, o che rischi di compromettere gli sforzi volti a creare e promuovere un’atmosfera favorevole alla fiducia e alla riconciliazione, alla cooperazione e ad una pace sostenibile;
12. invita il governo dell’Azerbajgian a cooperare pienamente con la Corte europea dei diritti dell’uomo sulla questione dei prigionieri armeni e a rispettare le misure provvisorie della Corte, che ha ordinato all’Azerbajgian di fornire informazioni dettagliate sulle condizioni di detenzione dei prigionieri, sul loro stato di salute e sulle misure adottate per rimpatriarli;
13. esprime la propria convinzione che uno scambio completo dei prigionieri e delle spoglie dei defunti e la composizione definitiva di tale questione costituiscano un’emergenza umanitaria, in particolare per le famiglie delle persone colpite, e rappresenterebbero una prima misura di rafforzamento della fiducia, assolutamente necessaria, per portare un inizio di stabilità nella regione;
14. invita il governo dell’Azerbajgian a garantire l’accesso libero e senza ostacoli ai prigionieri per le organizzazioni internazionali competenti, quali il Comitato internazionale della Croce Rossa e il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti;
15. pone in evidenza l’urgente necessità di garantire che l’assistenza umanitaria possa raggiungere le persone in stato di bisogno, che sia garantita la sicurezza della popolazione armena e del suo patrimonio culturale nel Nagorno-Karabakh e che gli sfollati interni e i profughi possano ritornare al loro precedente luogo di residenza;
16. insiste fermamente affinché entrambe le parti si astengano da qualsiasi azione volta a distruggere il patrimonio armeno in Azerbajgian e il patrimonio azero in Armenia; chiede la piena ricostruzione dei siti distrutti e un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale nella protezione del patrimonio mondiale della regione;
17. ricorda gli sforzi profusi dalla comunità internazionale guidata dai copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE per trovare una soluzione pacifica, duratura, globale e sostenibile sulla base dei principi fondamentali dell’OSCE del 2009 (rifiuto dell’uso della forza, integrità territoriale e parità dei diritti e autodeterminazione dei popoli) con l’obiettivo di determinare lo status futuro della regione del Nagorno-Karabakh; ricorda che tale obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una soluzione politica negoziata con un reale impegno di tutte le parti interessate; invita le parti a riprendere quanto prima il dialogo politico ad alto livello, sotto l’egida dei copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE; invita i governi armeno e azero, nonché i mediatori internazionali, a includere sistematicamente le donne nel processo di pace e a consultare i difensori dei diritti umani delle donne;
18. deplora il fatto che gli Stati membri dell’UE che partecipano al gruppo di Minsk dell’OSCE non fossero presenti quando è stato negoziato l’accordo di cessate il fuoco e che l’UE non abbia dato prova di leadership nel portare al tavolo dei negoziati due dei suoi partner orientali di grande prestigio;
19. deplora l’apertura del cosiddetto Parco dei trofei di Baku, aperto al pubblico dal 14 aprile 2021, in quanto intensifica ulteriormente i sentimenti ostili che esistono da lunga tempo e mina la fiducia reciproca tra Armenia e Azerbajgian; chiede, pertanto, che sia chiuso senza indugio;
20. invita il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AR) e la Commissione ad offrire tutta l’assistenza necessaria sia all’Armenia che all’Azerbajgian per consolidare il cessate il fuoco e sostenere qualsiasi sforzo volto alla stabilità, alla ricostruzione, al rafforzamento della fiducia e alla ricostruzione postbellica, nonché a seguire da vicino l’attuazione delle disposizioni del cessate il fuoco, in particolare per quanto riguarda il suo meccanismo di monitoraggio; invita il Servizio europeo per l’azione esterna, la Commissione e gli Stati membri ad aumentare il loro sostegno e la loro cooperazione nei confronti della società civile e dei difensori dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda le restrizioni al loro lavoro; ritiene che il rappresentante speciale dell’UE per il Caucaso meridionale abbia un ruolo importante da svolgere a tale riguardo;
21. invita la Commissione e gli Stati membri a continuare a sostenere la fornitura di assistenza umanitaria urgente e il lavoro delle organizzazioni internazionali in questo settore e sulla protezione del patrimonio culturale e religioso, nonché a sostenere le organizzazioni della società civile in Armenia e in Azerbajgian che contribuiscono realmente alla riconciliazione;
22. invita il VP/AR, insieme agli Stati membri, ad affrontare anche la questione della sicurezza, della stabilità e della cooperazione regionale nel Caucaso meridionale in occasione del prossimo vertice del partenariato orientale che si terrà nell’autunno del 2021;
23. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Segretario generale delle Nazioni Unite, al Segretario generale dell’OSCE, ai copresidenti del gruppo di Minsk, al Presidente, al governo e al parlamento dell’Armenia e al Presidente, al governo e al parlamento dell’Azerbajgian.

 

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Il rilascio di dieci prigionieri armeni grazie a un appello “totuspartisan” dall’Italia (Tempi 11.01.22)

esolatamente avevo citato nell’ultima mia lettera dal Lago Sevan due versi di Giuseppe Ungaretti: «Si sta come d’autunno/ sugli alberi le foglie». Avevo denunciato a voi, cari amici italiani, la nostra solitudine dinanzi ad un destino che la geopolitica ci induce a ritenere segnato. L’Armenia sarà preda del lupo grigio turco (più turco che azero). Abbandonati da tutti, con la sola protezione della Russia che però deve fare i conti con una Turchia alleata ormai della Cina, avevo finito con queste righe a futura memoria: «Ricordatevi che quei versi di Ungaretti riguardano adesso alcuni milioni di fratelli cristiani. Non siamo topi, abbiamo un’anima immortale, e la forza dei sacramenti. Resisteremo. E quand’anche ci conquistassero, riprovandoci con un genocidio, vorrà dire che la nostra croce fiorirà».
Non so come, questa croce inizia già a fiorire. Una solidarietà inaspettata ci è giunta dall’Italia. Ed è arrivata come un vento potente. Solidarietà viene da solidus, solido, ch..

 

Ebrei, zingari, tutsi, armeni e curdi: un festival delle memorie a Ferrara (Estense.com 11.01.22)

Dal 25 al 30 gennaio al teatro comunale ‘Claudio Abbado’ di Ferrara ospiterà l’iniziativa ideata da Moni Ovadia e che vede la collaborazione dello storico Franco Cardini
di Lucia Bianchini

È un festival dedicato a tutte le memorie, ideato da Moni Ovadia, quello che si terrà dal 25 al 30 gennaio al teatro comunale ‘Claudio Abbado’ di Ferrara.Ne hanno parlato lo stesso Ovadia insieme a Marcello Corvino, direttore artistico, a Franco Cardini, direttore scientifico del festival, a Marco Gulinelli, assessore alla cultura, e a Vittorio Sgarbi, presidente di Ferrara Arte.

“L’idea di questo festival – spiega Ovadia – mi è stata suggerita da due circostanze, e da persone importanti: da Gabriele Nissim, che con la sua associazione ha avuto l’idea di onorare con giardini tutti i giusti, coloro che nell’occorrenza di violenze e persecuzioni, stermini e genocidi, rischiarono la loro vita per salvare esseri umani. L’altro episodio è legato a quando ho incontrato la più grande testimone del genocidio dei tutsi in Rwanda, che portava una Stella di David al collo, le ho chiesto il perché, e lei mi ha risposto che dovevano fare come gli ebrei, costruire l’edificio della memoria. La memoria deve coinvolgere tutti gli esseri umani che hanno sofferto di violenze. È un festival il nostro, non un tribunale”.

Il programma del Festival si articolerà in sei giornate, ciascuna dedicata alla memoria di un popolo con un incontro pomeridiano al Ridotto del Teatro, e uno spettacolo serale nella Sala Teatrale. A curare e introdurre gli incontri sarà lo storico Franco Cardini.

“Spero – afferma Cardini – di portare un senso supplementare a questi incontri. Bisogna stare attenti a vari pericoli che si profilano davanti a questa iniziativa: c’è il rischio di malintesi, che possono essere incidentali e involontari, ma sono certo che ve ne saranno anche di volontari e pianificati. Quando si tratta di andare oltre, e vedere nella Shoah non un esempio unico e inarrivabile, ma analizzare tutte le altre situazioni, che spesso pestano i piedi a forze ingenti, la situazione è complessa. Abbiamo davanti alla Shoah un grande vantaggio storico: i responsabili, gli ideatori più duri e violenti, non ci sono più, fisicamente e sotto il profilo civile, sociale, culturale, nessuno li difende più. Diverso è il caso di altri genocidi”.

Tra i presenti anche Vittorio Sgarbi, presidente di Ferrara Arte: “Sono veramente felice che Moni Ovadia sia a Ferrara, che la dialettica tra visioni diverse dello stato di Israele sia un tema di cui qui si parla e si parla con la volontà che ha avuto di far intendere che la Shoah vale come emblema, davanti all’umanità intera, di una violenza assurda, ma ogni violenza è assurda e quella assurdità va indicata, dagli armeni in avanti. La mia città è la prima città d’Italia ad avere un festival delle memorie per ricordare quello che non bisogna fare ma che si continua a fare senza rispetto per gli uomini. Mi pare un bellissimo programma”.

La mia città è la prima città d’Italia ad avere un festival delle memorie per ricordare quello che non bisogna fare ma che si continua a fare senza rispetto per gli uomini

Si comincerà il 25 gennaio, dedicato alla memoria del genocidio degli armeni: ne parleranno la scrittrice Antonia Arslan e il docente e storico Aldo Ferrari; concluderà la giornata il concerto del musicista Gevorg Dabaghyan, interprete internazionale, con il suo trio, della tradizione musicale armena.

Il 26 gennaio sarà rivolto al popolo curdo, con un incontro a cui parteciperanno Luigi Lucchi, sindaco del comune di Berceto, e Yilmaz Orkan, responsabile Uiki Onlus  – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. Conclusione in musica con il concerto della cantante e musicista Aynur Doğan.

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, sarà centrato sulla memoria degli ebrei, e con essi Rom e Sinti, questi ultimi vittime spesso dimenticate: la giornata avrà inizio con un momento per gli studenti delle scuole ferraresi, con i saluti del Prefetto di Ferrara Rinaldo Argentieri, del sindaco della città Alan Fabbri, del Rappresentante della Consulta Provinciale degli Studenti, a cui si aggiungerà un intervento del prof. Andrea Baravelli dell’Università di Ferrara, e la cerimonia di consegna delle medaglie d’onore agli ex internati dei lager nazisti. Nel pomeriggio, ospiti del Ridotto del Teatro saranno Marina Montesano, docente di Storia medievale all’Università di Messina, e Dijana Pavlović, attrice e attivista per i diritti civili di origini serbe, in dialogo con il presidente della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara Moni Ovadia.

In tema con questa memoria, lo spettacolo di Ovadia Senza confini. Ebrei e zingari, in replica al mattino e alla sera; un recital di canti, musiche, storie rom, sinti ed ebraiche che metteranno in risonanza la comune vocazione delle genti in esilio.

Il 28 gennaio il discorso si rivolgerà al genocidio dei Tutsi, nell’incontro a cui parteciperanno Franco Cardini e Yolande Mukagasana, testimone dell’orrore a cui è sopravvissuta in Ruanda, da lei stessa raccontato nel libro La morte non mi ha voluta. In dialogo con loro, anche Patrizia Paoletti Tangheroni, presidente della Fondazione Teatro Verdi di Pisa. Il racconto del genocidio dei Tutsi verrà poi ripercorso in serata con la proiezione del film Accadde in aprile, il documentario di Raoul Peck che ricostruisce i fatti tragici accaduti in Ruanda nel 1994.

L’approfondimento ritornerà sul popolo ebraico il 29 gennaio in un incontro curato da Fabio Levi, direttore del Centro Internazionale di Studi “Primo Levi”, l’attore e regista Valter Malosti dialogherà con il compositore Carlo Boccadoro e il saggista Domenico Scarpa, con i quali ha collaborato alla realizzazione di Se questo è un uomo, la trasposizione teatrale dell’opera di Primo Levi che andrà in scena in serata. Durante il pomeriggio, l’incontro con Moni Ovadia, il saggista Vittorio Robiati Bendaud e il pittore e scrittore Stefano Levi della Torre.

Il programma della giornata conclusiva, 30 gennaio, proseguirà lungo la stessa traccia tematica: al mattino, il progetto coreografico di Jazz Studio Dance La memoria rende liberi, tratto dal libro di Liliana Segre e Enrico Mentana, anticiperà la presentazione del libro di Piero Stefani La parola a loro. Dialoghi e testi teatrali su razzismo, deportazioni e Shoah; il teologo sarà accompagnato da Moni Ovadia, Amedeo Spagnoletto (Direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah-Meis di Ferrara), con letture degli attori Magda Iazzetta e Fabio Mangolini, e la partecipazione dell’Accademia Corale Vittore Veneziani. In serata, la replica dello spettacolo di Valter Malosti Se questo è un uomo.

“Il teatro – spiega Gulinelli- si pone come presidio culturale grazie ad una programmazione precisa e di qualità. La giornata delle memorie è un momento importante, e con la nostra presenza ribadiamo che le istituzioni con la cultura sentono la responsabilità di non dimenticare”.
L’ingresso sarà a pagamento per gli spettacoli serali (esclusa la proiezione del film), e gratuito per tutti gli incontri pomeridiani. In base all’attuale normativa anticovid, l’accesso sarà consentito solo con Green Pass rafforzato e mascherina di tipo Ffp2.

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“Chant from a Holy Book”, il video che celebra la nascita del filosofo armeno George Gurdjieff (Ilgiornaledibarda.it 10.01.21)

FORNACI  – Con il prossimo 2022 ci apprestiamo a vivere il 150° anniversario dalla nascita del filosofo, scrittore, mistico e musicista greco-armeno George Ivanovitch Gurdjieff (Gyumri, 14 gennaio 1872 – Neuilly-sur-Seine, 29 ottobre 1949)… anche se forse sarebbe meglio dire “uno” dei tanti anniversari visto il mistero legato proprio alla imprecisata data della sua nascita, che oscilla fra il 1866 e 1877.

Grazie alla recente pubblicazione del Cofanetto “The Fourth Way Piano Music”, un doppio CD edito da Da-Vinci Classics con la prefazione di Giovanni Maria Quinti ed il pianoforte di Massimo Salotti, la musica del maestro rivivrà grazie al progetto “Prayers2022”, un viaggio fra colori, danze e sacri contrappunti.

Proprio in occasione del compleanno del maestro, il prossimo 14 gennaio sarà pubblicato con una première mondiale sulla piattaforma Youtube il video “Chant from a Holy book”.

Il video darà il via al lungo viaggio di PRAYERS2022, un progetto musicale ideato dall’eclettico artista fornacino Massimo Salotti (pianista, compositore e pittore), che porterà la musica di Gurdjieff in tutto il mondo.

 L’esclusività del video però non riguarda solamente l’omaggio al maestro, ma anche il luogo e lo strumento utilizzato per la stessa esecuzione: il video infatti, realizzato dai barghigiani Stefano Cosimini e Simone Gonnelli della “Neon”, casa di produzione indipendente attiva nel settore della cultura, è stato girato interamente presso la splendida cornice di Villa Ginori.

La proprietà (ai quali vanno i nostri più sentiti ringraziamenti) ha infatti messo a disposizione lo storico salone della Villa, con il pianoforte e il suo magnifico giardino: un angolo di paradiso sul Lago di Massaciuccoli, che ha ospitato nel secolo scorso artisti, pittori, scrittori e musicisti. Uno fra tutti il celebre Maestro Giacomo Puccini, che al Marchese Carlo Benedetto Ginori Lisci e a sua moglie, dedicò l’opera La Bohème, lavoro musicale che scrisse proprio suonando questo pianoforte.

Sarà dunque l’occasione per vedere ed ammirare uno degli spazi più evocativi della nostra Italia, orgoglio del Comune di Massarosa e, soprattutto, ammirare lo strumento che fu compagno del giovane Giacomo Puccini, fra “sogni e chimere” di quei magici anni che segnarono i successi della sua vita.

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Trent’anni fa nasceva la Repubblica armena cristiana di Artsakh. In Azerbajgian – “Paese della tolleranza” – vengono strappati i simboli religiosi cristiani e torturati i militari nemici (Korazym 09.01.22)

Il Difensore dei diritti umani dell’Armenia, Arman Tatoyan, ha pubblicato una nota sulla sua pagina Facebook [QUI], che fa seguito al Rapporto pubblico congiunto ad hoc dei Difensori dei diritti umani dell’Armenia e dell’Artsakh, “Fatti sulla costruzione fittizia della pace azerbajgiana e sull’assenza di un dialogo onesto come minacce ai diritti umani: piattaforme Baku-Tbilisi nel 2016 e 2017. Yerevan-Stepanakert, gennaio 2022”, pubblicato nei giorni scorsi [QUI].

Le Croci dei prigionieri di guerra armeni in Azerbajgian

Ancora una volta viene denunciato il comportamento dell’Azerbajgian nei confronti dei prigionieri di guerra armeni che a oltre un anno dalla fine del conflitto sono illegalmente trattenuti nelle prigioni azere. Tatoyan specifica che tutto quanto riportato è documentato da valide prove che sono nella disponibilità dell’Ufficio del Difensore dei diritti umani dell’Armenia e a disposizione delle autorità internazionali.

Per quanto il contenzioso tra Armenia e Azerbajgian sull’Artsakh/Nagorno-Karabakh non abbia mai assunto i connotati di una guerra di religione, giungono preoccupanti segnali sul trattamento degli Armeni detenuti. Tatoyan scrive nel suo post: “Ad esempio, c’è un caso noto in cui i militari azeri hanno chiesto a un soldato armeno di rinunciare al cristianesimo e di convertirsi all’Islam, cioè di cambiare la sua fede. Dopo che il soldato armeno si è rifiutato di obbedire, le sue gambe sono state bruciate e è duramente picchiate e umiliate. Non abbiamo registrato nulla di simile prima. In un altro caso, gli Azeri hanno bruciato con un accendino una parte del corpo di un soldato catturato, sul quale hanno notato un tatuaggio a forma di croce e lo hanno picchiato duramente. A tutti coloro che avevano una croce con loro, questi simboli religiosi sono stati portati via o distrutti. Quando i nostri prigionieri hanno chiesto la restituzione delle croci, sono stati duramente picchiati e ridicolizzati, deridendo la religione. Questi casi sono una diretta conseguenza della politica di armenofobia e dell’ostilità delle autorità azere nei confronti degli armeni”.

Durante la guerra del 2020 non erano mancati episodi di vandalismo religioso contro le chiese e i monumenti cristiani armeni, di cui abbiamo riferito, per esempio: Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021. La politica armenofoba del regime azero è proseguita nei territori occupati anche dopo la fine del conflitto, di cui abbiamo riferito, per esempio: Dalla Montagna del Giardino Nero. Cronaca di un anno orribile per gli armeni cristiani della Repubblica di Artsakh – 30 dicembre 2020.

Il Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan insieme ad alti funzionari e rappresentanti del più alto comando dell’Esercito di Difesa ha partecipato alla Santa Liturgia presieduta dal Primate della Diocesi di Artsakh, Sua Grazia il Vescovo Vrtanes Abrahamyan, celebrata nel Monastero di Gandzasar in occasione del Natale e dell’Epifania.

Trent’anni fa nasceva la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh

Trent’anni fa, a seguito del referendum del 10 dicembre 1991 e delle elezioni tenutesi il 28 dicembre 1991, si costituiva l’organo legislativo della neonata Repubblica del Nagorno-Karabakh. Il Consiglio Supremo nella sua prima seduta del 6 gennaio 1992 adottò la Dichiarazione dell’Indipendenza della Repubblica del Nagorno Karabakh, procedendo dal diritto inalienabile del popolo all’autodeterminazione, facendo affidamento sul libero arbitrio del popolo della Repubblica del Nagorno Karabakh. L’Azerbajgian ha risposto alla dichiarazione di indipendenza con tre guerre.

La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è uno Stato de facto a riconoscimento limitato, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbajgian. Come previsto dal referendum costituzionale del 20 febbraio 2017 il Paese mantiene ufficiali entrambi i toponimi. Situato nel Caucaso meridionale, nella regione del Nagorno Karabakh (anche “Alto Karabakh” o “Karabakh Montuoso”), aveva i precedenti confini territoriali (a ovest con l’Armenia, a sud con l’Iran, a nord e ad est con l’Azerbajgian) determinati al termine del conflitto scoppiato nel gennaio del 1992, dopo l’avvenuta proclamazione di indipendenza. Tali confini corrispondevano, grosso modo, a quelli dell’antica regione armena di Artsakh. Alcune porzioni del territorio (parte della regione di Shahoumyan e i bordi orientali delle regioni di Martouni e Martakert) erano rimasti comunque sotto controllo azero pur essendo rivendicate dagli Armeni come parte integrante del loro Stato. A seguito della Guerra del Nagorno Karabakh del 2020, buona parte del territorio della Repubblica di Artsakh è finito sotto controllo dell’Azerbajgian sia per le conquiste militari nel corso del conflitto sia per quanto stabilito dall’Accordo di cessate il fuoco nella guerra del Nagorno-Karabakh del 2020. Di fatto, la Repubblica di Artsakh è interamente circondata dall’Azerbajgian, eccezione fatta per lo stretto collegamento garantito dal Corridoio di Lacın, che la unisce all’Armenia e che si trova sotto controllo e vigilanza della forza russa per il mantenimento della pace [Artsakh/Nagorno-Karabakh, 27 settembre 2020-27 settembre 2021. Il Male, un anno fa – 27 settembre 2021 e La guerra scatenata dall’Azerbajgian (con il sostegno determinante della Turchia) contro la Repubblica di Artsakh non va dimenticata – 24 settembre 2021].

Il Presidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh, Artur Tovmasyan in un messaggio di congratulazioni in occasione del 30° anniversario del Consiglio Supremo della Repubblica del Nagorno-Karabakh, ha dichiarato: «Oggi l’Artsakh, sebbene rimpicciolito, ha una statualità, e la sua indipendenza è indiscutibile. Accanto alla soluzione finale del conflitto c’è la questione del riconoscimento internazionale della Repubblica di Artsakh e dei suoi confini, ed è fissata incondizionatamente. L’esistenza e la salvezza del popolo armeno che ha lottato nel crocevia della storia è sempre stata condizionata dall’unità e dall’unanimità degli Armeni. Con il nostro stile di vita e fiducia, dobbiamo difendere la nostra Patria e lottare per la protezione dei nostri diritti. La nostra volontà e i nostri obiettivi sono irremovibili, non sono soggetti a compromessi. Invitiamo tutti gli Armeni all’unità, alla comprensione reciproca e alla tolleranza».

La dichiarazione della indipendenza della Repubblica del Nagorno-Karabakh, 6 gennaio 1992
(Traduzione italiana a cura dell’Iniziativa italiana per l’Artsakh)

In virtù del diritto all’autodeterminazione dei popoli, così come la volontà del popolo del Nagorno-Karabakh si è espressa nel referendum della Repubblica il 10 dicembre 1991;
– comprendendo le responsabilità per il destino della storica patria;
– confermando l’adesione ai principi del 2 settembre 1991 della Dichiarazione sulla proclamazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh;
– ricercando la normalizzazione delle relazioni tra i popoli armeno e azero;
– disposti a proteggere la popolazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh dalle aggressioni e minacce di sterminio fisico;
– sviluppando l’esperienza dell’autogoverno popolare nel Nagorno-Karabakh nel 1918-1920;
– esprimendo la volontà di stabilire relazioni uguali e reciprocamente vantaggiose con tutti gli stati e membri dell’Unione;
– rispettando e seguendo i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, del documento finale della riunione di Vienna tra la Conferenza europea sulla sicurezza e la cooperazione stati membri, e le altre norme universalmente riconosciute del diritto internazionale.
Il Soviet Supremo della Repubblica del Nagorno-Karabakh:
Sancisce l’indipendenza della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh è uno Stato indipendente. Essa ha la sua propria bandiera nazionale, emblema e l’inno. La Costituzione e le leggi Repubblica del Nagorno-Karabakh, nonché gli atti internazionali e legali che regolano il rispetto dei diritti umani e delle libertà sono in vigore nel territorio della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
Tutto il potere nella Repubblica del Nagorno-Karabakh appartiene al popolo della Repubblica del Nagorno-Karabakh, che realizza il suo potere e volontà mediante referendum nazionale o tramite organismi rappresentativi.
Tutti gli abitanti del Nagorno-Karabakh sono cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh permette la doppia cittadinanza.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh protegge i suoi cittadini.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh garantisce i diritti e le libertà di tutti i suoi cittadini indipendentemente dalla loro nazionalità, razza e credo.
Forze armate, forze dell’ordine e organi di sicurezza dello Stato sono stabiliti nella Repubblica del Nagorno-Karabakh subordinati alle autorità suprema per garantire la tutela dei suoi cittadini e la sicurezza della popolazione. I cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh devono servire nelle forze armate sul territorio della Repubblica del Nagorno-Karabakh. Il servizio militare dei cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh in altri Stati, come pure la presenza di forze armate straniere nel territorio della Repubblica del Nagorno-Karabakh sono realizzati sulla base di accordi interstatali
Come soggetto di diritto internazionale, la Repubblica del Nagorno-Karabakh conduce una politica estera indipendente, stabilisce rapporti diretti con altri Stati, e partecipa alle attività delle organizzazioni internazionali.
Il terreno, la profondità, lo spazio aereo, le ricchezze naturali, materiali e spirituali della Repubblica del Nagorno-Karabakh sono di proprietà del suo popolo. Le leggi della Repubblica del Nagorno-Karabakh regolano il loro utilizzo e la proprietà.
L’economia della Repubblica del Nagorno-Karabakh si basa sul principio della parità di tutte le forme di proprietà. Essa garantisce pari opportunità di piena e libera partecipazione alla vita economica di tutti i cittadini della Repubblica del Nagorno-Karabakh.
La Repubblica del Nagorno-Karabakh riconosce la priorità dei diritti umani, garantisce la libertà di parola, di coscienza, l’attività politica e sociale e tutti gli altri diritti universalmente riconosciuti e le libertà civili. Le minoranze nazionali sono sotto la protezione dello Stato. La struttura statale della Repubblica del Nagorno-Karabakh assicura per le minoranze nazionali la possibilità di una vera e propria partecipazione alla vita politica, economica e spirituale della Repubblica. La legge persegue qualsiasi discriminazione nazionale.
Il linguaggio di stato della Repubblica del Nagorno-Karabakh è l’armeno. La Repubblica del Nagorno Karabakh riconosce il diritto delle minoranze nazionali all’utilizzo, senza alcuna limitazione, della loro lingua madre in campo economico, culturale ed educativo.
Questa Dichiarazione e la Dichiarazione generale sui diritti umani forma la base della Costituzione e della legislazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh.

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La schizofrenia geopolitica di Erdogan (Tempi.it 08.01.22)

Che a causa della crisi economica e finanziaria che infuria in Turchia le cose per Erdogan si siano messe male per quanto riguarda il consenso interno e le possibilità di restare in sella dopo il 2023, si capisce da una cosa: i suoi frenetici e apparentemente schizofrenici tentativi di riallacciare i rapporti con gli stati vicini coi quali è entrato in conflitto e di avviare una fase di distensione regionale.

Una Turchia senza lira

Negli ultimi due mesi il presidente turco ha offerto il ramo d’ulivo ad Armenia, Egitto, Emirati Arabi Uniti (Eau), Israele e Libia di Haftar, paesi e forze con le quali Ankara è entrata in rotta di collisione in forza della politica neo-ottomana dei governi dell’Akp e del suo presidente. Fino ad oggi solo l’Armenia e in parte gli Emirati hanno risposto positivamente alle profferte del rais.

La situazione economico-finanziaria della Turchia si fa più critica mese dopo mese. Il miracolo economico delle politiche espansive di Erdogan iniziate nel 2002 quando il pil pro capite era di soli 3.688 dollari, è finito nel 2013 quando lo stesso ha toccato i 12.614 dollari; dopo di allora la flessione è stata costante fino a scendere a 8.538 dollari all’inizio del 2021. Nel frattempo l’inflazione si è impennata toccando alla fine del dicembre 2021 il livello più alto da quando l’Akp è salito al potere nel 2002: 36 per cento. Secondo analisti della banca HSBC arriverà al 42 per cento fra aprile e maggio. Nel solo 2021 la lira turca ha perso il 45 per cento del suo valore rispetto al dollaro.

L’accorato appello agli Emirati

In politica estera Erdogan ha lanciato il suo appello più accorato il 29 novembre scorso, cinque giorni dopo la visita del principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed ad Ankara che aveva segnalato la ripresa di relazioni costruttive fra Eau e Turchia: in quell’occasione erano stati annunciati impegni di investimento per 10 miliardi di dollari, in parte già realizzati attraverso l’acquisizione della compagnia turca di servizi finanziari e di home banking Payguru da parte dell’emiratina Tpay. Sull’onda del riavvicinamento con gli Emirati, che in Libia e nel Corno d’Africa competono con la Turchia per l’egemonia regionale, Erdogan ha dichiarato che le relazioni sarebbero state normalizzate anche con Israele e l’Egitto, e si sarebbe tornati allo scambio di ambasciatori.

Il Cairo e Ankara infatti non hanno più relazioni diplomatiche dal 2013, da quando cioè il presidente Mohamed Morsi, espressione della Fratellanza Musulmana, è stato deposto e imprigionato a seguito del golpe militare che ha portato al potere il colonnello Abdel Fattah al-Sisi: da quel momento la Turchia ha ritirato il suo ambasciatore e i Fratelli Musulmani hanno trovato rifugio sul Bosforo. Tuttavia nel 2021, dopo che il Cairo ha stretto rapporti politici e militari più intensi con la Grecia e con Cipro, Ankara ha preso a corteggiare il governo di al-Sisi, che ha accettato di ospitare colloqui per la normalizzazione dei rapporti ai quali ha partecipato il ministro degli Esteri turco Cavosoglu fra agosto e settembre. In dicembre l’Egitto ha partecipato con il suo viceministro degli Esteri per gli affari africani al terzo summit del Partenariato Turchia-Africa, al quale hanno preso parte i capi di Stato di 16 paesi africani riuniti a Istanbul.

Alla “conquista” degli armeni

Le relazioni diplomatiche fra Gerusalemme e Ankara invece sono interrotte dal maggio 2018, data in cui le proteste palestinesi contro l’insediamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme si erano concluse con morti e feriti dopo lanci di razzi da Gaza e bombardamenti israeliani. In un crescendo di accuse e ritorsioni, gli ambasciatori erano stati ritirati. Nel dicembre 2020 la Turchia ha nominato un nuovo ambasciatore in Israele, che però non si è mai insediato anche perché durante la crisi israelo-palestinese della primavera 2021 Ankara non ha fatto mancare il suo sostegno retorico ai palestinesi, chiedendo che Israele fosse incriminato presso la Corte penale internazionale per i bombardamenti su Gaza. Invece poco dopo l’elezione del nuovo presidente israeliano Isaac Herzog, avvenuta in giugno, Erdogan ha chiesto e ottenuto una telefonata di 14 minuti col nuovo capo di Stato il 13 luglio scorso.

Il paese con cui apparentemente la Turchia ha fatto più progressi è l’Armenia, con la quale le relazioni diplomatiche sono interrotte e i confini di terra sono sigillati dal 1993, data della guerra del Nagorno Karabakh che si concluse con il controllo armeno sul territorio conteso con l’Azerbaigian. Dopo gli scontri del settembre-novembre 2020, che hanno permesso all’Azerbaigian di occupare vaste aree dei territori contesi grazie al sostegno militare della Turchia, Yerevan aveva deliberato sanzioni commerciali contro alcuni prodotti turchi. Tali sanzioni sono state tolte il 1° gennaio di quest’anno, dopo che a metà dicembre la Turchia ha nominato il suo diplomatico Serdar Kilic, già ambasciatore negli Usa, come inviato speciale per la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, e quest’ultima ha risposto nominando pochi giorni dopo Ruben Rubinyan, vice ministro degli Affari esteri, come omologo di Kilic.

Erdogan e le «vitali relazioni con Israele»

La Turchia ha bisogno di normalizzare i rapporti con l’Armenia per attivare un corridoio commerciale di terra verso il petrolifero e alleato Azerbaigian e da lì verso la Russia, che le permetterebbe di estendere la sua area di influenza politico-economica a tutto il Caucaso meridionale; l’Armenia ha bisogno, secondo l’attuale presidente Nikol Pashinyan, di sbloccare la frontiera con la Turchia per avere maggior sbocchi commerciali ed aprirsi a maggiori rapporti economici col resto del mondo. Il riavvicinamento fra Ankara e Yerevan è incoraggiato dagli Usa, dall’Unione Europea e dalla stessa Russia, che il 10 dicembre scorso ha ospitato un summit multilaterale fra Armenia, Azerbaigian, Turchia, Iran e Russia a livello di vice ministri degli Esteri. 

Più complicato appare il riavvicinamento a Israele, che chiede a Erdogan di interrompere completamente i suoi rapporti con Hamas, che in Turchia gode di sostegni di molti di tipi. In un incontro senza precedenti coi rappresentanti della comunità ebraica di Turchia e dell’Alleanza dei Rabbini negli Stati Islamici il 22 dicembre scorso Erdogan ha dichiarato: «Il più grande desiderio della Turchia è un Medio Oriente dove le società diverse per religione, lingua e origine etnica vivono insieme in pace. Un’attitudine sincera e costruttiva da parte di Israele nel contesto di sforzi per la pace contribuirà al processo di normalizzazione. Le relazioni fra Turchia e Israele sono vitali per la stabilità e la sicurezza nella nostra regione». Militari delle forze armate turche si trovano oggi in Azerbaigian, Siria, Iraq, Cipro e Libia.

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