Non si ferma la solidarietà lecchese nei confronti del popolo armeno (Leccotoday 07.01.22)

Più di 100mila profughi dopo lo scontro militare nel Nagorno Karabakh. Il 15 gennaio si concluderà la raccolta fondi promossa all’associazione Amici Lecco-Vanadzor Italia Armenia

La mano tesa dei lecchesi è sempre vicina al popolo armeno nel momento più difficile degli ultimi trent’anni, dopo lo scontro militare nel Nagorno Karabakh. Una vicinanza nata nel 1988, anno del tragico terremoto che causò oltre 50mila vittime, e che ora è più forte che mai grazie all’associazione Amici Lecco-Vanadzor Italia Armenia.

In Armenia si vive un’altra grave emergenza umanitaria che ha pesanti risvolti sotto il profilo umano, morale ed economico. Le stime suggeriscono la presenza di 110mila profughi.

Dall’Armenia i saluti a Lecco per “Un’amicizia che continua”

Il 15 gennaio si concluderà la raccolta fondi per aiutare il popolo armeno e l’associazione lecchese comunicherà a tutti l’obiettivo raggiunto. “Siamo ben consapevoli della delicata crisi sanitaria ed economica che coinvolge il nostro Paese, con la pandemia del coronavirus ancora non sconfitta, presente anche in Armenia, che sta mettendo a dura prova famiglie e attività. Siamo altrettanto sicuri che, come in altre circostanze similari, i cittadini lecchesi e italiani non rinunceranno a offrire un loro aiuto concreto – spiegano dall’associazione – Invitiamo tutta la cittadinanza lecchese a condividere e sentirsi partecipi a queste finalità solidali che ci aiuteranno a sentirci migliori in un mondo che reclama sempre più condivisione, rispetto, pace e cooperazione, in particolare con i popoli più deboli che ancora non hanno conosciuto la pace”.

Chi volesse contribuire alla causa del popolo armeno può fare riferimento alla raccolta fondi al seguente codice Iban: IT28Z0306909606100000003286, indicando quale causale “Solidarietà Armenia”.

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Tutte le persone che verranno ricordate nel giardino dei giusti di Milano (Milanotoday 04.01.22)

Sono stati scelti i 9 nomi che il prossimo 6 marzo verranno iscritti nel giardino dei giusti sul Monte Stella di Milano, memoriale dedicato alle persone che si sono opposte ai genocidi e ai crimini contro l’umanità.

Si tratta di 10 persone, “uomini e donne che, in tempi e luoghi diversi, hanno speso la loro vita nel tentativo di porre un argine all’odio e alla violenza nel mondo”, ha precisato la presidente del consiglio comunale di Milano Elena Buscemi.

“Con i Giusti che onoreremo quest’anno lanciamo a tutto il Paese un grande segnale per la prevenzione dei genocidi, nello spirito della Convenzione delle Nazioni Unite approvata nel dopoguerra per merito del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, che cercò di unire il mondo attorno alla mobilitazione contro ogni atrocità di massa”, ha dichiarato residente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim. Lo sguardo è quindi alle sfide del mondo contemporaneo: “Mentre oggi in Russia viene messa fuori legge Memorial, l’organizzazione che ha documentato i gulag, abbiamo voluto rendere omaggio ad una scrittrice straordinaria come Evgenija Solomonovna Ginzburg che fu una delle grandi anime della resistenza morale al totalitarismo sovietico. Il giardino di Milano non vuole rimanere in silenzio di fronte a questa pericolosa distorsione della memoria. Ricordiamo inoltre la resistenza morale degli uiguri di fronte ai campi di rieducazione, dove si tenta di cancellare la loro identità storica. Per questo rendiamo omaggio al docente universitario Ilham Tohti, oggi condannato all’ergastolo per la denuncia che ha fatto al mondo”.

Tutte le persone che verranno iscritte nel giardino dei giusti

Raphael Lemkin. Ebreo polacco, ideatore della definizione di genocidio, ha ricordato al mondo che la prevenzione di tali crimini è responsabilità dell’umanità intera. Ha dedicato tutti i suoi sforzi, contattando personalmente i leader mondiali nelle loro lingue, all’approvazione di una convenzione contro il reato internazionale di genocidio, da lui redatta e approvata il 9 dicembre 1948 dall’Onu.

Aristides de Sousa Mendes. Console portoghese a Bordeaux, disobbedì agli ordini del suo governo e fornì visti di transito agli ebrei perseguitati, perdendo per questo il lavoro, il sostentamento e la reputazione nel suo Paese. A chi non poteva pagare per i visti consegnò gratuitamente i documenti e istituì un ufficio nel consolato doveri lasciava permessi di ingresso. Tra il 15 e il 22 giugno 1940, Sousa Mendes emise un totale di 1.575 visti.

Henry Morgenthau. Ambasciatore americano nell’Impero Ottomano, testimone del genocidio armeno, raccolse fondi per gli orfani sopravvissuti e lavorò per il rimpatrio degli armeni sopravvissuti che continuavano a morire di fame e di epidemie. Scelse di denunciare la tragedia del Metz Yeghern, rendendo pubbliche le documentazioni e i rapporti sul massacro degli armeni, tenendo conferenze, scrivendo analisi sulla metodologia genocidaria.

Ilham Tohti. Docente uiguro, è stato condannato all’ergastolo per aver denunciato le discriminazioni verso le minoranze in Cina, al termine di un processo lampo durato due giorni. Ha sempre rifiutato la violenza e incoraggiato il dialogo, creando anche, a questo scopo, un sito web per promuovere il dialogo tra la minoranza uigura e il resto della popolazione cinese. Conosciuto come il “Mandela della Cina”, sta scontando la propria pena nonostante i numerosi riconoscimenti internazionali attribuiti alla sua azione.

Evgenija Solomonovna Ginzburg. Testimone della vertigine dei campi di lavoro sovietici, subisce la cella di isolamento, i lavori massacranti, la tortura, per la sua opposizione alla logica distruttrice del totalitarismo nei confronti della dignità umana. Durante la sua lunga resistenza nell’inferno dello stalinismo, rielabora la propria esperienza nella ricerca della verità: il suo libro Viaggio nella vertigine rimane una testimonianza drammaticamente straordinaria di una protagonista del ‘900.

Godeliève Mukasarasi. Sopravvissuta al genocidio dei tutsi in Ruanda, nonostante le minacce e l’uccisione di sua figlia e suo marito scelse di testimoniare nel processo Akayesu, contribuendo alla prima condanna al mondo per genocidio. Oggi è ancora impegnata nell’organizzazione Sevota da lei creata, che riunisce 80 associazioni con oltre 2000 membri e promuove la riconciliazione tra hutu e tutsi. Tra le iniziative in cui è maggiormente impegnata c’è l’assistenza medica per le sopravvissute alla violenza sessuale durante il genocidio.

Achille Castelli, imprenditore comasco e membro del PNF, salvò antifascisti ed ebrei nascondendoli in casa propria, rifiutandosi anche di consegnare i propri dipendenti che sarebbero stati trasferiti in Germania. Tra di loro, Matilde Steiner Covo e la famiglia ebrea Esckenasi, che Castelli nascose nella propria abitazione.

Patriarca Kiril di Bulgaria – Konstantin Markov Konstantinov, che nel 1943 e 1944 ebbe un ruolo fondamentale nel fermare i treni diretti ai campi di sterminio. Il patriarca difese gli ebrei davanti alla polizia locale, si oppose apertamente contro la politica governativa nei confronti degli ebrei in Bulgaria e insistette implacabilmente per far sì che non fosse negato loro il diritto al lavoro e al sostentamento, contribuendo a impedire la deportazione. Nel 2002 è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem.

Giulia Galletti Stiffoni che accolse nella sua casa di Possano del Grappa la signora Weiss, ebrea, il rabbino jugoslavo Zadic, l’ebreo Leone Pinto, uno zio e uno scultore siciliano fuoriusciti dall’esercito. Quando le truppe fasciste perlustrarono l’abitazione alla ricerca di partigiani ed ebrei, Giulia Galletti riuscì a distrarre gli uomini, salvando così tutti i perseguitati.

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Gli armeni del Nagorno Karabakh rivendicano la propria sovranità (Asianews 03.01.22)

Mosca (AsiaNews) – L’Assemblea nazionale della repubblica (non riconosciuta) del Nagorno-Karabakh ha approvato una mozione in cui dichiara il proprio disaccordo con le posizioni del primo ministro di Erevan, Nikol Pašinyan, riguardo alle conseguenze del conflitto con l’Azerbaigian dello scorso anno. A ciò si aggiunge la durissima dichiarazione di Araik Arutjunyan, presidente del Karabakh, che suona come una presa di distanza della repubblica separatista dall’Armenia.

La piccola repubblica, chiamata “Artsakh” in lingua armena, conta circa 150mila abitanti e un territorio di circa 3000 km2. Di fatto è una enclave nel territorio dell’Azerbaigian, controllata almeno parzialmente dagli armeni locali; può comunicare con la patria attraverso lo stretto corridoio montano di Laҫin, di tre chilometri di lunghezza e nove metri di larghezza, protetto dalle forze di pace della Federazione Russa.

La partecipazione di Pašinyan al summit dei leader della Comunità degli Stati indipendenti a San Pietroburgo il 28 dicembre ha provocato la reazione degli armeni del Karabakh. Il giorno prima, durante una conferenza stampa, il premier armeno aveva scaricato sui suoi predecessori le colpe per la sconfitta nel territorio separatista. La posizione di Pašinyan è stata criticata anche a Erevan dalle opposizioni, soprattutto dall’ex presidente Robert Kočaryan, che il 29 dicembre ha accusato in modo aperto il primo ministro di tradimento nei confronti degli interessi nazionali.

Anche un altro ex presidente, Serž Sargsyan, ha annunciato un incontro pubblico in gennaio sulla questione, che con ogni probabilità sarà altrettanto impietoso nei confronti di Pašinyan. In tutto questo Arutjunyan ha voluto ribadire che “solo le autorità dell’Artsakh hanno il diritto di parlare a nome della popolazione locale”.

Arutjunyan ha sottolineato che lo scopo principale da raggiungere è il riconoscimento internazionale dell’indipendenza dell’Artsakh, e che non sarà accettabile nessuna forma di autonomia all’interno dell’Azerbaigian, come quelle a cui sembra lasciare spazio di trattativa il premier armeno. Secondo gli armeni del Karabakh non esiste possibilità di convivenza pacifica con gli azeri, e il loro territorio va riportato ai confini del 1991, quando ha avuto inizio il conflitto con Baku per la zona montuosa. Per Arutjunyan, le truppe russe schierate nella zona dovrebbero favorire la costituzione di un esercito locale dell’Artsakh, rimanendo finché sarà necessario, e questo dovrebbe essere l’obiettivo di Pašinyan nelle trattative con Putin.

Il Parlamento di Stepanakert – la capitale della repubblica separatista – ha ribadito le posizioni del suo presidente, dichiarando inammissibili i pronunciamenti di qualunque politico e partito che metta in dubbio il futuro armeno dell’Artsakh, soprattutto scagliandosi contro le dichiarazioni di Pašinyan, giudicandole troppo ambigue e pericolose. Il premier aveva assicurato che lo status del Nagorno Karabakh sarebbe rimasto sul tavolo delle trattative, e che “le basi giuridiche e politiche dell’indipendenza armena della zona non sono in contraddizione con le posizioni dei mediatori e delle strutture internazionali che si occupano della vicenda”.

Gli armeni del Karabakh temono di essere vittime dei giochi diplomatici, e non vogliono rinunciare alla propria sovranità anche a costo di andare contro Erevan. Lo speaker del Parlamento di Stepanakert, Ašot Gulyan, ha paragonato le parole di Pašinyan allo “stile del 1937”, quando Stalin aveva annesso per la prima volta il Karabakh all’Azerbaigian, dando inizio alla faida montana dei due popoli caucasici, da sempre divisi per lingua, cultura e religione.

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Armenia-Iran: telefonata Pashinyan-Raisi, focus su relazioni bilaterali (Agenzianova 03.01.22)

Erevan, 03 gen 12:02 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha tenuto una conversazione telefonica con il presidente iraniano Ebrahim Raisi, nella quale sono state discusse questioni all’ordine del giorno relative al futuro sviluppo delle relazioni bilaterali. Lo riferisce l’ufficio stampa del primo ministro in una nota, sottolineando l’importanza della stretta collaborazione dei governi dei due Paesi, volta a rafforzare i legami economici. Inoltre Raisi ha fatto i propri auguri a Pashinyan per le festività di Capodanno e Natale, ed a sua volta il primo ministro armeno si è congratulato con i cristiani iraniani per le festività natalizie, ringraziando Teheran per aver creato le condizioni necessarie a preservare l’identità degli armeni in Iran. Infine Pashinyan e Raisi hanno anche parlato della situazione politica nella regione, concordando di proseguire i contatti tra i due Paesi ad alti livelli. (Rum)

Ecco quali sono le cinque guerre dimenticate del 2021 (Domani 31.12.21)

Sono diversi gli eventi e i fatti da ricordare in questo 2021, un anno che rimane segnato dalla pandemia. Ma nonostante il Covid-19 le guerre non si fermano, ecco qui la lista delle cinque guerre che sono state dimenticate in giro per il mondo

Per gli esteri è stato un anno ricco di eventi e notizie. Ricorderemo certamente l’assalto a Capitol Hill e la caduta dell’Afghanistan in mano ai talebani come due fatti che saranno sicuramente incisi nei libri di storia. Ma ci sono cinque guerre che sono passate un po’ in sordina e sono state dimenticate.

SIRIA

AP Photo/Hani Mohammed
AP Photo/Hani Mohammed

A che punto è la situazione in Siria dopo la sanguinosa guerra civile? Ci sono tre dati che possono essere utili per leggere l’attuale situazione: la minaccia dell’Isis è stata ridotta ma non è scomparsa del tutto; le premesse del rovesciamento del regime di Assad si sono rivelate illusorie e, infine, i curdi siriani sono stati abbandonati dagli Stati Uniti ai tempi di Donald Trump, il quale diede il via libera all’invasione turca di aree cuscinetto in territorio siriano fino a 30 km dal confine, dopo che le milizie curde siriane avevano combattuto come uniche truppe sul terreno contro l’Isis.

Quello che emerge chiaramente dall’intera vicenda è il ruolo di Bashar al Assad, rimasto saldo alla poltrona anche grazie al sostegno politico e militare di Vladimir Putin.

Oggi il presidente Assad è diventato l’interlocutore legittimo per tanti altri stati. Infatti, dopo 12 anni di esclusione, soprattutto su pressione degli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia saudita, dovrebbe prendere parte al vertice della Lega araba, che si terrà in Algeria nel marzo 2022. Insomma Assad è rimasto saldamente al potere mentre i suoi oppositori interni e internazionali hanno dovuto riconoscere lo status quo a Damasco.

Ma ciò che pesa sul futuro del paese sono le sanzioni europee in vigore dal dicembre 2011. Esse includono un embargo petrolifero e il congelamento degli asset della Banca centrale siriana entro i confini dell’Ue. Nessuno, però, a Bruxelles è in grado di rispondere alla domanda cruciale per il futuro dei siriani e dei milioni di profughi: fino a quando durerà questo stato di cose?

YEMEN

C’è una guerra che si combatte in uno dei paesi più poveri del mondo e che ha dato vita a una crisi umanitaria senza precedenti. È il conflitto in Yemen che ha generato 3,6 milioni di sfollati interni, almeno 150mila vittime dirette e dove 400mila bambini sono in pericolo di vita per malnutrizione acuta grave. Senza contare che circa l’80 per cento della popolazione ha bisogno di assistenza: circa 23milioni di persone.

La guerra si protrae oramai da sette anni e vede due schieramenti ben definiti. Da una parte ci sono gli huti, i ribelli che hanno approfittato della crisi politica del paese e che nel 2015 hanno conquistato la capitale Sanaa, costringendo il presidente a scappare a Aden. E poi c’è l’Arabia Saudita che è intervenuto a difesa delle forze governative per proteggere i suoi confini meridionali. I primi sono sostenuti dall’Iran e da Hezbollah, mentre la coalizione araba formata anche dagli Emirati Arabi Uniti sono intervenuti a difesa del governo.

Dopo sette anni di guerra, gli huti risentono della crisi economica e umanitaria. Hanno cercato diverse azioni diplomatiche con paesi come Giordania e Oman, ma la situazione ora è in stallo e si continua a combattere soprattutto a est nella città di Marib. Il conflitto continua a preoccupare l’Arabia Saudita, che subisce continui attacchi a a obiettivi strategici per la monarchia, come quello contro l’azienda petrolifera nazionale e quello contro la base aerea King Salman.

La diplomazia non trova vie di uscita e forse la questione può arrivare a un’intesa nel momento in cui l’Iran raggiungerà l’accordo sul nucleare. In questo, la guerra in Yemen può essere una buona carta da giocare nel tavolo delle negoziazioni.

MALI

La Francia esce di scena in Mali. Lo scorso 14 dicembre, il generale francese Etienne du Peyroux, capo dell’operazione Barkhane, ha salutato il nuovo comandante maliano nella base francese di Timbuctù e dato formalmente il via all’uscita di Parigi dalla lotta contro al terrorismo che ha impiegato oltre 5mila soldati.

Nel 2013 il presidente François Hollande ha dichiarato l’inizio di un intervento militare mirato a fermare l’avanzata della minaccia jihadista nel paese e in tutta l’area del Sahel. Ora comincerà una progressiva diminuzione che prevede solo un presidio a ridosso delle frontiere con Burkina Faso e Niger dove saranno attive le basi di Gao, Ménaka e Gossi.

Ma il ritiro, accolto come un evento positivo, non nasconde il sostanziale fallimento di un’operazione di peace keeping durata oltre otto anni. In meno di un decennio, circa 2 milioni di individui sono stati costretti alla fuga dalle proprie abitazioni in cerca di riparo in altre aree del Mali o nei paesi limitrofi, con una impennata di 330mila solo nel 2020, mentre si calcola che i morti abbiano superato la cifra di 15mila.

Ma la minaccia terroristica si è almeno conclusa? Il 2021 ha segnato la crescita nel numero di attacchi mortali messi a segno in gran parte da forze jihadiste o da bande armate in azione in Mali, in Burkina Faso e in Niger e, in parte minore, ma non risibile, da forze di governo. In nove mesi, dall’estate del 2020 alla primavera del 2021, si sono consumati ben due golpe. Un paese che deve presentarsi granitico contro una potenza temibile e fortemente radicata, non può permettersi instabilità.

TIGRAY – ETIOPIA

Si avvia a conclusione l’annus horribilis dell’Etiopia e forse anche il conflitto nel Tigray, iniziato nel novembre dello scorso anno quando il Tplf (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) organizzava e svolgeva  una tornata elettorale senza il permesso di Addis Abeba e prendeva possesso di caserme e armamenti dell’esercito regolare palesando l’intenzione di considerare la propria regione separata dal resto del paese.

Immediata è stata l’escalation militare avviata dal premier Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019. In pochi mesi le regioni settentrionale sono sprofondate in uno stato di terribile conflitto e la popolazione in una condizione di gravissima emergenza umanitaria, è stata molta. Il bilancio del 2021 è drammatico.

Dei 6,5 milioni di abitanti della regione tigrina, 5,2 si trovano in stato di elevato bisogno alimentare. Gli sfollati interni superano abbondantemente i due milioni mentre quelli esterni, verso paesi storicamente più instabili dell’Etiopia come Sudan e Sud Sudan, aumentano di giorno in giorno. Il dato assume caratteristiche ancora più inquietanti se si considera che fino al 2019 l’Etiopia era tra i primissimi paesi al mondo per numero di profughi ospitati.

Ma le ultime settimane hanno segnato un netto cambio di rotta nel corso del conflitto in gran parte grazie all’entrata in campo di alcuni attori internazionali tra cui la Cina e la Turchia.

A Istanbul il 17 e il 18 dicembre, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha avuto un colloquio privato con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed. Dopo mesi di pessime notizie giunge proprio sul finire dell’anno quella che si attendeva da tempo.

Si apre, tra mille contraddizioni, dubbi, rancori, al netto di un numero enorme di morti, sfollati e di una vera e propria emergenza umanitaria, un primo, significativo spiraglio di pace. Il Tplf, è tornato a casa e ha deposto, per ora, le armi. Ha poi chiesto una no fly zone sul Tigray e un embargo sugli armamenti all’Etiopia e all’Eritrea – nel frattempo divenuta solida alleata di Abiy – e si è rivolto all’Onu per assicurarsi il ritiro delle forze amhara ed eritree dal Tigray occidentale.

NAGORNO KARABAKH

Che fine ha fatto il conflitto del Nagorno-Karabakh? Il 14 dicembre il tema della risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh è stato discusso in una telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo francese Emmanuel Macron.

Il Cremlino ha informato l’Eliseo sui risultati raggiunti dopo gli incontri trilaterali tra i leader di Russia, Armenia e Azerbaigian il 26 novembre a Sochi. In dettaglio Mosca ha illustrato a Parigi l’attuazione delle misure per rispettare il regime di cessate il fuoco, per garantire il ritorno dei profughi, nonché il ripristino dei collegamenti commerciali, economici e di trasporto nella regione.

Grazie all’accordo del novembre 2020 sotto la regia della Russia, l’Azerbaigian ha recuperato i sette distretti contesi e parte del Karabakh. Dopo aver giocato un ruolo decisivo nel porre fine all’ultima guerra Nagorno-Karabakh, Mosca vuole la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia perché vuole l’apertura di linee di trasporto ed energetiche nella regione. L’azerbaigian è favorevole all’instaurazione di una pace duratura che possa favorire lo status quo. La palla è ora nella parte dell’Armenia.

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Siria, Armenia, Ucraina: guerre e rifugiati (Osservatorio Balcani e Caucaso 31.12.21)

Una nuova vita in Armenia

Raffi e Yoland Rshtunis sono di origine armena, ma sono nati e cresciuti in Siria. La coppia, abituata a recarsi in Armenia da turista, si è trovata a tornarvi nel 2012, per salvare la propria vita: in fuga dalla guerra siriana, iniziata nel 2011. Il 15 marzo di quell’anno, i siriani sono scesi in piazza chiedendo democrazia e libertà, ma invece hanno ottenuto una guerra e un paese sepolto dalle rovine. Manifestazioni pacifiche nel giro di pochi mesi si sono trasformate in un conflitto armato, lasciando centinaia di migliaia di persone nella disperazione.

“Quando è scoppiata la guerra in Siria, nostra figlia è andata a scuola, aveva 17 anni. E la scuola è stata bombardata. Abbiamo allora deciso che dovevamo andarcene. In Armenia, per persone come noi, rifugiati dalla Siria, gli studi universitari sono gratuiti. Così i nostri figli hanno ottenuto la loro istruzione superiore qui”, racconta Raffi.

Ad Aleppo, Raffi era proprietario di una fabbrica di materie plastiche. La fabbrica è andata completamente distrutta nei bombardamenti e tutto ciò che era nei magazzini è stato saccheggiato. E poi ad Aleppo è rimasta loro la casa. “Valeva 500.000 dollari  ma ora, se decidessimo di vendere, non potremmo ottenerne che 150 mila dollari”, stima Raffi.

“La nostra casa in Siria era a soli 9 km dall’aeroporto. Ma ci volevano ore per arrivarci. Il giorno in cui siamo partiti c’è stato un bombardamento. Pensavo che avremmo perso l’aereo. Ma ce l’abbiamo fatta. Non dimenticherò mai l’atterraggio a Yerevan. Quando siamo andati nella sala dell’aeroporto, i giornalisti ci aspettavano con dei fiori e un cartello con scritto “Benvenuti a casa”. In quel momento abbiamo capito che eravamo a casa, eravamo salvi”, racconta Yoland.

“Durante il genocidio del 1915, la nostra famiglia è sopravvissuta e si è stabilita in Siria. Io sono figlio di una famiglia di rifugiati: poi sono diventato io stesso un rifugiato”, riflette Raffi.

La coppia ha vissuto in Armenia per un anno con visto turistico. Pensavano di poter rientrare a breve in Siria. Quando si sono resi conto che i loro piani erano lontani dalla realtà, hanno deciso di restare in Armenia.

Nel 2014, Yoland ha preso lezioni di cucina e ora è una pasticcera molto richiesta. Anche suo marito la aiuta a fare gli stampi da pasticceria. Dicono che gli affari di famiglia vanno a gonfie vele. Si sono rimessi in piedi grazie ad aiuti statali, di privati ed internazionali. E a loro volta hanno aiutato altri rifugiati come loro: Yoland ha creato un’organizzazione non governativa con questo scopo.

“In totale, circa 12mila persone sono arrivate in Armenia dalla Siria. Tuttavia, la maggior parte di loro si è poi trasferita in altri paesi, in Europa o negli Stati Uniti. Oggi ci sono circa 5.000 rifugiati originari della Siria in Armenia. Il destino della nostra famiglia è ora al sicuro ma vi sono persone ancora oppresse dalle conseguenze della guerra”, dice Yoland.

Nuova guerra, nuovo dolore

“Era il 2015 quando ho lasciato Aleppo. La guerra mi aveva logorato. Sono venuto in Armenia, ma ci sono rimasto per poco tempo, poi mi sono trasferito in Artsakh, Nagorno Karabakh. Lo stato mi ha aiutato. Ho ottenuto una casa, un terreno… A poco a poco mi sono rimesso in piedi. Ero soddisfatto e felice. Sono un sopravvissuto”, dice il mio interlocutore, un uomo di mezza età che non ha voluto divulgare le sue informazioni personali. Dice che non vuole che quelli che lo conoscono sappiano che ora è un “senzatetto”.

Il mio interlocutore racconta di aver avuto una propria casa ad Aleppo e un studio d’arte. Viveva una vita tranquilla, sognando di mettere su famiglia. “Il mio sogno in Siria è rimasto irrealizzato. Ero stato in Armenia solo come turista, non ero mai stato nell’Artsakh, non ne sapevo molto. Quando sono arrivato nell’Artsakh fuggendo dal conflitto ho vissuto assieme alla gente del posto, mi sono innamorato di questo paese e della gente. Sono stato accolto molto calorosamente. E ho deciso che avrei creato la mia famiglia qui, i miei figli sarebbero cresciuti in questa terra”.

Tuttavia, il 27 settembre 2020, il suo sogno è andato a pezzi. Nuovamente. Quel giorno scoppiò una guerra tra Nagorno Karabakh e Azerbaijan. Durò 44 giorni.

“Quel giorno ero a Yerevan, ospite. Alle 7 e 10 del mattino ho ricevuto la prima notizia che l’Azerbaijan aveva lanciato un attacco aereo e missilistico. Sono tornato velocemente indietro. Ho capito già sul posto che non si trattava di un combattimento di uno o due giorni, ma di una guerra su larga scala… Sai che la guerra puzza? L’odore che ho sentito in Siria aveva appena lasciato il mio corpo quando ho ricominciato a respirarlo…”.

Il mio interlocutore non solo ha sentito di nuovo l’odore della guerra, ma ha anche sperimentato di nuovo il dolore della perdita. “I miei amici sono morti…”

Non vuole e non riesce a parlare di questo argomento. La ferita è ancora aperta.

Ha perso anche la sua casa, che si trovava in uno dei villaggi finiti, dopo il conflitto, sotto il controllo dell’Azerbaijan. Nonostante tutto, però, non ha lasciato il Nagorno Karabakh, Si è stabilito temporaneamente in uno dei distretti ancora sotto controllo armeno, a Martakert. Dice che è difficile, ma è sicuro che si rimetterà in piedi, costruirà una casa e riuscirà a crearsi una famiglia.

Ucraina: futuro sconosciuto

“Ho vissuto a Lviv da ragazzo. Ero uno studente lì. Sono stati tempi meravigliosi”, ricorda il 52enne siriano Ahmad Abdou, che vive ora una sua seconda tappa di vita in Ucraina, questa volta nella capitale Kiev.

Se prima vi era venuto a studiare, ora è arrivato per vivervi. È un rifugiato. Ha lasciato la Siria nel 2013.

“C’era la guerra e io cercavo la pace. Sono venuto in Ucraina perché conoscevo il paese. Ho pensato che sarebbe stato più facile adattarsi e poi pensavo che fosse solo temporaneo, ma poi sono rimasto… In quel momento, quando sono partito, stavo abbandonando quello che avevo costruito per anni, una casa, una vita benestante, il lavoro…”.

Ahmad è ingegnere. Ha lavorato come tale per 17 anni ma attualmente è disoccupato.

“Non riesco a trovare un lavoro; al momento ho un problema di documenti. Il documento del servizio locale di migrazione non mi aiuta, non riesco a trovare un lavoro permanente e viaggiare è un problema”.

Ahmad vive oggi in una casa in affitto. Comprare un appartamento sembra un sogno irraggiungibile. Di tanto in tanto pensa di tornare in Siria. Lo desidera molto ma ritiene che è ancora troppo presto, perché la vita in Siria è ancora in balia di troppe incertezze.

“Anche lì devo ricominciare da zero. Ho perso tutto quello che avevo. E ci sono molti problemi ora, l’economia è in crisi e ci sono molti conflitti locali ancora irrisolti”.

Non ha idea del suo futuro, racconta di sentirsi in una fase in cui non riesce a essere certo nemmeno di cosa accadrà il giorno successivo. Con il passare degli anni sente che diventa sempre più difficile creare qualcosa di nuovo.

“Se andassi in Europa, penso che sarebbe più facile organizzare la mia vita. So che dopo aver vissuto in Germania per 8 anni, la questione della cittadinanza è risolta, ma in questo paese le regole sono diverse. Sono qui da 9 anni, ora penso solo ad ottenere la cittadinanza in modo da poterci rimettere in piedi. Non ho altri sogni, gli anni passano, la mia vita si consuma…”.

In Siria, come risultato della guerra decennale, diverse città sono state ridotte in macerie; l’economia del paese è crollata. Circa 6,5 milioni di persone sono diventate rifugiati.

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Armenia-Turchia: Erevan revoca il divieto di importazione di merci turche (Agenzianova 30.12.21)

Erevan, 30 dic 2021 16:46 – (Agenzia Nova) – L’Armenia ha deciso di non estendere il divieto di importazione delle merci turche, imposto il 20 ottobre 2020 e poi prorogato fino al 31 dicembre 2021. Lo comunica il ministero dell’Economia armeno, sostenendo che la misura abbia avuto conseguenze economiche sia positive che negative. “Le conseguenze positive riguardano una serie di produzioni di nuova costituzione o ampliate nell’industria leggera, nei materiali da costruzione, nella produzione di mobili e nell’agricoltura”, ha spiegato il dicastero, aggiungendo che il principale effetto negativo dell’embargo è stato l’impatto significativo sull’inflazione, che si è abbattuto soprattutto su una serie di beni di consumo. “Rimuovendo il divieto di importazione di merci turche, il principio di reciprocità dovrebbe creare condizioni più favorevoli per l’esportazione di merci armene”, ha affermato il ministero dell’Economia armeno. (Rum)

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Armenia-Azerbaigian: ministero Esteri russo, a breve potrebbe essere istituita commissione per demarcazione confini (Agenzia Nova 29.12.21)

Mosca, 29 dic 2021 12:27 – (Agenzia Nova) – Una commissione sulla demarcazione dei confini tra Armenia e Azerbaigian potrebbe essere istituita presto, poiché non vi sono ostacoli insormontabili sulla strada per l’attuazione di questo accordo ai più alti livelli. Lo ha affermato il viceministro degli Esteri russo, Andrej Rudenko, in un’intervista all’agenzia di stampa “Ria Novosti”, ricordando che il 26 novembre a Sochi i leader di Russia, Azerbaigian e Armenia hanno concordato di istituire una commissione bilaterale sulla delimitazione delle frontiere tra Erevan e Baku, con l’assistenza consultiva di Mosca. Inoltre Rudenko ha osservato che, fin dall’inizio dell’aggravarsi della situazione in alcune sezioni del confine armeno-azerbaigiano a maggio, la Russia ha agito da mediatrice, offrendo la sua assistenza nell’avvio del processo di negoziazione tra l’Azerbaigian e Armenia. (Rum)

TURCHIA/ Curdi, armeni, dissidenti: l’ombra degli 007 su una lunga catena di omicidi (Ilsussidiario 28.12.21)

I servizi turchi sono sospettati di una lunga catena di omicidi mirati contro oppositori curdi, armeni e dissidenti interni

Che i paesi democratici – affiliati o meno all’Alleanza atlantica – abbiano posto in essere omicidi mirati, o come li chiamano i francesi operazioni homo, è ormai un dato di fatto acquisito in ambito storico.

A maggior ragione questo vale per la Turchia, che ha un numero assai elevato di nemici tra i curdi, gli armeni e i sostenitori di Gülen sparsi a livello globale. Il modus operandi attraverso il quale l’intelligence turca ha operato – e opera – è analogo al Mossad. Ci sono molti casi in cui il Mit (Millî İstihbarat Teşkilâtı), il servizio di intelligence turco, è stato apertamente accusato di essere coinvolto in omicidi mirati. È significativo che in almeno tre casi noti, il Mit è stato costretto a fare annunci ufficiali o a confutare le accuse.

Nei primi anni Ottanta, ad esempio, il Mit è stato accusato di aver ucciso diversi dissidenti turchi e armeni in Europa. Secondo la stampa turca, gli agenti gestiti dal Mit avrebbero assassinato Katip Saltan a Brema, in Germania, nel mese di agosto 1980. Un altro assassinio, quello di Celalettin Kesim nel gennaio del 1980 a Berlino, è stato sponsorizzato dal Mit.

I primi attacchi del Mit contro gli armeni sono avvenuti nel 1982. Il 5 dicembre di quell’anno Nubar Yalimian, direttore del giornale armeno Baikar, è stato accoltellato a morte nella sua casa di Utrecht, nei Paesi Bassi. Questo è stato il periodo in cui gli attacchi dell’Esercito segreto per la Liberazione dell’Armenia (Asala) avevano intensificato la loro attività terroristica e i turchi hanno risposto con una serie di attacchi mortali e attentati che si sono verificati con il reclutamento di membri della mafia nazionalista. L’8 dicembre 1982 ad Atene un attacco controverso ha provocato la morte dell’armeno Karnik Vahradian e gravi lesioni a Vahe Hutavertian. Il 24 dicembre 1982, l’armeno Minas Bedros Simonian è stato assassinato a Beirut, e nello stesso anno, K. Hanikian è stato ucciso in Francia. Il 12 marzo 1983 Karabet Pasabedjian è stato assassinato a Beirut. Lo stesso anno, è stato segnalato un altro incidente che conferma la collaborazione del Mit con la mafia turca.

Secondo fonti armene, l’armeno Mardiros Zamgojian, che è stato condannato in Svizzera a quindici anni di carcere per l’omicidio di un diplomatico turco, era in pericolo di essere giustiziato nella prigione di Orbi, dove stava scontando la sua pena. Un prigioniero della prigione turca nei pressi di Ginevra, che aveva ucciso due persone in un caso di droga, aveva chiesto di essere trasferito nel carcere di Orbi. Secondo le informazioni, la sua missione era di uccidere Mardiros, omicidio che è stato però scongiurato.

Nel mese di aprile del 1988, Agop Agopian, uno dei fondatori e responsabili di Asala, è stato assassinato ad Atene. Agopian, 39anni, ha vissuto in Grecia per circa sei mesi con la moglie e due bambini in un appartamento vicino alla città di Pireo. Il suo nome in codice era Abdullah Qassim. Aveva un falso passaporto diplomatico yemenita e si è presentato come un ricco uomo d’affari. Agopian è stato ucciso da due uomini armati incappucciati prima che gli assalitori fuggissero con un furgone.

Il 15 settembre 2020 un uomo di 53 anni si era recato davanti all’Ufficio di Stato per la Protezione della Costituzione a Vienna, dove aveva mostrato il suo passaporto italiano e affermato di essere stato istruito dai servizi segreti turchi per assassinare Berivan Aslan, un politico austriaco di origine curda nel mese di agosto 2020. Secondo le sue rivelazioni – e quelle raccolte in un secondo momento dall’intelligence austriaca – il Mit ha istituito una vasta rete di provocatori che si estendeva da Vienna a Bregenz. Secondo l’intelligence tedesca, il Mit ha circa 6mila agenti in Germania, mentre il loro numero in Austria è sconosciuto.

Il ricorso alle torture, ma soprattutto alle esecuzioni extragiudiziali, nei confronti dei curdi dissidenti come nei confronti degli affiliati di Gülen sono pratiche abituali da parte degli agenti operativi del Mit. Inoltre il servizio segreto turco si avvale – per esempio in Austria – della collaborazione delle organizzazioni legate ai Fratelli musulmani e ad Hamas. Pensiamo alla Iggö (Islamische Glaubensge-meinschaft Österreichs), che ha stretti legami non solo con il mondo arabo-musulmano, ma anche con l’Akp.

Insomma, le autorità austriache e quelle tedesche sospettano che il finanziamento del terrorismo si svolga attraverso sub-organizzazioni legate ai Fratelli musulmani in Europa, in particolare in Austria. Gran parte del denaro viene inviato dal Qatar e poi viene instradato attraverso associazioni, fondazioni o società in Austria.

Una considerazione finale: comparando le impressionanti analogie dei diversi servizi di sicurezza – francesi, turchi, americani, russi eccetera – in relazione all’eliminazione dei nemici interni, non si può non constatare come il modus operandi dei servizi di sicurezza non solo abbia travalicato – e travalichi – ampiamente i confini della legalità, ma come gli omicidi mirati siano spesso compiuti in collaborazione con gruppi estremistici, terroristici e con la criminalità organizzata, a conferma che i legami fra lo Stato legale e lo Stato oscuro, o Deep State, sono più stretti di quanto non si creda.

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Solo il popolo di Artsakh può decidere il proprio status futuro. Nessuno al di fuori del Nagorno-Karabakh può stabilire un futuro diverso, che non sia quello dell’autodeterminazione (Korazym 27.12.21)

Durante la sua conferenza stampa online il 24 dicembre 2021, il Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan ha rilasciato la seguente dichiarazione ambigua sullo status della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, autoproclamata il 2 settembre 1991: «Quando Serzh Sargsyan diceva che Artsakh non farà mai parte dell’Azerbajgian, ora non dice che i suoi negoziati riguardavano il fatto che Artsakh doveva rimanere armeno. Continuo a dire che non sono d’accordo nemmeno su questo perché l’Artsakh non poteva essere una terra completamente armena. Cosa intendiamo per “armeno”? Sulla base di tali negoziati, era chiaro che Artsakh (Oblast’ Autonomo del Nagorno-Karabakh) avrebbe avuto popolazioni armene e azere. Ci sarebbe una legislatura nel Nagorno Karabakh? Sì, ci sarebbe una legislatura, ma non sarebbe completamente armeno. Ci sarebbero quote azere e quote armene. Ci sarebbero organi di autogoverno locale? Sì, ma non ci sarebbero solo enti di autogoverno locale armeni, ma anche azeri».

A prescindere dalla particolare polemica sul futuro dell’Artsakh, l’essenza generale della posizione espressa da Pashinyan sulla definizione dei confini e l’instaurazione della pace con l’Azerbajgian si riduce alla necessità di convivenza di Armeni con Azeri e Turchi, prima o poi.

La reazione del Presidente della Repubblica di Artsakh

Il pieno riconoscimento del diritto degli Armeni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh all’autodeterminazione non è soggetto a riserve e concessioni e gli Armeni di Artsakh ne sono i sovrani esclusivi. Pertanto, solo le autorità di Artsakh sono autorizzate a parlare a nome della popolazione di Artsakh. Lo ha affermato ieri in un post su Facebook il Presidente di Artsakh, Arayik Harutyunyan [QUI] in aperta polemica con le recenti dichiarazioni fatte dal Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan:

«Cari connazionali,
riguardo le recenti dichiarazioni del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan sul conflitto tra Azerbajgian e Karabakh e le diverse preoccupazioni degli armeni dell’Artsakh riguardo a tali dichiarazioni, vorrei sottolineare alcune disposizioni principali che ho toccato diverse volte in diversi messaggi e dichiarazioni e tali disposizioni sono le seguenti:
Il pieno riconoscimento del diritto all’autodeterminazione degli Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) non è soggetto a riserve e concessioni, e gli Armeni dell’Artsakh ne sono gli esclusivi proprietari.
L’obiettivo del riconoscimento internazionale dell’indipendenza dell’Artsakh è il nostro punto di riferimento principale e nessun governo può discostarsi da questo. Pertanto, il popolo e le autorità dell’Artsakh non accetteranno mai alcuno status all’interno della composizione dell’Azerbaigian fino a quando il nostro obiettivo non sarà raggiunto.
Non può esserci un ritorno al passato in termini non solo di status, ma anche demografico. Come possiamo parlare di convivenza quando l’Azerbajgian continua a nutrire la sua società con l’armenofobia e la prepara allo svuotamento degli armeni dell’Artsakh, non alla pace? Naturalmente, sosteniamo una soluzione pacifica del conflitto e siamo pronti a compiere sforzi per questo, ma i diritti, gli interessi e le richieste vitali del nostro popolo non possono essere negoziati.
L’integrità territoriale dell’Artsakh deve essere ripristinata almeno nei territori in cui la Repubblica di Artsakh è stata dichiarata nel 1991. Pertanto, i nostri territori sequestrati devono essere deoccupati e i residenti di quei territori devono essere in grado di tornare alle loro case
Per quanto riguarda la sicurezza di Artsakh, continueremo a compiere sforzi per rafforzare le capacità dell’esercito di difesa e il contingente di mantenimento della pace russo deve rimanere ad Artsakh fino alla soluzione definitiva e giusta del conflitto e alla disposizione di ulteriori garanzie internazionali di sicurezza.
Senza toccare i dettagli del processo negoziale in passato, dobbiamo semplicemente registrare che ora il momento è molto più responsabile e cruciale che mai. Di conseguenza, non abbiamo il diritto di commettere errori; altrimenti, quegli errori potrebbero essere fatali per Artsakh e Madre Armenia.
Se un Armeno desidera sostenere l’Artsakh, deve fare i conti con la volontà e gli obiettivi degli Armeni dell’Artsakh; in caso contrario, lui o lei semplicemente non devono interferire.
Tutte le autorità sono temporanee, ma i nostri obiettivi e le nostre posizioni devono essere mantenuti. L’unità attorno ai nostri valori e obiettivi nazionali è importante e, come ho detto, la linea guida per ogni armeno e ogni governo per una soluzione del conflitto tra Azerbajgian e Karabakh deve essere la volontà e gli obiettivi degli armeni di Artsakh.
Artsakh è stata terra armena per millenni e rimarrà una terra armena, e gli Armeni di Artsakh hanno volontà e pazienza strategica sufficienti per continuare la lotta. Sono certo che gli Armeni di Artsakh continueranno la loro giusta lotta per il riconoscimento internazionale dell’indipendenza e la difesa della Patria».

La risposta del Primo Ministro dell’Armenia

A seguito delle polemiche scaturite e della dichiarazione del Presidente dell’Artsakh e di altre autorità politiche, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha risposto con due post sulla sua pagina Facebook [QUI] e [QUI]. In particolare Pashinyan sottolinea di aver parlato del contenuto di negoziati anteriori alla sua ascesa in carica nel 2018:

«In risposta a una domanda ho confutato la Dichiarazione dell’ex Presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan secondo cui il contenuto dei negoziati lasciati dalle ex autorità garantiva che il Nagorno-Karabakh sarebbe rimasto armeno. Ho confutato questo perché durante quei negoziati è stato registrato che gli Azeri che risiedevano nell’Oblast Autonomo del Nagorno-Karabakh durante l’era sovietica avevano il diritto di partecipare alla decisione sullo status del Nagorno-Karabakh come residenti del Nagorno-Karabakh. Di conseguenza, se erano residenti nel Nagorno-Karabakh secondo il contenuto dei negoziati, avrebbero dovuto risiedere nel Nagorno-Karabakh e la parte armena non ha mai contestato questo contenuto prima della rivoluzione del 2018.
Per quanto riguarda lo status che il Nagorno-Karabakh aveva prima del potenziale referendum sullo status, in questa intervista ho affermato che nel 2016 i mediatori avevano presentato tre pacchetti per i negoziati (uno prima della Guerra dell’Artsakh dei quattro giorni nell’aprile 2016 e gli altri due più tardi) dove, a differenza del documento di Kazan del 2011, mancava la frase “Il Nagorno-Karabakh otterrà uno status provvisorio”. Nel terzo di questi tre documenti, presentato nell’agosto 2016, c’era una disposizione che stabiliva che la decisione sui meccanismi legali e pratici per organizzare la vita in Nagorno-Karabakh sarebbe stata presa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, consultandosi con i Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce, Azerbajgian, Armenia e il Presidente in esercizio dell’OSCE. Questo è quello che ho considerato una catastrofe nel processo di negoziazione perché è chiaro che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avrebbe preso tutte le decisioni con la logica delle risoluzioni che aveva adottato in precedenza riguardo alla questione del Nagorno-Karabakh dove il Nagorno-Karabakh era riconosciuto come parte dell’Azerbajgian.
Prendendo in considerazione questo e molti altri importanti problemi, ho affermato dal podio dell’Assemblea nazionale che prima di diventare Primo Ministro nel 2018, con il contenuto esistente dei negoziati e delle realtà, l’Artsakh aveva perso l’opportunità di non farne parte dell’Azerbajgian, sia in teoria che in pratica.
Quando sono diventato Primo Ministro, non mi sono adattato a questo, ma ho combattuto contro di esso. Anche per questo è scoppiata la guerra.
Oggi le persone che mi dicono che non dovrei negoziare per conto del Nagorno-Karabakh sono le persone che mi hanno criticato per aver detto che non ho il mandato per negoziare per conto del Nagorno-Karabakh dal 2018.
Capisco che molte persone rispettate si stiano lamentando del contenuto dei negoziati che sono serviti come causa ed effetto della guerra nel 2016 ora. All’epoca o non erano a conoscenza o non avevano il diritto di lamentarsi. Mi sto anche lamentando di quel contenuto e ho fatto tutto il possibile per combatterlo. Mi dispiace, ma non posso nascondere la verità».

Risoluzione dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh: solo le legittime autorità dell’Artsakh, elette dal popolo, hanno il diritto di prendere decisioni sul futuro dell’Artsakh

L’Assemblea nazionale della Repubblica di Artsakh ha rilasciato una dichiarazione sui pericoli e le sfide che minacciano la sovranità e la soggettività della dell’Artsakh. Convocata in sessione straordinaria, questa mattina l’Assemblea nazionale dell’Artsakh ha votato un documento di condanna per le parole pronunciate dal premier dell’Armenia nel corso di una intervista rilasciata il 24 dicembre e ribadisce che il destino dell’Artsakh può essere deciso unicamente dai suoi cittadini:

«Riteniamo inammissibile qualsiasi dichiarazione di varie forze e figure politiche che metta in dubbio o sminuisca la soggettività della Repubblica di Artsakh e il suo futuro armeno. È sconcertante che l’ultima dichiarazione del genere sia stata fatta il 24 dicembre dal Primo Ministro della Repubblica di Armenia, rispondendo alle domande dei rappresentanti dei media e delle organizzazioni pubbliche.
Il destino dell’Artsakh non era e non sarà monopolio di alcuna forza politica. Rappresentando l’opinione e la posizione di ampi circoli pubblici e politici della Repubblica di Artsakh, esprimiamo il nostro disaccordo e indignazione per una serie di formulazioni pericolose e distorte e le idee espresse durante l’intervista.
Preoccupa anche il fatto che sullo sfondo dei risultati della lotta di liberazione nazionale del 1988 – il movimento del Karabakh – si esprimono formulazioni che mettono in dubbio l’esistenza della Repubblica i Nagorno Karabakh/Repubblica di Artsakh, proclamata il 2 settembre 1991 e che si è formata in piena conformità con le norme del diritto internazionale, e la sua lunga lotta per ottenere il riconoscimento internazionale.
Le basi giuridiche e politiche delle parti armene nel processo negoziale degli anni precedenti e la tutela dei nostri interessi nazionali in questo contesto non sono entrate in alcuna contraddizione con le posizioni delle strutture e dei mediatori internazionali.
Il fatto che la questione dello status del Nagorno-Karabakh non sia mai stata ignorata nelle proposte precedentemente presentate dai mediatori è confermato dalle spiegazioni dei Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce.
Le speculazioni sulle opzioni di lavoro discusse nel processo negoziale nel corso degli anni e un possibile cambiamento nel formato dei negoziati suscitano preoccupazione e preoccupazione.
Riteniamo inaccettabili le dichiarazioni che mettono in dubbio l’appartenenza dell’Artsakh agli Armeni e sottolineano l’importanza della presenza di possibili elementi estranei, che vengono respinti e condannati in memoria delle migliaia di Armeni che hanno sacrificato la loro vita per la libertà e l’indipendenza dell’Artsakh.
Ammirando tutte le vittime della lotta di liberazione dell’Artsakh, esprimiamo contemporaneamente la nostra gratitudine a tutti gli Armeni, in particolare ai nostri compatrioti della Repubblica di Armenia, per essere stati accanto all’Artsakh, condividendone le sofferenze e le difficoltà.
Le relazioni fraterne tra le due repubbliche armene si sono basate su una risoluzione adottata l’8 luglio 1992 dal Consiglio Supremo della Repubblica di Armenia, che ha definito chiaramente l’atteggiamento della Repubblica di Armenia, come membro a pieno titolo della comunità internazionale , alla Repubblica di Artsakh che lotta per il riconoscimento internazionale. Secondo tale risoluzione, l’Armenia si impegna a “sostenere costantemente la Repubblica del Nagorno-Karabakh e a proteggere i diritti della sua popolazione”, ed è inoltre stabilito che “qualsiasi documento internazionale o nazionale in cui la Repubblica del Nagorno-Karabakh sarà indicata come una parte dell’Azerbajgian è inaccettabile per la Repubblica di Armenia”. Questa formula è valida ancora oggi.
L’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh, ribadendo l’adesione del popolo e delle autorità dell’Artsakh alla sovranità e all’indipendenza della Repubblica di Artsakh, dichiara che è inammissibile esprimere qualsiasi posizione senza tener conto del punto di vista delle autorità dell’Artsakh, poiché solo le autorità legali formate dai cittadini della Repubblica di Artsakh attraverso le elezioni hanno il diritto di prendere decisioni in merito al futuro della Repubblica di Artsakh».

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