Il primo luglio in Vaticano ‘il grido’ del popolo libanese (Asianews 25.06.21)

I rappresentanti delle Chiese cristiane libanesi “cammineranno insieme” con papa Francesco per chiedere l’aiuto di Dio per il Paese e pregare per la pace. Tre sessioni di lavoro a porte chiuse. La preghiera conclusiva vedrà la possibilità di partecipazione del corpo diplomatico e sono state invitate tutte le comunità religiose maschili e femminili oltre che i fedeli laici libanesi presenti in Roma.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Porteranno “il grido di un popolo” i rappresentanti delle Chiese cristiane libanesi che il 1mo luglio si riuniranno in Vaticano e “cammineranno insieme” con papa Francesco per chiedere l’aiuto di Dio per il tormentato Paese dei cedri e pregare per la pace.

All’incontro, presentato stamattina in Vaticano, è prevista la presenza di tutte le componenti del cristianesimo orientale: cattolici, ortodossi, armeni e protestanti.

Trent’anni fa, ha ricordato il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, quando Giovanni Paolo II convocò un’Assemblea speciale per il Libano del Sinodo dei Vescovi, “la situazione era drammatica, ma sembra di leggere una cronaca dei nostri giorni”. “La comunità cristiana, in tutte le sue componenti – ha aggiunto – si interroga, riflette e prega”.

Nell’illustrare il programma, il cardinale ha sottolineato che “in più di un’occasione” il Papa e i capi delle Chiese e Comunità ecclesiali si vedranno “‘camminare insieme’: lo faranno per recarsi dalla Domus Sancta Martha alla Basilica Vaticana, all’inizio della giornata, dopo il momento di accoglienza e saluto nella hall della residenza che li vedrà tutti insieme ospiti dalla sera del 30 giugno alla mattina del 2 luglio. Dopo la preghiera del Padre nostro scenderanno le scale della Confessione dell’Apostolo Pietro, e ciascuno porrà una candela come segno della preghiera che arde chiedendo l’intercessione dell’Apostolo. Durante la giornata non li potremo vedere né ascoltare, perché le porte della Sala Clementina del Palazzo Apostolico resteranno chiuse”.

A porte chiuse, dunque, ci saranno tre sessioni di lavoro, ciascuna delle quali introdotta dalle parole di un relatore. La preghiera conclusiva in Basilica vedrà la possibilità di partecipazione al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e sono state invitate tutte le comunità religiose maschili e femminili oltre che i fedeli laici libanesi presenti in Roma. “Sarà la nostra preghiera di intercessione, che potrebbe essere lanciata nelle parrocchie e nelle comunità religiose non solo del Libano lungo quella giornata a farci sentire vicino a loro e sostenerli nel momento di ascolto reciproco e discussione”.

Il testo della preghiera ecumenica per la pace vedrà la proclamazione di alcuni brani della Parola di Dio, alternati con preghiere di invocazione e canti delle diverse tradizioni rituali presenti in Libano, con testi in arabo, siriaco, armeno, caldeo. “Verso la fine della celebrazione, il segno della pace non sarà scambiato nel modo tradizionale – nel rispetto delle normative legate alla pandemia – ma alcuni giovani consegneranno ai leader cristiani una lampada accesa, che verrà poi collocata su un candelabro: è la speranza di pace che le giovani generazioni consegnano chiedendo l’aiuto perché essa non venga spenta dalle tribolazioni del presente”.

Il tavolo dell’incontro sarà rotondo, ed intorno ad esso siederanno insieme a Francesco, il nunzio in Libano, mons. Joseph Spiteri, che fungerà da moderatore, e i dieci Capi delle comunità cristiane: per parte cattolica, il Patriarca maronita card. Bechara Boutros Raï, quello Siro-cattolico Ignace Youssef III Younan, quello Melkita Youssef Absi, il vescovo Caldeo Michel Kassarj e il vicario apostolico latino mons. Cesar Essayan.

Per i non cattolici ci saranno: la Chiesa greco-ortodossa del Patriarcato di Antiochia, di tradizione bizantina, guidata dal patriarca Youhanna X Yazigi. In proposito, mons. Brian Farrell, L.C., segretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha sottolineato che è una Chiesa con “una grande importanza storica, sociale e culturale in Medio-oriente. I fedeli del Patriarcato greco-ortodossa di Antiochia sono generalmente di origine e di lingua araba”.

Ci sarà il Catholicossato della Chiesa Armena Apostolica di Cilicia, guidata dal Catholicos Aram I. “Sostanzialmente, la presenza della comunità armena in Libano risale al tempo del genocidio armeno agli inizi del XX secolo”. L’attuale Catholicos di Cilicia, Sua Santità Aram, “è una personalità di spicco del movimento ecumenico, essendo stato moderatore del Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle Chiese dal 1991 al 2006. Egli ha avuto un ruolo di primaria importanza nello sviluppo del Consiglio delle Chiese di Medio-oriente”.

Attesa la Chiesa Siro-ortodossa, con a capo, dal 2014, il Patriarca Ignazio Aphrem II. E’ una Chiesa “erede della grande tradizione siriaca, poco conosciuta in Occidente ma molto importante nella storia del cristianesimo, nella teologia e nella liturgia, e nell’espansione missionaria in Oriente”.

Gli evangelici, ossia The Supreme Council of the Evangelical Community in Syria and Lebanon, sarà rappresentato dal suo presidente, il rev.do Joseph Kassabhas. “La comunità evangelica in Libano trae origine dal risveglio intellettuale avvenuto nella parte dell‘Impero Ottomano di lingua araba nel 19.mo secolo; esso porta avanti oggi in Libano un intenso impegno nel campo educativo”.

Al termine dell’incontro, Francesco rivolgerà una parola conclusiva e prima del congedo donerà una formella a ricordo della giornata recante il logo.

E infine, rispondendo a una domanda, mons. Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha sostenuto che una visita di papa Francesco in Libano difficilmente ci sarà quest’anno, forse all’inizio del prossimo.

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Giornata per il Libano: mons. Farrell (Pont. Cons. unità cristiani), “superamento di ogni visione di parte per costruire il bene di tutti e salvaguardare la vocazione specifica” del Paese (Sir 25.06.21)

Papa Francesco: alla Roaco appello per Etiopia, Georgia e Armenia (Sir 24.06.21)

“Seguo con apprensione la situazione che si è generata con il conflitto nella regione del Tigray, in Etiopia, sapendo che la sua portata abbraccia anche la vicina Eritrea”. Lo ha detto il Papa, al termine del discorso rivolto ai partecipanti all’assemblea della Roaco, ricevuti oggi in udienza. “Al di là delle differenze religiose e confessionali, ci rendiamo conto di quanto sia essenziale il messaggio della Fratelli tutti, quando le differenze tra etnie e le conseguenti lotte per il potere sono erette a sistema”, ha osservato Francesco: “Al termine del mio Viaggio Apostolico in Armenia, nel 2016, insieme al Catholicos Karekin II abbiamo liberato in cielo delle colombe, come segno e auspicio della pace nell’intera regione del Caucaso. Purtroppo, essa negli ultimi mesi è stata un’altra volta ferita, e per questo vi ringrazio per l’attenzione che avete posto alla realtà della Georgia e dell’Armenia, affinché la comunità cattolica continui ad essere segno e fermento di vita evangelica”.

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Sul palco il suono dell’antica Armenia con The Naghash Ensemble (Ravennatoday 24.06.21)

Sabato 26 giugno, alle 21.30, alla Rocca Brancaleone si viaggia attraverso il suono dell’antica Armenia reinventato per il XXI secolo con The Naghash Ensemble. Biglietti: 20 euro.

“Sono diffidente rispetto alle etichette e mi trovo in difficoltà a descrivere la musica del Naghash Ensemble. Folk o classica? Etnica o cosmopolita? Antica o moderna? In sostanza è il prodotto naturale di chi è cresciuto ascoltando in casa solo musica armena, in gioventù ha studiato la musica classica europea, si è guadagnato da vivere come improvvisatore jazz, ma come tutti noi, era costantemente circondato dalla musica rock contemporanea”.

John Hodian, compositore, pianista e fondatore dell’ensemble dedicato al poeta armeno medievale Mkrtich Naghash, così parla della sua arte. Musicalmente frutto della diaspora, i brani ispirati agli antichi poemi sono meditazioni sul rapporto con Dio secondo la prospettiva di un sacerdote e artista del XV secolo, costretto all’esilio per aver rifiutato di demolire il campanile della chiesa da lui fondata.

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Musica: Naghash Ensemble reinventa suono dell’antica Armenia (Ansa 25.06.21)

Musica armena alla Porta d’Oriente (Sanmarinotv 26.06.21)

 

Armenia-Italia: Mattarella invia auguri all’omologo armeno per il suo compleano (Agenzianova 23.06.21)

Erevan, 23 giu 18:39 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella ha inviato una lettera di congratulazioni all’omologo armeno, Armeni Sarkissian, per il suo compleanno. Lo ha riferito l’ufficio stampa presidenziale di Erevan. “Vorrei riaffermare la mia intenzione di sviluppare ulteriormente e approfondire i sinceri legami di amicizia che uniscono i nostri Paesi. Sono certo che la vostra prossima visita di Stato in Italia sarà una buona occasione per riflettere sui risultati registrati insieme e sulle possibilità di sviluppare ulteriormente le relazioni bilaterali”, ha scritto Matatrella nella missiva. “Con lo spirito di amicizia e i ricordi di guerra dei nostri incontri sia a Erevan che a Roma, vi rivolgo ancora una volta le mie più calorose congratulazioni e gli auguri di benessere personale e familiare”, ha affermato il presidente della Repubblica. (Rum)

Armenia: anche dopo la guerra, vince ancora Nikol Pashinyan (Osservatorio Balcani e Caucaso 23.06.21)

Si è chiusa domenica scorsa con il voto una campagna elettorale infuocata in Armenia, durante la quale i candidati hanno viaggiato per tutto il paese, anche nelle aree di confine dove i cittadini hanno paura e dove la guerra ha cambiato tutto. Il finale della campagna è stato ovviamente a Yerevan, nella capitale, dove Robert Kocharyan e Nikol Pashinyan hanno raccolto rispettivamente due piazze gremite. Più forse quella di Kocharyan, ma come spesso accade la piazza e le urne sono cose diverse.

Gli elettori armeni hanno infatti riconfermato il governo uscente. Il Contratto Civico di Pashinyan – di cui lui è capolista e premier in pectore – ha ottenuto il 53,97% dei voti, l’Alleanza Armenia di Kocharyan è al 21% delle preferenze.

L’esito del voto va letto sia in rapporto allo storico del paese sia attraverso la lente della nuova legge elettorale, solo così si può dare una prima immagine della legislatura e del governo che verranno.

Innanzitutto l’affluenza alle urne si è confermata bassa, al di sotto del 50% degli aventi diritto. Questa è una tendenza che si conferma e che ridimensiona sempre il livello di consenso dei partiti nel paese, anche quelli con numeri di preferenze rilevanti.

Nelle elezioni politiche del 2018 Contratto Civico aveva raccolto il 70% delle preferenze. Pashinyan ha perso quindi più del 15% dei consensi, equivalente a 16 seggi nella nuova Assemblea nazionale. La nuova legge elettorale prevede che ad un partito che ottiene più del 50% dei voti, ma non il 54%, vengano dati seggi sufficienti per raggiungere il 54%, e quindi i numeri per formare un governo da solo. Da questo punto di vista la legge elettorale cambia poco la situazione sul campo, dato che Contratto Civico aveva già alle urne raggiunto quella soglia. Entro sei giorni Pashinyan presenterà quindi, senza doversi confrontare con alcun alleato, una nuova squadra di governo.

Nei banchi dell’opposizione siederanno “Alleanza Armenia” coalizione dell’ex primo ministro ed ex presidente armeno Robert Kocharyan e “Onore”, sostenuta da un altro ex primo ministro ed ex presidente, Serž Sargsyan. Quest’ultima formazione politica non ha raggiunto il 7%, soglia per le coalizioni, ma la nuova legge elettorale – per tutelare il pluralismo dell’Assemblea – prevede che siano almeno tre le forze politiche rappresentate, per cui Onore, con il suo 5.23% di preferenze, avrà 6 seggi. Degli altri seggi, 27 vanno ad “Alleanza Armenia”, 72 a “Contratto” e 4 sono riservati ai rappresentanti delle minoranze (assiri, curdi, russi e yazidi).

I partiti che siederanno in parlamento rappresentano circa l’80% dei voti espressi. La grande frammentazione del panorama politico ha fatto sì che il 20% dei voti si siano dispersi in partiti che sono risultati minori, e che quindi non hanno raggiunto la soglia di sbarramento. Dopo diverse legislature lascia l’Assemblea Armenia Prospera del discusso oligarca Tsarukyan. La legislatura sarà formata dal primo partito del paese e da due coalizioni, ognuna con almeno un partito armeno con una storia consolidata alle spalle: in “Alleanza Armenia” la Federazione Rivoluzionaria Armena, in “Onore” il Partito Repubblicano.

La legittimità del voto

Il voto è stato monitorato da telecamere in ogni seggio nonché da 8 missioni internazionali e 19 organizzazioni locali. I media accreditati sono stati 49 quelli stranieri e 68 quelli locali.

Durante la campagna elettorale la Procura della Repubblica ha ricevuto circa 400 segnalazioni di violazioni, di cui molte emerse sui social media, alcune di privati cittadini, due del Mediatore Civico – l’Ombudsperson, altre pubblicate dai media, e una sessantina su indicazione delle forze dell’ordine. Sei persone sono state tratte in arresto. Nella data – unica – del voto, svariati partiti di opposizione hanno lamentato intimidazioni. Secondo Sargsyan nei due giorni precedenti al voto la sua coalizione elettorale avrebbe ricevuto minacce, c’è stata una sparatoria in un seggio e sono stati sparati colpi di proiettile verso la macchina di un candidato, Arman Babajanyan.

Quando la Commissione Elettorale Centrale ha reso pubblici i primi exit poll, Kocharyan ha subito negato la legittimità del voto indicando numerose segnalazioni di violazioni che sarebbero state segnalate alla sua coalizione. Posizione mantenuta anche durante lo spoglio e nelle ore seguenti, posizione che si è trovata però sempre più isolata. L’Ombudsperson ha riconosciuto alcune violazioni, ma per lo più imputabili al blocco di Sargsyan. E poi sono arrivate le conferenze stampa delle organizzazioni internazionali che hanno concordato sulla legittimità del voto: prima la missione di monitoraggio elettorale della Comunità degli Stati Indipendenti  , poi quella dell’ODIHR  che da sempre ha grande visibilità.

La legittimazione internazionale

Ulteriore legittimazione è arrivata con le congratulazioni per il voto dagli alleati storici di Kocharyan: il portavoce del Cremlino Peskov ha parlato da subito di una evidente vittoria di Pashinyan.

Anche l’Unione europea si è espressa in questa direzione. In un comunicato  , la presidente della delegazione per le relazioni con il Caucaso meridionale, l’eurodeputata Marina Kaljurand, e il relatore permanente del Parlamento europeo sull’Armenia, l’eurodeputato Andrey Kovachev si sono attenuti alle valutazioni delle missioni elettorali confermando la legittimità del voto e appellandosi alle forze politiche perché “riconoscano i risultati elettorali e si astengano da qualsiasi retorica e azione divisive. Eventuali accuse di irregolarità non devono essere utilizzate per alimentare la tensione, ma devono essere trattate secondo le appropriate procedure di reclamo e ricorso”.

Con il passare delle ore sono arrivati numerosi messaggi di congratulazioni a Pashinyan per la vittoria elettorale: si va dalla vicina Georgia, al Consiglio dell’UE per finire con le congratulazioni fatte personalmente, dal ministro della Difesa russo Sergey Shoygu al ministro della Difesa uscente armeno Vagharshak Harutyunyan. Anche questa una legittimazione, ma molto personale e che fa supporre una prossima riconferma di Harutyunyan nel nuovo governo.

La squadra di governo dovrà concentrarsi su specifici ministeri per affrontare le difficili sfide future. Fra questi il ministero degli Esteri, andato letteralmente in frantumi con una catena di dimissioni nell’ultimo periodo della legislatura uscente.

Le sfide

Ci sono vari cocci da ricomporre oggi in Armenia: l’opposizione di Kocharyan che intende rivolgersi alla Corte Costituzionale per i presunti brogli, una campagna elettorale profondamente divisiva da lasciarsi alle spalle – come ha detto Pashinyan deporre l’ascia di guerra della retorica di odio reciproco di cui lui stesso riconosce di essersi reso colpevole -, e un paese indebolito da guerra, pandemia, fratture interne, isolamento regionale e dipendenza dall’alleato russo.

Spetterà alla nascente legislatura dimostrarsi all’altezza di ricomporre questi cocci, auspicabilmente con la partecipazione di tutte le forze elette e rappresentative delle varie anime del paese.

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ELEZIONI ARMENIA/ “Ecco perché il premier che ha perso una guerra ha vinto col 59%” (Ilsussidiario 23.06.21)

Alle elezioni legislative in Armenia ha vinto il partito di Pashinyan, il premier uscente. Nonostante la sconfitta nella guerra con l’Azerbaijan il popolo gli ha ridato fiducia

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Al centro, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan (LaPresse)

In Armenia, piccolo paese cristiano di tre milioni di abitanti stretto tra potenze islamiche come l’Azerbaijan (da cui è appena stato sconfitto dopo l’ennesima guerra) e la Turchia, le cose cambiano alla velocità della luce. A lungo contestato, addirittura con una invasione del Parlamento, per la sconfitta subita nella recente guerra con gli azeri, il premier Nikol Pashinyan ha stravinto le nuove elezioni politiche, anticipate proprio in seguito al caos suscitato dalla sconfitta.

Il suo maggior oppositore, l’ex presidente della Repubblica, Robert Kocharyan, ha ottenuto solo il 21% dei voti contro il suo 59,3%. “Va detto” ci ha spiegato Pietro Kuciukianconsole onorario della Repubblica di Armenia in Italia, “che l’opposizione intera ha raggiunto il 47% dei voti, purtroppo è tutta frazionata e l’unico partito che poteva concorrere sperando di vincere era quello di Kocharyan”.

Per Kuciukian la situazione si sta svolgendo in positivo, perché la maggior preoccupazione degli armeni è la sicurezza contro il potente nemico azero, appoggiato dalla Turchia, “che continuano a fare la voce grossa e a minacciare un nuovo genocidio. Fortunatamente sono già stati presi accordi con la Russia, che ha schierato truppe di interposizione al confine nord, quello più minacciato dagli azeri”.

Era prevista una vittoria di Pashinyan con così largo vantaggio?

Era una vittoria prevista ma non con questo ampio margine, ci si aspettava una competizione molto più serrata. Va precisato che ha vinto con il 59%, mentre tutte insieme le forze di opposizione raggiungono il 47%. C’era quindi una situazione di instabilità e una grande aspettativa, l’opposizione però è frazionata e l’unico partito che poteva competere era quello di Kocharyan, che ha raggiunto il 21%. Pashinyan potrà tranquillamente mettere in piedi un governo capace di portare avanti le ultime questioni importanti sulle quali già si è cominciato a lavorare.

Ad esempio?

Al confine nord dell’Armenia, che veniva continuamente attaccato dagli azeri, adesso è stata interposta l’armata russa: è un primo tassello positivo nel quadro della stabilizzazione dell’Armenia.

Pashinyan però, premier durante la guerra persa con l’Azerbaijan, era stato molto criticato. Come mai ha raccolto questo grande successo?

Certo, era il premier, ma la gente ha capito che era ancora l’unica soluzione. Gli armeni hanno compreso le ragioni profonde. Del resto, cosa può fare un popolo di 3 milioni di persone contro 90?

Ci sono state manifestazioni e scontri non da poco contro Pashinyan…

Quando si perde una guerra non è che tutto poi va avanti tranquillamente: con i parenti dei morti, i parenti dei prigionieri non rilasciati, quasi 50mila profughi arrivati dal Nagorno, è ovvio che arrivino caos e malumore.

Nella sua campagna elettorale Pashinyan ha agitato, come suo maggiore slogan, il rischio di una guerra civile. È il desiderio di stabilità che ha portato il popolo armeno a votarlo?

Durante questa campagna elettorale se ne sono dette di tutti i colori da una parte e dall’altra, come peraltro succede anche in Italia. Dipende da tanti fattori, nelle democrazie è normale esprimersi pubblicamente anche in termini poco pacifici.

Il tema a cui oggi si tiene di più è la sicurezza. Si temono altre tensioni con l’Azerbaijan?

Azerbaijan e Turchia continuano a fare propaganda in modo eccessivo e violento, cosa che spaventa gli armeni. Ogni giorno dicono di voler portare a termine il genocidio, di voler trasformare l’Azerbaijan nel centro operativo dei Lupi grigi (organizzazione semi-terroristica turca, ndr) e di voler trasferire in Azerbaijan un nucleo armato turco: però sono solo parole. Alla resa dei conti c’è di mezzo la Russia, che non permetterà che alzino la voce più di tanto.

Quindi lei è fiducioso che l’Armenia abbia imboccato una strada verso la stabilità?

Sì, sono fiducioso. In Armenia circola una barzelletta che dice: c’è una notizia cattiva e una buona. Quella cattiva è che ha vinto Pashinyan, quella buona è che ha perso Kocharyan.

Questo la dice lunga su una realtà divisiva?

Raccoglie l’umore della gente, il male minore. Gli armeni da 3mila anni sono abituati a vivere così, e non hanno mai fatto una guerra di conquista, hanno preso sempre grandi bastonate, ma si sono sempre ripresi con l’arte e la cultura, e adesso con la tecnologia. Poi c’è la diaspora che li aiuta e li sostiene moralmente, una cosa molto importante.

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Libano: al via il Sinodo per eleggere il nuovo Patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici (SIR 23.06.21)

Oggi, 23 giugno, ha preso il via il Sinodo dei vescovi della Chiesa armena cattolica convocato per eleggere il successore del Patriarca armeno cattolico Krikor Bedros XX Ghabroyan, deceduto per malattia lo scorso 25 maggio all’età di 86 anni. L’assemblea sinodale si svolge presso il convento libanese di Nostra Signora di Bzommar, che ospita la sede patriarcale armeno-cattolica. L’Assemblea sinodale elettiva è stata convocata da Boutros Marayati, arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, divenuto dal 26 maggio Amministratore della Chiesa patriarcale di Cilicia degli Armeni, in quanto presule più anziano per ordinazione, secondo il disposto dell’articolo 127 del Codice dei Canoni delle Chiese orientali cattoliche. In tale veste, il compito principale dell’arcivescovo Marayati è stato proprio quello di convocare il Sinodo della Chiesa armena cattolica per eleggere il nuovo patriarca. All’Assemblea elettiva prendono parte 12 membri del Sinodo della Chiesa armena cattolica, provenienti dalle sedi episcopali sparse in Medio Oriente e nei Paesi di maggior concentrazione della diaspora armena. Il nuovo patriarca armeno cattolico, una volta eletto, prenderà parte all’incontro convocato da Papa Francesco il prossimo 1° luglio a Roma per riflettere insieme con i principali responsabili delle comunità cristiane libanesi intorno alla preoccupante situazione del Libano.

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Azerbaigian: Capitanio-Centemero (Lega), liberare e rimpatriare prigionieri di guerra armeni (Agenzianova 22.06.21)

Roma, 22 giu 19:00 – (Agenzia Nova) – “Risulta che l’Azerbaigian continui a detenere in ostaggio numerosi prigionieri di guerra armeni per usarli nelle trattative politiche con il supporto della Turchia. Apprendiamo, inoltre, che qualche giorno fa in internet è apparso un video preoccupante di una conversazione tra i Presidenti della Turchia e dell’Azerbaigian, che confermerebbe il fatto che i prigionieri armeni sono detenuti illegalmente in Azerbaigian e sono usati per ottenere in cambio le mappe dei campi minati o altre concessioni”. Lo denunciano in una nota i deputati della Lega Massimiliano Capitanio e Giulio Centemero. “Serve chiarezza e una urgente e ferma presa di posizione da parte di tutti i partner internazionali per fermare le speculazioni su queste vite umane. L’auspicio – concludono – è che il nostro governo faccia presto sentire la sua voce con una presa di posizione contro chi continua a violare ogni diritto internazionale umanitario. Chiediamo quindi che questi prigionieri e i civili detenuti vengano immediatamente rilasciati e rimpatriati senza precondizioni”.

“LA FAMIGLIA DEI GENOCIDI È UNA MALATTIA UNIVERSALE DELL’UMANITÀ” (Gariwo 22.06.21)

Israel Charny è uno psicoterapeuta israeliano e un noto studioso di genocidi. Charny è uno specialista nel trattamento dei sopravvissuti all’Olocausto, con una lunga e stimata carriera come psicologo clinico e terapeuta familiare. Il professor Charny è anche il direttore dell’Institute on the Holocaust & Genocide a Gerusalemme, che ha fondato insieme a Elie Weisel. È anche co-fondatore ed ex presidente dell’International Association of Genocide Scholars, e autore di libri premiati sul tema dei genocidi, come Genocide: A Critical Bibliographic Review (1988), Encyclopedia of Genocide (1999-2000), e Fascism and Democracy in the Human Mind (2006). Nell’aprile 2021, ha pubblicato il suo ultimo libro, intitolato Israel’s Failed Response to the Armenian Genocide: Denial, State Deception, and Truth versus Politicization of History. Insieme a Yair Auron, storico e direttore associato dell’Institute on the Holocaust and Genocide, il professor Charny ha vinto il President of Armenia Prize “per il suo lavoro accademico decennale sul genocidio armeno e le attività che hanno contribuito al suo riconoscimento internazionale, nonché per le sue significative ricerche nel campo della negazione del genocidio”. In questa intervista, il professor Charny ci parla dei tentativi di Israele di cancellare una conferenza internazionale sui genocidi nel 1982, del rapporto di Israele con il genocidio armeno e altri genocidi, e del suo coinvolgimento personale, come psicoterapeuta, con il tema dei genocidi. Questa intervsista è stata editata per motivi di chiarezza e scorrevolezza.

Professor Charny, partiamo dal suo nuovo libro, intitolato Israel’s Failed Response to the Armenian Genocide: Denial, State Deception, Truth versus Politicization of Historyin cui lei si concentra sui tentativi di Israele di sabotare una conferenza accademica sulla Shoah e sul genocidio armeno nel 1982. Il libro contiene molte informazioni e fonti d’archivio, comprese le sue lettere personali a Shimon Peres, che si è allineato con la politica ufficiale di Israele di negazione del genocidio armeno. Potrebbe dirci di più su questo episodio, che lei ha definito come un “fallimento morale” di Israele?

Nel 1982, io e altri organizzammo una conferenza internazionale a Tel Aviv. La conferenza, intitolata International Conference on the Holocaust and Genocide, fu la prima conferenza mai organizzata sulla nozione di genocidio. Soprattutto, fu la prima conferenza a unire le nozioni di Olocausto e genocidio, collegando l’Olocausto ai genocidi precedenti e in corso di tutti gli altri popoli per “proiettare il genocidio come un problema universale nella storia e nel futuro di tutti i popoli” e per “riconciliare le vittime specificamente ebree con l’universalità di tutte le vittime“. Circa 600 persone si erano preregistrate per partecipare ma, a causa dell’enorme pressione esercitata su di loro affinché non venissero, solo 300 persone parteciparono alla conferenza. Alcuni membri del governo israeliano chiamarono personalmente gli iscritti alla conferenza e chiesero loro, in nome di Israele, di non partecipare alla conferenza. In alcuni casi, Israele inventò persino storie sul fatto che la Turchia avesse minacciato le vite degli ebrei per convincere i partecipanti a non andare. L’obiettivo di Israele era di far annullare la conferenza. Alla fine, la conferenza ebbe luogo comunque, e 300 persone decisero di venire quando seppero che la conferenza sarebbe stata organizzata ugualmente. Fu un’occasione molto commovente. L’atmosfera era elettrica: i partecipanti erano consapevoli della nostra lotta contro il governo e si sono identificati con noi, con il nostro coraggio e la nostra persistenza nel resistere contro i tentativi di cancellare la conferenza.

Perché pensa che fosse necessario organizzare quella conferenza, e cosa pensa che sia giusto imparare da questa esperienza?

Quella conferenza fu il primo tentativo di riunire menti e cuori per guardare al genocidio come un problema universale dell’umanità. Negli anni successivi alla nostra conferenza, altre università hanno collegato l’Olocausto e il concetto di genocidio. Di questo sono felice. L’Olocausto ha certamente la sua particolarità, ma è anche parte di una terribile famiglia chiamata genocidio, in cui nessuno è superiore agli altri o deve essere separato dagli altri. La famiglia dei genocidi rappresenta una malattia universale dell’umanità, fin dall’inizio della storia. È un aspetto tragico della storia umana, e così come ci organizziamo per lottare contro malattie come il cancro o per gestire i problemi ecologici che minacciano l’esistenza del nostro pianeta, dobbiamo anche combattere la naturale presenza del genocidio nel repertorio umano: il genocidio non smette mai di comparire.

Come psicoterapeuta ed esperto di genocidi, la sua prospettiva sulla relazione di Israele con altre atrocità di massa è unica e particolare. Come suggerisce il titolo di uno dei suoi libri – Fascism and Democracy in the Human Mind: A Bridge between Mind and Society -, i meccanismi tipici della vita psichica individuale possono essere applicati alla sfera collettiva e sociale. Per quanto riguarda il rapporto di Israele con il genocidio armeno, come pensa che questi due livelli si intreccino tra loro? Quali sono, secondo lei, i meccanismi all’origine della negazione del genocidio armeno da parte di Israele e, più in generale, della tendenza di Israele a separare la Shoah dagli altri genocidi, rifiutando qualsiasi confronto con essi?

Credi che questo sia il risultato di una complessa combinazione di due spinte inconsce. Da un lato, c’è la base emotiva ed esperienziale dei sopravvissuti, che vedono la loro insopportabile sofferenza come unica e senza precedenti, non paragonabile a quella di nessun altro. Questo è un meccanismo del tutto umano, pienamente giustificato, e che non metterei mai in discussione. D’altra parte, sfortunatamente, questa spinta si collega con un altro processo inconscio, che è abbastanza pericoloso e ha a che fare, paradossalmente, con la creazione di genocidi. Vale a dire, il bisogno inconscio di rendere se stessi – in questo caso il sé collettivo – superiori agli altri e di rendere gli altri inferiori a noi. C’è un pericolo essenziale in questo concetto: superiore è diverso da eccellente, vincente, o dall’essere eccezionale. La superiorità ha a che fare con il dominio, con l’essere più dell’altro, con il creare un contesto in cui l’altro è inferiore a noi. Sono due aspetti distinti, che possono combinarsi facilmente perché entrambi implicano un’enfasi sui nostri valori. Sentirsi superiori agli altri è di per sé una pulsione umana, che ci abita fin dall’infanzia: ma crescendo e diventando adulti, impariamo a superare questa pulsione, raggiungendo un livello superiore di convivenza con gli altri, basato sull’uguaglianza, sull’onore e sul rispetto reciproco.

Come si può realizzare questo livello superiore di coesistenza con gli altri?  

Dobbiamo guardare Israele dal punto di vista dello sviluppo dell’individuo. Tipicamente, il bambino ha bisogni, desideri e imperativi. Lentamente, si spera, nel processo di interazione premurosa con la madre, il padre, i fratelli, i nonni e gli altri bambini, il bambino sviluppa un senso di significato e di valore delle altre persone. Questo si collega strettamente con la capacità di sviluppare l’empatia: quando i bambini vedono che qualcun altro si fa male o si ammala, ne rimangono colpiti, preoccupandosi e allarmandosi. Durante la vita, lentamente ma inesorabilmente, la nostra cerchia si espande e impariamo a prenderci cura degli amici e di altri soggetti che amiamo: è così che si impara non solo a cercare sessualmente qualcuno ma a connettersi con gli altri emotivamente, in modo premuroso e reciproco. Lentamente ma inesorabilmente, il nostro mondo si espande nella consapevolezza che viviamo in un dato contesto, città, stato o paese, che i membri della nostra famiglia – che sia una religione, una nazione o un partito politico – condividono con noi dei valori. Se siamo fortunati, questo processo di sviluppo porta le persone a prendere coscienza che ci sono tanti altri esseri umani in questo mondo, che sono proprio come noi e hanno bisogno degli stessi elementi basilari di protezione che tutti noi cerchiamo. Un livello più alto di convivenza con gli altri, quindi, può essere raggiunto solo attraverso la coltivazione dell’amore: amore per noi stessi e, di conseguenza e in modo più maturo, per le altre persone, comprendendo che siamo tutti figli del miracolo. È un lavoro enorme, ma emozionante e meraviglioso.

Portiamo questo discorso a un livello sociale e collettivo: cos’è che è andato storto in questo processo di sviluppo, nel caso di Israele? E quali sono i soggetti di un possibile cambiamento? A Gariwo, per esempio, ci concentriamo sulle figure dei Giusti – di coloro che hanno scelto il bene in circostanze estreme – per educare la società alla cittadinanza attiva e alla responsabilità. Ma Israele? Pensa che questo sia un compito della leadership, delle istituzioni educative? Come si fa a creare una cultura diversa, che si basi sull’empatia e la connessione con l’altro?

Come ogni soggetto collettivo, Israele deve affrontare la sfida universale di avere a che fare con gli altri. Tuttavia, Israele ha un proprio fardello di una storia di così tante persecuzioni del popolo ebraico che la comprensibile necessità di rafforzare noi stessi – che è al centro del miracolo sionista, della ri-costruzione di Israele – ha occupato tanta parte della storia ebraica. E fare tutto questo mantenendo e sviluppando al tempo stesso un atteggiamento genuinamente universale di cura per le altre persone è una sfida enorme. Molte parti del popolo ebraico sono andate in questa direzione in modo costruttivo. Un verso della preghiera dello Shabbat dice: “tu ci hai scelto al di sopra degli altri popoli”: questo fa parte della preghiera da migliaia di anni. Molti di noi hanno cambiato quella preghiera: ora alziamo i nostri calici e cantiamo: “ci hai scelti insieme agli altri popoli”. Altre parti del popolo ebraico, tuttavia, non hanno colto questa sfida. E questo, per riprendere la sua domanda sulla leadership politica, include la dirigenza religiosa ortodossa di Israele. Anche se la tradizione ebraica offre alcune bellissime massime sulla cura dello straniero e sul prendersi cura degli altri, la leadership ortodossa è diventata ferocemente egocentrica e antagonista, incoraggiando il disprezzo verso gli altri. Questo è contro tutto ciò che l’ebraismo rappresenta. Alla luce di questo, credo che tutti i fattori che lei ha menzionato siano assolutamente rilevanti per costruire una cultura di rispetto reciproco e di empatia con gli altri: buoni leader e buoni educatori sono tutti fondamentali per raggiungere questo obiettivo.

Concentriamoci ora sul genocidio armeno. Perché, secondo lei, Israele si rifiuta di riconoscerlo? Recentemente, un vivace dibattito ha avuto luogo sulle pagine del giornale israeliano Haaretz: alcuni sostengono che Israele si rifiuta di riconoscere il genocidio armeno per motivi religiosi e culturali; altri ritengono che tutto si riducalla politica. Lei cosa ne pensa?

È una combinazione di diversi fattoriIl primo fattore è molto pratico e ha a che fare con la relazione di Israele con la Turchia. In ogni ministero degli esteri del mondo molti credono che le relazioni estere si basino sul fare ciò che è bene per il tuo popolo, ottenendo il massimo vantaggio possibile, e preoccupandosi molto poco di considerazioni di ordine morale. Si chiama realpolitik, e a me non piace. Credo che le relazioni estere dovrebbero certamente basarsi sulla praticità del proteggere se stessi, ma il più possibile, e contemporaneamente, dovrebbero anche basarsi sulla moralità e sulla decenza. Il secondo fattore ha a che fare con il processo culturale di cui abbiamo parlato: tante persone hanno insistito sul fatto che la Shoah non può essere paragonata o collegata in alcun modo ai genocidi di altri popoli. Il non riconoscimento del genocidio armeno da parte di Israele comincia quindi con questioni pratiche e continua con la coltivazione di un proprio senso di superiorità basato sull’esclusione di altri popoli: si tratta di una combinazione piuttosto problematica.


E l’ONU? Dopo che Rafael Lemkin ha coniato la nozione di “genocidio”, l’ONU ha giocato un ruolo centrale nel trasformarlo in un crimine internazionale, definito 
dal punt di vista giuridico. Eppure, l’ONU non ha mai preso ufficialmente posizione su ciò che è accaduto in Armenia tra il 1915 e il 1918, né l’Armenia appare nella descrizione ufficiale dell’ONU sull’origine di questo concetto. Inoltre, recentemente il portavoce del segretario generale dell’ONU Antònio Guterres ha detto: “Non facciamo commenti, come regola generale, su eventi che hanno avuto luogo prima della fondazione dell’ONU”. Lei cosa ne pensa? 

L’ONU riconosce il genocidio armeno, e ogni affermazione contraria è sbagliata. Per molti anni, l’ONU non ha riconosciuto il genocidio armeno, per i motivi di cui parla. Nel 1985, tuttavia, l’ONU ha istituito una commissione guidata da Benjamin Whitaker. La commissione Whitaker ha prodotto un bellissimo rapporto sui genocidi, che ha riconosciuto il genocidio armeno senza alcuna riserva. Quindi, dal punto di vista della storia e della legalità, l’ONU ha riconosciuto il genocidio armeno.

Il rapporto Whitaker elenca il genocidio armeno in un paragrafo [paragrafo 24, parte I, sezione B], insieme ad altri genocidi, affermando che alcuni di essi non sono genocidi dal punto di vista legale ma possono comunque essere definiti tali. Questo deve essere preso come un riconoscimento formale del genocidio armeno da parte dell’ONU? 

Sì, assolutamente.

Un’ultima domanda, di natura personale: come è arrivato a interessarsi, da psicoterapeuta, al genocidio armeno e al tema dei genocidi in generale?

Le racconterò due storie personali. La prima storia è questa: molti anni fa, quando vivevo ancora in America, lavoravo in un ospedale psichiatrico per adolescenti. Un giorno organizzammo una giornata di studio, e arrivarono due ospiti: uno psichiatra e uno psicologo turchi, di cui non sapevo nulla. Per puro caso, mi trovai seduto accanto a loro e così passammo tutta la giornata insieme, condividendo le pause caffè e pranzo. Durante la pausa caffè del pomeriggio, mi ricordai improvvisamente che avevo appena letto, e scoperto, del genocidio armeno in un articolo molto famoso apparso su una rivista chiamata Commentary Magazine. Così chiesi loro di parlarne, dicendo che mi sarebbe piaciuto saperne di più. In pochi secondi, queste persone si girarono e si allontanarono, e non mi rivolsero più la parola per il resto della giornata. Da quel giorno, non ho potuto fare a meno di interessarmi alla negazione del genocidio armeno.

La seconda storia che voglio raccontarle è questa: molti anni fa, dopo aver ricevuto il mio dottorato e dopo cinque anni di esperienza post-dottorato, feci un esame molto avanzato per essere riconosciuto come “specialista”. Specialista significa, per esempio, che quando si firma un modulo di assicurazione per un paziente, questo modulo è automaticamente riconosciuto in tutti gli stati d’America, anche in quelli in cui non si ha la licenza. Significa molte altre cose che definiscono lo specialista come un esperto del comportamento umano. Superai l’esame. Dopo aver ricevuto l’avviso, andai a dormire e feci un sogno. Il sogno riguardava l’Olocausto: vidi i nazisti uccidere gli ebrei, in particolare i bambini. Nel sogno, mi dissi: dicono che sono un esperto del comportamento umano, ma sono in grado di capire perché gli esseri umani possono comportarsi in questo modo? E la risposta è stata: no, non lo so, e la mia lunghissima formazione – che ora mi qualifica come “specialista” – non mi ha insegnato nulla al riguardo. Quello fu per me un punto di svolta: capii che mi sarei occupato di questo argomento per il resto della mia vita.

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Perché la vittoria di Nikol Pashinyan rischia di bloccare l’Armenia (L’Inkiesta 22.06.21)

L’attuale primo ministro armeno ha ottenuto alle ultime elezioni il 54% dei voti e una solida maggioranza parlamentare. Ma il mandato sarà quasi interamente assorbito dall’impegno dei negoziati con l’Azerbaijan, dal rapporto con la Russia e dal duro contrasto con le forze di opposizione che inquina le dinamiche interne

Nikol Pashinyan l’ha spuntata ancora, l’attuale primo ministro armeno, che in tre anni ha guidato una rivoluzione, affrontato le conseguenze di una debacle militare e respinto un tentato golpe, ieri ha incassato una schiacciante vittoria elettorale che grazie al 54% dei voti garantisce alla sua coalizione una solida maggioranza parlamentare.

Contro Pashinyan era sceso in campo tutto il passato recente della storia armena. A sfidarlo infatti, in una combinazione elettorale inedita, c’erano tutti gli ex capi di stato della giovane repubblica post sovietica, dall’indipendenza ad oggi: Robert Kocharyan, Serzh Sargsyan e Levon Ter-Petrosyan, oltre ad un’altra dozzina di partiti e piattaforme politiche differenti, uniti principalmente dal desiderio di far pagare a Pashinyan il prezzo della sconfitta militare.

Unico a tallonarlo nei sondaggi però era Robert Kocharyan, che oltre ad essere stato il secondo presidente della repubblica armena fu nel 1994 il primo presidente della autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh. Dietro al vecchio lupo d’apparato di formazione sovietica infatti si erano radunate tutte quelle forze politiche che Pashinyan e la rivoluzione di velluto del 2018 avevano disarcionato dal potere e che speravano di riprendere il controllo dello Stato.

In campagna elettorale praticamente non si è parlato d’altro che delle responsabilità e delle conseguenze del conflitto con l’Azerbaijan. Gli accordi di “cessate il fuoco” mediati dalla Russia e siglati da Pashinyan sono stati additati come una capitolazione dai suoi avversari.

«Un governo che rappresenta la sconfitta non può essere un buon negoziatore» ha tuonato Kocharyan più volte, aggiungendo che «non è possibile negoziare con il nemico in ginocchio». A gettare ulteriore benzina sul fuoco si è aggiunto poi il delicato tema del ritorno dei prigionieri di guerra armeni. In uno scambio surreale di accuse l’altro ex presidente, Serzh Sargsyan, ha suggerito a Pashinyan di «scambiare suo figlio con 25 soldati detenuti in l’Azerbaijan».

Pashinyan, che non è uomo da chiamarsi fuori da uno scambio di accuse, ha colto l’occasione per rispondere di petto: «Sono d’accordo, e lo dichiaro ufficialmente: offro mio figlio in cambio di tutti i nostri prigionieri, e autorizzo Sargsyan e Kocharian a occuparsi della cosa in quanto specialisti nel traffico di esseri umani. Magari riusciranno anche a farsi due soldi».

«Con una campagna elettorale così non c’è stato spazio per argomenti attinenti alla politica o all’economia del Paese. Onestamente non c’è stato spazio nemmeno per una discussione seria sulle conseguenze del conflitto, le opposizioni infatti hanno accusano e basta, ma nessuna è stata in grado di offrire una narrativa alternativa, o di spiegare cosa avrebbero fatto al posto di Pashinyan» commenta il deputato ed analista politico Mikayel Zolyan. I cittadini Armeni infatti hanno scelto di dare ancora una volta fiducia a Pashinyan dando così indirettamente anche il loro assenso agli accordi di pace da lui siglati.

Sul dibattito elettorale ha pesato molto anche la propaganda martellante del presidente azero che non ha nascosto la volontà di umiliare il nemico sconfitto. Aliyev nell’ultimo mese è comparso all’inaugurazione del Parco dei trofei militari a Baku, dove si staglia un corridoio di elmetti abbandonati da soldati armeni deceduti o in fuga attraverso cui si accede ad un piazzale dove decine di mezzi armeni sequestrati sono messi in mostra assieme a statue di cera di soldati armeni sfigurati dalla paura. Ma il vero colpo Aliyev l’ha assestato ad un settimana dal voto invitando a Shusha, la città sottratta agli armeni e simbolo per gli azeri della loro vittoria, l’amico e alleato Racep Erdogan. A Shusha settimana scorsa i presidenti di Turchia e Azerbaijan hanno firmato un accordo tra le due nazioni di azione congiunta in caso di attacco militare e mandato un chiaro messaggio a tutti coloro che a Yerevan pensavo di sfruttare il desiderio di rivincita in chiave elettorale.

Altra presenza ingombrante nel dibattito elettorale è stato il rapporto con Mosca. Ufficialmente l’offerta politica di entrambi i candidati principali era radicalmente pro-russa, e non potrebbe essere stato altrimenti data la dipendenza economica e militare armena da Mosca. Tuttavia tra i supporter di Pashinyan aumenta la rabbia nei confronti del grande alleato che invece di sostenere Yerevan in modo deciso durante il conflitto con l’Azerbaijan si è limitato a imporre un cessate il fuoco dopo aver lasciato le truppe azere libere di avanzare per quasi un mese.

«Colpa delle velleità europeiste di Pashinyan che hanno incrinato la relazione con Mosca», accusavano i supporter di Kocharyan. Ma la scelta del leader dell’opposizione di apparire sui giornali armeni raffigurato in un sorprendente numero di foto diverse a fianco di Vladimir Putin, per testimoniare la loro lunga amicizia, sembrerebbe non aver dato il risultato sperato.

Pashinyan dunque vince ancora e si dimostra un leader in sintonia con il suo popolo ma vince la guida di un mandato che sarà quasi interamente assorbito dall’impegno di guidare il paese in un negoziato tutto in salita che lo porterà probabilmente a dover mettere la faccia su ulteriori umiliazioni. È proprio sul logoramento di Pashinyan che scommettono tutti i suoi nemici, a Yerevan a Mosca e Baku. Ma il primo ministro armeno ha dimostrato di avere sette vite e se avrà abilità e fortuna, passate le forche caudine dei negoziati, potrebbe tornare con forza rinnovata al suo programma di riforma interna e rendere le fondamenta della sua nuova Armenia più solide che mai.


Cosa cambia in Armenia dopo le elezioni (L’antidiplomatico 22.06.21)