Armenia: Pashinyan annuncia vittoria, Kocharyan denuncia brogli (Ansa 21.06.21)

(ANSA) – YEREVAN, 21 GIU – Il premier Nikol Pashinyan si è dichiarato vincitore delle elezioni legislative anticipate tenutesi ieri in Armenia. Lo scrutinio parziale dei voti dà il suo partito Contratto civile nettamente in testa contro Alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan. La formazione di Kocharyan contesta però i risultati: “Ci poniamo l’obiettivo di analizzare attentamente le frodi presunte e quelle denunciate. E finché a queste domande non sarà stata data una risposta soddisfacente, l’Alleanza armena non riconoscerà i risultati dello scrutinio”, ha affermato la formazione dell’ex presidente in un comunicato. (ANSA).


Nagorno-Karabakh: Lavrov, presto per valutare impatto risultati elettorali in Armenia


In Armenia il premier Pashinyan vince le elezioni col 53,9% dei voti (Corriere del Ticino 21.06.21)

Armenia, Pashinyan premier con il 53,9% (Il Metropolitano 21.06.21)

Armenia, il premier Pashinyan rivendica la vittoria, l’opposizione denuncia brogli (Cronachedi 21.06.21)

Armenia: Pashinyan rivendica la vittoria, l’opposizione contesta (Tgcom24 21.06.21)

Armenia al voto, il premier Pachinian vince con il 58% dei voti. L’opposizione denuncia brogli (La Repubblica 21.06.21)

Armenia, la “rivoluzione di acciaio” di Pashinyan: vince le elezioni anticipate (La Repubblica 21.06.21)

I risultati delle elezioni in Armenia e le tensioni sullo fondo (Nazione futura 21.06.21)

Il partito di Nikol Pashinyan vince le elezioni armene dopo l’accordo per la cessione di parti del Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian (Nbarevolution 21.06.21)

Il primo ministro ad interim dell’Armenia rivendica la vittoria con un partito che guida in anticipo alle elezioni parlamentari (Telecentroodeon 21.06.21)

OSCE: “Elezioni parlamentari regolari” (Euronews 21.06.21)

Il Nagorno-Karabakh è un ricordo: Pashinyan vince le elezioni (Il Manifesto 21.06.21)

Armenia: il primo ministro Nikol Pashinyan vince le elezioni anticipate con il 53,9% (Primapress 21.06.21)

Erevan, Pašinyan vince le elezioni anticipate (Asianews 22.06.21)

 

I giovani della comunità armena in visita a Luino (Varesenews 20.06.21)

giovani della Comunità Armena appartenenti alla Chiesa Armena ortodossa d’Italia si sono recati tutto il giorno a Luino sabato 19 giugno per un pellegrinaggio. Guidati da padre Tirayr Hakobyan sono arrivati alle 9.45 in stazione dei treni a luino accolti dal presidente del Consiglio Comunale Fabrizio Luglio e dal suo predecessore Alessandro Franzetti, referente laico della commissione ecumenica del decanato di Luino.

Dopo una sosta per la colazione, i giovani pellegrini armeni hanno visitato e pregato al Santuario del Carmine, accolti dal previsto e decano di Luino don Sergio Zambenetti. Poi presso la casa parrocchiale essi hanno preparato e consumato un buonissimo pranzo a base di prodotti tipici armeni. Dopo una sosta in Chiesa Preposituralr per la preghiera (bel momento di preghiera ecumenica con il Santissimo esposto) il gruppo ha incontrato a Palazzo Verbania il sindaco di Luino Enrico Bianchi che ha dato il benvenuto a Luino prima della visita alla mostra su Dante guidati da Ottavio Brigandì. La giornata è terminata col bagno presso il lido delle Serenelle, dove gli ospiti hanno potuto apprezzare l’acqua limpida e fresca per un bagno rigenerante.

“È stato bello condividere un’intera giornata con questi magnifici armeni della Comunità di Milano e col responsabile della loro Chiesa padreTirayr. Sarebbe bello approfondire questo gemellaggio non solo spirituale ma civico – afferma Alessandro Franzetti organizzatore della giornata insieme a Padre Hakobyan. I giovani armeni sono persone coltissime e speciali. E hanno apprezzato molto la nostra accoglienza in Cittá e in parrocchia – conclude”.

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Armenia, aperti i seggi per le elezioni politiche anticipate (20.06.21)

(ANSA) – YEREVAN, 20 GIU – I seggi elettorali si sono aperti stamani in Armenia per le elezioni legislative anticipate, pericolose per il primo ministro Nikol Pashinyan dopo la sconfitta militare del piccolo Paese del Caucaso nel Nagorno-Karabakh. L’ex giornalista salito a capo del Governo nel 2018 grazie a una rivoluzione pacifica contro le vecchie élite corrotte affronta il suo principale rivale, l’ex presidente Robert Kocharyan, che accusa il suo avversario politico di incompetenza e a cui si contrappone come leader esperto.

 Un recente sondaggio del gruppo Mpg, affiliato alla Gallup International Association, mostra l’alleanza di Kocharyan in leggero vantaggio con il 28,7% delle intenzioni di voto, e il partito di Pashinyan appena indietro, al 25,2%. Dopo sei settimane di cruenti scontri nel Nagorno-Karabakh, durante i quali hanno perso la vita migliaia di persone, a novembre Armenia e Azerbaigian hanno siglato un accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia. In base all’intesa, l’Azerbaigian ha mantenuto i territori conquistati e l’Armenia gli ha ceduto anche altre zone del Nagorno-Karabakh e dei territori limitrofi. Sempre sulla base dell’accordo, inoltre, la Russia ha inviato circa 2.000 soldati nel Nagorno-Karabakh per garantire il rispetto della tregua. (ANSA)

RUSSIA. Lavrov sulla base turca in Azerbaijan: “Non commento le voci” (Agcnews 20.06.21)

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha respinto le speculazioni che la Turchia potrebbe costruire una base militare in Azerbaigian definendole “voci”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva detto durante una visita a Baku questa settimana che non avrebbe escluso la possibilità che Ankara potesse costruire una base militare in Azerbaigian secondo un accordo che lui e il presidente Ilham Aliyev hanno firmato il 15 giugno, riporta Rferl.

La cosiddetta Dichiarazione di Susa sulle relazioni alleate tra Azerbaigian e Turchia richiede una maggiore cooperazione tra Ankara e Baku anche nella sfera militare.

A Lavrov il 18 giugno, è stato chiesto cosa ne pensasse sulla possibilità di una base turca in Azerbaigian dopo aver incontrato a Mosca il ministro degli esteri bielorusso Uladzimer Makey. Lavrov ha detto che l’argomento non era stato discusso, aggiungendo «non commentiamo le voci».

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha poi detto il 18 giugno che Mosca sta monitorando da vicino gli sviluppi intorno a una potenziale base turca in Azerbaigian.

Una tale mossa da parte della Turchia, membro della Nato, potrebbe richiedere alla Russia di prendere provvedimenti per garantire la propria sicurezza e i propri interessi. Peskov ha detto che la Russia era in stretto contatto con la Turchia per stabilizzare la situazione nel Caucaso meridionale dopo la guerra di sei settimane dello scorso autunno tra le forze azere e armene sulla regione separatista del Nagorno-Karabakh.

Ankara ha fornito all’Azerbaigian sostegno diplomatico e militare durante il conflitto. La Turchia sta ora gestendo insieme alla Russia un centro di monitoraggio del cessate il fuoco secondo i termini dell’accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia che ha portato alla fine dei combattimenti lo scorso novembre.

Il Nagorno-Karabakh è internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaigian. Ma l’etnia armena, che costituisce la maggior parte della popolazione della regione, controlla ancora parte del territorio e rifiuta il dominio di Baku.

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Le case “italianissime” di Trieste costruite da un mercante armeno (Triestenews 19.06.21)

La comunità armena triestina visse, tra settecento e ottocento, una crescita travagliata che non le impedì tuttavia di lasciare un’imponente eredità linguistica e architettonica alla città, seppure con una minore impronta rispetto ai “fratelli” greci e serbo-ortodossi. Quando i padri mechitaristi armeni ritornarono a Trieste nel 1817 la chiesa, così come i paralleli edifici di servizio, vennero collocati in una zona che andava dai Santi Martiri a Via Tigor, approssimativamente su un versante del colle di San Vito. Tutt’oggi il Ministero della Cultura del Friuli Venezia Giulia, attraverso la Soprintendenza, scrive di un “colle armeno“, riferendosi alla tutela di un edificio d’inizio novecento nell’area.
L’identità armena ricevette poi il suo simbolico suggello a inizio novecento, quando sul colle vennero costruiti cinque grandi edifici residenziali, destinati alla bassa borghesia, ad opera di un commerciante di tappeti, Haggi Giorgio Aidinian.

Nato a Smirne nel 1844, Aidnian si trasferì a Trieste nel 1880, aprendo un negozio di tappeti orientali. Sposato con la concittadina Nuvia Sivrian, Haggi Giorgio ebbe ben sette figli tra i quali il più noto fu Pasquale che spostò l’attività di vendita dei tappeti nel nuovo palazzo Dreher (oggi Borsa Nuova) in via Cassa di Risparmio.

Tra il 1905 e il 1909 Aidinian scelse di costruire, su progetto dell’architetto triestino Ruggero Berlam, cinque case d’abitazione in una zona compresa tra via Tigor, via Giustinelli, via Benedetto Marcello e via Gaspara Stampa. Si trattava di fondi appartenenti ai padri mechitaristi; ma Haggi Giorgio aveva in realtà un legame di parentela con l’Abate del monastero mechitarista viennese, Padre Arsen Aydenian (1886-1902), e pertanto non fu difficile convincere i monaci a cedere i terreni.
La prima casa fu costruita in via Giustinelli 3, tra il 1902 e il 1903, dietro progetto di Aidinian e di un sacerdote mechitarista che era responsabile delle finanze della Congregazione. Berlam si limitò in quest’occasione a progettare le facciate con un gusto prettamente cinquecentesco. La parte rivolta al mare presentava un corpo rialzato sopra quello principale, descritto come “una sorta di torretta”, con una bifora e due leoni alati.

La seconda casa Aidnian venne invece costruita tra via Giustinelli 2 e 4 e via Tigor 9, nel giugno 1903; si trattava di un edificio realizzato da Berlam con “un asettico classicismo, ingentilito da fasce policrome“. Qui vissero per un periodo due dei figli di Aidinian, rispettivamente Maria e Giovanni Haggi, ciascuno con le famiglie e i servitori.

Progetto per le case di via Marcello 2 e 4 . Dal volume Gli armeni di Trieste

Nel 1904 Berlam disegnò invece i progetti per altre case armene, rispettivamente in via Benedetto Marcello 2 e 4 e in via Giustinelli 1. Nei primi due casi si tratta di edifici pressoché identici, che sembrano diversi solo perchè presenti su un terreno inclinato. Si trattava di edifici residenziali di cinque piani che Berlam arricchì con tanti particolari medievaleggianti: archetti pensili, finestre centinate a monofora o bifora, colonnine su mensole a mascherone. L’apparato decorativo fu opera rispettivamente del figlio Arduino e del pittore Pietro Lucano (1878-1972).

Per l’ultima casa Berlam ritornò nel dicembre 1904 all’idea originaria, progettando in via Giustinelli 1 un massiccio edificio turrito di cinque piani con uno stile cinquecentesco.
Tra i cinque manufatti è forse l’edificio maggiormente conosciuto, perchè si eleva dal terreno come una fortezza rinascimentale, con quattro torri angolari. Il figlio Pasquale vi aggiunse un muro di sostegno nel 1915 e un garage tra il 1926 e 1928, tutt’oggi esistenti.
È una grandissima ironia, considerando come il committente fosse un armeno triestino proveniente da Smirne, che il gruppo di edifici venisse considerato “il fortilizio dell’architettura italica a Trieste” contrapposto coi suoi motivi rinascimentali ai palazzi di sapore viennese del centro.

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L’antico frutto cinese: mangiamo le albicocche da 5000 anni. Dal “Giardino delle Delizie” alle marmellate di casa nostra (Ilgolfo24.it 18.06.21)

LE ALBICOCCHE IL TIPICO FRUTTO DELL’ESTATE. GLI ANTICHI ROMANI NE FACEVANO LARGO USO – SULL’ISOLA D’ISCHIA LE HANNO PORTE GLI ARABI / ECCO LA LORO STORIA / L’albicocco è una pianta quindi originaria della Cina nordorientale al confine con la Russia. La sua presenza vanta più di 5000 anni di storia. Da lì si estese lentamente verso ovest attraverso l’Asia centrale sino ad arrivare in Armenia (da cui prese il nome, ancora oggi in Liguria vengono chiamate in dialetto “Armugnin” e in dialetto veneto della bassa padovana vengono chiamate “armeini”) dove, si dice, venne scoperta da Alessandro Magno. Nel napoletano e sull’isola d’Ischia vengono chiamate “cosommole” I Romani la introdussero in Italia e in Grecia nel 70-60 a.C., ma la sua diffusione nel bacino del Mediterraneo fu consolidata successivamente dagli arabi: infatti “albicocco” deriva dalla parola araba al-barqūq

Ifrutti di stagione attirano sempre più la nostra attenzione, specie al loro primo apparire. Da secoli l’albicocca è il frutto, dopo l’uva, più coltivato e diffuso nelle campagne dell’isola d’Ischia. E’ il frutto gustoso per eccellenza dell’estate ischitana. Esso primeggiava dal ‘400 nel famoso Giardino delle delizie della Ninfea ai piedi della Torre di Michelangelo. Prim’ancora l’abicocca aveva il suo spazio ai tempi dei pithecussai per avercela portata i greci e gli arabi piantata in più punti dell’isola. La storia dell’albicocca ad Ischia ha cavalcato i secoli, le generazioni, le mutazioni agricole, la trasformazione dei terreni, l’industrializzazione, il mercato e l’uso ai giorni d’oggi per farne del’antico frutto gustosi derivati come la marmellata di albicocche, il liquore di albicocche, l’olio in cosmetica delle albicocche da spalmare sulla pelle ( raccomandato per le pelli secche e sensibili, grazie alla sua ricchezza di acidi grassi insaturi, questo olio ha forte potere penetrante).

Rende la pelle più elastica, e crostate di albicocche, macedonie e cascate di frutta in cui l’albicocca finisce sempre col figurare il frutto più appariscente ed invitante e quant’altro la fantasia dell’uomo riesce a creare. In pratica, le albicocche sono tra i frutti più amati dell’estate ad Ischia che entra fra soli tre giorni, il 21 giugno, e proprio in questa stagione sono utili per proteggere la nostra pelle che viene esposta al sole più a lungo rispetto ad altri periodi dell’anno. Il consumo di albicocche è diffuso soprattutto per il loro contenuto di fibre e di beta-carotene. La polpa delle albicocche è morbida e la loro buccia è vellutata e sottile. Le albicocche vanno mangiate e gustate direttamente con la buccia, proprio così come sono, e possono essere aggiunte alle macedonie, usarle come ingredienti per frullati, succhi fatti in casa e gelati, oppure per preparare delle confetture. Scopriamo quali sono le principali proprietà e i benefici per la salute di questi frutti davvero molto preziosi. Le albicocche sono un frutto ricco di vitamine, sali minerali e fibre.

Sono preziose per la pelle e per gli occhi, dato che sono una fonte da non sottovalutare di vitamina A e di vitamina C. Tra i sali minerali che le albicocche forniscono al nostro organismo troviamo potassio, calcio, ferro, fosforo e magnesio. Inoltre le albicocche sono una fonte preziosa di antiossidanti che sono necessari al nostro organismo per proteggere gli organi e i tessuti dall’azione dei radicali liberi. Le diete ricche di antiossidanti, tra cui troviamo i polifenoli e i flavonoidi, ci aiutano a combattere l’invecchiamento e a mantenere in salute l’apparato circolatorio. I carotenoidi contenuti nelle albicocche sono importanti per proteggere la vista, in particolare dai danni provocati dall’avanzamento dell’età. In particolare i carotenoidi ci aiutano a proteggere la retina, una delle parti più delicate dell’occhio. Le albicocche contengono anche catechine, dei flavonoidi che aiutano il nostro organismo a combattere le infiammazioni.

Non dobbiamo nemmeno sottovalutare la presenza di fibre solubili nelle albicocche che contribuiscono a mantenere sotto controllo il livello degli zuccheri nel sangue. Invece per quanto riguarda i semi di albicocca il dibattito è aperto tra chi li considera un potente anti-tumorale e chi mette in guardia dal loro consumo per via del contenuto di cianuro. Possiamo scoprire quali sono i valori nutrizionali delle albicocche consultando le tabelle dell’Inran. Dai dati disponibili sulle albicocche comprendiamo che questo frutto è considerato benefico soprattutto per il suo elevato contenuto di potassio. Infatti 100 grammi di albicocche fresche contengono 320 mg di potassio. Inoltre è utile sapere che le albicocche, come qualsiasi altro alimento di origine vegetale, non contengono colesterolo. Questo frutto è una fonte di acqua e di sali minerali. L’energia che le albicocche ci forniscono deriva soprattutto dagli zuccheri naturali che contengono. Le albicocche sono anche una fonte preziosa di vitamine con particolare riferimento alla vitamina A (360 microgrammi) e alla vitamina C (13 milligrammi) sempre con riferimento a 100 grammi della parte edibile delle albicocche fresche. Le albicocche sono un frutto molto leggero e poco calorico dato che 100 grammi di parte edibile di questi frutti freschi apportano al nostro organismo soltanto 28 calorie.

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Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian ha dimostrato che la regione non è più lo stesso “giardino di casa” della Federazione Russa. (L’intellettuale dissidente 15.06.21)

Il Caucaso, affacciato sul Mar Nero e sul Caspio, confine naturale tra l’Europa e l’Asia, è stato nella storia uno degli unici due punti di contatto tra l’Unione Sovietica e un Paese Nato, oltre a ricoprire il ruolo di serbatoio petrolifero di Mosca. Il collasso dell’Urss di inizio anni ’90 ha portato alla separazione politica della regione: i territori settentrionali, tra cui spiccano Cecenia e Daghestan, sono rimasti sotto il controllo della nascente Federazione Russa, mentre le ex-repubbliche sovietiche di Georgia, Armenia e Azerbaigian hanno dichiarato la propria indipendenza. Perno cruciale della politica estera sovietica, il Caucaso si è trasformato in una polveriera all’inizio degli anni ’90. Le tensioni etniche e religiose, appianate dalle autorità sovietiche, sono esplose in concomitanza con la creazione degli Stati-nazione, vista anche l’impossibilità di tracciare confini statali che soddisfacessero i vari attori in causa. Il processo di indipendenza da Mosca delle ex-repubbliche satelliti è stato segnato da numerosi conflitti interetnici, come dimostra oggi l’esistenza di entità parastatali in Georgia, le repubbliche di Abcasia e dell’Ossezia del Sud, e in Azerbaigian, la repubblica di Artsakh. Alla fine degli anni ’90 e nei primi anni 2000, Mosca ha inoltre ripetutamente inviato l’esercito a combattere e sopprimere i movimenti separatisti di matrice islamista ceceni e daghestani, nell’estremo sud del Caucaso rimasto sotto il controllo della Russia. Le turbolenze regionali rendono dunque il Caucaso fortemente soggetto a ingerenze straniere. La Russia ha sempre considerato la regione come il proprio «giardino di casa». Nell’impellenza di evitare un eccessivo consolidamento dell’Alleanza atlantica a ridosso delle proprie frontiere, le ex-repubbliche caucasiche fungono da cordone di sicurezza, uno degli ultimi rimasti all’interno di un quadro che ha visto molti Stati, un tempo membri del Patto di Varsavia, cambiare bandiera. A differenza di quanto successo in Europa orientale infatti, Mosca ricopre un ruolo centrale nell’area, esercitando ancora oggi una forte influenza.

A seguito del disfacimento dell’Urss, la Russia è stata in grado di sfruttare a proprio vantaggio l’esplosione delle tensioni regionali, garantendosi un ruolo preminente per quello che riguarda la mediazione tra gli attori in causa e la protezione dei propri interessi. Nel Caucaso, il Cremlino punta al mantenimento dello status quo, intervenendo chirurgicamente quando necessario. Questo è avvenuto in Georgia nel 2008, quando il presidente Saakashvili aveva dichiarato di voler portare il Paese nell’orbita della Nato, così come nel corso del conflitto tra Armenia ed Azerbaigian. Se in Georgia si è trattato di un intervento militare, nel Nagorno-Karabakh la Russia si è imposta come mediatore diplomatico, portando alla firma di un cessate il fuoco. L’elemento comune che ha guidato gli interventi russi è stata la volontà di mantenere inalterata la propria centralità regionale a fronte diingerenze straniere, americane in Georgia e turche in Azerbaigian. Tra settembre e novembre 2020, l’ormai quasi trentennale conflitto tra Armenia ed Azerbaigian ha assunto una nuova dimensione, cambiando definitivamente gli equilibri regionali risalenti alla firma di un cessate il fuoco del 1994. Il conflitto, che si è protratto per quasi cinquanta giorni, è stato caratterizzato dall’avanzata azera all’interno dei territori della Repubblica di Artsakh, l’entità parastatale armena nel Nagorno-Karabakh. La fine delle ostilità, mediata dall’intervento russo, ha permesso all’Azerbaigian di uscire fortemente rafforzato dallo scontro, sia da un punto di vista militare che territoriale. Baku ha infatti mantenuto il controllo dei territori conquistati durante l’avanzata, insieme alla riconsegna, da parte dell’esercito armeno, di sette distretti occupati nel corso del conflitto degli anni ‘90. L’accordo ridimensiona inoltre i confini della Repubblica di Artsakh e garantisce al governo di Baku la possibilità di costruire un collegamento stradale che connetta il territorio azero con l’exclave di Naxçivan. La tregua, per cui si è speso in prima persona il presidente russo Vladimir Putin, assegna ai berretti verdi del Cremlino il ruolo di peacekeeper nell’area, a garanzia degli accordi di pace.

La vittoria militare azera rappresenta un vero e proprio cambiamento dello status quo regionale, e le motivazioni vanno ricercate nei cambiamenti che hanno caratterizzato entrambi i Paesi dalla firma degli accordi del 1994. Ilham Aliyev, presidente azero succeduto a suo padre Gaydar, ha dichiarato in occasione della parata della vittoria:

«Abbiamo accresciuto la nostra forza negli ultimi anni, potenziato l’economia, accresciuto il nostro ruolo nell’arena internazionale (…) L’Azerbaigian ha sostenuto un grande sviluppo negli anni recenti e, passo dopo passo, la nostra superiorità si è manifestata in maniera sempre più evidente».

Le parole di Aliyev dicono molto di quanto sia cambiato l’Azerbaigian negli ultimi venticinque anni. Lo sfruttamento delle risorse di gas naturale, di cui il Paese abbonda, ha permesso il rilancio dell’economia nazionale e, soprattutto, la creazione di un esercito moderno dotato di un arsenale all’avanguardia. Nel corso del recente conflitto infatti, l’Azerbaigian ha potuto contare su una serie di armamenti di moderna generazione, contro il quale poco ha potuto l’esercito armeno, ancora dotato di armi dell’era sovietica. Il fattore decisivo si è dimostrato essere l’utilizzo dei droni da combattimento, di provenienza turca e israeliana, grazie ai quali Baku ha potuto ottenere rapide conquiste. Il giorno della parata per la vittoria tra le strade di Baku, al fianco di Aliyev era presente anche Recep Tayyip Erdogan, ringraziato per aver dimostrato la sua vicinanza e il suo sostegno alla causa azerbaigiana sin dallo scoppio del conflitto. I due Paesi, entrambi turcofoni, si considerano parte della stessa nazione, accumunati dall’inimicizia nei confronti dell’Armenia. Per la Turchia, il conflitto che ha opposto Baku ad Erevan rappresentava una vetrina importante. Da un lato, le posizioni filo-azerbaigiane rappresentano un elemento di notevole attrazione per l’elettorato conservatore di Erdogan, da sempre attento alla questione armena. Dall’altro, il conflitto ha permesso la messa all’opera dei droni prodotti dalle aziende militari hi-tech turche, in un momento in cui il settore è in forte espansione e Ankara si candida al ruolo di leader produttore in Africa e Medio Oriente.

In Armenia invece, la sconfitta e la conseguente perdita dei territori occupati rappresenta una ferita nazionale. La retorica nazionalista ruotante attorno alla questione dell’Artsakh ha condizionato la politica armena degli ultimi trent’anni, motivo per cui la popolazione ha accolto la firma del cessate il fuoco come un tradimento. Nikol Pashinyan, eletto primo ministro in seguito alla “rivoluzione di velluto” del 2015, è riuscito a sopravvivere a un tentativo di colpo di stato da parte dell’esercito e si è candidato alle elezioni in programma per il prossimo 20 giugno. Tuttavia, la sconfitta militare non sarà facilmente superabile. L’esercito armeno è apparso completamente impreparato a fronteggiare le truppe di Baku, perdendo facilmente il controllo delle posizioni occupate. Gli stretti legami politici, commerciali e militari che legano Erevan con la Russia, esiste tra i due Stati anche un trattato di cooperazione militare (il Ctso), hanno portato gli armeni a credere che mai il Cremlino avrebbe permesso un ridimensionamento del loro controllo sui territori del Nagorno-Karabakh e dintorni. Tuttavia, la «rivoluzione di velluto» del 2015 e la conseguente elezione di Nikol Pashinyan ha quantomeno alterato i rapporti con Mosca. Eletto grazie a una piattaforma politica innovativa, democratica e critica nei confronti del sistema politico precedente, dominato dalla corruzione endemica e dai legami con Mosca, Pashinyan ha cercato di dare inizio a un processo che guardasse anche a Ovest. Chiaramente, il Cremlino non è rimasto entusiasta di questi tentativi. Allo scoppio del conflitto, la Russia ha fatto sapere che il Ctso non era attivabile al momento, visto che i combattimenti non avvenivano in territori de iure armeni. L’accusa nei confronti di Mosca è di essere intervenuta troppo tardi, permettendo agli azeri di compiere importanti conquiste territoriali e imporre un cessate il fuoco solo al momento ritenuto più opportuno per i propri interessi. Il fatto che sia Aliyev che Pashinyan abbiano accettato che siano le truppe del Cremlino a gestire le operazioni di peacekeeping è un segnale importante, dal momento che era dal 1992 che i soldati di Mosca non stazionavano in Azerbaigian. Va inoltre sottolineato come la Russia abbia sempre cercato di mantenere un ruolo super partes, mantenendo un certo equilibrio tra i due contendenti e intrattenendo ottimi rapporti commerciali non solo con Erevan, ma anche con Baku, a cui ha fornito circa il 30% degli armamenti che compongono il suo arsenale.

Rimanendo alla finestra, la Russia ha saputo sfruttare gli scontri tra gli eserciti di Baku ed Erevan per rinforzare la propria posizione. I berretti verdi di Mosca sono dislocati, sin dal 2008, nelle repubbliche separatiste georgiane, a sostegno della popolazione russofona che le abita. Da adesso, saranno presenti anche nei territori contesi del Nagorno-Karabakh, garantendo al Cremlino il controllo delle aree più turbolente della regione. Anche per questo motivo, Putin si è opposto alla richiesta del presidente Aliyev di assegnare compiti di peacekeeping anche alle truppe di Ankara. Il crescente attivismo turco, diventato ormai una costante nei territori un tempo sotto il controllo dell’impero ottomano, prende piede anche nel Caucaso, spingendo verso una nuova forma di collaborazione con Mosca, alla luce di quello che è un costante rimodellamento degli equilibri geopolitici internazionali.

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ARMIN T. WEGNER, ALBUM DEDICATO AL TESTIMONE DEL GENOCIDIO ARMENO (Gariwo 16.06.21)

Il genocidio armeno è il tema dell’album Armin T. Wegner (K. Records) composto dal musicista Gabriel Wegner in memoria del nonno Armin Theophil Wegner, scrittore, poeta, giornalista-attivista dei diritti umani tedesco (Wuppertal 1886 – Roma 1978), passato alla storia come testimone della deportazione degli armeni avvenuta nel primo quindicennio del XX secolo.

In qualità di militare paramedico distaccato nei territori dell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale, Armin Wegner non rimase indifferente alle persecuzioni a cui assisteva, ma volle raccontarle e, a rischio della vita, anche documentarle con una serie di drammatiche fotografie, un vero reportage dell’orrore del primo genocidio del ‘900.

La sua battaglia umanitaria continuò anche dopo il rientro in Germania, dove osò esprimere un’opposizione al regime nazista, indirizzando a Hitler un‘appassionata lettera di protesta contro i comportamenti del regime nei confronti degli ebrei. Fu arrestato e torturato dalle SS. Rilasciato nella primavera del 1934, andò in esilio in Inghilterra, poi in Palestina e infine in Italia.

Una figura che ha ispirato il nipote Gabriel, cantautore emergente che ha fatto parte di varie rock-band dell’Underground romano affrontando stili e generi musicali diversi, proposti anche in questo album, uscito nel 2020 e composto assieme a Giovanni Luca Scaglione ed eseguito anche con il contributo di Valerio Giovanardi. Il disco contiene brani come Genocide Poet in Dead Town, evocativi della vicenda che ebbe il suo culmine nel 1915 con la deportazione degli armeni nel deserto della Mesopotamia.

Molti i riconoscimenti attribuiti ad Armin Wegner, a partire dal titolo di Giusto fra le Nazioni di Yad Vashem conferitogli nel 1967.

La sua vita e il suo pensiero sono stati raccontati nel libro La lettera a Hitler. Storia di Armin. T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del ‘900 (Mondadori, 2015) scritto da Gabriele Nissim – saggista e giornalista, presidente della Fondazione Gariwo, la foresta dei Giusti -, e pubblicato in occasione del centenario del genocidio.

Dal 7 aprile 2011 ad Armin Wegner sono dedicati un albero e un cippo nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano, il primo della rete degli oltre cento Giardini dei Giusti creati in Italia e all’estero su iniziativa di Gariwo per onorare i Giusti di tutti i genocidi e tutte le persecuzioni.
La sua figura è ricordata anche nei Giardini di Bergamo, Padova, Perugia, Roma – parco di Villa Pamphilj, Venezia e altre città minori italiane. All’estero nei Giardini dei Giusti di Kfarnabrakh (Libano), Varsavia, Yerevan.

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Il Parlamento armeno si scioglie per aprire la strada alle elezioni di Giugno (Rassegna Stampa 16, 17 , 18 e 19 06.21)

Il 10 maggio, il Parlamento dell’Armenia è stato sciolto dopo aver formalmente omesso di nominare un primo ministro, aprendo la strada a nuove elezioni in Giugno.

I rappresentanti hanno tenuto il secondo e ultimo turno di voti per eleggere un primo ministro dopo che Nikol Pashinyan si è dimesso il 25 aprile. Le dimissioni del Primo Ministro e la mancata nomina di un successore da parte del Parlamento sono state le formalità necessarie per lo svolgimento di elezioni anticipate.

Pashinyan ha accettato di tenere elezioni anticipate dopo aver raggiunto un accordo con i due partiti di opposizione di rappresentanza in Parlamento, Armenia Prospera e Armenia Luminosa.

L’opposizione, sia all’interno che all’esterno del parlamento, ha accusato Pashinyan di un fallimento del governo prima, durante e dopo la sconfitta del paese nella seconda guerra di Nagorno-Karabakh. In seguito all’accordo mediato dai russi che ha portato alla fine della guerra, migliaia di manifestanti [it] sono scesi in piazza chiedendo a Pashinyan di fare un passo indietro.

La popolarità post-rivoluzionaria di Pashinyan ha visto un declino dopo la guerra, con i tour del Primo Ministro nelle regioni che sono stati spesso accolti con proteste e disapprovazione.

Tuttavia, i sondaggi suggeriscono che Pashinyan e il suo blocco My Step rimangono di gran lunga la forza politica più popolare del paese.

In un sondaggio condotto da Gallup International Armenia alla fine di Aprile, il 27% ha detto che avrebbe votato per My Step, in calo rispetto al 32% di un mese prima. Il punteggio più alto successivo è andato al secondo presidente dell’Armenia, Robert Kocharyan, il cui sostegno è salito all’8%. Nessun altro partito è andato al di sopra della soglia del 5% valida per entrare in parlamento, mentre quasi la metà ha detto che non avrebbe votato per nessun partito.

Alcuni esponenti dell’opposizione hanno avvertito che le elezioni anticipate non si terranno in un ambiente libero ed equo.

Durante la sessione parlamentare speciale del 10 maggio, Pashinyan, rimasto come primo ministro ad interim, ha dichiarato che sarebbe impossibile truccare le nuove elezioni in quanto il “pubblico non permetterà a nessuno di falsificare i risultati.”

Le elezioni lampo tenutesi nel 2018, le prime dopo che Pashinyan è stato portato al potere durante la pacifica rivoluzione, sono state ampiamente considerate le elezioni più trasparenti ed eque nella storia del paese dopo l’indipendenza.

Kocharyan tiene una manifestazione a favore di un suo ritorno

Il 9 Maggio, diverse migliaia di sostenitori di Robert Kocharyan si sono riuniti a Erevan, dove l’ex presidente ha promesso di “stabilire una pace dignitosa in Armenia”.

La manifestazione si è svolta in concomitanza alla cerimonia di dichiarazione dell’Alleanza Armena di Kocharyan, insieme alla Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF) e al partito Rebirth Armenia.

Kocharyan ha parlato per l’ultima volta ad una manifestazione pre-elettorale nel 2003. Durante il discorso ai suoi sostenitori del 9 maggio, ha affermato che dopo aver lasciato il potere non pensava sarebbe mai ritornato in politica.

La sconfitta dell’Armenia nella guerra, i problemi di sicurezza nella provincia meridionale dell’Armenia, Syunik, il destino del Nagorno-Karabakh e il declino economico dell’Armenia lo hanno portato a ritornare sui suoi passi.

Kocharyan ha incolpato il governo pashiniano di tutti i problemi che il paese sta affrontando, e ha detto che cacciarlo era fondamentale per tutti i partiti dell’opposizione.

Kocharyan ha anche fatto riferimento ad un’offerta che ha rifiutato dal primo presidente Levon Ter-Petrosyan affinché tutti e tre gli ex presidenti si unissero contro Pashinyan. Ha detto che era pronto a collaborare con loro per cacciare Pashinyan ma ciò non implicava di allearsi con loro.

“Suggerisco, sì, che sia il primo che il terzo presidente lottino insieme contro questo governo se intendono combatterlo, solo in questo modo avremo successo. Questo sarà il successo di tutti; la metterò in questo modo: formare un’alleanza è solo una delle tecniche di quella lotta”, ha dichiarato Kocharyan.

Da quando Pashinyan è salito al potere, Kocharyan ha dovuto affrontare diverse accuse penali.

A fine Marzo, la Corte Costituzionale ha stabilito che le accuse di “rovesciamento dell’ordine costituzionale” sollevate contro di lui erano incostituzionali, chiudendo così il caso.

È stato accusato del suo ruolo nella repressione mortale delle proteste post-elettorali nel marzo 2008. La dispersione dei manifestanti, che ha visto il dispiegamento dell’esercito per le strade di Erevan, ha causato la morte di dieci persone.

Kocharyan è stato anche accusato di aver accettato una tangente di circa 3 milioni di dollari; il processo è ancora in corso.

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L’Armenia verso le elezioni. Dopo la guerra per il Karabakh, mentre la Cina si avvicina (di M. Vezzosi) (Faro di Roma 17.06.21)

Missione di monitoraggio Elettorale in Armenia Delegazioni Consiliari Sammarinesi OSCE PA e PACE (Sanmarinotv 16.06.21)

Armenia, epilogo della crisi politica e nuove elezioni (Unimondo.org 18.06.21)

ARMENIA. IL PROSSIMO 20 GIUGNO È FAVORITA LA COALIZIONE MY STEP ALLIANCE DI ASHINYAN (Notiziegeopolitiche 17.06.21)

L’Armenia si prepara ad andare alle urne: “rischio violenze post-voto” (Euronews 18.06.21)

Armenia: 20 mila in piazza a sostegno dell’opposizione (Ansa 18.06.21)

Armenia, al voto dopo la guerra (Euronews 19.06.21)

Le violazioni del diritto umanitario nella seconda guerra del Nagorno Karabakh (Osservatorio Balcani e Caucaso 16.06.21)

Un report pubblicato da IPHR/Truth Hound  s ha evidenziato numerose violazioni del diritto internazionale umanitario compiute dalle forze armene e azere durante la seconda guerra del Nagorno Karabakh, inclusi bombardamenti illegali, omicidi extragiudiziali e torture

Il dettagliato report di più di 100 pagine ha verificato autonomamente 46 presunti bombardamenti sui civili e contro infrastrutture civili. Di questi, vi si attesta che 32 incidenti sono da classificare come “attacchi indiscriminati e non proporzionati contro i civili” e sono in netta violazione del diritto internazionale umanitario.

Il report riporta sette esecuzioni extragiudiziali, almeno un rapimento da parte delle forze azere, la morte di un civile imprigionato in Azerbaijan “a causa delle condizioni della sua detenzione” e ciò che sembrano essere state due esecuzioni extragiudiziali di due soldati azeri feriti da parte delle forze armene.

Il partenariato internazionale per i diritti umani (IPHR) è un’organizzazione non governativa indipendente per la tutela dei diritti umani, con sede a Bruxelles. Truth Hounds è un’organizzazione per i diritti umani con sede a Kiev che documenta crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante una guerra.

Bombardamenti

Secondo il report, le forze azere hanno usato “armi implicitamente indiscriminate, comprese le armi a grappolo” ed intrapreso “ bombardamenti indiscriminati e non proporzionali” su tutto il territorio del Nagorno Karabakh, soprattutto, ma non solo, contro le città di Stepanakert (Khankandi), Martakert (Agdere) e Martuni (Khojavend).

Gli attacchi presi in considerazione hanno provocato la morte di 20 civili insieme a “numerosi feriti e l’estesa distruzione di abitazioni civili, attività commerciali e altre infrastrutture”.

A Stepanakert, la capitale del Nagorno Karabakh, l’investigazione condotta da IPHR e Truth Hounds ha scoperto che c’era solamente un “potenziale target militare”, un edificio che “viene utilizzato come quartier generale della leadership civile e militare” del Nagorno Karabakh. Gli attacchi effettuati mediante “armi implicitamente indiscriminate” contro infrastrutture con un duplice uso civile e militare come per esempio la sottostazione elettrica e le apparecchiature per le telecomunicazioni di Stepanakert, sono stati considerati come “non proporzionati al potenziale vantaggio militare ricercato” a causa “dell’esteso danno nei confronti dei civili e dell’eccessiva distruzione alle infrastrutture civili”.

Inoltre, l’investigazione ha scoperto che se non fosse stato per “i molti rifugi antiaerei” presenti a Stepanakert “ci sarebbero state molte più vittime fra i civili”.

A Martakert, il report evidenzia come fosse presente un solo target militare, una base militare, localizzata all’interno della città, ed “è stata pesantemente danneggiata e quasi abbandonata dopo la prima settimana di scontri”. Di conseguenza, gli attacchi sulla città “mediante l’utilizzo di artiglieria non guidata implicitamente indiscriminata e di bombe aeree” effettuati tra settembre e ottobre, non sono giustificati secondo il diritto internazionale umanitario.

A Martuni, gli investigatori hanno scoperto che durante la maggior parte della guerra, il “target militare legittimo più vicino” era a circa 1 km di distanza dal confine della città, e che non c’erano target all’interno della stessa Martuni fino “agli ultimi giorni del conflitto – da quel momento Martuni è diventata una parte della prima linea, e le forze armene e del Nagorno Karabakh si sono spostate al suo interno”.

Di conseguenza, il report sostiene che i ripetuti e indiscriminati attacchi di artiglieria contro Matuni/Khojavend tra la fine di settembre e lungo tutto ottobre 2020, sono stati una chiara violazione al diritto internazionale umanitario.

IPHR e Truth Hounds hanno verificato 13 attacchi contro civili azeri effettuati dalle forze armene durante la guerra, che hanno provocato 80 vittime fra i civili. Secondo il report, 9 fra gli incidenti sono stati “attacchi indiscriminati e/o sproporzionati” che hanno violato il diritto internazionale umanitario. Il report si è concentrato, fra le altre, sulle città di Ganja, Barda, e Terter.

A Ganja, gli investigatori hanno rilevato tre diversi attacchi contro la città, due dei quali caratterizzati dall’uso di missili SCUD. Gli attacchi hanno ucciso civili, distrutto abitazioni, e, secondo gli investigatori, sono stati “una flagrante violazione” del diritto internazionale umanitario. Gli investigatori hanno appurato che in tutti e tre i casi, non c’erano legittimi target militari nelle aree che sono state colpite. L’unico target militare legittimo, l’aeroporto cittadino di Ganja, si trova “al di fuori dell’area urbana che è stata sotto attacco”. Ulteriori prove raccolte dagli investigatori sembrano mostrare che uno degli attacchi su Ganja è stato lanciato dalla cittadina di Vardenis nella Repubblica d’Armenia.

Gli investigatori hanno anche verificato un attacco di bombe a grappolo e una bomba a frammentazione sulla città di Barda il 28 ottobre da parte delle forze armene. L’attacco ha ucciso 24 civili – il più grave bilancio giornaliero di vittime civili durante l’intero conflitto. Secondo gli investigatori, “non c’erano target militari nelle vicinanze, e non si sono verificate perdite di soldati o danni militari”.

Nella città di Terter e nei villaggi circostanti, il report ha verificato “vittime fra i civili, una moltitudine di civili feriti e la totale o parziale distruzione di abitazioni civili, attività commerciali e una scuola” a causa “del prolungato fuoco” da parte delle forze armene. Secondo gli investigatori, “non c’erano obiettivi militari legittimi situati nelle aree colpite dagli attacchi”.

Omicidi extragiudiziali

L’investigazione da parte di IPHR e Truth Hounds ha raccolto un numero di violazioni al diritto internazionale umanitario commesse dalla forze azere inclusa l’esecuzione di tre combattenti armeni che erano stati catturati; l’esecuzione di tre civili armeni e “la sparizione forzata di altri due civili armeni”. Inoltre, un civile armeno è morto durante la prigionia azera “a causa delle condizioni della sua detenzione”. Gli omicidi extragiudiziali sia dei prigionieri di guerra sia dei civili sono stati documentati attraverso alcuni video e sembra siano stati eseguiti dall’unità delle forze speciali dei marines azeri.

Secondo il report gli omicidi non presentano “alcuna giustificazione” secondo il diritto internazionale umanitario e sono una grave violazione del diritto alla vita. Gli investigatori non hanno trovato “alcuna indicazione” riguardo “ad indagini” su questi incidenti, “che fossero indipendenti, tempestive, pubbliche, ed effettive o sfocianti in qualche tipo di incriminazione penale”.

L’investigazione ha anche tenuto conto di “prove non verificate” di due casi di esecuzione di soldati azeri feriti da parte delle forze armene. Se questi omicidi fossero confermati, sarebbero una chiara violazione del diritto internazionale umanitario. Il governo armeno è obbligato secondo il diritto internazionale umanitario a condurre indagini “indipendenti, immediate, pubbliche ed efficaci” riguardo a questi incidenti, ma ad oggi “non ci sono prove che il governo dell’Armenia stia rispettando questi obblighi”.

Altre violazioni del diritto umanitario

IPHR e Truth Hounds hanno documentato la diffusione della pratica della tortura contro i prigionieri di guerra armeni catturati dall’Azerbaijan, insieme a tre casi di “maltrattamenti e violenze contro i civili armeni” da parte delle forze azere. Hanno anche documentato sette casi di “maltrattamenti di prigionieri di guerra azeri commessi dalle forze armene che “raggiungono la soglia della tortura”. Altri tre casi, immortalati da un video – fra i quali uno “potrebbe aver causato la morte della vittima” – richiedono secondo gli autori dell’immagine “maggiori investigazioni”.

Gli investigatori trattano anche di episodi di spogliazione del morto da parte delle forza armene ed azere, il targeting mirato contro luoghi di “interesse religioso/culturale” da parte delle forze azere, fra cui la Cattedrale di Ġazančec’oc’ situata nella città di Shusha (Shushi), e cinque episodi di “attacchi intenzionali da parte delle forze armate azere contro ospedali e personale medico”.

“Le forze armate di entrambe le parti hanno attaccato deliberatamente e indiscriminatamente i civili mediante l’utilizzo di artiglieria pesante o supporto aereo, alcune volte uccidendo o ferendo intere famiglie” sostiene Roman Avramenko, direttore di Truth Hounds, all’interno di una dichiarazione rilasciata insieme al report. “La comunità internazionale non può permettere che tutto ciò avvenga senza sanzioni, poiché renderebbe senza significato il diritto bellico”.

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