Verso la chiusura del simposio “Pietra Sublime”, terminate le opere dei 12 artisti in memoria delle vittime della pandemia (Valdarnopost.it 11.06.21)

Dopo due settimane di intenso lavoro per i dodici artisti partecipanti al Simposio “Pietra Sublime”, a Bellosguardo nel comune di Cavriglia, l’evento è arrivato al termine: la chiusura si terrà domenica 13 giugno con l’inaugurazione del Parco d’Arte dedicato alle vittime del Covid-19 e costituito proprio dalle opere create all’interno dell’evento con i blocchi di travertino. La seconda edizione di “Pietra Sublime” ha raccolto un profondo interesse artistico internazionale ed adesso lascia in eredità un luogo che, oltre ad essere già per molti cavrigliesi sede di allenamento e passeggiate, diventerà un simbolo della lotta contro il virus.

Il Simposio, con l’alto patrocinio ed il contributo della Regione Toscana e del Parlamento Europeo, ha confermato la forte volontà dell’Amministrazione comunale di evidenziare la forma d’arte della scultura come strumento di dialogo e pace tra le diverse nazioni lasciando però anche la forte testimonianza di un desiderio di rinascita dopo la tragedia del Coronavirus. La cerimonia di chiusura domenica 13 giugno si svolgerà a partire dalle 17: il primo taglio del nastro avverrà all’altezza della rotatoria principale di accesso al capoluogo di Cavriglia e a Viale Principe di Piemonte. Qui infatti sarà collocata la statua “Sintonia” dello scultore armeno Vighen Avetis, già autore de “La madre dell’Armenia”, opera installata di fronte al palazzo Comunale e di “Toscana”, realizzata in occasione della prima edizione del Simposio e inserita in piazza Berlinguer. “Sintonia” è peraltro dedicata alla Confraternita della Misericordia di San Giovanni sezione di Cavriglia, i cui volontari sono stati e sono tuttora punto di riferimento per la popolazione. A seguire, alle 17.30, è prevista poi l’inaugurazione di tutte le altre statue al circuito di Bellosguardo.

 

“Abbiamo creduto fortemente nella realizzazione del Simposio sin da subito”, hanno commentato il Sindaco Leonardo Degl’Innocenti o Sanni e il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Filippo Boni. “In queste due settimane abbiamo avuto dimostrazione di come la nostra scelta fosse stata lungimirante. Gli artisti hanno creato un forte legame con Cavriglia, hanno lavorato molte ore al giorno ed adesso, dopo la conclusione delle opere, è il momento della nuova nascita, quella del Parco intitolato alle vittime del Covid. Lo dedichiamo con forza a chiunque ha sofferto e sta soffrendo per questo maledetto virus: il messaggio di un luogo simile rimarrà per sempre, anche quando, speriamo al più presto possibile, il Coronavirus non farà più parte della nostra quotidianità.”

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Vi fidate di KimIong-un? E di Aliyev? (Politicamentecorretto 11.06.21)

Vi fidate di KimIong-un? E di Aliyev?

La Corea del Nord, nella speciale classifica di reporter senza frontiere sulla libertà di informazione nel mondo (Freedom press index) si colloca al 180° posto su 180 nazioni.

Non c’è che dire, un bel primato. Non deve essere piacevole vivere in un Paese privo di democrazia, dove vige una sola informazione a senso unico. Tutti ad applaudire freneticamente il caro leader. Vi fidereste voi della propaganda di regime? Certo che no…

Non vediamo dunque le ragioni per le quali ci dovremmo fidare di quanto dichiara il regime di IlhamAliyev, il cui Paese – nella citata classifica internazionale – occupa il 168° posto, solo dodici scalini sotto quello di Kim Jong-un.

La propaganda azera, come abbiamo avuto modo di scrivere già altre volte, accusa la piccola Armenia di tutti i possibili crimini. Non è da meno l’ultimo intervento di tale GazanfarPashayev che reclama la consegna delle mappe dei campi minati del Nagorno Karabakh e imputa all’Armenia persino la prima guerra degli anni Novanta che, come è noto, fu anche essa scatenata dagli azeri poco refrattari al rispetto del diritto internazionale e del dialogo.

Secondo consolidata prassi, la propaganda azera scaglia il sasso e poi accusa il nemico. Distrugge monumenti, chiese e opere d’arte armene e poi incolpa gli avversari. Cattura duecento soldati e civili armeni dopo la tregua del 9 novembre e li chiama “terroristi e sabotatori” mandandoli a processo a Baku; invade territori della repubblica di Armenia violando il confine di uno Stato membro ONU.

Ma, non pago di tutto ciò, poi incolpa gli armeni per la mancata consegna di mappe dei campi minati che probabilmente neppure esistono perché in quei territori si è combattuta nove mesi fa una guerra con tutto quel che ne è conseguito.

Cominciassero gli azeri a consegnare i prigionieri di guerra illegalmente detenuti invece di fare la morale all’Armenia e al mondo.

Consiglio per la comunità armena di Roma

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Il Sindaco consegna la cittadinanza onoraria ad Antonia Arslan: “ha trasformato una tragedia in un lampo di luce” (Triesteallnewws 11.06.21)

ANTONIA ARSLAN È CITTADINA DI FERRARA, IL SINDACO LE CONSEGNA LA CITTADINANZA ONORARIA: “HA TRASFORMATO UNA TRAGEDIA IN UN LAMPO DI LUCE”. IL GRAZIE DELLA SCRITTRICE: “ONORATA”. APPELLO A FAVORE DELL’ARTSAKH: “SITUAZIONE DIFFICILE”

Ferrara, 11 giugno 2021 – Antonia Arslan è cittadina onoraria di Ferrara. A consegnarle il riconoscimento è stato il sindaco Alan Fabbri, ieri sera nell’ambito della prima edizione del Festival della Fantasia, nel cortile del Castello Estense, alla presenza delle autorità e dei rappresentanti dei gruppi consiliari.
Sulla targa che il primo cittadino ha consegnato alla scrittrice è riportato: “La città di Ferrara, condividendo i valori della democrazia contro qualsiasi forma di odio e intolleranza, conferisce la cittadinanza onoraria ad Antonia Arslan, scrittrice e saggista italiana di origine armena, per aver custodito e dato voce alle ‘memorie oscure’, trasformando una tragedia umana in un lampo di luce, riappropriandosi e ridando forza all’identità culturale appartenuta a un popolo, gli armeni, rimasta per troppo tempo taciuta o negata”. Il sindaco Fabbri  – introdotto dal direttore del Festival Davide Rondoni – ha ricordato che “tutto il consiglio comunale si è espresso a favore di questo riconoscimento, con un gesto di grandissimo valore”, ha poi ricordato che “il conferimento della cittadinanza onoraria era stato deciso nel contesto del Giorno del ricordo per il genocidio armeno, il 24 aprile, ed è stato poi ‘accelerato’ dall’intenso botta e risposta che ho avuto con l’ambasciatore turco Murat Salim Esenlì nel corso del quale ho ribadito il nostro no ad ogni negazionismo”. “Tanti popoli hanno fatto i conti con la propria storia. Forse il governo turco no”, ha detto Fabbri, sottolineando che la cittadinanza onoraria è “il nostro attestato di stima per una persona che, con i suoi scritti e la sua testimonianza, ha dato voce a una realtà che rischiava di essere dimenticata”. “Crediamo e vogliamo affermare la verità storica, frutto dell’impegno di studiosi attenti e obbiettivi e di testimoni autorevoli. Siamo onorati oggi che Antonia Arslan sia nostra concittadina”. “Ringrazio il sindaco Fabbri per aver concretizzato questo riconoscimento, che sento come un onore – ha detto la scrittrice -. Lo sento tale, in modo particolare, perché mi è stato attribuito all’unanimità. Aspetto, questo, molto importante. Come è stato importante quando il Parlamento italiano, per ben due volte, ha riconosciuto all’unanimità il genocidio armeno, superando le contrapposizioni ideologiche. Queste sono battaglie da combattere all’unanimità. Ringrazio Ferrara, città che mi è tanto cara, sia perché legata al ricordo di mio padre, che portava qui i suoi figli, sia perché anni fa ho avuto l’onore di tenere la prolusione, con il mio libro ‘La masseria delle allodole’, all’università. Giorgio Bassani citò inoltre mio nonno in un suo libro. Sono tanti gli aspetti che mi legano a Ferrara”. Arslan ha portato “il saluto dell’arcivescovo Anoushavan Tanielian, uno dei grandi arcivescovi armeni degli Stati Uniti, e della consorte del primo ministro della Repubblica dell’Artsakh, che è in grave pericolo in questo momento. La guerra di cui è stata vittima è finita con un cessate il fuoco,  purtroppo le truppe azere ancora arrivano e i confini sono ancora porosi”. Arslan ha inoltre ringraziato il direttore del Teatro comunale Abbado, Moni Ovadia, per aver realizzato a Teatro la registrazione dedicata al giorno del ricordo armeno in occasione della ricorrenza del 24 aprile.  “Questa registrazione continua ad essere vista e ascoltata in tutto il mondo, con enorme successo”. (Qui il discorso integrale della scrittrice: https://www.facebook.com/1466119764/videos/10226178808284442/)
Alla cerimonia ha fatto seguito la consegna dei “Premi fantasia”, andati a Domenico Pedroni, presidente della Fondazione Castello di Padernello che dal 2006, grazie a una grande opera di restauro e di recupero del maniero che rischiava l’abbandono e la cancellazione di 600 anni di storia, si occupa di rendere vivo un luogo di cultura, di valenza sociale, di economia circolare, e ad Alessio Greguoldo, imprenditore che ha portato nel Delta del Po la prima coltivazione di ostriche rosa.
Nel corso della serata sono andati in scena inoltre anche uno spettacolo del comico Gioele Dix  ed esibizioni di tango.
Oggi il Festival della fantasia ritorna, con un ricco programma che prevede, tra le altre cose, proprio un intervento di Arslan con la docente statunitense Siobhan Nash-Marshall – su Dante – alle 16 nel Giardino delle Duchesse e, dalle 19 al Castello, il concerto dell’orchestra di musica popolare BandaDante. A conclusione di questo evento sarà possibile assistere alla partita Italia contro Turchia, dalle 21.

(Ferrara Rinasce)

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Arslan tra cittadinanza Bassani e università «Ferrara, è un onore» (Lanuovaferrara 12.06.21)

L’Ambasciatrice Hambardzumyan: la memoria del genocidio per impedire altre tragedie (Assadakah 11.06.21)

“Arte per la prevenzione” è stato l’evento organizzato ieri, 10 giugno, nel Pontificio Istituto Orientale di Roma dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia per ricordare il genocidio armeno. All’interno dell’iniziativa anche la Mostra dell’opera “The Armenian Mother” del gruppo Madenotte e la presentazione del libro di Anny Romand “Mia nonna d’Armenia” con la prefazione della scrittrice Dacia Maraini.

Dopo le presentazioni di rito e i saluti alle varie personalità presenti ha preso la parola l’Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia Tsovinar Hambardzumyan che ha affermato: “La memoria del genocidio armeno deve portare la comunità internazionale a lavorare per evitare che una tragedia simile possa ripetersi. Questo evento non deve essere un momento di tristezza, ma di ottimismo e speranza”. Ha anche ricordato l’importanza della prevenzione dei genocidi nel mondo contemporaneo e ha poi ringraziato l’Italia per il rispetto dei valori umani e gli amici dell’Armenia per essere stati a fianco del popolo armeno durante i momenti difficili. “Gli armeni – ha proseguito l’Ambasciatrice – si sono sempre ben integrati nel tessuto socio- economico dei Paesi che li hanno accolti e che sono diventati, per loro, una seconda patria. Ma gli armeni hanno anche saputo conservare la propria identità e coltivare la propria cultura. L’idea di questo incontro è nata fin dai primissimi giorni del mio arrivo a Roma, quando mi hanno invitata ad un evento nel quale si presentavano dei quadri che fanno oggi parte della mostra “The Armenian Mother” del collettivo di artisti italiani Madenotte. Sono poi stata felice quando ho saputo della traduzione in italiano del libro “Mia nonna d’Armenia” della scrittrice francese Anny Romand”.

Nel ringraziare gli amici dell’Armenia, S. E. Tsovinar Hambardzumyan ha fatto presente che è facile essere guidati dagli interessi politici ed economici. È difficile invece agire secondo la propria coscienza.

A prendere la parola in rappresentanza del gruppo Madenotte è stata Maddalena Gabriele, che ha sottolineato che questa opera è stata ispirata da una fotografia dell’epoca scattata nella zona di Aleppo al tempo della Prima guerra mondiale e del genocidio. L’immagine mostra una madre armena che, con accanto la figlia, piange la morte dell’altra figlia più piccola che giace al suolo. Una tenera immagine, conservata nella Biblioteca del Congresso statunitense, che è stata, non solo una delle foto-simbolo del terribile crimine compiuto dall’Impero Ottomano, ma anche l’ispirazione di molti artisti, nel corso degli anni.

Il professore Claudio Strinati ha messo in evidenza come “The Armenian Mother”, rappresenta la realtà più profonda dell’immagine, dandole carattere universale”. Si tratta di quattro dipinti con diversi stili e tecniche che finisce con l’essere una metafora della morte e della pietas, oltre che dell’orrore al quale sono collegate.

“Gli artisti – ha concluso Strinati – ci hanno donato un’immagine che è di aiuto per la nostra coscienza e sommamente apprezzabile sotto il profilo estetico”. Sul tema del genocidio armeno è intervenuto il professor Ugo Volli, che ha messo in evidenza “il problema della rappresentazione dell’orrore”, emerso dopo la Shoah ma che torna ogni volta che la cultura e l’arte si propongono di rappresentare i gesti criminali che riguardano soprattutto gli anni del Novecento. “La cultura deve affrontare questa sfida – ha dichiarato Volli – se non altro per cercare di prevenire. Tutto il mondo, l’Europa e anche l’Italia sono in debito con il popolo armeno, perché non è stato oggetto di un solo genocidio ma di un genocidio infinito, che prosegue ancora tutte le volte che provano a cancellare le loro tracce”. Il professor Marcello Flores, nel suo intervento, ha affrontato un tema di grande attualità. “L’arte e la comunicazione – secondo Flores – possono aiutare la prevenzione dei genocidi. La fotografia alla base dell’opera “The Armenian Mother” è un preciso simbolo della storia del genocidio perché la deportazione ne è uno dei due fondamentali aspetti, insieme alle fucilazioni immediate, che colpirono soprattutto i giovani uomini. La deportazione è la realtà del genocidio”.

A fare da moderatore è stato Emanuele Aliprandi, autore del libro “Pallottole e Petrolio”

Nel corso dell’evento è stato presentato anche il libro “Mia nonna d’Armenia” della scrittrice francese Anny Romand, con la prefazione di Dacia Maraini ed edito da La Lepre Edizioni.

Il libro è stato a seguito del casuale ritrovamento che la scrittrice fa, tra le cose di famiglia: un quaderno di settanta pagine che era stato il diario scritto da sua nonna nel 1915 in armeno, francese e greco e che racconta il viaggio di un gruppo di donne e bambini armeni sulle strade dell’Anatolia, verso il deserto e la morte. Nel libro vengono pubblicati alcuni estratti di quel quaderno che si alternano con le conversazioni che l’autrice ha avuto con la nonna, che l’ha cresciuta. Confrontando il ricordo di quelle conversazioni con le terribili descrizioni del quaderno, Romand rivive l’infinito dolore degli Armeni, filtrato attraverso gli occhi di una bambina.

È intervenuto anche Fabrizio Turriziani Colonna, giudice del Vicariato di Roma e Vicario giudiziale dell’ordinariato degli armeni cattolici nella sede di Yerevan e autore di diversi libri sui Cavalieri di Malta che ha parlato dei suoi molteplici viaggi in Armenia e dei suoi studi sul popolo armeno sottolineato la dignità, l’onestà e la fierezza che caratterizzano ogni armeno e ha concluso dichiarando che sarà la bellezza che salverà il mondo dalla deriva.

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Karen Asatrian al Teatro Luigi Bon (Il Friuli.it 11.06.21)

Sabato 12 giugno, concerto imperdibile ispirato alla musica folk armena, con brani tradizionali e composizioni originali

Con la bella stagione, la Fondazione Luigi Bon riporta la musica nel proprio Teatro con un ospite di caratura internazionale.
Sabato 12 giugno 2021, alle ore 20:30, sul palcoscenico del Teatro Luigi Bon i riflettori saranno puntati su Karen Asatrian per un concerto imperdibile ispirato alla musica folk armena, con brani tradizionali e composizioni originali. Karen Asatrian è un musicista armeno con un incredibile storia personale che dall’Armenia l’ha portato in Austria, dove ora insegna pianoforte jazz all’Università di Vienna e di Klagenfurt. Un talento unico e un approccio che potrà sicuramente accrescere e appassionare il pubblico, un’occasione da non perdere.

“An evening with Duo Masis” porterà dunque l’esibizione al pianoforte del maestro Asatrian, accompagniato dalla nota violinista armena Anna Hakobyan. Con loro sul palco anche il chitarrista friulano Marco Bianchi.

L’unicità performativa di Karen Asatrian gli ha permesso di raggiungere traguardi importanti per la sua carriera, come la fondazione del gruppo “Brahm’s Project”, l’esecuzione delle sue composizioni con il Coro Norbert Artner, la collaborazione con la Bruckner Symphony Orchestra, Samulnori, Dee Dee Bridgewater, George Garzone, Jamaaladeen Tacuma e molte altre. Si ricordano poi le partecipazioni a “Three Nights of Jazz” di Saalfelden, Jazz Fest Wiesn a Vienna, Sziget Festival a Budapest. Da segnalare la vincita dell’Armenian Music Award nella categoria Best Jazz Album del PATHWAY 2007. L’esecuzione della “Prayer Wheel” al festival di Salisburgo, nel 2016, in collaborazione con il Philharmonia Chor Wien è un’importante tappa artistica per Karen Asatrian.

Anna Hakobyan dopo gli studi di violino in Armenia, nel 1995 insieme a Karen, raggiunge l’Austria e dopo ulteriori studi al Kärntner Landeskonservatorium entra a far parte della Kärntner Symphonieorchester del Stadttheater a Klagenfurt.

Marco Bianchi ha collaborato come chitarrista con Claudio Bisio nello spettacolo “Father and Son” effettuando più di 180 repliche in Italia e Svizzera. Collabora con il maestro Mauro Ottolini in numerose produzioni e formazioni come Nada Mas Fuerte e il Mauro Ottolini 4tet.

È possibile prenotare il proprio biglietto tramite e-mail scrivendo a biglietteria@fondazionebon.com o telefonando allo 0432 543049 (dalle ore 15:00 alle ore 18:30). I biglietti si possono acquistare anche il giorno del concerto direttamente presso la biglietteria del teatro a partire dalle ore 19.45.

Il concerto sarà a conclusione del workshop che si svolgerà domani 11 giugno e sabato 12 giugno, proprio al Teatro Luigi Bon, per maggiori informazioni: didattica@fondazionebon.com

L’iniziativa è realizzata grazie alla collaborazione tra la Fondazione e il Circolo Arci Cocula, finanziato all’interno del progetto Casamia e con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Friuli Venezia Giulia.

Politiche anticipate: 30 anni di Armenia (Osservatorio Balcani e Caucaso 10.06.21)

È iniziata lo scorso 7 giugno la campagna elettorale per le elezioni anticipate in Armenia. Durerà solo 12 giorni rispetto ai consueti 35 o 45 perché appunto le elezioni sono anticipate e la procedura della campagna elettorale che le precede è differente.

È la seconda volta di seguito che le politiche vengono anticipate. Come in uno strano gioco di specchi, nel 2018 le dimissioni del neo-eletto premier Nikol Pashinyan avevano portato allo scioglimento dell’Assemblea parlamentare e al voto che aveva consegnato al suo schieramento il 70% dei consensi, 88 seggi su 132. A distanza di tre anni, di nuovo le dimissioni di Pashinyan hanno portato allo scioglimento dell’Assemblea, e quindi di nuovo al voto. Tre anni che hanno stravolto il paese: le dure campagne del post-rivoluzione di velluto e il biennio 2020-2021, con guerra e pandemia.

Non è un buon segno di stabilità per un paese non portare a termine per due volte di seguito le legislature elette, ma l’Armenia è oggi un paese in cui tutti i nodi paiono venire al pettine. Le stesse elezioni sembrano una resa dei conti di tre decenni di indipendenza: molti di coloro che hanno caratterizzato la storia post-sovietica dell’Armenia si candidano. Scenderanno in campo 22 partiti e 4 coalizioni  .

C’è il Contratto Civico di Pashinyan, ci sono Armenia Luminosa e Armenia Prospera, cioè le tre forze politiche dell’attuale legislatura che risponderanno davanti all’elettorato – soprattutto la prima – della gestione della pandemia e delle responsabilità loro imputabili della guerra. Ma ci sono anche tutti gli ex presidenti: c’è il Congresso Nazionale Armeno con il primo presidente, Levon Ter-Petrosyan, è risceso in campo il secondo presidente, Robert Kocharyan, con l’Alleanza Armena e, seppur non compaia il suo nome nelle liste elettorali, anche il terzo presidente della storia del paese, Serzh Sargsyan, sostiene apertamente una forza in lizza per il voto, l’Alleanza con Onore.

Un quadro pesante

Tutto il passato politico dell’Armenia è quindi sulle schede elettorali, ma anche sotto gli occhi degli elettori. La rovinosa guerra dei 44 giorni ha non solo comportato la perdita per l’autoproclamata repubblica del Nagorno Karabakh di buona parte dei territori conquistati trent’anni fa, ma ha messo a nudo una serie di debolezze sistemiche dell’Armenia. La parola che più spesso ricorre è incompetenza. Sotto accusa soprattutto la classe dirigente civile e militare.

Incompetenza nella gestione dell’esercito, negli acquisti di armi e nel loro utilizzo, nella tattica militare. Ma incompetenza anche dopo, e non solo per quanto riguarda l’area circoscritta del Nagorno Karabakh.

Incompetenza è la parola che ricorre anche per quanto riguarda il dolorosissimo capitolo della gestione dei missing in action, i tanti combattenti di cui si sono perse notizie, e dei prigionieri di guerra. Per più di una volta, spinti dalla frustrazione, i parenti dei soldati scomparsi o prigionieri hanno posto letteralmente sotto assedio il ministero della Difesa  .

L’incompetenza ha attanagliato non solo i vivi, ma anche i morti. Sono ad esempio esplosi scandali per la gestione delle salme negli obitori. Recentemente ha agitato l’opinione pubblica una notizia su resti di soldati abbandonati in un seminterrato ad Abovyan, città poco lontana dalla capitale.

Un bilancio pesantissimo che rende purtroppo fede a quello che si sapeva ma di cui forse si era sottovalutato il peso: la corruzione in Armenia ha dilagato per decenni, ha eroso la meritocrazia, la trasparenza nell’assegnazione degli incarichi, e quindi tutti i meccanismi di gestione, amministrazione e governo. La spallata della rivoluzione di velluto se anche stava andando nella direzione della lotta alla corruzione non ha avuto il tempo di dare frutti apprezzabili.

Il male nero

Quanto sia stata la corruzione a minare la sicurezza nazionale armena è reso ancora più palese da un nuovo caso giudiziario emerso in questi giorni. Il 7 giugno il sito dei Servizi di Sicurezza Nazionale ha pubblicato un lungo comunicato stampa  su un caso di alto tradimento. Almeno due cittadini armeni identificati come un ex ufficiale dell’esercito e un suo amico sono stati arrestati con l’accusa di spionaggio per conto dell’Azerbaijan. L’ex ufficiale dell’esercito sarebbe persona insignita di medaglie militari e di encomi per i servizi resi alla patria.

Stando alla ricostruzione dei fatti i due sarebbero stati reclutati dai servizi speciali dell’Azerbaijan durante una visita in Turchia dove erano andati in cerca di opportunità di lavoro. I due uomini sarebbero stati in regolare contatto con i servizi speciali dell’Azerbaijan, dai quali hanno ricevuto istruzioni specifiche per fotografare e filmare le unità militari delle forze armate armene, il loro equipaggiamento militare, il numero dei militari e i dati personali del personale di comando. Avrebbero anche registrato e trasmesso informazioni sui sistemi di difesa aerea dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh, la presenza di sistemi di difesa aerea vicino a strutture speciali e importanti, inclusi serbatoi, centrali idroelettriche, altezze strategiche e strutture di rifugio durante le ostilità, il numero e movimento delle truppe e dell’equipaggiamento militare. Il 27 settembre 2020 l’ex ufficiale dell’esercito sarebbe poi partito per il Karabakh come comandante di un distaccamento di volontari sul campo di battaglia nella provincia di Hadrut dove ha raccolto e trasmesso informazioni su sistemi di difesa aerea e missilistici, equipaggiamento militare e posizioni di combattimento ai servizi speciali fino a ottobre 2020.

Nel romanzo “Il Male Nero” Nina Berberova parla di una malattia che si insinua nelle cose intorno a noi, anche le più preziose, e in noi e che erode la vita, e che deve essere estirpato prima che ingurgiti tutte le nostre risorse, prima di – dice l’autrice – “diventare presto una sorta di Urano e Nettuno”.

L’Armenia, divorata dalla corruzione, dal personalismo in politica, con una emorragia demografica e una grande vulnerabilità regionale ha davanti un voto difficile. La nuova legislatura dovrà affrontare la fragile tregua militare e imbastire un risanamento di etica, di meritocrazia e di coesione sociale, prima che si trasformi in una sorta di Urano e Nettuno.

Che ci sia un rischio esistenziale per il paese è percepito dall’opinione pubblica, ossessionata dall’erosione del confine, e da una sovranità sempre più ipotecata dalla presenza russa.

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Cosa è successo alla Chiesa cattolica dopo la dissoluzione dell’ URSS? (AciStampa 10.06.21)

A 30 anni dall’Accordo di Belaveza che sanciva la dissoluzione dell’URSS,
un ampio studio indaga il contributo di papa Giovanni Paolo II alla rinascita del cattolicesimo
La parabola dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si chiuse trenta anni fa con l’ Accordo di Belaveža,  dell’ 8 dicembre 1991, aprendo una nuova era.

Nelle quindici Repubbliche sorte dalla sua dissoluzione – Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan e Federazione Russa – la Chiesa cattolica nei suoi tre riti (latino, greco-cattolico, armeno) era stata portata sull’orlo dell’annientamento. La storia voltava pagina nel mezzo del pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005), che promosse un cammino di rinascita cattolica in questi paesi anche grazie ai suoi viaggi apostolici, cinque dei quali nell’ex URSS: Repubbliche baltiche (1993), Georgia (1999), Ucraina (2001), Kazakhstan e Armenia (2001), Azerbaigian (2002).

Dopo il volume su Giovanni Paolo II e le Chiese in Europa centro-orientale, la collana Storia della Chiesa in Europa centro-orientale – curata dal professor Jan Mikrut, ordinario della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana – allarga lo sguardo ancora più a Est.

Il volume Giovanni Paolo II e la Chiesa Cattolica in Unione Sovietica e nei Paesi sorti dalla sua dissoluzione. Nel centenario della nascita di Karol Wojtyla (Gabrielli Editore, 2021, pp. 1212) sarà presentato in un webinar il prossimo 18 giugno 2021, alle ore 18:30.

L’evento è aperto al pubblico con registrazione obbligatoria sul sito www.unigre.it

Dopo i saluti di P. Nuno da Silva Gonçalves S.J., Rettore della Pontificia Università Gregoriana, interverranno il Card. Leonardo Sandri (Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali), il Card. Sigitas Tamkevičius (Arcivescovo emerito di Kaunas), l’Arcivescovo Metropolita Ioann (Roshchin) della Chiesa Ortodossa del Patriarcato di Mosca, nonché il curatore, Prof. Jan Mikrut.

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Armenia: a Roma evento “Arte per la prevenzione” per ricordare il genocidio armeno (Agenzianova 10.06.21)

Roma, 10 giu 19:06 – (Agenzia Nova) – L’arte ha provato e prova a raccontare il genocidio armeno, per renderne viva la memoria. Questo il tema che ha contraddistinto l’evento “Arte per la prevenzione”, organizzato oggi dall’ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia presso il Pontificio istituto orientale a Roma. “Questo evento deve essere momento non di tristezza, ma di ottimismo e speranza”, ha affermato l’ambasciatore armeno Tsovinar Hambardzumyan, ricordando al contempo l’importanza della prevenzione dei genocidi nel mondo contemporaneo. L’ambasciatore ha poi ringraziato l’Italia per il rispetto dei valori umani e gli amici dell’Armenia “per essere stati al nostro fianco durante i momenti difficili”. Durante l’evento è stata presentata l’opera “The Armenian Mother”, del collettivo di artisti italiani Madenotte. A prendere la parola in rappresentanza del gruppo è stata Maddalena Gabriele, che ha sottolineato le motivazioni alla base dell’opera, realizzata in memoria del Genocidio armeno e ispirata a una fotografia storica scattata nella zona di Aleppo al tempo della Prima guerra mondiale. L’immagine mostra una madre armena che, con accanto la figlia, piange la morte dell’altra figlia più piccola che giace al suolo. La foto originale, che ha ispirato gli artisti, è una delle foto più simboliche del genocidio armeno ed è conservata nella Biblioteca del Congresso statunitense. (segue) (Res)

Com’è vivere in un paese ‘che non esiste’ (Vice.com 09.06.21)

Oggigiorno in Europa ci sono 6,5 milioni di persone residenti in paesi che, almeno secondo gran parte della comunità internazionale, non esistono.

In seguito al collasso dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia sono nati 21 nuovi stati indipendenti. Ma per una serie di gruppi nazionali ed etnici, la rivendicazione di autonomia è caduta nel vuoto.

Alcuni hanno trovato un modo per vivere in pace entro i nuovi confini dell’Europa dell’Est. Altri hanno combattuto guerre per cacciare gli eserciti “usurpatori” dalle loro terre. Alcuni hanno fatto appello direttamente alla Russia per farsi portare con lei in un fumoso futuro post-sovietico.

Ognuna delle sei regioni contestate dell’Europa dell’Est ha una storia unica, e all’interno di ogni storia ci sono voci diverse, che cercano di vivere vite normali nonostante il caos in cui sono nate.

Nagorno-Karabakh / Artsakh

Un missile inesploso giace incastrato nell'asfalto a Stepanakert, fotografato a ottobre 2020. Foto: Aris Messinis/AFP via Getty Images

UN MISSILE INESPLOSO GIACE INCASTRATO NELL’ASFALTO A STEPANAKERT, FOTOGRAFATO A OTTOBRE 2020. FOTO: ARIS MESSINIS/AFP VIA GETTY IMAGES

Tra le montagne della catena del Caucaso dove Europa e Asia si incrociano, l’Armenia e l’Azerbaijan sono intrappolate da oltre 30 anni in una guerra che interessa la regione del Nagorno-Karabakh. Nonostante si trovi all’interno dei confini dell’Azerbaijan, Karabakh è popolata e controllata dagli armeni, la nazione cristiana più antica del mondo, la cui storia moderna è segnata da un genocidio perpetrato dal governo turco ottomano durante la Prima Guerra Mondiale.

Dopo un lungo e complesso cessate il fuoco, le ostilità nella regione di Karabakh—nota localmente come Artsakh—sono ricominciate alla fine del 2020. L’esercito dell’Azerbaijan, sostenuto dalla Turchia, è avanzato dentro i territori della Repubblica di Nagorno-Karabakh, riprendendosi alcune zone perse nel 1993. Il costo umanitario di questo intervento è stato devastante.

“La mia famiglia è rifugiata dall’anno scorso, dopo che siamo stati costretti a lasciare le nostre case a Shushi. Abbiamo vissuto condizioni simili in passato, da Baku, con le violenze anti-armeni del 1988,” dice a VICE Saro Saryan, parlando da Yerevan. Saro gestiva un museo geologico a Shushi, prima di essere costretto a scappare. “Psicologicamente, è come essere sottoposti ad una perenne operazione chirurgica: ti abitui al dolore. Non abbiamo più paura. È masochismo.”

“Mio figlio ha perso una gamba negli scontri. È ricoverato in una clinica in Svizzera. Ma siamo stati fortunati. Migliaia di persone non vedranno mai più le loro famiglie.

“Prima della guerra una spada di Damocle pendeva sulle nostre teste. Ma abbiamo cresciuto i nostri figli senza odio per i nostri vicini dell’Azerbaijan. Abbiamo costruito luoghi che riflettono la cultura armena; musei, chiese, un esercito. Nei nostri cuori, credevamo in un potere superiore. Ora è difficile avere fede.”

“Un riconoscimento internazionale sarebbe una garanzia di sicurezza,” Perché non c’è ancora stato?”

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Armenia, proposta choc del premier all’Azerbaigian: “Offro mio figlio in ostaggio” (Ilprimatonazionale )

Roma, 9 giu – “Offro mio figlio in ostaggio”, in cambio di tutti i militari dell’Armenia detenuti in Azerbaigian. E’ quanto affermato dal premier armeno Nikol Pashinyan. Una provocazione decisamente clamorosa, lanciata durante un comizio elettorale. In Armenia si andrà infatti al voto domenica 20 giugno e il primo ministro punta ad essere riconfermato alla guida della nazione caucasica. “Ieri ho detto e oggi ho incaricato le nostre autorità competenti di trasmettere ufficialmente la nostra proposta sul fatto che mio figlio è pronto ad andare a Baku come ostaggio, fatto salvo il ritorno di tutti i nostri prigionieri”, dice Pashinyan.

Armenia, il premier: “Mio figlio in cambio di tutti i militari detenuti”

Improbabile che il governo azero accetti questa proposta. Nel caso, il premier armeno sarebbe davvero pronto a compiere questo gesto? E poi, suo figlio accetterebbe? Difficile dirlo. Sta di fatto che già nei giorni scorsi Pashinyan ha dichiarato che i militari armeni detenuti nelle carceri azere “stanno combattendo per l’indipendenza e la sovranità dell’Armenia”. E “potranno perdonare uno o due mesi in più di prigionia, ma non perdoneranno se l’indipendenza e la sovranità dell’Armenia verranno sacrificati a costo della loro liberazione”. Questo vale chiaramente anche per il premier stesso.

I politici armeni d’altronde sono stati fortemente criticati in patria dopo il cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh. L’offerta del figlio in ostaggio è stata comunque suggerita a Pashinyan dall’ex presidente della Repubblica, Serzh Sargsyan. Quest’ultimo alcuni giorni fa aveva infatti proposto al primo ministro “di consegnare suo figlio per ottenere in cambio 20-25 prigionieri di guerra”. Proposta accolta, ma in cambio di “tutti i prigionieri”.

La situazione attuale

Per quanto, secondo il premier armeno, questa non sarebbe l’unica carta da giocare per risolvere i problemi. “E’ in corso un lavoro molto intenso”, dice Pashinyan. Ricordiamo che in seguito alla sconfitta militare l’Armenia ha ceduto il controllo sul Nagorno-Karabakh e su sette distretti confinanti con l’Azerbaigian. Adesso, con l’aiuto della mediazione di Mosca, le due nazioni caucasiche stanno lavorando (piuttosto a fatica e con varie sospensioni) a una commissione trilaterale per stabilire la demarcazione dei confini.

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