Vaccini in Armenia: la campagna claudicante (Osservatorio Balcani e Caucaso 07.06.21)
Fino ad un mese fa le persone vaccinate in Armenia erano poche migliaia. Dopo una presa di posizione del primo ministro Pashinyan le somministrazioni sono infine decollate anche se la questione vaccini rimane, nel paese, altamente divisiva
La campagna di vaccinazione è partita in Armenia nel mese di aprile. I vaccini utilizzati sono AstraZeneca, il russo Sputnik V e il cinese CoronaVac. La vaccinazione è gratis e su base volontaria ed attualmente in Armenia sono in molti ad essere in dubbio se vaccinarsi o meno.
La terza ondata pandemica che ha subito l’Armenia sta pian piano scemando. Il numero di casi e di decessi sta diminuendo di giorno in giorno. Un mese fa vi erano 1000 nuovi casi al giorno, oggi siamo a 100. Anche il numero delle morti è conseguentemente in calo. Sino ad ora sono stati 223.000 in totale i casi di coronavirus registrati nel paese, con più di 4000 decessi.
Come conseguenza della decrescita dei contagi una serie di centri medici aperti per la cura dei pazienti covid stanno ora chiudendo. Ve ne erano 23 in totale, con 2600 posti letto, 13 nella capitale e 10 nelle varie regioni armene. Quattro di questi ultimi sono già stati chiusi.
Ciononostante gli specialisti continuano a sottolineare che l’unico modo per evitare una quarta ondata è una campagna di vaccinazione efficace.
“Non sono ancora vaccinato. Mi vaccinerò certamente in futuro ma ho ancora da decidere con quale vaccino. Non sarà possibile andare oltre questa pandemia senza la vaccinazione”, afferma Sanam Hovhannisyan, operatore sanitario. Che sottolinea come sia importante che i cittadini abbiano libertà di scelta.
AstraZeneca e CoronaVac sono a disposizione di tutti, a prescindere dall’età, mentre il vaccino russo è destinato ai gruppi più vulnerabili della popolazione, tra i cittadini di età compresa tra i 18 e i 54 anni.
“C’è paura nei confronti della vaccinazione in Armenia. È per questo che l’intero processo sta andando a rilento. Le ragioni stanno nella scarsa consapevolezza della gente e nella campagna anti-vaccini”, spiega lo specialista di salute pubblica Davit Melik-Nubaryan.
“Spero che la vaccinazione non divenga mai obbligatoria, altrimenti non so cosa farò”, afferma Anna, 30 anni, che non vuole vaccinarsi dicendo che il vaccino rischia di nuocere alla sua salute. Secondo Anna non è stato ancora studiato a sufficienza e non è sicuro non vada ad impattare negativamente in futuro sulla sua qualità della vita.
“Mi protegge dal Covid-19 adesso, ma poi?. Nessuno sa se causa effetti collaterali. Io sono incinta, ci sono molti testi in internet che dicono che i vaccini causino infertilità. Lo so che non sono provati dal punto di vista scientifico ma tutto questo mi rende insicura”, racconta la donna.
L’unica cosa che preoccupa Anna è che, nel caso non si vaccini, non potrà viaggiare in molti stati, ad esempio in Europa: “Ho capito che pian piano il green pass diverrà obbligatorio e capisco che, nel caso una persona non lo abbia, rimarrà rinchiusa in Armenia. Questo mi rende triste. Pianificavo un viaggio in Europa per la fine dell’anno, ma se non avrò fatto il vaccino, non potrò. Cerco di convincermi che cambierà, che queste richieste verranno rimosse”.
Diversamente da Anna, sua sorella si è vaccinata un mese fa. Dice di sentirsi molto bene e che a breve le verrà somministrata la seconda dose. “Chi mi sta attorno è diviso su due posizioni molto diverse tra loro: c’è chi dice che i vaccini fanno male e chi sostiene che senza vaccini non si uscirà da questa pandemia. Ma il problema è che il numero di miei amici che intendono vaccinarsi è molto basso”, racconta la ragazza.
In modo di intensificare la campagna vaccinale è sceso in campo anche il primo ministro Nikol Pashinyan. Durante un consiglio dei ministri, circa un mese fa, ha invitato tutti i membri del governo a vaccinarsi. “Dobbiamo iniziare noi. Dobbiamo vaccinarci tutti. Il numero di cittadini vaccinati è, in tutto il mondo, segnale della qualità di un paese, dal punto di vista economico, politico, di civiltà”, ha dichiarato. Una dichiarazione a cui sono seguite le vaccinazioni delle élite istituzionali del paese: ministri, parlamentari, alti funzionari si sono vaccinati postando foto della somministrazione.
In Armenia ci si può vaccinare sia presso i tradizionali centri sanitari sia in cliniche vaccinali mobili, create nei quartieri più popolosi della capitale e nelle altre principali città dell’Armenia. Qui, ogni cittadino, può ottenere dapprima le principali informazioni in merito, gli viene poi fatta una visita medica e infine l’eventuale somministrazione.
Attualmente sono circa 30.000 le persone vaccinate in Armenia, su 3 milioni di abitanti. Prima della presa di posizione, un mese fa, del primo ministro erano poco più di 2500.
Gli operatori sanitari sottolineano che il numero di persone che desiderano essere vaccinate cresce di giorno in giorno. C’è anche sempre più attività nei punti mobili di vaccinazione. In questi punti vengono spesso vaccinati anche i turisti. Anche per loro la somministrazione è gratuita.
Parallelamente alla campagna di vaccinazione vengono progressivamente attenuate le misure introdotte per limitare la pandemia: dal 1° giugno non è più obbligatorio indossare la mascherina all’aperto. E per i cittadini vaccinati, dal 1° luglio non sarà più obbligatorio indossare la mascherina negli ambienti chiusi.
Sua Santità Karekin II in Visita Pastorale nella Repubblica di Artsakh (Korazym 07.06.21)
Il Patriarca Supremo e 132° Catholikos di Tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, Capo della Chiesa Apostolica Armena è partito giovedì 3 giugno 2021 per la Provincia di Syunik, confinante con l’Armenia e nella città di Goris ha presieduta una cerimonia di auguri repubblicana presso la chiesa di San Gregorio l’Illuminatore. Poi, Karekin II ha tenuto nel pantheon militare una preghiera per la memoria degli eroi caduti nella guerra del 2020.
Successivamente, Sua Santità Karekin II ha reso visita alla comunità del villaggio di Shurnukh, dove è state celebrato il primo matrimonio dopo la guerra del 2020. Il Catholicos di tutti gli Armeni ha benedetto gli sposi novelli a Shurnukh, ha scritto il Vicesindaco di Goris, Irina Yolyan in un post su Facebook, condividendo una foto della cerimonia.
Il giorno successivo, venerdì 4 giugno Sua Santità Karekin II ha raggiunto Stepanakert per una Visita Pastorale di tre giorni nella Repubblica di Artsakh. Il Capo della Chiesa Apostolica Armena ha portato con sé le reliquie di San Gregorio l’Illuminatore, il fondatore della Chiesa Apostolica Armena, per la benedizione e la consolazione del popolo dell’Artsakh.
Nella mattinata del 4 giugno, il Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan, insieme ad alti funzionari statali e militari ha incontrato la delegazione guidata da Sua Santità Karekin II presso il memoriale di Stepanakert dove hanno disposto fiori.
Insieme al Presidente dell’Armenian General Benevolent Union (AGBU), Perch Sedrakyan, arrivato in Artsakh con il Catholicos, hanno visitato il pantheon militare e deposto fiori sulle tombe degli eroi.
Successivamente, Karekin II ha presieduto un servizio da requiem in memoria di coloro che morirono per la Patria.
Sabato 5 giugno Karekin II ha raggiunto il monastero di Amaras, che si trova vicino alla nuova linea di contatto nel Nagorno-Karabakh (Artsakh), dove è stato accolto dai residenti delle comunità vicine e dal personale militare. Karekin II è stato informato sulla ricostruzione del monastero.
Accompagnato dalla delegazione patriarcale, dal Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan e dall’ex Presidente della Repubblica, Bako Sahakyan, Karekin II ha reso visita all’unità militare N dell’Esercito di difesa dell’Artsakh. Il Catholicos ha portato le sue benedizioni e i suoi auguri paterni agli ufficiali in comando, agli ufficiali e ai soldati riuniti in questa occasione.
Poi ha reso omaggio all’indipendenza di Artsakh e ai coraggiosi soldati che hanno combattuto per la protezione dei diritti del popolo di Artsakh, agli eroi che hanno sacrificato la loro vita per il bene della Patria. Ha sottolineato che questo prezzo elevato non dovrebbe mai essere dimenticato, ma piuttosto dovrebbe diventare un nuovo patto per la protezione e il rafforzamento dello Stato di Artsakh.
“Tutti gli armeni stanno vivendo tempi difficili. La guerra di 44 giorni contro l’Artsakh scatenata dall’Azerbajgian, con il sostegno della Turchia e dei gruppi terroristici internazionali, con le sue conseguenze, i danni e le enormi perdite, ci manterrà nel dolore e nel dolore per molto tempo fino a quando non potremo superare l’attuale difficile situazione e dissipare la sensazione di incertezza sul futuro. I problemi e le sfide esistenti devono essere risolti nelle nostre vite quando tutti indiscriminatamente traiamo conclusioni sulle cause di questa tragica situazione”, ha affermato il Patriarca Supremo armeno. “L’esercito armeno e il soldato armeno oggi sono l’unico garante dello stato nativo, la vita libera e indipendente del nostro popolo, la sicurezza e la felicità delle vostre famiglie e dei vostri cari, la sopravvivenza di ogni cittadino”, ha detto il Catholicos di Tutti gli Armeni nel suo discorso. Al termine ha benedetto i comandanti dell’esercito di difesa e l’intero esercito con una preghiera per la protezione.
Nella chiesa di San Gregorio, il Catholicos ha celebrato una cerimonia in memoria dei soldati morti nella guerra di 44 giorni scatenata dall’Azerbajgian nell’autunno 2020. È stata levata una preghiera per la pace e la protezione dell’Artsakh, nonché per la misericordia e protezione dei figli dell’Armenia, dell’Artsakh e dell’intera nazione armena.
La delegazione patriarcale ha poi visitato la comunità di Machkalashen, dove Karekin II ha incontrato le famiglie degli Armeni uccisi nelle ostilità.
Nel pomeriggio del 5 giugno il Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II ha incontrato a Stepanakert il Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh, David Babayan. Durante l’incontro sono state discusse questioni relative alle relazioni chiesa-società e patria-diaspora, al futuro di Artsakh, alle problematiche regionali e a possibili sviluppi. Le parti hanno sottolineato il ruolo cruciale di Artsakh nella vita di tutti gli Armeni. Il Ministro degli Esteri ha espresso la sua gratitudine al Catholicos per il suo zelante sostegno ad Artsakh e gli sforzi incessanti volti a presentare Artsakh come un valore pan-armeno.
Domenica 6 giugno il Presidente della Repubblica di Artsakh, Arayik Harutyunyan ha partecipato alla Divina Liturgia presieduta dal Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, nella cattedrale madre della Beata Vergine Maria nella capitale Stepanakert. Anche il secondo e il terzo Presidente della Repubblica di Artsakh, Arkadi Ghukasyan e Bako Sahakyan, rappresentanti del potere esecutivo e legislativo, nonché membri del Consiglio di sicurezza, hanno partecipato alla solenne celebrazione liturgica.
‘Find your own Voice’ con Karen Asatrian (Il Friuli.it 07.06.21)
Venerdì 11 e sabato 12 giugno il Teatro Luigi Bon aprirà le sue porte per accogliere la pianista e compositore jazz armeno di fama mondiale
Alla Città dell’Arte e della Musica, la didattica non si ferma mai, proprio per questo la Fondazione Luigi Bon presenta una nuova masterclass di livello internazionale: “Find your own Voice” con Karen Asatrian. Venerdì 11 e sabato 12 giugno, infatti, il Teatro Luigi Bon aprirà le sue porte per accogliere Karen Asatrian, pianista e compositore jazz armeno di fama mondiale, che si è reso disponibile per realizzare un workshop proprio a Colugna di Tavagnacco. Un laboratorio adatto a tutti i musicisti che intendano approfondire la propria conoscenza dell’improvvisazione e dell’interplay, attraverso la scoperta della musica tradizionale e delle proprie radici.
Karen Asatrian è un musicista armeno con un incredibile storia personale che dall’Armenia l’ha portato in Austria, dove ora insegna pianoforte jazz all’Università di Vienna e di Klagenfurt. Un talento unico e un approccio che potrà sicuramente accrescere e appassionare musicisti di qualunque livello, un’occasione da non perdere. A conclusione del workshop, sabato 12 giugno alle ore 20:30, ci sarà l’eccezionale esibizione del maestro Asatrian insieme alla celebre violinista armena Anna Hakobyan per “An evening with Duo Masis”. Una serata ispirata alla musica folk armena, con brani tradizionali e composizioni originali.
Gli incontri con l’artista, tenuti in lingua inglese, si svolgeranno venerdì 11 giugno dalle 16.00 alle 20.00 e sabato 12 giugno dalle 9:30 alle 13:30, per partecipare è necessario iscriversi tramite l’apposito form nel sito www.fondazionebon/didattica/masterclass. Sempre sul sito sono disponibili tutti i dettagli relativi a costi e modalità di frequenza.
L’iniziativa è realizzata grazie alla collaborazione tra la Fondazione e il Circolo Arci Cocula, finanziato all’interno del progetto Casamia e con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Friuli Venezia Giulia.
Per maggiori informazioni la segreteria è aperta dal lunedì al venerdì dalle 15:00 alle 18:30 e sabato dalle 9:30 alle 12:00, oltre che contattabile allo 0432 543049 e all’indirizzo didattica@fondazionebon.com
La Comunità Armena di Roma risponde all’Ambasciatore azero: basta disinformazione (Assadakah 06.06.21)
ANN – Letizia Leonardi – La Comunità Armena è insorta per l’intervento dell’Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaijan in Italia, Mammad Ahmadzada, pubblicato dal quotidiano “Il Giornale”. Il diplomatico del governo di Baku chiede alla Comunità internazionale di fermare l’Armenia che, a suo dire, continua a commettere crimini di guerra contro il suo Paese. A supportare questa tesi ci sono le vittime azere causate dalle mine anticarro, sparse in quello che è stato il territorio della recente guerra dei 44 giorni, e i sabotaggi delle forze armate dell’Armenia nel territorio a confine tra l’Azerbaijan e la Repubblica Caucasica. “Dopo la firma dell’accordo di pace del 9 novembre 2020 – dichiara Ahmadzada – il numero delle vittime degli ordigni continua a salire. Nonostante i ripetuti richiami a fornire le mappe delle aree minate, l’Armenia continua a rifiutarsi. Per questo l’Azerbaijan ha inviato una seconda denuncia interstatale alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), la prima è stata inviata il 16 gennaio di quest’anno”.
Secondo il rappresentante dell’Azerbaijan l’Armenia non sarebbe interessata alla pace.
La risposta del Consiglio per Comunità Armena di Roma non si è fatta attendere: “Non finiremo mai di stupirci dell’energico attivismo del rappresentante diplomatico del dittatore Aliyev in Italia. Un attivismo che durante i 44 giorni della guerra scatenata dall’Azerbaijan con l’aiuto della Turchia e dei mercenari jihadisti contro la piccola repubblica de-facto del Nagorno Karabakh (Artsakh) si è contraddistinto nel produrre una serie di fake-news che con il tempo sono state smentite e smascherate dai fatti e dagli stessi protagonisti del mondo azero. Attivismo che è proseguito anche dopo la fine della guerra, con una serie di notizie e comunicati che avevano lo scopo di presentare l’Azerbaijan come vittima e l’Armenia come aggressore, anche con l’aiuto di una manciata di rappresentanti del popolo italiano che hanno deciso di sposare la causa della dittatura azera, ricca e luccicante ma pur sempre dittatura”.
Vengono respinte dunque al mittente le accuse all’Armenia di aver provocato la morte di due giornalisti colpiti da una mina anticarro in una sperduta sterrata di montagna e dell’esistenza di gruppi di sabotatori che seminerebbero mine in territorio azero.
“Premesso che siamo dispiaciuti per la morte di tutte le persone innocenti alle quali va il nostro cordoglio – prosegue la Comunità Armena di Roma – non riusciamo a capire perché il governo azero non limiti la libera circolazione di veicoli e persone in zone che fino a poco tempo fa erano teatro di guerra. A noi sembra che questo attivismo mediatico sia solo l’ennesimo tentativo della diplomazia azera per deviare l’attenzione e per cercare di sottrarsi alle pressioni che arrivano dalle istituzioni europee e mondiali al dittatore Aliyev per rilasciare i circa 200 prigionieri di guerra armeni. Sono molteplici gli inviti all’Azerbaijan per permettere alla missione UNESCO di visitare i distretti occupati con l’intento di tutelare il millenario patrimonio artistico e culturale armeno che soldati e funzionari azeri stanno distruggendo e non mancano ovviamente i richiami all’Azerbaijan a non ricorrere ad ulteriori provocazioni e a rispettare l’integrità dei confini territoriali dell’Armenia”.
Questo tentativo dell’Ambasciatore azero di invertire le parti e far apparire l’Armenia come Paese aggressore e l’Azerbaijan Paese vittima appare poco credibile dopo l’attacco del 27 settembre scorso dell’Azerbaijan, alleata con la Turchia, nel Nagorno Karabakh che ha provocato il sanguinoso conflitto in piena pandemia, che ha lasciato sul campo più di 5000 vittime armene e altre migliaia in quelle azere.
“Il nostro appello alla Comunità internazionale, ai media e soprattutto a certi politici – conclude il Consiglio per Comunità Armena di Roma – è quello di non cadere nel tranello azero della disinformazione e lavorare per una pace stabile e duratura, basata sulla verità e sul rispetto dei diritti dei popoli. Noi ripudiamo la guerra, l’Armenia vuole la pace”.
“La comunità internazionale fermi l’Armenia”(Il Giornale 04.06.21)
> SOLDATI DELL’AZERBAIGIAN INVADONO L’ARMENIAE la dittatura azera ricorre al vittimismo (Politicamentecorretto.it 06.06.21)
>> Giornalisti tra le vittime delle mine armene nei territori liberati del Nagorno-Karabakh (Politicamentecorretto.it 05.06.21)
La caduta dell’impero ottomano: le radici della politica di Erdogan (Analisidifesa 06.06.21)
In molti suoi recenti discorsi, il presidente turco Recep Erdogan (che sembra avere momentaneamente accantonato l’idea di entrare nella UE, eventualità d’altra parte remota in quanto la Turchia non ha ancora risolto la questione di Cipro, la cui parte settentrionale è stata occupata nel 1973; quella armena, relativa al riconoscimento ufficiale della strage compiuta tra il 1915 e il 1918, e quella curda, relativa alla concessione di un’autonomia politica e non solo amministrativa) ha rispolverato l’idea di “ricostruire una nuova Turchia sulle basi ideologiche panturaniche”.
Ma di che cosa si tratta? E soprattutto, in che modo il ‘panturanismo’ (movimento culturale e politico asiatico dei primi decenni del XX secolo, che aspirava alla fusione di tutte le popolazioni turaniche, comprese quelle dell’Asia centrale), potrebbe incidere positivamente sul rilancio del Paese anatolico? Innanzitutto, facciamo luce sul termine, assai poco noto.

All’inizio del XX secolo, il panturanismo, inteso come ideologia nazionalista, venne abbracciato dal Movimento dei Giovani Turchi impegnato nell’opera di modernizzazione e rafforzamento dell’ormai traballante impero ottomano. L’intento dei Giovani Turchi e di altre sette nazionaliste ottomane era quello di ‘occidentalizzare’ e ridare compattezza etnico-religiosa e politica all’impero e – contrariamente a quanto era stato tentato dai sultani tra il XIV e il XVII secolo – di estenderne nuovamente i confini in parte ad ovest, cioè verso i Balcani e l’Europa, ma anche in direzione delle regioni centro-asiatiche del mitico Turan.
A questo proposito, lo scienziato della politica Samuel Huntington, nel suo noto libro, Lo scontro delle civiltà, avvalora e giustifica di fatto questa ambizione, indicando proprio nella Turchia “il possibile stato-guida del mondo islamico, soprattutto centro-asiatico”. Eventualità, questa, che se dovesse verificarsi, potrebbe allontanare l’Anatolia dal Vecchio Continente. Pur continuando a rivolgersi principalmente all’Europa, il presidente turco Recep Erdogan sembrerebbe intenzionato a giocare una difficile partita su due tavoli, per preservare gli interessi filo-occidentali di parte dell’élite di governo, per non scontentare il “ventre” islamico del Paese e per proiettare le proprie ambizioni in direzione di un Califfato turco interessato ad inglobare vaste aree centro asiatiche turcofone.
In buona sostanza, da una parte egli desidera, infatti, continuare a puntare su Bruxelles, mentre dall’altra egli lavora per trasformare il suo paese in un nuovo “impero panturanico” moderno (si consideri il sostegno da lui dato nel maggio 2007 alla candidatura presidenziale di un elemento legato all’ala religiosa governativa, l’allora ministro degli Esteri Abdullah Gul, fortemente avversato dai militari), ma al contempo sensibile nei confronti delle revanches del variegato mosaico islamico mediorientale.
Come ha bene illustrato il professore Alessandro Grossato, docente di Storia ed istituzioni dell’Asia Meridionale presso l’Università di Trieste e Gorizia, oggi come oggi, soprattutto in vista dei nuovi accordi internazionali per la creazione di grandi oleodotti che dovrebbero dirottare l’oro nero dall’Asia Centrale all’Anatolia, la Turchia sta da tempo accelerando, attraverso intese economiche e culturali, un processo di penetrazione ( in realtà politica e ideologica) in quest’area strategica, giocando magari sui disaccordi esistenti tra le altre potenze (Cina, Russia, Stati Uniti): ipotesi che, tuttavia, Erdogan – attualmente impegnato nel consolidamento della sua leadership – sembra essere intenzionato a ‘mimetizzare’.
Pur vantando origini relativamente antiche, il panturanismo rappresenta ancora oggi un fondamentale aspetto dell’ideologia del Milliyetçi Hareket Partisi (o MHP, Movimento di Azione Nazionale), e specialmente della fazione ultranazionalista dei Bozkurtlar (i Lupi Grigi. Acceso sostenitore dell’ideale panturanico è anche un altro gruppo ultranazionalista e xenofobo, il Nizami Alem (l’Ordine dell’Universo), noto per avere fornito sostegno in funzione anti-russa agli indipendentisti ceceni e per essere legato alle organizzazioni fondamentaliste islamiche libanesi.
Effettivamente, negli anni Novanta, il panturanismo ha giuocato un ruolo piuttosto significativo nell’ispirare i primi capi della ribellione cecena contro il governo centrale di Mosca, anche se in seguito questo movimento separatista ha preferito spostarsi su posizioni jihadiste, legandosi ad organizzazioni fondamentaliste più vicine ai talebani afghani e ad Al-Qaida.
In precedenza, negli anni Settanta, a scoprire e ad utilizzare in funzione antisovietica lo “spirito panturanico” erano stati gli USA, e nella fattispecie l’entourage del presidente statunitense Jimmy Carter che si fece promotore di una crociata sotterranea a favore della rinascita panturanica: scelta dichiaratamente antirussa, poi perseguita da tutti gli altri leader della Casa Bianca, fino ad arrivare a George Bush senior.
È ormai noto come tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del secolo scorso – in concomitanza con l’invasione sovietica dell’Afghanistan e, successivamente, nel contesto della rivolta antimoscovita cecena – la CIA abbia appoggiato in maniera decisa sia i movimenti musulmani panturanici sia quelli jihadisti. E come successivamente la politica filoturanica del presidente George Bush abbia contribuito a rafforzare i legami di amicizia tra Washington e le repubbliche centro-asiatiche, sia in funzione antirussa, sia, questa volta, in funzione antifondamentalista islamica.
A questo proposito, gli americani avrebbero a quel tempo scelto la carta panturanica (e quindi filoturca) come mezzo per tentare di immunizzare una parte del mondo islamico dal “contagio” di Al-Qaida e dell’Isis, impegnate nella lotta armata contro l’Occidente e i governi musulmani apparentemente o realmente filo occidentali (come quelli di Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia). L’intento di Washington era quello di porre un argine (anche attraverso una politica filo panturanica e filo panturchista) ad un fenomeno politico-religioso che nella sua dimensione in quanto transnazionale sembra ormai avviato verso un’evoluzione globalizzatrice, coinvolgendo non tanto le istituzioni governative, ma soprattutto le masse diseredate del multiforme pianeta islam.
Come ha giustamente annotato la studiosa Valeria Fiorani Piacentini. “Se si esamina il mondo musulmano nel nuovo contesto neo-fondamentalista, si può evincere che negli anni immediatamente successivi alla fine del bipolarismo USA-URSS la vera minaccia alla sicurezza dell’islam nasceva non tanto dall’esterno – ossia da una possibile aggressione dell’Occidente – quanto dall’interno, ossia dall’islam stesso. (…) Il fenomeno del colonialismo tradizionale si era concluso nel 1991 con la disintegrazione dell’impero sovietico e la nascita delle nuove entità statuali caucasiche e centro-asiatiche. Uno scenario che lasciava intravedere uno scontro a livello di concezioni di statualità fra loro incompatibili all’interno dello stesso pensiero politico-strategico dell’islam. Da un lato si schierarono gli establishment sostenuti da una o altra potenza occidentale; dall’altro, si poneva una fascia d’opposizione non compartecipe al potere ma compartecipe del sapere tecnologico e delle tecnologie più avanzate di questo potere. Nel mezzo, stavano le ondeggianti masse dei diseredati, degli illusi, dei miserabili aggrappati alle certezze del sapere tradizionale”.
L’ingresso nel nuovo millennio ha messo quindi le leadership dei paesi musulmani di fronte alla necessità, non più procrastinabile, di adeguare i propri sistemi di potere a fronte dell’incalzare dei modelli occidentali: una situazione che di fatto li ha però posti fra l’incudine e il martello. “L’incudine rappresentata da un islam risorgente e insorgente che ha accesso alle tecnologie del nuovo millennio e che gode del sostegno delle masse, e il martello rappresentato da un processo di modernizzazione secolarizzante imposto dall’esterno, si veda il “modello turco”. In questo contesto, il rischio è rappresentato da una serie di rivoluzioni fondamentaliste a catena. E il tutto nonostante l’esistenza, vedi la Turchia, di modelli istituzionali di stampo “occidentale”.
Tratto dal libro di Alberto Rosselli: “La caduta dell’impero ottomano”
Armenia – Azerbaijan, di crisi in crisi (Osservatorio Balcani & Caucaso 04.06.21)
Non accenna a diminuire la crisi post guerra tra Armenia e Azerbaijan. A preoccupare le frequenti tensioni in luoghi di frontiera, ridisegnata dopo il conflitto. Ancora incerte le sorti dei prigionieri sulle quali è intervenuto recentemente il Parlamento europeo con una sua risoluzione
La crisi di Syunik, punta dell’iceberg del potenziale contenzioso fra Armenia e Azerbaijan, è scoppiata il 12 maggio, e da allora rimane irrisolta. In queste settimane la crisi frontaliera si è acutizzata con varie criticità ed episodi violenti anche in altre località. Il 18 maggio il ministero della Difesa armeno ha confermato le voci che stavano circolando sui social network e sui media di scontri a Vardenis , nella provincia di Gegharkunik dove nei giorni seguenti è stato registrato un incremento di tensione.
I social media sono stati co-attori in questa escalation di tensione: vi sono questioni irrisolte relative alla demarcazione del confine fra i due paesi e alla prossimità degli eserciti che – data l’animosità reciproca – risultano in scontri fra gruppi di soldati che letteralmente si imbattono gli uni negli altri mentre procedono a mettere in sicurezza quelle che ritengono le proprie parti di territorio. Questi episodi circolano immediatamente attraverso i social insieme allo sdegno nelle relative opinioni pubbliche. E questo acuisce il conflitto.
È diventato ad esempio virale il video dell’allontanamento in malo modo di un soldato armeno da Vardenis, ripreso dai soldati azeri e indicato come allontanamento dalla regione di Kalbajar, una delle regioni della cintura di sicurezza riconquistate nel 2020. Più volte le istituzioni armene hanno invitato ad astenersi da far circolare video e informazioni che possono contribuire a creare tensione e rabbia sociale, se non addirittura procurati allarmi. È un processo che segue tutti i conflitti e che non sta certo risparmiando la società armena che deve fare i conti con una crescente ansia per la situazione alle proprie frontiere.
Il 20 maggio, dopo un paio di giorni, di nuovo a Gegharkunik, uno scontro fra soldati ha causato 11 feriti dalla parte armena e un non precisato numero da quella azera. Il 25 maggio, sempre a Gegharkunik, un soldato armeno ha perso la vita dopo essere stato raggiunto da uno sparo. La parte azera ha negato la responsabilità nell’episodio. Ha anzi accusato l’Armenia di stare deliberatamente causando una escalation di tensione lungo i confini per motivi di politica interna, in vista delle prossime elezioni, e di portare avanti ricorrenti provocazioni lungo il confine o nelle aree riconquistate.
Fra le aree interessate da colpi sparati da parte armena ci sarebbe Shusha, che rimane una mela avvelenata nei rapporti fra le parti armena, azera e karabakhi.
I prigionieri
È un quadro che presenta molti elementi critici: ci sono villaggi divisi in due e infrastrutture condivise, prossimità fisica fra eserciti armati in assenza di buffer zone o forze di interposizione, questioni che non hanno ancora una soluzione politica e nemmeno un meccanismo di confronto concordato. Non solo per il Nagorno Karabakh ma anche per quello che sta diventando il nuovo oggetto del contendere, cioè la delimitazione e demarcazione dei confini diretti tra i due paesi. In questo quadro è largamente prevedibile che gli episodi si facciano sempre più ricorrenti e gravi.
Ed infatti il 27 maggio è stata di nuovo una data critica. Sei soldati armeni sono stati fermati e tratti in arresto dall’esercito azero. Di nuovo le loro foto sono state veicolate sui media. Le parti hanno ricostruzioni molto differenti di quello che sarebbe accaduto.
Secondo il ministero delle Difesa dell’Azerbaijan si sarebbe trattato di un gruppo di sabotatori armeni intercettati nella regione di Kalbajar mentre minavano il terreno. Il ministero ha anche reso note le coordinate dell’incidente per dimostrare che si è tenuto in territorio azero.
Secondo gli armeni, mappa alla mano, il gruppo di sei sarebbe stato accerchiato in territorio armeno e poi trasportato nell’area riconquistata. Il vice Capo di Stato Maggiore dell’Armenia ha sostenuto che due avamposti azeri si erano insediati uno a 1,5 km e l’altro a 2.5 km in territorio armeno e il gruppo di sei si era incuneato fra i due per evitare che potessero consolidare la nuova linea difensiva. Secondo la stima dello Stato Maggiore il numero di soldati azeri che attualmente si troverebbero su territorio armeno sarebbe di circa un migliaio.
Quanto avvenuto aggiunge benzina sul fuoco sulla questione della sorte dei prigionieri di guerra. Secondo l’Azerbaijan questo gruppo di sei si unisce ad altri armeni fermati dopo la firma della dichiarazione trilaterale (russa-armena-azera con cui si è negoziato il cessate il fuoco), quindi o terroristi o sabotatori perché la guerra è interrotta. Secondo l’Armenia sono prigionieri di guerra e insieme agli altri devono essere rimpatriati senza precondizioni.
Intervento dell’Europarlamento
Sulla questione dei prigionieri si sono espressi in queste settimane vari attori internazionali. A inizio del mese di maggio un gruppo di europarlamentari ha scritto alle principali istituzioni europee chiedendo di esercitare pressione per il rilascio di 72 prigionieri fermati dopo la dichiarazione trilaterale, 112 persone di cui non si sa la sorte, e 61 persone che risulterebbero in mano azera, ma di cui l’Azerbaijan nega la presenza sul proprio territorio.
Il 20 maggio l’Europarlamento ha approvato con 607 voti a favore, 27 contrari e 54 astensioni una risoluzione sui prigionieri di guerra che “chiede il rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri armeni, militari e civili, detenuti durante e dopo il conflitto, e che l’Azerbaijan si astenga dal procedere in futuro a detenzioni arbitrarie; esorta le parti ad attuare pienamente la dichiarazione tripartita di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, che prevede uno scambio di prigionieri di guerra, di ostaggi e di altri detenuti, nonché delle spoglie di coloro che sono stati uccisi durante le ostilità”.
Questo materiale è pubblicato nel contesto del progetto “Parlamento dei diritti 3”, cofinanziato dall’Unione europea (UE) nel quadro del programma di sovvenzioni del Parlamento europeo (PE) per la comunicazione. Il PE non è in alcun modo responsabile delle informazioni o dei punti di vista espressi nel quadro del progetto. La responsabilità sui contenuti è di OBC Transeuropa e non riflette in alcun modo l’opinione dell’UE. Vai alla pagina “Il Parlamento dei diritti 3”.
Chiesa degli Armeni, un piano per il rilancio dello storico edificio di via della Madonna (Livornotoday 02.06.21)
All’apparenza quelli depositati all’ingresso di villa Fabbricotti, in prossimità dell’entrata di via Pilo Albertelli, sono ‘solo’ dei pezzi di marmo. Ma in realtà rappresentano dei veri e propri frammenti della storia armena. Parti integranti, fino a qualche decennio fa, dell’edificio che sorge lungo via della Madonna, a due passi dal Comune e a pochi metri dalla Venezia. Proprio quella chiesa degli Armeni sulle cui condizioni, martedì scorso, 1 giugno, si è discusso nell’ambito della seduta della settima commissione consiliare, presieduta dalla consigliera Eleonora Agostinelli. Presenti, per l’occasione, oltre all’assessore alla Cultura, Simone Lenzi, anche Giangiacomo Panessa e Olimpia Vaccari, scrittori, storici e profondi conoscitori delle vicende.
Chiesa degli Armeni, il Comune studia il piano per il rilancio
E un primo passo, proprio per cercare di dare un nuovo slancio culturale all’edificio, valorizzandolo, potrebbe essere proprio quello di cercare di imboccare la strada per riportare quei marmi di villa Fabbricotti all’interno della chiesa di via della Madonna. Con, sullo sfondo, la possibilità di poter strutturare un progetto destinato a far sì che questo patrimonio storico di natura multiculturale non vada disperso e, anzi, possa essere nuovamente stimolato grazie, perché no, alla creazione di una sorta di “laboratorio permanente – come ha detto l’assessore Lenzi – in grado di mettere in relazione i grandi filoni storici di quella che è l’eredità culturale della città”.
“Un gioiello in un punto strategico”
A dare il ‘la’ al dibattito è stata l’interpellanza presentata sul tema da parte dei consiglieri del Partito Democratico. “A Livorno – ha detto lo scrittore e storico Panessa – è stato saccheggiato il patrimonio delle comunità straniere. Anche per questo il poter fare della chiesa degli Armeni un punto di riferimento vorrebbe dire rappresentare la rinascita di una visione interculturale. È un gioiello – ha sottolineato – incastonato in mezzo ad altri molto preziosi e posizionato in un punto strategico, e per cercare di valorizzarlo potrebbero essere coinvolti anche i giovani e le scuole”. “Questa città – ha quindi evidenziato l’assessore Lenzi durante la discussione – ha una storia unica che si incarna in vari monumenti, tutti testimonianza di una pluralità di anime, di un patrimonio sul quale si deve far forza”.
Un piano, quello per riportare in auge la chiesa degli Armeni, che potrebbe trarre esempio da quello messo a punto per la chiesa degli Olandesi. La struttura di via della Madonna, infatti, avrebbe necessità di una verifica dello stato della facciata, del portone d’ingresso e delle condizioni in cui versa l’interno dell’edificio. “Ogni progetto che possa coinvolgere la chiesa degli Armeni, destinato al reperimento delle risorse, troverà certamente in me un alleato sicuro” ha detto Lenzi, sottolineando però un aspetto evidentemente non secondario, ovvero il fatto che l’edificio di via della Madonna non sia di proprietà del Comune. Il sasso, però, è lanciato, e presto potrebbe prendere il via un percorso destinato proprio ad accendere i riflettori su questo gioiello della nostra città.
Appello di Macron per preservare i santuari cristiani e musulmani nel Nagorno-Karabakh (Sputniknews 01.06.21)
“Sebbene il cessate il fuoco tiene generalmente nel Nagorno-Karabakh, molto resta da fare. E la Francia è pronta a continuare il suo sostegno alla popolazione. Sto parlando della necessità di liberare tutti i prigionieri… della revoca delle restrizioni sull’accesso delle organizzazioni umanitarie internazionali e sui gravi problemi nelle aree minate”, ha detto ai giornalisti Macron prima di incontrare il premier armeno Nikol Pashinyan, arrivato a Parigi in visita ufficiale.


