Aladura, la memoria del genocidio degli Armeni (Il Friuli 17.11.21)
Giovedì 18 novembre, all’Auditorium Vendramini, ‘viaggio’ attraverso il diario di una donna armena vissuta nei primi decenni del 1900 e testimone della tragedia di un popolo
Dopo la preziosa testimonianza di Lidia Maksymowicz, Aladura, giovedì 18 novembre alle 20.30 all’Auditorium Vendramini, propone la memoria del genocidio degli Armeni attraverso il diario di una donna armena vissuta nei primi decenni del 1900 e testimone del genocidio armeno. Un prezioso documento che in Francia è stato accostato al diario di Anna Frank …
L’incontro vedrà protagoniste due donne, Antonia Arslan e Anny Romand, la prima scrittrice e saggista italiana di origine armena, autrice di numerosi saggi, è particolarmente conosciuta per il romanzo “La masseria delle allodole” (2004); la seconda scrittrice e traduttrice e autrice del libro “Mia nonna d’Armenia” (La Lepre Edizioni, 2020).
Nel 2014, riordinando le cose di famiglia, Anny Romand scopre un quaderno di settanta pagine di cui non sapeva nulla. Scritto da sua nonna nel 1915 in armeno, francese e greco, racconta il viaggio di un gruppo di donne e bambini armeni sulle strade dell’Anatolia, verso il deserto e la morte. Nel libro vengono pubblicati alcuni estratti di quel quaderno, in parallelo con le conversazioni che l’autrice aveva con la nonna che l’ha cresciuta. Confrontando il ricordo di quelle conversazioni con le terribili descrizioni del quaderno, Anny Romand rivive l’infinito dolore degli Armeni, filtrato attraverso gli occhi di una bambina. L’innocenza di fronte all’orrore. “Quando avevo otto anni mia nonna mi raccontava la sua storia, la storia tragica del massacro degli armeni, avvenuto cinquant’anni prima. Ero la sola ad ascoltarla, affascinata e sconvolta. Mia madre era molto contrariata quando ci trovava in lacrime, una nelle braccia dell’altra: la farai impazzire, questa bambina! …Ma dal racconto di mia nonna emergeva una giovane donna colta, bella, raffinata e libera. Vorrei condividere con voi quel racconto”.
Armenia-Azerbaijan: Yerevan annuncia il cessate il fuoco (Rassegna stampa 16.11.21)
“Tra il silenzio dei nostri partner della comunità internazionale, l’Azerbaijan e i suoi sostenitori continuano le loro azioni aggressive”, ha detto Nikol Pashinyan, Primo ministro armeno. “La mia Mvalutazione è inequivocabile: l’Azerbaigian e i suoi sostenitori stanno prendendo di mira la nostra sovranità, la nostra statualità, la nostra indipendenza”.
Di tutt’altra opinione Baku: “Per prevenire un attacco da parte delle forze armate armene, le nostre unità nel sud ovest hanno immediatamente preso delle misure”, ha dichiarato Anar Aivazov, portavoce del Ministero della Difesa azero. “Inizialmente, è stato limitato il movimento degli armeni, danneggiando anche i loro mezzi. Il dispositivo anticarro armeno e il mortaio sono stati distrutti”.
L’anno scorso migliaia di persone sono morte durante il conflitto tra Armenia e Azerbaijan, per il territorio conteso del Nagorno-Karabakh. Conflitto conclusosi grazie a un accordo di pace mediato dalla Russia, ma che non ha spento del tutto le tensioni.
Armenia: 15 militari uccisi negli scontri a fuoco con le forze azere (TGCOM24 )
Nagorno: Ue a Azerbaigian e Armenia, subito de-escalation (Ansa)
La mediazione della Russia ferma gli scontri tra Armenia e Azerbaigian (Antidiplomatico)
In atto un’operazione turco-azera per annientare l’Armenia e l’Artsakh. Oggi nuova aggressione sul territorio armeno. Assordante silenzio dell’Unione Europea disinteressata (Korazym)
Armenia-Azerbaigian: Erevan chiede intervento russo per proteggere sua integrità territoriale (Novanews)
Armenia e Azerbaigian. Scontri e morti al confine: Erevan chiede intervento Russia (Antidiplomatico)
Armeni-Azerbaigian: Farnesina, Italia accoglie con favore accordo per cessate il fuoco (Lapresse)
Quindici armeni furono uccisi e scoppiò di nuovo il conflitto con l’Azerbaigian (Tgcomnews24)
La narrazione agit-prop della diplomazia azera, alla luce delle parole di odio contro gli Armeni dell’arrogante dittatore guerrafondaio, ad un anno dalla fine della sua guerra contro l’Artsakh (Korazym)
Armenia: cessate il fuoco con Azerbaigian grazie a mediazione russia (LaPresse)
Armenia, ministero Difesa denuncia: 12 soldati catturati al confine con l’Azerbaigian (Sputnik)
Nagorno-Karabakh: Farnesina, bene cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian
Nagorno-Karabakh: Putin e Raisi ritengono inaccettabile cambiamento situazione geopolitica Caucaso (Antidiplomatico 16.11.21)
Russia e Iran si avvicinano sempre più. La parte iraniana è pronta a concludere un accordo a lungo termine sulla cooperazione globale con la Russia, ha dichiarato il presidente iraniano Ebrahim Raisi durante una conversazione telefonica con il suo omologo russo Vladimir Putin.
“Siamo pronti a concludere il documento sulla cooperazione globale a lungo termine tra i due paesi al fine di accelerare il processo di ulteriore espansione dell’interazione bilaterale”, ha affermato il servizio stampa presidenziale citando il leader iraniano.
Una vicinanza che si conferma anche su temi molto caldi come il riaccendersi del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. I due leader ritengono inaccettabile qualsiasi cambiamento di confine in Caucaso. Putin e Raisi hanno fatto sapere di ritenere qualsiasi cambiamento della situazione geopolitica e dei confini dei Paesi della regione caucasica come inaccettabile.
A tal proposito Putin ha espresso la propria preoccupazione per l’attuale situazione nel Nagorno-Karabakh, affermando che sia necessario aumentare il livello di fiducia e cooperazione nel Caucaso, attraverso l’implementazione del meccanismo di consultazione nel formato 3+3, in merito al quale il presidente russo ha espresso speranza circa il sostegno dell’Iran.
Nagorno Karabakh. Il punto di vista dell’ambasciatore armeno in Vaticano (Faro di Roma 16.11.21)
“L’Armenia chiede ai partner internazionali di condannare fermamente le azioni dell’Azerbaijan contro la pace e la sicurezza nella regione. La soluzione sarebbe il ritiro completo e incondizionato delle forze militari azerbaijane dal territorio dell’Armenia”. Lo afferma Garen A. Nazarian, ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede, in risposta alle dichiarazioni del suo omologo azero.
“Mentre l’Azerbaijan parla di pace, le sue forze militari – sostiene Garen A. Nazarian – compiono attacchi e incursioni al confine orientale del territorio sovrano armeno, causando nuove morti e distruzione. È questa la continuazione della costante politica dell’Azerbaijan di occupazione dei territori armeni, cominciata lo scorso maggio a Syunik e Gegharkunik”.
Secondo L’Ambasciatore armeno, “sulla base della Carta delle Nazioni Unite, l’Armenia ha il diritto di adottare tutte le misure atte a respingere l’uso della forza contro la sovranità e l’integrità del suo territorio”. Mentre, secondo il diplomatico, “per quel che riguarda i prigionieri di guerra, l’Azerbaigian continua a nascondere il numero reale dei prigionieri di guerra armeni. Inoltre, i processi simulati e l’emissione di lunghe condanne per false accuse contro i prigionieri di guerra illustrano la politica di odio anti-armena e la campagna diffamatoria adottata e promossa in Azerbaigian ai massimi livelli’.
“Questo atteggiamento o, meglio, la politica di discriminazione razziale che persiste in Azerbaigian da decenni si è manifestata più chiaramente – conclude l’ambasciatore armeno – durante la guerra dello scorso anno, che nel corso di 44 giorni ha portato a violazioni diffuse e sistematiche del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani”.
L’Azerbaigian chiede aiuto al Vaticano per avviare un dialogo di pace con l’Armenia. Ambasciatore Mustafayev: soluzione per Nagorno Karabakh nell’ambito del diritto internazionale
“L’Azerbaigian vuole approfondire la cooperazione con il Vaticano: lo riteniamo un ponte essenziale”, ha assicurato l’ambasciatore azerbaigiano in Vaticano, Rahman Mustafayev, che ha incontrato alcuni giornalisti in vista dell’apertura a Roma della nuova ambasciata presso la Santa Sede. “Siamo in contatto con i leader religiosi di varie confessioni e posso dire con certezza non ci sono mai state incomprensioni dal punto di vista religioso in Azerbaigian. Lo dimostra il fatto che una nostra delegazione che è stata in visita in Vaticano lo scorso febbraio è composta da cattolici, ortodossi, musulmani e rappresentanti di altre confessioni”, ha detto l’ambasciatore. “I nostri leader religiosi sono in contatto con le loro controparti in altri Paesi. Questo è un ponte essenziale per noi”, ha insistito.
“L’Azerbaigian ha agito sulla base del diritto internazionale, seguendo i dettami dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Tutto ciò che è stato fatto è liberare secondo i nostri diritti il territorio occupato dal 1991”, ha spiegato Mustafayev. “In Francia ci sono alcuni esponenti politici che sostengono che quella fra Armenia e Azerbaigian è stata una guerra religiosa. Io in più di un’occasione ho chiesto ai parlamentari che si sono espressi in questo senso di fornirmi delle spiegazioni in merito. Prima della guerra degli anni Novanta nella regione c’era una comunità multireligiosa e multietnica, c’erano moschee e chiese, un gruppo di persone che copriva 48 minoranze etniche”, ha sottolineato l’ambasciatore. “In Armenia il 99,9 per cento delle persone è armena e non c’è multiculturalismo. A Baku, in uno dei quartieri più importanti, abbiamo una moschea e una chiesa che sono vicine fra loro, e questo è un esempio del nostro approccio multireligioso. Noi vogliamo rafforzare questo aspetto che è già tipico nel nostro Paese”, ha chiarito l’ambasciatore.
Un trattato di pace fra Azerbaigian e Armenia sarebbe la risposta a tutti i problemi della regione del Caucaso, ha aggiunto Mustafayev, nel corso della conferenza stampa. “Dobbiamo innanzitutto delimitare i nostri confini e siglare un accordo di pace. Ci sono stati degli incontri a livello di ministri degli Esteri, mediati dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Molto è stato fatto e noi abbiamo consegnato una bozza del piano di pace per cui stiamo aspettando una risposta”, ha aggiunto l’ambasciatore. “Abbiamo bisogno di una soluzione. L’Armenia è un nostro vicino e sotto certi aspetti dipende anche da noi per quanto riguarda i collegamenti internazionali e i trasporti. Ci sono delle problematiche nella regione ma dobbiamo affrontarle trovando un accordo di pace”, ha proseguito Mustafayev.
“L’Armenia ha fornito dei segnali positivi, e di segnali di questo tipo ne abbiamo bisogno anche a livello internazionale. Dobbiamo assolutamente mandare un messaggio positivo e ho chiesto anche al Vaticano di esprimersi in tal senso perché è importante raggiungere questa pace”, ha continuato il diplomatico osservando che “l’Azerbaigian e l’Armenia non possono essere separati l’uno dall’altro perché sono confinanti, non possono trovare delle strade diverse. Dobbiamo trovare il modo per comunicare. Io penso che prima o poi si troverà un accordo e che riusciremo a portare stabilità nella regione. Dobbiamo farlo attraverso la diplomazia e la politica e il Gruppo di Minsk dell’Osce (l’organismo preposto a mediare fra i due Paesi) si sta già adattando a questa nuova situazione nella regione”, ha concluso Mustafayev.
L’Azerbaigian – ha sostenuto il diplomatico – ha restituito all’Armenia tutti i prigionieri di guerra catturati durante il conflitto dello scorso anno. Lo ha detto l’ambasciatore azerbaigiano presso la Santa Sede, Rahman Mustafayev, nel corso di una conferenza stampa a Roma. “Quando parliamo di prigionieri di guerra ci si riferisce a coloro che sono stati catturati durante il conflitto. Le persone arrestate dopo la firma dell’accordo trilaterale del 9 novembre, invece, sono criminali. Il Gruppo di Minsk dell’Osce (l’organismo preposto a mediare fra i due Paesi) non ha mai fatto menzione di queste persone”, ha detto Mustafayev. “Dopo la firma degli accordi ci sono state delle indagini e posso garantire che tutti i prigionieri di guerra sono stati mandati a casa. Durante le nostre attività di ricerca post belliche, inoltre, abbiamo trovato circa 1.500 corpi di cittadini armeni e due cittadini azerbaigiani sono morti in queste attività”, ha spiegato l’ambasciatore, affermando che qualsiasi insinuazione sui prigionieri di guerra è “mera propaganda”.
Armenia-Azerbaigian: ambasciatore Nazarian, questione prigionieri di guerra resta irrisolta (Agenzia Nova 15.11.21)
Roma, 15 nov 19:42 – (Agenzia Nova) – L’Armenia e la co-presidenza del Gruppo di Minsk dell’Osce hanno ripetutamente sollevato la situazione dei prigionieri di guerra armeni e degli ostaggi civili detenuti dall’Azerbaigian contrariamente e in violazione dei requisiti del diritto umanitario internazionale e della dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco del 9 novembre 2020: questa è la questione più urgente relativa alla citata dichiarazione trilaterale che rimane tuttora irrisolta. È il commento dell’ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Garen Nazarian, in risposta alle dichiarazioni dell’omologo azerbaigiano, Rahman Mustafayev, rilasciate oggi nel corso di una conferenza stampa a Roma. “Riconosciamo e ringraziamo quelli dei nostri partner internazionali che continuano a sollevare questo problema a livello bilaterale e in sedi multilaterali, inclusa la Santa Sede che invita l’Azerbaigian a rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto umanitario internazionale e della dichiarazione trilaterale e a rilasciare tutti i prigionieri di guerra e ostaggi civili in sua custodia”, ha detto Nazarian. (segue) (Res)
Azerbaigian-Armenia: ambasciatore Mustafayev, durante conflitto applicato diritto internazionale
Azerbaijan: libertà religiosa, solo quando serve (Osservatorio Balcani e Caucaso 15.11.21)
Le comunità religiose dell’Azerbaijan hanno sostenuto la guerra, e non erano sole: il conflitto ha trovato ampio supporto tra tutti gli strati sociali del paese. La guerra ha unito cittadini, governo e militari di fronte al “nemico esterno”.
Si stima che la popolazione dell’Azerbaijan sia per il 95% musulmana (maggioranza sciita con una larga minoranza sunnita), i praticanti attivi però rappresentano solo una piccola parte. Per molti di quei credenti la guerra non ha riguardato solo il patriottismo e la difesa della patria ma ha goduto di una vera e propria “approvazione divina”.
Questo è il motivo per cui il clero si è recato spesso presso le unità militari a predicare il “martirio” e la “santità della madrepatria”.
Molti giovani credenti si sono offerti volontari per combattere ed adempiere ai loro “doveri divini”. A dimostrarlo ci sono i filmati delle unità militari e dei campi di battaglia, con momenti di preghiera comunitaria durante i combattimenti e i soldati riuniti per ascoltare la marsiya.
Ovviamente, per la maggior parte della popolazione dell’Azerbaijan, non si trattava solo di una guerra santa, ma anche di un conflitto territoriale e politico; infatti molti filmati mostravano soldati che bevevano vino e mangiavano carne di maiale. Questo però non cambia il fatto che l’Islam fosse una fonte di motivazione per i soldati che ogni giorno affrontavano la possibilità reale di morire.
Nonostante l’Azerbaijan sia un paese laico, l’identità islamica è diventata uno dei connotati principali della narrazione del governo durante le ostilità. Ad esempio, rituali islamici erano utilizzati simbolicamente per suggellare le vittorie militari e la riconquista delle città alle truppe armene.
Durante la guerra tra gli azeri vi era grande speranza che la vittoria avrebbe portato un cambiamento radicale nel paese. Speravano che la vittoria avrebbe portato con sé un aumento dei redditi, la fine della corruzione, un governo attento nei confronti dei suoi cittadini, e via dicendo.
Secondo questa logica, occupando i territori circostanti il Nagorno Karabakh, l’Armenia aveva rotto l’armonia fondamentale per il corpo politico dell’Azerbaijan, causando una disarmonia che è diventata la radice dei mali sociali dell’Azerbaijan. Riguadagnando le terre prese dall’Armenia, l’armonia e la completezza sarebbero state restaurate e tutti i problemi sarebbero stati risolti.
Mentre le speranze spesso utopiche per il futuro post-bellico dell’Azerbaijan erano molto varie, le aspettative di molti devoti musulmani erano abbastanza specifiche. Speravano che la fine del conflitto avrebbe portato a una normalizzazione dei rapporti tra stato e religione.
Oggi, quasi un anno dopo lo scoppio della guerra, è chiaro che quest’ultima non sia stata la panacea che molti speravano e pensavano potesse essere. Mentre il presidente Ilham Aliyev rimane popolare, la tensioni sociali dovute alle aspettative disattese stanno crescendo. In questo contesto, sono le aspettative disattese dei devoti azeri, sebbene relativamente modeste, che possono divenire i semi di una futura crisi.
Un inasprimento della legge
Nel mese di maggio 2021 l’Azerbaijan ha modificato la legge sulla religione imponendo nuove restrizioni alle comunità religiose. Secondo le nuove modifiche, le comunità senza un “centro religioso” non sono più autorizzate a concedere titoli o gradi religiosi al clero, a richiedere il permesso di avere come leader religiosi dei cittadini stranieri, a istituire scuole di educazione religiosa o ad organizzare visite dei propri fedeli a santuari e luoghi religiosi all’estero.
Inoltre sono state imposte restrizioni più dure sugli eventi religiosi di massa all’aperto; cerimonie come preghiere comunitarie e commemorazioni possono svolgersi solo in luoghi di culto o santuari.
In Azerbaijan vi sono stati problemi in termini di libertà di coscienza fin dall’indipendenza del paese. Ad esempio, scattare una foto per il passaporto o la carta d’identità indossando il velo è ancora un problema per le donne. Kamal Rovshan, studentessa 24enne, ha lanciato una campagna social all’inizio di quest’anno per accrescere la consapevolezza riguardo a questa problematica.
“In paesi dove non c’è una maggioranza islamica, come Russia e Germania, le donne possono utilizzare una foto con il velo; in un paese come l’Azerbaijan invece, dove la maggioranza della popolazione è islamica, è imbarazzante che questo non sia permesso” spiega in un video caricato su Facebook. “Potrà essere una problematica minore, ma ci dà fastidio.”
Sebbene il Difensore dei Diritti Umani dell’Azerbaijan abbia sollevato la tematica in parlamento nel marzo 2021, nessun progresso è ancora stato fatto.
Precedenti tentativi delle autorità di affrontare la questione dell’Islam e della sua influenza nel paese comprendevano restrizioni all’utilizzo di simboli religiosi, un controllo fermo sulle procedure di registrazione di istituti religiosi e – negli ultimi anni – la chiusura di diverse moschee.
La posizione rigorosa del governo è visibile nella regolazione del volume dell’adhan (la chiamata alla preghiera, ndr) e del controllo della diffusione di letteratura religiosa e nel divieto ad utilizzare il velo nelle scuole pubbliche.
L’Ufficio per la libertà religiosa internazionale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha condannato i recenti emendamenti alla Legge sulla religione descrivendoli come una “violazione degli standard internazionali”. L’Azerbaijan è uno dei dodici paesi nella loro “Special Watch List”.
Nel suo report più recente il Dipartimento rileva che: “Il governo continua a imprigionare personaggi legati all’attivismo religioso”. Un gran numero di prigionieri politici nel paese sono attivisti sciiti.
Il discorso islamico ufficiale
Il discorso ufficiale sottolinea la distinzione tra Islam “tradizionale” e “non tradizionale”. Il cosiddetto Islam “non tradizionale” è percepido come “distruttivo”, “politico” e “esportato da interessi esteri”.
Al contrario, l’Islam “tradizionale” è definitico come “non politico”, “nato in Azerbaijan” e “non importato”.
Sebbene la lotta al radicalismo sia portata avanti in molti paesi, qui c’è una grande differenza. Nella maggior parte dei paesi, il contro-radicalismo è perseguito incoraggiando inclusione e partecipazione sia sociale che politica, scongiurando così le rimostranze delle minoranze. Nell’approccio della autorità dell’Azerbaijan non vi è nulla di questo.
L’Azerbaijan non persegue affatto una strategia “dei cuori e delle menti”, ma si basa solo su azioni repressive per combattere l’estremismo violento e la radicalizzazione ai sensi della legge “Sulla lotta al terrorismo”.
Le autorità sostengono che misure così pesanti sono necessarie per impedire che il radicalismo straniero si diffonda nel paese. Le statistiche dimostrano che tali affermazioni sono esagerate.
Secondo una ricerca del 2016 del Pew Research Centre, gli azeri sono i meno favorevoli alla sharia tra i cittadini degli stati a maggioranza islamica, con solo l’8% della popolazione che crede che essa dovrebbe sovrastare la legge civile.
Ci sono poche prove che suggeriscono che l’idea di un governo teocratico sarebbe popolare in Azerbaijan, anche se alcuni intervistati potrebbero non essere stati completamente aperti nell’esprimere le loro opinioni.
Inoltre, in tempi recenti, c’è stata un solo caso dovuto all’Islam violento radicale, ossia l’attacco del 2008 alla Moschea di Abu Bakr a Baku, quando una granata lanciata durante l’ora della preghiera uccise due fedeli e ferì una dozzina di persone, tra cui l’imam. Si ritiene che l’attacco sia stato compiuto dal gruppo jihadista Forest Brothers, come conseguenza di un disaccordo ideologico tra due correnti salafite.
Il malcontento di Nardaran e Ganja, d’altra parte, dovrebbe essere visto come una ricerca di giustizia sociale.
In ogni caso, le restrizioni sopra menzionate sono in contrasto con la costituzione, la quale garantisce ai cittadini il diritto alla libertà di assemblea e di coscienza, la presunzione di innocenza e l’uguaglianza indipendentemente dalla confessione religiosa a cui si appartiene. Se ci sono degli estremisti che abusano di queste libertà, essi dovrebbero essere processati in modo equo e ritenuti responsabili. Quello che è sbagliato e inefficace è utilizzare misure contro l’intera comunità solo perché alcuni dei suoi membri potrebbero essere coinvolti in attività illegali.
Solo un reale rispetto per la diversità di opinioni, credenze e stili di vita può portare l’Azerbaijan su una strada più democratica. Limitazioni sproporzionate della libertà religiosa e marginalizzazione delle voci dissenzienti può, al contrario, portare alla radicalizzazione e alla fine favorire l’auto avverarsi della profezia. Alla luce dell’esperienza di altri paesi a maggioranza islamica, l’attuale politica non è di buon auspicio per l’Azerbaijan.
Nagorno-Karabakh: vicepremier armeno, Azerbaigian continua a boicottare gli accordi raggiunti (Agenzia Nova 12.11.21)
Nel Regno Unito e in Israele nuove proposte di legge per sancire il riconoscimento del Genocidio armeno (Agenzia Fides 12.11.21)
Anche in Israele, martedì 9 novembre, alcuni rappresentanti dei Partiti d’opposizione hanno presentato al Parlamento israeliano un disegno di legge proponendo che la Knesset riconosca ufficialmente come “genocidio” i massacri sistematici di armeni perpetrati in Anatolia negli anni 1914/1916, e il 24 aprile di ogni anno diventi anche in Israele la giornata di commemorazione delle vittime di quei massacri. La proposta di legge è stata presentata da un gruppo trasversale di parlamentari appartenenti ai Partiti Shas e Likud.
Non è la prima volta che vengono presentate al Parlamento israeliano proposte di legge volte a sancire il riconoscimento ufficiale del Genocidio armeno da parte dello Stato ebraico. Nel giugno 2018, il Parlamento israeliano annullò all’ultimo minuto il voto che era stato messo in agenda per chiedere il riconoscimento del Genocidio armeno (vedi Fides 26/6/2021). Era stata la stessa Tamar Zandberg, presentatrice del disegno di legge e leader del Partito Meretz, a ritirare la proposta, dopo che la coalizione di governo e il Ministero degli Esteri avevano chiesto di togliere dal testo in discussione l’espressione “Genocidio” per sostituirla con le parole “tragedia” o “orrori”. Nel febbraio dello stesso anno, il Parlamento israeliano aveva di fatto respinto un progetto di legge presentato da Yair Lapid, rappresentante del partito centrista e laico Yesh Atid, che avrebbe ufficializzato il riconoscimento da parte di Israele del “Genocidio armeno”. (GV) (Agenzia Fides 12/11/2021)
Armenia: proteste contro valico doganale azerbaigiano, arresti nel centro di Erevan (Agenzia Nova 11.11.21)
Erevan, 11 nov 09:27 – (Agenzia Nova) – La polizia armena ha arrestato un centinaio di persone durante una manifestazione in corso di fronte a un edificio governativo a Erevan. I dimostranti stanno manifestando il loro dissenso contro l’istituzione di un valico doganale dell’Azerbaigian lungo un’autostrada che collega l’Armenia all’Iran. L’Azerbaigian da mesi ha di fatto acquisito il controllo dell’autostrada Goris-Kapan, una direttrice di vitale importanza per la consegna delle merci iraniane in Armenia. (Rum)
