Armenia-Azerbaijan, si torna a sparare (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.11.21)

Fra Armenia e Azerbaijan è di nuovo scontro e di nuovo un cessate-il-fuoco che probabilmente avrà ripercussioni sui processi di normalizzazione regionale. A luglio scorso, dopo scontri sul confine, si erano interrotti i gruppi di lavoro per l’apertura delle comunicazioni e dei trasporti regionali, solo recentemente erano ripartiti. Fino a questa nuova escalation di violenza.

Cosa è successo

Le notizie hanno cominciato a circolare da ambo i lati del confine il 16 novembre confermando spostamenti di truppe, scontri in vari tratti del confine armeno – azero, che abbiamo più volte indicato come la nuova mela della discordia, ma in particolare vicino al lago Sev a Sjunik, area sensibile dove è iniziata la crisi transfrontaliera. Dalla mattina alla sera si sono rincorsi i comunicati stampa dei ministeri degli Esteri armeni e azeri su vari incidenti a Kalbajar, Lachin, Gadabay, Tovuz e Aghstafa, con accuse reciproche  : secondo Baku una serie di provocazioni armate armene che stavano causando feriti, secondo Yerevan un avanzamento azero in territorio armeno che stava causando morti e feriti e la perdita di due posizioni dell’esercito armeno.

In serata a Yerevan la parola è passata dal ministero della Difesa al ministero degli Esteri. L’Armenia in affanno ha messo sul piatto l’internazionalizzazione del conflitto  cercando di attivare i canali che ha a propria disposizione per imporre un arretramento dell’Azerbaijan. I canali che Yerevan può percorrere, per la propria statura internazionale, sono fondamentalmente tre e tutte e tre le strade portano a Mosca.

La Russia è la cofirmataria della dichiarazione congiunta che ha dato uno stop alle ostilità il 10 novembre 2020, è il cuore dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC, quanto rimane del Patto di Varsavia, di cui fa parte l’Armenia ma non l’Azerbaijan), ed è co-presidente insieme a Stati Uniti e Francia del Gruppo di Minsk, che ad oggi è l’unico formato che si propone di trovare una soluzione politica al conflitto in Nagorno Karabakh. Il Gruppo di Minsk non prevede nel proprio mandato la risoluzione delle questioni frontaliere Armenia-Azerbaijan, ma di fatto i pochi incontri (2 in tutto) che ci sono stati nell’ultimo anno fra i ministri degli Esteri di Baku e Yerevan si sono tenuti grazie e con i 3 co-presidenti, per cui questo formato rimane un punto di contatto fondamentale fra le parti.

Sotto il profilo militare Yerevan si è appellata al diritto di respingere un’aggressione sul proprio territorio, che implica la possibilità di richiedere l’intervento dell’OTSC.

La gravità della situazione è resa evidente per il fatto che Yerevan ha messo tutte le carte sul tavolo: il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale A. Grigoryan – figura molto attiva sia mediaticamente che nei rapporti internazionali in tutto il periodo del dopoguerra – si è appellato direttamente agli accordi armeno-russi del 1997 e ai mutui obblighi per la tutela dell’integrità territoriale dei due paesi alleati.

Il giro di telefonate

Vivissima preoccupazione non solo nelle società investite solo fino a un anno fa dal conflitto, ma anche nelle fila dell’esercito russo presente sul territorio e in quelle della diplomazia internazionale. Si sono mossi tutti, e tutti con l’intenzione di impedire gli automatismi di intervento che gli accordi evocati da Yerevan imporrebbero.

Mentre la base militare russa di Gyumri entrava in allerta, anche a causa di una non chiara esplosione nelle proprie vicinanze, il ministro della Difesa russo Sergey Shoigu ha espresso la piena disponibilità a contribuire a una normalizzazione della situazione al telefono con le parti, più una telefonata al ministro della Difesa turco Hulusi Akar, a riprova di come siano cambiati gli equilibri militari nella regione.

L’Azerbaijan ha aperto le porte alla presenza militare turca, e ora c’è un attore in più da considerare in un conflitto che partito dalla questione del Karabakh si sta allargando, coinvolgendo aree fisiche più larghe e un maggior numero di attori primari coinvolti. La Turchia ha dichiarato  l’episodio frutto del terrorismo armeno.

Dal Cremlino non sono partite telefonate, ma in serata il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha chiamato direttamente il presidente russo Vladimir Putin.

È partita invece la telefonata da Bruxelles  : il segretario Charles Michel ha parlato sia con Pashinyan che con il presidente azero Aliev.

L’ennesimo cessate-il-fuoco

Da quando il conflitto a bassa intensità – quale era negli ultimi anni quello per il Nagorno Karabakh – si è incendiato il 27 settembre 2020 sono numerosi i cessate-il-fuoco concordati. Per ora sono tre, quelli che hanno funzionato: quello del 10 novembre, quello del 28 luglio  2021 che ha messo fine a un altro scontro simile a quello di questa settimana, e quello di ieri.

Alle 21.50 ora di Yerevan è stato reso noto che dalle 18.30 era entrato in vigore un cessate-il-fuoco per le zone che erano state interessate dai combattimenti. Il cessate-il-fuoco è stato concordato con la mediazione russa.

I due cessate-il-fuoco di luglio e novembre 2021 sono stati necessari per placare combattimenti che non riguardano i territori del Karabakh, ma prevalentemente il confine armeno-azero che si conferma quindi origine di contenziosi esplosivi. Il bilancio di questa nuova escalation è – nel campo armeno – di un morto armeno e numerosi dispersi, da parte azerbaijana di 7 morti e di diversi feriti da ambo le parti. infine vi è un nuovo gruppo di prigionieri di guerra. Una dozzina di armeni sarebbero stati catturati durante l’avanzata azera. Dal 12 maggio 2021, quando la questione di Sjunik è iniziata, sarebbero in tutto 41 i km di territorio che l’Armenia accusa l’Azerbaijan di aver occupato.

Con questo nuovo cessate-il-fuoco si ritorna alla non-pace armata del 15 novembre, con tutti i contenziosi esacerbati da un nuovo scontro e da un livello di fiducia reciproca sempre più minato dall’assenza di un coerente piano di pacificazione negoziale e politica.

L’Azerbaijan lamenta continue provocazioni da parte armena, come la visita del ministro della Difesa di Yerevan in Karabakh e il rafforzamento militare delle postazioni militari nella regione.

L’Armenia accusa l’Azerbaijan di una strisciante annessione accompagnata da dichiarazioni di revanscismo territoriale. E sul terreno, a parte i peace-keeper russi in un’area circoscritta e le guardie di frontiera russe non c’è nessuno e nessun meccanismo per evitare che episodi come quelli di questa settimana si ripetano.

Cade per il momento nel vuoto la proposta di Pashinyan di demilitarizzare da ambo i lati i confini e attivare una missione di monitoraggio internazionale in attesa di una accordo comprensivo o a tappe sulla delimitazione e demarcazione dei confini di stato. I confini per il momento si stanno delimitando a suon di posizioni militari, nella fretta di precedere l’arrivo della neve che renderà gli spostamenti nell’area più difficoltosi. Non stupisce che le principali crisi si siano avute quindi da maggio ad oggi, i mesi ideali per mettere la controparte e la comunità internazionale davanti a una situazione di fait accompli.

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L’Ambasciatore Armeno replica alle dichiarazioni dell’Ambasciatore dell’Azerbaigian in Vaticano (Vivere Roma 19.11.21)

In merito al nostro articolo di mercoledì 17 novembre, dal titolo: “L’Azerbaigian apre un’ambasciata a Roma presso il Vaticano”, e alle dichiarazioni dell’Ambasciatore Sig. Mustafayev, ci é pervenuta la replica dell’Ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede, Sig. Garen Nazarian, che pubblichiamo volentieri:

“Spett.le Redazione,

ho letto l’articolo pubblicato on line su Vivere Roma il18 novembre 2021 dal titolo “L’Azerbaigian apre un’ambasciata a Roma presso il Vaticano” e alcuni interessanti commenti del sig. Mustafayev hanno catturato la mia attenzione. Parlando del conflitto del Nagorno Karabakh, il sig. Mustafayev ha sottolineato che “le motivazioni sono state territoriali e non religiose”, mentre l’essenza del conflitto risiede nella realizzazione del popolo dell’Artsakh del suo diritto all’autodeterminazione, un principio ben definito dal diritto internazionale. Per quel che riguarda le considerazioni di Mustafayev che il conflitto non è religioso, vorrei ricordargli che l’Azerbaijan, con l’aiuto della Turchia, ha portato in Artsakh migliaia di mercenari jihadisti dalla Siria e dalla Libia a combattere contro civili innocenti.

Agenzie di stato specializzate e rappresentanti di alto livello di Francia, Russia, Stati Uniti e diverse nazioni ancora hanno confermato queste azioni irresponsabili dell’alleanza turco-azerbaijana che ha causato morti e distruzione nella nostra parte del mondo. La domanda che si pone allora è la seguente: che cosa stanno facendo questi estremisti religiosi nella regione? È inoltre interessante osservare che per l’Azerbaijan “la guerra è finita” e che “dobbiamo assolutamente mandare un messaggio positivo” quando, mentre stiamo parlando, le sue forze militari compiono attacchi e incursioni al confine orientale del territorio sovrano armeno, causando nuove morti e distruzione.

Colgo l’occasione per informare i vostri lettori della tragica sorte riservata ai prigionieri di guerra e ai civili armeni ancora detenuti illegalmente nelle prigioni azerbaijane. L’Azerbaijan continua a nasconderne il numero reale e, dopo averli sottoposti a processi farsa, li condanna con false accuse a lunghi periodi di detenzione, quando invece si è assunto la responsabilità un anno fa, a seguito della dichiarazione trilaterale del 10 novembre 2020, di rilasciare tutti i prigionieri di guerra e i civili detenuti. Vorrei essere capace di “ottimismo” come il sig. Mustafayev ma per raggiungere la pace bisognerebbe innanzitutto abbandonare le politiche di espansionismo, razzismo e avventurismo militare nella regione e non agire come ai tempi del Medioevo”.

Garen Nazarian
Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede

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Fragile tregua fra Armenia e Azerbaigian (Treccani 19.11.1)

Dopo giorni di tensioni, si sono verificati nella giornata di martedì 16 novembre nuovi scontri armati al confine tra l’Armenia e l’Azerbaigian, con perdite da entrambe le parti e accuse reciproche, che dimostrano come gli equilibri stabiliti dagli accordi del novembre 2020 non assicurino stabilità alla regione. Nella serata del 16 novembre è stato raggiunto un cessate il fuoco patrocinato da Mosca, attraverso l’intervento del ministro della Difesa della Federazione Russa, Sergei Šojgu che ha avuto colloqui telefonici con il ministro armeno Suren Papikyan e con quello azero Zakir Hasanov. Anche Stati Uniti e Unione Europea avevano sollecitato la fine delle azioni armate e la ripresa della via diplomatica per la risoluzione dei contenziosi. L’Azerbaigian ha riferito di aver registrato, tra le forze militari impegnate negli scontri armati, 7 morti e 10 feriti. Il ministero della Difesa armeno ha annunciato la morte di 15 soldati: 12 militari sarebbero inoltre stati fatti prigionieri dalle forze azere. Le parti si scambiano accuse in merito all’apertura delle ostilità: Baku denuncia provocazioni armate dell’Armenia al confine, mentre Erevan parla di aggressione azera tesa a consolidare territori già acquisiti a maggio in violazione degli accordi di pace.

L’equilibrio stabilito nel 2020 rimane fragile per due ordini di motivi: la sproporzione delle forze in campo e la discontinuità territoriale attualmente stabilita. La forza militare degli azeri, che godono dell’appoggio aperto della Turchia, è schiacciante e induce Baku a sfruttare questo vantaggio sul campo. Inoltre, la situazione territoriale stabilita dagli accordi attualmente in vigore separa alcuni territori dalla propria appartenenza etnica, creando discontinuità territoriale; il Nahcivan è una regione che confina con l’Iran e la Turchia e pur facendo parte dell’Azerbaigian è del tutto separata dalla madrepatria dalla regione di Syunik (Zangezur), che appartiene all’Armenia. L’Azerbaigian non nasconde l’obiettivo di istituire il cosiddetto Corridoio di Zangezur, creando una continuità territoriale con il Nahcivan e di fatto anche con il suo alleato turco. D’altra parte l’Artsakh (Repubblica del Nagorno-Karabakh) fuoriuscito dagli accordi del 2020 con una perdita di due terzi del suo territorio, rimane separato dall’Armenia tranne che per un ristretto corridoio controllato dalle forze internazionali.

Secondo alcuni osservatori l’obiettivo dell’offensiva azera sarebbe appunto non l’annessione della parte ancora fuori controllo azero del Nagorno-Karabakh quanto la regione di Syunik, territorio armeno, che permetterebbe un collegamento con il Nahcivan. Obiettivo ambizioso, ma forse non impossibile, considerando le forze in campo e anche l’influenza delle potenze regionali.  Il legame tra Azerbaigian e Turchia è molto solido, come ha dimostrato il conflitto del 2020, quando l’appoggio turco è stato determinante; l’Armenia invece gode di un sostegno molto tiepido da parte della Russia, che cerca di mantenere buoni rapporti anche con Baku per non abbandonare l’Azerbaigian del tutto all’influenza di Ankara. La sfida tra Ankara e Mosca si articola su diversi scenari, nel Caucaso, in Libia, nel Corno d’Africa, ma le due potenze non vogliono arrivare a uno scontro diretto. L’Armenia cerca il coinvolgimento della Russia, a cui è legata dal 1997 da un patto di mutua difesa, e una mediazione basata sulle ‘mappe sovietiche’ che si trovano a Mosca e risalgono agli anni Venti del Novecento: potrebbero secondo Erevan essere la base di nuovi confini. Una mediazione difficile, anche perché Baku fa riferimento ad altre mappe ‘sovietiche’ diverse da quelle in possesso della Russia e poste come base della trattativa dall’Armenia.  La Russia si trova quindi a giocare nell’area una complessa partita, che ha lo scopo di contenere la crescente influenza della Turchia e di non perdere il suo prestigio, dimostrando di riuscire a sostenere i suoi alleati.

Venti di guerra nel Caucaso. Non più solo l’Artsakh (Nagorno-Karabakh) ma l’Armenia nel mirino azero-turco. Verso il disastro (Korazym 19.11.21)

Quanto accaduto lo scorso 16 novembre [*] non può essere inquadrato alla stregua della perenne conflittualità armeno-azera sul Nagorno-Karabakh. La questione, almeno secondo il pensiero del dittatore azero Aliyev, è chiusa con l’accordo trilaterale del cessate il fuoco il 9 novembre 2020 e se le forze armate dell’Azerbajgian non sono entrate ancora a Stepanakert, la capitale della autoproclamata Repubblica di Artsakh (Nagorno-Karabakh). è solo perché la presenza dei peace keeper russi lo impedisce. Almeno fino al novembre 2025…

Il monastero di Tatev del IX secolo si trova su un ampio altopiano basaltico vicino al villaggio di Tatev nella provincia di Syunik, in Armenia sudorientale. Il complesso monastico sorge sul margine di una profonda gola del fiume Vorotan. Tatev è la sede del vescovo di Syunik e ha giocato un ruolo significativo nella storia della regione assurgendo a centro economico, politico, spirituale e culturale. Nel XIV e XV secolo il monastero di Tatev ha ospitato una delle più importanti università medievali armene, l’Università di Tatev, che ha apportato progressi in scienze, religione e filosofia, oltre che un notevole contributo alla preservazione della cultura e del credo d’Armenia mediante la riproduzione di libri e lo sviluppo della miniatura armena.

D’altronde, dello status del Nagorno-Karabakh non si parla più, la Russia gioca le proprie carte nello scacchiere sud caucasico mentre l’Unione Europea si disinteressa del destino della popolazione armena e guarda solo ai propri interessi economici.

L’attacco azero al territorio della Repubblica di Armenia (iniziato peraltro dallo scorso maggio con lo sconfinamento di centinaia di soldati) rientra piuttosto nel quadro di un’operazione politica militare volta a indebolire ancora di più Yerevan.

Significativa è la zona degli scontri, sulle alture di Sisian, sulle quali gli Azeri voglio avere pieno possesso per almeno tre motivi:
– Controllo della località dove peraltro insiste una pista aeroportuale utilizzata dalle forze di pace russe e dagli Armeni per approvvigionare l’Artsakh.
– Controllo dell’asse stradale nord-sud che collega la capitale armena a Goris e giù fino a Meghri.
– Pressione sull’Armenia nel tratto più stretto del suo territorio, proprio all’ingresso della regione di Syunik che nei proclami di Aliyev dovrebbe essere inglobata nell’Azerbajgian o comunque tagliata in due dal Corridoio di Zangezur, che di fatto costituirebbe un colpo mortale per l’economia armena e i suoi legami commerciali con l’Iran.

Già alcuni mesi fa, un alto funzionario del governo azero si era lasciato scappare (o forse no) che l’Azerbajgian avrebbe dovuto creare una zona cuscinetto di una decina di chilometri all’interno della Repubblica di Armenia per proteggersi e dava per scontata una nuova guerra di posizionamento.

Conquistare posizioni in altura significa non solo controllare il territorio armeno dall’alto ma anche impedire che il nemico faccia la stessa cosa e possa dunque affacciarsi a vedere cosa accade oltre la cresta di monte.

Aliyev e la sua leadership, oltre a sfoderare il solito motivetto dell’attacco preventivo (che, da quanto si è letto sulla stampa internazionale in questa settimana non è stato preso molto sul serio e pure la lobby filo azera in Italia si è ben guardata dal riproporlo…) punta sulla questione dei confini tra i due Stati e sulla necessità di definirli una volta per tutte vista l’attuale incertezza della linea di demarcazione.

Solo che il suo sistema è decisamente sbrigativo: si posiziona con la forza dove gli fa comodo e poi stabilisce che quella è la frontiera da rispettare. Invero, solo a Mosca con i dati di epoca sovietica sulla geolocalizzazione della frontiera si può avere una qualche certezza di dove sia effettivamente posizionabile la stessa e sarebbe dunque opportuno, che le parti si accordassero una volta per tutte con la benedizione russa sull’accordo.

L’intesa però non è facile e sostanzialmente per tre motivi:
– il primo, lo abbiamo visto, riguarda la volontà azera di guadagnare posizioni di vantaggio militare e politico;
– il secondo concerne la insistenza di Baku all’apertura del Corridoio di Zangezur (la rotta Zangilan—Meghri—Nakhchivan), per cui non viene firmato alcun accordo di confine finché non arriva il via libera da Yerevan;
– il terzo questione da risolvere afferisce le exclavi azere ed armene che in epoca sovietica punteggiavano il territorio dell’una e dell’altra parte ma che dopo trenta anni hanno perso il loro valore simbolico e certo non possono essere rispristinate (come soprattutto l’Azerbajgian richiede per motivi strategici).

C’è anche da dire che la mancata firma di un accordo è in buona parte legata al diverso approccio che le parti hanno sulla questione: gli Azeri provocano escalation bellica come minaccia per costringere la controparte a sottoscrivere un trattato; gli Armeni invece subordinano l’adesione ad una intesa sulla fine delle ostilità.

Quanto alla leadership armena, va detto che non traspare la massima chiarezza (o trasparenza) nella gestione postbellica. In un anno sono stati cambiati quattro Ministri della Difesa e un paio di Ministri degli Esteri, interrompendo di fatto una continuità di mandato.

Alcune dichiarazioni recenti del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan riguardo al fatto “che oggi l’Armenia occupa territori azeri” – si riferiva presumibilmente alle citate exclavi azere – paiono rilasciate a sproposito, specie in questo periodo così turbolento e finiscono con il dare stura alle ambizioni di Aliyev (dimenticando fra l’altro che vi sono territori armeni sotto occupazione del nemico).

Il 15 ottobre scorso, durante un video-vertice della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), Pashinyan ha dichiarato che l’Armenia è pronto a fornire all’Azerbajgian quelle connessioni autostradali e ferroviarie che, traversando i territori meridionali dell’Armenia, che collegherebbero l’entroterra azerbjigiano con l’exclave della Repubblica autonoma di Nakhchivan. Baku si riferisce solitamente a questo passaggio terrestre come al Corridoio di Zangezur, con il nome che loro danno alla Provincia armena di Syunik (che rivendicano come territorio loro). Sebbene Pashinyan, in passato, abbia confermato dei piani per la costruzione di un collegamento ferroviario tra le due parti dell’Azerbajgian, attraverso la regione Meghri della Provincia di Syunik, ha rigettato la richiesta di Baku inerente alla realizzazione di una autostrada lungo lo stesso tragitto. Quest’ultimo rifiuto rappresenta una delle maggiori fonti di disaccordo tra Baku ed Erevan da quando è terminata la seconda guerra del Karabakh (27 settembre-9 novembre 2020). Il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, in un’intervista al canale CNN Turk Tv il 14 agosto, aveva protestato contro il rifiuto dell’Armenia reiterando l’ostinazione dell’Azerbaigian nel volere un’autostrada attraversante la Regione del Mehri della Provincia armena di Syunik: “È necessario che ci siano sia una ferrovia sia un’autostrada affinché il Corridoio di Zangezur diventi pienamente operativo. Noi dovremmo poter essere in grado di andare comodamente in auto da Baku a Nakhchivan e in Turchia”. I commenti di Pashinyan al vertice della CSI, alla luce di tutto ciò, sono stati ampiamente interpretati dagli Azeri in termini di consenso dell’Armenia allo stabilimento del Corridoio di Zangezur.

Sembra che Pashinyan era pronto per approvare un corridoio per Azerbajgian, ma gli è stato consigliato di non farlo. All’inizio di novembre ha ribadito: “È importante affermare che la nostra percezione è che l’Azerbajgian dovrebbe essere in grado di comunicare con il Nakhichevan attraverso l’Armenia, non lo neghiamo, lo accettiamo, siamo pronti”. Però, in concreto, garantire le comunicazioni non vuol dire essere d’accordo con un corridoio. Pashinyan ha sottolineato che la dichiarazione trilaterale del 9 novembre non menziona né “Zangezur” – ovvero la Provincia di Syunik in Armenia – né la parola “corridoio” e che l’accordo riguarda solo lo sblocco delle comunicazioni regionali.

La “logica del Corridoio di Zangezur”

L’Azerbajgian vuole avere a tutti i costi un corridoio di collegamento con la sua exclave Nakhichevan e – in definitiva – con il suo alleato Turchia. Il cosiddetto Corridoio di Zangezur, a volte indicato anche come Corridoio di Nakhchivan, dovrebbe passare attraverso il territorio armeno, ma l’Armenia non accetta di avere una strada sulla sua terra – la Provincia di Syunik – sotto il controllo dell’Azerbajgian.

Invece, la questione del Corridoio di Zangezur è politicamente importante per Ilham Aliyev, che in aprile di quest’anno si è impegnato a “costringere” l’Armenia a fare concessioni sul corridoio. E il mese successive è passato – come è abituato a fare – dalle parole ai fatti. E questo si dovrebbe ricordare, quando si ascolta i suoi discorsi dai toni folli.

Le autorità azere traggono la rivendicazione del Corridoio di Zangezur dal nono termine dell’accordo di cessate il fuoco del Nagorno-Karabakh del 9 novembre 2020, firmato da Nikol Pashinyan, Ilham Aliyev e Vladimir Putin per l’Armenia, l’Azerbajgian e la Russia. Questo accordo trilaterale menziona i collegamenti e le comunicazioni di trasporto, ma non contiene le parole “corridoio” o “Zangezur”. Il testo dell’accordo afferma: “Tutti i collegamenti economici e di trasporto nella regione saranno sbloccati. La Repubblica d’Armenia garantirà la sicurezza dei collegamenti di trasporto tra le regioni occidentali della Repubblica dell’Azerbajgian e la Repubblica Autonoma di Nakhchivan al fine di organizzare la libera circolazione di persone, veicoli e merci in entrambe le direzioni. Il servizio di frontiera del servizio di sicurezza federale della Federazione Russa è responsabile della supervisione dei collegamenti di trasporto. Come concordato dalle Parti, saranno costruiti nuovi collegamenti di trasporto per collegare la Repubblica Autonoma di Nakhchivan e le regioni occidentali dell’Azerbajgian”.

Prima dell’accordo di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, i collegamenti aerei e terrestri tra l’Azerbajgian e l’exclave (Repubblica Autonoma di) Nakhchivan dovevano essere effettuati attraverso il territorio turco o iraniano. Diversi vantaggi che il Corridoio di Zangezur potrebbe presentare a livello nazionale (azero) e regionale (Caucaso) sono stati evidenziati dall’Azerbajgian, come costi di trasporto e tempi di viaggio inferiori, aumento del turismo e del commercio e maggiore sicurezza durante lo svolgimento di qualsiasi di queste attività.

In epoca dell’Unione Sovietica, c’erano due collegamenti ferroviari che collegavano la Repubblica Autonoma di Nakhchivan con il territorio principale dell’Azerbajgian. La linea più breve che passava attraverso la regione di Syunik fu costruita nel 1941, mentre la linea via Qazakh a Ijevan fu costruita negli anni ’80 come rotta alternativa che collegava Erevan a Baku. Entrambe le linee furono abbandonate nel 1992. Mentre l’Azerbajgian preferisce ripristinare la linea via Syunik, l’Armenia preferirebbe la linea Qazakh—Ijevan. Tuttavia, quest’ultimo ha un costo di ricostruzione più elevato. Secondo le stime, la rotta Zangilan—Meghri—Nakhchivan costerebbe circa 220 milioni Euro per il ripristino, mentre la rotta Ijevan costerebbe 400 milioni Euro.

Il 21 aprile 2021, durante un’intervista con l’AzTV, Ilham Aliyev ha affermato che “stiamo implementando il corridoio di Zangezur, che l’Armenia lo voglia o no” e che se non lo volesse, l’Azerbaijan lo “deciderà di rigore”. Aliyev ha anche detto che “il popolo azero tornerà a Zangezur, che ci è stato portato via 101 anni fa”. Il Difensore dei diritti umani dell’Armenia, Arman Tatoyan ha definito queste dichiarazioni “atti di intimidazione” e le ha collegato al genocidio armeno. Il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Armenia, Anna Naghdalyan ha affermato che “l’Armenia prenderà tutte le misure necessarie per proteggere la propria sovranità e integrità territoriale”.

Per quanto riguarda la rivendicazione azera sulla provincia, Syunik era una delle 15 province del Regno di Armenia. In tempi diversi, la regione dell’attuale Syunik era conosciuta anche con altri nomi come Syunia, Sisakan e Zangezur o Zangadzor. Tuttavia, il nome attuale della provincia deriva dall’antica dinastia armena dei Siunia, che erano i Nakharar (governatori) della storica provincia di Syunik sin dal I secolo. Storicamente, l’attuale territorio della provincia occupa la maggior parte della storica Provincia di Syunik dell’antica Armenia. Syunik confina a nord-ovest con la provincia di Vayots Dzor, a est con l’Azerbajgian (dalla guerra del 2020 e prima, dal 1992 con la provincia orientale di Kashatagh della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh), a ovest con l’exclave azera di Nakhchivan e a sud con l’Iran (separata dal fiume Aras).

Pashinyan è fortemente criticato in Armenia. Durante tutto l’anno passato, non fortificò l’esercito nel sud. Guardando le sue tattiche durante la guerra dei 44 giorni nel Nagorno-Karabakh, purtroppo perdere la Provincia di Syunik potrebbe diventare realtà per l’Armenia, come ha perso 2/3 dell’Artsakh.

A dirla tutta, anche il rapporto di Yerevan con Mosca – che allo stato attuale, piaccia o non piaccia e con tutti i distinguo del caso, è l’unico argine allo strapotere turco-azero – è oscillante e umorale.

Quel che all’opinione pubblica deve essere chiaro è che l’attacco azero al territorio dell’Armenia iniziato a maggio di quest’anno, non è più solo una questione che ruota sulla controversia della autoproclamata Repubblica di Artsakh (Nagorno-Karabakh), ma che si tratta di una chiara strategia politica di strangolamento della Repubblica di Armenia da parte degli Azeri.

L’Armenia, non dimentichiamolo, fa parte del Consiglio d’Europa ed è membro a pieno diritto delle Nazioni Unite. Sarebbe il caso che le cancellerie, soprattutto europee, non lo dimenticassero mai.

“IL MONDO TURCO”
A sinistra: “Il leader dei nazionalisti turchi ha presentato a Erdogan una “mappa del cosiddetto mondo turco”, con Syunik e metà della Russia inclusi nel mondo turco. Mi chiedo quali segnali positivi arrivino dalla Turchia, di cui Pashinyan sta parlando” (Armenian Breaking News).
A destra: mappa dal canale turco TGRT.
Se c’era ancora bisogno di un disegnino per capire a cosa gioca il Turco (e il suo alleato Azero contro l’Armenia cristiana), ecco, serviti. Putin lo sa già da tempo. L’Europa non lo sa, drogata con il gas azero. La Santa Sede non lo sa, drogata con i soldi azeri. Pashinyan non lo sa, apparentemente.

Nel corso della sua visita nella capitale azera Baku, dopo la seconda guerra nel Nagorno-Karabakh, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha riaffermato il suo appoggio agli Azeri (la vittoria delle forze armate azere è stata possibile grazie alle forniture militari dalla Turchia, in particolare droni di ultima generazione) e ha affermato anche che la Turchia è pronta a stabilire rapporti normali con l’Armenia se questa chiude il contenzioso con Baku. Tornando in Turchia, Erdogan ha poi chiesto formalmente al Parlamento di Ankara l’autorizzazione per l’invio di truppe in Azerbajgian. Ufficialmente il motivo sarebbe stato una missione di  monitoraggio dell’accordo raggiunto il 9 novembre 2020 con l’Armenia sul cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh. L’accordo era stato negoziato e gestito dalla Russia, ma evidentemente Erdogan desidera contrastare l’influenza di Mosca nella zona. In questo modo Ankara tornerebbe a un antico progetto a tenaglia nei confronti dell’Armenia e rafforzerebbe il suo ruolo nella regione, guardando anche ai territori di etnia turca verso il centro dell’Asia.

[*] L’invasione dell’Azerbajgian in Armenia
– Dopo aver occupato 2/3 dell’Artsakh, esercitazioni di invasione azera in Armenia. L’alleato del turco Erdogan, l’azero Aliyev sogna nuove conquiste. Solo la Russia difende l’Armenia cristiana – 17 novembre 2021
– In atto un’operazione turco-azera per annientare l’Armenia e l’Artsakh. Oggi nuova aggressione sul territorio armeno. Assordante silenzio dell’Unione Europea disinteressata – 16 novembre 2021
– La narrazione agit-prop della diplomazia azera, alla luce delle parole di odio contro gli Armeni dell’arrogante dittatore guerrafondaio, ad un anno dalla fine della sua guerra contro l’Artsakh – 16 novembre 2021

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Tensioni Armenia-Azerbaigian, incontro tra Aliyev e Pashinyan fissato a Bruxelles il 15 dicembre (Sputniknews 19.11.21)

Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, dopo colloqui telefonici con il capo del Consiglio europeo Charles Michel, hanno concordato di tenere un incontro a Bruxelles il 15 dicembre.

Il faccia a faccia avverrà nell’ambito del vertice del partenariato orientale-UE, ha affermato l’UE in un dichiarazione.
“Il capo del Consiglio europeo Charles Michel ha proposto di tenere un incontro tra il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan a Bruxelles a margine del vertice del partenariato orientale UE. I leader hanno concordato di tenere un incontro a Bruxelles per discutere la situazione regionale ed i modi per superare i punti di attrito”, si legge nel documento.
Martedì, Yerevan ha dichiarato che le forze armate azere hanno lanciato un attacco nella direzione orientale del confine armeno e hanno invaso il paese nella regione del monte Kilisali. Secondo il ministero della Difesa armeno, un militare armeno è stato ucciso, 13 sono stati fatti prigionieri, e 24 risultano dispersi.
Il ministero della Difesa azero ha riferito che sette soldati azeri sono stati uccisi e dieci feriti nelgli scontri al confine con l’Armenia e che ora la situazione è stabile. In una conversazione telefonica con i ministri della Difesa dell’Azerbaigian e dell’Armenia, il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha affermato che Mosca è pronta a contribuire a stabilizzare la situazione. Alla fine della giornata, il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha riferito che, a seguito di conversazioni telefoniche tra Shoigu e le sue controparti armene e azere, le parti avevano smesso di combattere vicino al valico di confine del monte Kilisali.
Secondo gli esperti, gli scontri sono avvenuti per la volontà delle parti di migliorare le proprie posizioni: l’occupazione delle alture dà il controllo delle strade e delle infrastrutture sul lato opposto del confine. Inoltre, ciascuna parte crede di agire sul proprio territorio. Tutto ciò avviene attorno alla linea di confine dell’era sovietica e, per determinare dove si trovano i territori, è necessario un processo di demarcazione e delimitazione del confine. Mosca ha ripetutamente invitato Baku e Yerevan ad avviare questo processo.

La misteriosa origine del nome della città di Armenia in Colombia (Globalvoices 18.11.21)

Dappertutto nelle Americhe, è comune trovare città con nomi europei, ma una in particolare ha creato delle controversie: la città di Armenia, in Colombia. La Colombia ha 43 località geografiche chiamate Armenia. Tuttavia, è la capitale del Dipartimento di Quindío che ha scatenato un dibattito sulle origini del suo nome.

Nell’immaginario collettivo nazionale, c’è l’idea che il nome Armenia commemori le vittime Armene dell’impero Ottomano. Quando uno straniero viene a sapere di una città chiamata Armenia, in Colombia, può supporre che il suo nome sia dovuto alla presenza di una diaspora o all’origine dei suoi colonizzatori. Ma gli studiosi dicono che nessuna di queste teorie è vera.

La città di Armenia, al centro del fraintendimento, si trova vicino alla catena montuosa centrale delle Ande colombiane, a 290 km a ovest di Bogotá. Ha circa 300,000 abitanti e una piacevole temperatura di 20°C durante tutto l’anno. Prima della colonizzazione spagnola, era la principale città dell’estinta civiltà Quimbaya [es, come i link seguenti]. Dopo la colonizzazione spagnola, la città fu l’epicentro della bonanza colombiana del caffè,  che durò fino alla fine del XX secolo.

Trasporto via asino. Per gentile concessione di Carlos Alberto Castrillón.

Questa Armenia ha una storia diversa da quella del paese Armenia, nel sud del Caucaso. Questo paese si trova nella catena montuosa tra l’Europa e l’Asia. Per secoli, gli Armeni sono rimasti sotto il dominio di diversi imperi (Ottomano, Persiano, e Russo), ma sono riusciti a mantenere la loro identità grazie alla loro lingua millenaria, l’adozione precoce della religione cristiana, e, più recentemente, la lotta per il riconoscimento del genocidio di cui sono state vittime.

Il genocidio armeno si riferisce all’uccisione e all’espulsione di circa un milione di armeni da parte dell’impero Ottomano, durante la Prima Guerra Mondiale. Più di 30 paesi sono a conoscenza del genocidio, ma la Turchia, il paese attualmente situato nell’ex territorio dell’Impero ottomano, non ha mai ammesso l’annientamento sistematico del popolo armeno. Sostiene che il trasferimento degli armeni sia stata una legittima azione di Stato, in risposta al movimento rivoluzionario armeno che minacciava l’impero durante la guerra. Anche se la Colombia non riconosce il genocidio, la città di Armenia ha approvato un decreto, nel 2017, per commemorare il centenario del genocidio.

Gli storici e i media armeni non hanno perso l’opportunità di attribuire l’esistenza di questa città colombiana ai compatrioti armeni. Ad esempio, lo storico armeno Hovhannes Babesian aveva inizialmente scritto che “la città è stata fondata da un gruppo di immigrati armeni nel XIX secolo.”

Questa teoria è stata ulteriormente portata avanti da un altro storico, Zavén Sabundjián, che, nel 1983, ha commentato il monumento che era stato eretto “in memoria dei fondatori della città e dei suoi compatrioti martiri.” Più tardi, lo Yerevan Magazine ha affermato che “è un monumento simbolico che evoca le vittime armene del 1896.” Si tratta di un emblematico riferimento al Monumento dei Fondatori (situato nell’omonimo parco) che consiste in un’ascia, simbolo dell’opera degli Antiochiani che costruirono la città abbattendo la fitta giungla.

Monumento dei fondatori in Armenia, Colombia. Foto di pubblico dominio.

L’origine del nome

È comprensibile supporre che ci sia una diaspora armena in Colombia. La violenta espulsione o la morte di quasi tutti i cristiani armeni, dell’impero ottomano, ha creato la seconda diaspora più grande del mondo, dopo quella del popolo ebraico. Si stima che circa tre milioni di armeni vivano nell’attuale Repubblica di Armenia e nel territorio del Nagorno Karabakh, mentre altri dieci milioni sono sparsi in tutto il mondo.

Diverse ondate di migrazione Armena sono state registrate in America Latina dal XIX secolo, e la maggior parte scappavano dal presunto genocidio. La diaspora più grande è in Argentina, dove ci sono approssimativamente 150,000 Armeni, ma il rapporto più degno di nota è con l’Uruguay, che è stato il primo stato a riconoscere il genocidio armeno. Non ci sono diaspore armene in Colombia. Al contrario, con un decreto del 1937, questo paese ha vietato l’ingresso di diversi immigrati con passaporti egiziani, greci, bulgari, rumeni, russi, siriani e turchi. In seguito, nel 1954, il vescovo armeno, Cirilo Zohrabián, visitò la Colombia e osservò che “in tutta la Colombia non c’è nemmeno l’ombra di un armeno.”

L’origine del nome della città colombiana di Armenia non è dovuta alla provenienza dei suoi fondatori. Ciò che sappiamo essere vero è che la città di Armenia è stata fondata il 14 Ottobre del 1889, dai coloni del vecchio stato di Antioquia, che ha fondato borghi in questo punto intermedio tra Colombia orientale e occidentale, in cerca di terra fertile, opportunità per l’estrazione della gomma, e la necessità di allontanarsi dal campo di battaglia durante le guerre civili, dal 1876 al 1899.

Un omaggio al popolo armeno o un riferimento religioso?

Nel 1896, il massacro di più di 300,000 Armeni ha scioccato il mondo in un momento in cui la Federazione Rivoluzionaria Armena, comunemente conosciuta come Dashnaktsutyun, stava negoziando per un’Armenia più libera, indipendente e unificata, o almeno una maggiore autonomia e protezione dei loro diritti come minoranza nell’Impero ottomano. Tuttavia, la città di Armenia, in Colombia è stata fondata quasi un decennio prima di questi eventi, e venti anni prima del presunto genocidio.

A supporto di questa teoria, lo storico Miguel Ángel Rojas Arias, da Quindío, sostiene che “è molto probabile che i sacerdoti, dai loro pulpiti, abbiano menzionato l’ Armenia, la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale, e un posto conosciuto come il Paradiso sulla Terra o come porto di approdo per l’Arca di Noè. Quindi questo nome sarebbe rimasto nella mente dei primi coloni.”

Ma non c’è alcuna prova che l’origine di questo nome sia da attribuire alla chiesa. Nel suo articolo, “Notes for a toponymy of Quindío”, il Professore Carlos Alberto Castrillón, del Programma di Spagnolo e Letteratura dell’Università di Quindío, spiega che l’uso di nomi stranieri per queste città è dovuto al mistero e al fascino che circondano le terre straniere, così come le opportunità per una nuova vita dei coloni di queste terre.

Veduta della catena montuosa vicino all’Armenia, Colombia. Foto di McKay Savage/Flickr(CC BY 2.0).

In un’intervista con Global Voices, Castrillón ha spiegato: “Nessuno dei testi noti di quel tempo menziona nulla relativo alle tradizioni religiose. Quando si analizza la toponomastica principale della regione, non si trovano nomi religiosi, a differenza di altri posti in Colombia. I coloni fondatori si definivano liberi pensatori e uomini istruiti, il che spiega l’abbondanza di nomi presi dalla storia o dalla letteratura universale.”

C’è anche una città nel Dipartimento denominata in riferimento ad un’altra nazione caucasica. Uno dei suoi fondatori, un noto massone, propose di cambiare il nome ordinario della terra, “La Plancha”, in uno più esotico: Circassia.

Ma ancora più importante, quando la città è stata fondata, il nome era già utilizzato nella regione. Il contratto di vendita per le proprietà dei coloni menziona la proprietà come situata nel villaggio di Armenia. Di conseguenza, Carlos Alberto conclude: “Collegare, come alcuni fanno, questo nome alla storia di Noè sembra pura immaginazione o spiegazione post-toponimica; se c’era una motivazione religiosa, era per dare un nome al villaggio.”

Poco si è detto sull’origine del nome del borgo dove la città è stata successivamente fondata, che, ad un certo punto è stato attribuito ai coloni della città di Armenia, in Antioquia.

Senza consenso, le motivazioni per il nome della città rimangono un mistero.

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Khash: il piatto tipico armeno cura hangover (Agrodolce.it 18.11.21)

Ogni tradizione ha il suo piatto tipico delle feste, o che, per qualche motivo – di solito per particolari proprietà di diversa natura – aiuta a rigenerare il corpo dopo un hangover. Diciamoci la verità: quando hai 20, 25 anni niente è meglio di un hamburger, pre e post party, che può trasformarsi in kebab, o nei sofficini, o in qualsiasi forma di schifezza commestibile che porti il giusto numero di grassi e di energia. Dopo, la faccenda inizia a farsi più complessa, e digerire un panino del paninaro non è più cosa facile. Insomma, tutta questo per raccontarvi di quello che in Armenia è considerato per eccellenza il piatto della festa, alla stregua delle nostre pizzette, ma anche il perfetto piatto che cura l’hangover: il khash.

Cos’è il khash?

Nello specifico, il khash è un piatto invernale tipico delle zone caucasiche, in particolare di ArmeniaIran e Azerbaigian. Una zuppa ricca, corposa, in cui gli ingredienti principali sono varie parti della mucca o della pecora bollite, tra cui la testa, i piedi e la trippa. Per questo, è un piatto generalmente consumato dalla popolazione benestante, perché richiede molta carne di diverso tipo, oltre aceto, sale, aglio e succo di limone, ed è accompagnato di solito da sottacetipeperoncini piccanti, verdure fresche e formaggio.

Ma perché il khash è considerato il piatto delle feste?

Semplice, l’abbinamento perfetto è con la vodka: tradizione vuole che gli ospiti debbano portare una bottiglia a casa di chi prepara il khash per poterla accompagnare alla zuppa. Per questo, generalmente il khash viene preparato per i giorni festivi, o per il fine settimana e le occasioni più speciali, specialmente in inverno – vi sfidiamo a mangiarlo in estate, del resto.

La storia del khash

In realtà, nelle zone del Caucaso e in particolare in Armenia, il khash ha una tradizione antica, che lo vede menzionato nei testi del XII secolo come pietanza tipica dei matrimoni; mentre l’abbinamento festaiolo con la vodka sembra avere radici più recenti, da quando l’Armenia era sotto l’Unione Sovietica. Se per caso quindi doveste trovarvi in Armenia, vi consigliamo di assaggiarne un piatto, che ha un costo di circa 3/4 euro, ma un sapore assolutamente unico.

Armenia e sport: il virus detta le regole (Osservatorio Balcani e Caucaso 18.11.21)

l Covid-19 – che ha mutato negli ultimi due anni la quotidianità del mondo intero – detta le sue condizioni anche al mondo dello sport. Il primo caso di coronavirus in Armenia è stato registrato all’inizio della primavera 2020, il primo marzo. Dai giorni successivi vi sono stati dei cambiamenti: fin dal 10 marzo in Armenia tutti i campionati giovanili tenuti sotto l’egida della Federazione calcio armena sono stati interrotti. Diverse squadre di calcio hanno annullato anche i loro allenamenti. Le restrizioni si sono successivamente estese, andando a coprire tutte le altre discipline sportive.

Dal 16 marzo al 14 aprile dello stesso anno, per decisione del governo, è stato dichiarato un primo stato di emergenza – poi rinnovato più volte -, che ha comportato una serie di ulteriori restrizioni. Tra queste la sospensione di tutti gli eventi sportivi e le attività delle società sportive.

Ora, al posto dello stato di emergenza, è in vigore la cosiddetta “quarantena”, che prevede restrizioni più blande. Le palestre sono aperte, gli allenamenti sono stati ripristinati, ma il mondo dello sport non è ancora rientrato in una fase normale. “Gli atleti si allenavano in casa a causa del coronavirus. Hanno provato a fare esercizi fisici, ma non possono essere considerati come un vero e proprio allenamento. In particolare, ci sono tipi di sport che devono essere praticati con determinata attrezzatura. Se l’atleta non ha l’attrezzatura necessaria, l’allenamento non è efficace”, afferma Artyom Arakelyan, che lavora nella Federazione calcio dell’Armenia come coordinatore della diffusione del calcio.

Secondo Arakelyan, la pandemia ha cambiato il ritmo della vita degli atleti. A causa del virus, le persone si trovano ora costrette a scegliere tra “benessere e sicurezza”. “Andavo in palestra regolarmente, ma non appena si è diffuso il covid-19 ci sono andato meno. È una tradizione comune nella nostra cultura che quando si vede un conoscente, ci si avvicina, lo si abbraccia e lo si bacia, che di per sé è il più grande fattore di diffusione del virus. In altre parole, se seguiamo tutte le norme per prevenire il virus, comunque, arriva un momento in cui in ogni caso entri in contatto diretto con il tuo amico, non mantieni la distanza sociale. Ho dovuto smettere di andare in palestra”, racconta Arakelyan.

Sebbene sottolinei che si tratti solo di un piccolo esempio personale, ciò è a suo avviso rappresentativo di come la pandemia stia influenzando non solo gli sport professionistici ma anche amatoriali. “Come ho già detto, non vado più in palestra ma mi reco solo presso la sede della Federazione poiché lavoro con la squadra nazionale femminile. Recentemente una delle nostre ragazze non ha potuto partecipare a un torneo all’estero perché è risultata positiva ad un tampone”.

“Ogni giorno senza allenamento porta l’atleta a fare passi indietro. Ogni torneo a cui un atleta non può partecipare rappresenta uno stress serio”,  sottolinea Vahagn Davtyan, membro della nazionale di ginnastica armena, plurimedagliato a livello internazionale.

Come lui, sono molti gli atleti che ritengono che questa pandemia lascerà una grande impronta sullo sport. Non è raro che gli atleti armeni si siano allenati per diversi mesi, trovando la forma giusta e poi, dopo essere partiti per competizioni internazionali, venisse loro comunicato che tutto era stato rinviato. Da una prospettiva psicologica, questi ostacoli costituiscono un grande stress per ogni atleta e influiscono sulle modalità di allenamento. Davtyan è tra quelli ad aver sentito il duro colpo della pandemia sulla propria pelle. Recentemente, dopo aver effettuato regolarmente un tampone che aveva avuto esito negativo, era potuto partire per i Campionati Mondiali di Ginnastica che si tenevano in Giappone. Purtroppo, una volta arrivato all’aeroporto di Haneda e sottoposto nuovamente ad un tampone, è risultato positivo. “L’esito del tampone è stata una sorpresa. Mi ero già ammalato di covid-19 e so quali dolori e problemi di salute la malattia comporti. Questa volta non ho avuto sintomi. Tuttavia, poiché l’esito è stato positivo, ho dovuto isolarmi e aspettare il tampone seguente”, racconta Davtyan, aggiungendo che ogni giorno di attesa ha rappresentato un notevole peso psicologico, senza contare il fatto che non poteva allenarsi o prepararsi per le competizioni.

Fortunatamente, passati sei giorni di isolamento, Davtyan è risultato nuovamente negativo. “Ero sicuro di non essere malato. Tuttavia, questo disguido non mi ha permesso di partecipare ai campionati e non mi è restato che tornare in Armenia”. Nonostante tutto Davtyan continua ad allenarsi e si augura che i vaccini possano contribuire al ritorno ad una vita normale.

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L’Azerbaigian invade l’Armenia. «Come può l’Occidente restare a guardare?» (Rassegna Stampa 18.11.21)

L’aggressione di martedì ha portato Baku a conquistare 41 km quadrati di territorio armeno. Oltre 40 i morti. «La Turchia, attraverso gli azeri, porta avanti il suo progetto neo ottomano, vogliono cacciarci dalla nostra terra»: intervista al ministro degli Esteri dell’Artsakh, Davit Babayan

L’invasione azera dell’Armenia

Martedì 16 novembre, secondo quanto dichiarato dal premier dell’Armenia Nikol Pashinian, l’esercito azero ha consolidato l’occupazione di 41 chilometri quadrati di territorio armeno, invaso a partire dal 12 maggio nei pressi del corridoio di Lachin consolidando le proprie posizioni 41 chilometri quadrati di territorio. Almeno 17 soldati dell’esercito azero sono morti nell’aggressione, mentre Erevan ha dichiarato che 13 soldati armeni sono stati rapiti e altri 24 sono scomparsi. Eduard Aghajanyan, a capo della commissione parlamentare per le relazioni internazionali, ha parlato invece di 15 morti. Grazie alla mediazione della Russia, nella serata di martedì si è arrivati a un cessate il fuoco.

A un anno dalla fine della guerra del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian, la terza della sua storia, Baku lancia dunque una nuova offensiva. A differenza dei 44 giorni di guerra che nel 2020 hanno permesso al regime di Ilham Aliyev, grazie al fondamentale sostegno della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, di conquistare i tre quarti del Nagorno-Karabakh, strappandoli alla Repubblica dell’Artsakh, non riconosciuta a livello internazionale, questa volta è l’Armenia stessa a finire nel mirino.

«La comunità internazionale deve intervenire»

«Non staremo a guardare mentre viene messa in discussione la nostra integrità territoriale e la nostra indipendenza», ha detto Pashinian. «Questo è un altro atto di aggressione di Baku e Ankara contro gli armeni», gli fa eco parlando con Tempi il ministro Babayan. «Si tratta inoltre di una enorme e palese violazione dell’armistizio raggiunto l’anno scorso».

L’Azerbaigian sembra volersi espandere per realizzare un passaggio verso la propria enclave di Nakhichevan, al confine con la Turchia, ma per il ministro degli Esteri c’è molto di più: «La strada che collega i territori occupati l’anno scorso dall’Azerbaigian con Nakhichevan c’è già e possono utilizzarla. Il punto è che vogliono annettersi tutti i territori circostanti, strappandoli a uno Stato sovrano come l’Armenia. Come può la comunità internazionale restare a guardare? A parte la Francia, nessun altro membro della Nato si è espresso».

«La Turchia ha intenzioni genocidarie»

A preoccupare profondamente gli armeni è l’attivismo della Turchia, che offre sostegno politico, economico e militare a Baku e che, afferma Babayan, «attraverso continue aggressioni vuole portare avanti il suo progetto panturco per costituire un nuovo impero ottomano». Il problema, aggiunge, «è che la Turchia è un membro della Nato. Dobbiamo pensare che l’Alleanza atlantica incoraggia l’invasione di uno Stato sovrano come l’Armenia? Dobbiamo pensare che l’Unione Europea sostiene questo progetto? Io non penso che sia così, ma la situazione è pericolosa e serve un intervento deciso da parte dell’Occidente».

L’aggressione nel Nagorno-Karabakh l’anno scorso e quella all’Armenia di martedì risveglia vecchi fantasmi. «Il fatto che l’Artsakh non sia riconosciuto a livello internazionale non significa che l’Azerbaigian e la Turchia abbiano diritto a portare a termine il genocidio del 1915», dichiara il ministro senza giri di parole. «La comunità internazionale non doveva restare indifferente l’anno scorso davanti ad azioni genocidarie solo perché l’Artsakh non gode del riconoscimento internazionale. La passività dell’Occidente ha dato il via libera all’Azerbaigian per osare ancora di più. Ora è uno Stato riconosciuto a essere sotto attacco e questo non può essere permesso».

«Non ci cacceranno mai dalla nostra terra»

Il territorio del Nagorno-Karabakh appartiene formalmente all’Azerbaigian dal secolo scorso dopo che l’Unione Sovietica decise di assegnarlo a Baku, nonostante la popolazione fosse al 90% armena. Anche sotto il pugno di ferro di Stalin, gli abitanti del territorio rivendicarono sempre la propria appartenenza all’Armenia e nel 1991 il referendum con cui gli abitanti dell’ex oblast autonomo si dichiararono indipendenti fu approvato con il 99,98% dei voti e un’affluenza dell’82% (i voti contrari furono solo 24). Nonostante questo, le aspirazioni della popolazione e le ragioni dell’Armenia non sono mai state riconosciute.

L’invasione lanciata il 16 novembre non è certo la prima provocazione azera dopo la firma dell’armistizio un anno fa. Oltre all’invasione del 12 maggio, l’8 novembre i soldati dell’Azerbaigian hanno aperto il fuoco contro quattro operai armeni che stavano riparando alcune tubature dell’acqua vicino alla città di Shushi. «Con queste continue aggressioni Baku vuole indebolire il nostro sistema immunitario, gettare il panico tra la popolazione e spingerla ad andarsene dalla loro terra», conclude il ministro Babayan. «Grazie alla presenza dei russi, ora, non possono lanciare un’offensiva militare su larga scala come l’anno scorso e allora cercano di cacciarci con attentati terroristici. Ma noi resteremo qui, non andremo mai via».

Tempi.it


Armenia-Azerbaigian: nuove violazioni della tregua, Mosca media sulla demarcazione dei confini (Novanews )


Çavuşoğlu: ”Azerbaigian non è solo e non lo sara’ ” (Trt)


L’Armenia vuole la pace ma l’Azerbaijan vuole l’Armenia (Assadakah)

Presentazione del libro di Emanuele Aliprandi “Pallottole e petrolio” alla Sala Carmeli (Padovaoggi.it 18.11.21)

Venerdì 26 novembre, ore 17, in programma alla Sala Carmeli la presentazione del libro di Emanuele Aliprandi “Pallottole e petrolio”; la cronaca drammatica del conflitto in Nagorno Karabakh – Artsakh, intrecci geopolitici, questioni energetiche che toccano da vicino anche l’Italia.

Simone Zoppellaro, giornalista, ricercatore e il geografo Pierpaolo Faggi dialogano con l’autore.

Ingresso

Accesso in Sala Carmeli, Via G. Galilei 36 – Padova solo con Green Pass.

Recensione del libro a cura di Sandra Fabbro Canzian per l’Associazione Italiarmenia.

Info web

https://www.italiarmenia.it/sito/