Nuove tensioni al confine tra Armenia e Azerbaigian (Sputniknews 28.05.21)

Al confine tra Armenia e Azerbaigian la situazione non è delle migliori da un paio di settimane. Dopo la guerra per il Nagorno Karabakh i Paesi intendono decidere in merito alla demarcazione dei confini, ma si tratta di un compito difficile vista la conformazione montana del territorio.
Erevan ha accusato Baku di essersi impossessata di alcuni territori nella regione di Syunik e ha chiesto aiuti militari all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva. Azerbaigian risponde dicendo di avere difficoltà tecniche al momento. Sputnik in questo articolo cerca di approfondire per voi le ragioni di questa nuova escalation.
Provocazioni su pretesto
I primi a lanciare il segnale d’allarme sono stati gli abitanti del comune frontaliero di Goris. “Il nemico ha valicato il confine e si è spinto per 3 km in direzione del comune di Verishen. Date ascolto agli abitanti di Syunik. Per noi è la fine. Non fa più differenza per noi”, scrive sui social la vice-sindaca della città Irina Yolyan.
Il suo collega Menua Ovsepyan aggiunge: “Si tratta di un confine nazionale. Ma non ci è stato dato riscontro sulla dislocazione del confine nella regione di Syunik. Il governo deve intervenire e dare disposizioni a chi di dovere”.
Nikol Pashinyan ha reagito rapidamente: “Nelle regioni di Syunik e Gegharkunik crescono le tensioni. Oltre 200 soldati azeri hanno valicato illegalmente il nostro confine”. E si è rivolto alla ricerca di aiuti agli alleati della Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva e ha conversato più volte al telefono con Vladimir Putin. Mosca ha confermato che “continuerà a facilitare la normalizzazione della situazione sul confine armeno-azero”.
Anche Emmanuel Macron si è espresso sul tema. “L’Azerbaigian ha invaso l’Armenia. Chiediamo una ritirata tempestiva. Lo ribadisco, la Francia è solidale con il popolo armeno”, ha scritto su Facebook in lingua armena. Anche i diplomatici statunitensi ed europei hanno espresso la loro preoccupazione.
Il punto per Baku è la demarcazione dei confini. All’inizio degli anni 2000, quando la maggior parte dei Paesi post-sovietici stava delimitando i propri confini, Armenia e Azerbaigian ancora erano in guerra. Quindi, in quel momento non si riuscì a fissare la demarcazione dei confini.
L’esito della prima guerra del Nagorno Karabakh non fece che peggiorare la situazione: finirono sotto il controllo armeno 7 regioni azere. Baku parlò di occupazione e si rifiutò di intavolare qualsivoglia discussione in merito ai confini. Dopo la seconda guerra del Nagorno Karabakh, l’Azerbaigian decise che fosse giunto il momento di avviare questa discussione. Considerato che i territori oggetto di controversie si trovano in aree montane dove abbondano fiumi e laghi, Baku non ha escluso possibili “difficoltà tecniche” nel processo di demarcazione.
L’Azerbaigian rafforza la sicurezza ai confini. E questo avviene sulla base delle mappe (sovietiche, NdR) che regolano i confini di Baku ed Erevan. Noi rispettiamo la sovranità dei confini, l’integrità territoriale e il principio di non aggressione”, comunica il Ministero azero degli Esteri.
Baku ha esortato Erevan a risolvere questioni controverse bilaterali anche senza l’intervento di intermediari. “La reazione armena è uno strumento politico da sfruttare nella campagna elettorale che si sta svolgendo nel Paese”, afferma convinto il Ministero azero degli Esteri.
Pashinyan invece insiste che i Paesi non possano risolvere le criticità esistenti su base bilaterale in quanto tra di loro non sussistono relazioni diplomatiche. “Processi quali l’avvio di relazioni e la demarcazione di confini devono essere effettuati in un contesto trilaterale”, ha spiegato.
peacekeeper russi che si trovano nell’area transfrontaliera come da accordi a partire dal 9 novembre 2020 stanno tentando di normalizzare la situazione la quale tuttavia continua ad essere tesa.
Pashinyan quotidianamente si sente con gli alleati dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva e con i diplomatici europei. Ilham Aliev, a sua volta, ha discusso della situazione frontaliera con Jake Sullivan, consigliere del presidente USA alla sicurezza nazionale.
Inoltre, Hikmet Gadjev si è recato a Bruxelles per intavolare delle trattative con il braccio destro del segretario generale della NATO Mircea Geoană.
Accordi segreti
L’Armenia si sta preparando alle elezioni parlamentari straordinarie previste per il mese di giugno. I detrattori di Pashinyan stanno cercando di ottenere la maggioranza in parlamento facendo fuori il suo partito Contratto civile. E le loro pretese nei confronti del capo di governo non si limitano al conflitto nella regione di Syunik.
L’opposizione è preoccupata da un certo nuovo documento siglato con l’Azerbaigian. Queste informazioni sono state diffuse dall’ex ambasciatore armeno in Vaticano Mikayel Minasyan. In un canale Telegram ha pubblicato un’immagine parzialmente oscurata in cui sono però visibili i primi due punti della presunta dichiarazione trilaterale tra Armenia, Azerbaigian e Russia. Nel testo si legge della creazione di commissioni nazionali per la demarcazione e la delimitazione dei confini. Minasyan ricorda che Pashinyan sta altresì discutendo con Aliev in merito alla cessione all’Azerbaigian di 5 comuni della provincia di Ararat. La popolazione in queste enclaves è per la maggior parte azera.
Le manifestazioni sotto il palazzo del governo chiedevano di tenere delle audizioni parlamentari. La richiesta principale a Pashinyan era quella di “cessare qualsivoglia accordo segreto” con Baku.
Anna Nagdalyan, ministra armena degli Esteri, in seguito ha dichiarato che ad oggi la repubblica azera non avrebbe ritirato i militari dalla regione di Syunik e che la presa in esame di altre questioni è di fatto impossibile.
Torna la paura
“L’Azerbaigian ha avviato il processo di demarcazione dei confini subito dopo la sottoscrizione dell’accordo trilaterale il 9 novembre. Ma solo adesso in Armenia sta divagando il panico”, afferma l’esperto azero Farhad Mamedov. “Degno di nota è il fatto che a lanciare l’allarme sia stata la regione di Syunik. Il governatore di quest’ultima si presenta alle elezioni con il partito Armenia Prospera. È uno dei partiti che rientrava nel blocco dell’ex presidente Robert Kocharyan, il principale avversario di Pashinyan. La regione sta diventando un avamposto dell’opposizione”.
Mamedov ritiene che i punti dolenti nel processo di demarcazione possano essere sciolti da una commissione impegnata sul tema. Ma per istituire una tale commissione sono necessari una certa volontà politica nel riconoscere il reciproco diritto all’integrità territoriale e l’instaurazione di relazioni diplomatiche.
“Erevan accusa Baku di aver tentato di prendere il controllo sulla regione di Syunik. Da qui parte anche il cosiddetto Corridoio di Syunik, ma non stiamo parlando della conquista di territori armeni. L’opposizione e Pashinyan stanno alimentando tensioni e paure in maniera artificiale. Ad oggi comunque permane la presenza di militari armeni in Nagorno Karabakh. Sebbene nell’accordo del 9 novembre si dice che la missione di pace debba essere effettuata parallelamente alla ritirata dei militari armeni da quelle aree. Pare dunque che Erevan stia cercando dei modi per non riconoscere l’integrità territoriale dell’Azerbaigian. Smettete di parlare del Karabakh e poi smetteremo di parlare di Syunik”, così esprime il suo pensiero in merito Mamedov.
Il politologo non esclude che a breve le parti sottoscriveranno un ulteriore documento trilaterale tra Baku, Erevan e Mosca. “Il processo di demarcazione non è facile. Dovranno essere prese in considerazione anche le 6 enclaves nell’Armenia settentrionale a maggioranza azera. Apparentemente nel nuovo documento anche questi territori saranno oggetto di attenzione”, sostiene Mamedov.
“Un’occupazione infida”
“Entrambe le repubbliche hanno tra le mani delle mappe sovietiche. In base a queste dovrebbe essere effettuata la demarcazione. Ma pare che Baku non sia interessato ad agire in questo modo”, osserva il giurista e politologo armeno Artashes Halatyan. “In base alle provocazioni di natura frontaliera, Aliev desidera mettere in discussione tutto ciò che le parti hanno realizzato nei 6 mesi dopo la sottoscrizione dell’accordo del 9 novembre. La retorica belligerante delle autorità azere conferma che le stesse non intendono dare attuazione agli accordi”.
Halatyan ricorda che Armenia e Azerbaigian sono Stati membri dell’ONU, della CSI e di altre organizzazioni internazionali. Entrando a far parte di queste istituzioni, questi Paesi hanno dichiarato l’assenza di qualsivoglia pretesa territoriale, ma Baku sta violando le obbligazioni assunte a proprio carico.
“L’incidente frontaliero è una occupazione infida delle nuove terre armene. Ma del resto in quale altro modo possiamo interpretare le dichiarazioni di Aliev di occupare con la forza la regione di Syunik? Erevan non cederà i propri diritti sovrani su questo territorio. È difficile credere che Baku consenta anche a noi di utilizzare questi territori. Farebbero meglio a prendere i nostri territori con la forza senza prendere accordi con nessuno”, ritiene Halatyan.
Gli esperti azeri e armeni citati in questo approfondimento sono concordi sulla necessità di avviare delle consultazioni. Secondo Halatyan, Baku deve rinunciare alla sua retorica di aggressività. Mamedov, dal canto suo, invita alla risoluzione dei problemi sulla base degli accordi stipulati a novembre e a gennaio.

Roma-Mkhitaryan ancora insieme, ok di Mourinho al rinnovo. Le news di calciomercato (Sport.sky 28.05.21)

C’è l’ok di José Mourinho per la conferma di Henrikh Mkhitaryan alla Roma. Come spiegato da Sky Sport,  il nuovo allenatore giallorosso ha dato il via libera per la permanenza del 32enne armeno nella Capitale, mettendo di fatto da parte le frizioni tra i due dei tempi di Manchester, dove si erano incrociati nel biennio 2016-2018. La proprietà della Roma e il direttore generale dell’area sportiva Tiago Pinto sono sempre state convinte di voler rinnovare con Mkhitaryan, che nel suo contratto ha una clausola che gli permette di liberarsi dal 31 maggio. Trattenere Mkhitaryan, miglior calciatore della Roma nell’annata appena conclusa con 15 gol e 13 assist in 46 partite, era uno degli obiettivi prioritari dei Friedkin, che hanno chiesto allo Special One di trovare una soluzione rapida alla vicenda. Tutte le parti sono d’accordo sulla necessità di ripartire dal numero 77. La proposta sul tavolo dell’ex Arsenal e United è di un rinnovo pluriennale e dall’entourage del giocatore filtra disponibilità a restare nella Roma, con il club giallorosso che ora attende un feedback. La Roma ha fatto la sua scelta, ora starà a Mkhitaryan rispondere.

Un altro giocatore che fa parlare per il suo futuro è Alessandro Florenzi. Ha completato la stagione in prestito al Psg con 36 presenze, 2 gol e un assist in tutte le competizioni, e il club francese sta prendendo tempo per decidere il da farsi sul laterale destro: da contratto, i parigini hanno la possibilità di riscattare il giocatore entro il 15 giugno ma il direttore sportivo Leonardo sta riflettendo sulla posizione del classe 1991. La priorità per il Psg è infatti la scelta dell’allenatore, con Mauricio Pochettino che potrebbe tornare al Tottenham. Una volta definita la guida tecnica per la stagione 2021/22, sarà tempo di affrontare con lo stesso allenatore la questione Florenzi.

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ARMENIA: Si aggrava la crisi del Lago Sev (EastJournal 28.05.21)

A oltre sei mesi dalla firma dell’accordo di pace che ha sancito la fine della Seconda Guerra del Nagorno-Karabakh, le rivendicazioni territoriali continuano a gravare sulle relazioni tra Armenia e Azerbaigian. Le tensioni sono degenerate a partire dal 12 maggio, quando le forze armate azere sono penetrate in territorio armeno dalla zona di confine del Lago Sev (Lago Nero), avanzando le loro posizioni di 3,5 chilometri. In base alle informazioni fornite dall’esercito armeno, circa 1000 soldati azeri sarebbero stanziati nelle regioni del Syunik e del Gegharkunik. Sebbene Erevan abbia esortato Baku a ritirare i militari dal suo territorio, quest’ultima si è rifiutata di adempiere alla richiesta, affermando che le sue truppe sono situate all’interno dei propri confini nazionali.

Confini e mappe

Il 18 maggio, i media armeni hanno pubblicato una mappa dello Stato maggiore delle forze armate dell’Unione Sovietica che mostra come le coste occidentali, meridionali e orientali del Lago Sev si trovassero all’interno della Repubblica Socialista Sovietica Armena.

Il riemergere delle cartine geografiche dell’epoca sovietica, le uniche a delineare, parzialmente, la frontiera tra i due paesi caucasici, è indice della complessa questione della demarcazione del confine internazionale tra Armenia e Azerbaigian. Nel corso della Prima Guerra del Nagorno-Karabakh (1988-1994), Erevan ha preso il controllo di vaste porzioni di territorio azero intorno alla regione contesa. La maggior parte della frontiera visibile sulle cartine geografiche o su Google Maps non ha quindi riflettuto la realtà sul territorio fino alla vittoria azera nel conflitto nell’autunno del 2020.  L’accordo di cessate il fuoco del 9 novembre, firmato da Armenia e Azerbaigian con la mediazione della Russia, tuttavia non regola la demarcazione delle aree di confine estranee al Nagorno-Karabakh, ecco quindi la causa della tensione di queste settimane.

Dopo lo sconfinamento azero del 12 maggio, l’Armenia ha avviato una serie di consultazioni con l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), l’alleanza militare guidata da Mosca di cui Erevan è membro dal 2002. In base agli obblighi previsti dalla CSTO, il Cremlino si dovrebbe impegnare a fornire sostegno militare agli stati membri qualora la loro sovranità territoriale venga messa a repentaglio. Il 19 maggio, nel corso di un vertice dei paesi membri a Dušanbe, il segretario generale dell’Organizzazione, Stanislav Zas, ha dichiarato che l’alleanza “osserva con preoccupazione l’evoluzione della situazione nella regione armena del Syunik”. Il 26 maggio, parlando all’Assemblea nazionale, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan ha espresso insoddisfazione per l’operato della CSTO, affermando che l’Armenia non ha escluso la possibilità di rivolgersi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

A seguito delle continue tensioni, le reazioni all’interno della comunità internazionale si sono fatte sentire. Il Dipartimento di Stato americano ha invitato i suoi cittadini a non recarsi in Armenia, nella regione del Nagorno-Karabakh e in Azerbaigian. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrovha affermato che il Cremlino ha lanciato un’iniziativa per creare una commissione mista armeno-azera sulla demarcazione dei confini, alla quale prenderebbe parte come mediatore. In un comunicato ufficiale, il segretario del Consiglio di sicurezza dell’Armenia, Armen Grigoryan, ha osservato che il prerequisito fondamentale per risolvere la questione dei confini sia l’immediato ritiro delle forze azere dal territorio dell’Armenia. L’Azerbaigian, dal canto suo, ha chiesto che gli armeni forniscano loro mappe delle mine terrestri deposte durante la guerra, un ritiro delle forze militari armene dal Nagorno-Karabakh e un calendario accelerato per l’apertura di nuove rotte di trasporto verso l’exclave di Nachicevan attraverso la regione del Syunik.

Crisi ed elezioni

Sullo sfondo di tali tensioni, un nuovo scandalo ha agitato l’opinione pubblica armena. Il 19 maggio Mikael Minasyan, ex ambasciatore presso la Santa Sede, nonché genero dell’ex presidente Serzh Sargsyanha dichiarato che il primo ministro Pashinyan starebbe concordando con il suo omologo azero nuovi principi di demarcazione e concessioni territoriali in cambio del ritiro delle truppe dal territorio armeno. Il giorno successivo, il premier armeno ha annunciato, con un post su Facebook, che l’Armenia firmerà un’intesa con l’Azerbaigian, purché rispetti al 100% gli interessi nazionali. Il testo di tale accordo non è stato reso noto, ma una parte dell’opinione pubblica armena non ha perso tempo per accusare Pashinyan di tradimento.

Sul versante opposto, il presidente azero Ilham Aliyev, in un tweet del 21 maggio, ha scritto che l’Azerbaigian è pronto a collaborare con l’Armenia al trattato di pace. Usando toni molto diversi da quelli battaglieri impiegati finora, Aliyev ha espresso l’auspicio che, in seguito alle elezioni in Armenia del prossimo 20 giugno, le relazioni tra i due paesi possano migliorare.

Mentre i negoziati continuano, il ministero della Difesa armeno ha riferito che, il 25 maggio, un soldato è rimasto ucciso in una sparatoria al confine con l’Azerbaigian, nella provincia armena di Gegharkunik. Le autorità azere hanno risposto negando che le loro forze armate avessero aperto il fuoco e accusando l’Armenia di diffondere false informazioni. Due giorni dopo, sei soldati armeni  sono stati catturati dalle forze azere vicino al confine. Se da una parte Erevan ha dichiarato che i sei sono stati “circondati e catturati” sul suolo armeno dalle forze azere nelle prime ore di giovedì, dall’altra Baku ha respinto le accuse al mittente, sostenendo che i propri soldati sono stati trovati sul lato azero del confine.

Dopo questi ultimi sviluppi, il ministro degli Esteri armeno, Ara Ayvazyanha presentato le sue dimissioni il 27 maggio. All’origine della decisione ci sarebbe stato un appello presentato lo stesso giorno da Pashinyan e indirizzato ai tre paesi co-presidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE – l’ente internazionale preposto a risolvere il conflitto tra Baku e Erevan – senza consultare Ayvazyan. In tale dichiarazione, il premier armeno proponeva il ritiro delle forze armene e azere dall’area di confine e invitava Francia, Russia e Stati Uniti a schierare osservatori internazionali nella zona per evitare l’aggravarsi della situazione.

I recenti incidenti si consumano in un clima soggetto ora a crescenti tensioni lungo il confine, ora a schiarite negoziali sul delicato contenzioso territoriale. Chissà che una volta che le due parti riescano a trovare un accordo sulla demarcazione dei confini e che le elezioni armene avranno dato un verdetto, non si assista a un graduale miglioramento nelle relazioni tra Baku e Erevan.

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Armenia, il ministro degli Esteri si e’ dimesso (Trt.net 28.05.21)

REGGIO – Approvate all’unanimità mozioni del consigliere Rudi Lizzi a sostegno del popolo armeno (Veritasnews 27.05.21)

Nella seduta del Consiglio Metropolitano di ieri, è arrivato parere unanime dall’aula per le mozioni del Consigliere di Fratelli d’Italia Rudi Lizzi.

Si tratta di iniziative consiliari a sostegno del popolo armeno, e del riconoscimento formale dello Stato indipendente della Repubblica dell’Artsakh.

Le due mozioni sono state fortemente sostenute dall’intero Consiglio, su proposta di Lizzi, per rinsaldare e irrobustire il legame culturale tra Reggio Calabria e la comunità armena.

Si tratta di due terre distanti geograficamente ma caratterizzate da un profondo legame testimoniato dall’analisi storica e documentale, dai lasciti archeologici, dal culto dei Santi, dai toponimi e da idiomi che contraddistinguono anche la nostra quotidianità.

Le due mozioni discusse – ha dichiarato Lizzi – hanno rappresentato un’importante contributo a favore del rispetto dei diritti umani, per la promozione della pace fra i popoli, per il sostegno al dialogo fra culture, che ha aggiunto – principi sanciti dalla nostra Costituzione e valori fondanti l’Unione Europea ma che, purtroppo, in varie parti del mondo ancora rappresentano una conquista da raggiungere”.

La comunità Armena-Calabria da diverso tempo – ha continuato il Consigliere metropolitano – ha posto alla mia attenzione le tensioni che purtroppo animano l’area caucasica recentemente scossa da un conflitto armato fra la Repubblica di Armenia e l’Azerbaijan per l’integrità e l’indipendenza della regione del Nagorno-Karabakh, chiamata anche “Repubblica dell’Artsakh”.

Con queste due mozioni anche la Città Metropolitana di Reggio Calabria – conclude Rudi Lizzi – si inserisce in un percorso concreto di solidarietà e di difesa dei diritti umani, del dialogo e della pace che si può costruire solo attraverso atti che, sicuramente possono avere un valore simbolico, ma che hanno anche un loro concreto peso mediatico e nel contesto delle relazioni internazionali. E noi reggini, intimamente legati all’Armenia, non possiamo restare indifferenti”.

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IL CONSIGLIO METROPOLITANO DI REGGIO CALABRIA RICONOSCE GENOCIDIO ARMENO (Ntcalabria 27.05.21)


 

ASIA/SIRIA – Aleppo, l’Arcivescovo Boutros Marayati nominato Amministratore patriarcale della Chiesa armena cattolica (27.05.21)

Aleppo (Agenzia Fides) – L’Arcivescovo armeno cattolico Boutros Marayati, a capo della comunità armeno cattolica di Aleppo, è stato nominato Amministratore apostolico ad Interim della Chiesa cattolica armena, dopo la scomparsa per malattia del Patriarca armeno cattolico Krikor Bedros Ghabroyan (vedi Fides 26/5/2021). La notizia della nomina è stata diffusa nel pomeriggio di mercoledì 26 maggio dalla Segreteria del Patriarcato armeno cattolico. La nomina è avvenuta sulla base dell’articolo 127 del Codice dei Canoni delle Chiese orientali cattoliche, dove si legge che durante la vacanza della Sede patriarcale assume la carica di Amministratore della Chiesa patriarcale “il Vescovo più anziano per ordinazione tra i Vescovi della Curia patriarcale o, se questi non ci sono, tra i Vescovi che sono membri del Sinodo permanente”. Il compito principale dell’Amministratore patriarcale ad interim sarà quello di convocare i membri del Sinodo della Chiesa armena cattolica per eleggere il nuovo Patriarca.
Boutros Marayati, nato a Aleppo nel febbraio 1948, è stato ordinato sacerdote nel 1971 e nel 1990 è stato consacrato Vescovo armeno cattolico della sua città natale. Nei lunghi anni del conflitto siriano è rimasto a fianco delle sempre più esigue comunità cristiane di Aleppo, città martire, per lungo tempo terreno di scontro tra le forze militari fedeli al Presidente Bashar al Assad e le milizie ribelli, comprese quelle di marca jihadista.
Nel gennaio 2014, in qualità di Amministratore apostolico sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis dell’eparchia armena cattolica di Kamichlié (Qamishli), l’Arcivescovo Marayati sconfessò l’iniziativa “Adotta una parrocchia in Siria” lanciata on line da un sacerdote armeno cattolico siriano, come progetto per raccogliere fondi a favore delle sofferenti comunità cristiane in Siria. In quell’occasione (vedi Fides 11/1/2014), l’Arcivescovo Marayati rese noto attraverso l’Agenzia Fides che il sacerdote promotore dell’iniziativa non aveva “nessuna facoltà né autorizzazione per organizzare raccolte di fondi in nome e a favore delle parrocchie o delle scuole cristiane della Siria”. (GV) (Agenzia Fides 27/5/2021)

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Ucraina: cordoglio della Chiesa greco-cattolica ucraina per la morte del Patriarca armeno cattolico Krikor Bedros XX Ghabroyan (Sir 27.05.21)

Azerbaijian-Armenia, risale la tensione: catturati sei soldati armeni al confine (La Repubblica 27.05.21)

Il ministero della Difesa armeno ha annunciato che sei militari sono stati arrestati e catturati nella regione di Gegharkunik, al confine con l’Azerbaijian: “Questa mattina “i militari delle forze armate azere hanno circondato e catturato sei militari armeni che stavano eseguendo dei lavori di ingegneria (…) nella sezione di confine della regione di Gegharkunik”, ha riferito il ministero in un comunicato.

In questo momento, riporta il dicastero di Erevan, sono in corso tutti gli sforzi necessari per ottenere la liberazione dei militari. All’inizio della giornata, il ministero della Difesa azero ha detto che i sei militari sono stati arrestati dopo il loro tentativo di attraversare il confine.

Secondo le autorità di Baku, un gruppo di ricognizione-sabotaggio delle forze armate armene avrebbe tentato di entrare nel territorio del Paese, nei pressi del villaggio di Yukhari Ayrim, nella regione di confine di Kalbajar. In seguito a quanto accaduto, si legge nella nota, “sei militari nemici che cercavano di minare le rotte di rifornimento che conducevano agli avamposti dell’esercito dell’Azerbaijian al confine, sono stati circondati, neutralizzati e fatti prigionieri. In mattinata, diversi veicoli da combattimento, compresi i carri armati delle forze armate armene si sono ammassati nei pressi del confine. Attualmente, la situazione operativa in questa direzione è sotto il controllo delle unità dell’esrecito azero”.

L’arresto dei sei militari è l’ennesimo incidente al confine meridionale fra Armenia e Azerbaijian dopo la morte del sergente Georg Khurshudyan rimasto ucciso il 25 maggio a Verin Shorza, nella regione armena di Gegharkunik, in seguito a dei colpi di arma da fuoco che secondo Erevan sarebbero partiti dalgli azeri di stanza al confine. La situazione alla frontiera è tesa dal 12 maggio: da un lato l’Armenia chiede l’immediato ritiro dei militari azerbaigiani entro il loro confine; dall’altro, le autorità di Baku sostengono che la frontiera in quell’area non sia pienamente delimitata e ritengono di non aver commesso alcuna violazione.

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SCENARI/ Guerre e affari: cosa bolle nella pentola di Armenia, India e Pakistan (Sussidiario.ne 27.05.21)


 

Il Liceo Leopardi e l’Armenia rafforzano il gemellaggio: continua lo scambio culturale (Leccotoday 27.05.21)

Il legame tra il Liceo Leopardi di Lecco e l’Armenia si rinsalda grazie ad un bel progetto di gemellaggio, entrato nel vivo proprio in queste settimane. Da tempo la scuola di Rancio è attenta alla situazione armena, offrendo momenti di approfondimento e riflessione aperti a tutta la città, ed è stata quindi ben felice di aderire alla proposta di gemellaggio ricevuta dalla scuola di Vanadzor, danneggiata nel 1988 a seguito di un terremoto.

Gemellaggio Armenia5-2

Durante il primo incontro online del progetto, gli studenti del Liceo Leopardi hanno presentato figure di eccellenza della storia italiana, da Leonardo da Vinci a Samantha Cristoforetti, e i ragazzi armeni hanno fatto altrettanto con la loro storia. Il rapporto a distanza sta proseguendo ora in versione “pen pal 2.0”: i ragazzi continuano a conoscersi e a far scoprire i propri luoghi scambiandosi, al posto delle classiche lettere, dei video realizzati da loro. Questo gemellaggio fa parte di un progetto nato nel 2018 e che ha coinvolto alcuni Istituti Comprensivi della provincia in una corrispondenza per e-mail, in lingua inglese, con alcune scuole del primo ciclo dell’Armenia, in concomitanza con un viaggio compiuto da tre gruppi lecchesi in Armenia.

Gemellaggio Armenia4-2

Il Liceo Leopardi ha così modo di proseguire un percorso di approfondimento delle tematiche legate alla situazione armena iniziato già lo scorso novembre, dal titolo “Armenia: la luce dal Pozzo Profondo”. In quell’occasione, avevano dialogato con gli studenti tre illustri ospiti: il prof. Aldo Ferrari, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, la famosa scrittrice e saggista Antonia Arslan e la Presidente della Casa Armena di Milano, Marina Mavian.

OLTRE L’IMMAGINE: INCONTRO SULL’ARMENIA (Pugliaeccellente 26.05.21)

26.05.2021 – Nell’ambito del progetto culturale del Teatro delle Bambole, Oltre l’immagine, percorso di conoscenza, dialogo e scambio culturale tra differenti etnie, martedì 1 Giugno 2021 – ore 18.45, si parlerà dell’Armenia.

L’incontro si terrà presso il Pluriuso del quartiere Catino (Bari – Via Narcisi, 9) e sarà dedicato alla conoscenza dell’Armenia attraverso la testimonianza di alla presenza di Kegham J. Boloyan, professore di lingua e letteratura araba nonché di lingua e traduzione araba presso l’Università del Salento e Carlo Coppola, Presidente del Centro Studi “Hrand Nazariantz” e Segretario dell’Associazione Armeni Apulia.

L’incontro sarà moderato da Andrea Cramarossa e le letture saranno a cura di Kegham J. Boloyan e Federico Gobbi.

L’incontro è gratuito. I posti disponibili sono limitati: la prenotazione è obbligatoria.

Dopo la pausa obbligata, ha ripreso il suo cammino il percorso culturale e artistico denominato “OLTRE L’IMMAGINE – Nel mondo dell’altro: è anche il mio” sotto la Direzione artistica di Andrea Cramarossa. Il progetto si inserisce nella programmazione di eventi della Rete Civica Urbana di Santo Spirito, Catino, San Pio e Torricella del Comune di Bari.

Per informazioni e prenotazioni: Cell. 347 3003359 – info@teatrodellebambole.it

Il Progetto “OLTRE L’IMMAGINE – Nel mondo dell’altro: è anche il mio” ha come valori intrinseci la libertà e lo sviluppo sostenibile e solidale della persona e delle comunità, per un auspicabile granire di società emancipatesi dal pregiudizio e in stretta e costante relazione coi virtuosi processi di conoscenza della memoria extra temporale, per ritrovare la radice unica di una genealogia multiforme.

Per il rispetto delle disposizioni sanitarie per il contenimento del COVID19, l’incontro si svolge all’aperto dove è garantito il distanziamento.

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OLTRE L’IMMAGINE
Letteratura | Cinema | Fotografia | Teatro | Performance
Direzione artistica: Andrea Cramarossa
Coordinamento: Federico Gobbi
Teatro delle Bambole

http://www.teatrodellebambole.it

PLURIUSO

Via Narcisi, 9
BARI, quartiere CatinoPer informazioni:

Federico Gobbi

Cell.: 347 3003359 – info@teatrodellebambole.it

Comunicazione RCU – Santo Spirito, Catino, San Pio e Torricella

Daniele Di Cell.: 320 3274086 – daniele.difronzo@ngm.it

Il business italiano in Nagorno-Karabakh, in nome della riconciliazione (Comedonchisciotte 26.05.21)

Di Marco Santopadre, pagineesteri.it

Il 9 novembre 2020, Armenia e Azerbaigian hanno firmato il cessate il fuoco, mediato dalla Russia, al termine di un cruento conflitto iniziato il 27 settembre per il controllo dell’Artsakh, territorio dichiaratosi indipendente alla fine degli anni ’80 in una regione azera (il Nagorno-Karabakh) abitata prevalentemente da armeni. Il primo conflitto, dal 1991 al 1994, si era concluso con una netta vittoria degli armeni, che non solo avevano mantenuto il controllo dell’Artsakh, ma avevano strappato a Baku sette province adiacenti.

Dopo aver preparato per anni la rivincita, sostenuta da Turchia e Israele ed essendosi assicurata la tolleranza di Mosca – che pure appoggia storicamente l’Armenia, sul cui territorio possiede basi e installazioni militari – il 27 settembre 2020 Baku ha lanciato un massiccio attacco riuscendo rapidamente a riconquistare la maggior parte dei territori perduti 26 anni prima. Solo l’intervento russo ha evitato la scomparsa della Repubblica dell’Artsakh, ridotta però ad una piccola enclave attorno alla capitale Stepanakert completamente circondata da territorio azero. A garantire il collegamento con l’Armenia solo lo stretto corridoio di Lachin, protetto da Mosca che ha ottenuto di poter schierare sul terreno 2000 militari per almeno cinque anni, incaricati di monitorare il rispetto della tregua. In cambio Erevan si è impegnata a garantire all’Azerbaigian i collegamenti con la Repubblica Autonoma del Nakhchivan, exclave di Baku ad ovest dell’Armenia. 

Il premier armeno dimissionario, Nikol Pashinyan

Il premier armeno Nikol Pashinyan e la leadership dell’Artsakh hanno giustificato l’intesa come obbligata, per evitare la disfatta totale. Ma le opposizioni e una parte dell’esercito hanno accusato il governo di aver capitolato, regalando a Baku anche territori che le truppe azere – sostenute dai mercenari e dai militari inviati da Ankara – non avevano conquistato. Numerose manifestazioni hanno reclamato la dimissioni di Pashinyan mentre in un documento il capo di Stato Maggiore, Onik Gasparyan e vari comandanti dell’esercito definivano il premier “incapace di prendere decisioni adeguate”. Pashinyan ha gridato al golpe ma poi, il 25 aprile, ha deciso di dimettersi permettendo così la convocazione di elezioni anticipate.

L’Armenia è in preda a una crisi senza precedenti, stretta tra la difficoltà economiche, l’instabilità politica e le conseguenze della pandemia. Centinaia di migliaia di profughi provenienti dai territori riconquistati da Baku e più di 150 militari e civili ancora prigionieri dell’Azerbaigian tengono aperta una ferita che difficilmente potrà essere rimarginata. 
Se Baku ha rafforzato la sua indipendenza da Mosca, la sopravvivenza dell’Armenia sembra dipendere sempre più dal sostegno russo, che rischia di diventare dipendenza. Lo stesso Pashinyan, salito al potere nel 2018 a capo di una coalizione filoccidentale e anti russa, si è dovuto piegare all’aumento della presenza militare di Mosca nel paese; a inizio maggio il premier dimissionario ha annunciato la realizzazione di due nuovi siti militari russi nella regione di Syunik al confine con l’Azerbaigian, “come ulteriore garanzia di sicurezza”. 

Intanto la popolazione armena è atterrita dalla sconfitta e dall’isolamento internazionale: Erevan ha ben poco da offrire rispetto ai propri minacciosi vicini. 


Entusiasmo azero

Se Erevan è ancora sotto shock, a Baku si respira un’atmosfera di entusiasmo. La schiacciante vittoria dell’autunno ha certificato l’ingresso della Repubblica ex sovietica nel novero delle potenze regionali, con gli arsenali pieni e crescenti relazioni internazionali oliate dalle massicce forniture di idrocarburi. 
Il legame con la Turchia, artefice principale del successo azero contro l’Armenia, è ormai fortissimo. In ben due occasioni Aliyev si è vantato che il rapporto di “amicizia e fratellanza” con Ankara è “al massimo livello”. «La seconda guerra del Nagorno-Karabakh ha dimostrato ancora una volta al mondo intero che la Turchia e l’Azerbaigian sono insieme» e che «hanno ampliato le loro capacità nella regione» ha detto Aliyev, aggiungendo che «il nostro ruolo e la nostra influenza sono aumentati e continueranno a crescere». 
Erdogan ha celebrato la vittoria partecipando ad una trionfale parata organizzata da Aliyev a Baku che ha visto sfilare le armi di ultima generazione e le truppe speciali inviate da Ankara per sbaragliare gli armeni. Il 12 aprile, poi, il presidente azero – al potere dal 2003, dopo altri 10 anni di “regno” del padre Heydar – ha inaugurato il “Parco della Vittoria” nel quale, a infierire sugli sconfitti, sono esposti gli elmetti appartenenti ai soldati armeni caduti negli scontri e dei manichini che ne riproducono le spoglie in pose ridicole, se non bastasse l’enorme scritta “il Karabakh è Azerbaigian” composta dalle targhe di 2000 veicoli militari catturati al nemico.
Baku si gode il momento d’oro. Nonostante il crollo del prezzo del petrolio, nel 2020, causato dalla pandemia, il paese ha incassato il varo del Tap, che trasporta in Europa ogni anno dieci miliardi di metri cubi di gas estratto nel Mar Caspio (che ospita il 20% delle riserve mondiali) mentre le aziende straniere fanno la fila per aggiudicarsi appalti e investimenti.

Il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev

Mentre l’Armenia può aspirare ad un unico progetto infrastrutturale degno di nota – la linea ferroviaria Erevan-Mosca – deciso durante il vertice tenutosi a Mosca tra Putin, Aliyev e Pashinyan l’11 gennaio, l’elenco degli interventi previsti in Azerbaigian è assai corposo.
Aliyev vuole trasformare l’Azerbaigian in un crocevia delle vie di comunicazione e dei corridoi commerciali e in uno snodo geopolitico.
Il 15 febbraio, inaugurando i lavori per il collegamento ferroviario tra Horadiz e Agbend nel distretto riconquistato di Fizuli, il presidente azero ha dichiarato che «i progetti di trasporto nella regione dovrebbero svolgere un ruolo speciale nello sviluppo a lungo termine della stessa, garantendo stabilità, riducendo a zero il rischio di guerra e facendo in modo che tutti i Paesi partecipanti ne traggano vantaggio». Dopodiché ha elencato alcuni dei progetti più ambiziosi: il collegamento tra il Nakhchivan e la Turchia, che apre ad Ankara la via dell’Asia Centrale; la tratta ferroviaria tra Russia e Iran sempre attraverso l’exclave; il corridoio ferroviario tra Iran e Armenia e quello tra Turchia e Russia. 
Nel frattempo il paese si è già trasformato in un enorme cantiere a cielo aperto, tra la realizzazione di nuovi pozzi per l’estrazione del gas, la modernizzazione delle raffinerie di petrolio e la creazione di nuove centrali solari e idroelettriche.

Soldati azeri

Trasformare il Nagorno-Karabakh in un “paradiso degli investimenti”

Il regime, in particolare, ha deciso di investire ingenti risorse nella ricostruzione dei territori riconquistati, trasformandola in un’occasione per attirare ulteriori investimenti internazionali e dare lustro al paese. Allo scopo Aliyev ha istituito un ingente “Fondo per la rinascita del Nagorno-Karabakh”.
«Di recente ho detto che creeremo un paradiso nella regione del Karabakh, e mantengo la mia parola» ha dichiarato Aliyev nel corso di una riunione governativa; il suo obiettivo è ripopolare rapidamente i distretti rioccupati, trasformandoli in una meta turistica internazionale. Nuove strade sono previste nei distretti di Lachin e Fizuli e particolare attenzione verrà accordata, nella ricostruzione, alla città di Shusha – la ex “Parigi del Caucaso” – che Baku intende riportare “all’antico splendore” ed ha appena dichiarato capitale culturale dell’Azerbaigian.

Alla fine di aprile il presidente, accompagnato da moglie e figlia, ha visitato il distretto di Zangilan per inaugurare una serie di cantieri, in primo luogo quello del nuovo aeroporto internazionale la cui pista dovrebbe essere lunga tre chilometri, permettendo così decollo e atterraggio a grandi aerei da carico. Altri due aeroporti sono previsti a Fizuli e Lachin, mentre Aliyev ha posato la prima pietra dell’autostrada Zangilan-Horadiz, lunga 124 km e larga sei corsie. 


Grandi opportunità per i “paesi amici”

Baku ha deciso di selezionare attentamente i paesi e le aziende che potranno collaborare alla ricostruzione del Nagorno-Karabakh, privilegiando ovviamente la Turchia – alla quale è stata affidata la realizzazione di un parco tecnologico – e i paesi del “Consiglio di cooperazione dei Paesi turcofoni” (o Consiglio Turco). 

Ma tra i paesi che Aliyev considera amici e che quindi meritano una corsia preferenziale figura, oltre alla Cina e a Israele, anche l’ItaliaDopo il conflitto i rappresentanti italiani sono stati i primi occidentali a visitare Baku e i distretti strappati agli armeni, prima con una delegazione parlamentare e poi con una governativa. 

Le imprese francesi, invece – Parigi ha, seppur debolmente, sostenuto Erevan durante la “guerra dei 44 giorni” – hanno dovuto fare non poca anticamera e per ora si sono aggiudicate le briciole. L’Italia, invece, è ormai da anni un partner strategico dell’Azerbaigian e l’atteggiamento “equidistante” dei governi italiani in merito alla contesa con l’Armenia ha rafforzato il legame col regime di Baku. Il ministro azero degli Esteri, Ceyhun Bayramov, ha esplicitamente lodato le posizioni assunte dal governo italiano e in particolare il contenuto di una risoluzione adottata il 2 marzo dalla Commissione Affari Esteri della Camera in quanto mostrerebbe “un atteggiamento equilibrato” utile a permettere la riconciliazione tra i due contendenti.

Ormai dal 2013 l’Azerbaigian è il primo fornitore di petrolio dell’Italia insieme all’Iraq, con importazioni medie annuali per circa 5,5 miliardi di euro. L’inaugurazione del Tap lo scorso 31 dicembre ha poi permesso all’Italia di diventare un vero e proprio hub europeo del gas azero, che esporta attualmente in Francia e Svizzera. 
L’Italia è anche il primo partner commerciale del paese centroasiatico; dal 2016 al 2020 le importazioni sono più che raddoppiate arrivando a 6 miliardi annuali. Secondo il Ministero degli Esteri sono ben 3000 le imprese nostrane operative sul suolo azero, comprese l’Eni e l’Unicredit, per un investimento totale di circa 600 milioni di dollari. 

Il 3 febbraio l’italiana Maire Tecnimont, già coinvolta in progetti sul suolo azero per un valore complessivo di 1,6 miliardi di euro, ha vinto due importanti contratti con la Heydar Aliyev Oil Refinery (controllata della compagnia petrolifera statale azera Socar) per un valore di 160 milioni di dollari. L’azienda dovrà ricostruire l’unico impianto per la raffinazione del greggio presente a Baku, città nella quale proseguono i lavori per la realizzazione dell’Università Italiana, che gli imprenditori e i politici nostrani sperano possa presto sfornare futuri dirigenti interessati a moltiplicare le occasioni di business per Roma.

In occasione di un Business Forum tra le delegazioni dei due paesi – con la partecipazione del presidente azero e del direttore generale di Confindustria Marcella Panucci – organizzato alla Farnesina nel febbraio 2020, Ilham Aliyev aveva già definito l’Italia «un partner strategico in Europa, il partner numero uno». Davanti ad una platea composta dai rappresentanti di 90 enti, aziende e associazioni azere e di 170 imprese italiane, Aliyev aveva rilanciato la collaborazione nei settori dei trasporti, dell’agro-alimentare, dell’energia, del turismo, delle reti idriche. Il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era andato oltre, definendo l’Italia «un ponte nel Mediterraneo così come l’Azerbaigian è un ponte tra Europa e Asia. Siamo paesi amici accomunati da scambi basati sul dialogo tra culture, religioni, lingue ed etnie».

Il Ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio

La torta del Nagorno-Karabakh

Ovviamente la decisione da parte del regime azero di convogliare importanti risorse sulla ricostruzione, il ripopolamento e la modernizzazione delle province recuperate dopo 30 anni di controllo armeno ha aumentato le opportunità a disposizione delle imprese italiane.
A seguito della missione realizzata nel dicembre scorso in Azerbaigian, il 21 aprile il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano ha inaugurato una “web mission”, con la partecipazione del ministro dell’Energia azero Parviz Shahbazov. nel settore della pianificazione urbana allo scopo di far incontrare imprenditori italiani e committenti azeri; allo scopo gli esecutivi dei due paesi hanno costituito una commissione economica intergovernativa bilaterale, presieduta proprio da Di Stefano e Shahbazov. 
Già il 26 aprile è stato presentato in Azerbaigian un progetto di ricostruzione nel quale alcune aziende italiane svolgeranno un ruolo importante. Durante la sua visita nei distretti di Jabrayil e Zangilan, Aliyev ha infatti annunciato la costruzione a breve dei primi “smart village” (villaggi intelligenti), che verranno realizzati da imprese turche, israeliane, cinesi e appunto italiane. Il progetto pilota riguarda la realizzazione di tre “smart village” ad Aghali, con l’edificazione di 200 edifici residenziali più alcuni di servizio – scuole, ambulatori, ecc – da costruire con materiale isolante, dotati di reti di comunicazione di ultima generazione e in possesso di sistemi di riscaldamento all’avanguardia, con una particolare attenzione a sostituire i combustibili fossili con tecnologie basate sulle energie rinnovabili e a basso impatto ambientale. Annessi agli “smart village” sono stati lanciati anche dei progetti di cosiddetta “agricoltura intelligente” e la realizzazione di infrastrutture di tipo turistico. 

Della digitalizzazione verrà incaricata la filiale locale del gigante cinese Huawei, mentre una ditta italiana si occuperà di dotare un caseificio, realizzato da una impresa israeliana, della tecnologia e delle competenze necessarie alla produzione di mozzarella e burrata con latte di bufala. L’Azerbaigian, già quarto esportatore di formaggi a livello mondiale, vuole incrementare e differenziare la produzione casearia.

Ansaldo Energia, invece, ha vinto l’appalto per la costruzione di quattro sottostazioni elettriche insieme all’azienda locale Azerenerji, e si è già aperto il capitolo del restauro del patrimonio archeologico ed artistico, anche in questo caso con varie imprese e istituzioni culturali italiane in prima fila. 
«L’Azerbaigian si aspetta una grande partecipazione delle aziende italiane» ha affermato in un’intervista all’Agenzia Nova l’assistente del primo vice presidente azero Elchin Amirbayov nel corso di una visita a Roma.

«Dopo la guerra dei 44 giorni (…) l’Azerbaigian ha ripristinato la sua integrità territoriale» ha detto Amirbayov parlando del ripristino della “giustizia storica” in linea con il diritto internazionale e con le quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu del 1993 «che chiedono il completo, immediato e incondizionato ritiro delle forze dell’Armenia dal territorio azerbaigiano».
Per Amirbayov – che ovviamente ha taciuto sulla distruzione del patrimonio storico e religioso armeno attualmente in corso nei territori rioccupati – l’Italia può dare un grande contributo alla ricostruzione di un territorio di circa 10 mila km quadrati in cui intere città, paesi ed edifici storici sono stati distrutti o gravemente danneggiati. «Si tratta di una sfida importante per cui abbiamo bisogno di partner, e l’Italia è certamente tra questi» ha sottolineato il dirigente azero.

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Armenia: turbolenze regionali e fermenti politici (Treccani 26.05.21)

A circa sei mesi dalla disfatta militare consumatasi tra le montagne del Karabakh nel conflitto con l’Azerbaigian, il 23 ed il 24 aprile scorsi si sono svolte in Armenia le commemorazioni del Metz Yerghen, il genocidio perpetrato contro gli Armeni nel 1915-16, in un Impero ottomano prossimo allo sgretolamento. Centinaia di migliaia di persone hanno partecipato alle cerimonie svoltesi nella capitale Erevan, nel corso delle quali l’opposizione non ha mancato di tuonare contro il primo ministro Nikol Pashinyan, accusandolo di essere un traditore.

In Armenia, la sconfitta nella guerra dei 44 giorni dello scorso autunno ha esasperato equilibri politici e sociali già tesi: ad essere contestato da larghi settori della società è proprio il primo ministro Nikol Pashinyan, considerato promotore di una politica debole nei confronti della Turchia, della recente sconfitta militare con l’Azerbaigian e dei problemi economici del Paese. Il bilancio approssimativo delle sei settimane di combattimenti è di almeno 5.000 morti, a cui si sommano migliaia di feriti, invalidi e almeno 100.000 rifugiati che hanno abbandonato le proprie case.  Secondo altre stime le vittime di combattimenti dello scorso autunno potrebbero essere addirittura 10.000.

L’intervento russo, avvenuto con il dislocamento di una forza d’interposizione di circa 2.000 uomini nei territori contesi tra Armenia ed Azerbaigian ha scongiurato per Erevan una sconfitta ben peggiore, rinnovando il ruolo di Mosca nel Caucaso meridionale. Nelle settimane che hanno seguito il cessate il fuoco mediato da Mosca, decine di migliaia di manifestati hanno protestato per le strade di Erevan pretendendo le dimissioni del primo ministro, arrivate soltanto a distanza di mesi.

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov si è recato in visita in Armenia il 5 ed il 6 maggio, con un tempismo tutt’altro che casuale: a pochi giorni dal 24 aprile, data in cui gli Armeni commemorano il genocidio del 1915-16, a ridosso del 9 maggio, giorno in cui in Russia si celebra ‒ come nella tradizione sovietica – la vittoria sul nazifascismo avvenuta nel 1945, e a poche settimane dalle elezioni politiche previste a giugno.

Nella cornice della visita, i ministri degli Esteri russo e armeno hanno reso omaggio alle vittime del genocidio ed ai caduti della Grande guerra patriottica – definizione con cui in Russia si ricorda la Seconda guerra mondiale ‒ visitando i due memoriali presenti nella capitale armena Erevan.

Un fatto certamente simbolico, ma nient’affatto formale: tanto meno a pochi giorni dall’annuncio con cui il presidente statunitense Joe Biden ha ufficializzato il riconoscimento statunitense del genocidio armeno: una scelta che si inserisce nel quadro delle forti tensioni tra Mosca e Washington emerse nelle ultime settimane. Benché larghi settori della società armena abbiano accolto questa notizia senza particolari entusiasmi, la mossa di Washington vorrebbe evidentemente essere d’aiuto al primo ministro Nikol Pashinyan in vista dell’imminente competizione elettorale.

Nonostante ciò, una nuova affermazione elettorale di Nikol Pashinyan appare piuttosto remota.

Oltreoceano la volontà di riconoscere ufficialmente il genocidio armeno era già emersa due anni fa con il voto del Congresso statunitense, orientato in modo significativo dalle pressioni della comunità armena degli Stati Uniti: il tempismo scelto dalla Casa Bianca per ufficializzare la decisione si spiega con l’intento statunitense di avvicinare alla propria orbita l’Armenia, a dispetto del suo rapporto strategico con Mosca.

Il cordone ombelicale con la Federazione Russa è infatti uno degli elementi che, nell’ambito dell’Unione euroasiatica, permette alla precaria economia armena di reggersi. A questo si aggiunge il ruolo che Mosca svolge nel fornire assistenza militare all’Armenia e nel presidiarne le delicate frontiere terrestri, oltre alla presenza militare di Mosca in territorio armeno (base di Gyumri e aeroporto militare di Erebuni).

Molti i temi al centro dei colloqui tra Sergej Lavrov, l’omologo armeno Ara Aivazian ed il primo ministro Nikol Pashinyan, come l’implementazione dell’accordo sul cessate il fuoco nei territori contesi del Nagorno-Karabakh, i progetti infrastrutturali di collegamento ferroviario tra Armenia e Federazione Russa, gli investimenti russi in Armenia, le attività di sostegno umanitario.

Rimarcando l’importanza del partenariato strategico tra Mosca ed Erevan, Sergej Lavrov ha auspicato che «armeni ed azeri possano riuscire a convivere pacificamente, come è stato a lungo possibile nel passato». Tuttavia, il ruolo di Ankara e Baku continua ad essere percepito come una minaccia da larghi settori della società armena, nel solco della memoria del genocidio, della conflittualità emersa con l’Azerbaigian durante e dopo il collasso sovietico e del panturchismo promosso da alcune forze politiche turche: una conflittualità che ha esasperato le identità nazionali distinte, alimentando le turbolenze del Caucaso.

Una tendenza, quella all’esasperazione identitaria, che compromette le possibilità di un equilibrio pacifico e duraturo per la regione, favorendo i tentativi di destabilizzazione e facendone apparire il futuro prossimo quantomai incerto.

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