Prete armeno ortodosso aggredito da gang di coloni a Gerusalemme (Infopal 21.05.21)

Gerusalemme/al-Quds-PIC. Alcuni coloni hanno aggredito il sacerdote ortodosso armeno, padre Arbak Sarukhanyan, mentre si recava alla chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

Gli hanno sputato addosso e sulla sua croce, hanno rubato il suo cellulare e hanno lanciato maledizioni come “Morte ai cristiani” e “Ti uccideremo come il tuo Yeshua”, ha dichiarato mercoledì padre Tiran Hakobyan, che accompagnava il sacerdote.

“Pregate per i nostri fratelli e sorelle cristiani in Terra Santa che in questo momento affrontano le persecuzioni dei coloni ebrei israeliani”, ha aggiunto.

Per maggiori dettagli, leggete il racconto completo di Padre Tiran sulla sua pagina Facebook al seguente link:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=4628909310458444&id=100000182634491

Armenia-Azerbaijan, crisi post conflitto (Osservatorio Balcani e Caucaso 21.05.21)

La cosiddetta crisi di Syunik, provincia armena al confine con il Nagorno Karabakh, è iniziata nel più paradossale dei modi. Alle 8 del mattino del 12 maggio scorso un pastore stava portando a pascolare il proprio gregge in direzione del lago Sev (sul confine tra Armenia e Nagorno Karabakh). Invece di non incontrare nessuno, come sarebbe stato normale in un’area così scarsamente popolata, ha incontrato dei militari azeri che gli hanno detto di tornare indietro perché lì c’erano loro. Il pastore è quindi tornato al villaggio e ha dato l’allarme: era in atto un’incursione azera  .

Fino al mezzogiorno del 12 si sono inseguite informazioni e contro-informazioni, con il ministero della Difesa armeno che negava che vi fossero problemi di sconfinamento. Ma entro sera era diventato chiaro che ci si trovava davanti non ad un’incursione circoscritta ma ad un avanzamento di un contingente di circa 200 soldati azeri in quello che per l’Armenia è indisputabilmente territorio armeno. L’Azerbaijan, per determinare il tracciato del confine in quell’area, si baserebbe invece su una mappa del 1974, evidentemente difforme da quelle utilizzate da parte armena, nonché dal sapere consuetudinario locale.

L’episodio ha finora avuto come unica conseguenza lo spostamento di 3.5 km del confine a vantaggio dell’Azerbaijan. Su quanto accaduto si è attivata una negoziazione trilaterale armeno-russa-azera per evitare che la crisi degenerasse.

Analisi

L’episodio è sintomatico di vari fattori. Le modalità in cui è emersa la presenza militare azera in territorio armeno, per un incontro occasionale di un pastore, rivela che c’è ancora una grande disorganizzazione lungo i nuovi confini armeni, stabiliti dopo il recente conflitto per il Nagorno Karabakh.

In Armenia alcuni commentatori hanno puntato il dito contro l’esercito ma anche contro i Servizi di Sicurezza Nazionale che erano già stati oggetto di critiche durante la guerra  . Si chiedono come sia possibile che un’area che è considerata sensibile possa essere stata così trascurata sotto il profilo della sicurezza.

Effettivamente l’incidente si può ripetere in vari punti del nuovo confine in quanto effetto della nuova esigenza di delimitazione e demarcazione, ma Syunik era già nell’occhio del ciclone.

Il processo di delimitazione e demarcazione del confine è delicato ovunque: il Nagorno Karabakh ha circa 398 km di confine con Armenia e Iran e, fino al 2020, non era un problema il fatto che fra Armenia e Nagorno Karabakh non vi fossero controlli: era più che altro un limite amministrativo, le comunità erano contigue e integrate. Ora è un confine di stato fra paesi con rapporti ostili, con comunità che non si stanno integrando dopo la nuova demarcazione. Gli armeni hanno abbandonato i territori che sono passati a Baku. L’Azerbaijan una volta sminata e riqualificata l’area vi reinsedierà gli sfollati della prima guerra per il Nagorno Karabakh.

Il processo è complesso lungo tutto il confine, e richiede lo studio della vecchia cartografia sovietica, va negoziato fra le parti per evitare incidenti come questo. Ma a Syunik si aggiunge un fattore: vi potrebbe transitare una delle vie di comunicazione che secondo gli accordi del 9 novembre e dell’11 gennaio scorsi dovrebbero essere sbloccate. Il presidente azero Ilham Aliyev si riferisce a questa via come il corridoio di Zangezur, sulla cui realizzazione non ha alcun dubbio  e che riveste una particolare importanza per il paese perché connette l’Azerbaijan con l’exclave del Nakhchivan.

La via di comunicazione dovrebbe essere sia su ruota che su rotaia, e su questo punto Aliyev sostiene che non sia nemmeno necessario negoziare con gli armeni, perché le ferrovie in Armenia sono di proprietà russa, per cui si può procedere a concordare tracciati e realizzazione direttamente con la Russia. Di altro avviso gli armeni, che sostengono che negli accordi non vi sia alcun riferimento esplicito a questa infrastruttura.

Oltre al contesto micro-regionale in cui si inserisce l’incidente, l’area oggetto della disputa territoriale ha un’altra peculiarità, cioè quella di trovarsi vicino a un bacino d’acqua, il lago Sev. Sia durante  che dopo la guerra, l’Azerbaijan ha mirato a un accesso strategico alle risorse idriche. La cartografia sovietica riconosce il 30% del lago Sev all’Azerbaijan, e questo è noto e accettato da parte armena, ma la questione delle risorse idriche preoccupa soprattutto le autorità de facto del Nagorno Karabakh, che hanno scritto in merito al Gruppo di Minsk e all’OSCE  .

Con il trasferimento del Kalbajar (distretto del Nagorno Karabakh) all’Azerbaijan non è più assicurata la sicurezza dell’accesso all’acqua del Nagorno Karabakh. Il 98% dell’acqua che fluisce e viene utilizzata nella piccola regione secessionista ha origine infatti nel Kalbajar e lì ha origine anche buona parte delle acque che vanno a costituire l’80% del bacino idrico dell’Armenia. I fiumi Arpa e Vorotan che sono i principali immissari del lago Sevan, si originano in Kalbajar. Ogni bacino e ogni corso d’acqua che ha cambiato bandiera, per così dire, o che si trova in possibili aree di successive ripartizioni sono nuovi obiettivi sensibili. Fra questi ovviamente anche il lago Sev e l’area circostante.

La guerra in Nagorno Karabakh è stata per lo più catalogata come un conflitto di natura politica per questioni etnico-territoriali. Il post-guerra si sta evolvendo verso un nuovo scenario conflittuale in cui l’accesso alle risorse sia idriche, sia con un potenziale infrastrutturale, stanno divenendo nuova fonte di tensione.

Il primo status quo del 1994 aveva consegnato alle parti una situazione critica ma molto chiara: Armenia e Nagorno Karabakh erano spazi contigui, e con nessuna relazione con l’Azerbaijan. Questo ha comportato nei decenni una stabilità – nella accezione negativa del termine, come una stagnazione – del quadro politico militare intorno al conflitto e un progressivo allontanamento delle comunità.

Il secondo status quo che è emerso dopo il conflitto del 2020 non ha nemmeno il lusso della stagnazione. Ci sono paesi divisi in due, confini non chiari e da un lato una forte pressione di natura economica a integrare la regione attraverso le infrastrutture, pressione soprattutto di matrice russa. Sono progetti però che non poggiano su una corrispondente integrazione delle comunità nelle aree dove si dovrebbero realizzare i progetti.

Per trent’anni, in tutte le sedi, si è ripetuto alle parti che il conflitto per il Nagorno Karabakh non doveva, tassativamente, avere una soluzione militare. Si è insistito fino a suonare come un disco rotto, che l’unica soluzione era politica e doveva essere concordata pacificamente negoziando su tutti i complessi aspetti, lasciando sospese le questioni di principio fino che una nuova coesione pacifica delle comunità coinvolte non avesse reso possibile affrontare il cuore del conflitto: l’inquadramento politico della comunità armena del Nagorno Karabakh.

Il secondo status quo è la prova tangibile che queste parole non erano vuota retorica. La negoziazione per risolvere la crisi di Syunik continua con la mediazione russa, e l’esito non è al momento scontato.

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Il Friuli Venezia Giulia riconosce ufficialmente il genocidio degli armeni (Triestenews 20.05.21)

20.05.2021 – 07.30 – Mentre gli azeri nuovamente oltrepassano il confine armeno, violando la fragile tregua e consci della superiorità tecnologia conferita dai droni e dalle milizie turche di Erdogan, il Friuli Venezia Giulia si muove controcorrente e, nonostante i legami economici dell’Italia con l’Azerbaigian, riconosce ufficialmente il genocidio degli armeni perpetuato dalla nascente nazione turca durante la Prima Guerra Mondiale, quando 1,5 milioni di armeni furono trucidati in massa, causando la moderna diaspora, alla base di molte comunità in Europa e negli Stati Uniti.
Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato la mozione 208 volta al riconoscimento del genocidio all’unanimità, trasversalmente alle diverse forze politiche; dapprima è stata sottoscritta da tutti i componenti del Gruppo consiliare della Lega, con primo firmatario Alberto Budai; seguiti dalla firma di Emanuele Zanon (Regione Futura), dei colleghi di Progetto Fvg/Ar, FdI, Cittadini e M5S.

Il provvedimento, illustrato dallo stesso Budai, esprimendo “solidarietà al popolo armeno nella sua lotta per il riconoscimento della verità storica e per la difesa dei suoi diritti inviolabili”, impegna il governatore della Regione e la sua Giunta “a intraprendere ogni azione necessaria per il riconoscimento del genocidio degli armeni sulla base delle risoluzioni già assunte da Onu e Parlamento europeo, dal Congresso e dal Senato degli Stati Uniti d’America, nonché dal Parlamento della Repubblica italiana”.

Particolarmente accorato, tra i diversi interventi, quello di Francesco Russo (PD) che ha evidenziato “l’atto di coraggio del Cr Fvg rispetto un tabù che il mondo ha fatto finta di non vedere fino agli anni Settanta. I giovani imparino dal primo dei grandi genocidi che hanno percorso il Novecento“.

Non rimane che osservare se, nel suo piccolo, il gesto della comunità regionale avrà ripercussioni sui legami economici di Trieste e il FVG con la Turchia, il cui giustificazionismo solitamente mal digerisce i riconoscimenti del massacro degli armeni.

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Relazioni UE-Turchia, tutto da rifare. (Sardegnagol 20.05.21)

In una risoluzione adottata mercoledì nel corso dei lavori della plenaria – con 480 voti favorevoli, 64 contrari e 150 astensioni – il Parlamento europeo ha ribadito il livello di estremo deterioramento delle relazioni tra UE e Turchia. Negli ultimi anni, il governo della Turchia si è allontanato sempre più dai valori e dagli standard europei. Come risultato, le relazioni hanno raggiunto un minimo storico e i deputati sono particolarmente preoccupati per la situazione relativa al rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

I deputati, in particolare, hanno chiesto alla Commissione di sospendere formalmente i negoziati di adesione nel caso la Turchia non inverta l’attuale tendenza negativa.

Tra i punti critici evidenziati dai rappresentanti dell’Eurocamera, le riforme istituzionali regressive della Turchia e l’allarmante consolidamento di “un’interpretazione autoritaria del sistema presidenziale”, nonché la mancanza di indipendenza del potere giudiziario e la “continua ipercentralizzazione del potere nella presidenza”. Senza contare le numerose detenzioni arbitrarie a danno dei difensori dei diritti umani, giornalisti, avvocati e accademici.

Parlamento europeo, foto Laurie Dieffembacq © European Union 2020 - Source : EP
Parlamento europeo, foto Laurie Dieffembacq © European Union 2020 – Source : EP

I deputati hanno anche espresso forti preoccupazioni per la politica estera della Turchia, in particolare nei confronti di Grecia e Cipro, e per il suo coinvolgimento in Siria, Libia e Nagorno-Karabakh. Proprio nei confronti dell’Armenia, il PE ha chiesto ancora una volta alla Turchia di riconoscere il genocidio armeno e aprire la strada a un’autentica riconciliazione tra il popolo turco e quello armeno.

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Un rapporto diplomatico estremamente delicato, dal momento che la Turchia svolge ancora un ruolo importante all’interno della gestione dei flussi migratori verso l’UE, con quasi 4 milioni di rifugiati, di cui circa 3,6 milioni rifugiati siriani, attualmente situati nel Paese di Erdogan e utilizzati dal regime come strumento di ricatto verso l’UE.

Per il relatore Nacho Sánchez Amor del gruppo S&D: “Questa relazione è probabilmente la più dura in assoluto nei confronti della Turchia. Riflette tutto quello che, purtroppo, è successo nel Paese negli ultimi due anni, in particolare per quanto riguarda i diritti umani e lo Stato di diritto, che continuano a essere la principale preoccupazione del Parlamento europeo, e nelle relazioni con l’Unione e i suoi membri. Speriamo che la Turchia cambi definitivamente rotta e metta in pratica le recenti espressioni di buona volontà. Sollecitiamo le altre istituzioni UE a condizionare qualsiasi programma costruttivo che potrebbero perseguire con la Turchia alla riforma democratica”.

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Scontri a Gerusalemme: Patriarcato armeno ortodosso, aggredito sacerdote da giovani estremisti ebrei (SIR 20.05.21)

Dura condanna del Patriarcato armeno ortodosso di Gerusalemme dell’aggressione subita da padre Arbag Sarukhanyan ad opera di giovani estremisti ebrei che hanno attaccato il religioso mentre, la scorsa notte, si dirigeva verso la basilica del Santo Sepolcro. Il sacerdote è stato portato in ospedale per le cure mediche e successivamente dimesso. Alcune fonti locali hanno affermato che l’aggressione è stata interrotta dall’intervento provvidenziale di una persona che ha evitato il peggio al sacerdote. In una nota il Patriarcato armeno si è lamentato con la Polizia per questo grave attacco e chiesto indagini per individuare e punire i colpevoli, così da evitare che simili incidenti si ripetano in futuro. Tre persone sarebbero state fermate dalla polizia israeliana.

NAGORNO-KARABAKH: Passano i mesi, non le tensioni (East Journal 20.05.21)

Sei mesi sono trascorsi dalla fine del conflitto fra Azerbaigian e Armenia per il controllo del Nagorno-Karabakh. Cionostante, le tensioni fra i due paesi continuano a rimanere più alte che mai, specialmente dopo la penetrazione di soldati azeri in territorio armeno.

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Continua la conta dei prigionieri di guerra

Nella giornata del 4 maggio, le autorità azere hanno liberato tre prigionieri di guerra, sale quindi a 67 il totale dei detenuti armeni rilasciati.

Il numero di prigionieri di guerra armeni ancora detenuti in Azerbaigian resta però questione di dibattito fra Erevan e Baku. Il 4 maggio, le autorità azere hanno riconosciuto di tenere in stato detentivo circa 72 persone arrestate nell’area di Hadrut dopo l’accordo di cessate il fuoco del 9 novembre. D’altro canto, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e il Parlamento europeo fanno pressione sul governo dell’Azerbaigian per la protezione dei diritti di circa 188 persone, ritenute essere al momento in stato di detenzione.

Artak Zeynalyan, uno degli avvocati rappresentanti alla CEDU dei familiari dei prigionieri di guerra armeni, ha pubblicato una lista di 19 nomi di prigionieri la cui morte è stata confermata, tra cui risultano quattro donne. Secondo l’avvocato, molti di questi nomi non figurano tra i prigionieri riconosciuti dalle autorità azere.

Tra ricostruzioni e celebrazioni

Come è noto, Baku ha già avviato diversi progetti per la ricostruzione e riabilitazione delle infrastrutture nei territori riconquistati a seguito della guerra dello scorso autunno. Questo processo sembra voler portare cambiamenti anche al patrimonio architettonico e culturale dell’area. Non solo la ricostruzione delle moschee lasciate in rovina dopo il primo conflitto negli anni Novanta, ma anche interventi su chiese che apparentemente non necessiterebbero di alcun restyling. All’inizio di maggio, le autorità di Baku hanno annunciato il restauro della cattedrale armena di Ġazančec’oc’ a Shusha/Shushi per riportarla alla “sua forma originale.”

Dal punto di vista azero, la chiesa sarebbe stata alterata negli anni Novanta dagli armeni attraverso la costruzione di una cupola, che in epoca sovietica non era presente. L’idea di rimuovere la cupola per portare la chiesa al suo stato anteguerra appare però controversa: lo stesso elemento architettonico è, infatti, presente in numerose fotografie nei primi anni dalla sua costruzione, voluta da Alessandro II imperatore di Russia alla fine del 19esimo secolo, e sembra essere stata demolita nel 1920 durante il massacro armeno di Shusha/Shushi e mai più ricostruita. Rimane ancora un’incognita se la cattedrale verrà riconosciuta come un luogo di culto armeno o sotto la controversa denominazione di chiesa russo-ortodossa.

Il 13 maggio, sempre a Shusha/Shushi, si è svolto il festival musicale Xarıbülbül, un evento culturale in onore del cantante azero Seyid Shushinski tenutosi per la prima volta nel 1989. A trent’anni dall’ultima edizione  nel 1991, l’edizione di quest’anno si è svolta in quella che è considerata la capitale culturale del paese ed è stata presenziata dal presidente Ilham Aliyev e la sua famiglia. Con il motto “Multiculturalismo nella musica azerbaigiana”, l’evento ha ospitato numerosi artisti rappresentanti le diverse comunità etno-culturali del paese, come segno di voler mostrare al mondo l’armonia tra diversi popoli esistenti in Azerbaigian.

Un confine sempre più labile

È notizia degli ultimi giorni lo sconfinamento da parte di forze azere nel territorio dell’Armenia nelle regioni del Syunik e Gegharkunik iniziato il 13 maggio. Come affermato dal primo ministro armeno uscente Nikol Pashinyan, 250 soldati azeri sono tuttora presenti nelle due regioni armene. Il premier armeno ha fatto notare come lo stesso giorno il presidente Aliyev abbia annunciato esercitazioni militari di larga scala con 15 mila soldati e sottolineato l’intenzione di aprire il corridoio di Zangezur (che dovrebbe connettere l’Azerbaigian alla sua exclave del Nachicevan in base all’accordo trilaterale del 9 novembre) anche attraverso l’uso della forza, se necessario. In particolare, nella regione del Syunik le forze di Baku sono penetrate di circa 3,5 chilometri nei pressi della zona di confine del Lago Nero (Sev Lich) in un tentativo di circondare il bacino idrico.

Pashinyan si è appellato all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza difensiva composta da sei stati (tra cui Russia e Armenia) il cui documento istitutivo prevede un meccanismo  di misure  nel caso di minacce alla integrità territoriale di uno dei suoi membri.

Se da un lato l’Unione Europea tramite il suo Alto Rappresentante, Joseph Borrell, auspica la risoluzione della controversia attraverso i negoziati fra i due paesi, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha reso noto che la Russia è pronta a mediare per la risoluzione del problema, aiutando i due paesi nella demarcazione del proprio confine.

Come per molti paesi dell’ex spazio sovietico, la demarcazione dei confini dopo il collasso dell’URSS rappresenta ancora oggi un tema di tensioni, come quelle recentemente registratesi fra Tagikistan e Kirghizistan. Il portale EVN report dà un escoursus storico sulla controversia del confine armeno-azero, e di come il problema si ripresenti solo trent’anni dopo l’indipendenza dei due paesi con il ripristino dell’integrità territoriale de jure dell’Azerbaigian e una diversa lettura delle mappe sovietiche che demarcavano il confine delle due entità ex-sovietiche quasi mezzo secolo fa.

Dalle controversie sui monumenti culturali armeni in Nagorno-Karabakh a quelli legate alla demarcazione del confine, rimangono ancora molti i punti spinosi da risolvere nei rapporti fra Baku e Erevan. A sei mesi dal conflitto, una concreta normalizzazione dei rapporti fra i due paesi resta ancora un traguardo lontano da raggiungere.

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Nagorno-Karabakh: Parlamento Ue, preoccupazione per relazioni su tortura prigionieri armeni (AgenziaNova 20.05.21)

Bruxelles, 20 mag 17:22 – (Agenzia Nova) – Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sulla situazione dei prigionieri di guerra armeni in Azerbaigian con 607 voti a favore, 27 contrari e 54 astensioni. Il Parlamento deplora la violenza che ha avuto luogo durante l’ultima guerra tra l’Armenia e l’Azerbaigian sulla zona del Nagorno-Karabakh tra il 27 settembre e il 10 novembre dello scorso anno. Esprimono anche la loro grave preoccupazione per le relazioni credibili secondo le quali l’Azerbaigian ha tenuto e torturato i prigionieri di guerra armeni e altre persone prigioniere in condizioni degradanti dalla fine delle ostilità attive. I deputati esortano il governo dell’Azerbaigian a fornire elenchi esaustivi di tutte le persone detenute in relazione al conflitto armato e a fornire informazioni su dove si trovano e sulla loro salute, compresi quelli che sono morti in cattività. La risoluzione richiede infine il rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri armeni, sia militari che civili, detenuti dall’Azerbaigian durante e dopo il conflitto, e che l’Azerbaigian si astenga dal detenere arbitrariamente le persone in futuro.
(Beb)

A Comabbio secondo weekend dedicato all’Armenia tra film e letteratura (Malpensa24 20.05.21)

COMABBIO – L’incantevole borgo di Comabbio, che si affaccia sulle rive dell’omonimo lago, è pronto ad accogliere visitatori, famiglie e appassionati di cultura per il secondo weekend all’insegna della cultura armena che si svolgerà dal 21 al 23 maggio nei luoghi amati dal pittore Lucio Fontana. Gli eventi in presenza, programmati nel massimo rispetto delle norme di sicurezza antiCovid, sono rivolti a un ampio pubblico e comprendono momenti conviviali con i piatti tipici che i ristoratori proporranno secondo le ricette suggerite da Verjin Manoukian.

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Il film di Atom Egoyan

Gli incontri rientrano nello slalom finale di  “Comabbio racconta l’Armenia”, rassegna di respiro internazionale organizzata dal Comune. Un progetto di vasta portata che ha raccolto il contributo dei più importanti studiosi e conoscitori della cultura armena provenienti da Italia, Armenia, Stati Uniti e Turchia, con conferenze online che in marzo e aprile sono state seguite da una vasta platea di pubblico e studenti. Il weekend si aprirà domani, venerdì 21 maggio, con la proiezione dell’opera del regista armeno-canadese Atom Egoyan sull’impatto dei sentimenti durante le riprese di un film sul genocidio armeno e proseguirà sabato 22 con il laboratorio sui khachkar per ragazzi di 14-18 anni a cura della biblioteca di Comabbio.

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Le conferenze e il reading “Canta, gru, canta”

Nel pomeriggio si terranno tre conferenze: “Vardges Sureniants (1860-1917). Un pittore armeno tra romanticismo e simbolismo” di Marco Ruffilli“La Repubblica d’Armenia dall’indipendenza ad oggi” di Aldo Ferrari, professore di storia, lingua e letteratura armena all’Università Ca’ Foscari di Venezia, e “L’Italia tra Turchia, Armenia e Azerbaigian” dell’analista geopolitico Andrea Gaspardo. La giornata si concluderà con il reading teatrale mise en espace “Canta, gru, canta”, libero adattamento dagli scritti di Antonia Arslan e Daniel Varujan del regista teatrale Giulio Campari, messo in scena dalla compagnia CamparIPadoaN.

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Il libro “Voci del deserto”

Gran finale domenica 23 maggio con l’incontro per bambini di 4-6 anni “Fiaba colorata di Hovhanness Tumanyan” con Tommaso Pusant Pagliarini, di Audio Fiabe Colorate, e Gayanè Khodaveerdi: nel pomeriggio è in programma la presentazione del libro “Voci nel deserto” di Piero Kuciukian, console onorario della Repubblica d’Armenia in Italia, e a seguire la tavola rotonda “Una primavera armena” nella quale interverranno il professore Aldo Ferrari, il console onorario d’Armenia Pietro Kuciukian, l’esperto di arte e cultura armena Marco Ruffilli, l’analista geopolitico Andrea Gaspardo e l’esperta di viaggi dall’Armenia Shushan Martirosyan. L’incontro sarà moderato dal docente Massimo Rolandi e si concluderà con i saluti finali del sindaco Marina Paola Rovelli.

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Come partecipare agli incontri

Gli eventi della rassegna si inseriscono nell’ambito del progetto “Il paese racconta un Paese” del Comune di Comabbio che intende promuovere la conoscenza di un luogo attraverso la sua storia, la cultura, le tradizioni, le caratteristiche del territorio e della popolazione. Ente capofila è il Comune di Comabbio, assessorato alla Cultura, con la collaborazione dei Comuni limitrofi, della biblioteca e della parrocchia di Comabbio, il Borgo di Lucio Fontanagli Amici della Santa Collina e la Compagnia CamparIPadoaN. La rassegna ha ottenuto il patrocinio dell’Unione Armeni d’Italia, del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, della Congregazione Mechitarista Associazione Padus Araxes. Per seguire gli incontri è necessario effettuare l’iscrizione sul sito https://comabbioraccontalarmenia.blog.

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CHI VUOLE LA FINE DELLA DEMOCRAZIA IN ARMENIA (Gariwo 20.05.21)

La sera dell’8 aprile una folla si raduna all’aeroporto di Yerevan. C’è aria di festa. I tantissimi famigliari presenti degli oltre duecento prigionieri di guerra ancora detenuti in Azerbaijan, militari e civili, sono in trepidante attesa: un’attesa che si trascina dal 10 novembre, entrata in vigore del cessate il fuoco che ha sospeso, senza alcun accordo di pace, l’ultima guerra in Karabakh. Molti di questi prigionieri, come confermato da un’indagine di Human Rights Watch, hanno subito abusi e torture (peraltro filmate e condivise sui social media in modo sistematico). Si profila la fine di un incubo. Ma l’aereo, partito da Mosca e transitato a Baku, atterra vuoto. Non un solo prigioniero accompagna Rustam Muradov, comandante delle truppe russe in Karabakh. Che, come se non bastasse, accusa subito il governo armeno: “Hanno ingannato la popolazione”. Il tutto, si badi bene, dopo che il premier armeno Pashinyan era appena rientrato da un incontro con Putin a Mosca.

Non passa neppure un mese dall’incidente quando Artak Zeynalyan, che rappresenta gli interessi dei prigionieri alla Corte europea dei diritti umani, annuncia la morte di 19 di questi. Uno sfregio per la popolazione e il governo armeno, appena usciti da una sconfitta cocente.

Il tutto mentre da mesi in Karabakh si continua a sparare. Si sparava anche quand’ero lì, a fine dicembre e a capodanno: all’esatto scocco della mezzanotte alla periferia di Stepanakert, il centro maggiore della regione, sono partiti scambi di arma da fuoco per alcune ore, in un’atmosfera spettrale: strade deserte, ad eccezione di auto che sfrecciavano a tutta velocità verso il luogo dell’escalation. Apro Twitter, di solito la migliore fonte di informazione in tempo reale, soprattutto sul Caucaso. Silenzio dai media armeni e internazionali, silenzio completo. Tantissimi i racconti da parte dei civili, in quella cittadina e nei villaggi, di colpi notturni contro le abitazioni civili e gli animali, e quando visito di giorno Martakert, poco prima, sentiamo ancora spari. Restano poi gli ordigni inesplosi: l’intero territorio ne è disseminato.

Ma non è tutto: da mesi, ancora una volta dopo la guerra, si riportano incursioni dell’esercito azero in Karabakh e in Armenia, contro un esercito sconfitto e in grave difficoltà. A tal proposito, ricordo il racconto di alcuni civili dopo una di queste incursioni: raccoltisi di fronte alla più vicina postazione militare russa, chiedono aiuto e protezione. Hanno paura: la guerra, segnata da bombardamenti incessanti sui centri abitati del Karabakh, è ancora fresca. Ma i russi, ufficialmente in missione di peacekeeping, non si muovono. E anzi: impediscono in modo sistematico ai giornalisti stranieri di entrare in Karabakh (sono stato fra gli ultimi a entrare, e non senza difficoltà).

Il caso più eclatante è però degli ultimissimi giorni: un’incursione di alcuni chilometri, da parte dell’esercito dell’Azerbaijan, nel sud dell’Armenia. Il tutto fatto, ancora una volta, con perfetto tempismo, mentre gli occhi del mondo sono puntati sul conflitto israelo-palestinese. A protestare, a livello governativo: Francia, USA e Canada; mentre la Russia, pur nell’accordo di cooperazione militare che la lega all’Armenia (nonostante, peraltro, esporti armi anche a Baku) si mantiene in un primo momento defilata, salvo poi intervenire in sordina – passati alcuni giorni – nell’intento ufficiale di trovare una mediazione. Dietro quest’episodio, anche un importante progetto di infrastrutture che transiti da Iran, Armenia e Georgia, e che – non è la prima volta – si vuole impedire.

Ora, quello che si sta profilando in tutta evidenza è che i nuovi padroni del Karabakh – Russia, Azerbaijan e Turchia – dopo aver scalzato l’Europa e gli USA dal tavolo della diplomazia e della pace, vogliano dare una direzione ben precisa alle elezioni armene del 20 giugno. E lo fanno, come di abitudine a Mosca, giocando sporco: screditando, manu militari, un governo – quello armeno – che pur fra i tanti errori compiuti durante e dopo la guerra, rimane espressione di una rivoluzione nonviolenta e democratica che, appena tre anni or sono, aveva voltato le spalle a un passato dominato da oligarchi, corruzione e violenza.

Non sarà un caso che, passando ancora una volta da Mosca, il processo contro l’ex-presidente Robert Kocharyan – accusato di essere responsabile della morte di 10 manifestanti durante le elezioni del 2008 – sia stato bloccato. Non solo: da notare come, di ritorno ancora dalla capitale russa, l’oligarca Kocharyan, campione indiscusso di corruzione, violenza e brogli elettorali, sia stato scelto a leader dell’opposizione armena.

Per anni, e ancora durante la guerra, pessimi giornalisti e analisti allo sbaraglio ci hanno voluto raccontare il conflitto del Karabakh come una guerra per procura russo-turca, con tanto di calcoli inutili e previsioni infondate. Un’idiozia, come si è visto alla prova dei fatti, e come si vede ancora oggi, quando i tre autocrati (Putin, Aliyev ed Erdogan) che spadroneggiano nel Caucaso del Sud, hanno trovato ancora una volta una corrispondenza di amorosi sensi nel cercare di mettere il punto (di un proiettile) alla già fragile democrazia armena, dopo aver spacciato una pace che non esiste (nella realtà dei fatti) in Karabakh.

Ora, se gli armeni vorranno Kocharyan o Pashinyan, devono poter essere liberi di sceglierlo da soli, senza interventi guidati (e violenti) dai soliti autocrati. L’irritazione provata da Mosca per la Rivoluzione di velluto che ha portato al governo quest’ultimo è più che nota e non ha bisogno di spiegazioni. Ora, mentre in Germania cadono una dopo l’altra le carriere dei servitori politici di Aliyev, mentre gli USA e la Francia cercano come possono di rimediare al vuoto politico lasciato (anche in questo contesto) da Trump, l’Italia dorme sonni pesanti, immersa nei fumi di petrolio e gas che importiamo da Baku.

Me è un errore: la fine della democrazia in Armenia avrebbe effetti importanti anche al di fuori del Paese, e potrebbe essere un’ottima testa d’ariete per “rimettere in ordine” anche la vicina Georgia, che vive una stagione di crisi e contraddizioni. Per non parlare della lezione indelebile – nello spazio ex-sovietico – per chi provasse a sollevarsi da oligarchi e autocrati di turno, in uno spazio che va dall’Asia Centrale fino al cuore della nostra Europa.

Gli armeni, dopo la guerra, hanno dimostrato una grande forza a resistere alle sirene della violenza e della dittatura (prospettiva, questa, che si profila sempre dopo sconfitte di tale portata). Abbiamo un debito morale nei confronti dell’Armenia: quello di supportare una democrazia che rischia di implodere sotto i colpi congiunti di Mosca, Baku e Ankara.

L’Europa batta un colpo. E torni ad accendere i riflettori sull’Armenia in questo mese che ci separa dalle elezioni. Un voto, questo, in cui è facilissimo immaginare tentativi di brogli, oltre a nuovi colpi di mano politici e militari che falsino completamente la competizione democratica.

So che in molti, fra i rappresentanti della società civile e della politica in Italia, si sentono in colpa per non aver impedito una carneficina di civili in Karabakh, nell’ultima guerra. Lo so dalla loro diretta testimonianza. Ma questo non è il tempo di versare lacrime. È tempo di essere vigili e attivi. L’Armenia, eterna fenice, potrà forse rinascere, come ha fatto tante volte nella storia, ma solo a patto che si fermi la mano di chi oggi vuole soffocarla nella cenere.

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Ancora tensioni tra Armenia e Azerbaijan (Eastwest 20.05.21)

Erevan accusa Baku di sconfinamento territoriale e chiede l’intervento della Russia, che nel conflitto del Nagorno Karabakh riveste un ruolo fondamentale per la mediazione

Uno sconfinamento territoriale dell’esercito dell’Azerbaijan in Armenia ha provocato l’ira di Erevan, con il Primo Ministro Nikol Pashinyan che ha parlato di “atto di infiltrazione sovversiva”, chiedendo l’intervento della Russia. Le truppe azere sarebbero penetrate per 3.5 chilometri verso il lago Sev in un’area di confine non ancora del tutto delineata. Ora la Russia potrebbe aiutare i due Paesi a stabilire definitivamente il tracciamento territoriale, come proposto dal Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Si torna a parlare, così, delle due nazioni scontratesi recentemente nel Nagorno Karabakh, che nel mese di novembre 2020 ha visto la débâcle armena e una crisi politica interna senza precedenti.

L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva

Pashinyan ha chiesto a Mosca un intervento militare nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, dal quale l’Azerbaijan è uscito del 1999. Lavrov ha affermato che “la richiesta dei nostri colleghi armeni è stata presa in considerazione e abbiamo discusso lo stato delle relazioni tra Erevan e Baku”. Possibile la creazione di una commissione congiunta Armenia-Azerbaijan, con Mosca che “potrebbe prendere parte come consulente, come mediatore”, ha specificato il Ministro degli Esteri russo.

La Russia gioca un ruolo fondamentale nell’area caucasica e, ancor di più, nel conflitto del Nagorno Karabakh: la presenza della Federazione permise il raggiungimento del cessate-il-fuoco nell’ultimo conflitto. Insieme alla Turchia, venne firmato un Memorandum of Understanding per la creazione di una forza di peacekeeping per il monitoraggio e l’implementazione dell’accordo. La nuova fiammata nelle tensioni tra Erevan e Baku preoccupa, ma le parti non sembrano intenzionate a esacerbare la situazione.

Le vecchie mappe dell’area

Lo sconfinamento sarebbe scaturito da vecchie mappe sulle quali gli azeri avrebbero basato i loro calcoli per gli spostamenti di truppe. “Le misure di rafforzamento dei sistemi di protezione del confine sono state implementate all’interno dell’integrità territoriale dell’Azerbaijan, considerando le mappe a disposizione di entrambe le parti e sulla definizione della linea di confine”, si giustifica Baku.

Delimitazioni territoriali dell’era sovietica, che ancora non hanno trovato un accordo definitivo tra i due Paesi. La Russia prova ad aiutare Erevan e Baku per mettere fine a una diatriba di lunga durata che sfocia in episodi che rischiano di alimentare la fiamma dello scontro.

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