Armenia on the road: alla scoperta della gemma del Caucaso (Turistipercaso 06.10.25)

Erano almeno dieci anni che sognavo di visitare l’Armenia, dopo avere visto le immagini di alcuni monasteri in mezzo alle montagne su un catalogo di viaggi a casa di mia zia. Ci sono voluti alcuni anni perché le compagnie aeree collegassero Milano a Yerevan, e ancora un paio perché mi si presentasse l’occasione d’oro per andarci. Lo scorso autunno Timur, un mio amico russo nato nella remota penisola della Kamčatka nell’estremo oriente asiatico e cresciuto ai confini della Siberia, mi ha annunciato che, in pieno disaccordo con le politiche del suo governo e preoccupato per l’aria che tirava, si sarebbe trasferito nella capitale armena, forte del suo lavoro totalmente da remoto. Io e Timur ci eravamo conosciuti nel 2017, quando avevo un canale YouTube a tema Eurovision, e ci sentiamo regolarmente da allora, senza però esserci mai incontrati. Ho colto la palla al balzo e proposto un viaggio in auto attraverso l’Armenia da fare insieme! Può sembrare rischioso organizzare un viaggio con una persona mai vista prima dal vivo, ma la complicità che si era creata nel corso degli anni e il mio sesto senso hanno fatto in modo che mi fidassi, portandomi a trovare un ottimo compagno di viaggio con cui, in futuro, condividerà altre esperienze. Come di tradizione, ho preso le ferie per la settimana del mio compleanno, la terza di giugno. Il viaggio è stato organizzato interamente a inizio maggio, un mese e mezzo prima della partenza. L’Armenia è un Paese relativamente piccolo ed è visitabile in lungo e in largo in una settimana. Sono due, al momento, le compagnie che collegano l’Italia direttamente all’Armenia: FlyOne, una low cost con base a Yerevan, e WizzAir, compagnia a me già nota e che per cui ho optato. Per visitare l’Armenia comodamente è necessaria un’auto, che ho prenotato con Budget attraverso RentalCars. Per guidare in questo Paese la patente internazionale non è obbligatoria, ma è consigliato comunque munirsi del modello Convenzione di Vienna con validità di 3 anni. Non mi verrà chiesto né al ritiro dell’auto, né durante un controllo della polizia stradale. Ho usato Booking per prenotare i quattro alloggi per le quattro notti passate fuori Yerevan; le altre tre sarò ospite da Timur. Fatta la valigia con capi leggeri e una sola felpa che sarà utile l’unica sera in cui ha fatto relativamente fresco, tutto era pronto per la partenza!

Indice dei contenuti
Consigli generali e curiosità utili sull’Armenia
Diario di viaggio in Armenia
Giorno 1 – Arrivo a Yerevan
Giorno 2 – Yerevan
Giorno 3 – Amberd, Akhtala
Giorno 4 – Haghpat, Sevanavank
Giorno 5 – Yeghegis, Hostoun
Giorno 6 – Goris, Khndzoresk
Giorno 7 – Tatev, Khor Virap
Giorno 8 – Matenadaran, Zvartnots
Consigli generali e curiosità utili sull’Armenia
Un viaggio in autonomia in Armenia è perfettamente realizzabile. Il Paese è piccolo, e si sviluppa prevalentemente lungo una strada che lo taglia da nord a sud. Nonostante ciò, il territorio varia notevolmente di regione in regione. A me è sembrato di essere in una parte diversa del mondo ogni giorno!
Non ci si sente mai non al sicuro in Armenia. Yerevan occupa da anni le posizioni più alte delle liste delle città più sicure al mondo, e la gente è sempre disponibile ad aiutare nel bisogno.
Fuori dalla capitale, l’inglese è poco diffuso. Le difficoltà si riducono per chi parla russo, ma anche in questo caso, nelle zone rurali molte persone parlano solo armeno.
Per guidare in Armenia è necessaria la patente di guida italiana, ed è consigliato – ma non obbligatorio – il modello Convenzione di Vienna della patente internazionale, che si può richiedere in motorizzazione o in scuola guida. Le strade sono generalmente in ottime condizioni, e Yandex Maps, un servizio di mappatura russo disponibile anche in inglese, è il più aggiornato e preciso. Si va a 60 km/h nei centri abitati e 90 km/h nelle strade extraurbane, fino ad arrivare a 110 km/h su alcune autostrade. Non ci sono strade a pagamento. Numerosi sono gli autovelox: ce n’è almeno uno per centro abitato lungo la strada principale. Onnipresente è la polizia, che circola con le luci accese e che sembra sempre intenta a fare controlli a campione. Ho ricevuto per posta una multa di 5000 dram (€11) per eccesso di velocità a un incrocio a Yerevan, si può pagare facilmente sul sito della polizia nazionale.
In assenza di controlli o pattuglie, però, gli armeni tendono a pigiare l’acceleratore e a fare sorpassi azzardati, anche in curva. La segnaletica orizzontale è quasi del tutto assente. Consiglio di noleggiare un’auto con il cambio automatico per viaggiare in comodità.
In Armenia è praticamente inesistente il concetto di parcheggio a pagamento. Si posteggia l’auto dove capita, anche lungo la strada principale, per quanto tempo si vuole. Solo in un paio di occasioni abbiamo dovuto lasciare 200 dram (45 centesimi) nel parcheggio di importanti attrazioni turistiche.
La cucina armena subisce forti influenze dalle vicine Turchia, Russia e Iran. Un vegano e un vegetariano troveranno ampia scelta nel menù, ma chi non apprezza il coriandolo avrà qualche difficoltò!
Molti viaggiatori scelgono di visitare Armenia e Georgia insieme, data la vicinanza e la facilità nell’oltrepassare il confine via terra. L’Armenia è visitabile in una settimana (penso di avere visto per bene tutti i luoghi d’interesse principali e anche qualcosa di meno conosciuto), ma a mio parere la Georgia merita un viaggio a parte con più tempo. Il confine con l’Iran è anch’esso aperto, mentre le frontiere con Turchia e Azerbaigian sono chiuse.
In totale il viaggio mi è costato circa €800, di cui €260 di voli, €250 a testa di auto con assicurazione totale, e €300 sul posto tra alloggi, pasti, souvenir e carburante.
Diario di viaggio in Armenia
Giorno 1 – Arrivo a Yerevan
Sono partito da Crema per raggiungere il terminal 1 di Malpensa appena dopo pranzo, in vista del volo delle 16:10 per Yerevan, che in 4 ore ha raggiunto la destinazione. In Armenia ci sono 2 ore di differenza rispetto all’Italia, quindi erano già le 22 al mio atterraggio. L’aeroporto è piccolo, e la fila per i controlli dei passaporti scorreva velocemente. Prima di uscire dall’area arrivi, mi sono fermato allo stand di una compagnia telefonica locale, dove ho acquistato la sim con i dati illimitati. Promettevano una copertura con 5G dappertutto, anche in mezzo alle montagne, e non hanno mentito!

Agli arrivi mi aspettava Timur, che ha prontamente chiamato un Uber fino al suo appartamento vicino al centro di Yerevan. È pazzesco come a Milano, anche con uno stipendio sopra la media, non ci si riesca a permettere di andare a vivere da soli, mentre qui, per $500 al mese, ci si possa permettere una sistemazione bella spaziosa e in posizione strategica senza dover ricorrere a coinquilini. Ormai all’alba della mezzanotte, siamo usciti per raggiungere la parte centrale della città, dove vari ristoranti erano ancora aperti. In quei tre quarti d’ora a piedi ho già notato varie peculiarità di Yerevan. Innanzitutto, è molto caratteristico il colore giallo-marrone della pietra locale con cui sono costruiti gli edifici. L’area metropolitana è molto estesa, come ho potuto vedere dalla cima della Cascade, una passerella monumentale a forma di cascata che collega la parte alta dove vive Timur al centro, che rimane a valle rispetto ai rilievi urbanizzati circostanti. Dei 3 milioni di armeni, più di un terzo vive a Yerevan e negli immediati dintorni. Di storico in questa città rimane poco e niente: gli armeni si vantano del fatto che la loro capitale sia una delle città più antiche del mondo, ma in realtà fino a cent’anni fa era poco più di un villaggio, e lo sviluppo urbano è avvenuto principalmente negli anni ’30 con l’Unione Sovietica, come reso chiaro dallo stile architettonico che va per la maggiore.

Per cena abbiamo scelto il ristorante Tun Lahmajo, dove ho potuto provare specialità locali come cavolo ripieno di verdure, formaggi assortiti e il lahmajo, una sorta di pizza armena che dà il nome al locale. Siamo infine tornati alla base, sempre a piedi, non addormentandoci prima delle 3.

Giorno 2 – Yerevan
Levataccia alle 9, in quanto ci aspettava la visita di tutto ciò che di meglio Yerevan ha da offrire. Siamo scesi al centro attraverso la Cascade e abbiamo preso del succo di melograno spremuto al momento da un negozietto che avevamo visto la sera prima, per poi camminare fino alla Piazza della Repubblica, dove si trova il Museo Nazionale. Penso che questo sia il miglior modo per cominciare la visita a una nazione nuova: abbiamo avuto un quadro generale della storia e della cultura dell’Armenia, dalle sue origini pagane ai nostri giorni, passando per regni che coprivano ben più del territorio attuale e, più recentemente, l’orribile genocidio del 1915-1923 operato (e ancora oggi negato) dai turchi, durante il quale più di un milione di armeni ha perso la vita.

A pochi isolati dal museo si trova il Vernissage, un mercato all’aperto che vende ogni tipo di souvenir di tutte e qualità e per tutte le tasche, dalla casetta dipinta a mano al modellino alto mezzo metro di una chiesa armena (tradizione utilissima in questo Paese: se un luogo di culto veniva distrutto, grazie a questi modellini poteva venire ricostruito uguale identico all’originale). Io mi sono limitato all’acquisto di due colorate tazze per due mie colleghe, e a una bandiera armena per la mia collezione.

Non abbastanza affamati per un pasto completo, ma comunque con la necessità di mettere qualcosa sotto ai denti, ci siamo spostati prima verso la Chiesa della Santissima Madre di Kathoghika, una delle principali di Yerevan ma senza particolari elementi degni di nota, e poi alla pasticceria Marush Sweets Boutique, che presenta un vasto assortimento di torte fatte in casa. Ne ho provata una fettazza al limone e una agli spinaci, insieme a una tisana fatta con erbe locali… davvero particolari!

Nel pomeriggio si sono sfiorati i 36°C, ma visto il clima secco, non ci sono pesati particolarmente e siamo riusciti a camminare e a rimanere all’aperto senza faticare troppo. Non lontano dal Museo Nazionale si trova la Moschea Blu, un’oasi di pace costruita nel Settecento grazie a un khan persiano. Dopo esserci concessi un po’ di relax nel parco antistante, abbiamo chiamato un Uber per portarci in cima al colle dove si trova l’arena dedicata a Karen Demirchyan, punto di partenza per la camminata verso il memoriale del genocidio armeno. Questa imponente scultura presenta alti pezzi di cemento che si chiudono verso il centro, dove brucia una fiamma eterna, dando al visitatore il senso di oppressione che ha vissuto il popolo armeno. Andando via dal memoriale, c’è un parco con alberi piantati da personaggi politici e associazioni da tutto il mondo, ognuno con la sua targhetta che riporta il nome il donatore.

Siamo tornati in centro a piedi, dove ci saremmo incontrati al ristorante Sherep con Armen, un amico di Timur con cui anch’io avevo scambiato quattro parole anni prima, sempre grazie alla passione in comune per l’Eurovision. Un vero personaggio: è arrivato, fashionably late, con l’autista privato della sua famiglia e ha voluto offrire la cena a tutti e tre. Con lui ho potuto apprezzare l’essenza degli armeni: amano fare le cose in grande, sono conosciuti come un popolo gioviale e affabile, e hanno un senso dell’ospitalità e una generosità che da noi non si trova. Abbiamo passato insieme una bellissima serata mangiando piatti locali insieme al mio amato kompot, bevanda dell’est Europa che si ottiene bollendo la frutta (spesso bacche) con lo zucchero che non mi spiegherò mai perché sia inesistente da noi. Armen mi ha anche fornito moltissimi spunti culturali sull’Armenia, e facendo lui l’otorinolaringoiatra presso un ospedale privato, spera che il suo Paese diventi gettonato come la Turchia per le rinoplastiche (che lui stesso esegue e che, a detta sua, costano di meno di quelle turche ma con risultati migliori). Siamo stati cacciati dal ristorante ormai alla 1, e abbiamo fatto ritorno a casa, Armen in taxi e io e Timur a piedi. Il contapassi del mio iPhone segnava quasi 25 chilometri percorsi a piedi in tutto il giorno!

Giorno 3 – Amberd, Akhtala
Anche oggi sveglia entro e non oltre le 9: preparate borse e valigie, siamo andati in taxi in aeroporto, dove si trova l’ufficio della Budget, con cui ho prenotato un’auto per visitare l’Armenia oltre la capitale. Ci è stata assegnata una Kia Ceed, che per me andava benissimo visto che guido una Stonic e collegare il mio iPhone ad Apple CarPlay è stato una passeggiata. Purtroppo, però, abbiamo notato a pochi chilometri dall’aeroporto che l’auto faceva un rumore strano dal motore e aveva una spia lampeggiante. Abbiamo chiamato la Budget, e in meno di mezz’ora sono arrivati a sostituire l’auto con un’altra Kia Ceed, questa volta un modello più recente.

Siamo usciti dall’area metropolitana di Yerevan e ci siamo diretti verso nord. Il paesaggio è arido, si vedono le alte cime del Caucaso in lontananza, e si attraversano alcuni paesini che sembrano fermi nel tempo. Enorme è la quantità di dossi artificiali e di autovelox, anche se la qualità delle strade rimane generalmente molto buona. La prima tappa è la Fortezza di Amberd, incastonata fra le montagne coperte da fiori primaverili e arbusti bassi. Il forte è al momento in restauro, ma una breve passeggiata conduce a una chiesetta che domina su due valli, davvero scenica!

In meno di un’ora, percorrendo una strada completamente vuota tra le montagne, abbiamo raggiunto il Monumento all’alfabeto armeno, una serie di sculture che rappresentano le 38 lettere dell’alfabeto nazionale disposte in un prato erboso. Dopo aver trovato le nostre lettere, la Ջ di Giorgio e la Տ di Timur, abbiamo camminato nell’erba alta fino a raggiungere una monumentale croce posta su un’altura. Questa croce ha la particolarità di essere tridimensionale: i bracci si sviluppano su tutti e quattro i lati, e l’intera scultura è composta da croci di varie dimensioni. Poco distante, una cappella fatta tutta di vetro svetta fra l’erba e le rocce.

Abbiamo ripreso in mano il volante per dirigerci verso nord, zona montuosa dove la strada segue la stretta vallata, fino a interrompersi poco prima del confine con l’Azerbaigian. I due Paesi sono in pessimi rapporti sin dai tempi dell’Unione Sovietica per via di dispute territoriali che riguardano l’Artsakh (o Nagorno-Karabakh), un’area etnicamente armena assegnata dai sovietici all’Azerbaigian e rivendicata dall’Armenia che ha causato oltre 30 anni di guerra, conclusa solo di recente: dal 1º gennaio 2024, la Repubblica dell’Artsakh, riconosciuta solo da altri tre Stati a riconoscimento limitato, ha cessato di esistere e i circa 150.000 armeni che la abitavano si sono spostati. L’Azerbaigian ha da subito ripreso il controllo del territorio e non ha tardato a distruggere chiese e monumenti armeni in esso presenti.

L’Armenia nord-orientale è particolarmente verdeggiante, in netto contrasto con l’area semi-desertica e stepposa attraversata fino ad ora. A me ha ricordato la Val Seriana! La nostra tappa è il Monastero di Kobayr. Per raggiungerlo si può parcheggiare vicino a un negozietto dove c’è anche un WC gratuito, e prendere il sentiero sterrato dall’altra parte della strada, che in 15 minuti conduce al monastero, non prima di avere affrontato una ripida scalinata nella parte finale. La struttura è arroccata sulla parete della montagna ed è in rovina. Eravamo completamente soli, e il sito in generale non sembra ricevere tanti visitatori: sulle mura esterne si riescono ancora a vedere dei graffiti datati al 1910 e scritti con il vecchio alfabeto cirillico pre-riforma.

Da Kobayr ci siamo spostati ad Akhtala. Anche qui è presente un monastero, ancora attivo e con affreschi in ottimo stato. Abbiamo cenato al ristorante Nurik a base di “kebab” di pollo con come contorno funghi arrosto e aveluk (un’erba locale dal sapore amaro). Metto kebab fra virgolette, perché non è esattamente quello a cui sono abituati gli italiani: si tratta, in questo caso, di carne trita e mischiata a spezie, e poi compattata a mo’ di salsiccetta, da arrotolare in un sottile pane tipo piadina e da guarnire con verdure a scelta. Abbiamo passato la notte poco lontano alla Shen Toon Guesthouse nel villaggio di Shnogh. Anche se su Booking avevo visto che offrono anche la colazione a pagamento, nonostante la nostra richiesta non sembravano molto intenzionati a volercela preparare per il mattino successivo, forse anche perché siamo arrivati ormai alle 21 passate.

Giorno 4 – Haghpat, Sevanavank
Per la mattina del mio compleanno, siamo andati dal fornaio in centro a Shnogh e abbiamo preso due fette di torta Napoleon per colazione, che abbiamo mangiato nella piazzetta principale davanti al monumento ai caduti, dove sono stati adibiti dei tavoli. Su quello vicino al nostro, degli anziani stavano giocando a dama. Il villaggio è un labirinto che si sviluppa su una collina. Uscire non è stato facile, ma non ci è dispiaciuto perderci fra le viette sterrate e vedere gli abitanti all’opera nei loro orti e nei pollai.

Lasciato alle nostre spalle il dedalo di vie di Shnogh, ci siamo diretti verso il Monastero di Haghpat, il più famoso della zona, come testimoniato dai due autobus di turisti cinesi nel parcheggio. Come tutti gli altri monasteri armeni, l’entrata è gratuita e ci è stato possibile visitare le rovine medievali e immaginare la vita dei monaci in questo luogo immerso del verde. Più a valle, il Monastero di Sanahin del X secolo mette in mostra sia la sua chiesa ancora in uso, che la sua parte in rovina. Salendo le scale verso il cimitero si riesce ad avere una bella visuale sulla struttura e sull’area circostante. Ultima sosta nell’Armenia nord-orientale è Odzun, villaggio situato su un altopiano dominato dalla chiesa paleocristiana. Ci siamo quindi spostati verso sud sotto una pioggia leggera e abbiamo fatto sosta a un ristorantino chiamato Khndzori Aygi lungo la strada dove abbiamo mangiato stufato di agnello e chiacchierato con un gruppo di viaggiatrici di Modena che incontreremo altre volte lungo il nostro itinerario.

In un’ora di viaggio abbiamo raggiunto Dilijan. Inizialmente non inclusa nell’itinerario, l’ho aggiunta sotto consiglio di Timur, che ci era già stato e in cui ha una mezza idea di trasferirsi per i prezzi inferiori a quelli di Yerevan e per la vita più tranquilla. La zona vecchia consiste in una sola via con case antiche tenuta veramente bene, ed è una valida sosta prima di arrivare al lago di Sevan con il serbatoio quasi in riserva. Fatto il pieno con €45, ci siamo diretti verso il Monastero di Sevanavank, che offre le migliori viste sul lago data la sua posizione su un promontorio.

La nostra sistemazione per la sera è a Chkalovka, a una decina di minuti da Sevan città, ma abbiamo deciso di sfruttare il miglioramento del meteo e i tramonti tardivi di fine primavera per fare il giro del lago costeggiandolo in auto. La costa orientale è stupenda: prati erbosi, qualche villaggio sparso qua e là, mandrie di vacche al pascolo (e a volte anche in strada), e un tramonto fenomenale sul lago. Ci abbiamo messo quasi due ore a raggiungere la Manan Guesthouse a Chkalovka, incluse due soste: una per fare foto al tramonto, e una perché siamo stati fermati dalla polizia, che qui è onnipresente e che spesso e volentieri vediamo fermare auto a caso! La ragione della fermata è che stavamo andando troppo veloci in un centro abitato, dove il limite è 60 km/h. Timur gli ha spiegato, in russo, che lo sapevamo e che stavamo rallentando perché il villaggio era appena iniziato, e l’agente, che non sapeva molto bene il russo e tantomeno l’inglese, vedendo la mia patente italiana ha preferito lasciarci andare senza conseguenze.

Alla guesthouse siamo stati accolti dal figlio quindicenne della proprietaria, Vahe, l’unico della famiglia parlante inglese e russo. Incuriosito dal mio aspetto molto occidentale (in particolare dalle Nike TN da maranza, sempre super comode e a prova di vesciche), mi ha sommerso di domande e ha deciso che ero il suo “bro”, fino ad arrivare a volermi seguire su Instagram. Se vuoi, puoi anche tu seguire i miei viaggi cercando il mio profilo: @giorgiotaietti! Nel frattempo, sua mamma e suo fratello, in pieno spirito di ospitalità armena, ci hanno cucinato una cena luculliana a base di trota del lago Sevan grigliata (due a testa!), formaggio, verdure e gata (un dolce armeno fatto con la sfoglia), tutto fresco e fatto in casa. Incluse anche una bottiglia di vino rosso armeno e il mio adorato kompot. Avevamo per noi l’intera casa, arredata con gusto molto tradizionale, e abbiamo dormito sonni tranquilli.

Giorno 5 – Yeghegis, Hostoun
Ci siamo svegliati con una colazione abbondante quanto la cena. Formaggio, marmellata, verdure con uova, salsiccia, involtini di foglie di vite e altri gata ci aspettavano sulla tavola imbandita. Cena e colazione sono costate 11.000 dram in due, circa 12 euro a testa per intenderci. Consigliamo vivamente un soggiorno alla Manan Guesthouse, questo posto ci rimarrà davvero nel cuore!

Dopo una passeggiata digestiva per le strade di Chkalovka, siamo partiti verso sud facendo sosta al Monastero di Hayravank, che ha offerto altre stupende viste sul lago. Il clima è perfetto: il sole splende, e non si superano i 22°C. Siamo a quasi 2.000 metri sopra al livello del mare, del resto. Questo favoloso meteo degli altipiani armeni ci accompagnerà fino al nostro rientro a Erevan. Sempre costeggiando il lago, abbiamo fatto una deviazione per visitare il cimitero di Noratus, vastissima necropoli dove ci siamo persi fra le tombe e gli khachkar, imponenti croci fatte con diverse pietre che si trovano dappertutto in Armenia. A un certo punto, da una lapide è spuntata, come uno spirito senza tempo, una minuscola anziana incartapecorita che si è offerta di farci da guida e ci ha spiegato (in russo) la storia e il significato dei disegni intarsiati in varie lapidi, alcune risalenti al IV secolo! La sciura ha ovviamente preteso una mancia alla fine, e si è inalberata perché le abbiamo lasciato solo 1.000 dram… ha anche detto espressamente di non volere monete. Pace e amen, quello avevamo!

Lasciato alle spalle il lago di Sevan, siamo arrivati a oltre 2.400 metri di altitudine per valicare il passo che ci avrebbe condotto al caravanserraglio di Orbelian, avamposto della Via della Seta dove le carovane potevano sostare. Dopo un’altra ora di auto, siamo arrivati a Yeghegis. Questo paesino dalle strade polverose è immerso in un contesto di montagne punteggiate di verde, giallo, rosso, marrone e grigio ai cui pendii scorrono placidi ruscelli… sembrava di stare nello Utah o in Arizona in qualche parco nazionale. Inutile dire che questa zona è stata la mia preferita di tutta l’Armenia.

A Yeghegis ci siamo persi fra le stradine del villaggio e abbiamo visitato la Chiesa di Zorats. Le mappe non erano molto chiare sul sentiero da prendere, quindi abbiamo chiesto indicazioni a delle provvidenziali signore locali. Presso la chiesa, unica in Armenia come composizione architettonica (è stata infatti costruita con un altare all’aperto affinché i cavalieri diretti verso la guerra potessero ricevere il sacramento e la benedizione rimanendo seduti sul loro destriero), abbiamo goduto di bellissime viste sulla vallata mangiando i gata avanzati dalla colazione. Abbiamo quindi attraversato il ruscelletto fino a raggiungere il cimitero ebraico, di cui poco rimane se non qualche stele e la sensazione di pace. A pochi minuti da Yeghegis sono visitabili le rovine del villaggio di Hostoun, ormai ridotte a qualche casolare. Ci siamo arrampicati sul tetto di quello più alto per godere di altre viste sulle montagne, e abbiamo rubato qualche amarena da uno dei tanti alberi lungo la strada.

Ormai con il sole pronto a tramontare, abbiamo percorso pochi altri chilometri e parcheggiato l’auto all’inizio della strada sterrata per la salita alla Fortezza di Smbataberd. La camminata impiega circa un’ora per la sola andata e si guadagnano 240 metri di dislivello. Il tramonto visto dalla fortezza, che segue il crinale di un rilievo, è impagabile e permette di apprezzare il panorama su due valli diverse. Estremamente soddisfatti, siamo scesi raggiungendo la nostra auto ormai a crepuscolo inoltrato e in una ventina di minuti siamo arrivati a Yeghegnadzor, il centro più grande della zona, dove avremmo alloggiato al B&B Ruzan. Per cena, dato l’orario tardivo, ci siamo accontentati di andare nell’unico pessimo locale aperto in centro. Visto che non avevo nulla da perdere, ho ordinato le penne pollo, funghi e formaggio presenti nel menù. Mi sono sentito come Francesco Panella quando, all’inizio di ogni puntata di Little Big Italy, prova un ristorante italiano dove gli viene servito un piatto disgustoso che lo porta a dire: “Da Little Big Italy mi aspetto di più – molto di più!”. Io, al contrario, ero preparato a mangiare uno dei piatti peggiori della mia vita e a riderci su, e così è stato.

Giorno 6 – Goris, Khndzoresk
In seguito a un’abbondante colazione presso il nostro bed and breakfast, abbiamo deciso di tornare alla camminata della sera precedente. Dopo il primo chilometro, la strada si divide: a destra si arriva alla fortezza, mentre svoltando a sinistra si giunge a un altopiano con il piccolo Monastero di Tsakhats Kar. Abbiamo deciso di dedicare la bellissima mattinata di sole a questa camminata di circa 4,5 km con un dislivello di 420 metri. Un paio di volte abbiamo visto una jeep-taxi carica di persone: per i più pigri, il monastero si può raggiungere in questo modo, ma noi abbiamo preferito la soddisfazione di arrivarci con le nostre gambe.

Sempre diretti verso sud, in un paio d’ore siamo arrivati a Zorats Karer o Karahunj, una delle poche attrazioni a pagamento del nostro viaggio (1.500 dram a testa). Conosciuto anche come lo Stonehenge armeno, questo insieme di 223 megaliti preistorici disposti concentricamente su un promontorio roccioso è ancora oggetto di studio. C’è chi crede che sia l’osservatorio astronomico più antico al mondo, ma l’ipotesi più accettata è che fosse una necropoli.

Abbiamo quindi raggiunto la città di Goris, costruita in una vallata dominata da rilievi su tre lati, e abbiamo parcheggiato al cimitero, attraversato il quale è iniziata la breve ma ripida scalata verso le abitazioni dell’età della pietra, una serie di grotte scavate nella parete rocciosa. A mezz’ora da Goris verso est si trova Khndzoresk, luogo d’interesse simile ma meglio organizzato. La strada per raggiungere il parcheggio è lunga circa 3 km ed è sterrata e molto dissestata. L’ingresso è gratuito e si effettua camminando su una lunga passerella di legno che termina con un ponte tibetano sospeso su un crepaccio. Dall’altra parte, si possono visitare le abitazioni preistoriche inserite in un bellissimo contesto naturale. Si è creato un momento un attimino assurdo quando una ragazza armena che avrà avuto meno di 20 anni, accompagnata dalla mamma e dalle tre sorelle, mi ha chiesto una foto. Pensavo volesse una foto con la famiglia, e invece la voleva con me… sua mamma le ha anche detto di chiedermi il numero di telefono! Nulla di sorprendente: capelli biondi, occhi azzurri e una buona altezza sono una rarità qui e sono caratteristiche molto apprezzate, e avevo avuto un assaggio di questa sfacciataggine delle ragazze (e dei ragazzi) nel flirtare con gli europei occidentali quando da adolescente andavo in Turchia.

Tornati al parcheggio con non poca fatica, ci siamo diretti, a sole già tramontato, verso il ristorante Hndzan, che avevo trovato su Google Maps e il cui menù ci ispirava tanto. Ottima scelta: un locale arredato in quello che possiamo definire lo stile country chic locale, con un menù pieno di prelibatezze armene. Ho pronto le verdure in salamoia, i funghi ripieni e l’arishta, una sorta di tagliatelle armene condite con salsa di noci e panna acida che hanno ben poco a che fare con la pasta a cui siamo abituati per sapore e consistenza. Ormai in tarda serata, abbiamo seguito la strada a zig-zag appena asfaltata che porta a Tatev, un dedalo di sentieri sterrati e casette dove si trovava il nostro alloggio per la notte, Saro B&B.

Giorno 7 – Tatev, Khor Virap
Fatta una generosa colazione a base di pietanze dolci e salate, abbiamo raggiunto il Monastero di Tatev, costruito nel X secolo e considerato ai tempi il più importante luogo di culto per la religione cristiana ortodossa armena. Qui i futuri esponenti ecclesiastici venivano a studiare le Sacre Scritture in quella che è stata la maggiore scuola religiosa per gli armeni.

Tatev è stata la destinazione più a sud del nostro viaggio. A questo punto, abbiamo percorso a ritroso la strada che attraversa l’Armenia da nord a sud, abbandonando la regione del Syunik e facendo ritorno a quella di Vayots Dzor, la mia preferita. In due ore e mezza, attraversando una bellissima vallata non molto diversa (né meno bella) di quella di Yeghegis, abbiamo raggiunto il Monastero di Noravank, costruito in pietra rossa, che domina sul territorio circostante da ormai otto secoli.

Sempre procedendo verso nord, abbiamo svoltato per seguire la strada lungo il confine con la Turchia, dove infinite piantagioni di albicocca costeggiano la carreggiata. Qua e là, gli agricoltori imbandiscono banchetti dove vendono i loro frutti ai viaggiatori. Abbiamo percorso questa strada per arrivare a uno dei monumenti più iconici dell’Armenia, Khor Virap, bellissimo monastero fortificato del XVII secolo costruito sul luogo dove Gregorio l’illuminatore fu imprigionato dal re armeno Tiridate III per via della sua fede cristiana; dopo 13 anni, Gregorio ha curato il re da una grave malattia, portandolo a convertirsi e a rendere l’Armenia il primo Stato al mondo ad adottare il Cristianesimo nel 301. Da Khor Virap si gode di un’eccezionale vista sul monte Ararat. Questa montagna di oltre 5.100 metri, sacra per gli armeni, oggi si trova interamente in territorio turco, e si può ammirare anche dalla cima della Cascade di Yerevan nelle giornate particolarmente limpide.

Ed è proprio a Yerevan che si è conclusa la penultima giornata del tour. Abbiamo trovato, devo dire, molto meno traffico di quanto mi potessi aspettare da una metropoli di oltre un milione di abitanti nell’orario di punta di un venerdì pomeriggio, e abbiamo persino trovato parcheggio davanti all’appartamento di Timur. Per cena siamo andati in centro e abbiamo scelto il ristorante Kamancha, dove ho ordinato un delizioso assortimento di sei salse armene più o meno piccanti da mangiare con il pane, la tradizionale zuppa spas a base di yogurt e un kebab di agnello. Da bere, oltre all’immancabile kompot, ho provato un bicchiere di tan, tipico latte fermentato considerato un toccasana.

Giorno 8 – Matenadaran, Zvartnots
Abbiamo iniziato la giornata a Yerevan, visitando un’attrazione a cui tenevo particolarmente, ma che è chiusa la domenica e il lunedì: il Matenadaran, conosciuto anche come Museo degli Antichi Manoscritti. Ospitato in un monumentale edificio costruito nel secondo dopoguerra, mette in mostra una collezione di opere scritte a mano non solo in lingua armena, ma anche in persiano, arabo, nonché lingue orientali ed europee. Nel museo sono custodite più di 17.000 opere, le più antiche risalenti al IV secolo.

Siamo usciti da Yerevan diretti verso sud. Raggiungere il Monastero di Geghard al momento del nostro viaggio non è stato una passeggiata: la strada è in ricostruzione, e si è presentata completamente disastrata, con vari tratti sterrati. Al nostro arrivo erano in corso due matrimoni in due punti diversi del monastero. Come da tradizione, in Armenia due spose non si possono vedere in faccia nel giorno delle nozze: porta sfortuna!

A poca distanza da Geghard, abbiamo visitato il Tempio di Garni, unica testimonianza dell’Armenia pagana sopravvissuta nel territorio. Gli armeni ne vanno particolarmente fieri: trattasi di un tempio con timpano sorretto da colonne ioniche a cui si affiancano gli scavi di una villa di ispirazione greco-romana dotata di un avanzato sistema termale.

All’uscita da Garni, abbiamo tagliato verso ovest per evitare il traffico cittadino, e qui ci siamo imbattuti nel corteo di uno dei due matrimoni di Geghard. Più di 60 auto che andavano a 50 all’ora su una strada con limite a 90, ma piena di curve. Piano piano, li abbiamo seminati tutti, e siamo arrivati all’area archeologica di Zvartnots. Il sito del VII secolo al momento è in rovina, ma il governo pianifica di ricostruire questo particolare tempio circolare seguendo le testimonianze risalenti a prima della sua distruzione causata dal terremoto del 930. Avendo saltato il pranzo, abbiamo deciso di fare merenda rubando un paio di succose albicocche dagli alberi lì intorno. L’ultima tappa del nostro viaggio, a un quarto d’ora a ovest di Zvartnots, è la Cattedrale di Echimiadzin, enorme sito ecclesiastico considerato il più importante in Armenia dove in quel momento si stava per celebrare la Messa.

Abbiamo tribulato non poco per trovare un ristorante per la nostra ultima cena insieme in Armenia: il sabato è giorno di matrimoni, e sembrava tutto prenotato per i banchetti nuziali. Cercando per bene su Google Maps e telefonando a tutti i posti che ci ispiravano, al quinto tentativo siamo riusciti a trovare un tavolo al ristorante Kechut, dove abbiamo pasteggiato a base di formaggi locali, funghi ripieni, melanzane con crema di noci e melanzane fritte ripiene. Una deliziosa conclusione a un bellissimo viaggio!

Il mio volo delle 22:55 era in tempo, quindi in pochi minuti abbiamo raggiunto l’aeroporto. Qui abbiamo riconsegnato l’auto e ci siamo salutati con la promessa di tornare a viaggiare insieme a settembre. Destinazione: Georgia!

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Henrikh Mkhitaryan presenta il libro La mia vita sempre al centro: incontro e firmacopie (MenteLocale 06.10.25)

Martedì 14 ottobre 2025 alle ore 18.00 la libreria Mondadori Duomo di Milano, in piazza Duomo angolo via Mazzini, ospita Henrikh Mkhitaryan, considerato il miglior calciatore armeno di tutti i tempi, che presenta il libro La mia vita sempre al centro in dialogo con il coautore Alessandro Alciato. Segue firmacopie.

Henrikh Mkhitaryan è figlio d’arte. È nato in Armenia, ma è cresciuto in Francia, perché il papà giocava in Ligue 2. Suo padre Hamlet è stato uno dei più forti attaccanti della storia del calcio armeno, scomparso a soli trentatré anni a causa di un tumore al cervello quando lui era solo un bambino. Il giovane Henrikh, però, ha coltivato e fatto fruttare egregiamente l’eredità calcistica lasciatagli dal genitore e, dopo un periodo di rifiuto del pallone, si è ripromesso di arrivare dove lui non era riuscito. Ma, soprattutto, il padre gli ha lasciato in regalo le parole più importanti della sua vita: «Henrikh, prima di tutto dovrai essere una brava persona». Un insegnamento che Henrikh ha sempre seguito in campo e fuori per onorarne la memoria e diventare l’uomo che è.

Il 2 luglio 2022 si è ufficialmente unito all’Inter di Simone Inzaghi e rapidamente è diventato una delle colonne della squadra nerazzurra. Ma cosa si sa della sua vita oltre lo stadio? Il giocatore armeno parla cinque lingue, ha due lauree, una in Educazione Fisica e l’altra in Economia, è molto credente. In breve, non corrisponde esattamente allo stereotipo del calciatore. È anche molto attivo in cause sociali: soprattutto, impegnato a sostenere i diritti dei bambini armeni in povertà e disabilità. La sua vita è sempre al centro della scena: sul campo e nella quotidianità, è una figura centrale, pronto a dare tutto per fare la differenza.

L’ingresso è gratuito; preacquistando il libro di Henrikh Mkhitaryan in Mondadori Duomo a partire da martedì 7.10 di ha diritto al pass di accesso prioritario alla presentazione con Henrikh Mkhitaryan e al firmacopie, fino a capienza massima.

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Ecumenismo A Gerusalemme un concerto ecumenico per Nicea (Terra Santa 06.10.25)

Domenica 5 ottobre, nel salone del museo del Patriarcato armeno di Gerusalemme, si è tenuto, in commemorazione dei 1.700 anni del concilio di Nicea, un concerto ecumenico organizzato dagli Ordinari cattolici di Terra Santa.


Con una partecipazione significativa, i presenti hanno potuto ascoltare la voce espressa nelle tradizioni e nella cultura di ogni gruppo, che, tramite la musica, ha testimoniato la propria fede in Cristo.

All’anniversario del concilio di Nicea e al significato storico di quell’evento per la vita della Chiesa è dedicato un intero dossier del numero di maggio-giugno 2025 della rivista Terrasanta.

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Persecuzioni Arcivescovo armeno condannato a due anni di carcere (Renovatio21 05.10.25)

L’arcivescovo armeno Mikael Ajapahyan è stato giudicato colpevole di incitamento al colpo di stato e condannato a due anni di carcere, in un clima di crescente tensione tra la Chiesa nazionale e il governo. Il religioso ha respinto le accuse, definendole di natura politica.

Come riportato da Renovatio 21, l’arcivescovo era stato arrestato ad inizio estate, quando la polizia aveva fatto irruzione nella sede della Chiesa apostolica armena, la più grande del Paese, nella città di Vagharshapat, provocando gravi scontri tra chierici, membri della chiesa e forze dell’ordine.

Negli ultimi mesi, le frizioni tra il primo ministro Nikol Pashinyan e l’opposizione, appoggiata da figure di spicco della Chiesa Apostolica Armena (CAA), si sono intensificate. I critici hanno accusato Pashinyan di compromettere gli interessi nazionali dell’Armenia per aver accettato di cedere alcuni villaggi di confine all’Azerbaigian, Paese con cui l’Armenia ha contenziosi territoriali. Pashinyan ha difeso la decisione, che ha scatenato proteste, sostenendo che punta a risolvere il conflitto decennale tra le due ex repubbliche sovietiche.

Venerdì, un tribunale di Yerevan ha emesso la sentenza contro Ajapahyan, in custodia cautelare da fine giugno. L’accusa aveva richiesto una condanna a due anni e mezzo, mentre la difesa aveva sostenuto l’innocenza dell’arcivescovo. Secondo l’atto d’accusa, Ajapahyan avrebbe incitato al rovesciamento del governo armeno in due interviste rilasciate a febbraio 2024 e giugno 2025.

Commentando le accuse dopo il suo arresto, Ajapahyan ha dichiarato che il «Signore non perdonerà i miseri servitori che sanno bene cosa stanno facendo».

Ad agosto, Karekin II, Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli armeni, ha espresso preoccupazione per la «campagna illegale contro la Santa Chiesa apostolica armena e il suo clero da parte del potere politico», come riportato in una dichiarazione ufficiale della Chiesa.

A giugno, le autorità armene hanno arrestato un altro importante religioso, il vescovo Bagrat Galstanyan, accusandolo di terrorismo e di aver pianificato un colpo di Stato.

Nello stesso mese, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha definito la spaccatura tra il governo armeno e la Chiesa una «questione interna» dell’Armenia, aggiungendo però che molti membri della numerosa diaspora armena in Russia stavano «osservando questi eventi con dolore» e non «accettavano il modo in cui si stavano svolgendo».

L’Armenia e il vicino Azerbaigian sono entrambe ex repubbliche sovietiche, coinvolte in una disputa territoriale sulla regione del Nagorno-Karabakh dalla fine degli anni Ottanta. La regione, a maggioranza armena, si è staccata da Baku all’inizio degli anni ’90 in seguito a una guerra in piena regola.

Il territorio è stato fonte di costante tensione tra Armenia e Azerbaigian per oltre due decenni, con molteplici focolai e conflitti su larga scala, prima che Baku riuscisse a riprendere il controllo della regione con la forza nel 2023, provocando l’immane esodo degli armeni del Nagorno, regione divenuta prima teatro di atrocità poi di città fantasma.

Come riportato da Renovatio 21strutture gasiere legate all’Azerbaigian sono state colpite nei pressi di Odessa, a pochi metri dal confine romeno (cioè NATO) nelle scorse ore.

Baku è legata alla politica europea, ed italiana, tramite il gasdotto TAP, considerato come fornitura di idrocarburo alternativa a Mosca, per cui spinta dalle élite euro-atlantiche di Brusselle, pronte a chiudere un occhio sulle accuse allo Stato dinastico petro-islamico dell’Azerbaigian riguardo i diritti umani.

Secondo un giornale spagnolo, l’Armenia, nel suo movimento di allontanamento da Mosca perseguito dalla presidenza Pashynian, starebbe per porre parte del suo territorio sotto il controllo degli Stati Uniti.

Yerevan è diventata sempre più filo-occidentale sotto Pashinyan; durante la conferenza stampa, il primo ministro ha ribadito che «l’Armenia vuole entrare a far parte dell’UE», riflettendo una legge firmata all’inizio di quest’anno che esprime questa intenzione. Tuttavia, ha riconosciuto che sarà «un processo complicato», poiché il paese dovrà soddisfare determinati standard e ottenere l’approvazione di tutti gli Stati membri.

Nelle ultime settimane, la tensione in Armenia è stata elevata a seguito dell’arresto di due alti prelati della Chiesa Apostolica Armena (CAA) e di uno dei suoi principali sostenitori, l’imprenditore russo-armeno Samvel Karapetyan. Sono stati accusati di aver cospirato per rovesciare il governo di Pashinyan dopo aver esortato la popolazione a protestare contro la decisione del primo ministro di cedere diversi villaggi di confine all’Azerbaigian.

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Armenia – Un legame economico e culturale da attivare (Assadakah 04.10.25)

Wael Al-Mawla (Assadakah News) – L’Armenia gode di una posizione geografica eccezionale che la rende un collegamento naturale tra Asia ed Europa, e tra il mondo russo e iraniano da un lato, e lo spazio turco-caucasico dall’altro. Tuttavia, questa posizione non è stata ancora sufficientemente sfruttata per trasformarla in un polo di transito strategico, economico e culturale, in grado di svolgere un ruolo oltre i suoi ristretti confini.

Economicamente, l’Armenia potrebbe diventare un nodo nelle reti internazionali di trasporto, energia e commercio. Si trova all’incrocio di rotte alternative per petrolio, gas e ferrovie, il che le offre l’opportunità di impegnarsi in importanti progetti come la Belt and Road Initiative cinese e altri progetti. Tuttavia, il blocco geografico ne ha limitato il potenziale. Per attivare il suo ruolo, quindi, è necessario innanzitutto un accordo politico che le consenta di aprirsi ai suoi vicini e di sfruttare la sua posizione come porta d’accesso al commercio tra Russia, Iran e Medio Oriente, da un lato, e l’Europa, dall’altro.

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Culturalmente, l’Armenia possiede un ricco patrimonio culturale. È uno dei più antichi centri cristiani al mondo e vanta un patrimonio architettonico, spirituale e artistico unico. Questo patrimonio può essere trasformato in un soft power che attrae turismo culturale e religioso e apre orizzonti al dialogo interculturale tra Oriente e Occidente. La diaspora armena diffusa in tutto il mondo rappresenta inoltre una solida rete attraverso la quale l’immagine dell’Armenia può essere rafforzata come ponte per la comunicazione culturale e diplomatica.

A livello politico, l’Armenia può svolgere un ruolo di mediazione tra assi conflittuali nella regione, soprattutto grazie alle sue relazioni equilibrate con Russia, Iran ed Europa. Questo le offre l’opportunità di essere un “nodo di collegamento” nei percorsi di comprensione regionale, piuttosto che un’arena di conflitto.

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Attivare il ruolo dell’Armenia non è solo una questione locale; è un interesse regionale e internazionale. Il mondo di oggi ha bisogno di nuovi nodi di collegamento in grado di colmare il divario tra Oriente e Occidente, e tra economia, politica e cultura. L’Armenia, con la sua posizione geografica e il suo patrimonio culturale, ha le carte in regola per essere uno dei più importanti di questi nodi, se ci saranno la volontà e una visione strategica.

Mkhitaryan si racconta, in arrivo la sua autobiografia: “La mia vita sempre al centro” (Ilnerazzurro 03.10.25)

Mkhitaryan autobiografia. Dopo Francesco Acerbi, anche Henrikh Mkhitaryan ha deciso di affidare alla carta stampata il racconto della propria vita e carriera. Il centrocampista armeno dell’Inter, ancora oggi uno dei punti fermi della squadra di Cristian Chivu, ha scritto la sua prima autobiografia, un progetto che raccoglie esperienze, emozioni e ricordi di una carriera vissuta tra successi, sacrifici e momenti indimenticabili.

A rivelare la notizia è stato il giornalista Alessandro Alciato, che ha collaborato alla realizzazione del libro. L’uscita è prevista per il 7 ottobre, con il titolo “La mia vita sempre al centro” edito da Cairo Libri. Un’opera che non è solo una raccolta di aneddoti calcistici, ma un viaggio personale dentro la storia di un uomo che, passo dopo passo, ha saputo lasciare un segno in ogni tappa della sua carriera.

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La costruzione di una nuova identità nazionale da parte delle autorità statali armene (Marx21 03.10.25)

L’identità nazionale è un concetto complesso, costruito socialmente, che comprende il senso di appartenenza condiviso da una popolazione, spesso radicato nella cultura, nella lingua, nella storia e nei valori comuni. Rappresenta la coscienza collettiva che distingue un gruppo da un altro, fungendo da pilastro fondamentale per la coesione sociale e la continuità. Al contrario, l’interesse dello Stato si riferisce agli obiettivi strategici perseguiti dalle autorità governative per garantire la stabilità politica, lo sviluppo economico e la sovranità territoriale. Mentre l’identità nazionale è organica e coltivata culturalmente, l’interesse dello Stato è spesso strumentale e guidato dalla politica, con l’obiettivo di consolidare il potere e legittimare il governo.

Il rapporto tra identità nazionale e interesse dello Stato è intrinsecamente paradossale. Gli Stati si impegnano spesso nella costruzione o nella ridefinizione dell’identità nazionale per allinearla ai propri obiettivi geopolitici e interni. Ad esempio, il governo armeno, guidato dal primo ministro Nikol Pashinyan, ha promosso attivamente un’ideologia denominata “Armenia reale” (Real Armenia), cercando di ridefinire l’identità nazionale attorno ai confini attualmente riconosciuti a livello internazionale della Repubblica di Armenia (29.743 km²) piuttosto che attorno al patrimonio storico o culturale che si estende oltre tali confini. Questo approccio enfatizza il patriottismo incentrato sullo Stato, in cui la lealtà allo Stato ha la priorità rispetto a narrazioni etniche o storiche più ampie.

Perché gli Stati costruiscono l’identità nazionale?

I governi utilizzano l’identità nazionale per unificare le popolazioni sotto una narrativa condivisa, rafforzando la loro legittimità. Ad esempio, la spinta di Pashinyan verso una nuova costituzione mira a posizionare lo Stato come unico rappresentante della volontà del popolo, prendendo le distanze dalle identità influenzate dall’era sovietica e dalla diaspora. Inoltre, gli Stati spesso rimodellano l’identità per adattarsi alle pressioni esterne. La perdita del Nagorno-Karabakh (Artsakh) da parte dell’Armenia nel 2023 ha costretto a una rivalutazione degli interessi nazionali, enfatizzando la sovranità e la sicurezza rispetto alle rivendicazioni storiche. Un’identità unificata favorisce la produttività economica e la stabilità sociale. L’ideologia di Pashinyan collega esplicitamente la costruzione dello Stato alla prosperità, esortando i cittadini a “arricchirsi e arricchire” nel quadro dello Stato. Tuttavia, questo processo è controverso. I critici sostengono che separare l’identità dello Stato dalle radici storiche e culturali rischia di erodere l’anima della nazione, come si è visto nei dibattiti sui simboli costituzionali dell’Armenia e sull’insegnamento della storia. In definitiva, il ruolo dello Stato nella formazione dell’identità nazionale riflette un delicato equilibrio tra interessi pragmatici e conservazione dell’essenza culturale.

Legittimare il potere politico e l’autorità

La costruzione di una nuova identità nazionale in Armenia è fondamentalmente uno strumento per legittimare il potere politico e consolidare l’autorità dello Stato. Il governo del primo ministro Nikol Pashinyan, dopo la Rivoluzione di Velluto del 2018, ha perseguito una strategia deliberata per ridefinire l’identità nazionale attorno al concetto di “Armenia reale”, un’ideologia incentrata sullo Stato e focalizzata sui confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica di Armenia (29.743 km²) e sul suo quadro istituzionale piuttosto che sulle aspirazioni storiche o irredentistiche. Questo approccio serve ad ancorare la legittimità del governo in un nuovo contratto sociale, in cui la cittadinanza e la lealtà allo Stato sostituiscono le nozioni di nazionalità basate sull’etnia o sulla diaspora.

La spinta di Pashinyan verso una nuova costituzione è fondamentale in questo sforzo. Definendo la costituzione esistente come una reliquia dell’era sovietica e del governo oligarchico post-indipendenza, egli sostiene che essa manca di legittimità popolare e riflette una mentalità da “nazione senza Stato”. La riforma costituzionale proposta mira a creare un documento che incarni il “libero arbitrio” dei cittadini, legittimando così lo Stato come prodotto di un intento collettivo piuttosto che di un incidente storico o di un’imposizione esterna. Ciò è in linea con le teorie della legittimità politica, secondo cui l’autorità è giustificata dall’allineamento percepito con la volontà pubblica e i processi democratici.

Tuttavia, questo processo è profondamente controverso. I critici sostengono che il governo stia sfruttando la costruzione dell’identità per emarginare l’opposizione e consolidare il potere. L’arresto di rivali politici, come gli ex presidenti Kocharyan e Sargsyan, e la repressione del dissenso con il pretesto di combattere il “revanscismo” sono citati come prove della deriva autoritaria. Inoltre, la riforma costituzionale è sempre più percepita come una risposta alle pressioni dell’Azerbaigian piuttosto che alle esigenze interne, in particolare poiché Baku chiede la rimozione dei riferimenti alla Dichiarazione di Indipendenza del 1990, che simboleggia le aspirazioni dell’Armenia per il Nagorno-Karabakh. Questa imposizione esterna rischia di minare la legittimità stessa che il governo cerca di costruire, poiché rafforza le narrazioni di capitolazione e di sovranità erosa.

Il governo sfrutta anche la costruzione dell’identità per emarginare le narrazioni storiche che mettono in discussione la sua autorità. Separando l’identità nazionale dal conflitto del Karabakh e sottolineando la “sovranità attraverso la sconfitta”, Pashinyan ridefinisce la perdita del Nagorno-Karabakh non come un fallimento, ma come un passo necessario verso il consolidamento dello Stato. Questa narrativa, pur intesa a promuovere l’unità, ha intensificato la polarizzazione, poiché alcuni segmenti della società la considerano un tradimento delle terre e dei valori ancestrali.

Garantire la coesione sociale e la stabilità interna

La costruzione di una nuova identità nazionale in Armenia è strettamente legata alla promozione della coesione sociale e alla mitigazione della frammentazione interna a seguito dei cambiamenti radicali della guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 e della pulizia etnica degli armeni dalla regione nel 2023. L’ideologia del governo “Armenia reale” cerca esplicitamente di unificare i cittadini attorno a un’identità incentrata sullo Stato, sottolineando la lealtà ai confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica di Armenia (29.743 km²) e al suo quadro istituzionale piuttosto che alle aspirazioni storiche o irredentiste. Questo approccio mira a contrastare la polarizzazione sociale esacerbata dalla sconfitta militare, dagli sfollamenti di massa e dai disordini politici. Il periodo successivo alla Rivoluzione di Velluto del 2018 ha inizialmente suscitato speranze di consolidamento democratico, ma la guerra ha approfondito le divisioni, con i gruppi di opposizione che accusano il primo ministro Pashinyan di capitolazione e di minare gli interessi nazionali . Promuovendo una narrativa di resilienza attraverso la costruzione dello Stato, il governo cerca di incanalare l’opinione pubblica verso una ripresa collettiva, anche se questo rimane controverso. L’indice di coesione sociale e riconciliazione (SCORE) evidenzia la necessità di politiche che affrontino la fiducia civica, l’armonia tra i gruppi e i valori democratici, in particolare perché le minoranze etniche (meno del 2% della popolazione) richiedono l’inclusione per evitare l’emarginazione. Tuttavia, le sfide persistono: il processo di riforma costituzionale, considerato essenziale per il consenso nazionale, è visto dai critici come uno strumento per sopprimere il dissenso e consolidare il potere, rischiando un’ulteriore frattura sociale.

Facilitare lo sviluppo economico e la modernizzazione

La modernizzazione economica è una pietra miliare della ristrutturazione dell’identità nazionale dell’Armenia, direttamente legata alla narrativa dello Stato sulla prosperità attraverso l’autosufficienza. L’ideologia della “Armenia reale” incoraggia esplicitamente i cittadini a “arricchirsi e arricchire”, posizionando lo Stato come il principale veicolo per il progresso economico e sfruttando il patriottismo per stimolare la produttività. Ciò è in linea con i cambiamenti pragmatici delle politiche volte a ridurre la dipendenza dalla Russia e a integrarsi nei mercati globali. Ad esempio, il periodo post-2020 ha visto una forte crescita del PIL (12,1% all’inizio del 2022), alimentata da settori come i servizi e l’edilizia, nonché dall’afflusso di professionisti e capitali russi nel settore IT. Tuttavia, permangono vulnerabilità strutturali: il calo della produzione industriale e l’eccessiva dipendenza dalla riesportazione dell’oro russo evidenziano la necessità di una diversificazione. L’iniziativa governativa “Crossroads of Peace” mira a trasformare l’Armenia in un hub di transito regionale, sfruttando i progetti di connettività per attrarre investimenti stranieri e stimolare gli aggiornamenti tecnologici. Tuttavia, questa visione deve affrontare diversi ostacoli, tra cui l’inefficienza burocratica, il controllo oligarchico in settori chiave e gli effetti persistenti dei conflitti regionali. L’enfasi sulla modernizzazione economica ha quindi un duplice scopo: rafforza la legittimità dello Stato collegando l’identità nazionale alla prosperità tangibile, affrontando al contempo le minacce esistenziali poste dall’isolamento geopolitico.

Navigare tra posizionamento geopolitico e sovranità

La ridefinizione dell’identità nazionale da parte dell’Armenia è intrinsecamente legata alla sua ricalibrazione geopolitica in risposta alle minacce regionali e al mutamento delle alleanze. La perdita del patrocinio russo dopo la guerra del 2020 e l’ascesa militare dell’Azerbaigian hanno costretto a un cambiamento strategico verso partnership occidentali e indiane, esemplificato dall’iniziativa del Dialogo di Yerevan e dall’approfondimento della cooperazione in materia di difesa con l’India. La dottrina della “Vera Armenia” rafforza questo approccio dando priorità alla sovranità e all’integrità territoriale, rifiutando esplicitamente le rivendicazioni storiche che potrebbero provocare gli avversari vicini. Tuttavia, questa posizione pragmatica comporta dei rischi: l’accordo di pace mediato da Washington nell’agosto 2025, che ha istituito il corridoio “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP) gestito dagli Stati Uniti attraverso Syunik, ha scatenato accuse di cedimento della sovranità all’Azerbaigian e agli Stati Uniti. Le figure dell’opposizione sostengono che il corridoio potrebbe alterare gli equilibri demografici e minare il controllo sulle regioni strategiche di confine. Nel frattempo, l’apertura dell’Armenia verso l’India e l’UE mira a controbilanciare l’influenza turco-azera, ma ciò richiede una diplomazia delicata per evitare di inimicarsi la Russia o l’Iran. Il processo di riforma costituzionale, promosso come mezzo per allinearsi al diritto internazionale ed eliminare le ambiguità sulle rivendicazioni territoriali, diventa uno strumento geopolitico per segnalare l’impegno dell’Armenia per la pace e la stabilità, assicurandosi così il sostegno occidentale. In definitiva, la ricostruzione dell’identità nazionale non è solo un progetto interno, ma una risposta strategica alle pressioni esterne, che mira a posizionare l’Armenia come attore sovrano in una regione instabile.

Strumentalizzazione e conseguenze

La strumentalizzazione dell’identità nazionale in Armenia ha prodotto conseguenze complesse e spesso contraddittorie, rafforzando l’autorità dello Stato e allo stesso tempo esacerbando la frammentazione sociale. Promuovendo un’ideologia statalista della “Vera Armenia”, il governo ha cercato di legittimare la sua agenda politica, in particolare attraverso riforme costituzionali e un riassetto geopolitico. Tuttavia, questa riorganizzazione dall’alto dell’identità ha alienato segmenti critici della società, in particolare i rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh, che devono affrontare l’emarginazione e l’essere usati come capri espiatori. La retorica ufficiale che li definisce “altri” o “ospiti” ha approfondito le divisioni sociali, minando le rivendicazioni di una democrazia inclusiva. A livello internazionale, il miglioramento degli indici di democrazia dell’Armenia (ad esempio, le classifiche EIU) nasconde tensioni sottostanti, tra cui il calo della fiducia dei cittadini nelle istituzioni e le persistenti influenze oligarchiche. L’enfasi del governo sulla sovranità territoriale e sulla modernizzazione economica (“arricchirsi e arricchire”) ha anche dato priorità alla stabilità rispetto al pluralismo, rischiando una deriva autoritaria. In definitiva, mentre la strumentalizzazione rafforza il controllo statale a breve termine, essa erode la coesione sociale e la resilienza democratica, evidenziando il paradosso di utilizzare l’identità come strumento di governance piuttosto che come prodotto dell’appartenenza collettiva.

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Armenia: Wizz Air inaugura nuova base a Jerevan: nuove rotte per Napoli e Bari (GiornaleDiplomatico 03.10.25)

GD – Jerevan, ott. 25 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha partecipato all’inaugurazione ufficiale della nuova base della compagnia aerea Wizz Air all’aeroporto internazionale “Zvartnots” di Jerevan, in occasione dell’arrivo del primo volo diretto da Napoli.
Con l’apertura della base, Wizz Air lancia due nuove rotte italiane per Napoli e Bari, che si aggiungono così a quelle già esistenti per Roma, Milano e Venezia, rafforzando ulteriormente i collegamenti diretti tra Italia e Armenia.
Alla cerimonia di inaugurazione hanno preso parte anche il ministro dell’Economia armeno, Gevorg Papoyan; l’amministratore delegato di Wizz Air, Roland Tischner: la presidente del Comitato per il Turismo, Lusine Gevorgyan; il direttore di “Armenia International Airports” CJSC, Marcelo Wende; altri rappresentanti delle Autorità locali.


Armenia – Voli Wizz Air da Napoli e Bari (Assadakah)


Inaugurazione della nuova base di Wizz Air a Jerevan: lancio di due nuove rotte dirette per Napoli e Bari (Gazzetta Diplomatica)

Pashinyan: l’Armenia occupa un posto modesto ma saldo tra i paesi democratici d’Europa (Notiziedaest 02.10.25)

“Oggi l’Armenia occupa un posto modesto ma fermo tra le nazioni europee democratiche. Per noi, la democrazia non è una coincidenza, ma una strategia, una convinzione politica e una parte integrante del nostro sistema di valori,” ha dichiarato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante la sessione autunnale dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE).

Ha descritto il Consiglio d’Europa come una “casa” dove l’Armenia, in quanto Stato democratico, ha il suo posto legittimo. Pashinyan sottolineò che dall’”rivoluzione delle velluto” del 2018, che ha portato al potere la sua squadra, il paese aveva compiuto progressi significativi nelle riforme democratiche. Tra i traguardi, ha evidenziato il ruolo delle donne nella vita pubblica.

«Il parlamento armeno non ha mai visto un numero così alto di parlamentari donne. Il governo non ha mai avuto così tante ministre. Le donne ora dirigono il Ministero degli Interni – la nostra più grande agenzia di sicurezza – nonché l’Ufficio del Procuratore e il Servizio di Intelligence Estero. Questo è senza precedenti per il nostro paese», ha dichiarato.

Pashinyan ha anche parlato degli sforzi per instaurare la pace con l’Azerbaijan. Al termine del suo intervento, ha risposto alle domande dei membri PACE, insistendo sul fatto che, riferendosi all’Armenia, si usino la terminologia e le formulazioni adottate dal governo e dal parlamento del suo paese.

I principali takeaway dal discorso di Pashinyan — insieme a estratti dei suoi scambi con i parlamentari europei — sono riportati di seguito.

  • Armenia tra Occidente e Russia: rischi della politica ‘bilanciata’ del governo
  • «Nessuno ha il diritto di minacciare l’Armenia»: Pashinyan risponde alle dichiarazioni di un imprenditore di spicco
  • «L’Armenia è più statale che mai, più sovrana che mai» – discorso per la Giornata della Repubblica

«La democrazia, nel senso letterale del termine, ha salvato la sovranità e l’indipendenza dell’Armenia»

Pashinyan ha sottolineato che la democrazia in Armenia è “in buone mani” – non nelle mani delle autorità o della società civile, ma nelle mani del popolo stesso. Ha ricordato che immediatamente dopo la guerra del Karabakh del 2020, l’Armenia ha affrontato attacchi ibridi volti a minare la sua democrazia e a distruggere lo Stato:

«In un certo senso, la guerra di 44 giorni è stata parte di una guerra ibrida, il cui obiettivo era eliminare la sovranità e l’indipendenza della Repubblica d’Armenia. Ma, sapete, è stata la democrazia, nel senso letterale del termine, a salvare la sovranità e l’indipendenza dell’Armenia.»

Ha spiegato che le “forze anti-democratiche” chiedevano il trasferimento del potere a loro, usando “la guerra e la disinformazione che la circonda” come strumenti:

«Abbiamo dichiarato che non possiamo consegnare il potere ottenuto dal popolo a nessuno, possiamo solo restituirlo al popolo. Nell’aprile 2021 mi sono dimesso, il che ha portato allo scioglimento del parlamento. E tra una situazione di confine sempre più critica, l’occupazione dei territori sovrani dell’Armenia [da parte dell’Azerbaijan] e una campagna di terrore informativo, si sono svolte elezioni parlamentari anticipate.»

Secondo Pashinyan, pochi credevano che la sua squadra otterrirebbe un nuovo mandato in tali condizioni, ma il partito al governo ha vinto di nuovo – e è riuscito persino a formare una seconda maggioranza parlamentare:

«Questo è successo per una ragione principale: il popolo si è reso conto che queste elezioni sarebbero la garanzia del proprio potere in Armenia. Posso affermare in modo chiaro e inequivocabile che oggi, sì, il potere in Armenia appartiene al popolo, i quali sono i garanti della democrazia in Armenia.»

Armenia guida le classifiche regionali di democrazia nonostante il declino

Secondo il rapporto Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit, l’Armenia è al 82° posto su 160 paesi, la Georgia al 94° e l’Azerbaijan al 126°.

 

 

«Non c’è stato nemmeno un tentativo di falsare i risultati elettorali»

Dal podio della PACE, Pashinyan ha sottolineato che da quando il suo governo è al potere non ci sono stati tentativi di frode elettorale in Armenia. A supporto di questo, ha evidenziato che:

  • le elezioni parlamentari del 2018 e del 2021 sono state valutate dalla comunità internazionale come libere, competitive e in linea con gli standard democratici;
  • i risultati delle elezioni di autogoverno locale negli ultimi anni non hanno suscitato proteste, con i partiti di opposizione che hanno vinto in diverse regioni.

«Questo non significa che la democrazia elettorale nel nostro paese sia priva di problemi. La pratica dell’acquisto dei voti è ancora utilizzata da alcune forze in Armenia,» ha osservato il primo ministro.

Ha sostenuto che coloro che continuano la pratica di comprare i voti sono supportati da “alleati affini” all’estero:

«In aggiunta a questo arriva la disinformazione. E nel caso dell’Armenia, questo è ancor più problematico, poiché una gran parte del panorama mediatico è controllata da forze decadute dal potere dopo la rivoluzione del 2018, che ora agiscono come opposizione. Spendono parte della loro ricchezza illecita per diffondere disinformazione al fine di evitare la confisca di asset illeciti.»

«Passi pratici contro questa campagna di disinformazione potrebbero essere interpretati come un tentativo di limitare la libertà di espressione, mentre l’inazione potrebbe essere vista come la debolezza e la vulnerabilità della democrazia,» ha detto Pashinyan.

Dichiarazione sulla Quarta Repubblica dell’Armenia: cosa prevede il piano del partito al governo

Esperti armeni ritengono che il primo ministro Nikol Pashinyan, che guida il partito al potere, stia “prendendo misure per rimanere al potere.”

 

 

«Dal 2018 l’economia dell’Armenia è cresciuta di circa il 43%»

Il primo ministro armeno ha anche parlato dei progressi economici. Ha detto che dall’entrata al potere del suo governo nel 2018:

  • l’economia è cresciuta del 43%,
  • le entrate fiscali al bilancio statale sono more than doubled,
  • L’Armenia ha migliorato di oltre 40 posizioni nell’Indice di Percezione della Corruzione.

Pashinyan ha aggiunto che si potrebbe ottenere ancora di più, ma ciò richiede:

  • la piena istituzionalizzazione di una magistratura indipendente,
  • l’implementazione di meccanismi anticorruzione completi e affidabili,
  • una efficace controffensiva contro gli attacchi ibridi,
  • il consolidamento dello stato di diritto,
  • il rafforzamento della protezione dei diritti umani,
  • aumentare la fiducia del pubblico nello Stato.

«L’Armenia proseguirà con fiducia su questa strada, e siamo certi che in questo percorso otterremo un forte sostegno dal Consiglio d’Europa e dalle sue istituzioni» ha detto.

Pashinyan dice che le persone in Armenia vivono meglio che nel 2018 – ma non sono d’accordo

Il primo ministro ha affermato che lo stipendio medio è aumentato del 75% dall’aprile 2018.

 

Pashinyan says people are living better

 

«La pace è uno sforzo quotidiano»: sulla normalizzazione delle relazioni con l’Azerbaijan

Commentando gli accordi raggiunti con l’Azerbaijan a Washington l’8 agosto, Pashinyan ha detto che l’accordo non sarebbe stato possibile senza l’«intervento personale» del presidente degli Stati Uniti.

Ha descritto la sottoscrizione iniziale del trattato di pace con l’Azerbaijan come un momento storico e ha sottolineato che mantenere la pace richiede uno sforzo quotidiano:

«La pace, come un neonato, richiede cure quotidiane. La nostra pace neonato ha ora 1 mese e 22 giorni. Dobbiamo nutrirla, amarla e prendercene cura affinché cresca, maturi, si rafforzi e, con essa, la nostra regione, il Caucaso del Sud, possa prosperare.»

Secondo Pashinyan, l’instaurazione della pace è responsabilità sia del governo sia del popolo dell’Armenia, sia del governo sia del popolo dell’Azerbaijan. In questo contesto, ha evidenziato la necessità di chiarire il destino dei dispersi e di affrontare la situazione degli armeni detenuti nelle prigioni di Baku.

Thomas de Waal: La pace tra Erevan e Baku è possibile, ma non garantita

Un esperto della Carnegie Endowment ha analizzato i risultati dell’incontro Trump–Pashinyan–Aliyev tenutosi negli Stati Uniti

 

 

On ending war in Gaza, return of Karabakh Armenians and the ‘corridor’

Ecco i principali estratti dalle risposte di Nikol Pashinyan alle domande dei parlamentari europei:

On ending the war in Gaza

«Il presidente Trump ha proposto un piano di pace. La comunità internazionale lo ha già accolto, e anche noi. Spero che l’attuazione di questo piano nella Striscia di Gaza possa finalmente portare la pace. L’anno scorso l’Armenia ha riconosciuto lo Stato della Palestina, e stiamo seguendo da vicino il processo. Speriamo che, alla fine, la pace sarà stabilita grazie agli sforzi del presidente Trump e al sostegno della comunità internazionale.»

On the return of Karabakh Armenians to their homes

«Francamente, non considero realistico [il ritorno degli Armeni nel Nagorno-Karabakh]. Inoltre, credo che alle persone debba essere detto onestamente questo, in modo che possano pianificare. In questo contesto, vedo la questione del ritorno dei rifugiati come potenzialmente pericolosa per il processo di pace Armenia-Azerbaijan.»

I nostri compatrioti del Karabakh dovrebbero stabilirsi in Armenia. Come cittadini armeni, dovrebbero vivere, creare e costruire qui il loro benessere. Questa è la nostra strategia.»

On the term ‘Zangezur corridor’

«Lei [Edward Leigh, MP conservatore britannico] usa l’espressione ‘corridoio di Zangezur’. Da dove l’ha presa? Questo termine non compare in nessun documento e non è mai apparso. Stia tranquillo, non apparirà in nessun accordo tra Armenia e Azerbaijan.»

L’espressione ‘corridoio di Zangezur’ è una grossa violazione della sovranità della Repubblica d’Armenia. Nessuno ha il diritto di dare ai territori armeni nomi non approvati dal governo o dal parlamento. Condanno fermamente l’uso di questa terminologia illegittima.»

Questo si riferisce alla strada che collega l’Azerbaijan alla sua exclave di Nakhchivan attraverso il territorio armeno. Prima dell’incontro di Washington, Baku aveva richiesto una rotta extraterritoriale e l’ha definita ‘corridoio di Zangezur’. Le autorità armene hanno accettato di fornire i collegamenti di trasporto ma hanno categoricamente respinto il termine ‘corridoio’, che implica perdita di controllo sul loro territorio. A Washington, entrambe le parti hanno concordato la creazione della “Trump Route”. La gestione sarà affidata a partner americani, e l’Armenia manterrà i propri diritti sovrani sulla rotta.

Aliyev chiama la “Trump Route” un corridoio: la risposta di Pashinyan alle Nazioni Unite

Il primo ministro armeno ha rispedito al mittente le parole del presidente azero: «Il termine ‘corridoio di Zangezur’ non compare nei documenti concordati. Il mio collega azero dovrebbe chiarire cosa intende.»

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Il Festival sbarca anche in Armenia. On line 1,4 milioni di visualizzazioni (La Stampa 02.10.25)

La musica del Festival di Sanremo conquista l’Armenia e a portarla nel Paese caucasico è anche un tenore grande amico della provincia di Imperia. Di grande risonanza è stato infatti il successo riscosso nei giorni scorsi, nella città di Ijevan, dalle canzoni “sanremesi” e da un gruppo di artisti comprendente anche il tenore Francesco Filizzola in un concerto tenuto alla Ijevan Wine and Brandy Factory, uno dei simboli dell’eccellenza enologica armena, in una serata alla quale era presente anche l’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, oltre a numerose autorità locali.

In un contesto reso quindi non solo ufficiale ma anche altamente simbolico, il protagonista assoluto è stato il progetto musicale “Flying to Sanremo”, ideato dallo stesso Francesco Filizzola insieme con il produttore Dimitry Zakon, impegnato quest’anno anche nei concerti di Jennifer López.

L’iniziativa ripropone i brani più celebri del repertorio sanremese, patrimonio indiscusso della canzone italiana, e vede sul palco un ensemble di grande livello. Il quartetto delle voci è composto da Francesco Filizzola, Manuela Evelin Prioli, Monica Harem e Alessandro Blasi, accompagnati da sette importanti musicisti italiani.

È stato grazie a loro che il pubblico di Ijevan ha vissuto un viaggio musicale emozionante, che ha attraversato decenni di storia del Festival di Sanremo, spaziando tra melodie indimenticabili e arrangiamenti originali. L’energia degli artisti e l’entusiasmo degli spettatori hanno reso la serata unica nel suo genere e la risonanza è stata immediata anche online, in quanto un video dell’esibizione ha superato in pochi giorni 1,4 milioni di visualizzazioni sui social, a conferma dell’impatto internazionale del progetto e della sua capacità di coinvolgere un pubblico ampio e trasversale.

A conferma del fatto che la musica unisce i popoli, l’evento è stato anche un’occasione di incontro tra culture, con la valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche armene e momenti di autentica convivialità, rappresentando una tappa significativa nel percorso di dialogo interculturale tra Italia e Armenia.

Dal canto suo, Francesco Filizzola, nato in Calabria e cresciuto in Basilicata, ha con la provincia di Imperia uno strettissimo legame. Nel novembre scorso ha tenuto un apprezzatissimo concerto a Imperia, in occasione di Olioliva e, nell’occasione, dando seguito anche alla sua passione sportiva, ha stretto amicizia con il Marathon Club, divenendo uno dei suoi atleti.

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