NAGORNO KARABAKH/ARTSAKH. IL DOPO GUERRA E’ PERSINO PEGGIORE DELLA GUERRA STESSA (Politicamentecorretto 11.05.21)

Sono passati più di otto mesi da quando, lo scorso 27 settembre, l’Azerbaigian in piena pandemia ha scatenato una guerra contro la piccola repubblica armena de facto del Nagorno Karabakh – Artsakh.

Quarantaquattro giorni di violenti attacchi militari con supporto logistico turco e aiuto di mercenari jihadisti provenienti dalla Siria, di bombardamenti a tappeto sulla popolazione costretta alla fuga.

Sei settimane drammatiche raccontate, da ultimo, anche da una nuova pubblicazione editoriale “Pallottole e petrolio” di Emanuele Aliprandi (disponibile su piattaforma Amazon).

Ma a preoccupare è ora soprattutto il dopo guerra. Il regime di Aliyev lungi dal voler cercare una soluzione pacifica al contenzioso (che con l’accordo di tregua del 9 novembre è stato solo interrotto) rafforza la politica di odio contro gli armeni.

Chiese e monumenti armeni che si trovano nei territori ora occupati dagli azeri vengono sistematicamente distrutti per cancellare ogni traccia del nemico: lo stesso dittatore ha dato pubblicamente ordine di rimuovere tutte le iscrizioni armene da ogni edificio civile o religioso. Le lastre dei cimiteri vengono usate per costruire strade, le provocazioni dei militari sia nel territorio conteso che lungo il confine con l’Armenia sono all’ordine del giorno.

Ma c’è di più. Non passa settimana senza che non vi sia una dichiarazione di minaccia contro gli armeni e l’Armenia stessa. Il tiranno (ricordiamo che secondo Freedom press index 2020 l’Azerbaigian si colloca al 168° posto su 180 nazioni al mondo per libertà di informazione!) ordina e pretende, reclama nuovi territori armeni, avverte che la sua pazienza è al limite, che risolverà i suoi problemi con le buone o con la forza come già fatto mesi fa.

Sulla spinta del collega dittatore Erdogan, vuole realizzare il sogno panturanico di un impero turco dal Mediterraneo alla Cina. Gli armeni, come nel 1915, sono il solo unico ostacolo alla realizzazione di questo progetto. L’Europa assiste, quasi impassibile, e non si rende conto del pericolo che si sta creando ai suoi confini orientali.

Quando capirà, sarà forse troppo tardi per lei e per gli armeni del Caucaso?.

Consiglio per la comunità armena di Roma

Armenia: la piccola, grande isola (L’Indro 11.05.21)

Fin dal dissolvimento dell’Unione Sovietica, l’Armenia è rimasta la ‘grande esclusa’ del Caucaso, e ha sviluppato una politica estera spesso dettata da una sostanziale incapacità di definire i propri reali interessi geopolitici

«Ogni anno, in questo giorno, ricordiamo le vite di tutti quelli che morirono nel genocidio armeno dell’epoca ottomana e ribadiamo il nostro impegno a impedire che atrocità simili accadano di nuovo».Con questa dichiarazione, rilasciata il 24 aprile scorso, Joe Biden è divenuto il primo Presidente degli Stati Uniti a riconoscere ufficialmente quella che gli Armeni chiamano ‘Metz Yeghern‘, la grande disgrazia.

Biden si è premurato di specificare che tale passo non intende accusare la Turchia di oggi. E, in effetti, nulla fa ritenere che la dichiarazione influirà negativamente sui rapporti turco-americani: ma, come era prevedibile, ha avuto in Armenia una grande eco, di cui il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha fra l’altro approfittato per attutire il prevedibile impatto mediatico negativo delle proprie dimissioni, presentate il giorno seguente.

In realtà, al netto dell’utilizzo, per la prima volta in assoluto, della parola ‘genocidio’, la dichiarazione della Casa Bianca ha avuto come principale scopo quello di ingraziarsi gli oltre due milioni di elettori statunitensi di origine armena, oltre che di avvalorare di fronte all’opinione pubblica nazionale e internazionale ‘mainstream’ l’aura di baluardo dei diritti umani assunta dalla nuova Amministrazione dopo il quadriennio del ‘cattivo’ Trump, il ‘Metz Yeghern’ dei ‘liberals’ di ogni latitudine. Ma, quanto alla sostanza, difficilmente avrebbe potuto essere più anodina: tanto è vero che Recep Tayyip Erdogan, informato in anticipo da Biden, non ha ritenuto di intervenire personalmente per ribattere, delegando tale compito al proprio Ministro degli Esteri.

Al di là della soddisfazione espressa da Yerevan e dalla numerosa diaspora armena d’Occidente, la Casa Bianca potrebbe in realtà non aver reso un buon servizio alla causa dell’Armenia.

Con due confini su quattro, quello turco e quello azero, storicamente chiusi e pur intrattenendo buone relazioni con l’Iran (con il quale condivide però una frontiera di poche decine di km), l’Armenia deve basarsi, per la massima parte del suo traffico commerciale, sulla rotta del Mar Nero, tramite la Georgia, con conseguenti gravi problemi di approvvigionamento in circostanze di crisi. Per questa ragione e per le debolezze strutturali del suo sistema produttivo, totalmente dipendente dalle forniture energetiche russe e iraniane, Yerevan avrebbe tutto l’interesse ad avviare relazioni politiche e soprattutto economiche normali con Ankaralasciando fra parentesi la questione delgenocidio‘: opportunità che alcuni dei suoi politici colgono, ma per la quale di fatto nessuno lavora, risultando molto più conveniente utilizzare a fini elettoralistici il risentimento antiturco che ancora cova nella popolazione e, soprattutto, nella ricca diaspora in Europa e negli Stati Uniti, finanziatrice di partiti e progetti di sviluppo nella madrepatria.

E’ molto difficilese non impossibileper un politico armeno assumere una posizione equilibrata sulla Turchia (e sui rapporti con il suo ‘protegé’ Azerbaijan) senza essere tacciato di tradimento. Ed è sostanzialmente per questo chefin dal dissolvimento dell’Unione Sovietica,l’Armenia è rimasta la ‘grande esclusa‘ del Caucaso: una vera e propria ‘isola‘ priva di sbocco al mare che, proprio a causa di tale isolamento, ha sviluppato una politica estera spesso dettata -al netto dell’ovvio legame con Mosca- da una sostanziale incapacità di definire i propri reali interessi geopolitici. Tale isolamento, fra l’altro, è stato pagato molto caro anche in termini di sviluppo culturale della popolazione, che in gran parte ancora rimpiange la relativa sicurezza di cui godeva sotto l’URSS, senza trovare valide alternative nell’attuale, problematico modello di sviluppo; e che, di conseguenza, è politicamente molto sensibile alle promesse populiste.

Neppure il Primo Ministro Nikol Pashinyan, già giornalista investigativo, fustigatore di oligarchi e, come tale, oggetto di varie inchieste giudiziarie, arrestato nel 2009, liberato per amnistia nel 2011 ed eletto in Parlamento l’anno seguente sulla base di un programma incentrato sui diritti umani e su una lotta alla corruzione di stampo giustizialista, è sostanzialmente riuscito a migliorare tale situazione.

Eletto Capo del Governo nel 2018 sull’onda delle manifestazioni di piazza, dopo un durissimo duello con il Partito Repubblicano di centro-destra da molti anni al potere, Pashinyan, oltre a un’eliminazione piuttosto sbrigativa della ‘vecchia guardia’, era in realtà riuscito a conseguire un forte miglioramento dell’economia nazionale: nel 2019 l’incremento del PIL aveva infatti sfiorato l’8%. Ma ad attenderlo c’era, nella seconda metà del 2020, la sempiterna questione del Nagorno Karabakh, l’enclave armena in territorio azero divenuta Repubblica indipendente, seppur non riconosciuta internazionalmente, dopo la guerra del 1992-1994 fra Yerevan e Baku.
Da tempo, per vendicare quella bruciante sconfitta, l’Azerbaijan aveva avviato un vasto ‘build-up’ militare finanziato dalle sue ampie risorse di idrocarburi; la guerra scatenatasi infine lo scorso anno ha inflitto all’Armenia significative perdite umane e territoriali e Pashinyanavendo accettato il 9 novembre un ‘cessate il fuoco‘ patrocinato da Mosca ma ritenuto umiliante dai vertici militari e da buona parte dell’opinione pubblicaè divenuto il primo leader armeno sconfitto dall’odiato nemico azero. A seguito delle forti proteste popolari, il 25 febbraio 2021 il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Generale Onik Gasparyan, ha chiesto pubblicamente le dimissioni di Pashinyan. Dopo che, per qualche giorno, il fantasma del colpo di Stato ha aleggiato sulle montagne armene, il Primo Ministro ha reagito rimuovendo Gasparyan, prima di dimettersi effettivamente, come detto, il 25 aprile, convocando nel contempo elezioni politiche anticipate per il prossimo 20 giugno.
Come tre anni fa, dunque, Pashinyan ha accettato una rischiosa scommessa: quella di sciogliere il Parlamento confidando in una vittoria elettorale. Ma le condizioni sono molto diverse rispetto a quelle del 2018, quando l’ex giornalista volava sull’onda di un successo annunciato: la sua stella si è appannata e i sondaggi, che gli assegnavano all’inizio del suo mandato un’approvazione popolare superiore al 90%, lo vedono oggi veleggiare poco sopra il 50%.

Un ultimo cenno sulle vaste risorse di idrocarburi del Caucaso, di cui l’Armenia è quasi del tutto priva ma che hanno fatto la fortuna del suo avversario azero: fra i pretesti per scatenare la guerra, l’Azerbaijan aveva indicato lo scorso anno improbabili sabotaggi armeni dell’oleodotto Baku–Tbilisi–Ceyhan e del South Caucasus Pipeline che trasporta il gas del Mar Caspio verso la Turchia e poi, tramite il TAP, in Europa. Si è trattato di un altro esempio dell’isolamento di Yerevan, da sempre esclusa da tali grandi infrastrutture e, nell’occasione, rimasta sola a protestare contro tali inverosimili accuse. Ancora una volta, i mistici monasteri di quello che è l’erede del più antico Paese cristiano del mondo sono stati testimoni -e quasi simbolo- di isolamento. Isolamento che la dichiarazione americana del 24 aprile, nonostante le apparenze, potrebbe avere ulteriormente accentuato.

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La dottoressa armena che lavora a Cordenons «Ho sofferto, ma ora qui mi sento a casa» (messaggeroveneto 11.05.21)

la storia

Medico e mamma. Soprattutto, donna orgogliosa del suo paese di origine, l’Armenia.

Hripsime Yeremozyan, 47 anni, residente a Cordenons, è uno dei nuovi medici di base arrivati di recente in città. La sua carriera è iniziata due volte: la prima in Armenia, dopo la laurea conseguita nel 1997; la seconda nel 2001, in Italia, dove ha dovuto ricominciare daccapo.

Yeremozyan in Italia ci è arrivata per scelta e da sola. «Oggi mi sento accolta – racconta –, ma non è stato un percorso facile, all’inizio ero discriminata perché straniera. Sono venuta in Italia per fare il medico, professione che in Armenia già esercitavo, ma al mio arrivo ho scoperto che era più complicato di quanto credevo. Ho impiegato sette anni per ottenere il riconoscimento della laurea, che ho poi dovuto integrare con altri diciassette esami».

Da marzo Yeremozyan ha un incarico a tempo indeterminato con l’Asfo come medico di medicina generale. Nel suo curriculum “armeno” ci sono la laurea conseguita nella capitale, Erevan, la specialità in medicina d’urgenza, il lavoro nella terapia intensiva dell’ospedale cittadino e di insegnante nella scuola per infermieri. «Alcuni amici italiani che vivevano a Mosca – rivela – mi hanno proposto di venire in Italia come medico. In Armenia nel 2001 c’era una grave crisi economica, lo Stato non pagava con puntualità e così ho deciso di partire. La lingua italiana la conoscevo poco».

Dopo i primi mesi trascorsi a Oderzo a lavorare come operaia in un’azienda del mobile, Yeremozyan è diventata operatrice sociosanitaria per una coop alla Rsa di Roveredo in Piano, quindi in Casa Serena a Pordenone. È stata poi anche assistente per un dentista. «Lavoravo e studiavo – sottolinea – finché non ho conseguito l’abilitazione nel 2012 alla professione di medico e ho iniziato a lavorare per l’Azienda sanitaria: da allora ho sempre fatto sostituzioni di medici di base, guardie mediche e per un periodo anche medico nel carcere di Pordenone, un’esperienza forte che mi ha insegnato tantissimo».

Non dimentica l’Armenia, «una terra bella, fatta di storia, di gente cordiale e di buon cibo», l’infanzia serena durante gli anni del regime sovietico, sino al terremoto del 1988. Yeremozyan aveva 15 anni, quando il sisma rasò al suolo la sua città natale, Gyumri. «La mia famiglia non ha avuto morti – ricorda – ma abbiamo perso la casa e molti amici e parenti. I miei sono rimasti a Gyumri per ricostruire; io e mia sorella abbiamo vissuto a lungo nella capitale da una zia».

Con la dissoluzione del regime sovietico, nei primi anni Novanta, riemerse poi la questione del Nagorno Karabakh e ci fu il conflitto tra Armenia e Azerbaigian, che si è riaperto lo scorso anno. «Tra il 1992 e il 1995 – aggiunge Yeremozyan – l’Azerbaigian chiuse le forniture del gasolio all’Armenia e sono stati anni difficilissimi, senza luce, né gas. Faceva sempre freddo, anche 40 sottozero: seguivo le lezioni all’università con il cappotto e a casa stavo sotto le coperte. È stata dura. Sono cresciuta in un paese – conclude – la cui storia è segnata dal genocidio e dalle tante prove, povero ma fiero. I macchinari e alcuni esami medici come la Tac costavano e li potevamo usare solo in casi gravi, era perciò normale assumerci i rischi della professione contando sulla nostra esperienza sul campo. Tutto questo mi ha rafforzata e aiutata a realizzare il sogno che avevo sin da piccola: fare il medico. Sono felice di farlo in Italia, dove oggi mi sento a casa».—

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Chi era Heydar Aliyev, il fondatore dell’Azerbaigian indipendente (Insider Over 10.02.21)

L’Azerbaigian del 2021 è un Paese in ascesa, che ha dato prova delle capacità del proprio arsenale e del proprio esercito nel corso della seconda guerra del Karabakh, che vanta il 34esimo clima d’investimento migliore del mondo (Doing Business 2020) e che sta traendo vantaggio in maniera ottimale dalla propria posizione geostrategica.

Legato a Turchia e Italia da alleanze adamantine, nonché alla Cina dalla Belt and Road Initiative e ad Israele da un’intesa multiforme, l’Azerbaigian è la nazione del Caucaso meridionale caratterizzata dal maggiore grado di emancipazione dalle dinamiche storico-politiche dello spazio postsovietico e dalla più elevata autonomia strategica nel contesto dell’attuale competizione tra grandi potenze.

Né orientato forzatamente a ponente come la Georgia, e neanche dipendente dalla Russia come l’Armenia, nell’ultimo ventennio l’Azerbaigian è divenuto un giocatore di prima lega in una molteplicità di contesti geopolitici, dall’Europa, di cui soddisfa gli appetiti energetici, all’Asia centrale, all’interno della quale agisce in funzione di catalizzatore della cooperazione regionale.

L’attuale presidente Ilham Aliyev è colui al quale vanno riconosciuti i meriti dei successi quivi elencati, inclusa la liberazione dei territori dall’occupazione da parte dell’Armenia, ma per comprendere dove ha avuto origine questo lungo percorso è fondamentale fare un passo indietro, tornando al Novecento, per scoprire la figura di Heydar Aliyev, padre fondatore dell’Azerbaigian indipendente e fonte primigenia di quel legato che, trasmesso in eredità ai posteri, ha trovato piena espressione all’alba del ventunesimo secolo.

Heydar Alirza oğlu Aliyev nasce a Nakhchivan, capoluogo dell’omonima exclave azerbaigiana, il 10 maggio 1923. Frequenta la scuola superiore di pedagogia di Nakhchivan, proseguendo gli studi post-diploma dapprima all’Istituto industriale dell’Azerbaigian e dipoi alla Scuola superiore di sicurezza di Leningrado e all’università statale di Baku.

Entra nel mondo del lavoro in concomitanza con gli studi, servendo per tre anni nella Sezione archivi del Commissariato popolare degli affari interni della repubblica autonoma del Nakhchivan, ovvero dal 1941 al 1944, e facendo successivamente ingresso nel Dipartimento generale dei commissari del consiglio del popolo del Nakhchivan e nel Commissariato popolare per la sicurezza statale dell’Azerbaigian.

Sullo sfondo dell’intensa carriera professionale e del percorso di studi pressoché continuativo – quest’ultimo sarebbe perdurato sino agli Sessanta inoltrati, perché nel 1966 frequenta dei corsi professionali avanzati presso la Scuola superiore Dzerzhinsky del KGB a Mosca –, Heydar Aliyev si sposa (1948) e diventa padre di Sevil (1955) e dell’oggi presidente Ilham (1961).

Dopo aver frequentato e superato con successo la Scuola di formazione del KGB, nel 1950 diventa capo dipartimento presso il distaccamento in Azerbaigian del Comitato per la sicurezza statale. Ed è precisamente qui, nei servizi segreti, che Aliyev costruisce la propria reputazione di uomo affidabile e capace, scalando gradualmente i vertici dell’apparato di sicurezza.

Il 1967 è l’anno della svolta: Aliyev assume la guida del ramo azerbaigiano del KGB, dopo un periodo di vice-direzione durato tre anni. Avrebbe ricoperto quel ruolo per soli due anni, fino al 1969, perché chiamato dal Cremlino ad esercitare una funzione più importante e, soprattutto, irrifiutabile: la gestione del Partito Comunista dell’Azerbaigian, del quale avrebbe assunto la guida lo stesso anno della dipartita dal KGB, venendo investito del ruolo di primo segretario del Comitato centrale.

Aliyev, che negli anni al KGB aveva attratto l’attenzione dei superiori per doti quali la lealtà alla bandiera, la dedizione al lavoro e l’integrità morale, fu chiamato dal Cremlino a guidare il paragrafo azerbaigiano del comunismo sovietico in quanto ritenuto particolarmente adatto a guidare la neonata campagna anticorruzione lanciata da Mosca.

L’ottima gestione del repulisti, focalizzato sulla lotta alla grande corruzione e alla cultura della tangente, gli avrebbe permesso di mantenere la guida del Partito Comunista dell’Azerbaigian per oltre un decennio, ossia fino al 1982. Gli anni della battaglia culturale e giudiziaria alla piaga della corruzione coincidono con l’attivismo politico a Baku – che introduce sul viale della crescita economica – e all’estero – nel 1977 si reca a Teheran –, nonché con una maggiore valorizzazione degli azerbaigiani a livello di Unione Sovietica e con un generale “rinascimento culturale, scientifico ed economico […] del Paese”.

Nel 1982, come già accaduto in passato, Aliyev riceve l’ennesimo incarico di prestigio dal Cremlino, una ricompensa per i successi conseguiti negli ambiti della lotta alla corruzione e dello sviluppo dell’Azerbaigian, divenendo un membro a tutti gli effetti del Politburo del Comitato centrale del PCUS e primo vicepresidente del Consiglio dei ministri – il ruolo più elevato che un azerbaigiano abbia mai ricoperto all’interno dell’Unione Sovietica.

L’ascesa di Mikhail Gorbachev equivale ad un ridimensionamento della figura di Aliyev nel panorama sovietico. Nel 1987, a seguito di screzi con il padre della perestrojka, rassegna le dimissioni dalla vicepresidenza del Consiglio dei ministri. Il periodo di quiete forzata, dovuto anche ad un infarto, lo incoraggia a ridirezionare il proprio orizzonte verso l’Azerbaigian, in conflitto con l’Armenia a causa delle rivendicazioni territoriali di quest’ultima nei confronti della regione azerbaigiana del Nagorno Karabakh e oggetto di un brutale intervento militare sovietico nel 1990 – denunciato duramente e apertamente da Aliyev.

La minaccia incombente di una guerra tra Baku ed Erevan lo persuade ad abbandonare Mosca in favore di Baku. Qui, nel 1990, viene eletto nel Soviet supremo dell’Azerbaigian e l’anno successivo diventa presidente del Soviet supremo del Nakhchivan, non prima di aver rassegnato le dimissioni dal PCUS. La guerra con l’Armenia, affrontata disastrosamente dall’allora presidente dell’Azerbaigian, Ayaz Mutallibov, conduce quest’ultimo a fare un passo indietro e dimettersi dall’incarico.

Aliyev, nello stesso periodo, amministra in piena autonomia l’exclave del Nakhchivan, risparmiandola dall’occupazione dell’Armenia. Forte di aver salvaguardato il Nakhchivan e retto alle pressioni provenienti dai propri rivali a Baku, a loro volta costretti a fronteggiare il malcontento popolare dovuto all’evolvere della guerra, Aliyev inizia ad essere reclamato dalle masse quale capo di Stato dell’Azerbaigian indipendente.

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Così l’arte riabilita il regime in Azerbaigian (Ilgiornaledellarte 10.05.21)

La brutale dittatura azera ha usato artisti e istituzioni artistiche come strumento di propaganda a un livello che non conosce eguali nell’era contemporanea. Si tratta di un aspetto di particolare importanza, dal momento che l’Azerbaigian è attivamente coinvolto in operazioni di pulizia etnica e nella distruzione di monumenti antichi di millenni.

La corruzione degli Aliyev
Freedom House (organizzazione non governativa internazionale, con sede a Washington, che svolge attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche e diritti umani, Ndr) ha attribuito all’Azerbaigian un punteggio di 2,38 su 100 (tra i Paesi confinanti, hanno ricevuto rispettivamente 33 punti l’Armenia, 38 la Georgia e persino la Russia ne ha ottenuti 7). La Human Rights Watch (organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, con sede principale a New York, Ndr) riferisce che gli omosessuali di sesso maschile e le donne transgender sono regolarmente oggetto di tortura da parte dello Stato e sono vittime di estorsione. Reporters Without Borders (organizzazione non governativa e non profit che promuove e difende la libertà di informazione e la libertà di stampa, con sede principale a Parigi e status di consulente delle Nazioni Unite, Ndr) dichiara che nel Paese i dati sulla libertà di stampa sono tra i peggiori al mondo. Tortura e corruzione sono endemiche. Razzismo e negazione del genocidio  armeno sono la linea di condotta politica dello Stato.

La famiglia Aliyev (Ilham Aliyev è presidente dell’Azerbaigian dal 2003, quando è succeduto al padre Heydar Aliyev, capo dello Stato fin dal 1993, poco dopo l’indipendenza dall’Urss, Ndr) possiede e controlla, in tutto o in parte, un grande fetta della vita economica del Paese, tra cui banche, gas e petrolio, aviazione, telefonia mobile, hotel di lusso, società edilizie, miniere d’oro, oltre a una stazione televisiva e ad aziende cosmetiche. L’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp) ha identificato in tutto il mondo proprietà immobiliari di lusso in mano agli Aliyev, per un valore superiore a 140 milioni di dollari. Per essere un Paese ricco, l’Azerbaigian presenta un significativo tasso di povertà fuori dalle zone centrali di Baku. La capitale è stata classificata tra le città più sporche del mondo e ha uno degli standard più bassi per la qualità della vita. Il denaro che gli Aliyev hanno potrebbe aiutare a risolvere questi problemi.

Reputazione in vendita
Il regime ha speso miliardi in tangenti e per comprarsi una credibilità internazionale in Israele, nel continente americano e in Europa. Operazione evidentemente efficace, dal momento che l’Azerbaigian non è soggetta alle stesse sanzioni di altri Governi autoritari e che gli Aliyev sono soliti frequentare membri di famiglie reali e celebrità come il principe Andrea, gli attori Gérard Depardieu e Steven Seagal, l’ereditiera Elisabeth Murdoch e personalità del mondo dell’arte come Simon de Pury. Secondo Civic Solidarity (piattaforma che riunisce organizzazioni non governative impegnate a favore dei diritti umani in Europa, Eurasia e Nord America, Ndr) «l’obiettivo principale di questa vasta attività di lobby e corruzione internazionale è quello di cancellare le critiche di repressione mosse al Governo azero e promuovere un’immagine “legittima” del regime di Aliyev». A questo si aggiunge l’intento di «comunicare in Azerbaigian il messaggio per cui non si può fare nulla per detronizzare Aliyev e che anche l’Occidente lo sostiene». Ingraziarsi artisti, curatori e altre personalità del mondo dell’arte ha lo scopo di rendere accettabile la famiglia Aliyev al mondo e la loro dittatura in patria, dimostrando che gli altri Paesi non hanno problemi con il loro regime.

Agenzie per l’arte e la cultura
Gli Aliyev hanno pieni poteri in Azerbaigian, ma l’ambizione del clan va oltre i confini del proprio Paese. Menre Ilham Aliyev investe miliardi nello sport, sponsorizzando l’Atlético Madrid, ospitando i Giochi europei e il gran premio di Formula 1 di Baku, la moglie, la figlia e la nipote sono attive nel campo della cultura con l’obiettivo di farsi accettare in società.

Di recente i giornalisti dell’Occrp hanno scoperto che l’Azerbaigian ha comprato voti e ha messo a tacere critiche nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che, ironia della sorte, indaga proprio sulla corruzione e partecipa ad attività culturali. L’Azerbaigian mira anche alle Nazioni Unite. Mehriban Aliyeva (46 anni, moglie del presidente Aliyev e lei stessa vicepresidente del Paese, oltre che alla guida della Heydar Aliyev Foundation, Ndr) è stata premiata dall’Unesco ed è stata nominata «ambasciatrice di buona volontà» delle Nazioni Unite. A detta di molti questo sarebbe il risultato di un contributo di 5 milioni di dollari azeri all’Unesco, proprio l’agenzia dell’Onu creata per promuovere la pace, l’istruzione, la cultura e l’informazione. L’Occrp ha inoltre scoperto, nell’ambito dell’inchiesta «Azerbaijani Laundromat» (sul lavaggio di denaro sporco, Ndr) il pagamento azero di 468mila dollari a Kalin Mitrev, marito dell’ex direttore generale dell’Unesco Irina Bokova, per non meglio specificati servizi di supervisione.

Sotto la guida della Bokova (2009-17) l’Unesco ha ospitato nella sua sede centrale di Parigi la mostra dal titolo «Azerbaigian. Terra di tolleranza». Cosa ancora più criticata, l’Unesco ha scelto l’Azerbaigian come sede per la seduta del 2019 del Comitato del Patrimonio mondiale, e questo dopo la notizia che il Paese stava commettendo il più grande genocidio culturale del XXI secolo (in particolare nel territorio del Nagorno Karabakh, conteso tra Azerbaigian e Armenia, Ndr). Già il predecessore della Bokova, l’ex direttore generale dell’Unesco Kōichirō Matsuura, aveva ricevuto un’onoreficenza da Ilham Aliyev. Tre mesi dopo, l’antico sito di Djlufa veniva distrutto dagli azeri senza alcun commento da parte dell’Unesco. Dopo essere andato in pensione, Matsuura ha lavorato per il Baku International Multiculturalism Centre.

L’Heydar Aliyev Fund, guidato da Mehriban Aliyeva, ha donato alla reggia di Versailles una somma di cui non si conosce l’entità, un milione di euro al Louvre e 40mila euro alla cattedrale di Notre Dame di Strasburgo. Il fondo ha inoltre contribuito al restauro di due chiese normanne e ha sponsorizzato alcuni festival in Francia. Per queste ragioni, la Aliyeva è stata nominata ufficiale dell’ordine della Legion d’Onore per i suoi servizi e la lealtà alla Francia. Lo Heydar Aliyev Fund ha finanziato anche lavori in Vaticano, tra cui degli interventi nella Cappella Sistina, il restauro di catacombe e la digitalizzazione di manoscritti. Per questo, Mehriban Aliyeva è stata ricompensata da un incontro con papa Francesco e insignita della Gran Croce, massima onorificenza della Santa Sede per un laico. Nel 2020 il fondo ha finanziato in San Pietro il restauro di un bassorilievo raffigurante l’incontro tra papa Leone I e Attila re degli Unni, di cui gli azeri si considerano gli eredi.

Sette mesi prima che l’Azerbaigian invadesse la Repubblica dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh, autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian, Ndr)e iniziasse la pulizia etnica nella regione, papa Francesco ha ricevuto nuovamente Ilham Aliyev. I due, secondo quanto riferito dal Vaticano, hanno parlato «dell’importanza del dialogo interculturale e interreligioso che sostiene la coesistenza pacifica tra i vari gruppi religiosi ed etnici». Aliyev ha colto l’occasione della visita per affermare che «l’esempio di tolleranza e coesistenza offerto dall’Azerbaigian è uno dei principali criteri che hanno contribuito alla risoluzione di conflitti e scontri nel mondo». In riferimento all’alterazione da parte del Governo azero della chiesa armena di Nij, ha detto: «La politica di multiculturalismo e di rapporti interreligiosi dell’Azerbaigian è apprezzata da tutto il mondo e dai leader dei vari Paesi». In un’altra occasione avrebbe dichiarato: «Posso dire che abbiamo vinto la guerra dell’informazione».

La Biennale di Architettura di Venezia ha annunciato che l’Azerbaigian è stato chiamato tra i quattro Paesi invitati per la prima volta. Il tema della Biennale 2021 è «How will we live together?». L’Eurovision Song Contest è un premio singolare per gli Aliyev. Come ha commentato il giornalista Giorgi Lomsadze prima dell’edizione del 2012 a Baku, «questo concorso porterà alla ribalta alcuni gruppi di popolazione non particolarmente popolari a Baku: gli armeni e gli omosessuali». È stato denunciato che per organizzare a Baku il concorso canoro l’Azerbaigian avrebbe corrotto i giudici. Un giornale turco ha dichiarato che le tangenti sarebbero state di 30 milioni di dollari e sarebbero state supervisionate da Mehriban Aliyeva.

Per costruire la Crystal Hall, costata 134 milioni di dollari e realizzata da una compagnia di proprietà degli Aliyev, seppur in modo occulto, un intero quartiere è stato raso al suolo illegalmente e migliaia di persone sono rimaste senza casa. La giornalista Khadija Ismayilova, che in un articolo aveva rivelato il nome delle società di comodo proprietarie dell’impresa edile per conto della famiglia Aliyev, è stata arrestata. Due mesi dopo l’Eurovision, alcuni musicisti dissidenti azeri sono stati torturati. A organizzare l’evento, visto da più di 100 milioni di telespettatori, era stata Mehriban Aliyeva. L’Armenia è stata l’unico Paese a boicottarlo.

L’architettura ha avuto una parte importante nella campagna «propagandistica» dell’Azerbaigian. L’Heydar Aliyev Center progettato da Zaha Hadid e inaugurato nel 2012 è stato dichiarato Design of the Year dal Design Museum di Londra, nonostante le denunce di violazioni dei diritti umani commesse durante la sua costruzione. La rivista «Baku», lanciata a Londra nel 2011, è pubblicata dal colosso dell’editoria Condé Nast ed è diretta da Leyla Aliyeva, figlia maggiore del presidente. Secondo «The Economist», «la mossa brillante degli Aliyev è stata quella di aver messo sulla pubblicazione il nome Condé Nast, un marchio editoriale di fama internazionale». Nello stesso articolo, un ex dipendente della rivista dichiarava: «L’Aliyeva è un “cliente importante” sia per Condé Nast che per Matthew Freud» (nipote dell’artista Lucian Freud e Pr della stessa Leyla Aliyeva, Ndr). La rivista «Baku» non compare sul sito web né sulla pagina di Wikipedia di Condé Nast, e l’Azerbaigian non è compreso tra i mercati della casa editrice, il che denota un certo imbarazzo sulla questione.

L’associazione non profit londinese «Platform» rileva che: «Fin dalla nascita dell’edizione inglese di “Baku” […] la Aliyeva ha cercato di entrare a far parte del sistema globale dell’arte. Talvolta sponsorizzando pubblicamente degli eventi ma più spesso comprando arte». Gli esponenti più giovani della famiglia Aliyev hanno cercato di «ripulire» la reputazione del clan grazie all’arte contemporanea, in particolare attraverso lo Yarat Art Center, istituito nel 2011. Aida Mahmudova, nipote del dittatore e direttrice dello Yarat, messa alle strette nel corso di un’intervista, ha dichiarato che a finanziare il centro è una banca, di cui non ha però fornito il nome.

Di questa banca, fatto atipico per una sponsorizzazione, non si parla da nessuna parte. Un indizio però c’è: Leyla e Aida Aliyeva possiedono almeno sei banche in Azerbaigian. Nel corso di indagini per corruzione la Polizia italiana è incappata in una serie di email su un progetto dal titolo «Azerbaijan 2020: Smile Future» volto a «migliorare» l’immagine sanguinaria del Paese. Il progetto era stato autorizzato dal dittatore Ilham Aliyev nel 2011. Oltre a essere collegato a programmi culturali europei attraverso episodi di corruzione, sembra probabile che lo Yarat Contemporary Arts Center fosse parte di questo meccanismo di corruzione, essendo stato fondato nello stesso anno di lancio dell’«Azerbaijan 2020: Smile Future». Alla richiesta di un commento in merito il centro non ha risposto.

L’artista indiana Shilpa Gupta nel 2018 ha tenuto una mostra allo Yarat sui poeti incarcerati o uccisi per essersi esposti contro episodi di ingiustizia. In questo mondo la Gupta pare ignorare la realtà azera, dove gli artisti vengono costantemente oppressi. Come scrive «Platform», «molti artisti azeri sono esposti in spazi non conosciuti dai visitatori internazionali, le prigioni del Paese». Prima della mostra di Gupta, la diplomatica Rebecca Vincent è stata cacciata dall’Azerbaigian per la sua campagna a favore dell’arte come strumento per promuovere la democrazia.

Sara Raza, fondatrice di Punk Orientalism (studio fondato a New York nel 2019 per promuovere servizi di consulenza accademica, curatoriale ed editoriale, Ndr), è stata responsabile dei servizi educativi allo Yarat Art Center e ne ha curato il festival d’arte. Sul suo sito web, Raza sposa «le culture della resistenza», in apparente contraddizione con il suo lungo rapporto con la nipote di Aliyev, Aida Mahmudova, e con gli eventi da loro organizzati. La collaborazione della Raza con gli Aliyev è piuttosto problematica, visto che nel 2019 è stata curatrice del Guggenheim per Medio Oriente e Nord Africa. Il significativo supporto ricevuto dall’Azerbaigian, che esercita un razzismo istituzionalizzato contro gli armeni, pone la questione della sua imparzialità come curatrice.

Un componente del gruppo azero Art for Democracy ha dichiarato a «The Calvert Journal» che «quasi tutti gli spazi artistici dell’Azerbaigian sono gestiti o controllati o da qualcuno vicino al Governo o direttamente dalle autorità». Non tutti gli artisti sono stati compiacenti. Ahmet Öğüt ha accusato lo Yarat di usare il suo lavoro come «strumento di propaganda» e ne ha chiesto la rimozione. La curatrice della mostra di Öğüt, Mari Spirito, che non è estranea alla compiacenza nei confronti delle politiche antiarmene nel Paese, ha sostenuto la sua richiesta. Il fatto che entrambi avessero scelto di esporre in uno spazio sostenuto dal regime azero fa nascere la domanda se fossero semplicemente infastiditi dal fatto che la loro «complicità» sia stata resa nota.

Altri artisti hanno rifiutato apertamente il regime autocratico. Leyla Aliyeva ha invitato il duo britannico Ackroyd & Harvey a partecipare a una collettiva. Dopo qualche ricerca gli artisti hanno scoperto gli abusi sui diritti umani perpetrati dagli Aliyev e hanno rinunciato alla mostra, rifiutando inoltre la richiesta di Leyla di acquistare le loro opere. Molti artisti sono stati coinvolti tramite il generoso programma di residenza dello Yarat. Altri dal ricco programma per l’arte promosso dal British Council in Azerbaigian, con mezzi e impegno molto maggiori di quelli previsti dallo stesso British Council nei vicini Stati democratici della Georgia e dell’Armenia.

Le reazioni degli artisti
Dei circa 90 artisti e 10 istituzioni di cui abbiamo scoperto la collaborazione con l’Azerbaigian, soltanto 11 hanno accettato di commentare. Queste poche risposte sono state di scuse, indignazione e, in un caso, pentimento. «Ho creato un’opera su commissione per il Goethe Institut […] che è politicamente neutrale, ha scritto in una email il musicista Werner Küspert, ma è totalmente assurdo suggerire che il lavoro del Goethe Institut potrebbe essere utilizzato per legittimare forze non democratiche». L’idea che gli artisti non siano consapevoli della situazione è riassunta dalle parole dell’artista canadese Zadie Xa, che via email ha dichiarato di non essere al corrente degli abusi dei diritti umani in corso nel Paese: «Ho seguito e mi sono fidata della partnership che mi è stata presentata ed è stata formalizzata dalla prima organizzazione committente».

Franck Apertet del gruppo di danza Les gens d’Utepan, che si è esibito nello Yarat, sempre via email scrive: «Dai… ogni banca, azienda, fondazione o Governo [sic] oggi usa l’arte per ripulire qualcosa di sporco». Nella sostanza, si chiede, perché si dovrebbe cercare di essere «morali» in un mondo immorale? Ryts Monet (pseudonimi dell’artista barese Enricomaria De Napoli) ha ignorato le domande sulle violazioni dei diritti umani e ha preferito parlare di quanto poco sia stato pagato. «Il piccolo compenso che ho ricevuto è arrivato per metà dalla Fondazione Pistoletto e per metà dallo Yarat». L’artista belga Wim Delvoye ha optato per un approccio «coloniale», scrivendo sempre via email che in Azerbaigian si è sentito come Tintin «che va in un Paese nuovo». Ha inoltre citato il fatto che il catalogo sia stato censurato nel Paese perché conteneva un nome armeno, presentandolo come un aneddoto divertente, ignaro di quanto grave sia il razzismo di questo Governo verso gli armeni e il loro patrimonio culturale.

René Müller, addetto stampa del Migros Museum di Zurigo, riferendosi alla mostra organizzata nello Yarat con il centro d’arte contemporanea Löwenbräukunst Zürich, ha esposto i vantaggi di esporre in Azerbaigian: «La collaborazione con lo Yarat ha reso possibile un approccio più vivace al tema dell’ecologia; trovandosi a Baku sono direttamente coinvolti in problemi come il prosciugamento del Mar Caspio». Müller in tal modo coniuga artwashing e greenwashing, la riabilitazione dell’immagine del regime tramite l’arte e l’ecologia, ignorando le minacce per il territorio provocate dall’industria petrolifera del Paese e la distruzione della foresta dell’Artsakh, che prevede anche l’utilizzo di armamenti illegali al fosforo.

Solo un’artista, la milanese Laura Bianco, alla notizia che lo Yarat è un organo della propaganda azera, le ha dedicato una riflessione: «Se implicitamente ho appoggiato un regime, posso affermare che non era affatto mia intenzione. Ciò detto, devo ammettere che, lungi dal voler sostenere un regime autoritario, il mio comportamento in questa situazione può essere stato in parte influenzato da una mentalità consumista, che spinge a vivere le cose come una specie di “esperienza usa e getta”, che consumi e dimentichi, senza grosse conseguenze per la tua vita. Queste mentalità e abitudini superficiali sono un aspetto che gli artisti occidentali, provenienti da condizioni privilegiate, devono affrontare».

Michael Rakowitz, il primo artista a essersi ritirato dalla Biennale del Whitney nel 2019 dopo aver scoperto che un membro del Consiglio d’amministrazione sosteneva l’attacco di Trump ai migranti, ha scritto: «L’arte segue delle “best practice”. Questi stessi standard devono applicarsi anche agli artisti. Un’istituzione culturale non danneggerebbe un’opera su carta esponendola in condizioni di scarsa sicurezza. Perché allora si dovrebbe poter compromettere l’integrità di un artista o del suo lavoro chiedendogli di operare con il sostegno di chi crea situazioni non sicure per altre persone?».
Niente come l’arte è considerato un mondo a parte. Su questo punto l’introduzione di Kareem Estefan al volume Assuming Boycott: Resistance, Agency, Cultural Production (OR Books, 2017) è chiara: «L’arte non trascende le condizioni politiche al cui interno viene esposta…».

Nello stesso volume Chelsea Haines afferma che gli artisti hanno «il diritto di non rendersi colpevoli; non vogliamo essere complici di sistemi di abuso, bisogna poter dire di no». Collaborando con il regime azero, gli artisti ne legittimano la brutalità e danno un segnale di accettazione da parte del mondo (anche quello sedicente «democratico», Ndr) di questo Governo dispotico. L’Azerbaigian perseguita la comunità Lgbtq+, gli artisti e i dissidenti politici. È tra i regimi più brutali, razzisti e corrotti del mondo. Nel Paese è attualmente in corso una massiccia pulizia etnica. Agli Aliyev non dovrebbe essere concesso di ripulire la propria immagine e reputazione attraverso l’arte.

Inchiesta rielaborata dall’autore per «Il Giornale dell’Arte» dalla versione originale pubblicata online sul sito Hyperallergic. Traduzione di Gaia Graziano

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Ravenna Festival per Dante (Giornaledellamusica 10.05.21)

Fedele all’impianto trasversale che da sempre caratterizza la sua proposta culturale, anche per la sua XXXII edizione il Ravenna Festival conferma per il 2021 un cartellone articolato e multiforme che, dopo l’anteprima del 9 maggio con Riccardo Muti alla guida dei Wiener Philharmoniker, si dipana dal 2 giugno al 31 luglio offrendo 70 e più eventi coinvolgendo 1200 artisti, confermando inoltre l’appendice rappresentata dalla Trilogia d’Autunno.

Nell’anno del settecentesimo anniversario dalla morte di Dante Alighieri il festival della città che ospita le sue spoglie viene, appunto, “Dedicato a Dante”, con una serie di rimandi diretti e indiretti che attraversano come un ideale filo conduttore ogni piega dell’articolato programma multidisciplinare, presentato lo scorso 8 maggio al Teatro Alighieri con la partecipazione di Elsa Signorino – Assessora alla Cultura del Comune di Ravenna – del Sovrintendente Antonio De Rosa e dei direttori artistici Franco Masotti e Angelo Nicastro, oltre a diverse testimonianze filmate di esponenti istituzionali e artisti coinvolti nel festival.

…...Nell’ambito di questo cartellone 2021, Riccardo Muti guida la sua Cherubini in due appuntamenti, uno dei quali è l’annuale pellegrinaggio musicale delle Vie dell’Amicizia, che ritorna a Erevan per riallacciare il dialogo intrecciato vent’anni fa e che ha radici nella storia Romana e Bizantina, quando Ravenna vantava una fiorente comunità armena. «Il Paese delle pietre che urlano», come lo descrisse Mandel’stam, trova espressione della propria sofferta spiritualità e tradizione musicale, oltre che nel concerto del Naghash Ensemble e una messa armena, nella commissione al più significativo compositore di quella terra di confine, Tigran Mansurian. È invece la Rocca Brancaleone a trasfigurarsi in cittadella infernale per Sei studi sull’Inferno di Dante di Giovanni Sollima: al fianco del compositore e violoncellista palermitano la Cherubini diretta da Kristjan Järvi, il Coro della Cattedrale di Siena “Guido Saracini” e il controtenore Raffaele Pe. O luce etterna, con cui Valentin Silvestrov dà forma sonora alla luminosa evanescenza del Paradiso, sarà eseguita dal Coro da camera di Kiev a Sant’Apollinare in Classe.

….. Confermando la scelta di prezzi accessibili e la diffusione dei contenuti in streaming, Ravenna Festival rinnova quindi il proprio impegno per la sicurezza di pubblico, artisti e staff, aggiornando secondo la normativa vigente i protocolli già efficacemente applicati nel 2020.

Per dettagli sul programma, informazioni e prevendite: www.ravennafestival.org.

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Šuša e i prigionieri di guerra del Nagorno Karabakh: continua il braccio di ferro (Asianews 10.05.21)

Mosca (AsiaNews) – Il 7 maggio il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliev (foto 1), ha dichiarato la città di Šuša “capitale culturale” del Karabakh azero, dopo averla strappata agli armeni nel conflitto dello scorso novembre. Ma anche gli armeni rivendicano l’appartenenza storico culturale di Šuši (nella loro variante linguistica) alla regione montuosa dell’Artsakh (Nagorno Karabakh).

La città a oltre 1300 metri sopra il livello del mare, era luogo di incontro e scontro tra armeni e azeri, cristiani e musulmani già ai tempi dell’Impero zarista russo. Situata in un crocevia decisivo per i trasporti e il commercio nella regione, Šuša mostrava la sua ecletticità fin dalla sua fondazione nel 1752, con chiese e moschee, grandi mercati e caravanserragli, musei e luoghi d’incontro di poeti e artisti di vario genere. Prima ancora di una rivendicazione bellica e politica, l’appropriazione culturale di una delle due parti è una ferita alla memoria reciproca.

In seguito agli scontri avvenuti dopo il crollo dell’Urss, Šuša era rimasta sotto il controllo armeno fin dall’8 maggio 1992. La dichiarazione di Aliev è avvenuta proprio la vigilia di quella data. L’Azerbaijan aveva dichiarato la conquista della città l’8 novembre 2020; un mese prima aveva bombardato la grande cattedrale di Ghazanchetsots, orgoglio della Chiesa Apostolica Armena (foto 2).

Il presidente azero ha dichiarato che “l’ulteriore perfezionamento dell’amministrazione governativa e legislativa a Šuša non soltanto servirà alla restaurazione e alla conservazione dell’eredità storico-culturale nella città, ma offrirà l’occasione per un suo sviluppo ininterrotto”, secondo i principi dell’identità azera e musulmana, “elevandola sull’arena internazionale come perla splendente della ricca cultura, dell’architettura e dell’urbanistica dell’Azerbaijan nel corso dei secoli”.

La questione dei prigionieri

Oltre alla disputa identitaria, gli armeni si sentono feriti per una questione molto scottante legata al conflitto bellico dello scorso autunno: la restituzione dei prigionieri di guerra.

La questione assume un profilo internazionale molto delicato, viste le pressioni di Usa e Russia su Baku per ottenere una soluzione, finora senza molto successo. Si tratta di adempiere ai reciproci obblighi approvati con la mediazione di Mosca, ma anche di permettere un più ampio accordo tra Russia e Azerbaijan per risistemare l’intera regione ex-sovietica del Caucaso, che permetta alla Russia di riconnettersi con l’Asia centrale per la via meridionale.

Il 6 maggio scorso a Erevan, Sergej Lavrov, ministro russo degli esteri, ha condotto trattative con il suo omologo Ara Aivazyan e il “facente funzioni” di primo ministro Nikol Pašinyan, chiedendo la firma di un memorandum sulla comprensione reciproca tra i governi dei due Stati in conflitto in materia di sicurezza biologico-sanitaria. Nel testo è previsto un ampio progetto di modernizzazione delle strutture sanitarie dell’Armenia, finanziato in buona parte (10 milioni di dollari) dagli Stati Uniti.

Gli armeni condizionano però ogni accordo ulteriore alla restituzione dei circa 200 prigionieri ancora nelle mani degli azeri (foto 3). Questi ne riconoscono poco più della metà, e per ora continuano a tenerli in ostaggio come arma di ricatto nelle trattative. Il 4 maggio il capo del contingente militare di pace russo, Rustam Muradov, ne aveva riportati tre a Erevan, per facilitare la missione di Lavrov, ma il gesto non è bastato ad ammorbidire la posizione dei rappresentanti armeni, che si attendono da Mosca una presa di posizione molto più decisa.

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IL DIBATTITO SUL RICONOSCIMENTO E LA NEGAZIONE DEL GENOCIDIO ARMENO (Gariwo 10.05.21)

Il riconoscimento del genocidio armeno da parte del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha portato uno dei principali alleati di Israele ad allinearsi con gli altri 30 Paesi che nel mondo hanno riconosciuto questo genocidio. Questo ha spinto alcuni intellettuali israeliani a riflettere, particolarmente sulle pagine del quotidiano Haaretz, sulla posizione di Israele, e sul significato del riconoscimento e della negazione di questo genocidio. Negli ultimi giorni questa riflessione si è trasformata in un botta e risposta su religione e politica nel rapporto tra Israele e Turchia rispetto al genocidio armeno.

Il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Biden è stato accolto con grande soddisfazione da una buona parte della comunità ebraica. Come abbiamo spiegato di recente, il vocabolario e gli argomenti che Biden ha usato nella sua nota sul genocidio armeno sono molto legati al tema della prevenzione del genocidi per come lo aveva discusso il giurista ebreo e polacco Raphael Lemkin, che fu fautore della Convenzione per la prevenzione e la repressione dei genocidi da parte delle Nazioni Unite nel 1948, un documento certamente molto caro a Israele e che è nato proprio a seguito del genocidio della Shoah. Tuttavia, Israele persiste nel suo rifiuto di definire quanto accaduto agli armeni tra il 1915 e il 1916 un “genocidio”.

Secondo alcuni, questo rifiuto ha soprattutto ragioni politiche, e nasce dal fatto che Israele non vuole inimicarsi la Turchia, cioè il suo principale alleato musulmano in Medio Oriente. Marc David Baer, esperto di storia europea e mediorientale e docente alla London School of Economics, è intervenuto su Haaretz con un articolo intitolato “Gli ebrei che hanno fatto amicizia con la Turchia e sono diventati dei negazionisti del genocidio”. “Lo Stato ebreo dovrebbe essere il primo”, scrive Baer, “a riconoscere il genocidio, ovunque questo avvenga. Ma preferisce restare ufficialmente in silenzio anziché inimicarsi il proprio alleato economico e militare, nonostante la retorica antisemitica e antiisraeliana del suo attuale leader”. Secondo Baer, che ha scritto anche un libro su questo argomento, questo atteggiamento ha radici storiche molto antiche, risalenti a quando l’impero ottomano accolse gli ebrei espulsi dalla Spagna e dal Portogallo nel quindicesimo secolo: “nell’ottocento”, scrive Baer, “gli intellettuali ebrei ottomani riciclarono vedute pre-moderne” e “trasformarono il sultano, e per estensione tutti i turchi, in tolleranti accoglitori degli ‘ospiti’ ebrei”. Le cose, secondo Baer, non cambiarono né col massacro degli armeni né con quello degli ebrei nei campi di concentramento nazisti, fino a culminare con la Quicentennial Foundation, nata per celebrare i “cinquecento anni di amicizia” tra Turchia e Israele e basata non solo sulla negazione del genocidio armeno, ma anche dell’antisemitismo turco. Secondo Baer, infatti, per gli intellettuali ebrei che sostenevano questa idea “assumere che turchi ed ebrei avevano vissuto in pace e fratellanza per cinquecento anni significava non ammettere che i turchi potessero aver perpetrato un genocidio contro gli armeni”. Secondo Baer, la relazione tra gli armeni e gli ebrei, “naturali alleati” data la loro storia comune, è intaccata quindi, e paradossalmente, da “decenni di negazionismo.

A tal proposito, qualche giorno fa il giornalista israeliano Ofer Aderet ha pubblicato su Haaretz un approfondimento sull’ostruzionismo portato avanti dal ministero degli esteri israeliano sull’organizzazione di una conferenza accademica del 1982 che verteva sia sull’Olocausto che sul genocidio armeno. L’articolo di Aderet, basato su documenti degli archivi di Stato israeliani, riporta le parole dell’allora ministro degli esteri israeliano, che scrisse: “continueremo a diminuire e ridurre la questione armena al massimo delle nostre possibilità e con ogni mezzo possibile”. Nel suo intervento su Haaretz, Aderet ha raccontato i tentativi di sabotaggio di questa conferenza, portati avanti per due mesi consecutivi, per vederla cancellata o privata della sezione dedicata all’Armenia, la quale avrebbe gettato ombra sull’unicità della Shoah e paragonato la Turchia ai nazisti. Gli organizzatori della conferenza dicevano che la Turchia aveva minacciato ritorsioni contro Israele nel caso in cui si fosse parlato del genocidio armeno alla conferenza. In realtà, secondo Israel W. Charny, esperto di genocidi e autore di Israel’s Failed Response to the Armenian Genocide: Denial, State Deception, Truth versus Politicization of History (2021), i tentativi di sabotaggio furono opera di Israele che, senza sollecitazioni esterne, agì per motivi politici, negando il genocidio armeno per non creare tensioni diplomatiche con la Turchia. Secondo le fonti citate da Aderet, il ministero degli esteri avrebbe convinto larga parte degli invitati – tra cui lo scrittore e Nobel per la Pace Elie Weisel e lo storico Yehuda Bauer – a ritirarsi dalla conferenza, offrendo a chi faceva resistenza anche del denaro. Frances Gaezer Grossman, una giovane ricercatrice americana che aveva ricevuto una telefonata dal consolato israeliano la mattina stessa della sua partenza per Israele, disse in un’intervista: “dopo l’Olocausto e la creazione di Israele, il fatto che a un ebreo venga detto di non partecipare una conferenza per evitare ripercussioni è un affronto per la mia dignità di essere umano e di ebrea”. La campagna di sabotaggio ha coinvolto importanti diplomatici e politici locali, tra cui anche Gideon Hausner, noto per aver condotto il processo contro Adolf Eichmann. La conferenza, alla fine, si è tenuta comunque, ma con 150 persone anziché le 400 inizialmente previste, grazie alle pressioni di Israele, che sono continuate fino a poco prima dell’inizio della conferenza.

Sempre sulle pagine di Haaretz, due altri contributi hanno interpretato il rifiuto di Israele di riconoscere il genocidio armeno sulla base del rapporto tra Israele e l’Olocausto. Recentemente, per esempio, abbiamo parlato di un editoriale di Eldad Ben Aharon, docente di studi israeliani e relazioni internazionali all’università di Leiden: secondo Ben Aharon, il legame con la Turchia non è il motivo principale per cui Israele resta ancorato alla sua negazione del genocidio degli armeni. Piuttosto, Ben Aharon sottolinea che il riconoscimento del genocidio armeno obbligherebbe Israele a commemorazioni pubbliche che, secondo il calendario ebraico, cadrebbero in concomitanza con quelle dell’Olocausto. Per molti israeliani, scrive Ben Aharon criticando la costante “competizione” che Israele vive con la memoria degli altri genocidi, questo getterebbe ombra sulla memoria della Shoah.

In occasione dello scorso anniversario del genocidio armeno, Sivan Gaides, israeliana di origini armene, aveva riflettuto su Haaretz sull’oblio che circonda il genocidio armeno, soprattutto in Israele, e sulla mancanza di strumenti di memoria che la comunità armena ha dovuto affrontare rispetto alla propria storia. “Mentre l’educazione all’Olocausto è considerata il punto di riferimento per un’educazione storica responsabile in tutto il mondo sviluppato,” scriveva Gaides, che discende da sopravvissuti all’Olocausto da parte di padre e da sopravvissuti al genocidio armeno da parte di madre, “i discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno devono ancora lottare perché il genocidio sia riconosciuto come tale”. Secondo Gaides, in Israele questo accade perché gli israeliani rivendicano una “esclusività del trauma” in virtù della quale si rifiutano di guardare il dolore altrui, per quanto simile al loro.

Su Haaretz, la riflessione collettiva sui motivi per cui Israele nega il genocidio armeno si è trasformato in un botta e risposta sulla legittimità della definizione di “genocidio” rispetto al massacro degli armeni e sul rapporto tra religione e politica in Turchia. Secondo i due storici israeliani Benny Morris e Dror Ze’eviun genocidio armeno non esiste, mentre esiste piuttosto un genocidio dei cristiani, che fu portato avanti per ragioni religiose e non politiche e che danneggiò cristiani di diverse nazionalità. La tesi centrale dell’intervento di Morris e Ze’evi è articolata come segue: primo, il massacro dei cristiani nel territorio dell’impero ottomano non si è limitato al 1915-1916 ma è esistito prima, durante, e dopo la prima guerra mondiale, cioè negli anni Novanta dell’ottocento con il governo autocratico del sultano Abdul Hamid II, tra il 1908 e il 1918, e all’inizio del regime repubblicano di Mustafa Kemal Ataturk negli anni Venti del novecento. Secondo, il massacro degli armeni ha coinvolto gruppi diversi, dagli assiri ai greci agli armeni, non limitandosi quindi solo a questo gruppo etnico. Terzo, i motivi del massacro erano vari ma sostanzialmente religiosi più che politici, perché i turchi vedevano i cristiani, più che gli armeni, come nemici, e “in Turchia la motivazione nazionalista” era “percepita profondamente come parte di quella religiosa”. Secondo Morris e Ze’evi, prova ne sarebbe il fatto che i turchi avevano perseguitato anche gli assiri, i quali, a differenza degli armeni, non avevano alcuna ambizione nazionalista. I miliziani turchi, insomma, avrebbero agito come in una “guerra santa”, in cui la “turchizzazione” non era un progetto politico di stampo nazionalista, ma un progetto religioso che prevedeva l’eliminazione di tutti i cristiani. Sostenendo questa tesi e l’idea che la “tragedia armena durante la prima guerra mondiale non è stata un genocidio”, i due storici israeliani in questione leggono il massacro armeno con la lente di uno scontro tra culture, e sostengono quindi indirettamente la legittimità di Israele nel continuare a negare questo genocidio.

All’intervento di Morris e Ze’evi è seguita il giorno dopo la risposta di Alex Galitsky, direttore della comunicazione all’American National Committee of America, un’importante organizzazione armeno-americana che fa attivismo, formazione e informazione sulla comunità armena negli Stati Uniti e nel mondo. Galitsky ha detto che la tesi di Morris e Ze’evi è inconsistente, perché la definizione di genocidio nella Convenzione per la prevenzione e la repressione dei genocidi da parte delle Nazioni Unite nel 1948 definisce genocidio anche il tentativo di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso e non solo nazionale. Il massacro degli armeni, scrive Galitsky, è stato un genocidio, e la sua negazione corrisponde a un “doppio assassinio” e a una “consumazione” del genocidio, perché priva il presente della memoria necessaria alla sua prevenzione. Nel suo articolo, Galitsky attacca gli intellettuali israeliani che, come Morris e Ze’evi, si rendono paradossalmente partecipi di questa continuazione del genocidio, e cita uno studioche dimostra come Hitler stesso fosse ispirato dalla figura di Ataturk. Soprattutto, Galitsky ha enfatizzato nel suo articolo che la negazione del genocidio armeno da parte della Turchia nasce da motivazioni politiche legate all’ultranazionalismo di Erdogan, che non hanno nulla a che fare con la religione. A tal proposito, Galitsky cita il comportamento di Erdogan nei confronti dei curdi, che sono musulmani, e le sue numerose allusioni a ideali panturchi. Tra queste, Galitsky cita la pubblica lode di Erdogan a Enver Pasha, uno degli architetti del genocidio armeno, e la sua alleanza con l’MHP, il Nationalist Movement Party, il cui leader disse pubblicamente che la deportazione degli armeni è stata “assolutamente giusta” e che “dovrebbe accadere di nuovo, se le circostanze fossero le stesse di allora”. Nella sua risposta a Morris e Ze’evi, Galitsky cita anche Grey Wolves, un’organizzazione di estrema destra legata all’MHP e caratterizzata non solo dal negazionismo del genocidio armeno, ma anche da un marcato antisemitismo e dal cospirazionismo negazionista per quanto riguarda l’Olocausto.

L’intervento di Galitsky, l’ultimo di questa serie di contributi pubblicati su Haaretz su Israele e il genocidio armeno, enfatizza quindi il legame tra la storia armena e quella ebraica. Le Nazioni Unite non hanno mai ufficialmente etichettato il massacro armeno come “genocidio”, in parte perché si è trattato di eventi precedenti alla sua fondazione. Tuttavia, esiste un largo consenso tra gli accademici e gli esperti di genocidi, tra cui ci sono anche molti israeliani e lo stesso Yehuda Bauer, sul fatto che il massacro armeno è stato un genocidio, e le Nazioni Unite stesse lo hanno definito tale nel rapporto Whitaker datato 1985. La discussione che ha accompagnato il 106esimo anniversario del genocidio armeno spinge a riflettere sul significato tutto politico del riconoscimento e della negazione del genocidio armeno in Israele. Nel primo caso, riconoscere il genocidio significa allinearsi, soprattutto in virtù di una storia comune, con gli organi internazionali che si occupano della prevenzione dei genocidi e identificarsi in principi di democrazia e rispetto delle libertà. Nel secondo caso, negare il genocidio significa privilegiare la convenienza politica con un Paese caratterizzato da posizioni negazioniste e ultranazionaliste, che a loro volta guidano un uso strumentale della storia e della memoria rispetto al quale, secondo i contributi qui elencati, Israele dovrebbe prendere posizione.

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Nagorno-Karabakh: Lavrov, hub trasporti può migliorare rapporti fra Azerbaigian e Armenia (Agenzianova 10.05.21)

Baku, 10 mag 22:05 – (Agenzia Nova) – La creazione di un hub di trasporto nel Caucaso meridionale può diventare la base per migliorare le relazioni tra Azerbaigian e Armenia. Lo ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, in un incontro con il presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, a Baku. “Siamo sinceramente interessati alla normalizzazione delle relazioni tra Azerbaigian e Armenia. Crediamo che il lavoro congiunto incentrato sugli aspetti economici crei un quadro ottimale per il superamento di questo conflitto prolungato”, ha detto Lavrov. “La gente dovrebbe avvertire che questo processo è in atto, che c’è un reale miglioramento ‘sul campo’. I tre vice primi ministri di Russia, Azerbaigian e Armenia – nell’ambito del gruppo di lavoro creato dai leader dei tre Paesi – si incontrano regolarmente per discutere degli aspetti pratici legati all’accordo sullo sblocco di tutti i corridoi economici e di trasporto nel Caucaso meridionale. Si tratta di un nodo di trasporto potenzialmente molto importante, che avrà un significato che andrà ben oltre il quadro regionale”, ha aggiunto il ministro. (Rum)