Celebrato per la prima volta a Venezia il 30° Anniversario dell’indipendenza armena (Assadakah 28.09.21)

Giulia Saccone – Nella serata del 24 settembre si sono succeduti i rappresentati della Repubblica in una serie di incontri volti ad inquadrare il futuro del giovane Stato, segnato non solo dal primo genocidio dell’epoca moderna, ma anche dalla pandemia , ma con davanti a sé l’impegno più umanista di tutte le più giovani repubbliche dell’ Eurasia

Il 24 settembre si è tenuta la celebrazione del trentesimo anniversario della nascita della Repubblica d’ Armenia presso il collegio Raphael-Moorat di Venzia. La cerimonia ha luogo dopo i due anni di lotta contro la pandemia ed un anno dopo l’infausta Guerra dei Quarantaquattro giorni combattuta per l’Artsakh. Di fatto, La Repubblica armena, sebbene giovane, ha dovuto confrontarsi sia con il suo imponente e doloroso passato, sia con le complicate sfide geopolitiche del secolo attuale e passato, tuttavia com’è stato ribattuto la sera del 24 settembre nell’ istituto che ha accolto e allevato grandi menti come Boghos Levon Zekiyan – “Il popolo armeno è un popolo straordinario, che non si è mai arreso e con orgoglio, dignità e fermezza ha sempre continuato a lottare per il futuro delle sue generazioni. I giovani sono coloro che daranno forma al domani: per questo è fondamentale per costruire un futuro migliore”.

I discorsi degli interventi inaugurali della cerimonia hanno illustrato ciò che l’Armenia è stata, ma soprattutto cosa sarà: una nazione giovane, ma matura, desiderosa di essere tramite i suoi valori di pace ed universalità un attore volto al sostegno della pace sia nella zona caucasica, che in quella mediorientale. Il futuro dell’Armenia nel mondo post pandemico sarà di fatto all’ insegna della collaborazione e della solidarietà, come quella dimostrata fra essa e l’Italia in numerosi campi attraverso vari fora internazionali, e in particolare la collaborazione che è trasparsa nelle relazioni fra l’Armenia e Venezia. Di fatto il Console Onorario Gagik Sarucanian nel suo discorso ha voluto ricordare sia il grande sostegno reciproco nelle occasioni dell’Acqua alta del 2019 e del conflitto del Nagorno-Karabak: “…Quindi non posso che dirmi onorato di ricoprire il ruolo di console d’ Armenia istuito di recente ad ulteriore consolidamento dei secolari rapporti commerciali e culturali fra l’ Armenia e Venezia. Quando nel 2019 Venezia è stata gravemente ferita dall’ eccezionale acqua alta, il primo ministro d’ Armenia Nikol Pashinian è stato il primo fra i primi capi di governo a visitare la città per offrire la solidarietà del popolo armeno, solidarietà che i veneziani ed i veneti hanno saputo ricambiare con spirito di abnegazione attraverso sostanziosi aiuti umanitari durante l’ ultima guerra del Nagorno-Karabakh”.

La città di Venezia e la Repubblica d’Armenia condividono costanti relazioni dal 1201, quando quest’ultima corrispondeva all’ antico Regno di Cilicia. I rapporti fra la città e lo stato sono sempre stati fervidi e fruttuosi, tanto da far nascere 50 stamperie gestite da famiglie armene sull’ isola nel 1480, nonché la famosa stamperia poliglotta della congregazione dei Padri Mechitaristi dell’isola di san Lazzaro, a cui si deve la nascita del primo libro armeno creato con la stampa a caratteri mobili: l’Urbatagirk (Libro del venerdì) da parte di Hagop Meghapart.

Sebbene la stamperia abbia chiuso la sua attività nel 1995, la confraternita dell’isola tutt’ora mantiene il ruolo di centro studi, divulgazione e conservazione della cultura armena, rendendola un unicum nel panorama italiano e forse mondiale. Ma i rapporti armeno-veneziani sono ancora tangibili anche nel collegio Raphael-Moorat che dal 1852 al 1997 ha formato le grandi menti del panorama culturale e politico armeno, tramite un’ educazione sui generis capace di imprimere sia lo spirito veneziano e quello armeno nelle giovani menti, tant’è che il poeta fautore del rinascimento Armeno e che proprio nell’ Isola pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Fremiti, Daniel Varujan, scrive: “Sento che Venezia ha influito su di me con i suoi incantevoli tesori di colori, di ombre e di luci. Una città nella quale è impossibile pensare senza immagini”, e quindi non è un caso che l’Ambasciatrice della Repubblica d’ Armenia in Italia, sua Eccellenza Tsovinar Hambardzumyan si sia prodigata per trasferire la celebrazione dell’Indipendenza da Roma a Venezia, dove trova un significato ancor più maggiore.

Di fatto, celebrando l’ evento in un ruolo così carico di significato per la diaspora e soprattutto per la cultura armena, respirando ciò che l’ Armenia è stata, non si può non lasciarsi accendere l’ animo al pensiero di ciò che l’Armenia promette di diventare: un attore coscio degli insegnamenti della storia, pronto a mettere a disposizione la sua esperienza, la sua naturale propensione e desiderio di collaborazione, universalità e pace, per mettere a disposizione delle generazioni future un mondo in cui le indicibili sofferenze del popolo armeno che tutt’ oggi analogamente stanno sperimentando altre popolazioni, non siano che storia.

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Il genocidio dimenticato dei Greci in Turchia (Vanillamagazine 28.09.21)

Da quando i primi gruppi di Homo erectus lasciarono l’Africa nella prima grande migrazione umana, chiamata dai paleoantropologi Out of Africa I, all’incirca 1,8/1,3 milioni di anni fa, si può affermare senza tema di smentita che la storia dell’uomo è una storia di migrazioni e di colonizzazione.

Andando avanti veloce nel tempo si arriva al VII secolo a.C., in Grecia, che certo è un luogo meraviglioso, baciato dagli dei, ma che purtroppo non ha sufficiente terra coltivabile per garantire la sussistenza di tutti i suoi figli. Accade allora che gruppi di cittadini di una stessa polis decidano di partire alla ricerca di nuove terre fertili dove fondare una colonia, non prima però di aver chiesto il parere dell’oracolo di Delfi.

Sorgono così, in Italia ad esempio, le meravigliose città della Magna Grecia che, pur indipendenti, continuano ad essere legate alla città madre da vincoli, a volte solo religiosi, in qualche caso politici. Una sola cosa unisce sempre e dovunque chi è rimasto e chi è partito: la lingua madre.

Il Mediterraneo intorno al IV secolo a.C: gli insediamenti greci sono colorati in rosso

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Prima ancora di volgersi a occidente, verso l’Italia e, in misura minore, Spagna e Francia, i Greci guardano a oriente, verso il Mar Nero e le opposte sponde del Mar Egeo. Nascono tante città che oggi appartengono a nazioni diverse (Russia, Ucraina, Romania, Bulgaria), ma che si concentrano sopratutto nell’attuale Turchia: Smirne, Efeso, Alicarnasso, Trebisonda e moltissime altre dai nomi meno conosciuti.

Le Colonie greche sul Mar Nero

Immagine di Simen 113 via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Tutte queste colonie fondate da città-madri in gran parte ioniche e doriche, da polis indipendenti, diventano via via soggette a diverse dominazioni: prima dei Persiani e poi dei sovrani che si dividono l’impero di Alessandro Magno, dopo dei Romani e degli imperatori bizantini, fino ad essere completamente assoggettate dai turchi ottomani.

Loro però, i discendenti di quei coloni del VII secolo, sono e si sentono greci, praticano la religione cristiana ortodossa e continuano a parlare la loro lingua. Saranno chiamati, all’inizio del XX secolo, i Greci del Ponto, dalla storica regione sulle coste meridionali del Mar Nero.

La regione del Ponto


Perché dare una connotazione così marcatamente etnica a comunità stabilite lì da millenni, e che lì hanno casa e lavoro, producono ricchezza e cultura?

Perché è proprio l’appartenenza ad etnie minoritarie, di fede ortodossa, a dare inizio a una tragedia che non coinvolge solo i Greci del Ponto, ma anche Armeni e Assiri (o Siriaci), come poi tutti i Greci della Turchia.

Famiglie greche del Ponto dell’inizio del XX secolo

Immagine di pubblico dominio

A seguito della conquista ottomana dell’Impero Romano d’Oriente (nel 1453 cade Costantinopoli), nel 17° e 18° secolo, molti gruppi di persone appartenenti alle comunità greche emigrano in Russia, ma chi rimane si ritrova isolato, tanto che la loro lingua – il greco pontico – differisce sostanzialmente da quella parlata oggi in Grecia e non è reciprocamente comprensibile.

Tuttavia, a metà ‘800 e fino a inizio ‘900, le comunità elleniche del Ponto sono fiorenti, sia dal punto di vista economico sia da quello sociale: costruiscono chiese e scuole, danno vita a circoli culturali e crescono a livello demografico.

La squadra di calcio greca del Ponto, chiamata ‘Pontos’

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Al contrario, l’impero ottomano è in declino: perde gran parte dei suoi territori (Bulgaria, Serbia, Romania, Montenegro e molti altri), alcuni dei quali sono annessi da stati Europei (l’Italia, ad esempio, si prende la Libia).

La situazione è tanto drammatica quanto instabile. Il sultano Abdul Hamid II non ha più il sostegno del popolo e soprattutto quello dell’esercito, al cui interno nasce, per iniziativa di Mustafa Kemal (poi conosciuto come “Atatürk”, il padre della Turchia moderna) il primo nucleo del movimento poi chiamato dei “Giovani Turchi”.

Nel 1913, quando ormai si sono concluse le guerre balcaniche, gli ottomani sono praticamente spariti dall’Europa e conservano una presenza non rilevante tra le province arabe. Insomma i Turchi, che temono per la sopravvivenza stessa della loro nazione, decidono di espellere tutte le minoranze di fede cristiana (alle quali imputano la colpa del declino del sultanato) dal Ponto, dalla Cappadocia e dalla Ionia. A soffrire di questa decisione sono greci, armeni e siriaci.

Censimento ottomano del 1905/6 – le barre in rosso indicano i musulmani, quelle in nero i greci

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I greci in particolare, sono ritenuti colpevoli di aver collaborato, nel corso della guerra russo-turca, proprio con l’antagonista impero russo, che tenta di espandere la cristianizzazione nell’area della Turchia settentrionale. Quando nel 1916 i russi riescono a occupare Trebisonda, iniziano a fare pressioni per la creazione di una Repubblica del Ponto indipendente (poi si ritirano perché il loro paese è alle prese con la rivoluzione del 1917), già agognata dal vescovo Chrysanthos Filippides.

La posizione di Trebisonda nella mappa della Turchia

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Intanto i Turchi non se ne stanno con le mani in mano e procedono a una pulizia etnico-religiosa che colpisce le comunità di cristiani ortodossi che non si convertono all’islam.

Oggi si conosce bene il primo dei genocidi che hanno funestato il XX secolo, quello degli armeni, ma pochi sanno che anche i greci del Ponto subirono lo stesso dramma: la deportazione nelle poco ospitali terre interne dell’Asia Minore (su suggerimento del consigliere militare tedesco Liman Von Sanders ), i famigerati battaglioni di lavoro, composti da uomini che non si volevano arruolare nell’esercito e perciò spediti a lavorare nelle miniere o alla costruzione di strade in condizioni disumane. Secondo una stima di un funzionario del Foreign Office britannico, nel 1918

“più di 500.000 greci furono deportati, di cui relativamente pochi sopravvissero”

L’ambasciatore statunitense scrive in un rapporto:

“Ovunque i greci si radunavano in gruppi e, sotto la cosiddetta protezione dei gendarmi turchi, venivano trasportati, la maggior parte a piedi, nell’interno. […] Quanti sono stati dispersi in questo modo non è noto con certezza, le stime variano da 200.000 a 1.000.000”.

Quando nel 1919 viene discussa, alla Conferenza di pace di Parigi, la creazione della Repubblica del Ponto o, in alternativa, di uno stato greco-armeno, il governo turco decide che è arrivato il momento di procedere con una soluzione definitiva (si potrebbe dire finale): il genocidio dei greci, condotto attraverso marce della morte, privazioni e torture, come anche esecuzioni a sangue freddo e l’incendio dei villaggi, che costano la vita a oltre 350.000 greci solo nel Ponto, mentre la loro cultura viene cancellata, con la distruzione di chiese, circoli e attività economiche.

Sotto, Città fantasma di Kayakoy (Livisi), un tempo insediamento greco. Secondo la tradizione locale, i musulmani si rifiutarono di ripopolare il luogo perché “era infestato dai fantasmi dei Livisiani massacrati nel 1915”

Immagine di William Neuheisel via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

A rendere ancora più drammatica la situazione, c’è contemporaneamente anche la guerra greco-turca, chiamata dagli storici ellenici “catastrofe dell’Asia Minore”. Ai Greci, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati promessi i territori dell’Asia Minore, così l’esercito ellenico, nel 1919, tenta di prenderseli, iniziando da Smirne.

Soldati greci a Smirne, maggio 1919

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D’altronde, in tutta la Turchia vivono all’incirca due milioni e mezzo di ellenici che, secondo il parere del governo greco, rischiavano di essere sterminati. In realtà c’è di mezzo anche l’ambizioso progetto di dare vita alla Megali Idea (Grande Idea), una grande Grecia sulla falsariga dell’impero bizantino, legata soprattutto alla convinzione che Costantinopoli dovesse tornare alla cristianità.

Sono due anni di guerra che, dopo un’iniziale avanzata greca, si concludono con la riscossa dei turchi. L’ultimo atto è la riconquista di Smirne, da qualche settimana estremo rifugio di greci e armeni, che vi si riversano al ritmo di 20.000 persone al giorno. Mustafa Kemal ordina al suo esercito, il 9 settembre 1922, di non lasciarsi andare a violenze contro la popolazione civile. D’altro parere è il suo sottoposto, Nureddin Pascià, che invece decide di sterminare tutti i cristiani rifugiatisi a Smirne.

Dopo quattro giorni di violenze e stupri, il 13 settembre inizia a divampare un incendio estinto solo nove giorni dopo: si stima che tra le fiamme abbiano perso la vita un numero di persone, tra greci e armeni, che varia da 10.000 a 125.000.

L’incendio di Smirne

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Il quartiere greco e quello armeno vengono completamente distrutti, mentre pochi danni subisce quello turco. Della città cosmopolita, dove fino ad allora avevano convissuto turchi, greci (che costituivano la maggioranza), armeni, ebrei e arabi, rimane poco.

Smirne, dopo il Grande Incendio del 1922

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Le potenze straniere che hanno in rada le loro navi, messe lì per scoraggiare atrocità da parte dei turchi, in realtà non intervengono, nemmeno quando viene torturato e fatto a pezzi il vescovo di Smirne, proprio sotto gli occhi dei soldati francesi.

Smirne è l’inferno: donne e bambini che urlano, tanti che scappano dagli edifici in fiamme vengono mitragliati dai soldati turchi, le ragazze e i ragazzi più giovani sono rapiti per essere mandati negli harem. Sulla banchina del porto si riversa una massa di disperati che tenta di salvarsi sulle navi, ma tanti muoiono annegati.

Barche sovraffollate con profughi in fuga dal fuoco

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Alla fine, tra il 1914 e il 1922, il numero dei greci uccisi in tutta la Turchia può avvicinarsi a 900.000, almeno secondo una stima statunitense (i numeri cambiano molto in base ai vari studiosi). Per il governo ottomano però, sono solamente vittime di guerra.

I corpi di Greci del Ponto disposti davanti a una chiesa greca in Asia Minore nel 1916

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Nel gennaio del 1923 i governi di Grecia e Turchia firmano a Losanna una “convenzione relativa allo scambio di popolazioni greche e turche”, uno scambio obbligatorio che stravolge le vite di almeno 1.600.000 persone: oltre un milione e duecentomila greci ortodossi lasciano l’Asia minore, la Tracia orientale, il Ponto e il Caucaso, mentre all’incirca 400.000 musulmani sono allontanati dalla Grecia.

Bambini profughi greci e armeni vicino ad Atene

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Questo scambio si basa – apparentemente – solo sulla religione praticata: devono lasciare la Turchia tutti i cristiani ortodossi, sia greci sia armeni, come pure quelli di lingua turca. D’altra parte anche i musulmani di lingua greca vengono espulsi dai paesi dove erano nati e vissuti.

Rifugiati musulmani

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L’odissea dei Greci provenienti dalla Turchia non si conclude con lo scambio del 1923, anzi: la Commissione per i Rifugiati non è a conoscenza dei dati reali, né sul numero dei profughi né sui territori dove ricollocarli. Per di più quei disperati che hanno dovuto abbandonare tutto, subito violenze indescrivibili, patito perdite di figli, genitori e parenti, non sono accolti benevolmente nella patria ancestrale. Hanno abitudini diverse, parlano una lingua poco comprensibile, e soprattutto costano troppo al governo greco, che deve pesantemente indebitarsi per garantirne la sussistenza, tanto che politicanti di pochi scrupoli definiscono i rifugiati come parassiti.

Vittime del Grande incendio di Smirne

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Oggi, tutto questo non sarebbe possibile, secondo le attuali norme di diritto internazionale, che vietano l’espulsione collettiva e garantiscono la libera circolazione, almeno sulla carta.

Allora forse vale la pena mettere in evidenza la ricchezza economica e culturale che caratterizzava la Turchia multietnica tra metà ‘800 e inizi del ‘900, e riflettere sulla follia di chi vede nell’altro da sé un nemico da sterminare.

Non per niente la creazione dello stato nazionalista di Kemal (odierna Turchia) e i genocidi di armeni e greci costituiscono un modello a cui si ispira la politica di Hitler: “La nazione tedesca un giorno non avrà altra scelta che ricorrere anche ai metodi turchi”. Tanto, come ebbe a dire il führer “chi si ricorda degli armeni?”, o dei Greci della Turchia?

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I santi che legano la storia dell’Armenia a quella dell’Italia (Interris 28.09.21)

Benché lontana e semisconosciuta, l’Armenia è una millenaria Civiltà che può essere considerata come una sorella per l’Italia. Incastrato in una piccola fetta di territorio fra i monti del Caucaso, questo popolo è il primo al mondo ad abbracciare il Vangelo e a convertirsi interamente al Cristianesimo, in un seguirsi di fatti che si intrecciano fascinosamente con il nostro Belpaese.

La storia

Tutto successe a seguito della prima predicazione del discepolo Taddeo (uno dei 70 inviati in missione direttamente da Gesù, vedi Luca 10, 1-24) e del successivo martirio della giovane Hripsime, con la sua tutrice Gayane e le trentatré compagne giunte da Roma fino in Armenia per difendere la loro verginità dalla bramosia dell’imperatore Diocleziano. Senza l’arrivo di queste giovani suore italiane, probabilmente la storia di questa nazione avrebbe conosciuto risvolti diversi. Dal momento della sua conversione, infatti, lo spirito e la cultura del popolo armeno si è legato in maniera indissolubile al Buona Novella di Cristo, confermando la profezia del condottiero Vardan Mamikonian emessa prima della battaglia nota come il “martirio dei Vardanankh”. Appena dopo un secolo e mezzo dalla loro conversione, gli armeni si dovettero scontrare ferocemente contro i persiani zoroastristi, ed è qui che le parole del loro condottiero continuano a risuonare nei secoli: «Chi credeva che il Cristianesimo fosse per noi come un abito, ora saprà che non potrà togliercelo come il colore della nostra pelle». Così fu e così continua ad essere dopo il seguire di continue dominazioni straniere, in particolare quella islamico-ottomana e quella marxista-sovietica, che non sono mai riuscite a scolorire l’animo di questo popolo ancora oggi profondamente cristiano.

L’importanza di San Gregorio per l’Armenia

Ma la conversione al Cristianesimo dell’Armenia non risulterebbe completa ed esaustiva senza un altro personaggio la cui storia si intreccia con l’Italia, stiamo parlando di San Gregorio l’Illuminatore conosciuto per le strade di Napoli, e di tutta Italia, anche come “San Gregorio Armeno”. Personaggio carismatico, si distinse subito per la sua predicazione evangelica in tutta l’Armenia ma dovette pagare cara la sua fedeltà a Cristo di fronte ai capricci del re Tiridate III, il quale pensò di costringerlo a idolatrare la dea Anahita per celebrare una vittoria militare. La ribellione al re portò Gregorio per tredici lunghi anni in fondo a un pozzo e a vivere di stenti nella fortezza di Khor Virap. Durante questi anni, il furore anticristiano del sovrano armeno, culminato con il martirio di Hripsime e delle sue compagne, portò il re alla follia che venne guarita miracolosamente solo per intercessione di Gregorio. Da questo momento, nell’anno 301, il destino dell’Armenia si è intimamente connesso con il Cristianesimo che si diffuse rapidamente proprio grazie all’opera di evangelizzazione di Gregorio, supportata da re Tiridate. Addirittura il sovrano elevò il culto cristiano a religione di Stato nonostante a quel tempo fosse ancora perseguitato dall’Impero romano a cui era sottomesso. Successivamente il Vangelo non tardò a diffondersi in tutto il territorio imperiale e San Gregorio arrivò in Italia in un viaggio a Roma in cui, insieme a Tiridate, incontrò prima l’imperatore Costantino e successivamente papa Silvestro da cui pare ebbe il titolo di patriarca d’Oriente.

La relazione fra l’Italia e San Gregorio, però, iniziò solo a partire dal VIII secolo, quando il mondo bizantino fu travolto dal periodo iconoclasta ad opera della “riforma” di Leone III. Per sfuggire a questa persecuzione, le monache basiliane di Santa Patrizia, che erano le custodi delle reliquie di San Gregorio Illuminatore, trovarono rifugio a Napoli. Qui, esattamente lungo la oggi famosa via dei presepi, istituirono un monastero dove continua a essere custodito il cranio del Santo armeno portato dalle suore durante la loro fuga e dove ancora oggi si vive una fervida devozione popolare. Nel 2001 Giovanni Paolo II, durante una sua visita, donò alla Chiesa Apostolica Armena alcune reliquie di San Gregorio suggellando così una profonda amicizia fra le due chiese ancora oggi divise.

Il rapporto tra Italia e Armenia

Il rapporto fra Italia e Armenia nei secoli si è arricchito delle vicende di molti altri santi, dei lasciti linguistici e archeologici risalenti al periodo bizantino quando i guerrieri armeni furono chiamati a difendere i confini italiani dalle incursioni saracene, della celebre Congregazione Mechitarista che ha il suo cuore a Venezia sull’isola di San Lazzaro, delle Comunità della diaspora che hanno trovato accoglienza sul nostro territorio. Sono numerose le storie che si intrecciano fra le nostre nazioni e che meriterebbero di riemergere sia per suggellare questa ricca relazione fraterna, sia per aiutare entrambe i popoli a non annacquare la propria identità spirituale nei fumi inebrianti di un relativismo culturale sempre più aggressivo.

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Armenia, commemorate le vittime della guerra con l’Azerbaigian (Euronews 28.09.21)

Circa 3.000 persone in Armenia hanno marciato nella capitale Yerevan per commemorare le vittime della guerra contro l’Azerbaigian nella contesa regione del Nagorno-Karabakh, un anno fa.

Guidati dall’ex presidente Robert Kocharyan, i partiti di opposizione hanno organizzato la marcia, partita dal centro della città e poi diretta verso il cimitero militare di Yerablur.

Il 27 settembre del 2020 è la data incriminata in cui scoppiò la guerra caucasica tra dirimpettai per il controllo dell’enclave separatista del Karabakh, popolata da armeni, causando circa 6.500 vittime.

Le ostilità si sono concluse a novembre con un ‘cessate-il-fuoco’ mediato dalla Russia che ha visto l’Armenia cedere a Baku porzioni di territori che aveva controllato per decenni.

L’accordo di pace è stato visto in Armenia come un’umiliazione nazionale e ha suscitato lunghe proteste di piazza contro il governo del primo ministro Nikol Pashinyan.

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Pace: Com. Sant’Egidio, a Roma incontro con Papa Francesco, Bartolomeo I, Justin Welby, il Catholikos Karekin II e il Grande Imam di al-Azhar (27.09.21)

Papa Francesco, il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, il Catholicos della Chiesa apostolica armena Karekin II, il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, il presidente della Conferenza dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt ma anche leader esponenti dell’induismo e del buddhismo mondiale. Del mondo politico, ci sarà la cancelliera tedesca Angela Merkel mentre per il governo italiano, ha dato per ora conferma il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Sono solo alcuni dei nomi di spicco che parteciperanno quest’anno all’incontro internazionale “Popoli fratelli, terra futura. Religioni e culture in dialogo”, il trentacinquesimo promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nello “spirito di Assisi”, dopo la storica giornata voluta da Giovanni Paolo II nel 1986. L’evento – presentato questa mattina alla stampa dal presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo – si svolgerà a Roma il 6 e 7 ottobre. “Questo incontro vuole mettersi in ascolto non solo del grido della pace che emerge da tanti popoli”, ha detto Impagliazzo, ma “vuole dare un grande incoraggiamento a tutti gli operatori di pace”. A Roma, si daranno quindi appuntamento “gli amici della pace e del dialogo”, per ripetere ancora oggi con Giovanni Paolo II che “come ha mostrato il ritiro delle truppe alleate dall’Afghanistan, la guerra è un’avventura senza ritorno, strumento obsoleto da superare per risolvere le crisi internazionali e i conflitti”. Se lo scorso anno, sempre a Roma, si era scelto come tema, “Nessuno si salva da solo”, quest’anno Sant’Egidio propone a leader politici, religiosi, civili di 40 Paesi del mondo – “più del doppio del G20” – di focalizzare idee e riflessioni sulle “prospettive sul mondo che esce dalla pandemia, grazia ai vaccini”, ha detto Impagliazzo. Due le direttrici indicate e contenute nel titolo della manifestazione: il tema della fraternità universale e il tema ambientale. “Sono due fuochi che si intersecano perché laddove esisterà una fraternità, ci sarà un nuovo interesse per la casa comune”. L’evento prenderà il via mercoledì 6 ottobre all’Auditorium del Centro congressi della Nuvola all’Eur con la cerimonia di inaugurazione dal titolo “Ricominciare insieme”, alla quale in rispetto sempre alle normative anti-Covid saranno presenti 700 persone. Il giorno dopo, sempre alla Nuvola, alle 10, si svolgeranno 4 forum tematici: “Ritrovare il noi”; “Cura della casa comune”; “La Pace è possibile” e “Il Futuro che vogliamo” dove prenderanno la parola giovani di diverse confessioni cristiane e religioni. Nel pomeriggio, la manifestazione si sposterà al Colosseo. Papa Francesco arriverà alle 17 per presiedere la “Preghiera ecumenica per la pace” alla quale parteciperanno i fedeli cristiani. L’omelia è stata affidata al Catholicos della Chiesa Apostolica Armena, Karekin II. Poi con l’arrivo degli altri leader ed esponenti religiosi, si svolgerà la Cerimonia finale e la consegna dell’Appello di pace da parte dei bambini agli ambasciatori di tutto il mondo. “C’è bisogno – dice Impagliazzo – di vedersi, di incontrarsi, di riprendere le fila di una presenza tra varie personalità per immaginare insieme il futuro del mondo e dare un contributo delle religioni, su queste due direttrici: popoli e fratelli, terra futura. E in secondo luogo per insistere sul tema della pace”. “Questi incontri sono sempre stati nel nome della pace e oggi in un mondo completamente cambiato, il tema della pace e del dialogo per la risoluzione dei conflitti, resta sempre centrale”.

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Dall’Armenia i saluti a Lecco per “Un’amicizia che continua” (Leccotodays 27.09.21)

L’amicizia tra Lecco e il popolo armeno continua e si rinsalda. L’associazione “Amici Lecco Vanadzor – Italia Armenia” ha reso noti gli importanti e significativi saluti che la rappresentanza Istituzionale e Universitaria di Vanadzor ha inviato in momenti distinti e concomitanti agli eventi promossi in questi giorni “Lecco racconta l’Armenia, un’amicizia che continua”.

Lecco e l’Armenia sono sempre vicine: quattro giorni per raccontare “un’amicizia che continua”

“Riteniamo importante che siano di conoscenza di istituzioni, associazioni economiche professionali e sociali – spiega il presidente de sodalizio Sergio Fenaroli – in quanto esprimono non solo la loro gratitudine ma un impegno e una disponibilità ad alimentare e continuare contatti e collaborazioni che possano ricercare un interesse comune e reciproco. La coerenza la serietà e l’impegno da noi espresso sono condizioni essenziali e necessarie per attivare credibili e fattibili rapporti di interscambio favorevoli e di reciproco interesse. La situazione internazionale, fortemente compromessa e in crisi non solo sanitaria, ha manifestato tutta la nostra fragilità. Si impone la ricerca di percorsi inediti, l’Armenia e il suo popolo, da secoli chiede di poter vivere e cooperare in pace, inascoltata dalla ‘comunità internazionale’, la loro storia, le loro sofferenze, il loro orgoglio e la loro dignità, possono essere di grande insegnamento a tutti noi”.

Discorso introduttivo del Vicegovernatore GorAsryan

Gentili Sindaco di Lecco Mauro Gattinoni, sig. Sergio Fenaroli, e gentili Italiani,
A nome della popolazione della regione di Lori, del Governatore AramKhatchcatrian e a nome mio, voglio esprimere la mia gratitudine al nuovo sindaco della città di Lecco per il sostegno e la cooperazione alungo termine intrapresa con la nostra regione.

L’amicizia tra l’Italia e l’Armenia ha indubbiamente una lunga storia, basata su relazioni amichevoli e fiducia reciproca.

A partire dal nefasto terremoto del 1988 nel centro di Spitak la città di Lecco si è attivata per sostenere vivamente la nostra regione.

Avete inoltre sostenuto la ricostruzione di case e scuole in tempi difficili, per garantire ai nostri ragazzi un alloggio e un’educazione appropriata.A tutt’oggi la cooperazione tra Lecco e Vanadzor prosegue incessantemente. Le relazioni Italo-Armene sono inoltre molto attive anche in diversi settori industriali; per questo esprimiamo la nostra immensa gratitudine per l’attività di beneficienza elargita a tutto tondo.

Con la presente voglio ora dichiarare e informarvi che, al fine di avviare una cooperazione tra le due regioni di Lori e Lombardia, nel nome del governatore AramKhatchcatrian, così come con la fermezza e la volontà espressa dalla città di Vanadzor, attraverso i canali diplomatici armeni abbiamo inviato proposte all’Italia per stabilire una collaborazione regionale e cittadina rispettivamente con la Lombardia e la città di Lecco.

Voglio sottolineare che si tratterà di un impegno di cooperazione a lungo termine, sperando che possano beneficiarne entrambe le parti.

Sostenere questa serie di eventi che avete preparato e state conducendo in questi giorni è la dimostrazione che voi siete ancora con noi in questo periodo di prove e riempie il mio cuore di commozione e rispettto: è toccante sapere che abbiamo amici come voi in questo mondo.

A questo punto mi piacerebbe recitare un piccolo estratto della poesia del grande poeta armeno HovhannesTumanyan che penso esprima perfettamente l’obiettivo: “Tutti gli atti nobili non moriranno mai: essi perdurano gloriosi e famosi attraverso i secoli. Felice è l’uomo che raggiunge fama immortale attraverso condotte oneste”.

Ringrazio sinceramente di tutto e auguro a ciascuno buona fortuna sperando di vederci presto in presenza.

Il Vicegovernatore della Regione di Lori GorAsryan

I saluti del docente Feliks Movsisyan

Cari amici Italiani, colleghi e Comunità Armena in Italia,
a nome della cattedra di Storia dell’Università Statale di Vanadzor “H.Tumanyan” vi saluto in occasione degli eventi odierni dedicati all’Armenia e al suo futuro.

Il titolo della Conferenza di Venerdì scorso: “Quale futuro per questo paese tormentato?” da un lato ci conforta perché gli Italiani sono interessati al nostro futuro. D’altra parte questa conferenza è stata importante, poichè i partecipanti, avendo analizzato la situazione politica dell’Armenia e i suoi sviluppi, hanno tentato di trovare risposte alle varie questioni poste.

Esattamente un anno fa, il 27 settembre 2020, l’Armenia è stata coinvolta in una guerra mai desiderata, in un conflitto in cui mai avrebbe voluto essere coinvolta.

Siamo una nazione pacifica e creativa, che ha una cultura e tradizioni antiche, cui rimane fedele in modo sacro e coerente per non provocare mai guerre.

Alcune forze politiche e militari occidentali hanno impegnato l’Armenia in una guerra devastante solo per risolvere alcuni problemi politici. Questa guerra, durata 44 giorni, è stata un grande disastro per la nazione, e ha causato ingenti danni umani e materiali. Dopo il cessate il fuoco si sono intraprese alcune attività per risolvere il conflitto. Sono però sicuro che la situazione non si risolverà così facilmente, perché è necessario un accordo tra le parti ed avere interessi comuni. Date le circostanze l’Armenia si trova nella situazione politica in cui gli interessi delle grandi potenze le hanno provocato grandi sfide, e ora la nazione si trova al centro di queste sfide, di cui non si vede ancora la via d’uscita.

In questo quadro auguro a tutti i partecipanti alla conferenza, agli storici e tutti i nostri amici cha hanno a cuore il destino dell’Armenia una discussione produttiva e feconda, un’analisi sobria della situazione e suggerimenti ragionevoli, senza implicazioni politiche. È importante che non solo gli Italiani, ma tutta l’Europa in generale sia ben consapevole dei problemi del Nagorno Karabakh, non considerando gli Armeni e la popolazione dell’Artsakh come nazioni separate. Occorre accettare il fatto che l’Artsakh è sempre stato e sarà sempre la culla dell’Armenia, una sua parte inseparabile. Gli Armeni dell’Artsakh, e con loro l’intera Armenia, non accetteranno mai di appartenere all’Azerbaijan.

Mi auguro che i nostri amici italiani accettino la realtà non secondo mere prospettive politiche, ma tengano in considerazione il desiderio degli Armeni di vivere e risiedere insieme, secondo il diritto di auto-determinazione dei popoli. L’Armenia e l’Artsakh hanno tentato di divenire uniti in modo legale e costituzionale. La nostra nazione non ha mai vessato i suoi vicini, non ha pretese territoriali: ha solo il desiderio di vivere come famiglia unita.

Auguro a tutti i partecipanti una conferenza fruttuosa

Feliks Movsisyan, docente della facoltà di Storia dell’Università Statale di Vanadzor 

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UN ANNO DOPO. LA GUERRA IN NAGORNO KARABAKH È L’11 SETTEMBRE DEGLI ARMENI (Politicamentecorretto 25.09.21)

Il 27 settembre 2020, forze turche e azere con il supporto di mercenari jihadisti tagliagole hanno sferrato un attacco congiunto contro la repubblica armena del Nagorno Karabakh (Artsakh).

Al termine di 44 giorni di guerra e di indiscriminati bombardamenti sulla popolazione civile di Stepanakert e degli altri insediamenti civili, è stato firmato il 9 novembre un armistizio che ha sancito la vittoria militare azera e la occupazione militare di quasi tutto il territorio sia dentro i confini dell’oblast di epoca sovietica che nei territori circostanti.

Per gli armeni di tutto il mondo, l’aggressione azera simboleggia un undici settembre di dimensioni ancor più gravi in termini di perdite umane e materiali.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” nel ricordare le migliaia di vittime civili e militari causate dalla guerra azera sottolinea che:

  • Il regime dell’Azerbaigian persevera in una politica di odio nei confronti dell’Armenia come ripetutamente evidenziato nei discorsi ufficiali del suo presidente Aliyev;
  • La popolazione armena continua ad essere continuamente minacciata e provocata dai soldati azeri nonostante il dispiegamento di un contingente di forze di pace russo:
  • Le ambizioni dell’Azerbaigian si sono progressivamente spostate sulla repubblica di Armenia nel cui territorio da oltre cinque mesi sono entrate centinaia di soldati azeri per ridisegnare i confini secondo la volontà del dittatore Aliyev.

 

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”fa appello alle istituzioni, alla politica e ai media italiani chiedendo che:

  • La repubblica italiana si attivi in tutte le sedi per l’immediato rilascio delle decine di prigionieri di guerra armeni ancora trattenuti nelle carceri azere in dispregio dell’accordo di tregua del 9 novembre e delle convenzioni internazionali;
  • Venga riconosciuto il diritto della popolazione armena del Nagorno Karabakh (Artsakh) a vivere in pace nella propria terra;
  • Sia riconosciuto dunque il diritto all’autodeterminazione della regione entro in confini dell’oblast sovietica attesa che la convivenza entro lo Stato dell’Azerbaigian è di fatto impossibile.
  • Siano attivati tutti i mezzi possibili per la preservazione del patrimonio storico, artistico e religioso armeno nei territori occupati dall’Azerbaigian favorendo in primo luogo la missione Unesco per la verifica dello stato di conservazione dei monumenti armeni molti dei quali purtroppo già distrutti o vandalizzati.

CONSIGLIO PER COMUNITA’ ARMENA DI ROMA

Focus Armenia. La sfida identitaria tra passato e futuro (Barbadillo.it 25.09.21)

L’Armenia circa trent’anni fa è riuscita a raggiungere l’indipendenza dalla sofferta dominazione sovietica, ritagliandosi una piccola fetta di territorio fra i monti del Caucaso per un’estensione che è appena un decimo di quello che fu un tempo il suo storico regno, ma la pace per questo popolo non è mai arrivata

Madre Armenia

Attraversare le strade dell’Armenia significa confrontarsi con una civiltà millenaria ma profondamente ferita dal secolare e continuo dominio di potenze straniere. Non è forse un caso che lo strumento musicale tipico armeno, il duduk, sia capace di emettere suoni profondamente malinconici ma che allo stesso tempo incantano le orecchie e il cuore di chi ascolta. Ferite mai suturate e recentemente tornate a sanguinare con il conflitto in Artsakh (Nagorno Karabakh) conclusosi con una rovinosa disfatta e la vittoria della perenne ostilità turco-azera.

L’Armenia circa trent’anni fa è riuscita a raggiungere l’indipendenza dalla sofferta dominazione sovietica, ritagliandosi una piccola fetta di territorio fra i monti del Caucaso per un’estensione che è appena un decimo di quello che fu un tempo il suo storico regno, ma la pace per questo popolo non è mai arrivata. Il continuo conflitto sul confine orientale per il controllo dell’Artsakh, tutt’altro che concluso dopo il cessate il fuoco del 10 novembre che ha sancito la conquista da parte azera di circa 3/4 della regione; le insistenti ostilità lungo la linea occidentale da parte di una Turchia che ancora non intende lavarsi le mani dal sangue del genocidio armeno perpetrato a inizio ‘900, stringono a tenaglia la sopravvivenza di questo popolo di origine indoeuropea e che nei secoli in maniera straordinaria è riuscito a difendere e mantenere la propria identità. Il segreto di tale tenacia fu sicuramente l’originalità della propria lingua, capace di creare una coscienza nazionale, e la fedeltà al Vangelo di Cristo, che ne ha impedito l’assimilazione durante le dominazioni islamiche seppur a caro prezzo. Insomma, è l’amore che ha dato la forza a questo popolo di resistere benché la vita continui a scorrere sempre con un po’ di inquietudine e mai in piena serenità. Ma la forza da sola non basta, occorre anche una maturità politica e diplomatica che forse ancora manca nella classe dirigente armena e che può fiorire puntando sulle proprie università.

Benché, come detto, stiamo parlando di una nazione antica, l’Armenia è uno Stato relativamente giovane, che esce da 70 anni di centralismo sovietico e dai precedenti secoli di dominazione ottomana. In questi ultimi trent’anni di indipendenza, turbati anche dalle vicende bellicose, grandi sforzi sono stati fatti per ammodernare il Paese ma la sensazione è che ancora manchi una classe dirigente matura, capace di sviluppare economicamente le vocazioni interne e di valorizzare un ruolo strategico del Paese sullo scenario geopolitico. D’altronde, la trasversale povertà di argomentazioni durante l’ultima campagna elettorale, ferma a una retorica populista ed esclusivamente concentrata sulla guerra in Artsakh, conferma questa sensazione. Eppure è facile intuire che in Armenia urge innanzitutto uno sviluppo infrastrutturale delle reti logistiche per collegare più facilmente i principali centri, benché attualmente siano in corso numerosi lavori di ammodernamento della rete stradale. Soprattutto serve un collegamento rapido e diretto che attraversi il Paese per connettere l’Iran alla Georgia. In tal modo l’Armenia, oltre a rafforzare il suo possibile ruolo di “tappo” alle aspirazioni neo-ottomane della Turchia di Erdogan, può recuperare una sua strategica funzione di cerniera fra Oriente e Occidente. Già ai tempi della “Via della Seta”, che secoli fa attraversava queste frontiere, l’Armenia fu uno snodo fondamentale e oggi può diventare a nord un rapido sbocco per le merci dirette verso la Russia, e che incrociano i grandi corridoi commerciali per l’Europa; mentre a sud diventerebbe un rapido ponte sui mercati asiatici che passano per i confini persiani e si snodano fra Cina e India. L’Unione Europea recentemente ha investito 3,5miliardi di € per la creazione di una autostrada veloce che percorra da nord a sud il territorio armeno ma a questa deve necessariamente affiancarsi anche un percorso rotabile che attualmente manca. La rete ferroviaria, infatti, è abbastanza obsoleta in quanto risalente all’Unione Sovietica senza successivi investimenti, e comunque è totalmente mancante nelle province centrali e meridionali. C’è da dire che nel 2008 il governo armeno ha trasferito le competenze della rete nazionale a “Ferrovie del Caucaso del Sud”, una consociata russa con un contratto della durata di trent’anni. Attualmente la consociata è impegnata in un rinnovamento del parco carrozze ma ulteriori interventi non sono annunciati né sarà facile prevederne. Aver ceduto la propria sovranità sulla rete ferroviaria comporta necessariamente delle difficoltà nel programmare nuovi investimenti ma non l’impossibilità.

Impegnare capitali per potenziare le infrastrutture, magari attraendo fondi dall’estero, significa uscire dall’isolazionismo che purtroppo caratterizza il giovane Stato armeno, forse perché fra la sua gente è ancora vivo il trauma di secoli di dominazione straniera e della recente tragedia del genocidio subito ad opera dei turco-ottomani. Un isolazionismo che tradisce il carattere estremamente accogliente e caloroso di questo popolo, eppure le maggiori cause della sconfitta bellica nell’armenissimo Artsakh sono da ricercare, ancora prima che nella impreparazione militare, nell’assenza di un sostegno internazionale. Pur mantenendo e rafforzando un privilegiato rapporto con la Russia, ma anche con l’Iran, l’Armenia ha bisogno di intessere relazioni diplomatiche, culturali e commerciali forti con il resto del mondo e che oggi mancano o sono carenti. I tentativi del rieletto premier Nikol Pashinyan di sganciarsi dalla vitale sfera russa non sembrano affatto andare verso questa direzione aperturista, e la disastrosa guerra conclusa e persa lo ha chiaramente dimostrato. Costruire relazioni forti con il resto del mondo, in particolare con la sfera europea, non significa tradire la propria vocazione russofila, soprattutto quando l’unico reale risultato ottenuto è stato quello di avere aperto le porte a pressioni ideologiche di matrice nichilista e consumista. Infatti, attualmente la grande sfida dell’Armenia sembra non essere tanto la protezione dei suoi territori (comunque minacciati) né affermare una propria vocazione geopolitica. Benché questi due aspetti siano importanti, se vuole continuare a vedere davanti a sé un futuro, la priorità di questo Paese resta la difesa della propria identità oggi all’interno di un mondo globalizzato, vorace, uniformante. Se questo popolo millenario vuole continuare a sopravvivere, e finalmente trovare una dimensione stabile di pace, deve necessariamente difendere il suo genoma identitario dalle cosiddette “colonizzazioni ideologiche” che cominciano a diventare minacciose a queste latitudini.

La comunità “identitaria” ha il dovere di sostenere politicamente questa nazione nonché di difendere e promuovere il patrimonio culturale e tradizionale di questo popolo che storicamente è il primo ad abbracciare il Cristianesimo, tanto da poter essere considerato la frontiera più orientale dell’Europa dei popoli.

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Armenia-Azerbaigian: a New York ministri Esteri tornano ad incontrarsi sotto mediazione Francia (Agenzianova 25.09.21)

Parigi, 25 set 16:29 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha incontrato il ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, e il ministro degli Esteri azerbaigiano, Jeyhun Bayramov, a margine dei lavori della 76ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Al centro dei colloqui, riferisce il ministero degli Affari esteri ed europei di Parigi, le modalità per ripristinare la fiducia e ridurre le tensioni tre Erevan e Baku. “Durante questi colloqui, il ministro ha esplorato, insieme ai suoi colleghi, i passi che possono essere presi per aiutare a ripristinare la fiducia e ridurre le tensioni tra Armenia e Azerbaigian”, si legge nel comunicato. Come uno dei tre Paesi che co-presiedono il gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), la Francia rimane pronta ad aiutare le due parti a ricostruire il dialogo. “Le Drian ha suggerito ai suoi colleghi che queste discussioni potrebbero continuare nelle prossime settimane, anche tra i ministri”, si aggiunge nella nota. Quello di New York è stato il primo contatto a livello bilaterale di Armenia e Azerbaigian dalla fine del conflitto nel Nagorno-Karabakh, ha ricordato il ministero francese. In quanto tale, questo incontro è “un primo passo positivo e importante per ristabilire un dialogo sostanziale tra le due parti”. (Frp)

La guerra scatenata dall’Azerbajgian (con il sostegno determinante della Turchia) contro la Repubblica di Artsakh non va dimenticata (Korazym 24.09.21)

Il 27 settembre 2021 ricorre il primo anniversario della guerra di aggressione scatenata in Nagorno Karabakh (Artsakh) dall’Azerbaigian, conclusasi 44 giorni dopo con un armistizio firmato il 9 novembre 2021. Il nostro primo articolo abbiamo pubblicato il 28 settembre 2020 [Presidente Arayik Harutyunyan: non è l’Azerbaigian, è la Turchia che combatte contro l’Artsakh. Circa 4.000 jihadisti della Syria combattendo con i turchi dalla parte azera]. Ne sono seguiti molti altri su questo Blog dell’Editore e riteniamo importante che quanto accaduto un anno or sono non venga dimenticato, soprattutto alla luce delle tensioni ancora presenti nella regione e del piano azero chiaramente mirato a un indebolimento, se non annichilimento, della nazione armena.

Quindi, riportiamo in modo sintetico alcune riflessioni formulate dalla Comunità armena in Italia, seguite da un articolo dell’amico e collega Renato Farina su Tempi, nella speranza che quella dello scorso autunno non sia un’altra guerra dimenticata e con l’auspicio che le istituzioni europee, compreso lo Stato italiano, vogliano adoperarsi quanto più possibile per garantire il diritto all’autodeterminazione alla piccola Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh e porre fine così a decenni di conflittualità.

LA GUERRA

1. Lo scorso 27 settembre un’operazione congiunta turco-azera con l’ausilio di mercenari jihadisti ha attaccato la Repubblica (de facto) di Artsakh/Nagorno Karabakh (di seguito Artsakh) nonostante l’invito del Segretario Generale delle Nazioni Unite affinché venissero evitate ostilità in periodo pandemico.

2. L’iniziale comunicazione mediatica (“scontri tra armeni e azeri” o addirittura “attacco armeno”) è stata successivamente smentita dalla stessa leadership azera che ha ammesso di aver attaccato la parte armena per risolvere con la forza ciò che non si riusciva a concludere a livello diplomatico.

3. È opinione condivisa da molti analisti che la Turchia abbia giocato un ruolo fondamentale nel successo dell’Azerbajgian sia per la pianificazione delle operazioni (sin dalle esercitazioni congiunte di fine luglio) sia per il supporto logistico (droni) senza il quale l’esercito di Aliyev non sarebbe riuscito a prevalere.

4. La guerra ha determinato la conquista azera sia dei territori extra oblast sovietica (Regione Autonoma del Nagorno Karabakh) che erano finiti sotto controllo armeno in occasione della prima guerra (1992-1994, anche questa scatenata dagli azeri) sia di alcune parti dell’oblast armena (in particolare la regione di Hadrut, parte di quella di Martuni e Martakert e la città di Shushi).

5. Giova ricordare che Artsakh aveva conquistato il proprio diritto all’autodeterminazione attraverso un legale percorso basato sulla legislazione sovietica all’epoca esistente (si veda in particolare la legge dell’aprile 1991 relativa alle norme in caso di distacco di una repubblica dall’URSS).

6. Nel corso del conflitto la parte azera si è macchiata di orribili crimini sia contro i soldati che contro la popolazione civile armena: i social sono purtroppo pieni di tali testimonianze. Per 44 giorni sulla popolazione civile della regione (compresi ospedali per l’infanzia) sono state sganciate bombe, anche cluster bomb e bombe al fosforo.

7. Il bilancio della guerra è per la parte armena di circa 4.000 caduti. Ancora oggi, a un anno di distanza, vengono ritrovati resti di soldati armeni nelle zone ora occupate dagli Azeri (1.670 alla scorsa settimana). Dei 150.000 abitanti di Artsakh, 25/30.000 non hanno potuto far rientro a casa perché distrutta o finita in territorio azero. Sono centinaia i soldati e i civili vittime di mutilazioni a causa della guerra voluta da Aliyev ed Erdogan.

IL DOPO GUERRA

1. Dopo la fine della guerra, l’Azerbajgian non ha cessato la propria politica di odio nei confronti della parte armena nell’Artsakh. In particolare:

a. Ha continuato a rivendicare il territorio rimasto sotto controllo armeno e ora presidiato dalle forze di pace russe.

b. Ha allestito un osceno “Parco della vittoria” a Baku dove i soldati armeni vengono rappresentati con manichini in pose degradanti come nella peggior propaganda nazista contro gli Ebrei [A Baku un “Parco dei Trofei di Guerra” con i caschi dei soldati armeni uccisi durante l’aggressione militare azera-turca contro l’Artsakh/Nagorno-Karabakh. L’abuso di una sconfitta – 16 aprile 2021].

c. Ha fatto prigionieri alcune decine di soldati armeni che si trovavano a presidiare il territorio nella regione di Hadrut in una vallata che era evidentemente sfuggita all’azione nemica; per accordo del 9 novembre, tale area sarebbe dovuta rimanere, ancorché isolata, sotto controllo armeno ma gli azeri hanno risolto il problema catturando tutti i soldati.

d. Altri tentativi di conquistare posizioni armene si sono registrati in tutti i mesi a seguire.

e. Oltre sessanta soldati armeni sono stati oggetto – in spregio all’accordo di novembre e alle convenzioni internazionali – di ridicoli processi a Baku e condannati a pene detentive tra i 15 e i 20 anni. Per alcuni le accuse si riferivano addirittura alla prima guerra degli anni Novanta.

f. Come ammesso dalle stesse autorità di Baku e documentato da testimonianze video e satellitari, tutti i manufatti architettonici civili e religiosi armeni sono stati oggetto di distruzione o manomissione. Lo stesso Aliyev ha dato ordine di rimuovere da essi tutte le iscrizioni armene [Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021].

g. È accertato [come abbiamo riferito] che l’organizzazione terroristica turca de “I lupi grigi” si è insediata a Shushi facendola diventare la propria capitale simbolo della turchicità della regione.

h. È in corso una campagna di “appropriazione” storica e religiosa del patrimonio culturale armeno (si veda il monastero di Dadivank) [Due manifesti che presentavano Shushi e Dadivank come azeri rimossi dalla metropolitana di Londra perché offensivi e falsi – 23 marzo 2021].

i. L’Azerbajgian non ha mai consentito all’UNESCO di inviare una delegazione per verificare la situazione degli oltre 1600 siti culturali armeni finiti sotto controllo azero. Questa politica ricorda molto la distruzione dei diecimila katchkar armeni (croci di pietra) medioevali a Julfa in Nakhchivan [Repubblica di Artsakh. A rischio i monumenti armeni per mano azera. Il Parlamento europeo condanna aggressione azera e ingerenza turca – 26 gennaio 2021].

j. Quasi quotidianamente si registrano azioni intimidatorie verso la popolazione civile (spari contro gli insediamenti armeni, campi incendiati, sassaiole contro i veicoli in transito).

2. Dopo aver attaccato l’Artsakh, l’attenzione dell’Azerbajgian si è rivolta verso la Repubblica di Armenia. In particolare:

a. Sono state ripetute le minacce di nuova escalation bellica contro gli Armeni se Yerevan non sottostava alle pretese di Baku.

b. Dal 12 maggio alcune centinaia di soldati azeri sono entrati nel territorio della Repubblica di Armenia (Paese membro dell’Onu e facente parte di organizzazioni europee) per “ridisegnare” i confini secondo la propria volontà. Generalmente, questo significa conquistare posizioni in altura per avere il controllo delle pianure armene sottostanti.

c. Alcuni soldati armeni sono stati catturati, altri sono stati ucci in scontri a fuoco.

d. Villaggi e fattorie prossime al confine vengono presi di mira dai cecchini azeri.

e. Nel pieno dell’estate sono state lanciate bottiglie incendiarie per bruciare i pascoli armeni.

f. Azerbajgian e Turchia spingono per creare un collegamento territoriale nel sud dell’Armenia togliendo alla stessa la comunicazione con l’Iran.

g. Aliyev reclama come “storiche terre azerbajgiane” (sic!) le sponde orientali del lago Sevan e la provincia del Syunik e ha ordinato ai media azeri di usare per tutte le località dell’Armenia il toponimo in lingua azera.

h. La strada armena di collegamento con l’Iran (corridoio stradale meridionale) che, a seguito dell’armistizio, per alcuni chilometri sarebbe finita in territorio controllato dagli azeri è stata più volte bloccata. Di fatto l’Azerbajgian cerca di strozzare l’economia armena imponendo pedaggi agli autotrasportatori iraniani, minacciando i conducenti armeni, rimuovendo insegne dell’Armenia e dell’Artsakh dai veicoli. Il governo armeno sta studiando la possibilità di costruire una strada alternativa che avrà comunque un costo stimato di circa un miliardo di dollari, una cifra enorme per la debole economia del Paese.

i. Gli Azeri hanno preso inoltre il totale controllo della miniera di Sotk che si trova a cavallo del supposto confine tra i due Paesi. Per l’Armenia le mancate entrate erariali sono una perdita gravissima.

ANALISI DELL SITUAZIONE POSTBELLICA

Quanto è accaduto e sta accadendo dimostra inequivocabilmente che:

1. L’Azerbajgian non accetta alcuno strumento di risoluzione dei problemi che non sia quello della forza. È successo così nel 1992, nel 2016 e nel 2020. Il ricorso alla forza o la minaccia della stessa rientrano nella politica di Baku.

2. Permane, anzi dopo la guerra è divenuto ancora più forte, un sentimento di odio etnico verso gli Armeni foriero di ulteriori violenze.

3. Erdogan e Aliyev aspirano a una contiguità territoriale fra Turchia e Azerbajgian come nel piano dei Giovani turchi dell’impero ottomano. Verso Turkmenistan e Afghanistan.

4. Il controllo dell’Artsakh era sempre stato considerato dagli Armeni una forma di garanzia per la sicurezza della stessa Armenia; quanto sta accadendo dopo la guerra conferma appieno tale tesi. L’Armenia ha il confine occidentale chiuso dalla Turchia, quello orientale minacciato militarmente dall’Azerbajgian, quello meridionale con l’Iran sempre più difficile da raggiungere e oggetto delle mire turco-azere; rimangono solo tre valichi di montagna con la Georgia, poi il Paese sarà completamente isolato via terra.

5. Dopo l’Artsakh sarà dunque la volta dell’Armenia, poco alla volta erosa ai fianchi dai Turchi e dagli Azeri. Cadrà l’ultimo baluardo europeo (e cristiano) a favore di due dittature.

6. Gli interessi economici ed energetici spingono Europa (e Italia) a chiudere un occhio di fronte alle dittature di Turchia e Azerbajgian. Il fatto economico (non disgiunto dalla corruzione politica) prevale sui princìpi etici, l’immediato guadagno non considera gli inquietanti scenari futuri. L’Europa sta allevando dei mostri ai suoi confini orientali e quando si accorgerà dell’errore compiuto sarà troppo tardi [Armi e petrocarburi nel Caucaso. Intrecci geopolitici tengono la pace e la libertà per l’Artsakh/Nagorno-Karabakh ancora lontane – 9 maggio 2021].

“Siamo le nostre montagne” (in armeno Մենք ենք մեր սարերը, Menq enq mer sarerè), il grande monumento a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh. Il monumento, completato nel 1967 da Sarghis Baghdasaryan, è significativamente considerato come il simbolo principale dell’Artsakh. Costruito in tufo, raffigura un uomo anziano ed una donna che emergono dalla roccia, a rappresentare la gente delle montagne del Nagorno-Karabakh. Una delle caratteristiche principali è la poca definitezza della scultura. È conosciuta anche come Tatik yev Papik (Տատիկ և Պապիկ) in lingua armena orientale e Mamig yev Babig (Մամիկ եւ Պապիկ) in lingua armena occidentale, traducibile come nonna e nonno. Il monumento appare anche nello stemma della Repubblica di Artsakh.

IL MOLOKANO
Gli incubi degli armeni del Nagorno-Karabakh
L’altra guerra perdutissima che sbagliamo a ignorare
di Renato Farina
Tempi, 1° settembre 2021

C’è un silenzioso Afghanistan che non interessa a nessuno. Si chiama Nagorno-Karabakh, o Artsakh (dicono gli armeni che lo abitano o soprattutto abitavano). Io, da molokano del lago di Sevan, sono di parte, essendo stato accolto e rifocillato e tenuto vivo nella libertà e nella mia fede da questo popolo di una terra di pietre (così la descrisse Vasilij Grossman). Ho la mia preferenza e mentre sono sicuro che Tempi vi offrirà in questo numero molte e sacrosante riflessioni e proposte su Kabul e talebani, oltre che strategie e tattiche presenti e future, mi scuserete se mi attardo dalle parti del mio Caucaso.

Quella di Kabul è in realtà la stessa guerra perduta, perdutissima e assai più vicina all’Europa che si è giocata e si gioca ancora da queste parti del mondo, con il sultano Erdogan che punta a sottomettere o meglio cacciar via l’antico popolo cristiano che i suoi predecessori ottomani e giovani turchi volevano annientare con un genocidio da un milione e mezzo di morti che non è ancora finito.

Buttati fuori «come cani»

Sono noioso? Mi piacerebbe adattare a questo 2020-2021 il meraviglioso libro di san Gregorio di Narek (951-1003), che papa Francesco ha avuto il grandioso coraggio di proclamare Dottore della Chiesa cattolica. Gregorio scrisse Il libro della lamentazione ma esso ha un valore eterno. Io sono solo una modesta Cassandra, per fortuna però non sono disperata come lei che gridava Troia-brucia-Troiabrucia. Sì, le fiamme sono alte, ma Troia non era cristiana, era disperata. Gli armeni no. Io credo che quando – come dice il Vangelo di Luca – Cristo tornerà sulla terra, se c’è la possibilità che trovi un poco di fede è qui. So che san Gregorio di Narek – non a caso l’ultimo a essere stato proclamato Dottore della Chiesa (2015) dopo altri 35 – vedeva molto più largo del Caucaso. Ma l’Armenia – come diceva Borges dell’India – «è più grande del mondo».

Vi racconto la situazione a frammenti. Ci sono due incubi in corso. Uno riguarda l’Artsakh, ed è il paese armeno – un’enclave cristiana in territorio islamico-turco -, conquistato quasi interamente in 44 giorni di guerra (autunno del 2020) dall’Azerbaigian. Aveva 150 mila abitanti. Tremila sono stati uccisi, centomila rifugiati nella Repubblica madre di Yerevan. L’altro incubo, meno cupo certo, ma incombente, riguarda proprio la Repubblica armena. Anch’essa è ormai di fatto una enclave.

Nel 2020, il Nagorno-Karabakh (o Artsakh), ormai ridotto a meno di 3.000 chilometri quadrati, cerca di ricostruirsi sotto la minaccia di un nuovo attacco. «Collegato all’Armenia da un corridoio che non controlla nemmeno, questo piccolo “paese” dimenticato dal mondo conta soprattutto sull’esercito russo per proteggersi», racconta per Le Figaro Jean-Christophe Buisson. Buisson raccoglie voci di testimoni: «Non c’è nessuno che ci protegga dai turchi. Non il nostro governo, non il governo di Yerevan, non la Francia, non gli Stati Uniti, non la Russia». I turchi sono lì. Incombono a sud. «Comandato da generali turchi, contando su 2-3 mila jihadisti venuti dalla Siria via Turchia, con una superiorità aerea — in particolare grazie ai droni assassini Bayraktar TB2, anch’essi turchi — contro la quale l’artiglieria invecchiata della difesa dell’Artsakh si è dimostrata impotente», scrive Le Figaro, l’esercito di Baku ha lasciato agli armeni spiccioli di territorio. Fa di tutto perché non resistano.

Nelle terre da cui gli azeri hanno cacciato gli armeni («come cani», ha latrato il presidente azero Ilham Aliev), le immagini parlano di edifici cristiani risalenti al Medioevo vandalizzati o distrutti, l’installazione di famiglie jihadiste in cambio dei loro buoni e leali servizi, lavori di costruzione di strade con lastre rubate dalle tombe dei cimiteri armeni, l’installazione di caserme militari…

Sulle popolazioni che vivono lungo le decine di chilometri di linea di contatto, su un altopiano che oscilla tra 1.000 e 2.000 metri di altitudine, la pressione è costante. Non è raro sentire raffiche di fucile automatico bucare il silenzio della notte o che mucche o capre che “Siamo le nostre montagne” a Stepanakert, monumento simbolo dell’Artsakh (il Nagorno-Karabakh secondo gli armeni) si avventurano un po’ troppo vicino al territorio azero siano catturate o addirittura uccise da un cecchino. Sulle strade asfaltate o sterrate che si snodano tra le montagne, lungo una frontiera che raramente è formalmente ed esplicitamente segnata, le auto armene sono talvolta oggetto di spari. Gli agricoltori ci dicono — riferisce Buisson — che ricevono telefonate minacciose, in turco. I droni turchi di sorveglianza e anche di attacco sorvolano l’Armenia. L’acqua dei fiumi locali, le cui sorgenti si trovano ora dall’altra parte della frontiera, scorre meno fluida, meno chiara.

La cattedrale smantellata

Rendere loro la vita impossibile per spopolare la regione è un modo per Aliev di assicurarsi una vittoria militare in caso di ripresa del conflitto. In ogni caso, per scoraggiare l’Armenia o i suoi alleati a intervenire: quale paese impegnerà le truppe per 50 mila poveri armeni?

Intanto a Şuşa la cupola della cattedrale è stata smantellata e il progetto è quello di costruire un’enorme moschea, così che tutto con la dolcezza sinuosa dei serpenti a sonagli ciò che resta del cristianesimo armeno cada in braccio pur di non morire a Baku e dunque ad Ankara-Istanbul, secondo il progetto di un corridoio islamico che dal Mediterraneo arrivi in Cina passando, perché no?, dall’Afghanistan.

La speranza, nella totale assenza occidentale, sta nella Russia. Non perché l’Armenia sia ricca di alcunché di prezioso sul mercato della venalità, ma perché esistono beni misteriosi che i popoli intuiscono come decisivi per l’eternità.

Ahi! Da molokano eretico per questo XXI secolo ho introdotto il concetto di eterno, anzi la realtà spirituale che si oppone alle potenze… Non si fa. Io so e vedo che questa essenza concreta, particolare e universale resiste come un resto splendente e inerme nella storia. I commercianti commerciano; gli operai lavorano; i bambini giocano; il lavash esce dai forni dove sprofondano le teste dei panettieri-acrobati (è così che fanno il pane armeno). Lentamente ma inesorabilmente, il paese si sta ricostruendo. Non lasciamo soli gli armeni, non lasciamo soli gli afghani. Non lasciamo soli i nostri fratelli.

Il Sultano Erdogan qui punta a sottomettere o meglio cacciar via l’antico popolo cristiano Armeno che i suoi predecessori ottomani e giovani turchi volevano annientare con un genocidio.

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