Caucaso, la commissaria Marta Kos visita Azerbaigian e Armenia (Eunews 17.09.25)

Bruxelles – L’Ue cerca di tenersi stretto il Caucaso meridionale, provando a puntellare la sua presenza in quell’angolo di mondo, da sempre considerato dalla Russia come propria zona di interesse e oggi più strategico che mai. La commissaria all’Allargamento Marta Kos ha cominciato oggi (17 settembre) un viaggio di quattro giorni che la porterà a visitare Azerbaigian e Armenia, nel tentativo di rinsaldare i legami coi due Paesi mentre sembra avvicinarsi la firma di uno storico accordo di pace tra Baku e Yerevan.

Kos arriverà stasera nella capitale azera, dove domani incontrerà il capo di Stato Ilham Aliyev ed alcuni membri di punta dell’esecutivo. I colloqui si incentreranno soprattutto sugli interessi economici comuni, con buona pace delle preoccupazioni per le sistematiche violazioni dei diritti umani nel Paese, governato in maniera autoritaria dal presidente 63enne.

Ma gli affari sono affari, soprattutto in tempi di dazi. Così si parlerà in primis delle forniture energetiche verso il Vecchio continente (Baku è grande produttrice di petrolio e gas naturale, lo stesso che arriva in Puglia attraverso il Tap), ma anche dei grandi progetti infrastrutturali in questo crocevia strategico tra Europa, Medio Oriente ed Asia Centrale, come da copione in base alla nuova strategia Ue per il Mar Nero.

La commissaria si recherà poi presso la cittadina di Aghdam, dove sono ancora in corso le attività di sminamento iniziate dopo la conclusione del decennale conflitto nel Nagorno-Karabakh, scoppiato nel 1992 e terminato nel settembre 2023 con la resa dei separatisti armeni. Venerdì (19 settembre) partirà dunque alla volta dell’Armenia, dove vedrà il presidente Vahagn Khachaturyan, il premier Nikol Pashinyan e alcuni ministri. Anche qui ribadirà la volontà dell’esecutivo comunitario di approfondire la cooperazione bilaterale, mettendo al centro gli scambi commerciali e la connettività regionale.

Il tour caucasico di Kos non arriva in un momento qualunque. Coincide al contrario con una fase cruciale del processo di normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian, avviato ormai da tempo ma accelerato vistosamente nell’ultimo anno. Dopo oltre 30 anni di guerra, le due repubbliche hanno deciso di mettere mano all’arsenale diplomatico e stanno lentamente progredendo verso la stipula di un accordo che, se concluso, potrebbe finalmente portare stabilità all’intera regione.

Ilham Aliyev Donald Trump Nikol Pashinyan
Da sinistra: il presidente azero Ilham Aliyev, quello statunitense Donald Trump e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan (foto: Andrew Caballero-Reynolds/Afp)

La mediazione statunitense ha impresso una svolta potenzialmente decisiva alla vicenda. Lo scorso 8 agosto Donald Trump ha ospitato Aliyev e Pashinyan alla Casa Bianca: dal trilaterale è emersa una dichiarazione congiunta in sette punti che ha costituito la base su cui, qualche giorno dopo, Baku e Yerevan hanno tratteggiato una bozza di trattato di pace in 27 articoli, modellata sul testo concordato lo scorso marzo.

Il documento tocca le principali questioni al centro della decennale contesa tra i due Paesi. A partire dal corridoio di Zangezur, un passaggio terrestre voluto dall’Azerbaigian per collegarsi alla propria exclave del Nachichevan, incastonata tra Armenia, Iran e Turchia. Il tracciato dell’opera, che verrà realizzata con la partecipazione delle imprese a stelle e strisce (alle quali spetteranno i diritti di sviluppo esclusivi per 99 anni), correrà lungo il confine armeno-iraniano ed è stata ribattezzata Trump Route for International Peace and Prosperity, cioè letteralmente “Strada di Trump per la pace e la prosperità internazionali”, acronimo Tripp.

Nell’agenda pesa la gestione del post-conflitto nell’ex enclave armena. Baku non intende firmare il trattato finché Yerevan non rimuoverà dalla propria Costituzione alcuni riferimenti alla riunificazione del Nagorno-Karabakh col territorio nazionale. L’Armenia sta riscrivendo la sua Carta fondamentale, ma le modifiche andranno approvate da un referendum popolare, che potrebbe venir convocato solo nel 2027 (il prossimo giugno si terranno le elezioni politiche). Rimane poi la doppia questione dei prigionieri armeni nelle carceri azere e degli sfollati del Nagorno-Karabakh.

Oltre che sul piano economico, tuttavia, il progresso nelle trattative bilaterali è estremamente rilevante dal punto di vista geopolitico e strategico. Da un lato, l’accordo (per quanto provvisorio) certifica la perdita di centralità della Federazione, ora che la guerra in Ucraina le impedisce di intervenire in un’area che ha tradizionalmente considerato la sua diretta sfera d’influenza.

Ursula von der Leyen Nikol Pashinyan António Costa
Da sinistra: la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente del Consiglio europeo António Costa (foto: Consiglio europeo)

Seppur per ragioni diverse, tanto Baku quando Yerevan si stanno progressivamente allontanando da Mosca per diversificare la propria politica estera e le rispettive reti di alleanze. Se l’Azerbaigian mira a stringere ancora di più il rapporto con la Turchia, l’Armenia sta muovendo i primi passi verso una lenta integrazione con l’Ue.

A marzo il Parlamento armeno ha impegnato il governo a richiedere formalmente lo status di Paese candidato. Bruxelles, che ha sempre incoraggiato gli sforzi di riconciliazione con Baku, collabora già con Yerevan in diversi ambiti – dall’assistenza finanziaria alla missione civile Euma (che potrebbe venire smantellata proprio in virtù del futuro trattato, dove si proibisce la presenza di truppe straniere lungo il confine) – e i vertici comunitari si sono recentemente complimentati per i progressi compiuti in tal senso dal piccolo Stato caucasico.

Nel suo peregrinare per la regione, la commissaria Kos si terrà invece alla larga dalla Georgia, l’unico Paese dell’area ufficialmente candidato all’ingresso nel club a dodici stelle. In realtà, qui il percorso di adesione è congelato da tempo a causa dell’autoritarismo crescente del governo – che conculca le libertà dei cittadini e reprime brutalmente il dissenso – e allo scivolamento di Tbilisi verso l’orbita del Cremlino.

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Armenia: amb. Ferranti con vice primo ministro armeno, Khachatryan (Giornale Diplomatico 17.09.25)

GD – Jerevan, 17 set. 25 – L’ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto dal vice primo ministro armeno, Tigran Khachatryan.
L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di confronto in merito allo stato della cooperazione su temi di interesse comune e sulle prospettive di rafforzamento del rapporto tra Italia e Armenia, con particolare attenzione al settore culturale e tecnologico.
Il vicepremier Khachatryan ha espresso apprezzamento per l’attuale dinamica delle relazioni bilaterali, sottolineando in particolare l’intensificazione degli scambi commerciali ed economici tra i due Paesi ed esprimendo fiducia in una loro ulteriore espansione.

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Amb. Ferranti vede Presidente Comitato Anticorruzione Armenia

“Sognando l’Armenia” il 21 settembre 2025 (PadovaOggi 17.09.25)

DoveVilla Draghi

Via Enrico Fermi, 1

Montegrotto Terme

QuandoDal 21/09/2025 al 21/09/202517
PrezzoGratis
Altre informazioniSito web associazionevilladraghi.org

Sognando l’Armenia è un progetto musicale nato dalla collaborazione tra il musicista e flautista Veneto Giuseppe Dal Bianco e la cantante danzatrice musicista armena Sona G. HakoByan.  Lo spettacolo in forma di concerto, ha l’intento di far conoscere al pubblico italiano la musica tradizionale armena, eseguita con strumenti originali, con la danza e il canto. Nello stesso tempo, desidera rendere omaggio alla memoria dell’immensa tragedia che ha colpito il popolo armeno nel 1915, il genocidio degli Armeni, di cui quest’anno ricorrono i 110 anni.

Musiche e danze armene con:

– Sona G. Hakobyan – canto, danza e bloul
– Giuseppe Dal Bianco – duduk e flauto

Introduce il prof. Pier Paolo Faggi “Armenia: ieri e oggi”.


“Sognando l’Armenia” il 21 settembre 2025
https://www.padovaoggi.it/eventi/sognando-armenia-associazione-villa-draghi-21-settembre-2025.html
© PadovaOggi

Il seducente miraggio della salvezza europea dell’Armenia (Marx21 17.09.25)

Nel marzo 2025, il parlamento armeno ha approvato con 64 voti una storica legge che sancisce l’adesione all’UE, un momento che il primo ministro Nikol Pashinyan ha salutato come “l’inizio del processo di integrazione europea dell’Armenia”. La scena era stata accuratamente coreografata: bandiere europee, retorica altisonante sui valori democratici e promesse di salvezza dalla dipendenza post-sovietica.

Tuttavia, i numeri dietro questa messinscena teatrale rivelano una storia completamente diversa. Mentre Pashinyan proclamava il “destino europeo” dell’Armenia nel suo discorso al Parlamento europeo del 2023, il commercio dell’Armenia con l’UE è diminuito del 14,1%, arrivando a rappresentare solo il 7,5% del commercio totale. Nel frattempo, il commercio con l’EAEU, dominato dalla Russia, è aumentato del 68,3%, arrivando a rappresentare il 42% dell’attività economica dell’Armenia.

Il pacchetto di aiuti europei da 270 milioni di euro, propagandato come prova dell’impegno di Bruxelles, rappresenta meno dell’1% del PIL dell’Armenia distribuito su quattro anni. Questo è il prezzo che l’Europa paga per l’anima geopolitica di una nazione: spiccioli mascherati da partenariato strategico.

La leadership armena ha venduto al proprio popolo un sogno seducente di prosperità e sicurezza europee. Sette anni dopo, il miraggio si sta dissolvendo nella dura realtà.

Il grande tradimento: quando gli alleati diventano nemici

La distruzione sistematica delle alleanze tradizionali dell’Armenia si è svolta con precisione chirurgica. Nel febbraio 2024, Pashinyan ha annunciato che l’Armenia aveva “congelato” la sua partecipazione alla CSTO, l’alleanza militare che aveva garantito la sicurezza armena per decenni. A dicembre, ha dichiarato che l’Armenia aveva superato “il punto di non ritorno”.

L’incendio diplomatico ha subito un’accelerazione. L’Armenia ha espulso le guardie di frontiera russe dall’aeroporto di Zvartnots nel marzo 2024, poi dal strategico checkpoint di Agarak con l’Iran a dicembre. Il Paese ha smesso di pagare i contributi al bilancio della CSTO, mettendo di fatto in bancarotta la propria garanzia di sicurezza.

I sondaggi di opinione pubblica hanno catturato l’odio artificiale: la fiducia dell’Armenia nella Russia è crollata dal 93% nel 2019 al solo 31% nel 2024, il più ripido riallineamento geopolitico nella storia post-sovietica. Tuttavia, la Russia fornisce ancora l’87,5% del gas dell’Armenia e controlla l’intera rete di distribuzione.

L’Armenia ha rotto le sue precedenti alleanze, ma è rimasta dipendente da coloro che da tempo garantivano la sua sicurezza e il suo approvvigionamento energetico. La risposta di Mosca è stata misurata: i funzionari hanno parlato della necessità di “rivalutare le relazioni” e di esplorare nuovi modelli di cooperazione.

100.000 fantasmi: la silenziosa testimonianza dell’Europa alla pulizia etnica

Il 19 settembre 2023 è diventato il banco di prova decisivo dell’impegno dell’Europa a proteggere l’Armenia. Mentre le forze azere lanciavano la loro offensiva finale contro il Nagorno-Karabakh, le istituzioni europee hanno affrontato la loro prima vera crisi da quando avevano promesso all’Armenia partnership e sicurezza.

Il risultato è stato un silenzio catastrofico. Nel giro di una settimana, 100.400 persone di etnia armena, pari al 99% della popolazione della regione, sono fuggite dalla loro patria ancestrale. La missione dell’Unione Europea in Armenia, di stanza a pochi chilometri di distanza con un budget di 44 milioni di euro e 209 osservatori, ha documentato l’esodo ma non è riuscita a impedire una sola deportazione.

La risposta dell’Europa ha rivelato la vacuità delle sue promesse in materia di sicurezza. L’UE ha stanziato 12 milioni di euro in aiuti umanitari, circa 120 euro per rifugiato, mentre 196.000 persone avevano bisogno di assistenza. Il Parlamento europeo ha approvato risoluzioni che condannavano l’“uso ingiustificato della forza” da parte dell’Azerbaigian, ma le parole si sono rivelate inutili contro i carri armati.

La cosa più grave è stata la tempistica: questa pulizia etnica si è verificata proprio quando l’Armenia aveva abbandonato le sue tradizionali garanzie di sicurezza a favore della protezione europea. Bruxelles aveva incoraggiato il divorzio, ma si è rivelata un guardiano assente quando è scoppiata la crisi.

Lo Stato ostaggio: l’isolamento mascherato da indipendenza

La mossa europea dell’Armenia non ha portato alla liberazione, ma all’accerchiamento. Il Paese che un tempo era in equilibrio tra potenze rivali si trova ora circondato da vicini sempre più ostili, che sfruttano la vulnerabilità strategica di Yerevan.

L’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian dell’agosto 2025 ha sintetizzato questo isolamento: l’Armenia ha concesso agli Stati Uniti i diritti esclusivi di sviluppo di un corridoio di transito attraverso il suo territorio sovrano, la “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Strada Trump per la pace e la prosperità internazionale). Questo contratto di locazione di 99 anni della provincia di Syunik non rappresenta un atto diplomatico, ma una capitolazione sotto pressione.

La Turchia, nonostante l’apertura senza precedenti di Pashinyan, mantiene la chiusura delle frontiere e rafforza i legami militari con l’Azerbaigian. La Dichiarazione di Shusha del 2021 ha formalizzato questo asse, creando miliardi di aiuti militari turchi che l’assistenza europea non può eguagliare.

Persino l’Iran, l’ultimo partner regionale dell’Armenia, ha rifiutato il progetto del corridoio, minacciando di bloccarlo “con o senza la Russia”. Teheran considera destabilizzante il pivot occidentale dell’Armenia, preferendo la prevedibile disfunzione dell’equilibrio regionale alle rotte di transito gestite dagli americani.

L’Armenia ha scambiato l’autonomia strategica con le promesse occidentali, solo per scoprire che l’isolamento si maschera male da indipendenza.

L’illusione da 270 milioni di euro: gli spiccioli dell’Europa per l’anima di una nazione

Le promesse economiche europee si sono dissolte sotto il vaglio matematico. Il fatturato del commercio esterodell’Armenia è crollato del 52,9% all’inizio del 2025, mettendo a nudo la fragilità di un’economia costruita su miraggi europei piuttosto che su basi sostenibili.

Gli 10 milioni di euro di aiuti militari del Fondo europeo per la pace, salutati come una svolta storica, servono ad acquistare tendopoli e attrezzature mediche. Il bilancio della difesa dell’Azerbaigian, pari a 5 miliardi di dollari, fa impallidire questo gesto simbolico con un rapporto di 350 a 1. Nel frattempo, l’Armenia ha firmato contratti disperati per la fornitura di armi con l’India per un valore di 1,5 miliardi di dollari, alla ricerca di alternative di sicurezza reali che l’Europa non è in grado di fornire.

Il crollo delle rimesse racconta la vera storia: i trasferimenti dai lavoratori armeni all’estero, prevalentemente in Russia, sono diminuiti drasticamente nel 2024 a causa del “fattore Russia”. Queste rimesse, che costituiscono oltre il 14% del PIL, rappresentano l’effettiva ancora di salvezza economica dell’Armenia, non le sovvenzioni europee distribuite su più anni.

Anche la diversificazione energetica rimane fittizia: l’Armenia importa l’87,5% del suo gas naturale dalla Russia attraverso gasdotti che l’Europa non può sostituire. La Banca Mondiale prevede un rallentamento della crescita dell’Armenia al 4,6% entro il 2026, poiché l’alternativa europea non riesce a concretizzarsi in una trasformazione economica sostenibile.

Punto di non ritorno: la Repubblica orfana

Sette anni dopo aver proclamato il suo destino europeo, l’Armenia si trova ad affrontare la dura realtà delle aspettative deluse. Il referendum sull’adesione all’UE ha ottenuto solo il 49% dei consensi, con il 31% che ha rifiutato di partecipare: un’apatia notevole nei confronti della presunta salvezza geopolitica dell’Armenia.

L’Armenia si trova di fronte all’impossibilità matematica di aderire contemporaneamente all’EAEU e all’UE, intrappolata in scelte binarie che eliminano la flessibilità strategica. Il dialogo sulla liberalizzazione dei visti, avviato in pompa magna, rimane in fase preliminare, mentre i confini dell’Armenia con la Turchia e l’Azerbaigian rimangono chiusi.

L’errore fondamentale del Paese è stato quello di perseguire l’allineamento ideologico piuttosto che la diversificazione pragmatica. L’Armenia ha abbandonato la diplomazia multivettoriale, l’attento equilibrio che ha sostenuto le piccole nazioni nel corso della storia, per la seducente promessa dell’integrazione occidentale, che si è rivelata strutturalmente incompatibile con la realtà geografica ed economica dell’Armenia.

La rivoluzione di Pashinyan prometteva la liberazione dai vincoli. Invece, ha prodotto un orfano strategico: una nazione politicamente isolata, economicamente dipendente dai partner che aveva alienato e territorialmente vulnerabile ai vicini che non può scoraggiare. L’Armenia ha scoperto che le buone intenzioni non possono sostituire la logica geografica e che gli accordi di partenariato non possono sostituire le garanzie di sicurezza.

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Crisi Baku-Mosca: facciamo il punto (EastJournal 16.09.25)

Ci eravamo già occupati, alcuni mesi fa, della crisi tra la Federazione Russa e l’Azerbaigian, nata in seguito allo schianto dell’aereo di Azerbaijan Airlines diretto a Grozny. Oggi, alla luce degli sviluppi più recenti, è il momento di fare il punto sulla situazione.

Sviluppi recenti

Innanzitutto, la notizia del rafforzamento della presenza militare russa in Armenia attraverso la base militare di Gyumri ha avuto ampia risonanza. La base – più conosciuta come la 102ª base militare – è la più grande installazione russa nella regione, istituita nel 1995 operativa fino al 2044. La Direzione principale dell’intelligence ucraina (HURha pubblicato un telegramma dell’attuale capo di stato maggiore del Distretto Militare Meridionale della Russia contenente l’ordine di “rafforzare” la base di Gyumri attraverso “ulteriori assunzioni di personale”.

Nonostante il rapporto ucraino, la portavoce del Ministero degli Esteri armeno ha smentito, affermando che: “In risposta a certi rapporti fabbricati che circolano sui media, la Repubblica d’Armenia ribadisce la propria posizione di principio, secondo cui il territorio della Repubblica d’Armenia non può essere utilizzato da Paesi terzi per compiere azioni militari contro nessuno degli Stati vicini.” Alcuni hanno interpretato la notizia come conseguenza delle relazioni tese tra Russia e Armenia, mentre altri l’hanno vista come una mossa volta a scoraggiare l’Azerbaigian con la minaccia di una potenziale escalation militare attraverso il territorio armeno.

A luglio, il presidente azero Ilham Aliyev ha annunciato che il Paese è pronto a intentare cause presso tribunali internazionali contro la Russia in merito allo schianto dell’aereo di Azerbaijan Airlines del 25 dicembre 2024.

Più recentemente, invece, secondo il media azero Minval, il capo della diaspora azera nella regione di Ivanovo in Russia è stato costretto a ritirare la propria candidatura alle elezioni municipali a causa di “una vasta campagna di denigrazione […] su basi etniche.” Episodio che, a detta di Baku, si inserisce nella scia delle numerose azioni e discriminazioni contro cittadini azeri in Russia.

Inoltre, come già menzionato in un precedente articolo, a seguito delle tensioni politiche tra Baku e Mosca, Aliyev ha ribadito il proprio sostegno all’Ucraina e ai legami economici e politici reciproci. Gli sviluppi in territorio ucraino hanno ulteriormente aggravato le relazioni con la Russia. In agosto, droni russi hanno colpito un deposito petrolifero nell’oblast di Odessa appartenente alla compagnia statale azera SOCAR, ferendo quattro dipendenti.

In seguito a tale evento, Zelensky e Aliyev hanno avuto una conversazione telefonica in cui hanno congiuntamente condannato i recenti attacchi e riaffermato la volontà di portare avanti la cooperazione energetica tra Ucraina e Azerbaigian. Zelensky ha sottolineato come gli attacchi siano diretti non solo contro le infrastrutture, ma anche contro la collaborazione bilaterale, mentre Aliyev ha garantito che i rapporti proseguiranno. I due Paesi intrattengono da anni legami stretti in ambito energetico e commerciale: Kyiv importa petrolio e gas da Baku, e la compagnia SOCAR ha ampliato i propri investimenti nelle infrastrutture ucraine. Prima dell’invasione russa del 2022, l’Azerbaigian aveva fornito anche equipaggiamenti militari, tra cui droni e veicoli blindati; dall’inizio della guerra, tuttavia, ha mantenuto una politica di non invio di armi, limitandosi a fornire assistenza umanitaria all’Ucraina sotto forma di attrezzature energetiche, sostegno finanziario e infrastrutturale, per un valore superiore ai 40 milioni di dollari.

Pochi giorni fa, l’8 settembre, il Servizio di Sicurezza Federale russo (FSB) ha dichiarato di aver arrestato un cittadino azero accusato di preparare un attentato contro edifici delle forze dell’ordine nello Stavropol’ su incarico dell’Ucraina.

Parallelamente, la Russia ha arrestato un uomo – di nazionalità ignota – e già ricercato dall’Azerbaigian per motivi legati al terrorismo. RIA Novosti ha aggiunto che le forze dell’ordine russe hanno ricevuto informazioni sul sospettato attraverso “canali di comunicazione urgenti contenenti una richiesta per la sua detenzione” e che Baku sembra intenzionata a richiedere l’estradizione. Questo mostra in qualche modo la prosecuzione delle relazioni in determinate circostanze.

Relazioni politiche vs economiche

Le relazioni economiche infatti continuano. Dal lato russo è stato dichiarato che i rapporti si stanno sviluppando positivamente sul piano economico e che i due Paesi sono in costante contatto. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha confermato questo orientamento, aggiungendo che la liberazione di 13 cittadini russi potrebbe rappresentare un passo importante verso la normalizzazione dei rapporti tra Mosca e Baku.

Lo stesso presidente russo, citato da Interfax, ha affermato che, nonostante i problemi esistenti tra Mosca e Baku, “i rapporti fondamentali tra Azerbaigian e Russia e l’interesse reciproco per il loro sviluppo metteranno infine ogni cosa al suo posto.” Ad esempio, le esportazioni russe di gas verso l’Azerbaigian hanno raggiunto i 141,6 milioni di metri cubi nel 2024.

Sviluppi regionali

Nell’ultimo mese hanno avuto luogo importanti sviluppi riguardanti il Caucaso meridionale e quindi anche il ruolo di Mosca nella regione.

L’8 agosto 2025, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev – insieme a Donald Trump – hanno firmato l’“Accordo sull’instaurazione della pace e delle relazioni interstatali tra la Repubblica d’Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian” come preludio di un possibile accordo di pace duraturo. L’accordo prevede che le parti rinuncino a ogni rivendicazione territoriale, si astengano dall’uso della forza e si impegnino a rispettare il diritto internazionale. Punto fondamentale è lo sviluppo e la costruzione del TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), di cui gli Stati Uniti hanno ottenuto i diritti esclusivi per i prossimi 99 anni. Si tratta di un corridoio commerciale che collegherà l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhchivan attraverso la regione armena Syunik. Ciò dovrebbe operare da deterrente da un’ulteriore invasione azera in territorio armeno.

L’accordo è dunque avvenuto senza la presenza di Mosca e ha portato alla dissoluzione del Minsk Group dell’OSCE – di cui la Federazione Russa era parte integrante –, che era stato il principale organo di mediazione tra Azerbaigian e Armenia durante il conflitto del Nagorno-Karabakh.

Per Mosca si tratta di una fase delicata, in cui cerca di preservare la propria presenza e il proprio controllo nella regione, ma che deve essere riconsiderata alla luce della crescente influenza dell’Azerbaigian e dell’Occidente. Una dinamica resa ancora più evidente dal (più o meno) progressivo avvicinamento tra Armenia e Azerbaigian e dal tentativo di normalizzare i rapporti tra Armenia e Turchia, processi che riducono il peso di Mosca nello scenario regionale. La crisi tra Baku e Mosca appare dunque come il sintomo di una più ampia rinegoziazione dei ruoli e delle sfere d’influenza nel Caucaso.

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La coltivatrice armena che ha mollato il lavoro fisso per fare agricoltura bio vicino Viterbo (Cibotodau 16.09.25)

Orto di Gelso è una piccolissima realtà agricola a Nepi, vicino Viterbo. Avviata dall’armena Hasmik Ghazaryan, che dopo aver lavorato nelle istituzioni internazionali oggi coltiva asparagi, fragole e frutta in regime biologico

Ameno di un’ora da Roma, a Nepi in provincia di Viterbo e in una zona collinare perfettamente collocata, tra boschi e coltivazioni, c’è una piccola azienda agricola seguita con attenzione artigianale. Si chiama Orto di Gelso e non è una tenuta di famiglia né una proprietà ereditata: è un campo cercato, scelto e avviato da sola, metro per metro, da Hasmik Ghazaryan, nata in Armenia, ma cresciuta nella Capitale. Niente grandi macchinari, niente serre né chimica nei campi: solo file ordinate di asparagi, una distesa compatta di fragole, alberi da frutto ancora giovani e un casale antico che aspetta di essere risistemato.

 

Hasmik Ghazaryan nell'orto
Hasmik Ghazaryan nell’orto

 

La storia di Hasmik Ghazaryan

Dietro la sua storia c’è un percorso che parte da molto lontano. “Sono nata in Armenia e cresciuta a Roma, dove sono arrivata qui con la mia famiglia all’età di sei anni. Dopo una laurea in filosofia, ha lavorato per oltre dieci anni in un’istituzione internazionale. Poi, una decisione radicale: lasciare un impiego stabile e strutturato per costruire qualcosa da zero, nella terra”, racconta. “Lavoravo in ufficio, ero soddisfatta ma pensavo all’agricoltura. Non avevo ancora un progetto chiaro, ma sapevo che volevo fare qualcosa di mio”. A 35 anni prende una decisione definitiva: cerca un terreno, non troppo lontano da Roma, da poter coltivare secondo principi sostenibili. Il terreno lo trova dopo molte ricerche: poco più di un ettaro e mezzo, soleggiato, in una zona con una lunga vocazione agricola. Non è terra facile né già pronta: manca l’acqua, le strutture sono minime, ma c’è una asparagiaia piantata da qualche anno e la possibilità concreta di iniziare.

 

L'Orto di Gelso
L’Orto di Gelso

 

Dagli asparagi alle fragole: il lavoro biologico e rigenerativi di Orto di Gelso

“Ho iniziato nel 2020, nel pieno del Covid. All’inizio facevo cassette di ortaggi per la consegna a domicilio, poi ho capito che dovevo concentrarmi su poche coltivazioni. Fare tutto da sola è complesso: ho scelto colture annuali più gestibili e con una buona resa”. Le due colture principali oggi sono asparagi e fragole. Gli asparagi sono piante longeve, che non richiedono semine continue e, se ben gestiti, resistono anche a condizioni difficili. “Per 4 anni non ho avuto acqua, irrigavo con serbatoi di emergenza. Gli asparagi tenevano, le fragole invece erano poche, ma di un gusto incredibile. L’acqua scarsa le concentrava”, ci spiega. Nel tempo, ha piantato quattromila fragole, affiancato un piccolo frutteto e innestato degli ulivi intercalati alle file di asparagi. “L’asparagiaia ha ancora qualche anno di produttività. Quando finirà, spero che gli ulivi siano già entrati in produzione. È un investimento lento, ma necessario”. L’orto iniziale, molto più esteso, oggi è stato ridimensionato a scala familiare.

 

Uno dei prodotti dell'orto
Uno dei prodotti dell’orto

Hasmik segue un metodo basato sull’osservazione e la cura del suolo. “In autunno le piante si seccano. Alcuni le tagliano subito, io le lascio come copertura naturale, per proteggere il terreno. Le taglio a fine inverno. Non uso concimi né trattamenti”. La sua agricoltura è completamente biologica e rigenerativa e il lavoro l’ha appreso da autodidatta: “Libri, ricerca, tentativi e confronti. Un aiuto importante arriva dalla Rete Agroecologica Microfarm Italia, una comunità di piccole aziende agricole che si supportano tra loro. Sono tutte realtà non convenzionali, che coltivano poco ma con grande attenzione. Qualunque domanda tu abbia, c’è sempre qualcuno pronto a rispondere”.

 

Hasmik Ghazaryan
Hasmik Ghazaryan

La vendita dei prodotti agricoli e progetti futuri

Nel 2024, dopo quattro anni dedicati interamente al campo, Hasmki prende un’altra decisione: rientrare temporaneamente al lavoro, accettando una consulenza. “Avevo bisogno di un’altra entrata. Continuo a seguire tutto, ma con l’aiuto di alcuni dipendenti stagionali riesco a reggere i mesi di punta e la produttività è aumentata”. La raccolta si concentra tra aprile e giugno, quando fragole e asparagi arrivano insieme. Oltre alla parte agricola, c’è un piccolo sogno in costruzione: ristrutturare il casale abbandonato nel terreno e avviare un progetto di agricampeggio, vista la presenza di un rudere che ha bisogno di fondi per essere ristrutturato. “È tutto ancora in fase di presentazione, ma vorrei che diventasse un luogo dove le persone possano fermarsi, vivere la campagna con semplicità, e magari partecipare alla raccolta”. Un modo per valorizzare la terra e garantire un reddito non solo agricolo.

 

Il team di Orto di Gelso
Il team di Orto di Gelso

 

Tutto quello che produce viene venduto direttamente a piccoli negozi di Roma, botteghe di quartiere, pastifici artigianali e ristoranti: “Collaboro con realtà che riconoscono il valore di questo lavoro. Non cerco quantità, ma relazioni. Ed è un modo per rimanere legata alla città anche da lontano”.


Storia dell’azienda agricola Orto di Gelso a Nepi
https://www.cibotoday.it/storie/agricoltura/orto-di-gelso-agricoltura-biologica-nepi-lazio.html
© CiboToday

L’udienza del Papa a Sua Santità Karekin II, Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli Armeni (OR e altri 16.09.25)

Stamane, martedì 16 settembre, Leone XIV ha ricevuto a Castel Gandolfo il Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II. L’incontro è avvenuto presso Villa Barberini, dove il Pontefice si trova da ieri sera


Il catholicos degli armeni Karekin II in udienza da Leone XIV: focus sulla pace

Il Papa ha ricevuto questa mattina il patriarca a Castel Gandolfo. Karekin II ha invitato il Pontefice a visitare l’Armenia; ribadita, poi, la necessità della pace. È il quarto Papa che il catholicos incontra, sin dalla prima udienza con Giovanni Paolo II nel 2000, a cui sono seguite le udienze con Benedetto XVI e con Francesco. Oggi pure l’incontro con i cardinali Koch e de Mendonça e la tappa a Santa Maria Maggiore, con la preghiera alla tomba di Papa Francesco

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

È il primo incontro con Leone XIV, il quarto con un Pontefice sin dalla sua elezione avvenuta venticinque anni fa. Karekin II, catholicos di tutti gli armeni, è stato ricevuto dal Papa questa mattina, 16 settembre. L’udienza si è svolta a Villa Barberini, la residenza papale a Castel Gandolfo, dove Leone si è recato da ieri sera. Un incontro avvenuto in “un clima fraterno e cordiale, durante il quale sono state discusse diverse questioni ecclesiali e il patriarca armeno ha posto l’accento sulla sorte degli armeni dell’Artsakh”, come spiega in un colloquio telefonico con la redazione armena di Radio Vaticana – Vatican News il rappresentante della Chiesa Apostolica Armena di Etchmiadzin presso la Santa Sede, l’arcivescovo Khajag Barsamian.

Il patriarca ha rivolto al Papa l’invito a visitare l’Armenia – spiega ancora Barsamian – ed entrambi hanno ribadito la necessità della pace. Una pace basata sulla giustizia, come ha sottolineato Karekin II.

Gli incontri con i capi Dicastero e la visita alla tomba di Papa Francesco

Insieme al catholicos erano presenti tutti i membri della delegazione che lo hanno accompagnato in questa tappa a Roma. Tutti si sono poi trasferiti in Vaticano, dove il patriarca ha incontrato il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Nel programma della giornata, anche una visita a Santa Maria Maggiore: nella Basilica papale, Karekin II ha voluto rendere omaggio a Papa Francesco, con il quale aveva instaurato un rapporto di dialogo e amicizia, pregando dinanzi alla sua tomba. Ha poi sostato dinanzi all’icona della Salus Populi Romani.

La Dichiarazione firmata con Giovanni Paolo II

Quello di oggi in Vaticano che segna, dunque, il primo incontro tra Papa Leone XIV Karekin II, la cui prima visita a Roma risale al 9 e 10 novembre del 2000, quando, allora neo eletto catholicos di tutti gli armeni, fu ospite di San Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000.  Durante quella visita, sulla scia della dichiarazione firmata da San Paolo VI e Sua Santità Vasken I il 12 maggio 1970, fu siglata una Dichiarazione Congiunta: un passo del cammino, ancora in corso, per ristabilire la piena comunione tra le due Chiese.

“Noi confessiamo insieme la nostra fede in Dio Trino e nel solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, diventato uomo per la nostra salvezza. Noi crediamo anche nella Chiesa Una, Cattolica, Apostolica e Santa. La Chiesa, quale Corpo di Cristo, è infatti una e unica. Questa è la nostra fede comune, basata sugli insegnamenti degli Apostoli e dei Padri della Chiesa”, recitava la Dichiarazione. “Continuiamo a pregare per la comunione piena e visibile tra di noi”, si legge nel testo, in cui si ribadisce la “missione comune”, ovvero “insegnare la fede apostolica e testimoniare l’amore di Cristo per ogni essere umano, specialmente per coloro che vivono in circostanze difficili”.

Durante quella visita, Giovanni Paolo II consegno a Karekin le reliquie di San Gregorio l’Illuminatore. Un anno dopo, dal 25 al 27 settembre 2001, il Pontefice polacco volle visitare l’Armenia e celebrare il 1700° anniversario della dichiarazione del Cristianesimo come religione di Stato. Fu il primo Papa a toccare la terra armena. E le reliquie di San Gregorio furono consegnate anche al patriarca della Grande Casa di Cilicia degli Armeni, Aram I, e all’allora patriarca armeno cattolico, Sua Beatitudine Nerses Bedros XIX Tarmouni.

Gli incontri con Benedetto XVI e Francesco

Karekin II tornò in Vaticano dal 6 al 9 maggio 2008, su invito di Benedetto XVI, per partecipare ad una celebrazione ecumenica presieduta dal Papa. Poi di nuovo il 12 aprile del 2015, quando il Pontefice regnante era Francesco che volle il capo della Chiesa Armena della sede di Etchmidazin al suo fianco durante la Messa celebrata nella Basilica di San Pietro in memoria dei martiri armeni del 1915. Durante quella celebrazione, Papa Francesco proclamò San Gregorio di Narek dottore della Chiesa Universale. Un momento di grande significato per tutta la Chiesa armena.

Sul solco di Wojtyla, anche Bergoglio si recò dal 24 al 26 giugno 2016 in Armenia. Il “primo Paese cristiano” – come recitava il motto del viaggio apostolico – che il Papa argentino volle onorare nel 2018, quando nei Giardini Vaticani inaugurò una statua di San Gregorio di Narek. Karekin II era presente quel giorno, insieme anche all’allora presidente della Repubblica di Armenia, Serzh Sargsyan.

Lo stesso anno, ma ad ottobre, Karekin II visitò nuovamente Papa Francesco e incontrò numerosi esponenti della Curia Romana. Un altro incontro si è svolto nel settembre 2020 e in quell’occasione il catholicos aveva presentato al Papa la situazione creatasi a seguito delle operazioni militari contro l’Artsakh. Sottolineava quindi l’importanza degli appelli del Pontefice per porre fine al conflitto e per il ristabilimento della pace.

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Leone XIV invitato in Armenia da Karekin II, tra i temi dell’incontro la violenta crisi tra la Chiesa armena e il premier Pashinyan (Il Messaggero)

Papa Leone XIV ha incontrato il Catholicos armeno Karekin II (Aci Stampa)

“Pace fondata sulla giustizia”: l’incontro tra Papa Leone e il Catholicos degli armeni Karekin II (AciStampa)

Papa Leone XIV ha incontrato Karekin II (Lavocedelpopolo)

Il Patriarca Armeno invita Papa Leone XIV a visitare l’Armenia: l’incontro a Castel Gandolfo (Ewtn)


Leone XIV riceve Karekin II: tracciato un cammino comune di fraternità (In Terris)

Festival internazionale del cinema e delle arti. Appuntamento dedicato al Cinema della diaspora armena. NordestNews 15.09.25)

La XXIV edizione de I Mille Occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti giunge mercoledì 17 settembre alla sua giornata conclusiva al Cinema Ariston, con un intreccio di memorie storiche, riscoperte autoriali e omaggi letterari. Un percorso che attraversa il cinema della diaspora armena, le sperimentazioni del concorso internazionale, le radici irlandesi di Hitchcock e le pagine di Leonardo Sciascia trasposte sul grande schermo.

La giornata si apre alle 14.30 con il secondo appuntamento dedicato al Cinema della diaspora armena. Dopo aver presentato le radici di un cinema transnazionale nato dalla necessità di dare forma a un’identità segnata dal genocidio e dall’esilio, il festival propone due opere fondamentali. Uomini, anni, vita (Italia, 1990, 70’) di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che hanno saputo trasformare i materiali d’archivio in uno strumento di riflessione sull’identità armena, dalle lacrime del 1915 alle immagini del realismo socialista. E Arménie 1900 (Francia, 1981, 13’) di Jacques Kébadian, un album di famiglia immaginario, costruito con fotografie, incisioni, lettere e disegni, che restituisce lo sguardo di un bambino armeno alla vigilia del genocidio.

Alle 16.00 spazio al Concorso internazionale – Cinema sul cinema, con Relâmpagos de críticas murmúrios de metafísicas (Brasile, 2024, 148’) di Rodrigo Lima e Júlio Bressane. Un mosaico vibrante che ripercorre la storia del cinema brasiliano attraverso 48 opere, dal 1898 al 2022. Un itinerario visivo che intreccia epoche, stili e sensibilità, omaggiando la settima arte con un approccio libero e affettuoso, capace di riportare in vita atmosfere e intuizioni dimenticate. Julio Bressane (Rio de Janeiro, 1946) esordisce giovanissimo nel cinema, dopo le prime esperienze come assistente di registi del Cinema Novo. Con opere come O Anjo Nasceu inaugura il cosiddetto Cinema Marginal, segnato da rottura e sperimentazione, e nel 1970 fonda con Rogério Sganzerla e Helena Ignez la casa di produzione Belair, presto osteggiata dalla dittatura militare. Dopo anni di esilio e marginalità, i suoi film tornano ad essere accolti nei festival internazionali con crescente successo.

Alle 18.45 ritorna la sezione Young and Innocent: il cinema interminabile dei cineasti più grandi con Juno and the Paycock (Giunone e il pavone, UK 1929, 85’) di Alfred Hitchcock. Realizzato nel passaggio dal muto al sonoro, il film segna l’unico incontro del maestro inglese con la tradizione irlandese, anticipando John Ford nel confronto con i testi di Seán O’Casey. Tra teatro e cinema, Hitchcock costruisce un’opera rigorosa e sorprendente, dove l’individuo resta solo di fronte alla storia sociale.

La chiusura della giornata, alle 21.00, è dedicata a Una storia semplice? Leonardo Sciascia e il cinema. In programma Il giorno della civetta (Italia, 1968, 108’) di Damiano Damiani, con Claudia Cardinale e Franco Nero. Tratto dal celebre romanzo del 1961, il film racconta l’indagine dell’ufficiale dei Carabinieri Carlo Bellodi sull’omicidio di un impresario edile, aprendo il discorso cinematografico del regista friulano sul rapporto tra Sicilia e mafia. Un’opera che unisce impegno civile e potenza narrativa, ancora oggi attualissima.

Questa di mercoledì 17 settembre è l’ultima giornata di proiezioni al Cinema Ariston, ma il festival avrà una significativa coda: Relâmpagos de críticas murmúrios de metafísicas di Lima e Bressane sarà infatti trasmesso sabato 20 settembre alle 0.50 all’interno di Fuori Orario su Rai 3, lo storico programma notturno amato dai cinefili che dal 1988 accompagna la scoperta del cinema invisibile.

Tutte le proiezioni sono a ingresso gratuito.

Mercoledì 18 settembre 2025

14.30
Il cinema della diaspora armena
Uomini, anni, vita di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi
Italia 1990, 70’
Arménie 1900 di Jacques Kébadian
Francia 1981, 13’

16.00
Concorso internazionale – Cinema sul cinema
Relâmpagos de críticas murmúrios de metafísicas di Rodrigo Lima, Júlio Bressane Brasile 2024, 148’

18.45
Young and Innocent: il cinema interminabile dei cineasti più grandi
Juno and the Paycock di Alfred Hitchcock Giunone e il pavone, UK 1929, 85’

21.00
Una storia semplice? Leonardo Sciascia e il cinema
Il giorno della civetta di Damiano Damiani
Italia 1968, 108’
con Claudia Cardinale e Franco Nero

I mille occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti

è realizzato da

Associazione Culturale Anno Uno

con il contributo di

Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Assessorato alla Cultura

IOSONOFRIULIVENEZIAGIULIA

con la main partnership di

La Cineteca del Friuli

con la collaborazione di

Cineteca di Bologna, Istituto Luce – Cinecittà, Svenska Fiminstitutet, BFI, Kinoatelje – Cross-Border Film Festival – Poklon Viziji, Fuori orario, Rai 3, CSC – Cineteca Nazionale, CSC – Centro Studi Cinematografici, Trieste Film Festival – Alpe Adria Cinema, Casa del Cinema di Trieste

KINO BASAGLIA è realizzato all’interno di GO!2025 NOVA GORICA-GORIZIA

 

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Lotta di potere in Armenia: Chiesa, Stato e la battaglia per le reti elettriche (Max21 15.09.25)

Repressione scatenata da una disputa ecclesiastica

In Armenia si sta consumando un confronto ad alto rischio, dove il governo del primo ministro Nikol Pashinyan ha deciso di nazionalizzare la principale azienda elettrica del Paese nel quadro di una repressione contro importanti critici. Lo scontro è scoppiato nel giugno 2025 dopo che Samvel Karapetyan, miliardario filantropo russo-armeno e proprietario della Electric Networks of Armenia (ENA), ha difeso pubblicamente la Chiesa apostolica armena contro quella che ha definito una “campagna” di pressione da parte del governo (vedi la nostra inchiesta sulla controversa campagna di Pashinyan contro la Chiesa). Le dichiarazioni di Karapetyan, rilasciate il 17 giugno a sostegno del Catholicos (Patriarca) della Chiesa, hanno provocato una risposta furiosa da parte di Pashinyan. Nel giro di poche ore, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella villa di Karapetyan a Yerevan e il giorno successivo è stato arrestatocon l’accusa di aver incitato al rovesciamento violento del governo. I suoi avvocati hanno condannato l’accusa (ai sensi dell’articolo 422 del codice penale) come infondata e motivata da ragioni politiche – “una catena di illegalità”, secondo le parole dell’avvocato Armen Feroyan.

L’arresto di Karapetyan ha segnato una drammatica rottura: fino a poco tempo fa, era considerato un sostenitore dietro le quinte di Pashinyan. Ma la sua decisione di rompere le righe in difesa della Chiesa, una delle più antiche istituzioni nazionali dell’Armenia, sembra averlo reso un bersaglio. In un’intervista rilasciata poco prima del suo arresto, Karapetyan ha criticato aspramente una “piccola cricca” all’interno del governo per aver attaccato la Chiesa, promettendo“Sono sempre stato dalla parte della Chiesa armena… Se i leader politici falliscono, interverremo a modo nostro”. Pashinyan ha risposto con post incendiari sui social media che molti hanno interpretato come diretti a Karapetyan e al clero. «Perché i prostituti “ecclesiastici” e i loro prostituti “benefattori” sono diventati così attivi? Non c’è problema, li disattiveremo… per sempre“, ha scritto il primo ministro su Facebook. Tali volgari attacchi hanno scioccato gli osservatori, compresa la Santa Sede di Etchmiadzin (la sede della Chiesa), che ha condannato l’arresto di Karapetyan come ”chiaramente motivato da ragioni politiche“ e ”illegale”.

Accelerare l’acquisizione di un’azienda di servizi pubblici

La tempistica degli eventi ha destato allarme sulle motivazioni di Pashinyan. Poche ore dopo l’arresto di Karapetyan, il 18 giugno, Pashinyan è tornato su Facebook, questa volta per dichiarare che “è giunto il momento di nazionalizzare l’ENA”, promettendo che il processo sarebbe avvenuto “rapidamente”. Ha esortato il personale dell’ENA a continuare a lavorare con diligenza, lasciando intendere che presto lo Stato avrebbe assunto il controllo. La giustificazione ufficiale del governo era che i proprietari privati dell’ENA avevano gestito male la rete elettrica, causando presunti blackout e persino una “crisi energetica” per “fomentare disordini”. Pashinyan ha affermato di aver ordinato una revisione dell’ENA settimane prima e di aver riscontrato gravi disservizi dovuti a una cattiva gestione. Tuttavia, i critici ritengono chequesta versione sia solo una cortina fumogena per giustificare una ritorsione. Sostengono che la mossa di Pashinyan miri a punire Karapetyan per il suo dissenso e a lanciare un messaggio intimidatorio ad altre figure di spicco o investitori che potrebbero sfidare il governo.

Ciò che seguì fu una fretta spinta alla legalizzazione dell’espropriazione. Il 2 luglio, il parlamento controllato da Pashinyan approvò frettolosamente un disegno di legge che consentiva al governo di “assumere temporaneamente” la gestione dell’ENA e di imporne la vendita entro tre mesi. Il processo è stato altamente politicizzato: economisti, parlamentari dell’opposizione e persino osservatori internazionali avevano messo in guardia contro una misura così drastica, ma le loro cautele sono state ignorate quando il partito al potere, Contratto Civile, ha fatto approvare il disegno di legge. La nuova legge sull’energia ha conferito alle autorità di regolamentazione il potere di nominare un management statale presso l’ENA in attesa di un’acquisizione forzata. Infatti, nel giro di pochi giorni, il “direttore ad interim” scelto a puntino dal governo, Romanos Petrosyan, fedele alleato di Pashinyan, è stato approvato dalla Commissione di regolamentazione dei servizi pubblici. Petrosyan non ha perso tempo: ha licenziato l’amministratore delegato ad interim dell’ENA e ha iniziato a riorganizzare il personale, azioni che la leadership estromessa dell’ENA ha denunciato come illegali.

Le figure dell’opposizione e il campo di Karapetyan insistono sul fatto che la campagna di nazionalizzazione è punitiva. Sottolineano che l’ENA, il monopolio della distribuzione dell’elettricità in Armenia, era stata privatizzata all’inizio degli anni 2000 per migliorarne l’efficienza ed era stata acquisita dal Tashir Group di Karapetyan nel 2015, dopo che il precedente proprietario russo aveva incontrato difficoltà a causa delle proteste pubbliche. Per quasi otto anni, l’ENA ha operato senza che il governo tentasse di rinazionalizzarla. “Se il governo aveva gli strumenti o l’intenzione di abbassare i prezzi [dell’elettricità], ha avuto sette anni per farlo”, ha commentato con sarcasmo l’economista Suren Parsyan, sostenendo che incolpare ora l’ENA per l’aumento delle tariffe energetiche sotto la guida di Pashinyan è disonesto. Un altro economista, Haykaz Fanyan, ha avvertito che “avviare un processo di nazionalizzazione forzata, soprattutto senza indennizzi, danneggerà gravemente la fiducia degli investitori”, segnalando alle imprese nazionali e internazionali che “i diritti di proprietà e i contratti non sono protetti in Armenia”. Tali preoccupazioni sono ampiamente condivise dalla comunità imprenditoriale armena. Vache Gabrielyan, ex vice primo ministro e decano dell’Università Americana dell’Armenia, ha osservato che la “nazionalizzazione” non esiste nemmeno nell’attuale legislazione armena, il che significa che il governo stava scrivendo nuove regole al volo. “C’è un rischio reale di arbitrato internazionale se questo processo procede senza una chiara giustificazione giuridica”, ha avvertito Gabrielyan alla fine di giugnocivilnet.am – un avvertimento che si è presto rivelato profetico.

Il tribunale arbitrale mette un freno

Con una svolta drammatica, il 22 luglio un tribunale arbitrale internazionale di Stoccolma è intervenuto per fermare l’acquisizione dell’ENA da parte del governo armeno. La famiglia Karapetyan, proprietaria dell’ENA attraverso una holding registrata a Cipro, aveva presentato una richiesta urgente ai sensi del trattato bilaterale di investimento tra Armenia e Cipro. L’Istituto di arbitrato della Camera di commercio di Stoccolma (SCC) si è pronunciato a loro favore, emettendo una decisione d’urgenza che ordina a Yerevan di “astenersi dall’applicare” la nuova legge di nazionalizzazione all’ENA e di interrompere qualsiasi ulteriore misura volta a sequestrare la società. In sostanza, il tribunale ha sospeso la mossa di potere di Pashinyan. Ha messo in discussione il rispetto da parte del governo dell’accordo di protezione degli investimenti del 1995 tra Armenia e Cipro, giudicando la legge sull’energia approvata in fretta e furia potenzialmente illegale secondo il diritto internazionale. Gli arbitri hanno avvertito che, senza un provvedimento immediato, gli investitori potrebbero subire un danno irreparabile, perdendo il controllo dell’ENA in un modo che potrebbe rendere inadeguato qualsiasi risarcimento futuro.

Questo verdetto dimostra che la giustizia esiste nel mondo e non viene applicata tramite Facebook, come avviene attualmente in Armenia”, ha dichiarato Narek Karapetyan, nipote di Samvel e presidente del consiglio di amministrazione dell’ENA, salutando con favore la decisione del tribunale. L’osservazione tagliente ha sottolineato come la propensione di Pashinyan alla politica via Facebook – in questo caso, l’annuncio di una grande espropriazione tramite i social media – abbia ricevuto una reprimenda fondata sullo Stato di diritto. Narek Karapetyan ha affermato che la sentenza invalida qualsiasi modifica alla struttura gestionale dell’ENA. Infatti, ordinando all’Armenia di non applicare la controversa legge, la SCC ha di fatto contestato la legittimità della nomina di Petrosyan e la destituzione dei dirigenti dell’ENA. (Il CEO licenziato, Davit Ghazinyan, ha definito illegale la sua rimozione e la sta contestando).

La reazione del governo armeno è stata di sfida, anche se piuttosto opaca. L’ufficio di Pashinyan ha rilasciato una dichiarazione in cui insisteva di “rispettare la decisione”, ma sosteneva che la presa di controllo ad interim della direzione dell’ENA andava oltre la portata della sentenza. Il governo ha fatto riferimento alle leggi armene e ai trattati internazionali sul riconoscimento delle sentenze arbitrali, lasciando intendere che potrebbe ritardare o contestare l’esecuzione. In pratica, i funzionari hanno segnalato che non avrebbero revocato la nomina di Petrosyan a direttore ad interim dell’ENA, scegliendo di fatto quali parti della sentenza straniera rispettare. Questa posizione ha suscitato aspre critiche. “L’ufficio di Pashinyan, con il suo ormai familiare stile di interpretazione selettiva, ha affermato che la sentenza non limita la sua nomina… eludendo il contenuto della sentenza”, ha accusato un editoriale del giornale di opposizione Oragark. L’episodio, secondo molti osservatori, è una prova dell’impegno dell’Armenia nei confronti del diritto internazionale“L’Armenia è ancora vincolata dai trattati internazionali e non può operare come un feudo senza legge”, ha scritto Oragark, sottolineando che la decisione di Stoccolma “afferma che ci sono dei limiti all’arroganza di Pashinyan”.

Ripercussioni internazionali e rischi futuri

L’aggressiva campagna del governo Pashinyan contro Karapetyan e la Chiesa armena sta portando l’Armenia in acque inesplorate. Se Yerevan sfida l’ordine dell’arbitrato internazionale e procede con l’espropriazione dell’ENA, dovrà affrontare diverse gravi ripercussioni:

  • Sanzioni legali e finanziarie: la violazione di un trattato bilaterale sugli investimenti potrebbe alla fine portare a un ingente risarcimento danni a carico dell’Armenia. Se il governo ignora la sentenza provvisoria della SCC e un arbitrato definitivo ordina successivamente all’Armenia di risarcire la società di Karapetyan, il mancato pagamento potrebbe comportare il sequestro dei beni dello Stato armeno all’estero ai sensi della Convenzione di New York. Tali battaglie legali sono costose e potrebbero compromettere l’affidabilità creditizia dell’Armenia.
  • Fuga degli investitori: La saga dell’ENA ha già mandato onde d’urto nella comunità imprenditoriale armena. Lo spettacolo di un’azienda redditizia e strategica sequestrata in un’“imboscata parlamentare” è esattamente lo scenario che spaventa gli investitori. Come ha osservato l’economista Fanyan, i diritti di proprietà appaiono ora insicuri. Sia le multinazionali che gli investitori della diaspora potrebbero ridimensionare i loro piani, temendo interferenze politicizzate o una vera e propria nazionalizzazione in futuro. Ciò potrebbe minare la crescita economica dell’Armenia e i suoi sforzi per attrarre investimenti stranieri.
  • Isolamento diplomatico: Pashinyan si è presentato come un riformatore allineato ai valori democratici occidentali, ma la repressione mina la credibilità internazionale dell’Armenia. I partner occidentali hanno finora mantenuto un profilo basso, ma la pressione sta aumentando. In un recente editoriale, l’ex ministro degli Esteri Vartan Oskanian ha avvertito che l’Europa non deve rimanere in silenzio mentre “l’Armenia… sprofonda sempre più nell’autoritarismo”. Il protrarsi della repressione potrebbe compromettere le relazioni dell’Armenia con l’UE e gli Stati Uniti, minacciando potenzialmente gli aiuti esteri o i programmi di cooperazione. Inoltre, espone Yerevan all’accusa di doppia morale: cercare il sostegno internazionale contro l’aggressione dell’Azerbaigian, mentre nel proprio paese si violano le norme giuridiche internazionali.
  • Polarizzazione interna e instabilità: sul piano interno, queste azioni costituiscono un precedente preoccupante. L’uso delle istituzioni statali per colpire i rivali politici ed economici mina la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto. La fragile democrazia armena ha già vissuto situazioni simili: anche i governi precedenti hanno dovuto affrontare accuse di giustizia selettiva, qualcosa che Pashinyan aveva promesso di riformare. Ora, concentrando il potere ed emarginando gli oppositori, la sua amministrazione rischia di alimentare la disillusione popolare. Sono già state organizzate proteste di massa da parte dei gruppi di opposizione che chiedono il rilascio di Karapetyan e la fine della “politica della vendetta”. Se la situazione dovesse aggravarsi, i disordini interni potrebbero destabilizzare ulteriormente il Paese in un momento in cui deve affrontare anche sfide di sicurezza esterna.

Un momento critico per lo Stato di diritto in Armenia

Il tentativo di nazionalizzare Electric Networks of Armenia – e la più ampia repressione che lo circonda – è diventato una prova del nove per la democrazia e la governance dell’Armenia. Da un lato, il governo Pashinyan insiste nel sostenere che sta difendendo l’interesse nazionale, sradicando un oligarca che, secondo loro, stava minando lo Stato. Dall’altro lato, un coro di voci dell’opposizione, leader della società civile, economisti indipendenti ed esperti internazionali vedono questa mossa come un grave abuso di potere, una regressione verso tattiche autoritarie sotto le spoglie della “nazionalizzazione” economica.

“Imitando la logica dei regimi autoritari, la leadership armena… approfondisce la sfiducia interna nelle istituzioni democratiche”, avverte l’analista politico Tigran Grigoryan. Il caso ENA, sostiene, dimostra che strumentalizzare il sistema giudiziario per obiettivi di fazione “non rafforza la sovranità, ma la indebolisce”. Infatti, lungi dal rafforzare l’indipendenza dell’Armenia, la campagna contro Karapetyan e la Chiesa potrebbe minare le stesse fondamenta dello Stato di diritto che garantiscono la sovranità dell’Armenia sulla scena mondiale.

Per ora, l’ingiunzione del tribunale di Stoccolma ha lanciato un’ancora di salvezza ai proprietari dell’ENA e ha creato un confronto tra il diritto interno armeno e gli obblighi internazionali. L’amministrazione Pashinyan si trova di fronte a una scelta difficile: procedere con l’acquisizione dell’ENA nonostante la sentenza, segnalando così che, sotto la sua guida, la convenienza politica interna prevale sui trattati, oppure fare marcia indietro e cercare una soluzione legale, a costo di un imbarazzo politico. La sua scelta avrà ripercussioni che andranno ben oltre questa singola azienda. Come ha scritto la redazione di Oragark, «La battaglia per l’ENA non riguarda solo l’elettricità. Riguarda… se la legge inizia e finisce con il feed Facebook di un uomo».

In un paese in cui le conquiste democratiche sono state ottenute con fatica, il mondo sta ora osservando come l’Armenia affronterà questo bivio. Sosterrà i principi di legalità e pluralismo che professa o scivolerà ulteriormente verso un governo personalizzato che non tollera il dissenso? L’esito definirà non solo il clima degli investimenti e la posizione internazionale dell’Armenia, ma anche l’integrità delle sue istituzioni interne. E come dimostra la saga dell’ENA, tali istituzioni – dalla Chiesa ai tribunali – sono messe alla prova come mai prima d’ora sotto il mandato di Pashinyan. Le prossime settimane saranno cruciali per determinare se l’Armenia farà un passo indietro da questo precipizio o se precipiterà in una crisi politica ancora più profonda, causata da lei stessa.

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I Giovani Turchi e il genocidio armeno nelle pagine di Lawrence d’Arabia (Sololibri 14.09.25)

Merita un’approfondita analisi la descrizione del movimento dei Giovani Turchi inserita da Thomas Edward Lawrence (1888-1935) nella sua opera più nota, “I sette pilastri della saggezza”, del 1922. Lo scrittore, passato alla storia come “Lawrence d’Arabia”, riconobbe con lucidità il ruolo di questa forza politica nell’ultima fase dell’esistenza dell’impero ottomano, e denunciò presso i lettori europei l’orrore del genocidio armeno.

Riccardo Pasqualin
Pubblicato il 14-09-2025

I Giovani Turchi e il genocidio armeno nelle pagine di Lawrence d'Arabia

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Thomas Edward Lawrence (1888-1935), noto a tutti come “Lawrence d’Arabia”, fu un testimone privilegiato e controverso della sua epoca. Ufficiale di collegamento con le forze ribelli durante la rivolta araba contro l’impero ottomano (1916-1918), lo scrittore britannico ci ha lasciato un racconto di straordinario valore storico e letterario nella sua opera I sette pilastri della saggezza (Seven Pillars of Wisdom).
In questo libro del 1922, senza porsi come il vero protagonista degli eventi bellici, Lawrence non si limitò a raccontare i fatti, ma ne offrì delle interpretazioni personali e interessanti, in cui passaggi intrisi di passione e di spirito “tardo-romantico” si alternano a riflessioni più distaccate e razionali. Presentando il libro, l’autore scrisse che

La sua intenzione è di razionalizzare la campagna araba, perché tutti possano capire che il successo fu naturale e inevitabile, indipendente o quasi da direttive o cervello, e meno ancora dall’aiuto esterno di pochi Inglesi. Fu una guerra araba, condotta e guidata dagli Arabi, per un fine arabo, in Arabia.

Lawrence e il sostegno al risveglio nazionale arabo

Studioso della storia e della cultura araba, Lawrence si immerse nella conoscenza di un mondo lontano dal suo, ma la sua prospettiva rimase segnata dal fascino per l’esotico tipico della borghesia europea del suo tempo. Pur vivendo a stretto contatto con i musulmani, Lawrence non seppe mai cogliere quale seria minaccia l’islam rappresenti per la civiltà. Affascinato dall’idea di un risveglio nazionale arabo, ne fu un fervente sostenitore e vide nell’abbattimento dell’impero ottomano un’opportunità di emancipazione. Non comprese, tuttavia, come la fine della dominazione turca avrebbe spianato la strada per la nascita in Arabia di un regime ancor più oscurantista e pericoloso.
Stando alle sue stesse parole, sembra di poter intendere che il narratore fosse convinto che, una volta raggiunta l’indipendenza, gli arabi sarebbero vissuti in pace col resto del mondo, trasformandosi gradualmente in innocui capitalisti:

Un altro motivo di lagnanza delle città derivava dalla questione della legge. Il codice civile turco era stato abolito, ed era tornata l’antica legge religiosa, la rigida legge coranica del cadì arabo. A suo tempo, ci spiegò Abdulla con un sorriso, avrebbero scoperto nel Corano anche le massime e le sentenze necessarie per adeguarlo alle esigenze della finanza moderna, dal commercio bancario agli scambi di valuta.

Ma constatando ogni giorno come proprio dalla Penisola Arabica giungano in tutto il globo ingenti fondi per finanziare il terrorismo musulmano e l’islamizzazione, oggi, a distanza di poco più di un secolo, possiamo osservare quanto siano state gravi le sottovalutazioni di Lawrence (e di tanti personaggi suoi contemporanei e più potenti di lui).
Egli si lasciò andare a parole di inaudita ingenuità, che paiono ridurre scenari geopolitici complessi alle fantasie di un sognatore:

Volevo creare una Nazione nuova, ristabilire un’influenza defunta, offrire a venti milioni di Semiti la base sulla quale costruire un ispirato edificio di sogni per il loro pensiero nazionale. Un fine così nobile fece richiamo alla loro congenita nobiltà di sentimenti, e li convinse ad assumersi una parte generosa nelle vicende.

Le potenze coloniali, che si spartirono il dominio sui continenti, avrebbero potuto sradicare l’islam dai territori soggetti al loro controllo, portando così condizioni di pace e stabilità in numerose aree del mondo. Tuttavia, privilegiando esclusivamente il profitto economico immediato, scelsero di non intraprendere azioni tanto impegnative. Cooptarono le élite religiose musulmane per mantenere l’ordine e legittimare il proprio potere, che mirava solo al controllo economico e strategico dei territori. Inoltre il lungo contatto con le popolazioni musulmane non produsse in Europa una reale comprensione critica della loro cultura e della loro religione, tanto che a partire dal secondo dopoguerra si è diffusa tra i progressisti l’illusione che tali comunità fossero facilmente integrabili. Ma un segnale emblematico della grave ingenuità europea, destinata a rivelarsi autolesionista, si ebbe già nel 1926, quando il governo francese fece edificare la ’Grande moschea di Parigi’ quale gesto di ’riconoscenza’ verso i soldati musulmani provenienti dalle colonie, che combattendo durante la Prima Guerra mondiale “in difesa della Francia” avevano collaborato all’autodistruzione del continente.

Lawrence e la comparsa sulla scena politica del movimento dei Giovani Turchi

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Tornando a Lawrence, una riduzione de I sette pilastri della saggezza, pubblicata nel 1927 con il titolo La rivolta nel deserto, rese più accessibili a un vasto pubblico le vicende e i pensieri dello scrittore, contribuendo a consolidare il mito dell’avventuriero e “cronista” delle trasformazioni vissute dal Medio Oriente durante la Grande Guerra. A causa della complessa vicenda editoriale del testo, è invece rimasto a lungo inedito un intero capitolo de I sette pilastri in cui l’autore ammette la sua profonda amarezza per il tradimento del progetto di un vasto stato arabo da parte delle potenze vincitrici.
Il presente articolo – citando la traduzione pubblicata da Walter Mauro (1925-2012) per Newton nel 1995 – tratterà proprio delle osservazioni di Lawrence riguardo il profondo cambiamento avvenuto in Anatolia con la comparsa sulla scena politica del movimento dei Giovani Turchi (Genç Türkler), ispirato alla Giovine Italia di Mazzini.

Lo scrittore inizia a trattare questo argomento nel quarto capitolo de I sette pilastri:

venne la rivoluzione turca [luglio 1908], la caduta di Abdul Hamid [1842-1918, deposto nel 1909], la conquista del potere da parte dei ’Giovani Turchi’. Per qualche tempo, per gli Arabi l’orizzonte si allargò. Il movimento dei ’Giovani Turchi’ si opponeva alla vecchia concezione gerarchica dell’islam e alle teorie panislamiche del deposto Sultano, il quale, essendosi autonominato direttore spirituale del mondo islamico, voleva diventarne (senza possibilità di appello) anche capo spirituale. I giovani rivoluzionari si ribellarono e lo gettarono in prigione, spinti dalla fede nelle teorie costituzionali di uno stato sovrano.

Abdul-Hamid II aveva compreso che le sue riforme non sarebbero riuscite a unificare le diverse popolazioni dell’impero sotto una comune identità “ottomana”, gli sarebbe stato impossibile costruire un nazionalismo credibile, e quindi cercò di elaborare una nuova strategia ideologica, facendo leva sul fatto che dal 1517 gli imperatori ottomani erano anche califfi, ma pure questa mossa non ebbe successo, né tra i turchi né tra gli arabi. Sintetizzando le contraddizioni che attraversarono l’ultima fase del declino ottomano, Lawrence affermò che:

era impossibile per un uomo in Turchia essere moderno e insieme suddito leale, specialmente se apparteneva ad una di quelle razze – Greci, Arabi, Curdi, Armeni e Albanesi – sulle quali i Turchi avevano dominato tanto a lungo.

Così, per screditare le politiche di Abdul-Hamid, i Giovani Turchi assunsero una posizione ambigua:

I Giovani Turchi, nell’euforia del successo, si lasciarono trascinare dalla logica dei loro princìpi, e come protesta contro il Panislamismo iniziarono a predicare la fratellanza ottomana. Le razze soggette – assai più numerose dei Turchi – credettero di essere state chiamate a cooperare alla creazione di un nuovo Oriente. Entusiaste del compito (e delle idee di Herbert Spencer [1820-1903] e di Alexander Hamilton [1755/1757?-1804]) esposero progetti di grandi riforme, e acclamarono i Turchi come compagni. I Turchi, spaventati dalle forze che avevano scatenato, spensero i fuochi con la stessa rapidità con la quale li avevano accesi. Il loro grido di battaglia divenne “La Turchia turca per i Turchi”, Yeni Turan. In seguito, tale politica li avrebbe condotti verso la liberazione dei loro connazionali irredenti: i Turchi soggetti alla Russia in Asia centrale; ma prima di tutto volevano liberare il loro impero da tutte le irritanti razze inferiori che resistevano al loro dominio. Per primi, occorreva mettere a posto gli Arabi, la minoranza più numerosa. Di conseguenza, ne furono dispersi i rappresentanti, proibite le associazioni arabe, proscritti i notabili. Ogni manifestazione araba, e persino la lingua, furono proibite da [Ismail] Enver Pascià [1881-1922] più duramente che da Abdul Hamid prima di lui.

Il Panturanismo

L’irredentismo turco a cui si allude è il Panturanismo; cominciare a considerarsi innanzitutto turchi, anziché musulmani, rappresentò un cambiamento radicale per l’élite dell’impero ottomano. Gli arabi e i persiani furono i primi, dopo essere venuti a contatto nei secoli VII-X con tribù nomadi che si chiamavano generalmente “türk“, a estendere questo appellativo a tutti i popoli di lingua turcica. Durante la lunga storia dell’impero il termine “turco” era rimasto perlopiù un’etichetta attribuita dall’esterno, mentre tra i membri dell’élite al potere indicava essenzialmente i contadini musulmani dell’Anatolia. Solo con i Giovani Turchi autodefinirsi turco divenne una bandiera d’orgoglio nazionalista.
Ma per creare uno stato-nazione turco questo movimento politico desiderava anche fare piazza pulita delle popolazioni non turciche che vivevano tra il Mar Egeo e il Caucaso:

La mobilitazione [il colpo di mano del 23 gennaio 1913] consegnò il potere nelle mani di quei Giovani Turchi – Enver, [Mehmet] Talaat [1874-1921] e [Ahmed] Gemal [1872-1922] – che erano assieme i più crudeli, i più logici e i più ambiziosi. Essi si prefissero lo scopo di eliminare tutte le correnti non turche nello stato, e specialmente i nazionalisti Arabi e Armeni.

Lawrence aggiunge che:

I membri superficiali e appena dirozzati del comitato dei Giovani Turchi discendevano da Greci, Albanesi, Circassi, Bulgari, Armeni, Ebrei, da tutti, insomma, fuorché dai Selgiuchidi o dagli Ottomani.

Enver era di origini albanesi, inoltre tutti e tre i componenti del triumvirato militare turco erano affiliati alla massoneria, una forza ideologica penetrata dall’esterno: entrata in Turchia da fuori, dall’Europa.

I vecchi vertici dell’impero ottomano venivano giudicati dal popolo rieducato al nazionalismo turco come culturalmente legati a un modello che non poteva più rappresentare la nuova Turchia, sembra essere questo il senso delle parole usate da Lawrence d’Arabia:

La gente comune non andava più d’accordo con i propri governanti: levantini per cultura, francesi in politica.

Il genocidio armeno

Con questa rieducazione nazionalista, si posero le basi per il genocidio armeno (tuttora negato dal governo turco) e diverso, dal punto di vista della matrice ideologica, rispetto ai precedenti massacri di cristiani. Lawrence scrisse che gli armeni – apparentemente pronti a difendersi dopo secoli di soprusi – si erano armati e organizzati:

ma i loro capi erano venuti meno al loro compito. Essi vennero disarmati e distrutti a tappe progressive: gli uomini col massacro, le donne e i bambini sospingendoli nel deserto, lungo strade fredde e battute dal vento, nudi e affamati, preda facile per chiunque passava, finché non erano morti.

Lo scrittore riconobbe chiaramente lo sterminio degli armeni come genocidio:

I Giovani Turchi avevano trucidato gli Armeni non perché Cristiani, ma in quanto Armeni; e per la stessa ragione cacciavano gli Armeni Cristiani e quelli Musulmani nelle stesse prigioni, impiccandoli alle stesse forche. […] I Turchi non si fidavano degli ufficiali e dei soldati arabi nell’esercito, e speravano di annientarli impiegando gli stessi sistemi di dispersione usati contro gli Armeni.

Il militare britannico denunciò anche l’”infame deportazione [di civili armeni] compiuta dai Giovani Turchi nel 1915“.
Il paragone tra arabi e armeni operato da Lawrence può suscitare parecchie riflessioni negli storici riguardo quello che alcuni credevano avrebbe potuto essere il futuro degli ex-territori ottomani, ma da alcune righe de I sette pilastri della saggezza, forse, si può intuire che nemmeno il narratore credette seriamente al progetto di un grande stato nazionale arabo:

Sapevamo bene che anche questi erano sogni. Un governo arabo in Siria, pur fondato sulle fantasie arabe, non sarebbe stato meno imposto di un governo turco, o di un protettorato straniero, o del Califfato storico.

Il libro contribuisce infine a far comprendere che la persecuzione degli armeni da parte dei turchi (fenomeno che perdura sino ai giorni nostri) non può essere ricondotta esclusivamente a motivi di natura religiosa. Infatti, gli armeni sono stati soggetti a discriminazioni e violenze sia sotto governi turchi di matrice “islamista”, sia sotto governi nazionalisti e laici, che si dicevano orientati verso una modernizzazione.

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