Armenia – Giustizia per Gurgen Margaryan (Assadakah 27.05.20)

Roberto Roggero – La famiglia dell’ufficiale armeno, ucciso con un’ascia da un soldato azero, mentre si trovavano in servizio alle dipendenze della NATO, a Budapest, si è rivolta alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per ottenere giustizia e perché vengano riconosciute le responsabilità dell’Ungheria e dell’Azerbaijan. La vicenda risale al febbraio 2004, quando il giovane ufficiale armeno Gurgen Margaryan fu ucciso da un altro soldato, Ramil Safarov, appartenente all’esercito azero. I due uomini, frequentavano un corso trimestrale di lingua inglese della NATO, nella capitale ungherese. Inoltre, il militare azero ha anche tentato di uccidere un altro ufficiale armeno, Hayk Makuchyan, senza riuscirci, sempre con la stessa arma che aveva acquistato in un negozio e con la quale aveva ucciso l’ufficiale armeno nel dormitorio.

Ramil Safarov

Ramil Safarov è stato sottoposto a processo, durante il quale aveva ribadito il proprio odio per gli armeni. Durantele udienze, è apparso chiaramente che l’accusato aveva preso di mira Margaryan a causa della sua appartenenza armena e che non mostrava alcun rimorso. Riconosciuto colpevole, è stato condannato all’ergastolo e incarcerato ma, nel 2012, il governo ungherese ha deciso di rimpatriarlo in Azerbaijan, dove avrebbe dovuto scontare il resto della pena. Tornato in patria, Safarov è stato invece graziato dal presidente Ilham Aliyev, rimesso in libertà, salutato come un eroe nazionale e addirittura promosso di grado con la concessione di un appartamento a titolo gratuito e una pensione in riconoscimento degli otto anni trascorsi in una prigione di Budapest. Le proteste ufficiali dell’allora presidente armeno Serzh Sargsyan non sono state prese in considerazione.

Nonostante il caso risalga a 16 anni fa, rimane una ferita profonda e aperta, e per questo, la famiglia Margaryan e lo stesso Hayk Makuchyan, si sono rivolti alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, non per un inutile risarcimento, ma per ottenere giustizia di fronte a una violazione e all’impunità, patrocinati dall’avvocato Nazeli Vardanyan.

Manifestazione popolare a sostegno di Gurgen Margaryan

Sullo sfondo, la situazione continuamente tesa fra Armenia e Azerbaijan in merito al territorio conteso del Nagorno-Karabakh, oggi Artsak, con una guerra che è costata la vita a decine di migliaia di persone. Ancora oggi, si svolgono periodici scontri a fuoco lungo i confini, mentre i contendenti mantengono la sospensione di qualsiasi relazione diplomatica.

Secondo il Diritto Internazionale, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo potrebbe disporre un rinnovato mandato di arresto e carcerazione per Safarov, annullando la sentenza di liberazione, con un provvedimento che, a tutti gli effetti, ha validità internazionale, ma il problema è che non sempre tali disposizioni vengono rispettate dai singoli governi. L’avvocato Nazeli Vardanyan ha dichiarato che punta al un nuovo trasferimento di Safarov in Ungheria o in un Paese terzo, dove scontare la condanna, perché “non è ammissibile che un assassino sia trattato come un eroe”.

Philip Leach, direttore del Centro Europeo di difesa dei diritti umani, che rappresenta anche i ricorrenti, ha affermato che il caso riguarda un nuovo territorio legale e che la sentenza del tribunale potrebbe avere profonde conseguenze, in quanto si è creato un pericoloso precedente.

I funerali di Gurgen Margaryan

Un rapporto del difensore civico ungherese nel 2012 ha rilevato che l’Ungheria non aveva violato alcuna norma internazionale, ma ha tuttavia concluso che il governo ungherese “non era sufficientemente prudente quando non richiedeva alcuna garanzia dall’Azerbaigian”.

La Corte Europea (CEDU), con sede a Strasburgo, afferma che l’Azerbaigian ha sbagliato a rilasciare un uomo condannato per aver ucciso un cittadino armeno, e ha votato la illegalità della liberazione di Safarov con un risultato di 6 preferenze contro 1 lo scorso 26 maggio. Nella sentenza, la CEDU ha dichiarato di “constatare che non vi era stata alcuna giustificazione per l’incapacità delle autorità azere di applicare la punizione di Ramil Safarov, e di concedergli l’impunità per un grave crimine di odio”.

L’Università di Teramo collabora con le Universita’ in Armenia per lo sviluppo di dottorati innovativi (Quotidianodabruzzo.it 27.05.20)

L’Universita’ di Teramo e’ partner del progetto Erasmus+ Capacity Building Ardmdoct che ha l’obiettivo di rinnovare la formazione dottorale in Armenia in linea con i principi di Salisburgo, sviluppando il quadro giuridico, gli statuti e le procedure istituzionali a sostegno di studi di dottorato integrativi e orientati a livello internazionale. Il partenariato include, oltre all’Universita’ di Teramo, dieci universita’ e centri di ricerca armeni, il ministero dell’Istruzione, della scienza, della cultura e dello sport della Repubblica di Armenia, la Catholic University of Portugal (Portogallo), la Jean Moulin University Lyon 3 (Francia) e la Vilnius University (Lituania). Il progetto si propone varie attivita’ per il rafforzamento delle capacita’ strategiche, infrastrutturali e umane negli istituti di istruzione superiore, la revisione delle politiche istituzionali e delle procedure basate sul quadro normativo nazionale, la progettazione del Manuale istituzionale per l’istruzione di dottorato, l’istituzione di cinque scuole di dottorato creando sinergie tra istituti di istruzione superiore e industria in Armenia e, infine, la promozione di reti di cooperazione a lungo termine tra istituti di istruzione superiore armeni ed europei per l’ulteriore internazionalizzazione della ricerca. Il progetto – di cui e’ referente Paola Pittia, delegata del Rettore all’Internazionalizzazione – ha durata triennale. Nel 2021 presso l’Ateneo di Teramo si terra’ una riunione del progetto che si svolgera’ assieme a un corso di formazione per i docenti delle dieci universita’ armene e sara’ l’occasione per presentare le eccellenze nella didattica e nella ricerca e per sviluppare ulteriori accordi di collaborazione tra tutti i partner armeni ed europei.

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Gerusalemme: riapre il Santo Sepolcro. Allo studio linee guida per accogliere i fedeli (Asianews 25.05.20)

Ieri sono entrati i religiosi delle tre comunità che gestiscono il luogo sacro. Ancora vietato l’ingresso ai fedeli. Responsabile Custodia di Terra Santa: le tre comunità stanno delineando le misure di sicurezza per il pubblico. Necessario il rispetto di un numero massimo, del distanziamento e delle misure di protezione.

Gerusalemme (AsiaNews) – Il Santo Sepolcro riapre ai fedeli, anzi no. In un alternarsi di annunci e smentite, i fedeli di Terra Santa – in attesa di un ritorno dei pellegrini, fermati dalla pandemia di nuovo coronavirus che ha imposto la chiusura dei luoghi di culto – hanno vissuto un’altra domenica senza poter accedere ad uno dei luoghi simbolo della cristianità. Difatti solo un piccolo gruppi di religiosi delle comunità (latini, armeni, greco-ortodossi) che gestiscono il luogo sacro sono potuti entrare, mentre i laici sono rimasti all’esterno in un misto di delusione e di disappunto.

Dietro la mancata apertura al pubblico che è “ufficiale”, spiega ad AsiaNews il responsabile della comunicazione della Custodia di Terra Santa fra Alessandro Caspoli, vi sono “questioni organizzative e logistiche” fra le tre comunità. I vertici, prosegue, “si stanno incontrando per attuare linee guida da adottare su come far entrare i fedeli, rispettare il numero massimo e le distanza, verificare i controlli agli ingressi e verificare che l’accesso sia graduale”.

“Nei prossimi giorni – assicura fra Alessandro – si arriverà ad una organizzazione completa” fra greco-ortodossi, custodia e armeni “per l’accesso ai luoghi sacri, con alcune indicazioni precise come il divieto di baciare o avvicinarsi troppo” a icone, statue o simboli religiosi. Il limite, in accordo alle direttive emanate ad oggi dallo Stato di Israele, prevedono “un limite massimo di 50 persone alla volta” nello stesso luogo, al chiuso.

Nei giorni scorsi il patriarca greco-ortodosso Teofilo III, il Custode di Terra Santa fra Francesco Patton e il patriarca armeno Nourhan Manougian hanno diffuso una nota che annunciava per ieri, 24 maggio, la riapertura del Santo Sepolcro. In realtà religiosi e capi delle comunità cristiane hanno sempre avuto accesso al luogo di culto, interdetto alle folle di fedeli, pellegrini e visitatori. Per questioni di sicurezza, prosegue la nota dei capi cristiani, l’accesso è consentito solo a quanti “non presentano stati febbrili o sintomi di infezione e che indossano le opportune misure di protezione personale, fra cui le mascherine”. Necessario il rispetto “della distanza minima di due metri”.

Secondo quanto riferito da Times of Israel, ieri alcuni fedeli si sono radunati davanti al Santo Sepolcro nella speranza di accedere e pregare, ma le autorità ecclesiastiche hanno sbarrato gli accessi. L’apertura è “ufficiale”, prosegue il responsabile della comunicazione della Custodia di Terra Santa, ma “in questi giorni si stanno delineando con gradualità le nuove modalità di accesso.

Il luogo di culto non è mai stato chiuso, perché i frati e le comunità hanno mantenuto le attività all’interno. Ora si tratta di definire alcuni elementi di organizzazione interna, si tratta di rodare il meccanismo verificando che funzioni”. Del resto prima dell’emergenza Covid-19 si registravano code “anche di ore” per accedere al Santo Sepolcro e agli altri luoghi sacri per “l’elevato numero di pellegrini, anche ai primi di febbraio quando, di solito, gli arrivi calano in modo drastico”. “Per il ritorno dei pellegrini in Terra Santa, soprattutto dall’estero – conclude fra Alessandro – le previsioni sono per il prossimo Natale, con alcune agenzie che stanno già raccogliendo le prenotazioni. Ogni aspetto, però, è legato all’evoluzione della pandemia a livello locale e globale”.

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Armenia, Karapetyan tende la mano a Bonucci dopo la fiction della gomitata: “Ci siamo scambiati le maglie” (derbyderbyderby.it 23.05.20)

Molti lo ricorderanno per l’ingiusta espulsione che l’arbitro Daniel Siebert gli rifilò per aver alzato il gomito sinistro in uno scontro aereo con Bonucci. Ma Aleksandr Karapetyan ha dimenticato l’episodio in occasione del match di ritorno contro l’Italia: “Io e Leonardo parlammo per un po’ sul campo circa l’episodio accaduto all’andata e gli dissi che fa parte del calcio. Dopo la partita ci scambiammo le maglie. Quindi penso che ci sia stato un lieto fine tra di noi”, ha raccontato Aleksandr Karapetyan ai microfoni di EuropaCalcio.it. L’attaccante armeno definisce quella gara come “aver guidato le montagne russe, prima ero su, poi andai giù”; inoltre, ha sottolineato l’importanza della rete segnata all’Italia, per lui “un’emozione unica”. Dopo una lunga esperienza nel campionato lussemburghese, Karapetyan veste la maglia del Sochi dal luglio scorso: “La salvezza è il nostro obiettivo. Il Coronavirus ha frenato la nostra corsa verso una posizione più tranquilla di classifica”, ha sottolineato Karapetyan, che ha rivelato un inedito retroscena di mercato: “Un agente mi chiese se ero disposto a trasferirmi al Crotone ma non so se era vero”.

Raccontaci della partita contro l’Italia. Avevi segnato il gol del vantaggio dell’Armenia e a fine primo tempo sei stato espulso. Cosa è successo con Bonucci?
“E’ stato un po’ come guidare le montagne russe. Prima ero su, poi andai giù. Dopo aver realizzato la rete del vantaggio, ho provato un’emozione unica. E dopo l’espulsione fu esattamente l’opposto. Mi sentii male per aver lasciato l’Armenia in dieci uomini. Quando ebbi l’occasione di rivedere le immagini in tv capii che ci fu un grosso errore da parte dell’arbitro. Mi chiedevo perché un calciatore del calibro di Bonucci si fosse comportato in quel modo proprio contro di noi che eravamo nettamente inferiori all’Italia. Ma fa parte del gioco e dobbiamo accettare tutte le decisioni, altrimenti non è vero calcio. Non sono un grande fan del VAR. Gli errori appartengono al calcio. Con il VAR il goal di Maradona non esisterebbe e neanche quello di Wembley…”.

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Turchia contro il Parlamento ceco sul genocidio armeno (cdt.ch 22.05.20)

La Turchia condanna la risoluzione adottata dal Parlamento della Repubblica Ceca che riconosce il «genocidio armeno» durante la Prima guerra mondiale.

«Il fatto che la decisione sia stata presa con pochi membri nel Senato presenti, mentre il mondo intero combatte contro la pandemia di coronavirus, rivela la mentalità infida che c’è dietro», sostiene in una nota il ministero degli Esteri turco, sottolineando inoltre che la risoluzione non riflette la posizione ufficiale del governo di Praga.

Ankara interviene regolarmente con toni analoghi in casi simili. La Turchia respinge la qualificazione della morte di centinaia di migliaia di armeni come un genocidio pianificato, sostenendo che è avvenuta nell’ambito di un conflitto e con perdite da entrambe le parti.

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Armenia: crescita economica del 3,8 per cento nel primo trimestre del 2020 (Agenzia Nova 22.05.20)

Erevan, 22 mag 10:14 – (Agenzia Nova) – L’economia armena è cresciuta del 3,8 per cento su base annua nel primo trimestre del 2020, in calo rispetto al 7,1 per cento registrato nello stesso periodo del 2019. È quanto emerge da alcuni dati ufficiali riportati dall’istituto statistico nazionale, secondo cui la crescita tra gennaio e marzo è stata sostenuta dall’espansione nel settore minerario, servizi di comunicazione, finanza e assicurazioni e spese del governo. L’economia di Erevan è cresciuta del 7,6 per cento nel 2019, rispetto al 5,2 per cento del 2018. Quest’anno il governo prevede una contrazione del 2 per cento, in calo rispetto alla precedente previsione di crescita del 4,9 per cento, in gran parte a causa dell’epidemia di coronavirus. (Res)

Terra Santa: Alhusseini (custode delle chiavi della basilica), “il 24 maggio riapre il Santo Sepolcro” (SIR 21.05.20)

Domenica 24 maggio riapriranno “ufficialmente” le porte della basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. All’interno saranno ammesse non più di 50 persone alla volta, come stabilito dal ministero della Salute di Israele, munite di mascherine, nel rispetto delle regole di distanziamento sociale. A dare la notizia, dal suo profilo Facebook, è Adeeb Jawad Joudeh Alhusseini, custode delle chiavi della chiesa del Santo Sepolcro. Le chiese residenti nella Basilica (latini, greco-ortodossi e armeni) – secondo quanto appreso dal Sir – dovrebbero diffondere a riguardo un comunicato congiunto. Secondo quanto riferito al Sir dallo stesso Alhusseini, “le Chiese locali hanno accolto con soddisfazione la notizia nella consapevolezza che ciascuna sarà chiamata a fare la sua parte per applicare il protocollo di sicurezza così da mantenere la basilica aperta e proteggere pellegrini e fedeli”. La basilica era stata chiusa dalla polizia israeliana lo scorso 24 marzo come misura precauzionale volta a fronteggiare la pandemia. Durante la Settimana Santa, per la prima volta, a memoria d’uomo, le celebrazioni pasquali sono state a porte chiuse senza il concorso di fedeli, trasmesse in streaming. Ad oggi in Israele risultano 16.670 contagiati e 279 decessi da Coronavirus.

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Roma, 22 mag. (askanews) – Domenica 24 maggio riapriranno “ufficialmente” le porte della basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. All’interno saranno ammesse non più di 50 persone alla volta, come stabilito dal ministero della Salute di Israele, munite di mascherine, nel rispetto delle regole di distanziamento sociale. A dare la notizia, dal suo profilo Facebook, è Adeeb Jawad Joudeh Alhusseini, custode delle chiavi della chiesa del Santo Sepolcro. Le chiese residenti nella Basilica (latini, greco-ortodossi e armeni) – secondo quanto appreso dal Sir – dovrebbero diffondere a riguardo un comunicato congiunto. Secondo quanto riferito al Sir dallo stesso Alhusseini, “le Chiese locali hanno accolto con soddisfazione la notizia nella consapevolezza che ciascuna sarà chiamata a fare la sua parte per applicare il protocollo di sicurezza così da mantenere la basilica aperta e proteggere pellegrini e fedeli”.

La basilica era stata chiusa dalla polizia israeliana lo scorso 24 marzo come misura precauzionale volta a fronteggiare la pandemia. Durante la Settimana Santa, per la prima volta, a memoria d’uomo, le celebrazioni pasquali sono state a porte chiuse senza il concorso di fedeli, trasmesse in streaming.

UniTe, collaborazione con Università armene per sviluppare programmi di dottorato innovativi (Ekuonews.it 20.05.20)

TERAMO – L’Università di Teramo è partner del progetto ERASMUS+ Capacity Building ARMDOCT (www.armdoct.com) che ha l’obiettivo di rinnovare la formazione dottorale in Armenia in linea con i principi di Salisburgo, sviluppando il quadro giuridico, gli statuti e le procedure istituzionali a sostegno di studi di dottorato integrativi e orientati a livello internazionale.

Il partenariato include, oltre all’Università di Teramo, dieci università e centri di ricerca armeni, il Ministero dell’Istruzione, della scienza, della cultura e dello sport della Repubblica di Armenia, la Catholic University of Portugal (Portogallo), la Jean Moulin University Lyon 3 (Francia) e la Vilnius University (Lituania).

Il progetto si propone varie attività per il rafforzamento delle capacità strategiche, infrastrutturali e umane negli istituti di istruzione superiore, la revisione delle politiche istituzionali e delle procedure basate sul quadro normativo nazionale, la progettazione del Manuale istituzionale per l’istruzione di dottorato, l’istituzione di cinque scuole di dottorato creando sinergie tra istituti di istruzione superiore e industria in Armenia e, infine, la promozione di reti di cooperazione a lungo termine tra istituti di istruzione superiore armeni ed europei per l’ulteriore internazionalizzazione della ricerca.

Il progetto – di cui è referente Paola Pittia, delegata del Rettore all’Internazionalizzazione – ha durata triennale. Con lei hanno collaborato Dario Compagnone, delegato alla Progettazione e ricerca, e Carla Di Mattia, docente della Facoltà di Bioscienze, presenti agli inizi di febbraio al meeting di apertura del progetto che si è tenuto a Yerevan.

Nel 2021 presso l’Ateneo di Teramo si terrà una riunione del progetto che si svolgerà assieme a un corso di formazione per i docenti delle dieci università armene e sarà l’occasione per presentare le eccellenze nella didattica e nella ricerca e per sviluppare ulteriori accordi di collaborazione tra tutti i partner armeni ed europei.

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(ANSA) – TERAMO, 20 MAG – Rinnovare la formazione dottorale in Armenia in linea con i principi di Salisburgo, sviluppando il quadro giuridico, gli statuti e le procedure istituzionali a sostegno di studi di dottorato integrativi e orientati a livello internazionale. E’ l’obiettivo del progetto Erasmus+ Capacity Building Armdoct, di cui è partner l’università di Teramo. Il partenariato include, oltre all’ateneo teramano, dieci università e centri di ricerca armeni, il ministero dell’Istruzione, della scienza, della cultura e dello sport della Repubblica di Armenia, la Catholic University of Portugal (Portogallo), la Jean Moulin University Lyon 3 (Francia) e la Vilnius University (Lituania).
Il progetto si propone varie attività per il rafforzamento delle capacità strategiche, infrastrutturali e umane negli istituti di istruzione superiore, la revisione delle politiche istituzionali e delle procedure basate sul quadro normativo nazionale. (ANSA).


 

Italia-Armenia: Quirinale, concesso gradimento per nomina ambasciatrice Hambardzumyan (Agenzianova 19.05.20)

Roma, 19 mag 11:17 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso il gradimento per la nomina di Tsovinar Hambardzumyan ad ambasciatrice dell’Armenia presso lo Stato italiano. Lo si apprende da una nota del Quirinale. (Res)

Turchia: “i resti della spada” di Erdogan (L’Opinione 19.05.20)

Il 4 maggio scorso, durante un briefing sul coronavirus, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha usato l’espressione molto sprezzante, “i resti della spada”: “Non permettiamo ai resti della spada nel nostro Paese”, egli ha dichiarato, “di tentare di svolgere attività (terroristiche, ndr). Il loro numero è diminuito, ma molti esistono ancora”.

L’espressione “i resti della spada” (kılıç artığı in turco) è un insulto comunemente usato in Turchia che spesso si riferisce ai sopravvissuti ai massacri dei cristiani – che ebbero come obiettivo soprattutto armeni, greci e assiri – compiuti dall’Impero ottomano e poi perpetrati dal suo successore, la Turchia.

Essendo Erdoğan un capo di Stato, il fatto di usare pubblicamente l’insulto è allarmante sotto molti punti di vista. L’espressione non solo insulta le vittime e i sopravvissuti dei massacri, ma mette anche a repentaglio la sicurezza della comunità cristiana in calo in Turchia, spesso esposta a pressioni che includono aggressioni fisiche.

Per protesta, Garo Paylan, un deputato armeno del Parlamento turco, ha scritto su Facebook: “Nel suo discorso d’incitamento all’odio di ieri sera, Erdoğan ha usato ancora una volta l’espressione ‘i resti della spada’. L’espressione ‘i resti della spada’ è stata inventata per riferirsi agli orfani come mia nonna che è sopravvissuta al genocidio armeno (del 1915, ndr). Ogni volta che sentiamo quell’espressione, ci fa sanguinare le ferite”.

Altri attivisti e scrittori armeni hanno criticato Erdoğan sui social media. La giornalista Alin Ozinian ha scritto: “Per coloro che non lo sanno, l’espressione ‘i resti terroristi della spada’ significa ‘i terroristi’ armeni che sono sopravvissuti al genocidio e non potevano essere massacrati con la spada. Cosa significa ‘terrorista’? Beh, il significato cambia quotidianamente: potrebbe essere un giornalista, un rappresentante della società civile, uno scrittore, un medico o una madre di un bellissimo bambino. Non vogliono coloro che impugnano le spade”, ha continuato la Ozinian, “ma vogliono vergognarsi dei discendenti dei sopravvissuti di un popolo e di una cultura che sono stati massacrati con la spada”.

L’editorialista Ohannes Kılıçdağı ha scritto: “Si pensi a un Paese che usa attivamente un’espressione come ‘i resti della spada’ nella cultura politica e nel linguaggio. È usata dalle massime autorità. Ma quelle stesse autorità dello stesso Paese affermano che ‘non c’è stato alcun massacro nella nostra storia’. Se non c’è stato, allora da dove viene questa espressione? A chi si riferisce?”.

I crimini che Ankara cerca di nascondere incolpando le vittime sono in realtà fatti storici ben documentati. Nel 2019, ad esempio, gli storici Benny Morris e Dror Ze’evi hanno pubblicato il libro The Thirty-Year Genocide: Turkey’s Destruction of Its Christian Minorities, 1894-1924, che documenta i “massacri di massa perpetrati dall’Impero ottomano e in seguito dalla Repubblica turca contro le minoranze cristiane”. Secondo la loro ricerca: “Tra il 1894 e il 1924, tre ondate di violenza travolsero l’Anatolia, colpendo le minoranze cristiane della regione, che in precedenza avevano rappresentato il 20 per cento della popolazione. Nel 1924, gli armeni, gli assiri e i greci erano stati ridotti al 2 per cento”.

Durante il genocidio, le politiche di annientamento dei perpetratori prevedevano ”stragi premeditate, deportazioni omicide, conversioni forzate, stupri di massa e rapimenti brutali. E un’altra cosa era costante: il grido di battaglia del jihad”.

Come i cristiani, anche la comunità alevita è presa di mira in Turchia per essere “i resti della spada”. L’alleato di Erdoğan, Devlet Bahçeli, a capo del Partito del movimento nazionalista (Mhp), ad esempio, nel 2017, definì il giornalista Abdülkadir Selvi “un resto della spada” per riferirsi alle sue presunte origini alevite. Il giornalista filogovernativo Ahmet Taşgetiren ha poi spiegato l’espressione come segue: “Distruggete un’entità (una società, una comunità religiosa, un esercito) che vedete come ‘il nemico’. Ciò che rimane è un gruppo di persone che sono sopravvissute alla spada e si sono arrese a voi. Quelli sono i resti della spada”.

Selvi ha poi cercato di spiegare il motivo per cui lui non è un “resto della spada”: “Vorrei ricordare Bahçeli: mio nonno, Osman, era un figlio della patria che correva da un fronte all’altro e venne fatto prigioniero nella guerra ottomana-russa. Io sono un discendente dei turchi oghuz; i miei antenati Hasan e Hüseyin, divennero martiri in Yemen. Quest’onore mi basta”.

La spiegazione di Selvi dimostra ancora una volta che avere radici cristiane, alevite o qualsiasi altra radice non musulmana viene visto come un insulto o come un’offesa vergognosa da molti in Turchia. Invece di spiegare perché chiamare qualcuno “un resto della spada” sia inaccettabile, Selvi ha cercato di dimostrare le sue origini “purosangue” turche e la fede musulmana sunnita.

“Oggi, meno del mezzo percento della popolazione turca è cristiana – il risultato di una storia durante la quale i turchi hanno perseguitato i cristiani autoctoni della regione”, ha scritto lo storico Vasileios Meichanetsidis, molti turchi condividono con orgoglio questa storia, senza tentare di affrontarla onestamente o garantire il rispetto per le vittime. Infatti, etichettano erroneamente le vittime come perpetratori, elogiano i criminali e insultano la memoria delle vittime e dei loro discendenti”.

Pertanto, l’uso dell’espressione “i resti della spada” non rappresenta una negazione dei massacri o dei genocidi. Al contrario, dichiara l’orgoglio dei perpetratori. Significa: “Sì, abbiamo massacrato i cristiani e altri non musulmani perché se lo meritavano!”.

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