Armenia in autunno: un viaggio che riserva tante belle sorprese (Masterviaggi 29.08.25)

L’autunno trasforma l’Armenia in un mosaico di boschi, vigneti e pascoli dai toni rossi e dorati. Il clima mite e l’aria frizzante rendono questo periodo ideale per esplorare i paesaggi cambianti e partecipare a varie attività all’aperto.

Tra ottobre e novembre, la visibilità è ottimale per ammirare il Monte Ararat e i suoi dintorni, con possibilità di vivere esperienze dall’alto come il “Discover Armenia from the Sky” International Balloon Festival a Yerevan, dove mongolfiere da tutto il mondo offrono voli panoramici.

Per gli amanti degli sport outdoor, il parapendio nelle zone di Tavush, lago Sevan e bacino di Azat regala prospettive uniche sul foliage autunnale.
Sul terreno, il Parco Nazionale di Dilijan e la regione di Lori invitano a escursioni tra boschi colorati e specie vegetali diverse, mentre itinerari verso Jermuk mostrano cascate e valli incontaminate.

L’autunno è anche stagione di eventi come l’Areni Wine Festival il 4 ottobre nella regione vitivinicola di Areni, sede della più antica cantina al mondo, risalente a circa 6100 anni fa.
L’evento prevede degustazioni, incontri con produttori e manifestazioni musicali. Nella stessa giornata si svolge la Maratona di Yerevan, evento sportivo che attraversa la città, che risale al 782 a.C.
A Yerevan, enoteche e ristoranti offrono la possibilità di assaggiare piatti tradizionali accompagnati da vini locali, mentre nelle cantine fuori città si può vivere la vendemmia partecipata.
Tra i piatti tipici spicca il ghapama, una zucca ripiena di riso, frutta secca, miele e burro, piatto simbolo delle festività autunnali.

In conclusione, l’autunno in Armenia coniuga natura, cultura, gastronomia e sport, presentando una proposta articolata che va oltre il turismo tradizionale e offre un’immersione autentica nel territorio e nelle sue tradizioni.

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Armenia-Azerbaijan: se vera pace sarà, non sarà per tutti (Haffington Post 28.08.25)

Show mediatico a parte – e pur con tutta la condivisibile cautela espressa da diversi analisti – l’accordo siglato a Washington è un passo importante di un percorso avviato dalla diplomazia dei due stati del Caucaso meridionale già prima dell’arrivo al potere di Trump. Se si rivelerà solo di un pessimo spettacolo, è presto per dirlo. C’è però un primo elemento, certamente negativo

28 Agosto 2025 alle 13:59

(di Simone Zoppellaro)

La guerra tra Azerbaijan e Armenia, che si trascina da oltre trent’anni ai confini dell’Europa con decine di migliaia di morti, pulizie etniche da entrambe le parti, interi paesi e città rasi al suolo, sembrerebbe aver trovato una conclusione. Dati i tempi in cui viviamo, forse una tragedia di tale portata non poteva che finire con una farsa. E così è stato. La conferenza stampa dell’accordo di pace firmato a Washington l’8 agosto scorso ha visto il presidente azero Ilham Aliyev, con l’approvazione del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, proporre una candidatura per il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump, seduto accanto a lui e visibilmente compiaciuto.

“Un miracolo,” come lo ha definito Aliyev, quello compito in pochi mesi per arrivare all’accordo dal presidente americano. Che ha contraccambiato lodando il lungo periodo di potere ininterrotto che il suo collega, con il pugno di ferro, ha saputo mantenere a Baku: “Ventidue anni: niente male. Significa che è intelligente e tenace,” ha detto Trump che, poco prima, sempre di fronte alle telecamere, discuteva con Aliyev l’eventualità di una sua terza candidatura.

Show mediatico a parte – e pur con tutta la condivisibile cautela espressa da diversi analisti – si tratta di un passo importante di un percorso avviato dalla diplomazia dei due stati del Caucaso meridionale già prima dell’arrivo al potere di Trump. In diciassette punti assai sintetici pubblicati pochi giorni dopo la firma, l’accordo vede il riconoscimento reciproco dei confini tra i due paesi sulla base di quelli che separavano, prima della dissoluzione dell’Urss, le repubbliche socialiste sovietiche di Armenia e Azerbaijan. Le parti si impegnano, inoltre, a “non avanzare alcuna rivendicazione […per la modifica dei confini] in futuro”. E ancora: i due stati, leggiamo, “non intraprenderanno alcun atto, compresa la pianificazione, la preparazione, l’incitamento e il sostegno di azioni che mirino a smembrare o a pregiudicare, del tutto o parzialmente, l’integrità territoriale o l’unità politica dell’altra parte”.

Non è un punto scontato: caduta la questione dell’autodeterminazione per gli armeni del Karabakh, dopo la disfatta militare armena del 2020 e l’ulteriore offensiva di Baku del 2023, restava aperta la questione delle crescenti rivendicazioni della propaganda azera circa un non meglio determinato “Azerbaijan occidentale,” ovvero i territori stessi dell’attuale Repubblica di Armenia. Inoltre, per quanto il documento pubblicato non tocchi esplicitamente il tema, i due governi hanno annunciato il raggiungimento di un accordo su quello che, negli ultimi anni, sembrava essere l’ostacolo maggiore per poter arrivare a una pace: la richiesta di Baku di un corridoio infrastrutturale tra l’Azerbaijan e la sua exclave del Nakhichivan che transiti in territorio armeno nei pressi del confine con l’Iran.

Battezzato ufficialmente come TRIPP, acronimo che sta per Trump Route for International Peace and Prosperity, questo offrirebbe per novantanove anni i diritti esclusivi di sviluppo e gestione a un consorzio statunitense, nell’auspicio di coniugare i profitti economici derivanti dalla costruzione di infrastrutture e dallo sfruttamento commerciale in un’ottica di sostenibilità economica e politica. In attesa di capirne di più, e sperando non si tratti solo – si perdoni il gioco di parole – di un bad trip, la prospettiva ha sollevato dubbi e proteste in Iran e in Russia, che temono di veder ridotta la loro influenza nella regione. Infine, come ha scritto lo stesso Trump sulla sua piattaforma Truth Social, “gli Stati Uniti firmeranno accordi bilaterali con entrambi i Paesi per perseguire insieme opportunità economiche, in modo da saper sfruttare appieno il potenziale della regione del Caucaso meridionale.”

Coniugando, alle solite, cinismo, narcisismo e un approccio brutalmente pragmatico che cerca in primis un immediato tornaconto tanto mediatico quanto economico, Trump porta a casa un risultato concreto che, nelle sue intenzioni, vorrebbe mettere in ombra il fallimento della sua diplomazia per quanto riguarda l’Ucraina. Nonostante le sue evidenti difficoltà ad azzeccare persino lo spelling di Azerbaijan e Armenia, l’accordo potrebbe rappresentare un ritorno in primo piano degli Stati Uniti nella regione. Se la Russia era stata protagonista indiscussa nella mediazione tanto del cessate il fuoco del 1994, che aveva posto fine alla prima guerra del Karabakh, sia di quello del 2020, che aveva determinato la sospensione dei combattimenti della seconda, fra l’altro dispiegando l’esercito russo in Karabakh in presunta funzione di peacekeeping, il fatto che l’accordo di pace sia stato firmato a Washington alla presenza di un presidente statunitense ha un impatto simbolico che non andrà sottovalutato, al di là alle prospettive economiche e politiche di cui si diceva. Non che gli USA fossero in precedenza assenti dallo scenario: a loro spettava, insieme a Russia e Francia, la copresidenza del gruppo di Minsk, struttura creata nel 1992 dall’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, per la mediazione del conflitto in Karabakh. Ma il salto di qualità è tangibile, e – con la sola eccezione dei due paesi coinvolti, ovvero Azerbaijan e Armenia – rischia di rappresentare uno smacco per gli altri attori in precedenza impegnati nella mediazione.

“È una terribile umiliazione per la Russia,” ha dichiarato il propagandista di regime Aleksandr Dugin su Telegram, poi ripreso da Deutsche Welle. “È una sconfitta totale, un disastro completo per la nostra politica nel Caucaso meridionale”. Toni drammatici a parte, e con il dovere di ricordare come, al contrario, l’influenza russa si sia assai rafforzata negli ultimissimi anni nel terzo paese della regione, la Georgia, il protagonismo trumpiano rappresenta un ulteriore passo indietro per una Russia sempre più impopolare in Armenia, proprio mentre assistiamo a una parziale rottura del regime di Aliyev con Mosca, dovuta anche al crescente ruolo di fornitore di energia di Baku per l’Unione Europea e alla sua ascesa diplomatica internazionale. Appaiono lontanissimi i tempi in cui analisti improvvisati – in Italia ciò era pressoché la regola – volevano ridurre, sbagliando, la guerra in Karabakh a un conflitto per procura tra Ankara e Mosca.

A perdere, senza dubbio, è anche l’Iran, i cui tentativi di espandere la sua influenza nella regione in passato avevano prodotto tensioni sia, in modo sensibile ma non troppo eclatante, con Mosca che, più apertamente, con Baku. E, a differenza della Russia, in questo caso più dimessa, Teheran si è affidata in questi giorni a una protesta più accesa. Con i toni un po’ truculenti tipici di chi non ha molte carte da giocare, Ali Akbar Velayati, ex ministro degli esteri della Repubblica Islamica tra 1981 e 1997 ed ora consigliere per le relazioni internazionali della guida suprema Ali Khamenei, ha dichiarato: “Questo corridoio non diventerà una porta d’accesso per i mercenari di Trump, ma il loro cimitero.” Per l’Iran, il fatto di avere un nuovo dispiegamento statunitense nei pressi dei suoi confini è uno smacco che va ad aggiungersi al recente netto indebolimento della sua posizione in tutto il Medio Oriente.

Non meno sensibile è il tracollo e, insieme, l’inanità dimostrata dalla diplomazia europea, la cui influenza nella regione va riducendosi ulteriormente. Il fallimento del Gruppo di Minsk, che a giorni dovrebbe cessare di esistere dopo trentatré anni di attività, è il coronamento di decenni di esitazioni, ipocrisie e fallimenti e, per quanto la notizia in questo periodo balneare non abbia raggiunto molti, rappresenta un segno epocale, paragonabile, su piccola scala, all’incapacità dimostrata dalle nostre diplomazie durante le guerre nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta. In un conflitto ultratrentennale fra due paesi situati ai nostri confini, che sono parte del Consiglio d’Europa fin dal 2001 e che hanno rapporti vitali con le nostre economie (basti pensare al ruolo del gas e del petrolio azero in Italia), la voce dell’Europa è semplicemente irrilevante, assente, a tratti apertamente sbeffeggiata. Dopo il successo del Ministero del Made in Italy, sarebbe forse il caso ribattezzare i nostri affari esteri (non solo a Roma, ma in tutta Europa) con la denominazione più appropriata di Ministeri del Wishful Thinking.

Più complessa la lettura per quanto riguarda i paesi coinvolti. Per Yerevan e Baku, per diverse ragioni, l’accordo rappresenta un passo positivo verso una stabilizzazione interna, ma anche verso un consolidamento di potere che rischia di avere conseguenza negative in senso autoritario, soprattutto per l’Azerbaijan, dove la famiglia Aliyev è ai vertici del potere quasi ininterrottamente fin dal 1969. Non è per nulla una buona notizia, invece, per la sempre più esile e perseguitata opposizione azera, ormai sotto attacco quotidiano e con sempre meno supporto da parte della cosiddetta comunità internazionale. Discorso analogo si può fare per gli oltre centomila armeni del Karabakh, espulsi dalle loro case, in quella che il Parlamento Europeo, fra gli altri, non ha esitato a definire una pulizia etnica. È “come se non esistessimo,” ha scritto di recente in un articolo la giornalista Siranush Sargsyan.

Se Pashinyan ha discusso con Trump la questione dei prigionieri armeni nelle carceri dell’Azerbaijan, nulla di concreto è stato però intrapreso per loro, come per gli attivisti, ricercatori e giornalisti azeri che condividono la loro sorte, di cui non si è affatto parlato. Ma ciò è parte di questo terribile gioco, e la pace in salsa trumpiana ignora in modo sistematico le vittime e la società civile in toto, guardando esclusivamente a affari e potere.

Il conflitto, nato per il controllo del Nagorno-Karabakh, territorio da secoli a maggioranza armena attribuito da Mosca all’inizio degli anni Venti del secolo scorso all’Azerbaijan sovietico, era esploso negli anni Ottanta, quando la perestrojka aveva fatto riemergere rivendicazioni, tensioni e violenze che avevano già insanguinato in passato la regione. Dopo l’indipendenza di Armenia e Azerbaijan, la prima guerra, conclusa dal cessate il fuoco del 1994, aveva determinato la vittoria di Yerevan e la creazione di una Repubblica del Nagorno-Karabakh che, non riconosciuta da alcun paese al mondo, paradossalmente neppure da Yerevan, era proseguita fino al suo scioglimento, avvenuto il primo gennaio 2024. Un esito, questo, che è stato diretta conseguenza della seconda guerra del Karabakh, avvenuta nel 2020 e che, rovesciando gli esiti militari di quella precedente, aveva portato Baku a una riconquista della totalità dei territori perduti in precedenza, decretando al contempo l’espulsione dell’intera popolazione autoctona armena. L’attuale corrispondenza fra confini etnici e di stato dei due paesi, in netta controtendenza rispetto alla storia di un territorio estremamente composito da un punto di vista linguistico e religioso (“la montagna delle lingue”, così gli arabi chiamavano il Caucaso nel Medioevo) rappresenta purtroppo una sconfitta – l’ennesima – di un’Europa incapace di andare oltre le sue prediche e la sua falsa coscienza.

Si tratta di una pace vera o solo di un pessimo spettacolo, che avrà la durata effimera uno spot? Presto per dirlo. Se gli esperti si dividono, in questi tempi insidiosi e convulsi la prudenza è quantomai d’obbligo. Ma una cosa è certa, però, e non rappresenta affatto una buona notizia. Se pace sarà, non sarà per tutti. Oppositori, minoranze, attivisti per i diritti umani e giornalisti che non si piegano alla propaganda di regime: per loro, salvo un cambiamento di rotta radicale che al momento sembra poco probabile, la pace è nel Caucaso del Sud più che mai lontana.

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Armenia: Pashinyan presenta Torosyan come nuovo ministro del Lavoro e Affari sociali (Agenzia Nova 28.08.25)

Erevan, 28 ago 09:37 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha presentato oggi Arsen Torosyan come nuovo ministro del Lavoro e degli Affari sociali, subentrato a Narek Mkrtchyan, nominato ambasciatore straordinario e plenipotenziario negli Stati Uniti. Pashinyan ha ringraziato Mkrtchyan per i quattro anni di mandato, durante i quali sono state realizzate “importanti riforme nel settore”, molte delle quali ancora in fase di attuazione. Il premier ha sottolineato che la nomina a Washington rappresenta una missione di rilievo “alla luce del partenariato strategico avviato quest’anno con gli Stati Uniti”. Presentando Torosyan, Pashinyan lo ha definito “uno dei rappresentanti più esperti del team politico” ed ha espresso fiducia che porterà “nuove idee e nuova energia al lavoro del Ministero”. Ha inoltre sottolineato l’importanza della componente formativa nelle politiche sociali: “Il nostro obiettivo è rendere ogni cittadino il più indipendente e libero possibile, anche attraverso formazione, riqualificazione e sviluppo di competenze professionali”. Mkrtchyan, nel suo intervento di congedo, ha ringraziato per l’opportunità di servire lo Stato in un periodo “pieno di sfide”, ricordando i programmi di sostegno ai profughi del Karabakh e assicurando il massimo impegno nel nuovo incarico diplomatico negli Stati Uniti. Torosyan ha infine ringraziato per la fiducia ricevuta e garantito la prosecuzione delle riforme: “Questo settore mi è naturalmente caro. Cercheremo di migliorare i programmi esistenti e avviare nuove riforme in stretta collaborazione con il governo”.
(Rum)

Processi politici in Armenia: repressione dell’opposizione in vista di una pace controversa (Marx21 28.08.25)

Nel 2025 l’Armenia sta assistendo a un’ondata di processi ad alto contenuto politico contro esponenti dell’opposizione, dai membri del movimento “Sacra Lotta” e della Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF, Dashnaktsutyun) a importanti critici del governo. Questi procedimenti giudiziari, denunciati dai critici come motivati da ragioni politiche, coincidono con il tentativo del primo ministro Nikol Pashinyan di raggiungere un accordo di pace con l’Azerbaigian mediato dagli Stati Uniti. Gli osservatori sottolineano che le autorità armene hanno cercato di eliminare i principali dissidenti nei mesi precedenti la dichiarazione di pace dell’agosto 2025, un accordo che molti in Armenia considerano una capitolazione de facto alle condizioni dell’Azerbaigian. La tempistica e la natura di questi processi hanno sollevato serie preoccupazioni circa il regresso democratico e la repressione nel Paese.

Il movimento “Sacra Lotta” sotto processo

Uno degli obiettivi principali della repressione è stato il movimento di protesta “Sacra Lotta”, una campagna patriottica lanciata nel 2024 per opporsi a quelle che i suoi membri considerano concessioni inaccettabili all’Azerbaigian. Il suo leader, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, un alto prelato della Chiesa apostolica armena, è stato arrestato il 25 giugno 2025 insieme ad almeno 14 sostenitori (tra cui attivisti dell’ARF). Ora sono sotto processo a Yerevan con l’accusa esplosiva di “cospirazione per rovesciare il governo attraverso atti terroristici”. L’atto d’accusa si basa in gran parte su registrazioni audio delle conversazioni di Bagrat, divulgate dagli investigatori, che sostengono che il gruppo abbia pianificato una violenta rivolta, dagli omicidi al sabotaggio delle infrastrutture.

Galstanyan e i suoi coimputati negano con veemenza le accuse, definendole una montatura. Nella prima udienza del 19 agosto, l’arcivescovo, ancora vestito con la tonaca nera, ha aperto con il Padre Nostro e ha proclamato la sua innocenza. “Non siamo terroristi, ma siamo terrorizzati da coloro che adorano il denaro e il potere”, ha dichiarato Galstanyan alla corte, definendo il processo una punizione per la sua posizione patriottica. Gli avvocati della difesa sostengono che le registrazioni segrete siano state manipolate e estrapolate dal contesto dalle autorità intenzionate a mettere a tacere il dissenso. È da notare che nelle perquisizioni approfondite delle abitazioni dei sospettati non sono state trovate armi o materiali incriminanti; l’avvocato di Galstanyan ha definito il caso «nient’altro che una rozza messinscena politica» da parte del Servizio di Sicurezza Nazionale.

I gruppi di opposizione e gli osservatori dei diritti umani hanno condannato i processi della Lotta Sacra come un palese tentativo di schiacciare il dissenso pacifico. Gli arresti sono stati accompagnati da raid su larga scala del NSS in oltre 90 luoghi, tra cui le case di attivisti dell’ARF e di un parlamentare dell’opposizione, nell’ambito di quella che il partito ARF Dashnaktsutyun definisce una “campagna diffamatoria volta a schiacciare il dissenso”. L’ARF e altre fazioni dell’opposizione hanno rilasciato dichiarazioni in cui denunciano la repressione come illegale e motivata politicamente, descrivendola come un tentativo di Pashinyan di “mettere a tacere i focolai della resistenza nazionale” in Armenia. I leader del Dashnaktsutyun sottolineano che l’unico “reato” dei loro membri è stato quello di opporsi a ulteriori concessioni territoriali all’Azerbaigian e accusano il governo di aver inventato accuse false per neutralizzare gli oppositori delle politiche di Pashinyan.

Clero e figure dell’opposizione bollati come “terroristi”

La repressione ha preso di mira in particolare esponenti di spicco del clero che si sono schierati con l’opposizione. All’arresto dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan è seguito, due giorni dopo, il drammatico tentativo di arresto dell’arcivescovo Mikael Ajapahyan, il 27 giugno. Ajapahyan, altro critico schietto di Pashinyan, è stato infine accusato di“incitamento al rovesciamento violento dell’ordine costituzionale”, essenzialmente per aver suggerito in un’intervista che l’esercito destituisse l’attuale governo. Quando le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella cattedrale di Etchmiadzin per arrestarlo, centinaia di sacerdoti e fedeli indignati hanno bloccato fisicamente l’arresto. Il 61enne arcivescovo si è consegnato volontariamente dopo lo stallo e il suo processo è iniziato il 15 agosto sotto lo sguardo attento dell’opinione pubblica. La detenzione di Ajapahyan è stata prorogata nonostante i ricorsi della difesa, portandolo ad affermare con amarezza in tribunale che nemmeno il regime sovietico lo aveva arrestato per aver espresso la sua opinione, mentre «uno Stato che si definisce democratico sta ora limitando la libertà di parola attraverso la detenzione». La Santa Sede della Chiesa armena ha condannato il suo arresto come «vendetta personale» da parte della squadra di Pashinyan e prova di una «politica di persecuzione contro la Chiesa» guidata dal governo.

Questi sviluppi sono avvenuti nel mezzo di un confronto aperto tra Pashinyan e la Chiesa apostolica armena. A giugno, l’ufficio di Pashinyan ha lanciato una campagna per costringere alle dimissioni il Catholicos Garegin II, il patriarca supremo della Chiesa, accusandolo di irregolarità, tra cui la violazione del voto di celibato (vedi la nostra inchiesta sulla campagna di Pashinyan contro la Chiesa). Il 26 giugno, il giorno dopo l’arresto dell’arcivescovo Bagrat, Pashinyan ha persino minacciato di sfrattare con la forza il Catholicos dalla sua residenza di Etchmiadzin se non si fosse dimesso. Questo attacco senza precedenti alla leadership della Chiesa, combinato con l’incarcerazione di alti prelati, ha portato molti a concludere che il governo stia cercando di neutralizzare l’influente Chiesa come potenziale fonte di opposizione. I critici di Pashinyan affermano che le figure ecclesiastiche sono state prese di mira proprio perché stavano mobilitando l’opinione pubblica contro quelle che considerano pericolose concessioni ai nemici dell’Armenia. Pashinyan e i suoi alleati negano di perseguitare la Chiesa, sostenendo di starla semplicemente “riformando” rimuovendo quelli che definiscono ecclesiastici reazionari, una giustificazione accolta con grande scetticismo.

Gli attivisti dell’opposizione laica non hanno avuto sorte migliore. All’inizio di luglio, ondate di arresti hanno colpito giovani membri dell’ARF con accuse simili. Il 10 luglio, la polizia ha arrestato sette persone legate all’ARF Dashnaktsutyun, per lo più giovani attivisti, accusandole di preparare atti terroristici. Le autorità hanno diffuso le foto degli oggetti sequestrati (una bomba a mano, detonatori, radio), insinuando un complotto per un attentato dinamitardo, ma senza fornire alcuna prova di un piano concreto. Gli avvocati degli attivisti hanno ridicolizzato le accuse, spiegando che i dispositivi confiscati erano oggetti di scena per giochi di “strikeball” ( softair) e attrezzature legalmente possedute, non strumenti di terrorismo. Ciononostante, un attivista (il ventiduenne Andranik Chamichian) è stato accusato di “preparazione al terrorismo” e persino il figlio di un deputato dell’opposizione (Taron Manukian, figlio del parlamentare dell’ARF Gegham Manukian) è stato arrestato dopo un raid nella sua abitazione. Esponenti dell’ARF hanno denunciato questi arresti come infondati e orchestrati a fini politici, sottolineando che inizialmente agli avvocati era stato impedito di incontrare i detenuti. “Le continue repressioni sono il risultato della paura delle autorità stesse”, ha affermato il parlamentare Gegham Manukian, accusando il governo di “terrorizzare il popolo [e] cercare di creare false immagini” per diffamare i suoi oppositori. Anche alcuni degli arrestati a giugno insieme all’arcivescovo Galstanyan erano membri dell’ARF: ad esempio, il deputato dell’opposizione Artur Sargsyan è stato incriminato nello stesso caso, basandosi in gran parte sulle controverse intercettazioni telefoniche delle discussioni di Galstanyan.

Gli osservatori internazionali sottolineano che questa ondata di casi di “terrorismo” contro membri del clero e dell’opposizione non ha precedenti nell’Armenia post-sovietica. Il momento in cui sono stati compiuti ha suscitato particolare indignazione: le retate e le incriminazioni di giugno-luglio 2025 sono avvenute proprio mentre Pashinyan si avvicinava alla conclusione di un accordo di pace con l’Azerbaigian. Infatti, il 10 luglio, lo stesso giorno in cui sono stati arrestati i sette giovani Dashnak, Pashinyan era all’estero per incontrare il presidente azero Ilham Aliyev ad Abu Dhabi, dove stava definendo gli ultimi dettagli di un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. I leader dell’opposizione sostengono che non si tratti di una coincidenza. Ritengono che Pashinyan abbia cercato di prevenire qualsiasi protesta di massa o resistenza incarcerando in anticipo i patrioti più accesi. “Questi arresti fanno parte della repressione in corso contro tutti i critici che resistono ai piani [del governo] di fare ulteriori concessioni all’Azerbaigian”, ha affermato una dichiarazione dell’ARF, definendo le accuse motivate da ragioni politiche. Anche i media locali e la società civile hanno messo in guardia che l’Armenia sta assistendo a “una preoccupante erosione della libertà”, poiché il governo utilizza le forze di sicurezza e i tribunali per mettere a tacere i dissidenti con il pretesto della sicurezza nazionale.

Il caso di Samvel Karapetyan: da oligarca a prigioniero politico

Forse la figura più in vista coinvolta in questa campagna è Samvel Karapetyan, un imprenditore miliardario e filantropo. Karapetyan, presidente del conglomerato russo Tashir Group e uno dei più ricchi benefattori dell’Armenia, è stato arrestato in modo drammatico il 18 giugno 2025 dopo aver reso pubblici alcuni commenti in difesa della Chiesa apostolica armena nel suo scontro con l’amministrazione Pashinyan. Aveva rilasciato una dichiarazione al vetriolo in cui criticava il trattamento riservato dal governo alla Chiesa e ad altre istituzioni nazionali. Nel giro di un giorno, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nella residenza di Karapetyan a Yerevan; il magnate è stato arrestato e accusato di “incitamento pubblico all’usurpazione del potere”, essenzialmente accusato di aver incitato un colpo di Stato (vedi la nostra inchiesta su questo caso).

I critici sottolineano lo straordinario zelo con cui il governo di Pashinyan ha poi agito contro gli interessi commerciali di Karapetyan. Subito dopo l’arresto, il primo ministro Pashinyan ha dichiarato che era giunto il momento di nazionalizzare la società di servizi pubblici di Karapetyan, Electric Networks of Armenia (ENA). Il partito al potere ha rapidamente approvato una legge che autorizza lo Stato a sequestrare i beni dell’ENA, una mossa ampiamente vista come punitiva e di ritorsione. In risposta, la famiglia di Karapetyan ha presentato una richiesta di arbitrato d’urgenza all’estero. Un arbitro della Camera di Commercio di Stoccolma è intervenuto per congelare l’azione del governo armeno, avvertendo che la confisca dell’ENA avrebbe violato i trattati di investimento e ostacolato qualsiasi futuro risarcimento dei danni. Questa reprimenda legale internazionale ha costretto le autorità armene a sospendere, almeno temporaneamente, il loro progetto di nazionalizzazione.

Nel frattempo, Samvel Karapetyan rimane dietro le sbarre a Yerevan e il suo calvario legale si fa sempre più intricato. Dopo il suo arresto iniziale, gli investigatori hanno aggiunto una seconda serie di accuse, accusando Karapetyan di riciclaggio di denaro, dopo aver condotto approfondite verifiche e perquisizioni nelle sue aziende. Gli avvocati di Karapetyan contestano con forza queste accuse e hanno ottenuto alcune vittorie: l’11 agosto, la Corte d’appello penale armena ha stabilito che l’arresto di Karapetyan del 18 giugno era illegale, sottolineando che era stato detenuto senza un motivo valido per oltre nove ore. In precedenza, un tribunale aveva anche giudicato illegale la perquisizione della sua abitazione. Tuttavia, nonostante queste sentenze, l’uomo d’affari non è stato rilasciato. Le autorità hanno rapidamente presentato ricorso contro le decisioni e hanno mantenuto Karapetyan in custodia cautelare per oltre due mesi, semplicemente detenendolo sulla base delle nuove accuse per aggirare le conclusioni del tribunale. Questa manovra ha sollevato allarmi sullo stato di diritto, suggerendo che quando i tribunali non danno la risposta “giusta”, la procura cambia semplicemente tattica per garantire che un critico del governo rimanga in carcere.

Il caso Karapetyan ha attirato l’attenzione e la condanna della comunità internazionale. A metà agosto, il famoso avvocato internazionale Robert Amsterdam ha visitato l’Armenia e ha definito il procedimento un “spettacolo politico” e un atto di vendetta, del tutto inadeguato a un paese democratico. “Qualsiasi procedimento legale che si svolge qui è come uno spettacolo”, ha detto Amsterdam in una conferenza stampa a Yerevan, sottolineando che il procuratore generale che conduce il caso è strettamente allineato con l’ufficio del primo ministro. Ha avvertito che il comportamento del governo armeno “attirerà l’attenzione di tutti i partner politici ed economici” e ha promesso di sollevare la questione di Karapetyan davanti agli organismi giuridici internazionali. L’arresto di Karapetyan ha infatti causato attriti diplomatici: il miliardario ha sia la cittadinanza russa che quella armena e il Cremlino ha apertamente espresso la preoccupazione che egli sia oggetto di “accuse di natura politica”. Per molti in Armenia e nella diaspora, lo spettacolo di un uomo d’affari patriottico, noto per i generosi contributi alle cause nazionali, incarcerato e con le sue aziende minacciate, invia un messaggio agghiacciante. Sottolinea fino a che punto il governo di Pashinyan è disposto a spingersi per mettere a tacere le voci influenti che contestano la sua narrativa. Come ha lamentato una figura dell’opposizione, il destino di Karapetyan “è ampiamente visto nei circoli dell’opposizione come parte di una più ampia repressione del dissenso” da parte di un regime che sta scivolando verso l’autoritarismo.

Accordo di pace o capitolazione? Zittire il dissenso prima degli accordi di Washington

Questi processi politici si svolgono sullo sfondo di un controverso processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. L’8 agosto 2025, il primo ministro Pashinyan e il presidente Aliyev dell’Azerbaigian si sono incontrati alla Casa Bianca a Washington D.C., sotto l’egida del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per firmare una dichiarazione di pace congiunta volta a porre formalmente fine al conflitto decennale. Pashinyan ha accolto con favore gli accordi di Washington come una “svolta storica” che inaugura una “nuova era” per la regione. In un discorso televisivo del 18 agosto, ha affermato che l’accordo segna la fine ufficiale del conflitto e ha persino annunciato che lui e Aliyev nomineranno congiuntamente Trump per il Premio Nobel per la Pace per averlo mediato. I termini dell’accordo, ora resi pubblici, prevedono la riapertura delle vie di trasporto e la delimitazione dei confini sulla base delle linee dell’era sovietica, con l’Armenia che riconosce apparentemente la sovranità dell’Azerbaigian sulle zone contese, tra cui la più dolorosa è il Nagorno-Karabakh (Artsakh), la regione popolata da armeni persa nel 2020 a favore dell’Azerbaigian. Secondo Pashinyan, si tratta di un accordo “vantaggioso per tutti” che farà uscire l’Armenia dall’isolamento, porterà investimenti (tramite una proposta iniziativa denominata “Peace Crossroads/Trump Path”) e consentirà agli armeni di “vivere in un’Armenia completamente diversa”, libera da conflitti perpetui (vedi la nostra inchiesta su questo accordo di pace).

Tuttavia, gran parte dell’opinione pubblica armena e della diaspora considera la cosiddetta pace poco più che una capitolazione mascherata. Per molti, la firma di Pashinyan a Washington consolida essenzialmente la vittoria dell’Azerbaigian, costringendo l’Armenia a ingoiare compromessi difficili senza garantire giustizia o sicurezza agli armeni dell’Artsakh. I critici accusano Pashinyan di “vendere la sconfitta come pace”. “Ciò che viene venduto al popolo armeno come ‘pace’ potrebbe, in realtà, essere una sconfitta riproposta, che rischia di cancellare la giustizia, legittimare l’aggressione e abbandonare coloro ai quali non sono state mantenute le promesse”, ha scritto senza mezzi termini un commentatore. In nessuna parte dell’accordo viene affrontata la difficile situazione dei 120.000 armeni sfollati dell’Artsakh; Pashinyan ha esplicitamente rifiutato di insistere sul loro diritto al ritorno, definendo l’idea stessa “pericolosa” e esortando gli armeni a “dimenticare” l’Artsakh in nome della pace. Questo drastico cambiamento ha indignato le figure dell’opposizione. “Dichiarando permanente la spoliazione della patria, lo Stato sta condizionando i suoi cittadini ad accettare la cancellazione”, ha avvertito Metakse Hakobyan, deputata dell’Artsakh, secondo la quale la retorica della “vera Armenia” di Pashinyan è essenzialmente una “filosofia della capitolazione” che insegna al pubblico ad accettare la perdita come realismo. Lei e altri temono che se oggi si insegna agli armeni ad accettare la perdita dell’Artsakh, «domani la stessa logica potrebbe applicarsi a qualsiasi parte dell’Armenia».

In questo contesto, la tempistica della repressione del governo armeno nei confronti delle voci dell’opposizione assume un significato particolare. Tutti gli arresti più importanti – Galstanyan, Ajapahyan, Karapetyan, i giovani dell’ARF e altri – sono avvenuti tra la fine di giugno e l’inizio di luglio 2025, poche settimane prima del vertice di Washington e della dichiarazione. Pashinyan ha efficacemente rimosso o intimidito molti dei potenziali leader delle proteste di massa che avrebbero potuto scoppiare in risposta a un accordo di pace considerato un tradimento degli interessi nazionali. Infatti, quando Pashinyan è tornato in patria e ha elogiato la “stabilizzazione della pace” a metà agosto, le strade di Yerevan erano relativamente tranquille, secondo i critici in gran parte perché i principali organizzatori dell’opposizione erano dietro le sbarre o impegnati in procedimenti giudiziari. “La repressione all’interno dell’Armenia stessa [sta] crescendo”, ha osservato Hakobyan, citando i “processi politici, gli arresti e la persecuzione dei dissidenti – genitori di soldati caduti, membri del clero e parlamentari in carica” che si sono moltiplicati negli ultimi mesi. Questa ondata di repressione, ha osservato, sta modificando radicalmente il panorama politico armeno, creando un “nuovo ordine politico” in cui opporsi alla linea del governo può portare alla prigione. Altri leader dell’opposizione sono stati ancora più diretti: “Se un Paese ha prigionieri politici, quel Paese è sotto occupazione”, ha affermato Hakobyan, sostenendo che l’Armenia sotto Pashinyan sta sacrificando la sua sovranità e dignità sotto le spoglie della “pace”. A loro avviso, Pashinyan ha prima capitolato davanti all’Azerbaigian e ora sta usando l’apparato statale per garantire che anche gli armeni capitolino alla sua narrativa, mettendo a tacere chiunque si rifiuti di tacere sulla sconfitta.

Una svolta critica

I processi politici in corso in Armenia hanno messo in luce l’impegno del governo nei confronti delle norme democratiche in un momento critico della storia della nazione. Il primo ministro Pashinyan, salito al potere come riformatore nella “Rivoluzione di velluto” del 2018, è ora accusato di tattiche autoritarie che ricordano un’epoca più buia. I partiti di opposizione, i gruppi della società civile e gli osservatori internazionali avvertono che perseguire il clero, i giornalisti, gli imprenditori e gli attivisti dell’opposizione con leggi antiterrorismo discutibili è un grave abuso di potere. Sostengono che le autorità armene, nel tentativo di imporre una pace impopolare, hanno calpestato la libertà di espressione e il giusto processo, minando la democrazia stessa che le ha portate al potere.

Mentre l’Armenia affronta un futuro incerto nel Caucaso meridionale post-bellico, questi processi sollevano interrogativi inquietanti: a quale costo è stata raggiunta la “pace”? E una pace fondata sul silenzio dei dissidenti potrà davvero essere sostenibile? Per ora, i sostenitori del movimento “Sacra Lotta” e i membri dell’ARF Dashnaktsutyun languiscono nei tribunali e nelle celle delle prigioni, proclamando con sfida il loro patriottismo anche se bollati come criminali. “Presto la nostra sicurezza esterna sarà ricostruita”, ha scritto Samvel Karapetyan dalla sua cella, esprimendo fiducia nel fatto che l’Armenia supererà l’attuale tumulto. Il suo ottimismo è condiviso da molti armeni comuni che credono che l’anima della loro nazione sia messa alla prova. Ai loro occhi, la vera lotta non riguarda solo un trattato di pace o un governo, ma il carattere stesso dello Stato armeno: se rimarrà pluralistico e libero o scivolerà ulteriormente nella repressione. L’esito di questi processi politici potrebbe plasmare il destino dell’Armenia per gli anni a venire, determinando se il Paese potrà raggiungere una pace reale senza perdere la democrazia e la giustizia per cui il suo popolo ha lottato a lungo.

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26° Festival del Circo d’Italia: i primi artisti in gara (Circusnews 27.08.25)

Dal 16 al 20 Ottobre 2025 a Latina, la 26^ edizione dell’International Circus Festival of Italy. Sciolta la riserva sui primi quattro numeri ammessi alla competizione.

Provengono da Armenia, Ucraina, Ungheria e Stati Uniti d’America i primi artisti ai quali spetterà l’onere di rappresentare i loro Paesi d’origine nell’ambitissima pista di Latina.

VARDANYAN BROTHERS

Armenia – Mano a mano

UNA PIATTAFORMA MOBILE ASSEGNA UNA INCONSUETA DINAMICA VERTICALE AL NUMERO DI MANO A MANO.

Formati alle discipline circensi dal loro zio fin dall’età di 9 anni, i fratelli Vardanyan provengono dall’Armenia dove debuttarono nel 1999 sulla pista di un Circo. Negli anni hanno proseguito la loro preparazione atletica ed artistica da autodidatti fino ad acquisire notevole visibilità attraverso numerose partecipazioni televisive in Russia, Regno Unito, Italia, Spagna e Germania. Tra le esibizioni di mano a mano, quella dei fratelli Vardanyan si distingue per l’impiego di una speciale piattaforma mobile che assegna alla performance una inconsueta dinamica verticale. Il trucco finale, poi, vede l’impiego di coltelli a rendere il numero ancora più audace.

KATERINA KORNEVA

Ucraina – Palo aereo

IL PALO AEREO: LA GRAZIA DELLA DANZA SI COMBINA CON LE COMPETENZE PROPRIE DELL’ACROBATICA.

Era il 2001 quando la giovane artista ucraina Katerina Korneva iniziava la propria carriera artistica e professionale. Era stata sua madre ad accompagnarla per la prima volta in una Scuola di Circo nella città di Donetsk. Negli anni Katerina ha viaggiato in tutto il mondo esibendosi con un numero di cerchio aereo presentato anche a Monte-Carlo in occasione della diciannovesima edizione del Festival Premier Rampe. Pur rimanendo fedele alle performance a distanza da terra, Katerina Korneva si esibisce oggi nella disciplina denominata palo aereo: una contaminazione raffinata tra la grazia della Danza e le competenze proprie dei numeri acrobatici.

CHRISTOPHER EÖTVÖS

Ungheria – Magia

UN’UNICA PERFORMANCE CHE RACCHIUDE IN SÉ UNA SEQUENZA SERRATA DI NUMEROSI TRUCCHI DI MAGIA.

Christopher Eötvös è un giovane artista ungherese e rappresenta l’ottava generazione della sua famiglia circense. Educato alla pratica delle discipline dello spettacolo fin dalla più tenera età, Christopher ha debuttato come artista professionista all’età di 18 anni e ad oggi, oltre che nel suo Paese, si è già esibito in Francia, Austria, Germania e Danimarca. La sua specialità è la magia: Christopher allestisce performance estremamente dinamiche durante le quali numerosi trucchi si susseguono a ritmo serrato. In occasione della sua partecipazione al Festival di Latina, Christopher ha previsto il coinvolgimento di un intero corpo di ballo.

HALEY ROSE VILORIA

Stati Uniti d’America – Cinghie aeree

È COSÌ CHE IN PISTA UN’ARTISTA PUÒ RACCONTARE LA FINE DI UN AMORE E L’ELABORAZIONE DEL DOLORE.

Haley Rose Viloria è un’artista statunitense autodidatta di origini californiane. In scena dal 2009, Haley Rose si è esibita sia nei circhi tradizionali americani che sulle navi da crociera prima di approdare alle grandi produzioni del Cirque du Soleil. La sua struggente esibizione alle cinghie aeree vede Haley Rose quale interprete ed al tempo stesso ideatrice e coreografa: l’azione scenica risulta dall’elaborazione di un’esperienza dolorosa della protagonista, legata alla fine di una storia d’amore. Il titolo della performance, ‘The stages of grief’, rimanda proprio alla sequenza ordinata di condizioni emotive che l’artista intende evocare: dal dolore alla negazione, dalla rabbia alla contrattazione, per giungere poi alla definitiva accettazione.

Tra Armenia e Italia, legami di pietra e memoria (VaticanNews 27.08.25)

L’artista Mikayel Ohanjanyan esplora i legami invisibili dell’esistenza attraverso la scultura. Dalla formazione accademica alle grandi esposizioni internazionali, la sua ricerca si nutre di connessioni culturali e interiori, trasformando la materia in un campo di riflessione sul presente

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Nelle sculture di Mikayel Ohanjanyan la materia sembra custodire tensioni invisibili, come se fosse attraversata da forze che trattengono e al tempo stesso spingono verso l’inconoscibile. Pietra, piombo e acciaio diventano strumenti per interrogare i legami che uniscono l’essere umano a sé stesso, agli altri, alla natura e all’universo. Una ricerca che nasce dal dialogo fra due culture, quella armena e quella italiana, e che trova espressione in un percorso artistico riconosciuto a livello internazionale.Radici e appartenenza

Nato nella capitale armena Yerevan, Ohanjanyan ha compiuto i primi studi nella sua città per poi trasferirsi in Italia nel 2000, dove si è formato all’Accademia di belle arti di Firenze. Questo passaggio è stato decisivo: l’incontro con la tradizione rinascimentale e con l’arte contemporanea gli ha permesso di ripensare le proprie origini in una dimensione di costante riflessione. “È come un rispecchiamento continuo tra la cultura da cui provengo e il mondo nuovo in cui vivo”, racconta.

Ascolta l’intervista a Mikayel Ohanjanyan

Legami

Il nucleo della sua ricerca si concentra sull’essere umano e sulle sue relazioni, un interesse coltivato fin dall’infanzia. Da questa attenzione nasce il tema dei Legami, che oggi connota molte delle sue opere. Legami interiori, sociali, spirituali: un intreccio che si traduce formalmente in blocchi di pietra serrati da cavi d’acciaio, superfici attraversate da scritture, tensioni che diventano segni concreti nello spazio.

La soglia

L’installazione E se non ci fosse la scrittura?, presentata a Milano, affronta ad esempio il valore e i limiti della scrittura come soglia da superare. Blocchi di basalto informi, stretti da funi metalliche che li afferrano al suolo, sono metafora dell’essere umano trattenuto, incapace di “volare”. Le schegge fuse in piombo recano incisa la domanda che dà il titolo all’opera: una provocazione che interroga la memoria e la capacità di vivere il presente.

La scultura come filosofia

La scultura, osserva Ohanjanyan, è “una filosofia tridimensionale”, capace di catalizzare la vibrazione del tempo. Non un gesto isolato, ma un processo che assorbe la dimensione sociale, politica e culturale in cui viviamo. “Credo che la scultura sia un tentativo di catalizzare la vibrazione da cui si genera ogni cosa”, afferma, sottolineando come le sue opere siano al tempo stesso memoria delle origini e riflessione sul presente.

Percorsi per andare lontano

Questa visione ha trovato spazio in contesti internazionali: dalla Biennale di Venezia, dove nel 2015 ha partecipato al Padiglione dell’Armenia premiato con il Leone d’Oro, al Frieze Sculpture Park di Londra, che nel 2016 ha presentato Diario, oggi parte della collezione permanente dello Yorkshire Sculpture Park. Nel 2018 l’opera La soglia è la sorgente è entrata nel Museo dell’opera del duomo di Firenze, vincendo il Premio Internazionale Marinelli. E ancora Parigi, con il progetto Fiac-on Site, o Carrara, dove la città lo ha invitato a dialogare con gli spazi pubblici. Accanto a questi riconoscimenti, resta centrale la riflessione personale: le sue opere si offrono come strumenti per rivelare tanto la presenza quanto la mancanza di legami. “È una denuncia della scarsa consapevolezza dei rapporti che viviamo, ma anche un modo per segnare l’importanza dell’unità, anche se frantumata, anche se in attrito”, spiega l’artista.

Incontro e memoria

Nel 2024 Ohanjanyan è stato invitato dal Dicastero per la cultura e l’educazione alla Biennale di Venezia, ospitata nella casa di reclusione femminile della Giudecca, dove ha incontrato Papa Francesco. Un ricordo che definisce “molto emozionante, molto simbolico… un ricordo empatico, profondo”, a conferma di quanto lo sguardo dell’artista sia guidato dal cuore, dalle esperienze umane e spirituali oltre che artistiche.

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Striscia di Gaza: Chiese cristiane di Gerusalemme a senatori Usa, “profonda angoscia per Gaza” (AgenSir 27.08.25)

Presso il Patriarcato ortodosso di Gerusalemme, il patriarca Teofilo III, insieme ai leader delle Chiese armena, francescana, latina e anglicana, ha ricevuto ieri i senatori degli Stati Uniti, Chris Van Hollen e Jeff Merkley, per una “solenne dichiarazione sulle gravi tribolazioni che i cristiani devono affrontare in Terra Santa”. Secondo quanto riferito dalla Custodia di Terra Santa, dopo aver ringraziato i due senatori per il loro impegno a garantire la libertà di culto a Gerusalemme e in tutta la Terra Santa, Teofilo III ha dichiarato: “Ogni difesa della santità del culto rafforza la testimonianza viva del Vangelo nella stessa città in cui la Parola fu proclamata per la prima volta e da dove si diffuse tra le nazioni”. Nel corso dell’incontro i leader delle Chiese cristiane, tra cui anche il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, hanno denunciato “i ripetuti attacchi alle chiese di Gaza e all’ospedale Al-Ahli a Gaza City (gestito dalla Comunione anglicana di Gerusalemme, ndr.), la grave minaccia rappresentata dalla tassa israeliana ‘Arnona’, (che i Comuni incassano sulle proprietà immobiliari, ndr.) e i crescenti pericoli che le famiglie cristiane affrontano a Taybeh e in tutta la Cisgiordania”. Le Chiese cristiane hanno espresso “profonda angoscia per quanto sta accadendo a Gaza, dove bambini, deliberatamente affamati, gridano per il pane, gli innocenti versano in una sofferenza incessante e lo spettro incombente di uno sfollamento di massa grava su famiglie già sull’orlo della disperazione”. L’incontro si è chiuso con l’appello di Teofilo III: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Lanciamo questo appello affinché la vita sia preservata e la dignità sostenuta”. Dal canto loro i due senatori si sono impegnati a riferire le “urgenti preoccupazioni” delle Chiese al Dipartimento di Stato e all’Ambasciata degli Stati Uniti.

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Lavash, l’antichissimo pane armeno patrimonio Unesco dell’umanità (Informacibo 27.08.25)

Non c’è viaggio in Armenia che non sia anche un incontro con la sua ottima cucina e in particolare con il lavash, l’antichissimo pane che accompagna ogni pasto.

Vero e proprio pilastro della gastronomia locale, è un simbolo identitario che unisce tutti gli armeni sparsi nel mondo dopo la diaspora. La sua importanza è tale che nel 2014 l’UNESCO lo ha dichiarato patrimonio culturale immateriale dell’umanità, riconoscendone non solo il valore gastronomico, ma soprattutto il ruolo sociale e rituale.

Sottile, fragrante appena tolto dal forno (il tonir, quello tradizionale interrato), senza lievito e dalla forma piatta pronta ad avvolgere i vari condimenti, questo pane in Armenia si trova in ogni ristorante e in tutte le panetterie e i mercati.

Le origini, tra ritualità e sopravvivenza

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Il pane lavash armeno. Foto: Oriana Davini

Il lavash nasce come pane di comunità. Preparato in grandi quantità, veniva steso sottilissimo e cotto sulle pareti del tonir, il tipico forno in terracotta interrato che si riscalda fino a raggiungere altissime temperature. Le sfoglie cotte, una volta asciugate, potevano durare mesi interi: un aspetto fondamentale per chi doveva affrontare i rigidi inverni del Caucaso. Oltre all’Armenia, infatti, è diffuso anche in Turchia, in Iran (dove viene chiamato semplicemente pane armeno), in Georgia e in Azerbaijan, dove ha assunto caratteristiche locali pur mantenendo l’essenza originaria. Per secoli, insomma, non è stato solo un pane quotidiano, ma una riserva di sopravvivenza fondamentale.

La sua forma sottile e rotonda, la preparazione a base di farina, acqua e sale e la cottura nel forno in argilla interrato, sono elementi che lo rendono un prodotto unico e profondamente legato alla tradizione. E, al contempo, richiamano altri pani simili diffusi nelle cucine del Mediterraneo e del Medio Oriente, dalla pita greca fino al pane arabo.

La produzione del pane lavash

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La preparazione del pane lavash nel villaggio armeno di Tsaghkunk. Foto: Oriana Davini

Tradizionalmente sono le donne, spesso in gruppo, a lavorare l’impasto e a cuocerlo nel tonir, uno degli elementi fondamentali della cucina armena.

Questo forno tradizionale, inserito direttamente nel terreno, permette di cuocere le sfoglie direttamente sulle pareti calde: in pochi secondi, si staccano dal forno con le tipiche bolle dorate. Il risultato è un pane dalla consistenza croccante all’esterno e soffice all’interno. Questa tecnica di cottura antichissima, che oggi non è più molto diffusa (i panettieri usano spesso forni elettrici), aggiunge un valore culturale e affettivo al lavash, un po’ come accade da noi con la pizza cotta nel forno a legna.

Le fasi della produzione

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Il pane lavash viene cotto appoggiando la sfoglia per pochi secondi sulle pareti del forno. Foto: Oriana Davini
  1. Impasto: La farina, l’acqua e il sale vengono mescolati fino a ottenere un impasto omogeneo.
  2. Sfogliatura: l’impasto viene steso in una sfoglia sottile e uniforme, spesso con l’aiuto di un mattarello.
  3. Cottura: la sfoglia viene cotta su una pietra rovente o in un forno a legna.
  4. Essiccazione: il lavash cotto viene spesso essiccato per conservarlo più a lungo.

Il lavash nella cucina armena

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Il pane lavash farcito con erbe aromatiche e formaggio. Foto: Oriana Davini

Simbolo di ospitalità, il pane armeno non va mai tagliato con il coltello: si divide con le mani, offrendolo agli ospiti. Il lavash può essere consumato sia fresco che secco, e può essere utilizzato in molti modi:

  • Come accompagnamento: è spesso servito come piatto per raccogliere altre pietanze, come hummus, baba ghanoush, yogurt, formaggi, carne grigliata o verdure. A me è stato come spuntino da farcire con erbe aromatiche, amatissime nella cucine armena, e formaggio.
  • Come base per farciture: le più comuni includono carne marinata, verdure fresche, formaggi, erbe aromatiche e salse.
  • Come base per il lahmajoun, la pizza armena farcita solitamente con carne speziata.
  • Come ingrediente per zuppe: quello secco viene sbriciolato e aggiunto a zuppe, minestre e insalate, oppure usato come pangrattato per impanare.

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Netanyahu riconosce per la prima volta il genocidio degli armeni (Varie 27.08.25)

Il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato di riconoscere a titolo personale il genocidio degli armeni, mentre le relazioni con la Turchia continuano a deteriorarsi

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha riconosciuto come genocidio il massacro degli armeni avvenuto tra il 1915 e il 1917. Lo ha fatto durante un’intervista in un podcast con il presentatore statunitense di origine armena Patrick Bet-David.

Alla domanda sul perché Israele non abbia mai riconosciuto il genocidio armeno, Netanyahu ha dichiarato: “Credo che l’abbiamo fatto perché la Knesset abbia approvato una risoluzione in tal senso”. Il parlamento israeliano non ha però mai approvato un atto del genere.

Il presentatore ha poi chiesto nuovamente perché nessun primo ministro israeliano abbia riconosciuto il genocidio e Netanyahu ha risposto: “L’ho appena fatto“.

Israele ha a lungo evitato di riconoscere formalmente il massacro ottomano dei cristiani durante la Prima guerra mondiale. Ma le dichiarazioni di Netanyahu indicano un possibile cambio di posizione, mentre le relazioni tra Israele e Turchia continuano a deteriorarsi

Né la Turchia né l’Armenia hanno commentato le parole del leader israeliano.

Critiche a Netanyahu

Le prime critiche sono arrivate dal Comitato nazionale armeno d’America (Anca). Aram Hamparian, direttore esecutivo di Anca, ha infatti affermato che le parole di Netanyahu saranno credibili solo se Israele porrà fine all’alleanza militare con l’Azerbaigian e farà pressioni sulla Turchia perché questa cessi il proprio negazionismo sul genocidio armeno.

Senza azioni concrete, ha aggiunto Hamparian, le dichiarazioni servono solo a coprire le violazioni di Israele.

Israele e il riconoscimento del genocidio armeno

Israele considera Ankara un partner commerciale e, a fasi alterne, anche un partner di sicurezza regionale, e non ha mai riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno. La posizione è rimasta la stessa anche durante le crisi diplomatiche più forti, che hanno raggiunto il punto più critico durante la guerra in corso a Gaza.

Nel 2000, l’allora ministro dell’Istruzione israeliano Yossi Sarid, del partito di sinistra Meretz, annunciò l’intenzione di includere il genocidio armeno nei programmi di storia di Israele.

Nel 2001, quando le relazioni con la Turchia erano al loro apice, l’allora ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres affermò che le “rivendicazioni armene” erano tentativi impropri di paragonare quanto accaduto all’Olocausto.

Nel giugno 2011, il deputato Aryeh Eldad, del partito di estrema destra Haihud Haleumi (Unione Nazionale), propose di dichiarare il 24 aprile giornata ufficiale di commemorazione del Genocidio armeno.

Nemmeno l’ex presidente israeliano Reuven Rivlin, in carica tra il 2014 e il 2021 e noto per essere un sostenitore del riconoscimento del genocidio, si è mai mosso in tal senso.

Nel 2018 una votazione alla Knesset sul riconoscimento del genocidio armeno è stata tolta dall’ordine del giorno e mai reinserita.

Il riconoscimento del genocidio armeno nel mondo

Ad oggi solo 34 stati hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno. L’Uruguay è stato il primo Paese a riconoscere il genocidio armeno con una legge del 1965.

La maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale ha riconosciuto il genocidio, con l’eccezione di Spagna e Regno Unito.

Gli Stati Uniti hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio solo dopo l’insediamento dell’ex presidente Joe Biden nel 2021, mossa che ha spinto la Turchia a convocare l’ambasciatore statunitense ad Ankara in segno protesta.

Tra i paesi arabi, solo la Siria e il Libano riconoscono il genocidio. In entrambi gli stati vivono centinaia di migliaia di persone di origine armena.

La maggior parte dei paesi dell’America Latina hanno riconosciuto il genocidio armeno.

Il riconoscimento del genocidio è arrivato anche da parte della Russia, mentre la maggior parte dei paesi dell’ex Unione Sovietica si rifiuta ancora di riconoscerlo.

La posizione della Turchia sul genocidio

La Turchia non ha ancora commentato le parole di Netanyahu. Tuttavia, la posizione ufficiale nel paese è ben nota. Ankara si rifiuta categoricamente di chiamarlo “genocidio” e ne fa riferimento con l’espressione “gli eventi del 1915”.

In una nota ufficiale del Ministero degli Esteri turco si legge: “Gli ultimi anni dell’Impero Ottomano furono un periodo tragico per il suo popolo. Turchi, armeni e altri hanno sofferto terribilmente“.

“Questo periodo deve essere compreso nella sua interezza e la memoria di tutte le vite perse deve essere debitamente onorata. Questo approccio richiede obiettività, una mentalità aperta ed empatia” prosegue la nota.

“La visione armena della storia, invece, isola solo le sofferenze degli armeni e le presenta in maniera distorta come un genocidio – un crimine definito dal diritto internazionale – commesso dai turchi contro gli armeni”.

“Far accettare questa narrazione ad altri paesi è diventata un obiettivo nazionale per l’Armenia e per i gruppi estremisti della diaspora armena. La Turchia non nega le sofferenze degli armeni, compresa la perdita di molte vite innocenti, durante la Prima guerra mondiale. Tuttavia, molti più turchi sono morti o sono stati uccisi negli anni precedenti e durante la guerra. Senza minimizzare le tragiche conseguenze per nessun gruppo, la Turchia si oppone alla rappresentazione unilaterale di questa tragedia come genocidio perpetrato da un gruppo contro un altro”.

“Non ci sono prove conclusive a sostegno dell’affermazione che ci sia stato un piano deliberato da parte del governo ottomano per sterminare gli armeni.” conclude la nota.

Le relazioni tra Turchia e Armenia

Nel frattempo, ad aprile il Ministero degli Esteri turco ha invitato l’Armenia a normalizzare i rapporti diplomatici.

I due paesi hanno ripreso i colloqui per la normalizzazione dei rapporti diplomatici nel 2021, dopo anni di stallo. I negoziati continuano ancora oggi.

A metà marzo, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato in una conferenza stampa a Erevan, la capitale armena, che la normalizzazione delle relazioni è ormai una questione di tempo.

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Israele: per la prima volta riconosciuto il genocidio armeno (MosaicoCem)


Netanyahu riconosce il genocidio armeno, l’ira della Turchia: “Cinico tentativo di usare delle tragedie per scopi politici” (L’Espresso)


Netanyahu riconosce il genocidio armeno: ira di Ankara (Tio.ch)


Netanyahu riconosce per la prima volta il genocidio armeno. La rabbia della Turchia: “Copre i suoi crimini” (Haffingtonpost)


Netanyahu Riconosce il Genocidio Armeno, contro la Turchia. Ma Manca Il Riconoscimento Ufficiale. (Stilum Curiae)


 

Due grandi appuntamenti con la musica europea ad Alba. Ospiti internazionali per Chasing the Future – FrequenTa (Lavocedialba 26.08.25)

Il chitarrista francese Laurent Boutros il 14 settembre e il pianista jazz polacco Krzysztof Kobyliński il 10 ottobre alla Sala Riolfo

Dopo la pausa estiva, la rassegna Chasing the Future – FrequenTa torna con due date autunnali dal respiro internazionale.

La prima, Classic from France: Laurent Boutros, è in programma per domenica 14 settembre alle 21 in Sala Riolfo. Boutros, chitarrista e compositore nato vicino a Parigi nel 1964, è noto per il suo stile che si ispira alla musica popolare armena e del Caucaso. Dopo la formazione classica con Raúl Maldonado, ha sviluppato una scrittura musicale che unisce improvvisazione e radici mediorientali. Le sue opere sono pubblicate da importanti editori come Henry Lemoine e Productions d’Oz. Ha suonato in oltre 40 paesi e ricevuto commissioni prestigiose, tra cui una dal Centre Pompidou. Il regista Atom Egoyan lo ha definito un interprete profondo della tradizione armena.

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