Teheran dedica stazione metro alla Vergine Maria (Ilfarosulmondo 18.10.25)

Teheran – L’Iran ha inaugurato la stazione della metropolitana Santa Vergine Maria (Maryam-e Moghaddas) a Teheran. La stazione, situata accanto a una chiesa cristiana armena, è ricca di immagini cristiane. Questa nuova stazione è stata costruita in onore della comunità cristiana armena dell’Iran.

Il governo iraniano riconosce i diritti di tutti i cristiani e i seguaci di Gesù Cristo possono osservare le loro cerimonie religiose, inclusa l’occasione propizia per l’anniversario di nascita di Gesù. Gli armeni costituiscono la maggior parte della popolazione cristiana iraniana (assiri, cattolici, protestanti e cristiani evangelici costituiscono il resto), che sono seguaci del ramo orientale ortodosso del cristianesimo.

A differenza dell’ipocrita Occidente, in Iran le minoranze religiose vengono realmente tutelate. La costituzione iraniana non distingue tra fedeli di religioni diverse e considera tutte le religioni in modo uguale. In Iran i seguaci delle diverse fedi vivono pacificamente gli uni accanto agli altri, nonostante gli sforzi dell’Occidente per “costruire” una narrazione totalmente falsa sul rispetto delle minoranze e dei diritti umani in Iran.

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Armenia, chi è il dio dimenticato che emerge dopo 2500 anni? (Futuro Prossimo 18.10.25)

Fortezza di Urartu svela idolo misterioso e necropoli con 50 urne. L’Armenia riscrive la sua storia spirituale più antica.

Gianluca Riccio

Il regno di Urartu controllava il Caucaso meridionale 2.500 anni fa. La sua capitale, Tushpa, sorgeva vicino al lago di Van. Le sue fortezze punteggiavano le montagne delle attuali Armenia, Turchia e Iran. Poi crollò. Gli Sciti invasero. I Medi conquistarono. E le sue città divennero rovine silenziose.

Ora, gli scavi nella fortezza di Argishtikhinili stanno riportando alla luce frammenti di quella civiltà. Case, ceramiche, strumenti. E un idolo di pietra che nessuno sa più chi rappresenti. Alto mezzo metro, scolpito nella roccia vulcanica, con un volto dai tratti marcati: naso allungato, occhi ravvicinati, labbra sottili. Era un dio? Un antenato? La risposta potrebbe trovarsi nella cassa di pietra accanto a lui, che verrà presto analizzata per trovare tracce di offerte rituali.

Armenia, il volto emerso dalla polvere
Gli archeologi del team polacco-armeno guidato da Mateusz Iskra dell’Università di Varsavia stavano lavorando nella seconda stagione di scavi sulla collina di Surb Davti Blur. La fortezza di Argishtikhinili, fondata dal re Argishti I nell’VIII secolo a.C., occupava una posizione strategica sulla piana di Ararat. Le case terrazzate emergevano una dopo l’altra: pavimenti in pietra, magazzini con grandi giare conficcate nel terreno. Poi, in una di queste stanze, qualcosa di diverso. L’idolo era appoggiato contro una cassa di pietra, nella stessa posizione in cui era stato lasciato 2.500 anni prima. Il tufo vulcanico di cui è fatto si trova in abbondanza nella regione.

I tratti del volto sono stilizzati ma precisi: sopracciglia definite, occhi molto ravvicinati, un naso lungo e diritto, labbra sottili. È come un guardiano immobile che ha attraversato i millenni senza muoversi di un millimetro.

Argishtikhinili emerge lentamente dalla terra armena. Ogni oggetto che riemerge racconta di un mondo che pensava di durare per sempre, poi è finito in fretta.
Un dio locale o un antenato venerato?
Idoli simili sono stati trovati in altri siti armeni. L’interpretazione più comune li collega a culti locali, forse dedicati agli antenati o a divinità della fertilità. Ma identificare con precisione questa figura è un’altra storia.

Il regno di Urartu aveva un pantheon complesso. La divinità suprema era Haldi, dio della guerra spesso raffigurato in piedi su un leone. Poi c’era Teisheba, dio delle tempeste e dei tuoni, derivato dall’hurrita Teshub. E Shivini, dio del sole, rappresentato con un disco solare alato che ricorda molto da vicino il Ra egiziano. Oltre a questi, esistevano divinità locali legate a specifici insediamenti, chiamate semplicemente “il dio della città di…”.

Una lista di ben 79 divinità urartee è stata trovata incisa in una nicchia montana vicino alla capitale Tushpa. Accanto ai nomi, le istruzioni sui sacrifici da compiere per ciascun dio. Se le analisi chimiche della cassa di pietra rivelassero residui compatibili con quei sacrifici, potremmo finalmente dare un nome all’idolo.

La necropoli che riscrive la storia dell’Armenia
L’idolo non è stata l’unica scoperta della stagione. Il team ha portato alla luce una vasta necropoli ai margini dell’insediamento. Decine di urne cinerarie, molte in stato eccezionale di conservazione. Le ceneri dei defunti erano depositate con cura nei recipienti ceramici, spesso accompagnate da piccoli corredi funerari. La bioarcheologa Hasmik Simonyan dell’Accademia Nazionale delle Scienze d’Armenia ha definito la scoperta “un traguardo per l’archeologia nazionale”.

Si tratta probabilmente del campo di urne più esteso e meglio conservato mai trovato in Armenia. Le urne appartenevano a adulti e bambini, segno di un sistema funerario codificato e sviluppato. Alcune contenevano oggetti personali, altre solo le ceneri. La varietà offre uno spaccato delle gerarchie sociali e delle credenze sull’aldilà in una comunità che viveva nel periodo di transizione dopo il declino del potere centrale urarteo.

 

Le urne cinerarie ad Argishtikhinili raccontano chi erano. Adulti, bambini, ricchi, poveri. Tutti cremati con lo stesso rito, poi deposti nella terra con quello che serviva per il viaggio.
Cosa ci dice questo dio senza nome
La fortezza di Argishtikhinili non era solo un baluardo militare. Era un centro abitato dove le famiglie vivevano in case di 400 metri quadrati, con stanze di stoccaggio e sistemi di drenaggio avanzati.

La presenza dell’idolo in una di queste case suggerisce che la religione permeava la vita quotidiana degli Urartei. Non c’erano templi domestici separati. Gli dèi abitavano le stesse stanze in cui si conservava il grano. Come spiega Iskra: “Ogni casa racconta la storia di come gli esseri umani affrontano la fine del loro mondo e continuano a vivere”.

Il regno di Urartu crollò nel VI secolo a.C., ma le comunità locali mantennero le loro tradizioni spirituali. L’idolo ne è testimone. Stava lì, nella stanza, a guardare. Forse proteggeva il raccolto, forse garantiva la fertilità. Forse semplicemente ricordava chi era venuto prima. Come altre scoperte archeologiche recenti, questo ritrovamento ci ricorda che le civiltà antiche avevano vite spirituali più complesse di quanto immaginiamo.

Le analisi chimiche della cassa di pietra inizieranno presto. Potrebbero rivelare residui di vino, oli, piante allucinogene o altri materiali usati nei rituali. Se i risultati corrispondono ai sacrifici prescritti per una specifica divinità nella lista di Tushpa, avremo finalmente un nome per quel volto.

Fino ad allora, l’idolo resta quello che è sempre stato: un guardiano silenzioso di segreti che nessuno ricorda più.

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Quando a Baku si stampava in armeno (Assadakah 17.10.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel 1895 venne pubblicato a Baku, in lingua armena, un volume monumentale intitolato Artsakh, opera del vescovo e storico Makar Barkhudaryants. Raccontava, con rigore e profondità, la vita del popolo armeno nella regione storica dell’Artsakh. Oggi, dopo gli eventi del 2023, quella presenza millenaria è stata cancellata: non c’è più nessun armeno che viva in quella terra.

In questo articolo ricostruiamo il percorso che va dalla testimonianza culturale alla cancellazione materiale, mettendo insieme le parole dei profughi con i dati dei rapporti internazionali.

Makar Barkhudaryants nacque nel 1823 nel villaggio di Khantsakh, citato per la prima volta dallo storico Arakel Davrijetsi negli anni 1630, ma fondato, secondo le tradizioni locali, già nel 1537 dai principi Haykazyan. Nella sua opera Artsakh egli annotò con cura i villaggi, le genealogie, le pratiche religiose, l’organizzazione sociale del popolo armeno in quella regione.

Nel corso del tempo, il suo libro divenne una delle fonti storiche più autorevoli per conoscere l’Artsakh armeno prima delle trasformazioni politiche del XX secolo.

Ma che cosa è avvenuto da allora?

Tra il 19 e il 20 settembre 2023, l’Azerbaigian lanciò un’offensiva militare fulminea in Nagorno-Karabakh (Artsakh). Le forze armene si arresero in meno di 24 ore, e quasi 120.000 armeni etnici furono costretti a fuggire. Stando a Human Rights Watch, molti intervistati raccontano di aver abbandonato le case con nulla se non i documenti e un cambio di abiti.

Il rapporto Driven by Fear spiega che molti fuggivano non solo per le armi, ma per la paura latente e la mancanza di fiducia nelle promesse delle autorità azere.

Secondo Freedom House, una missione internazionale di accertamento, ha concluso che il regime azero ha “deliberatamente svuotato Nagorno-Karabakh della sua popolazione etnica armena”. La strategia combinava blocco, intimidazione, distruzione culturale e poi trasferimento forzato.

Nel rapporto Why Are There No Armenians in Nagorno-Karabakh?, si afferma che “la nazione armena fu soggetta a regolari attacchi, privazioni e un’espulsione pianificata da parte dello Stato azero”.

Anni prima dell’offensiva, Baku aveva già cominciato una strategia di assedio: dal dicembre 2022, il Corridoio di Lachin, unica via terrestre che collegava l’Artsakh all’Armenia, fu bloccato o interrotto ripetutamente. Questo determinò carenze gravi di cibo, medicine, carburante e materiali essenziali per la vita quotidiana.

In particolare, il Fact-Finding Report sulla guerra di 44 giorni (2020) segnala che decine di chiese, monasteri e monumenti furono vandalizzati o distrutti, e l’origine armena attribuita falsamente ad alcune strutture è stata negata.

Molti profughi non credono in un ritorno reale. Le garanzie azere vengono viste come dichiarazioni di facciata, non come impegni effettivi.

Un tempo, a Baku si stampava Artsakh in armeno, come tributo culturale e storicità di un popolo. Oggi, quell’opera è un testimone muto, l’ultimo segno di una presenza che non esiste più sul terreno.

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Armenia – L’OSCE spinge sulla pace (Assadakah 17.10.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – La Presidente di turno dell’OSCE, il ministro degli Esteri finlandese Elina Valtonen, ha concluso la sua visita ufficiale in Armenia elogiando apertamente la disponibilità di Yerevan a procedere sulla via della pace e della normalizzazione con l’Azerbaijan.

Durante il suo soggiorno nella capitale armena, Valtonen ha incontrato il Primo Ministro Nikol Pashinyan e il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan. Al centro dei colloqui, la fase post-bellica nel Caucaso meridionale e il ruolo dell’OSCE in un nuovo quadro regionale ormai privo del suo storico strumento diplomatico: il Gruppo di Minsk.

Secondo quanto dichiarato dalla rappresentante del governo finlandese, la decisione congiunta di Armenia e Azerbaijan,ratificata lo scorso 1° settembre da tutti i 57 Stati membri dell’OSCE, di chiudere definitivamente il processo di Minsk rappresenta “una pietra miliare importante verso una pace sostenibile”. Il Gruppo di Minsk, istituito nel 1992 per facilitare la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, non è infatti più considerato funzionale alla nuova fase politica seguita alla resa del 2023 e allo spopolamento forzato dell’Artsakh armeno.

Valtonen ha riconosciuto i “risultati tangibili” finora raggiunti da Yerevan e Baku, ma ha avvertito che “la pace non può essere solo un accordo fra governi”. Secondo la Presidente dell’OSCE, sarà decisivo “ampliare i contatti interpersonali a tutti i livelli della società per favorire una riconciliazione autentica”. In questo senso, ha assicurato che l’OSCE continuerà a sostenere ogni iniziativa diretta a garantire “stabilità duratura nella regione, a beneficio delle popolazioni colpite da decenni di conflitti”.

La ministra finlandese ha inoltre incontrato rappresentanti della società civile armena e diversi think tank locali, esprimendo apprezzamento per “l’approccio aperto e collaborativo del governo verso una società civile vivace e consapevole”, definita dalla Finlandia “la vera spina dorsale della democrazia”.

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L’Armenia ospita il World Tourism Communication Forum 23-25 ottobre (Qualitytravel 17.10.25)

Il Tourism Committee del Ministero dell’Economia della Repubblica di Armenia ospiterà dal 23 al 25 ottobre 2025 a Yerevan il World Tourism Communication Forum. L’evento internazionale, dal titolo “Tourism Talks: Connecting People, Places, and Perspectives”, riunirà leader globali, decisori politici ed esperti di comunicazione per esplorare come la comunicazione strategica plasmi il futuro del turismo.
«Attraverso questo forum, l’Armenia mira a mettere in evidenza il ruolo essenziale della comunicazione nel promuovere fiducia, inclusione e una crescita sostenibile del turismo», ha dichiarato Lusine Gevorgyan, direttrice del Tourism Committee dell’Armenia. «Stiamo creando una piattaforma globale dove le diverse voci del settore possono condividere idee, rafforzare la cooperazione e promuovere narrazioni responsabili che costruiscono legami duraturi tra persone e destinazioni.»

Il forum sarà un punto di incontro per un dialogo significativo, lo scambio di buone pratiche e la collaborazione tra settore pubblico e privato. Riunirà ministri, rappresentanti di organizzazioni internazionali, leader del settore, ricercatori e professionisti dei media per discutere come una comunicazione efficace possa ispirare fiducia, inclusione e crescita sostenibile nel turismo.

Il programma di due giorni includerà keynote speech, tavole rotonde di alto livello, interventi in stile TED, workshop e dialoghi interattivi, dedicati ai seguenti temi principali:

“Who Shapes the Story? Intercultural Communication, Media Narratives, and the Power to Define a Destination” – esplorare come la comunicazione interculturale, le narrazioni mediatiche e la comunicazione istituzionale influenzino la percezione nazionale e la competitività delle destinazioni.
“Telling Our Story Right: Aligning Narratives for Stronger Destination Branding” – analizzare come una narrazione coerente rafforzi le identità turistiche nazionali e regionali.
“Media, Messaging & MICE: Shaping Narratives Together” – discutere la collaborazione tra media, settore degli eventi business e enti del turismo per realizzare una comunicazione d’impatto.
“Local Voices, Global Impact: Empowering Communities Through Authentic Communication” – concentrarsi sull’inclusione e sull’importanza delle narrazioni guidate dalle comunità nella costruzione delle storie di destinazione.
“Travel with Trust: Communicating Safety, Access, and Sustainability in a Changing World” – esaminare le strategie per rafforzare la fiducia dei viaggiatori attraverso una comunicazione trasparente e responsabile.

Le sessioni saranno moderate da un gruppo di esperti di comunicazione e turismo di rilievo internazionale, tra cui Cordula Wohlmuther, Direttrice Regionale per il Turismo presso UN Tourism; Mathew Zein, fondatore e caporedattore di Life in Armenia Magazine; Prof.ssa Alessandra Priante, Presidente dell’Agenzia Nazionale del Turismo Italiana (ENIT SpA); Dochka Andreeva, consulente internazionale per il turismo sostenibile; Sergey Stanovkin, responsabile della rappresentanza commerciale di BBC Studios in Eurasia; e Nora Mirzoyan, specialista urbana presso la Banca Mondiale. La loro esperienza e i diversi punti di vista garantiranno discussioni approfondite e spunti significativi per tutti i partecipanti.

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Nuovi arresti di vescovi e sacerdoti in Armenia (AsiaNews16.10.25)

Nel contesto della dura opposizione alle politiche del premier Pašinyan, arrestato anche il vescovo Mkrtič, a capo dell’eparchia di Aragatsotn, insieme a sei sacerdoti diocesani. Da giugno è in carcere l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il primo a schierarsi apertamente contro il capo del governo. Gli avvocati della Chiesa Apostolica armena: grave violazione del diritto.

Erevan (AsiaNews) – In Armenia continua la contrapposizione diretta tra il governo e la Chiesa Apostolica, con un altro arresto eccellente, quello del capo dell’eparchia di Aragatsotn, il vescovo Mkrtič (Prošyan) insieme a sei sacerdoti diocesani, dopo una perquisizione nelle loro residenze, come ha comunicato il direttore dell’Accademia degli avvocati d’Armenia, Ara Zograbyan. Al momento non è noto dove sia trattenuto il vescovo Mkrtič, e il Comitato investigativo non offre informazioni al riguardo, cosa che secondo gli avvocati costituisce una grave violazione dei loro diritti. Zograbyan afferma che tale comportamento degli organi dello Stato si qualifica secondo l’art. 451 del Codice penale, quello sulla “scomparsa come conseguenza di violenze”.

Tale crimine si realizza secondo la legge armena quando viene negato o coperto in qualche modo il fatto della privazione della libertà di una persona, sia esso su basi legali o illegali, o anche nascondendo le informazioni sul suo status e il luogo di detenzione, sia esso deciso da ufficiali delle forze dell’ordine o da altre strutture che agiscono per conto dello Stato o con il suo sostegno, consenso o assenso implicito, lasciando la persona scomparsa senza la difesa legale necessaria. Tale violazione dovrebbe essere punita con la privazione della libertà da tre a sette anni, e riguarda il trattamento riservato non soltanto al vescovo, ma anche ai sacerdoti Paren, Manuk, Ayk, Gevond, Mkrtič e Ayk Kočaryan, coinvolgendo anche alcuni fedeli e collaboratori dell’eparchia di Aragatsotn.

Il Consiglio per la difesa della Chiesa apostolica armena, costituito nei mesi scorsi dai sostenitori del clero contro le politiche del premier Nikol Pašinyan, ha diffuso una dichiarazione di decisa condanna dell’ennesima “persecuzione sistematica dei nostri sacerdoti” da parte degli organi statali. Tra gli arrestati spicca insieme al vescovo Mkrtič anche la figura del superiore del monastero di Sagmosavank, il padre Paren Arakelyan, e il Consiglio pretende che le forze dell’ordine adempiano “con coscienza” ai propri doveri, rispondendo alle attese dell’intera società armena, senza sottomettersi a ordini imposti dai politici o da interessi personali.

La portavoce del Comitato investigativo, Kima Avdalyan, ha dichiarato in risposta alle accuse che “nella fase di indagini preliminari su violazioni della legge, riguardanti l’abuso di potere e di funzioni di servizio per impedire o costringere a manifestazioni di diverso genere, sono state adottate le misure necessarie per ottenere le prove di tali reati, e i risultati verranno resi pubblici appena possibile”. Tali spiegazioni piuttosto generiche sembrano comunque confermare le accuse che da tempo vengono rivolte al clero armeno, di cospirare per azioni pubbliche o segrete di attentato alla sicurezza statale e di rivolgimento dei poteri costituiti.

Tre settimane fa era stata emessa dal tribunale la condanna dell’arcivescovo dell’eparchia di Širak, Mikael Adžpakhyan, che si trovava agli arresti dal 28 luglio ed è stato riconosciuto colpevole di “incitazioni pubbliche al colpo di Stato in Armenia”, e durante gli arresti preliminari non gli è stato concesso di comunicare con l’esterno, ricevendo infine una sentenza di due anni e mezzo di reclusione.

Prima ancora, il 26 giugno, il Comitato investigativo aveva comunicato l’arresto di 17 persone, tutti membri e dirigenti del movimento della “Lotta Santa” che avrebbero partecipato ad attentati terroristici, sempre allo scopo di rovesciare il governo e impadronirsi del potere nel Paese. Tra gli arrestati la figura principale è quella dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il primo a esprimere apertamente la contrapposizione della Chiesa al governo negli ultimi due anni, insieme ad alcuni sacerdoti, all’ex-deputato dell’Assemblea nazionale David Galstyan, al colonnello della riserva Migran Makhsudyan e al politico Igor Sarkisyan, membro del Dašnaktsutyun, la “Federazione rivoluzionaria armena”, un movimento tra i più antichi dell’Armenia, fondato ancora a fine ‘800 per liberare gli armeni dall’oppressione della Turchia. La contrapposizione tra Chiesa e Stato è una caratteristica storica dell’Armenia, a seconda delle varie epoche e rivoluzioni, e certamente gli arresti degli ultimi mesi stanno ulteriormente alimentando questa divisione interna del popolo armeno.

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Armenia: arrestati 6 sacerdoti (Indipendente)

Gioiellieri armeni alla Roma Jewelry Week (Assadakah 15.10.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – La Roma Jewelry Week 2025 parlerà anche armeno.Un gruppo di maestri orafi e designer provenienti dall’Armenia parteciperà alla sezione principale dell’evento internazionale, in programma dal 25 al 26 ottobre nelle monumentali Corsie Sistine del Complesso di Santo Spirito in Sassia, a due passi dal Vaticano.

Oltre all’aspetto artistico, la presenza armena assume anche un forte valore diplomatico-culturale. L’Armenia, da sempre ponte tra Oriente e Occidente, utilizza l’arte come strumento di dialogo internazionale. Portare le proprie creazioni nel cuore di Roma, e per di più in un luogo legato alla storia della cristianità, rappresenta un gesto di continuità storica tra due popoli accomunati da antiche radici spirituali.

Non è un caso che la tradizione orafa armena affonda le sue origini nell’epoca del Regno di Urartu e si è sviluppata nei secoli attraverso botteghe e monasteri medievali, dove i monaci-artigiani lavoravano oro e pietre incise con croci, melograni e motivi apotropaici. Una sapienza tramandata fino a oggi, reinterpretata dai designer contemporanei in chiave moderna senza perdere il forte legame simbolico con l’identità nazionale.

Due artisti armeni, Anna Margaryan e Zaven Mkhitaryan, saranno inoltre in gara al Premio Incinque Jewels, giunto alla sua sesta edizione e ospitato nello stesso complesso monumentale dal 24 al 26 ottobre.

Tutti i partecipanti sono stati chiamati a interpretare “Gaudium”, tema ispirato all’Anno Giubilare 2025, creando gioielli come veicolo di memoria, spiritualità e visione contemporanea.

L’ingresso è gratuito, con prenotazione obbligatoria scrivendo a info@romajewelryweek.com. Il programma completo è su: www.romajewelryweek.com/programma-2025

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Nagorno-Karabakh: la questione irrisolta degli sfollati e dei prigionieri di guerra dopo l’accordo di pace. (Sardegnagol 14.10.25)

Nonostante la firma dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian l’8 agosto 2025, la situazione umanitaria nella regione del Nagorno-Karabakh resta una ferita aperta. Gli sfollati armeni e i prigionieri di guerra continuano a vivere in condizioni di incertezza, mentre permangono gravi interrogativi sul rispetto dei diritti umani da parte di Baku.

La crisi umanitaria e l’accordo di pace.

Nel 2023, l’Azerbaigian aveva provocato una grave crisi umanitaria bloccando il corridoio di Lachin, unica via di collegamento tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh, in violazione di un ordine della Corte Internazionale di Giustizia. Un blocco, ma non è una novità pensando alla poca sostanzialità dei movimenti pro-pal, contro il quale nessuna protesta di piazza si è registrata (diversamente dal blocco nella Striscia di Gaza), confermando una certa solidarietà settoriale della sinistra europea.

Questioni etiche e morali a parte, nel mese di settembre del 2023, un’offensiva militare azera portò alla fuga forzata di circa 120.000 armeni dalla regione e all’arresto di diversi leader locali, processati successivamente da tribunali militari.

Nonostante il trattato di pace firmato nell’agosto 2025, il testo non prevede misure di riparazione per le vittime del conflitto, lasciando irrisolte le questioni legate ai diritti umani e alla giustizia transizionale.

La chiusura delle operazioni del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Il 3 settembre 2025, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) – l’unica organizzazione autorizzata ad accedere ai prigionieri di guerra armeni – è stato costretto a sospendere le proprie attività in Azerbaigian, aggravando ulteriormente la mancanza di trasparenza sulle condizioni di detenzione e sulla sorte dei prigionieri.

L’interrogazione alla Commissione europea.

Gli eurodeputati Thijs ReutenNacho Sánchez AmorJuan Fernando López Aguilar (tutti del gruppo S&D) e Marie Toussaint (Verts/ALE) hanno presentato un’interrogazione scritta all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di SicurezzaKaja Kallas, chiedendo chiarimenti sul ruolo dell’UE e sulla responsabilità dell’Azerbaigian.

I firmatari chiedono se Baku stia rispettando gli obblighi in materia di diritti umani previsti dall’Accordo di partenariato e cooperazione UE-Azerbaigian del 1999 e dall’articolo 21 del Trattato sull’Unione Europea, che impegna l’UE a promuovere la pace, la democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali.

I diritti dei rifugiati e dei detenuti armeni.

La stessa Commissione (che però nel 2022 ha firmato un accordo energetico proprio con l’Azerbaigian) aveva recentemente sottolineato che “il diritto degli armeni sfollati a tornare senza intimidazioni e discriminazioni è un diritto umano fondamentale”, così come lo è la garanzia di processi equi e condizioni di detenzione dignitose per i prigionieri di guerra.

L’interrogazione chiede inoltre alla Commissione europea di esprimere o meno il proprio parere sulla condotta dell’Azerbaigian che non ha ancora adempiuto pienamente ai propri obblighi internazionali e quali strumenti l’UE possa attivare per promuovere giustizia, responsabilità e protezione dei diritti umani nella fase post-conflitto.

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Vengono dall’Armenia i testi per i sussidi della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026 (Riforma 14.10.25)

A disposizione di chiese e comunità i testi di riferimento per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026

 

Vengono dall’Armenia i testi per i sussidi della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026. L’équipe internazionale incaricata è dal 1968 nominata congiuntamente dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (Dpcu) e dalla Commissione Fede e Ordine del Consiglio Mondiale delle Chiese (Cec). La redazione dei materiali era stata affidata per il prossimo anno per l’appunto al Dipartimento per le relazioni interconfessionali della Chiesa apostolica armena. Il Dipartimento ha coordinato il gruppo ecumenico di cristiani armeni che ha preparato la prima bozza dei testi. 

Ora sono giunte, da leggere e scaricare, le traduzioni nelle varie lingue, compresa la lingua italiana

Il testo di riferimento è tratto da Efesini, capitolo 4, versetto 4: «Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione».

Come si legge nei materiali introduttivi la Chiesa apostolica armena, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane del mondo, ha svolto un ruolo fondamentale nel plasmare l’identità spirituale e storica del popolo armeno per quasi due millenni.  Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, trascende l’organizzazione religiosa; incarna la resilienza nazionale, il patrimonio culturale e la forza spirituale di un popolo. Oltre a offrire una guida spirituale, la Chiesa ha salvaguardato le tradizioni, la lingua e i valori armeni, soprattutto durante i periodi di avversità e di dominazione straniera. In tempi contemporanei, soprattutto in mezzo a sfide come il conflitto nel Nagorno-Karabakh e lo sfollamento della popolazione dell’Artsakh, la Chiesa continua a servire come fonte di forza e di conforto per gli armeni. Oggi è un faro di fede, unità e continuità per gli armeni di tutto il mondo e fornisce spunti di riflessione che risuonano nella più ampia comunità cristiana globale.

Il testo redatto da Cec e Dpcu ricorda che le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C.. Tuttavia, fu sotto la guida di San Gregorio Illuminatore, il primo Catholicos (patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., l’Armenia divenne la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato sotto il re Tiridate III, un evento che la contraddistinse come pioniera della fede molto prima dell’abbraccio dell’Impero Romano al cristianesimo.La sede madre di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, funge da centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena.  La tradizione racconta che San Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, designando il sito per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della Cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, che simboleggia il legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.  Nel corso dei secoli, la Sede madre è stata un centro di spiritualità e di autorità ecclesiastica, guidando i fedeli e preservando il patrimonio cristiano armeno.

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Guerra Nagorno-Karabakh, terminata 2 anni fa ma ferita ancora aperta (TV2000 13.10.25)

13 ott 2025

La guerra nel Nagorno-Karabakh, terminata due anni fa, è una ferita ancora aperta. Oltre centoventimila sfollati sono senza alcuna prospettiva di tornare alle loro case.