Armenia: Protocollo Amicizia e Cooperazione tra Comuni Napoli e Jerevan (Giornale Diplomatico 23.10.25)

GD – Jerevan, 23 ott. 25 – Nella capitale armena si è svolta la cerimonia di firma del Protocollo di Amicizia e Cooperazione tra il Comune di Napoli e il Comune di Jerevan, con la partecipazione del Sindaco di Jerevan, Tigran Avinyan, del Consigliere Diplomatico del Sindaco di Napoli, Francesco Senese, e alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti.
Il Sindaco Avinyan ha osservato che Napoli è una città molto più vicina agli armeni di quanto sembri, facendo riferimento, quale simbolo del forte legame secolare tra i due Popoli, alla celebre Via San Gregorio Armeno, nel cuore della città, che ospita nell’omonima Chiesa le reliquie del Santo.
Le parti hanno sottolineato che il Protocollo firmato getta solide basi per l’attuazione di vari programmi di collaborazione congiunti e per lo scambio di esperienze tra le due città. È stato infine fatto cenno all’avvio del nuovo collegamento aereo diretto tra Jerevan e Napoli, il quale avvicinerà ulteriormente la città partenopea alla capitale armena.

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Napoli rafforza il legale di amicizia con l’Armenia nel segno di San Gregorio

Armenia e Azerbaigian: a dibattito con ambasciatori Karapetyan e Aslanov (Giornale Diplomatico 23.10.25)

GD – Roma, 23 ott. 25 – (Agenzia Nova) – L’ambasciatore dell’Armenia in Italia, Vladimir Karapetyan, e l’ambasciatore dell’Azerbaigian, Rashad Aslanov, hanno partecipato al dibattito “La pace è possibile”, promosso a Roma dal Festival della Diplomazia su invito del responsabile Giorgio Bartolomucci.

All’evento, moderato dal consigliere diplomatico del sindaco di Roma, Fabio Sokolowicz, hanno assistito circa 150 tra accademici e studenti provenienti da diverse università italiane.
Secondo quanto riferito dall’ambasciata armena in Italia, l’ambasciatore Karapetyan ha illustrato gli sforzi del primo ministro Nikol Pashinyan e del ministro degli Esteri armeno per il raggiungimento della pace nella regione, soffermandosi sugli accordi di Washington siglati lo scorso agosto.
L’amb. Karapetyan ha citato un passaggio chiave del messaggio di Pashinyan: “Abbiamo inoltre concordato con il Presidente dell’Azerbaigian sulla necessità di tracciare un percorso verso un futuro luminoso, non predeterminato dal conflitto del passato, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione di Alma-Ata del 1991. […] Respingiamo ed escludiamo risolutamente qualsiasi tentativo di vendetta, ora e in futuro”.
Nel suo intervento, l’ambasciatore armeno ha anche ribadito i principi concordati per la futura via di transito attraverso l’Armenia: sovranità, integrità territoriale, giurisdizione e uguaglianza. Entrambi i diplomatici, armeno e azero, hanno sottolineato il ruolo positivo svolto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel promuovere la pace nella regione caucasica.
Al termine dei rispettivi interventi, i due ambasciatori hanno risposto a numerose domande degli studenti presenti.

Venezia, a San Lazzaro degli Armeni si inaugura un capitello dello scultore Giorgio Bortoli (Lapiazzaweb 23.10.25)

Venezia si prepara a un gesto di memoria e bellezza: venerdì 24 ottobre 2025, alle ore 11, sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni sarà inaugurato un capitello dedicato all’Abate Mechitar, raffigurato inginocchiato davanti alla Madonna.

L’iniziativa è della Sezione di Venezia “Cav. Ermano Orler” dell’U.N.C.I. – Unione Nazionale Cavalieri d’Italia, con il patrocinio del Consolato Onorario d’Armenia di Venezia, e colloca l’opera nella nicchia sopra il portale d’ingresso del convento, quasi a salutare chi approda in uno dei luoghi-simbolo della cultura armena nel mondo.

L’altorilievo porta la firma del Cav. Giorgio Bortoliscultore veneziano e socio U.N.C.I., e nasce da un meticoloso lavoro di studio su materiali e tradizioni condiviso con i Padri Armeni.

Realizzato in una speciale lega «a sfidare i tempi» e smaltato nei colori storici dell’apparizione di Padre Mechitar, il gruppo scultoreo affonda le sue radici in una testa di briccola recuperata in laguna e marmorizzata con resine: le due figure, così, sembrano elevarsi verso il cielo.

«Tra l’al di là e la trascendenza»: è la definizione che lo stesso autore offre per una scultura che restituisce alla contemporaneità lirismo e sacralità.

Per Bortoli è anche un ritorno alle origini. Discendente da una famiglia di antichi stampatori della Serenissima – la cui stamperia venne acquistata dagli Armeni ed è oggi custodita nel museo dell’isola – l’artista fonde nella sua ricerca gli armonici vitruviani di colore e forma, con un equilibrio classico capace di parlare al presente.

Il progetto è stato reso possibile dalla generosa sponsorizzazione del Cav. Alfeo Rizzetto di San Donà di Piave, anch’egli socio U.N.C.I.

Intanto Bortoli è impegnato a New York in un progetto «palladiano» dedicato alla comunità italoamericana di Staten Island, con l’orizzonte che incrocia anche il mondo dell’arte internazionale.

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A Yerevan, Armenia il World Tourism Communication Forum (Gist.it 22.10.25)

Parlare di turismo significa utilizzarlo per connettere le persone i luoghi e soprattutto le prospettive. Il Tourism Committee del Ministero dell’Economia della Repubblica di Armenia ospiterà dal 23 al 25 ottobre 2025 a Yerevan il World Tourism Communication Forum.
Un evento internazionale, dall’interessante tama Tourism Talks: Connecting People, Places, and Perspectives”, che riunirà leader globali, decisori politici ed esperti di comunicazione per esplorare come la comunicazione strategica plasmi il futuro del turismo.

Armenia: sempre più votata al turismo

ARMENIA
Lusine Gevorgyan

«Attraverso questo forum, l’Armenia mira a mettere in evidenza il ruolo essenziale della comunicazione nel promuovere fiducia, inclusione e una crescita sostenibile del turismo -ha dichiarato Lusine Gevorgyan, direttrice del Tourism Committee dell’Armenia – Stiamo creando una piattaforma globale dove le diverse voci del settore possono condividere idee, rafforzare la cooperazione e promuovere narrazioni responsabili che costruiscono legami duraturi tra persone e destinazioni.»

Il forum sarà un punto di incontro per un dialogo significativo, lo scambio di buone pratiche e la collaborazione tra settore pubblico e privato. Riunirà ministri, rappresentanti di organizzazioni internazionali, leader del settore, ricercatori e professionisti dei media per discutere come una comunicazione efficace possa ispirare fiducia, inclusione e crescita sostenibile nel turismo.

Punti salienti del Forum

Il programma di due giorni includerà keynote speech, tavole rotonde di alto livello, interventi in stile TED, workshop e dialoghi interattivi, dedicati ai seguenti temi principali:

“Who Shapes the Story? Intercultural Communication, Media Narratives, and the Power to Define a Destination” – esplorare come la comunicazione interculturale, le narrazioni mediatiche e la comunicazione istituzionale influenzino la percezione nazionale e la competitività delle destinazioni.

Armenia
La cattedrale di Zvartnots

“Telling Our Story Right: Aligning Narratives for Stronger Destination Branding” – analizzare come una narrazione coerente rafforzi le identità turistiche nazionali e regionali.
“Media, Messaging & MICE: Shaping Narratives Together” – discutere la collaborazione tra media, settore degli eventi business e enti del turismo per realizzare una comunicazione d’impatto.
“Local Voices, Global Impact: Empowering Communities Through Authentic Communication” – concentrarsi sull’inclusione e sull’importanza delle narrazioni guidate dalle comunità nella costruzione delle storie di destinazione.
“Travel with Trust: Communicating Safety, Access, and Sustainability in a Changing World” – esaminare le strategie per rafforzare la fiducia dei viaggiatori attraverso una comunicazione trasparente e responsabile.

Armenia
Yerevan, Madre Armenia Mayr Hayastan @Ufficio del turismo Armeno

Le sessioni saranno moderate da un gruppo di esperti di comunicazione e turismo di rilievo internazionale, tra cui Cordula Wohlmuther, Direttrice Regionale per il Turismo presso UN Tourism; Mathew Zein, fondatore e caporedattore di Life in Armenia MagazineProf.ssa Alessandra Priante, Presidente dell’Agenzia Nazionale del Turismo Italiana (ENIT SpA); Dochka Andreeva, consulente internazionale per il turismo sostenibile; Sergey Stanovkin, responsabile della rappresentanza commerciale di BBC Studios in Eurasia; e Nora Mirzoyan, specialista urbana presso la Banca Mondiale. La loro esperienza e i diversi punti di vista garantiranno discussioni approfondite e spunti significativi per tutti i partecipanti.

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Sui timbri dell’Armenia non ci sarà più il monte Ararat (Il Post 22.10.25)

A partire dal prossimo 1° novembre l’Armenia modificherà i suoi timbri ufficiali (per esempio quelli usati per i passaporti) per eliminare l’immagine del monte Ararat, che da secoli è considerato un simbolo nazionale. La decisione non avrà grosse conseguenze pratiche, ma il governo del primo ministro Nikol Pashinyan lo fa per eliminare un possibile motivo di scontro con il vicino Azerbaigian, suo storico rivale.

Il problema dell’Ararat, un imponente massiccio di 5.137 metri, è che non è in Armenia ma in Turchia, un alleato molto stretto e molto potente dell’Azerbaigian: vari politici turchi e azeri hanno equiparato la sua presenza sui simboli ufficiali armeni a una rivendicazione territoriale, e da tempo fanno pressioni sul governo armeno per chiedere che venga tolto. Dall’ultima guerra tra Armenia e Azerbaigian, finita nel 2023, Pashinyan sta facendo varie concessioni agli azeri e ai loro alleati, per provare a normalizzare i rapporti ed evitare nuovi scontri.

In Armenia però l’Ararat è dappertutto: è sullo stemma ufficiale del paese (ed era anche su quello della Repubblica socialista sovietica di Armenia, quando faceva parte dell’Unione Sovietica); dà il nome a noti marchi di birra e sigarette; è sulle calamite e sulle cartoline che si trovano nei mercatini per turisti, ed è anche un nome maschile molto comune. Anche la capitale Yerevan è stata progettata (con l’ultimo piano urbanistico, del 1924) come una sorta di balconata che affaccia sulla montagna, che con buone condizioni meteorologiche è visibile da molti punti panoramici. È inoltre considerato sacro dalla tradizione popolare, e oggetto di tantissimi poemi e dipinti di artisti armeni.

Oggi la stragrande maggioranza degli armeni non emigrati vive nell’area ristretta e senza sbocchi sul mare dell’attuale Armenia, ma per millenni la popolazione aveva abitato una regione molto più grande, che comprendeva tra le altre cose anche l’Anatolia orientale, dove si trova l’Ararat (o almeno quella che dal Medioevo viene identificata come tale). Il monte ha quindi fatto geograficamente parte dei territori della grande Armenia per molto tempo; nei secoli è poi passato sotto il controllo di vari imperi che si sono avvicendati (tra cui quello ottomano, persiano e russo), ed è in quella che oggi riconosciamo come Turchia dal 1921. I turchi lo chiamano Ağrı Dağı.

Oltre alle ragioni storiche ci sono quelle culturali e religiose. Lo storico armeno Mosè di Corene, vissuto nel V secolo, scrisse che il suo popolo discenderebbe dal patriarca Noè e la sua storia sarebbe intrinsecamente legata alla montagna: è qui che secondo la tradizione cristiana si incagliò la celebre arca durante il diluvio universale, ed è sempre qui che secondo una leggenda locale il patriarca Hayk (un discendente di Noè) sconfisse i babilonesi e fondò la nazione armena. In tempi più recenti la montagna è diventata il simbolo di uno degli eventi più traumatici della storia del paese: fu infatti nella regione dell’Anatolia orientale che all’inizio del Novecento si compì buona parte del genocidio degli armeni, quando più di 1,5 milioni di persone di etnia armena furono uccisi e moltissime altre furono costrette a scappare per le persecuzioni a cui erano sottoposte nell’Impero ottomano.

Nonostante la grande importanza che l’Ararat ha nell’immaginario nazionale armeno, oggi il primo ministro Pashinyan propone di sostituirlo sui timbri ufficiali con l’Aragats, che è la montagna più alta dell’Armenia moderna (4.090 metri) e una destinazione turistica molto amata. La sua posizione non mette in difficoltà il governo, ma non ha neanche lontanamente il simbolismo legato all’Ararat.

Gli sforzi di Pashinyan per sostituire l’immagine dell’Ararat hanno a che fare con gli eventi nel Nagorno Karabakh, una regione separatista che si trovava in Azerbaijan ma fino al 2023 era governata in modo indipendente ed è storicamente abitata principalmente da persone di etnia armena. Armenia e Azerbaijan hanno combattuto varie guerre nel Nagorno Karabakh: due anni fa, con un’occupazione lampo, l’Azerbaigian prese il controllo militare del territorio e costrinse decine di migliaia di armeni a fuggire.

Dopo questi sviluppi, Pashinyan ha provato a sopprimere ogni spinta separatista e normalizzare i rapporti con l’Azerbaigian. Anche la decisione di eliminare l’Ararat dai propri simboli va in questa direzione, nonostante le rivendicazioni territoriali di una parte degli armeni riguardino tutt’altri territori (il Nagorno Karabakh è a est dell’Armenia, mentre l’Ararat a sudovest).

Tra le altre cose Pashinyan ha fatto appendere nel suo ufficio un quadro gigante che rappresenta le quattro vette della montagna, e ha fatto una serie di dichiarazioni che invitano il popolo armeno a dimenticare l’Ararat per favorire la pace. «Hai costruito la tua casa nei tuoi confini ma sui muri esterni hai dipinto un’immagine che comunica al tuo vicino che non merita ciò che ha», ha detto di recente. «Ogni nostra azione – sia una dichiarazione o un timbro – non dovrebbe lanciare messaggi pericolosi ai vicini della Repubblica armena».

Il monte Aragats nell’ufficio del primo ministro armeno, 10 gennaio 2024 (dal sito del governo armeno)

Non tutti in Armenia sono d’accordo. Edmon Marukyan, un ex alleato di Pashinyan ora all’opposizione, ha fatto causa al governo sostenendo che l’eliminazione dell’Ararat dai timbri d’ingresso violi la Costituzione, che cita espressamente l’Ararat nella descrizione dello stemma nazionale armeno.

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Jardins d’Arménie lancia Royal Brandy, distillato di lusso dalle radici armene (Fooaffaires.it 22.10.25)

Debutto mondiale a Monaco per Jardins d’Arménie Royal Brandy, il distillato che introduce una nuova categoria nel panorama internazionale: il Royal Brandy, frutto della fusione tra l’antica tradizione armena e l’innovazione contemporanea. L’evento di lancio, ospitato all’Hôtel Hermitage Monte-Carlo alla presenza di S.A.S. il Principe Alberto II e dell’ambasciatore d’Armenia in Francia Arman Khachatryan, ha celebrato l’eccellenza armena attraverso musica, arte e gastronomia.

Protagonista del progetto è Armen Pogossian, 27 anni, CEO di Cigaronne e Newline Brands Global LLC, che con Jardins d’Arménie inaugura un nuovo capitolo nella storia dei distillati premium. “Jardins d’Arménie è l’espressione della nostra arte e della nostra identità. Presentarlo a Monaco significa condividere con l’Europa la raffinatezza del savoir-faire armeno”, ha dichiarato Pogossian.

Ottenuto da uve Voskehat provenienti da tre regioni dell’Armenia, il Royal Brandy viene invecchiato in un triplo passaggio: rovere, legno di albicocca e nuovamente rovere, per un profilo aromatico complesso con note di cioccolato, vaniglia e frutta secca. Il distillato si distingue anche per un tappo ermetico brevettato, che preserva la purezza degli aromi, e per un set di bicchieri da degustazione dedicato.

Con il suo debutto europeo, Jardins d’Arménie Royal Brandy inaugura una nuova era nel mondo del brandy di lusso, ponendo l’Armenia tra i protagonisti globali della distillazione d’eccellenza.

From right to left: Armen Pogossian, Owner Cigaronne and Newline Brands Global LLC, H.S.H. Prince Albert II of Monaco, Siname Pogossian Founder Galerie Angelina

Jardins d’Arménie launches Royal Brandy, introducing a new category of luxury spirits

Jardins d’Arménie Royal Brandy made its world debut in Monaco, introducing a new category to the international spirits scene: the Royal Brandy, a refined fusion of Armenian tradition and contemporary innovation. The exclusive launch event, held at the Hôtel Hermitage Monte-Carlo in the presence of H.S.H. Prince Albert II of Monaco and the Armenian Ambassador to France, Arman Khachatryan, celebrated Armenian excellence through gastronomy, art, and music.

Leading the project is 27-year-old Armen Pogossian, CEO of Cigaronne and Newline Brands Global LLC, who aims to redefine the world of fine brandy. “Jardins d’Arménie is the expression of our art, our heritage, and our identity. Presenting it in Monaco means sharing the elegance of Armenian craftsmanship with Europe,” said Pogossian.

Crafted from Voskehat grapes harvested across three regions of Armenia, Jardins d’Arménie Royal Brandy undergoes an intricate triple maturation process: first in oak barrels, then in apricot wood casks—adding layers of fruit and hazelnut—before returning to oak for final refinement. The result is a spirit of remarkable aromatic complexity, with notes of chocolate, vanilla, and dried fruit.

Innovation also defines its design: each bottle features a patented airtight stopper that preserves the integrity of the aromas, and comes with a custom tasting glass set that enhances the sensory experience.

With its European debut, Jardins d’Arménie Royal Brandy establishes a new benchmark in the world of luxury spirits, positioning Armenia as a rising force in the art of high-end distillation.

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ASIA/IRAN – “Maryam-e Moghadass”. Cosa ci racconta la stazione metro di Teheran dedicata a Maria (Agenzia Fides 22.10.25)

del Cardinale Dominique Joseph Mathieu OfmConv*

Teheran (Agenzia Fides) – Uno dei sistemi di trasporto pubblico delle città è la metropolitana. Quella di Teheran comprende sette linee, con 160 stazioni su una lunghezza complessiva di 292,1 km, dei quali 67,5 km fanno parte di una linea di treni suburbani.
La metropolitana a Teheran è entrata in funzione il 7 marzo 1999 e oggi è utilizzata in media da 2,5 milioni di pendolari al giorno.
Sono in corso lavori di ampliamento su tutte le linee, in direzione nord-ovest (tre nuove stazioni intermedie) e sud-est (una stazione aggiuntiva) per la linea 6, di colore rosa. È stata inaugurata nel 2019 e conta 25 stazioni attive su 32,5 km. Una volta completata, dovrebbe estendersi per 38 km con 32 stazioni.
La stazione “Maryam-e Moghaddas (Shahid Nejatollahi)”, situata a 34 metri sotto terra, sarà inaugurata a breve. Data la sua posizione unica sull’asse orizzontale al centro della linea 6, è considerata una stazione di rilievo.
Per quanto riguarda il nome della stazione, il direttore del Centro per le comunicazioni e gli affari internazionali di Teheran, Amir Mohammadkhani, spiega che, data la vicinanza della cattedrale armena apostolica, rappresenta in omaggio alla comunità cristiana armena, nonché all’alto rango di Maria.
Il nome di “Santa Maria” è stato suggerito dall’Amministrazione comunale e approvato dalle autorità competenti. Ciò manifesta, secondo Mohammadkhani, l’attenzione del Comune di Teheran per la diversità culturale e religiosa nella capitale.
Al momento della sua realizzazione, la stazione portava il nome di Shahid Nejatollahi, uno studente iraniano di nome Kamran, ucciso dalle forze del regime precedente durante il sit-in degli studenti nel 1979. Il suo cognome significa “saluto di Dio” e il termine “Shahid” indica una persona uccisa per la sua fede, un martire.
La stazione si trova accanto al centro religioso della suddetta comunità armena, con il parco Sainte-Marie adiacente al loro centro culturale, e al di là del viale Karim Khan Zand del distretto 6, la chiesa cattedrale di San Sarkis, unica chiesa sempre aperta anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche.
Tra le minoranze religiose che godono della libertà di culto in Iran, i cristiani armeni sono i più numerosi, con circa 120.000-150.000 componenti secondo alcune fonti e 355.000 secondo altre. 75.000 armeni si trovano a Teheran. Due dei cinque seggi riservati alle minoranze religiose nel Parlamento iraniano spettano a loro, e sono l’unica minoranza con status di “osservatore” presso il Consiglio di discernimento del Guardiano e il Consiglio di discernimento delle Opportunità.
L’Iran e l’Armenia intrattengono legami culturali storici millenari. La loro relazione riveste un’importanza strategica per l’Iran, poiché il suo corridoio nord-sud è una via di passaggio indispensabile per raggiungere i mercati dei Paesi che si affacciano sul Mar Nero. Il recente trattato di pace tra l’Armenia – il cui primo ministro è in conflitto con il Patriarca apostolico armeno – e l’Azerbaigian, sotto l’egida degli Stati Uniti, minaccia questa via commerciale.

L’esterno della stazione, e il portale d’ingresso principale, è realizzato in pietra bianca e vetrate in stile romanico per armonizzarsi con la facciata della chiesa di San Sarkis di fronte. Sopra tre vetrate, compresa quella d’ingresso, sono incisi in persiano e in inglese il nome principale e quello secondario della stazione, nonché il numero della linea. Dietro la vetrata di fronte alla chiesa di San Sarkis sarà svelata, il giorno dell’inaugurazione, una statua in pietra alta 2,30 m, raffigurante la Madonna in piedi con il bambino Gesù sul braccio sinistro. Il costo è stato sostenuto da un benefattore della comunità armena.
All’interno, sopra la prima rampa nel seminterrato della stazione, è incisa, come in tutte le stazioni della rete, la scritta persiana “Nel nome di Dio”, ma qui si trova anche la sua traduzione in inglese, armeno e arabo su uno sfondo rosso-ocra. Secondo il sindaco Alireza Zakani, la stazione, il cui design incorpora luce, archi e uno spazio sotterraneo silenzioso, combina la delicatezza dell’architettura delle chiese con la calma geometrica dell’architettura iraniana. Secondo lui la stazione evoca anche la donna divina che risvegliò il mondo con la sua purezza e nutrendo un grande profeta.
L’interno della stazione, simile all’architettura interna di una chiesa armena, è decorato con bassorilievi raffiguranti Gesù e Maria, nonché simboli presi in prestito dalla chiesa di San Sarkis, in onore della sua comunità. Le autorità municipali considerano quest’opera d’arte, gestita dall’Organizzazione Municipale per l’Arte Urbana e l’Abbellimento, come una celebrazione dell’identità multireligiosa di Teheran attraverso i suoi spazi pubblici.
Scendendo nel sottosuolo, collegato da scale mobili e scale, dei testi sotto i portici accompagnano i pendolari. Gli archi bianchi delle pareti e dei soffitti, le sfumature di blu delle volte e delle cupole delle piattaforme intermedie, si ispirano ai colori attribuiti a Maria.
Al primo ponte, una dichiarazione della Guida Suprema, incisa su una targa argentata, adorna la parete di fronte alle scale. Riguarda il “Profeta Gesù” e recita: «Gesù Cristo (la pace sia con lui) non ha esitato un istante a combattere il male e a invocare la bontà durante tutto il suo soggiorno tra gli esseri umani».
Un piano più in basso, due targhe argentate al centro di due arcate centrali riprendono le dichiarazioni della Guida Suprema su Gesù: «Il messaggio di Gesù Cristo (la pace sia con lui) era quello di liberare l’umanità dall’oscurità, dall’ignoranza, dalla corruzione, dalla privazione e dalla discriminazione». Così è scritto a sinistra, mentre a destra si legge: «Gesù, figlio di Maria (la pace sia con lui), era l’araldo della misericordia divina, della benedizione e della guida per tutta l’umanità».
Al centro di un grande arco centrale del livello successivo, un medaglione con un particolare effetto luminoso riprende, su una lamina metallica, i versetti 29-34 della sura 19 del Corano su Maria:
– (29) Allora lei fece un cenno verso di lui [il bambino]. Essi dissero: «Come potremmo parlare a un bambino nella culla?».
– (30) Ma (il bambino) disse: «Io sono davvero il servo di Allah. Egli mi ha dato il Libro e mi ha designato Profeta.

– (31) Ovunque io sia, Egli mi ha reso benedetto; e mi ha raccomandato, finché vivrò, la preghiera e la Zakat;

– (32) e la bontà verso mia madre. Egli non mi ha reso né violento né infelice.

– (33) E che la pace sia su di me il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morirò e il giorno in cui sarò resuscitato vivo».

– (34) Questo è ‘Isa (Gesù), figlio di Maryam (Maria): parola di verità, di cui essi dubitano.

Il foyer evoca i segni e le tracce dell’architettura e dell’atmosfera di una chiesa. L’uso di un’illuminazione blu chiaro per il soffitto della sala biglietteria rafforza la sensazione di pace per i pendolari.
Rilievi che combinano architettura, simbolismo cristiano e musulmano, arte floreale e poesia persiana, sono situati all’altezza delle rampe di accesso ai treni della metropolitana.
Un bassorilievo, all’altezza della sala biglietteria, raffigura Gesù con l’aureola, le braccia aperte e le mani rivolte verso il basso, che cammina su onde d’acqua bluastre. La sua tunica pieghettata forma delle onde dietro di lui. Il suo sguardo, nonostante gli occhi chiusi, è rivolto verso l’infinito. Nella diagonale superiore sinistra e inferiore destra della figura cruciforme di Gesù sono rappresentate forme geometriche stellari. Sulla destra sono incise, da destra a sinistra, due strofe di una poesia di Hafez:
«Rallegrati, o mio cuore, il soffio del Messia è vicino, dal suo dolce respiro emana il profumo dell’Unico che si avvicina. Non lamentarti per il dolore della separazione, perché la notte scorsa ho consultato gli oracoli e il nome di un Soccorritore è stata la risposta», Abû Bakr Ibn Abî Ad-Dunyâ riporta da Bikr Ibn ‘Abd Allah Al-Mazani: «Gli apostoli persero il loro profeta ‘Îsâ e fu loro detto: “Dirigetevi verso il mare”. Si misero quindi in cammino e quando arrivarono al mare lo videro camminare sull’acqua, lasciandosi sollevare e abbassare dalle onde. Indossava un telo, metà del quale copriva la parte superiore del suo corpo e l’altra metà la parte inferiore, e camminava nella loro direzione».

Due coppie di bassorilievi si trovano di fronte alle banchine della metropolitana.
Un bassorilievo raffigura, su uno sfondo con due linee ondulate che salgono verso sinistra, le montagne che sovrastano Teheran. Ai lati ci sono alberi verdeggianti, quello di destra un po’ più folto, che sembra appartenere alla famiglia dei cipressi. Antico simbolo significativo della Persia, dell’arte, della letteratura e della cultura islamica, con la sua natura sempreverde, la sua rettitudine e la sua crescita vertiginosa, rappresenta spesso l’immortalità, la vita eterna, la libertà.
A sinistra, in grigio, la cattedrale armena apostolica, con le sue tre tipiche torri coniche, di cui le due più basse, sotto le cime delle montagne, sono sormontate da un globo con un’ancora (croce su mezzaluna), e la più alta, che punta alla cima superiore delle montagne, ha una croce sopra la curva convessa che delimita la montagna e il cielo. Le sue due porte sono scure, solo il portale centrale ha gradini di accesso diagonali verso il centro del pannello.
Sulla destra, un’imponente moschea segue la curva della montagna. Più simbolica che specifica, potrebbe essere stata ispirata da una famosa moschea della zona. In ogni caso, rappresenta il simbolo della religione maggioritaria. Le sue due torri puntano tra le due curve delle cime e la cupola, con il suo pennone che punta verso la cavità più alta della cima, fa sventolare il suo stendardo all’altezza del cielo. I gradini delle tre porte chiare della moschea sono perpendicolari al quadro, mentre solo la porta centrale delle due porte scure della chiesa ha una scala in linea diagonale.
I due edifici religiosi devono simboleggiare la coesistenza culturale. Al centro, un rosone geometrico verde, con una stella a dodici punte che simboleggia l’ordine divino e rappresenta l’unità e la perfezione, collega orizzontalmente le due architetture religiose. Verticalmente, collega il cielo e la terra. Sette piante di mais, simbolo di fertilità e abbondanza, significano che la vita sulla terra è nutrita dalla luce divina.
Due bassorilievi rappresentano Maria, importante nella tradizione islamica e venerata sia dai cristiani che dai musulmani sciiti. Questi ultimi la rispettano come madre del profeta Gesù.
Il primo, che si trova di fronte al bassorilievo con la chiesa e la moschea, raffigura al centro del pannello due terzi della silhouette di Maria, con un grande aureola che simboleggia la sua santità, le mani giunte sul petto e le palpebre chiuse, lo sguardo fisso davanti a sé. Alla sua sinistra e alla sua destra, un parterre di tulipani di diversi colori e steli di riso, così come negli angoli superiori sinistro e destro, grappoli e foglie d’uva. A sinistra, una colomba della pace con un ramoscello d’ulivo nel becco. La forma elegante dei tulipani evoca bellezza e armonia. Nell’Islam, essi ricordano la fugacità della vita e simboleggiano l’amore fedele e imperituro.
Di fronte, Santa Maria, di un candore immacolato, sembra, come il parterre di tulipani – originari dell’Iran, dell’Afghanistan e del Kazakistan -, radicata nella terra, ma che si erge più diritta di loro, al centro del quadro. Dall’altra parte, il rosone geometrico verde collega orizzontalmente la chiesa e la moschea e collega verticalmente il cielo e la terra. La fragile colomba che scende, planando verso Santa Maria, si trova di fronte all’imponente moschea, statica. Le cime delle montagne e il cielo corrispondono alla rigogliosa vite celeste, con quattro grossi grappoli all’altezza della moschea e altri sei all’altezza della chiesa.
Il secondo bassorilievo mariano è composto da due lettere omega speculari, collegate da ramoscelli, opera di Dio; la seconda, sormontata da strutture artificiali, simile a un ponte. Sul versante sinistro, un albero con il suo fogliame verde e la chiesa di San Sarkis, su un terreno pavimentato. Sul versante destro, Maria è seduta su un blocco appoggiato su un sentiero delimitato da ciuffi verdi. Gesù, con le palpebre chiuse come sua madre, è in piedi sul blocco alla sua destra, appoggiandosi alla spalla di Maria. Nell’angolo destro, una collina rocciosa triangolare con alberi senza fogliame.
Di fronte ad essa, un altro bassorilievo mostra un paesaggio idilliaco. Sullo sfondo, una catena di montagne. Al centro, un lago e, in basso, la foce di un fiume tra due piani rocciosi. Quello di sinistra, con gigli, simboli di purezza e innocenza, che in un contesto spirituale possono essere associati alla pace e alla bellezza divina. Quello di destra, con un ulivo, che occupa un posto speciale nel Corano, poiché menzionato più volte come simbolo di pace, benedizione e misericordia. Al centro del quadro, in una vetrata rosa multicolore, una colomba che vola sull’acqua, simboleggiando lo Spirito.
I bassorilievi sono principalmente di colore ocra-sabbia, con alcuni tocchi di verde. L’ocra trasmette un senso di pace ed è simbolo di vita ed eternità, portatore di valori rituali. Il verde simboleggia, nell’Islam, le più alte ricchezze materiali e spirituali, poiché questo colore evoca la fertilità. Indossato dal Profeta, evoca il paradiso e la vita eterna. È il colore sacro per eccellenza; il Corano ne è spesso ricoperto. Poiché l’Islam si sviluppa principalmente nelle regioni aride del mondo soggette alla siccità, il verde è sempre un colore positivo, associato alla vegetazione, al rinnovamento, alla primavera, al cielo, alla felicità, alla speranza e al paradiso, alla benedizione e alla santità.
I quadri e i testi che vi conducono sono sintetizzati nel versetto 171 della Sura 4: «O gente del Libro, non esagerate nella vostra fede e non dite di Dio se non la verità: in verità, il Messia, Gesù figlio di Maria, è un messaggero di Dio, il Suo Verbo proiettato in Maria e uno Spirito emanato da Lui. Credete dunque in Dio e nei Suoi messaggeri e non dite: «Egli è tre»! Astenetevi, sarebbe meglio per voi, Dio è solo una Divinità. Per la Sua trascendenza non può avere figli! A Lui appartiene ciò che è nei Cieli e sulla Terra, e Dio è sufficiente come garante!».
Sulla terra – nel parco – e nell’abisso – della stazione -, gli sguardi di Gesù Cristo e di Sua Madre, la Beata Vergine Maria, sono fissi sui pendolari. Ma, poiché le palpebre di Maria e di Gesù sono chiuse o prive di pupille, non c’è incrocio di sguardi, tranne quello dell’«occhio della colomba». ..
Che dalle profondità sorga la luce divina della colomba e illumini il cuore dei pendolari di buona volontà, affinché con gli occhi della fede – una «visione di colomba» – contemplino, dietro gli sguardi della triade «Gesù-Maria-colomba», l’Amore dell’unico Dio, che infiamma e infiamma i cuori a camminare con dolcezza, umiltà e desiderio di pace, sulla strada degli spostamenti e degli incontri che il Creatore orchestra per i suoi figli.
Lo Spirito Santo scenderà nei cuori come una colomba, per spingerci a imitare il cuore umile di Maria e seguire Gesù nel suo cammino di pace. La vera pace trova la sua fonte nella Trinità: il Padre che parla, il Figlio che accetta e lo Spirito Santo che si riversa su di noi.
(Agenzia Fides 22/10/2025)

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Armenia: amb. Ferranti a inaugurazione 2ª sede Società Dante Alighieri (Giornale Diplomatico 22.10.25)

GD – Jerevan, 22 ott. 25 – Nell’ambito della XXV edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, intitolata “Italofonia: lingua oltre i confini”, all’Università Statale “V. Brusov” di Jerevan si è svolta la cerimonia ufficiale di inaugurazione della seconda nuova sede del Comitato di Jerevan della Società Dante Alighieri.
Nel corso delle celebrazioni sono stati presentati il rinnovato sito web del Comitato e i nuovi corsi di lingua italiana di vari livelli, nonché l’avvio degli esami di Certificazione della conoscenza della lingua italiana (PLIDA) presso il Comitato.
All’evento hanno partecipato l’ambasciatore d’Italia, Alessandro Ferranti; il viceministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica di Armenia, Artur Martirosyan; il rettore dell’Università Brusov, Davit Gyurjinyan; i soci del Comitato di Jerevan della Società Dante Alighieri, oltre a docenti e studenti dell’Ateneo.
L’amb. Ferranti, congratulandosi per la contestuale ricorrenza del 90° anniversario dalla fondazione dell’ateneo, ha ringraziato l’università per la partecipazione alla Settimana della Lingua Italiana nel Mondo e per l’importante contributo profuso per la diffusione della lingua e della cultura italiana in Armenia, sottolineando in particolare l’ampio spettro delle opportunità e delle ispirazioni offerte dall’insegnamento dell’italiano.
Nel suo discorso il viceministro Martirosyan ha evidenziato l’importanza della presenza di tale Centro all’Università Brusov, in quanto luogo di eccellenza a livello nazionale per la linguistica, e ha altresì affermato che le attività della nuova Sede del Comitato di Jerevan daranno ulteriore slancio ai legami bilaterali in ambito formativo ed educativo.
Da parte sua il rettore Gyurjinyan, congratulandosi con tutti i presenti per l’importante evento, ha dichiarato che l’istituzione della sede del Comitato in seno all’Università Brusov è un’ulteriore testimonianza del continuo rafforzamento delle relazioni tra Italia e Armenia. Il Rettore ha infine sottolineato che tale collaborazione contribuirà all’espansione dell’insegnamento della lingua italiana in Armenia, alle prospettive professionali degli studenti e all’ulteriore approfondimento del dialogo culturale fra i due Paesi.
Al termine dell’evento è stato proiettato il celebre film armeno “Noi e le nostre montagne”, per la prima volta con sottotitoli in italiano, curati dagli studenti e dai docenti del Dipartimento di Italianistica dell’Università.

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Monaci armeni in visita alla reliquia di San Mercuriale, poi le celebrazioni in rito armeno (Forlitoday 21.10.25)

Si avvicina la festa di San Mercuriale, primo vescovo di Forlì, la cui figura – secondo recenti ricerche storiche e scientifiche – sarebbe giunta in Romagna dalla lontana Armenia. In vista della ricorrenza, quest’anno la comunità forlivese vivrà un momento dal forte valore simbolico e spirituale.

Mercoledì, saranno infatti presenti in città i monaci armeni mechitaristi dell’Isola di San Lazzaro (Venezia), che hanno espresso il desiderio di visitare e venerare le reliquie del santo vescovo. Il programma prevede alle ore 18, sul sagrato della basilica di San Mercuriale, l’accoglienza — alla presenza del vescovo Livio Corazza — della reliquia del capo del santo, solitamente custodita nella chiesa della Santissima Trinità. A seguire, alle 18.30 in basilica, i monaci mechitaristi celebreranno la Divina Liturgia secondo il rito armeno.

L’incontro rappresenta un’occasione preziosa per avvicinarsi alla tradizione liturgica armena, espressione di una stessa fede condivisa, e al tempo stesso per rinsaldare il legame con la terra d’origine del primo pastore della Chiesa forlivese.


Monaci armeni in visita alla reliquia di San Mercuriale, poi le celebrazioni in rito armeno
https://www.forlitoday.it/cronaca/visita-monaci-armeni-san-mercuriale.html
© ForlìToday

Minassian: come il vescovo martire Maloyan “viviamo con coraggio la nostra fede” (Vaticannews 21.10.25)

“Sant’Ignazio Maloyan visse le parole del Vangelo e portò la croce fino all’ultimo respiro. Preservò il suo gregge nella fede, soffrì con esso e per esso, e diede la sua vita per incoraggiarlo, rafforzarlo e salvarlo”. Lo ha detto il patriarca di Cilicia degli armeni cattolici, Raphaël Bédros XXI Minassian, che nel pomeriggio di ieri, lunedì 20 ottobre, all’Altare della Cattedra della Basilica vaticana, ha presieduto la celebrazione della messa di ringraziamento per la canonizzazione di sant’Ignazio Maloyan, vescovo e martire della Chiesa armeno cattolica, proclamato santo insieme ad altri sei beati da Leone XIV domenica 19 ottobre, in una solenne cerimonia in Piazza di San Pietro.

I concelebranti, le autorità e la società civile

Alla celebrazione hanno preso parte i patriarchi Béchara Boutros Raï, di Antiochia dei Maroniti, e Ignace Youssif III Younan, di Antiochia dei Siri; poi il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo interreligioso; Mesrop Sarkissian, rappresentante di Sua Santità Aram I, Catholicos della Chiesa armena apostolica di Cilicia; l’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’unità dei cristiani, l’arcivescovo Michel Jalakh, segretario del Dicastero per le Chiese orientali, insieme a padri sinodali della Chiesa armeno cattolica e membri del clero. Erano presenti, tra gli altri, gli ambasciatori di Armenia e Libano e altri rappresentanti della società civile, oltre a un gran numero di pellegrini armeni provenienti da varie parti del mondo che avevano partecipato alla celebrazione della canonizzazione del giorno precedente.

Il grido silenzioso ma potente del martirio

Durante l’omelia, il patriarca Minassian ha ricordato “il grido silenzioso ma potente del martirio” di Ignazio Maloyan, celebrato non in un semplice rito commemorativo ma in una proclamazione viva di fede. Sant’Ignazio, ha rimarcato, non è solo un testimone del passato, ma un compagno del presente, una voce che continua a parlare con forza nel cuore di un mondo spesso sordo alla verità del Vangelo. “Moriamo, ma moriamo per Cristo”, disse il vescovo Maloyan nel momento supremo della prova, durante le persecuzioni contro il popolo armeno, il Metz Yeghern-Grande Male. In quelle parole, ha affermato il patriarca, c’è tutta la potenza di una fede che non si piega e trova nella Croce non una sconfitta, ma una vittoria. “Il sangue da lui versato, come quello del suo Maestro, è seme per nuovi credenti e testimonianza viva di una Chiesa che non muore, perché radicata in Cristo”, ha ribadito Minassian sottolineando che “la sua santità non è semplicemente un riconoscimento da parte della Chiesa, ma una voce che ci chiama a vivere nella verità, una chiamata a una fede scomoda, ma viva e coraggiosa, capace di perseverare anche nei momenti più bui”.

La santità non riservata a pochi, è una vocazione universale

Per questo, ha insistito, “una persona disposta a sacrificare la propria vita per la verità non può essere sconfitta. Perché quando il cuore appartiene a Cristo, né la guerra, né la persecuzione, né la morte possono togliergli la libertà: la libertà dell’amore”. La canonizzazione di  Ignazio Maloyan, ha esortato il celebrante, “è una chiamata a tutti i cristiani, e in particolar modo ai fedeli armeno cattolici, a comprendere che la santità non è riservata a pochi, ma è una vocazione universale”. Pertanto, in tempi in cui la fede viene spesso marginalizzata, la figura di Ignazio Maloyan, ha osservato ancora, “ci invita a vivere la nostra fede con coraggio, autenticità e amore ardente per Cristo”.

Avere la forza di dire: siamo pronti a morire per Cristo

In conclusione il patriarca ha invitato i presenti a pregare per la Chiesa armena cattolica e per tutti i cristiani perseguitati nel mondo, specialmente in Medio Oriente, chiedendo “l’intercessione di sant’Ignazio Maloyan e di tutti i martiri, affinché anche noi, nella nostra vita quotidiana, possiamo avere la forza di dire: ‘Viviamo per Cristo e, se necessario, siamo pronti a morire per Lui'”.

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Il grido silenzioso ma potente del martirio (Osservatore Romano)