Papa Leone XIV visita la cattedrale armena di Istanbul, evoca le “tragiche circostanze” del passato (Varie 30.11.25)

In mattinata il Papa ha assistito poi alla divina liturgia presso la sede del patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Bartolomeo: “Non possiamo essere complici dello spargimento di sangue in Ucraina”. Questo pomeriggio Prevost lascia la Turchia e arriva in Libano

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Il Papa è in Libano. A Istanbul incontra armeni e ortodossi, ‘chiamati a costruire la pace’ (Ansa)

Leone XIV con l’airbus aggiustato va in Libano, a Beirut lo attende un appello di Hezbollah (e in nunziatura anche un incontro) (Il Messaggero)

Istanbul, Papa Leone visita la cattedrale armena: “L’unione dei battezzati è priorità della Chiesa”

Il Papa: il dialogo di carità ripristini l’unità nella Chiesa, senza assorbire né dominare (Vatican News)

Il Papa celebra la messa nella chiesa armena in Turchia. La diretta (Corriere Tv)

Leone XIV: ‘Cattolici e ortodossi chiamati a essere costruttori di pace’ (Asianews)

Istanbul. Leone XIV: «Grato a Dio per il coraggio e la fede del popolo armeno» (SilereNonPossum)

Papa in Turchia: Sahak II Maschalian, “pace duratura tra popoli logorati dalla guerra” (SIR)

Il Papa: due Stati per la Terra Santa. E cessate-il-fuoco in Ucraina (LaStampa)

Papa Leone XIV: “La piena comunione non implica dominio ma scambio dei doni” (AciStampa)

Papa Leone e la preghiera con il Patriarca nella Cattedrale Armena di Istanbul (RaiNews)

Dalla Turchia al Libano, l’impegno di Leone tra ecumenismo e pace (Lanuovabq)

Papa in Turchia: alla cattedrale armena, “recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli” (Sir)

Visita di Preghiera alla Cattedrale Armena Apostolica, 30.11.2025 (Bollettino Sala Stampa)

Un ricordo di Araksi Lilosian, custode della memoria armena in Puglia (Bariseranews 29.11.25)

La recente scomparsa di Araksi Lilosian ha lasciato un vuoto profondo nella comunità armena della Puglia. Nata a Bari 93 anni fa, nel villaggio storico di “Nor Arax”, Araksi era considerata la memoria vivente di questa comunità. Figlia di Takvor Lilosian e Siranush Timurian, entrambi provenienti dall’Impero Ottomano, ha rappresentato un legame diretto con le radici culturali e la storia del suo popolo.

Araksi non era solo la persona più anziana della comunità ma un simbolo di resilienza e integrazione. Rimasta vedova, ha vissuto con i figli Siranush e Tito Quaranta, entrambi molto attivi nella vita comunitaria armena locale. La sua vita è stata intrecciata con un capitolo importante della storia dell’artigianato armeno in Italia: negli anni Cinquanta lavorò come tessitrice di tappeti a Nor Arax e successivamente come insegnante presso la scuola di San Giovanni in Fiore in Calabria. Quest’ultima, diretta da suo zio Sargis Mushegian, fungé da crocevia per il trasferimento dell’antica arte della tessitura armena in Italia, offrendo opportunità economiche e culturali alle popolazioni locali.

La longevità di Araksi rappresentava un ponte diretto con il passato doloroso del genocidio armeno e una testimonianza tangibile dell’eredità lasciata dai profughi accolti in Italia dopo il 1922. Anche la sua presenza in produzioni audiovisive degli anni Cinquanta contribuì a mantenere viva questa eredità culturale.

La comunità armena, e non solo, ricorda Araksi Lilosian come un esempio di forza e dedizione, un faro di speranza per le generazioni future che continueranno a trarre ispirazione dalla sua dedizione e dal suo impegno verso la cultura e la storia armena

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Cristianesimo sotto assedio in Armenia (Riforma 28.11.25)

La Chiesa Apostolica Armena affronta una nuova stagione di persecuzioni, questa volta da parte del governo che dovrebbe garantirne la libertà

Quando l’Armenia adottò il Cristianesimo come religione di Stato nel 301 d.C., Roma perseguitava ancora i cristiani e gli Anglosassoni non erano ancora arrivati in Britannia. La Santa Chiesa Apostolica Armena (AAHC) ha resistito ed è sopravvissuta agli attacchi di persiani, ottomani e sovietici. Eppure, nel 2025, si trova ad affrontare nuovamente la persecuzione, questa volta da parte del suo stesso governo eletto.

Sebbene la Costituzione armena conferisca all’AAHC una “missione esclusiva” nella vita spirituale della nazione, riconoscendone il ruolo unico nella preservazione dell’identità armena, un nuovo rapporto dello studio legale internazionale Amsterdam & Partners mette a nudo il pesante attacco alla Chiesa da parte del Primo Ministro Nikol Pashinyan. Il suo governo ha incarcerato vescovi e sacerdoti e ha diffamato il patriarca supremo Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni. Ha anche incarcerato l’imprenditore Samvel Karapetyan, un importante filantropo che ha finanziato scuole, ospedali e il restauro di antiche chiese, per aver pubblicamente difeso la Chiesa. 

La situazione ha attirato critiche internazionali. Il vicepresidente del Gruppo parlamentare interpartitico del Regno Unito sulla libertà religiosa, Lord Jackson di Peterborough, ha dichiarato: «L’idea che cristiani devoti, nel Paese cristiano più antico del mondo e nella civile e moderna Europa, vengano gettati in prigione per aver difeso la loro fede è spaventosa. (…)

Le denominazioni cristiane in Armenia dovrebbero poter mantenere il diritto di riunirsi e pregare in pace, senza la minaccia di intimidazioni violente, incarcerazione o peggio».

Ha aggiunto: «Il mondo sta osservando gli abusi dei diritti umani commessi contro queste comunità cristiane sotto assedio».

Le origini della repressione risalgono alla sconfitta militare del 2023, quando l’assalto dell’Azerbaigian all’enclave armena del Nagorno-Karabakh costrinse alla fuga oltre 100.000 cristiani armeni. La Chiesa, fedele alla sua vocazione, difese i loro diritti, appellandosi alla comunità internazionale affinché salvaguardasse il patrimonio culturale e religioso armeno e fornisse aiuti umanitari agli sfollati.

Il Consiglio Ecumenico delle Chiese ha espresso preoccupazione, ma le chiese nazionali e il Vaticano non hanno ancora preso una posizione pubblica nei confronti di Yerevan. Si teme che il governo che oggi imprigiona sacerdoti e filantropi, domani metterà a tacere giornalisti e giudici. 

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A Koreja “L’imputato non è colpevole” della compagnia Giardino Chiuso — Genocidio armeno: nuove luci sul caso Tehlirian (LeccePrima 28.11.25)

Nota – Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di LeccePrima

Il 15 marzo 1921 un turco corpulento cammina per le strade di Berlino. Uno studente armeno, Soghomon Tehlirian, lo raggiunge e lo colpisce mortalmente con una pallottola. La vittima è Talaat Pascià, già Ministro degli Interni e uomo forte del governo dei “Giovani Turchi”, rifugiatosi in Germania dopo la sconfitta dell’impero ottomano nel primo conflitto mondiale e ritenuto il principale responsabile del genocidio armeno.

Qualche mese dopo, il 2 e 3 giugno 1921, dinanzi alla Corte d’Assise del Tribunale di Berlino, viene celebrato il processo a carico di Tehlirian: dopo un intenso e drammatico dibattimento lo studente armeno viene assolto. È da questa vicenda che domenica 30 novembre alle ore 18.30 prende spunto L’IMPUTATO NON È COLPEVOLE il nuovissimo lavoro della compagnia Giardino Chiuso, con la messa in scena di Tuccio Guicciardini e Patrizia de Bari: uno spettacolo che dà voce alla storia e alla natura, molte volte inconcepibile, dell’uomo. In scena Michele Andrei e Matteo Nigi.

Il massacro della popolazione armena del 1915 rimane oggi una questione profondamente politica, perché riguarda non solo la memoria storica, ma anche il modo in cui gli Stati definiscono la propria identità e le proprie responsabilità. Il riconoscimento internazionale del genocidio armeno è diventato un banco di prova per la credibilità delle democrazie e per la loro coerenza nel difendere i diritti umani. Allo stesso tempo, la persistente resistenza di alcuni governi nel riconoscerlo, mostra come la storia possa essere ancora usata come strumento geopolitico.

Insistere sulla verità storica significa rafforzare il principio che nessuno Stato può costruire il proprio presente sull’occultamento delle violenze del passato. Per questo il caso armeno resta centrale: perché ricorda che la pace, la sicurezza e la giustizia internazionale dipendono anche dal coraggio politico di chiamare le persecuzioni con il loro nome e di affrontarne le conseguenze. Ripercorrere oggi gli atti di quel clamoroso processo – cercando di capire perché un omicida venne assolto e la sua vittima moralmente condannata – consente di cogliere, accanto alle motivazioni politiche da cui scaturì quella sentenza, una serie di inconfutabili dati storici che rendono tuttora attuale e non archiviabile la questione armena.

Nella riduzione degli atti processuali, la compagnia mette a fuoco l’intenso interrogatorio di Tehlirian, dove emergono gli orrendi racconti dei massacri perpetuati dai turchi verso la popolazione armena e la continua e inesauribile sofferenza del giovane studente, che lo porterà ad una soluzione drammatica ma “necessaria”.

L’ambientazione scenica è scarna, essenziale. I due protagonisti, l’imputato e il Presidente, sono volutamente astratti, fuori da ogni contesto temporale, per sottolineare l’universalità e la ripetitività delle storture e delle aberrazioni umane. Le parole prendono corpo e si concretizzano, nude, come testimonianza scolpita nella pietra. La linea drammaturgica porta ad un quesito fondamentale per le nostre coscienze: quale giustizia è giusta? Quella dei codici, delle norme e delle leggi scritte o quella di un’umanità “universale”, una giustizia intima, che nasce dall’anima. La ricerca di ristabilire quanto meno un’idea plausibile di giustizia, affinché la storia non diventi una farsa totale.


Genocidio armeno: nuove luci sul caso Tehlirian
https://www.lecceprima.it/eventi/teatro/genocidio-armeno-caso-tehlirian.html
© LeccePrima


Teatro Koreja: la morte di Talaat Pascià e il processo Tehlirian riportano al centro il tema della responsabilità per il genocidio armeno (Corriere Salentino)

 

Le comunità cristiane in Turchia tra storia e attualità (SIR 27.11.25)

La Turchia ospita comunità cristiane piccole ma radicate, dall’ortodossia del Fanar alla tradizione siriaca del Tur Abdin, fino alla Chiesa cattolica latina. Tra migrazioni, restauri, tensioni politiche e testimonianze di fede, queste realtà mantengono viva una presenza antica in un Paese a maggioranza musulmana.

Foto Calvarese/SIR

La Turchia è un Paese a maggioranza musulmana con circa 90 milioni di abitanti. Nel Novecento ha sviluppato uno Stato nazionale e laico sotto la guida di Atatürk; nel XXI secolo. Con Erdoğan, al potere da circa 20 anni, l’Islam ha assunto un ruolo centrale nella società. Tuttavia, essa è anche una regione con una lunga storia cristiana, che risale ai primi secoli e include figure bibliche, Padri della Chiesa, ma anche tradizioni monastiche e una presenza cristiana continuata anche durante l’epoca dell’impero ottomano. La presenza cristiana, oggi, è numericamente ridotta, ma conserva un enorme valore storico e religioso significativo. Il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, situato nel quartiere del Fanar a Istanbul, resta un punto di riferimento. Malgrado il numero di fedeli ortodossi sia esiguo, esso continua a mantenere un ruolo importante. E questo grazie soprattutto alla continua presenza dei suoi patriarchi, tra cui Atenagora fino all’attuale Bartolomeo. Dal Concilio vaticano II tutti i papi hanno visitato questa terra. A Istanbul è presente anche la Chiesa armena, la più numerosa comunità cristiana della Turchia, segnata dalle vicende della Prima guerra mondiale. Ai confini con la Siria continua a vivere la tradizione siriaca, concentrata nell’area del Tur Abdin.
La Chiesa siriaca, un tempo più diffusa, oggi opera in un contesto islamico complesso e influenzato dal conflitto tra lo Stato turco e la popolazione curda. A causa dell’emigrazione si è molto ridotta, ma rimane attiva. A Mardin, un parroco siriaco guida una comunità di poco più di cento fedeli, sia ortodossi sia cattolici, celebrando nelle diverse chiese per mantenerle attive. Ad Adiyaman, nel 2011, è stata riaperta l’unica chiesa siriaca con autorizzazione governativa, facendo riemergere la presenza cristiana. Nel Tur Abdin diverse chiese sono state restaurate e aperte ai visitatori, e nei due monasteri rimangono alcuni monaci. Uno di essi, padre Gabriel, racconta di essere rimasto nel monastero mentre la sua famiglia emigrava, spiegando che la scelta è tra la vita religiosa e il benessere materiale.
La Chiesa cattolica in Turchia fa parte della Chiesa cattolica universale ed è in comunione con il papa. I cattolici presenti nel Paese sono circa 60.000, equivalenti allo 0,07% della popolazione, composta prevalentemente da musulmani. La Chiesa cattolica di rito latino è articolata nell’arcidiocesi di Smirne e nei vicariati apostolici dell’Anatolia e di Istanbul. Vi è inoltre collaborazione con le Chiese cattoliche armene, caldee, greche e sire, che seguono riti propri. Accanto a esse sono presenti altre comunità cristiane, tra cui gli ortodossi legati al patriarcato di Costantinopoli, di rilevante importanza storica. La Chiesa cattolica latina mantiene un rapporto particolare sia con i cittadini turchi sia con gli immigrati. Dalle parrocchie di Istanbul fino alle comunità più piccole dell’Anatolia, i missionari continuano a sostenere gruppi ridotti ma considerati significativi. Mantenere aperte le chiese è un gesto di attenzione verso chi vive sul posto e un segno di speranza per il futuro. In questo contesto è ricordata la figura del sacerdote romano Andrea Santoro, ucciso mentre pregava nella sua chiesa di Trebisonda, così come quella del vescovo Padovese, anch’egli ucciso. Santoro vedeva la sua presenza come un modo per ridurre la distanza tra mondi diversi.
Le piccole comunità cristiane in Turchia richiamano l’attenzione sulla fragilità della presenza cristiana nel mondo, anche in Occidente. Tanto in Oriente quanto in Occidente, in Italia come in Turchia, la responsabilità del cammino della Chiesa rimane nelle mani di chi la vive.

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Per gli ostaggi armeni dell’Artsakh neanche un po’ della giustizia di Sharm /Tempi 27.12.25)

A Sharm el-Sheik, in Egitto, davanti a un mare favoloso, i leader massimi di 22 Stati hanno firmato, o meglio controfirmato, l’accordo di pace per Gaza tra Israele e Hamas di fatto imposto da Donald Trump alle parti atrocemente confliggenti dal 7 ottobre 2023. Intanto, quel lunedì 13 ottobre 2025 (data completa come si conviene quando si avverte lo scalpiccio di cavalli della storia che passa) si è realizzata una “tregua”. Fine bombardamenti, ostaggi liberati, inizio della restituzione dei corpi morti alle famiglie.
Che c’entra il Molokano, che se ne sta con i suoi guai e le sue ferite che non cicatrizzano, sul lago di Sevan? L’Armenia mi ha insegnato che esiste la comunione dei morti, le schiere delle vittime, le lacrime passate e presenti dei miti, mescolate ai denti degli assassini, giacciono nel lago della nostra umanità intera. Una “scintilla di speranza” in Terra Santa (definizione di Leone XIV) buca il buio del mondo intero, mobilita ogni popolo a ricordare cos’è la luce, per ce…

Armenia: amb. Ferranti a 2° Convegno farmacologi italiani e armeni (Giornale Diplomatico 27.11.25)

GD – Jerevan, 27 nov. 25 – All’Università Statale di Medicina di Jerevan si è svolto il secondo Convegno congiunto tra farmacologi italiani e armeni. La prima edizione si era tenuta nell’ottobre del 2024.
L’iniziativa è frutto di alcuni anni di dialogo e proficua collaborazione intrapresi con i colleghi dell’Università di Camerino, uno dei poli accademici più antichi e prestigiosi d’Italia, fondato nel 1336, e si pone in una prospettiva di crescente cooperazione fra le due Università nel campo della farmacologia e delle terapie associate ai trattamenti medico-sanitari e nel quadro degli scambi accademici e scientifici.
Al convegno era presente anche l’ambasciatore italiano Alessandro Ferranti, il quale ha rivolto il proprio indirizzo di saluto a tutti i partecipanti all’evento.

Armenia: X Settimana Cucina Italiana nel Mondo, Toscana protagonista (GiornaleDiplomatico 27.11.25)

GD – Jerevan, 27 nov. 25 – Nell’ambito della X Edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, l’Ambasciata d’Italia a Jerevan, in collaborazione con l’Agenzia ICE, ha promosso e organizzato una serie di eventi di presentazione e degustazione di ricette tipiche della cucina italiana regionale, orientati al tema “La cucina tra salute, cultura e innovazione”, con un taglio dedicato alla valorizzazione delle eccellenze della cucina toscana.
L’importanza della qualità delle materie prime e degli ingredienti, il benessere della buona tavola e la formazione professionale sono i valori al centro del ricco programma di iniziative che ha visto la collaborazione di Scuole ed Accademie di cucina, ristoranti e catene di distribuzione alimentare nonché dei principali importatori armeni di prodotti italiani, con l’obiettivo di celebrare e diffondere la genuinità della tradizione culinaria italiana.
Il tutto nella cornice della candidatura della Cucina italiana a patrimonio immateriale dell’UNESCO, proposta che mira a riconoscerne globalmente il profondo valore culturale.
Nel corso della Settimana, si sono susseguiti momenti di degustazione, show-cooking, cene di gala, scambi accademici di formazione e una intera giornata dedicata alla cucina italiana organizzata dagli studenti e dai docenti del Dipartimento di italianistica dell’Università Statale Brusov di Jerevan.
Quest’anno l’Ambasciata ha ospitato l’Istituto Professionale di Stato per i Servizi per l’Enogastronomia e l’Ospitalità Alberghiera “Aurelio Saffi” di Firenze, rappresentato dai Professori Francesco Coniglio e Marco Berchielli, accompagnati da tre loro studenti.
Per la prima volta l’evento di apertura della rassegna si è tenuto presso gli studi televisivi di ATV, dove gli studenti e gli Chef dell’Istituto Saffi, ospiti del programma mattutino accompagnati dall’Ambasciatore Ferranti, si sono esibiti in una dimostrazione di cucina in diretta presentando autentiche ricette toscane.
La Settimana è poi proseguita all’insegna dello scambio accademico e formativo, presso la nuova Sede a Dilijan – inaugurata lo scorso settembre – della Apicius International School of Hospitality di Firenze, e poi ospiti dell’Accademia di Cucina Yeremyan di Jerevan.
In entrambe le occasioni gli studenti italiani hanno collaborato con i colleghi armeni nella preparazione di degustazioni di pietanze tipiche delle tradizioni culinarie dei due Paesi, coniugando idealmente l’autentica cucina italiana con l’ospitalità armena.
L’ampia e molto qualificata partecipazione di pubblico ai vari eventi costituisce una ulteriore conferma dell’interesse verso il modello italiano di una tensione creativa volta all’innovazione nel solco della tradizione.
La diplomazia dell’enogastronomia si conferma come un ulteriore e significativo strumento di promozione integrata in un paradigma come quello attuale, in cui l’Armenia si sta affermando come centro emergente per la cooperazione internazionale nell’ambito delle professioni legate alla ristorazione e all’Hospitality Management e dove il turismo, come comparto, assume sempre maggiore rilevanza quale volano dello sviluppo economico interno, anche grazie all’incremento dei collegamenti aerei diretti con l’Italia e con l’Europa.

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La Chiesa armena divisa: sacerdoti condannano la posizione del Catholicos (NotiziedaEst 27.12.25)

Media armeni filogovernativi hanno pubblicato, e i rappresentanti del partito al governo hanno condiviso sui loro profili social, una dichiarazione di alto profilo proveniente da un gruppo di prelati anziani. Più di una dozzina di arcivescovi e vescovi hanno sostenuto che il Catholicos Garegin II ha violato il giuramento assunto al momento della sua ordinazione. Si riferivano al voto “essere il vero leader della Chiesa apostolica armena.”

La dichiarazione afferma che “il Catholicos sta tentando a ogni costo di nascondere l’atto sacrilego dell’Arcivescovo Arshak, diventando così un protettore del sacrilegio.”

Il caso riguarda l’Arcivescovo Arshak Khachatryan, che è a capo della cancelleria della Prima Sede. Un video intimo che, secondo quanto si dice, ritrae questo alto prelato, è stato ampiamente discusso in Armenia da tempo. Recentemente una commissione della chiesa che esamina l’incidente ha raccomandato che Garegin II sospenda il servizio spirituale di Arshak.

“Tuttavia, il Patriarca ha ignorato i risultati della valutazione presentata dalla commissione che egli stesso ha creato,” hanno affermato i prelati.

La dichiarazione, firmata dai membri della commissione, è stata pubblicata come fotografie. I prelati che criticano la posizione del Catholicos né hanno commentato né confermato l’autenticità del documento.

Il Primo Ministro Nikol Pashinyan, tuttavia, ha “accettato con forza e fermamente” le loro azioni.

“Innanzitutto, questa dichiarazione dimostra che ci sono prelati nella nostra Chiesa che svolgono diligentemente la loro missione spirituale. Naturalmente, con il consenso dei santi padri, li inviterò oggi a un incontro per chiarire le loro posizioni e gli approcci riflessi nella dichiarazione,” ha detto durante la sua conferenza settimanale.

Quando questo articolo è stato pubblicato, il primo ministro aveva pubblicato un video sui social media che mostrava un incontro con i prelati che hanno firmato la dichiarazione.

Non sono stati diffusi dettagli su ciò di cui si è discusso durante l’incontro. Ma è già chiaro che la dichiarazione non è falsa, e il video mostra tutti gli arcivescovi e vescovi le cui firme compaiono nel documento.

“Questo rapporto include anche tutte le informazioni attualmente disponibili e un commento di un analista politico.”

  • «Nessuna alternativa all’allontanamento del Catholicos di Tutti gli Armeni», dice un politico
  • «Liberazione della Chiesa Armena»: liturgia guidata da un prete defraudato e partecipata dal PM Pashinyan è stata segnata dall’agitazione. Video
  • «Traccia russa» sospetta tra il clero armeno: un altro sacerdote rischia accuse penali

Dichiarazione su «purificazione della Prima Sede dallo sacrilegio»

La dichiarazione, firmata da un gruppo di prelati, affronta il video scioccante che coinvolge la testa della cancelleria della Prima Sede. Sottolinea che la commissione istituita dal Catholicos ha richiesto al Comitato Investigativo di esaminare il video e verificare la sua autenticità.

«Il 25 novembre, la commissione ha fornito i risultati dell’esame, che confermano l’autenticità del video,» si legge nella dichiarazione.

I prelati osservano che lo stesso giorno i risultati sono stati presentati al Patriarca, ma lui non ha intrapreso alcuna azione.

Secondo i membri della commissione, la posizione di Garegin II “provoca sbigottimento e grave preoccupazione.” Sostengono che questa sia una questione estremamente sensibile che mina l’autorità della Chiesa.

Inoltre, il tentativo di celare “l’atto sacrilego dell’arcivescovo” è, secondo i prelati anziani, visto come “proteggere il sacrilegio.” Sulla base di ciò, i membri della commissione concludono:

“La posizione del Catholicos è incompatibile con il diritto canonico e gli insegnamenti della Chiesa armena. Rischia di provocare una scissione all’interno della Chiesa.”

In definitiva, chiedono ai loro colleghi vescovi, nonché ai fedeli e ai devoti seguaci della Chiesa, di “unirsi nella purificazione della Prima Sede di Echmiadzin dalla chierarca blasfema e da coloro che condividono il suo peccato, condannando fermamente l’inazione di Garegin II.”

«Sospendere il servizio»: appello al Catholicos di tutti gli Armeni sull’intimo video presumibilmente coinvolgente un arcivescovo

Membri della commissione spirituale hanno avanzato questa proposta. La loro lettera al Patriarca della Chiesa Apostolica Armena è trapelata sui media. Ecco tutti i dettagli dello scandalo.

 

 

«Tutti possono partecipare tranne il Catholicos» — Pashinyan sul rinnovamento della Chiesa

L premier armeno ha sostenuto per diversi mesi che il Sommo Patriarca ha violato il voto di celibato e ha un figlio. Ritiene quindi che Garegin II debba lasciare la sede.

Durante un briefing, i giornalisti hanno rilevato rapporti di violazioni del celibato da parte di alcuni dei prelati che hanno firmato la dichiarazione. Hanno chiesto a Pashinyan quanto sia accettabile per loro partecipare al processo di restauro dei valori spirituali.

«Ho detto che qualsiasi fedele battezzato della nostra Chiesa può partecipare al lavoro di liberazione del nostro luogo sacro. Ciò vale per tutti i cittadini», ha risposto Pashinyan.

Ha nuovamente sottolineato la necessità di rinnovare e purificare la Chiesa, accogliendo “chiunque sia disposto” a seguire questo percorso.

«Se chiedete se anche Ktrich Nersisyan [il nome laico del Catholicos] possa partecipare a questo processo… Penso che abbia perso ogni possibilità. Deve semplicemente lasciare la Prima Sede di Echmiadzin.»

Tensioni tra autorità armene e Chiesa: piano di Pashinyan per rimuovere il Catholicos

Si riferisce che il premier propone di nominare un prete sposato come acting Catholicos e di tenere elezioni per un nuovo Catholicos. Pien dettagli del piano e commenti di esperti

 

Pashinyan’s plan to remove Catholicos

 

Analista politico Robert Gevondyan ha detto:

“Il conflitto tra le autorità e i prelati anziani finirà con la sconfitta del clero, poiché la legittimità e l’appoggio pubblico al governo sono attualmente superiori. Garegin II è colpevole, avendo causato un enorme danno all’immagine positiva della Chiesa nei suoi ultimi 26 anni con il suo comportamento.

Recentemente circolano persistenti voci secondo cui la Russia stia discutendo di relocare Garegin II dall’Armenia. Una figura di opposizione armena ha recentemente insistito sul fatto che il Catholicos debba resistere alle critiche delle autorità, poiché questa preoccupazione va oltre lui. Solleva la domanda di chi altro riguardi—forse coloro che lo aspettano in Russia.

Il documento firmato da arcivescovi e vescovi non lascia alcun dubbio: le forze sane all’interno della Chiesa Apostolica Armena si sono unite ai fedeli nelle loro richieste. Le fratture interne in qualsiasi istituzione portano inevitabilmente a cambiamenti radicali. Pertanto, non è lontano il giorno in cui verrà nominato il 133° Patriarca di tutti gli Armeni. La Chiesa Apostolica Armena lavorerà quindi mano nella mano con le autorità per sviluppare e rafforzare l’Armenia.”

Elezioni municipali in Armenia: «Il Catholicos non ottiene la fiducia a Echmiadzin»

Nella comunità ampliata di Vagharshapat, che comprende la capitale spirituale dell’Armenia, Echmiadzin, il partito al potere ha vinto le elezioni. Questa vittoria è stata significativa per le autorità nel contesto del loro conflitto con il Catholicos.

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Armenia: troppo piccola per essere temuta, strategicamente troppo importante per essere ignorata (Difesa On Line

Relazioni internazionali sempre più conflittuali stanno accompagnando il vecchio ordine mondiale su un sunset boulevard, dove le nazioni più piccole diventano obiettivo della competizione tra egemoni ed interpreti di più attente strategie di sopravvivenza.

Ultimamente si è assistito ad un percettibile mutamento degli equilibri di forza in ambito mediorientale, con tutti i possibili limiti del disimpegno di Washington, invischiata in tutte le più recenti crisi, con Iran e Russia indeboliti in Siria a vantaggio di Israele e Turchia. L’Armenia non fa eccezione, affrontando contingenze tipiche delle nazioni in balia di altrui politiche di potenza e di uso della forza quali elementi determinanti e dove è ormai necessario decidere se dirigere verso Occidente o mantenere una liaison con Mosca interrogandosi su sovranità, autonomia strategica, stabilità.

Geopoliticamente l’Armenia è un problema piantato all’incrocio tra Europa e Asia, un punto di scontro tra imperi protesi al controllo di rotte commerciali e strategiche, la naturale destinazione dell’ostilità dell’Azerbaigian a suo tempo spalleggiato da Mosca che ha sempre soffiato sul fuoco etnico del Nagorno-Karabach.

Destinata ad essere un vaso di coccio tra il ferro turco e azero, Yerevan ha sperimentato la sua precarietà a fronte del protettorato di Mosca, che ancora la considera elemento strategico portante avvinto dagli scambi commerciali e da passate ma non veritiere, nel momento del bisogno, alleanze militari. Una dipendenza che limita ogni diversificazione in tema di politica estera, poiché qualsiasi tentativo di allontanamento da Mosca causa ritorsioni. Contemporaneamente, USA e UE cercano di estendere la propria influenza nel Caucaso meridionale per controbilanciare la pervasività russa. Gas e petrolio tra Mar Caspio e Asia centrale, che per Mosca rappresenta un passaggio per raggiungere l’Oceano Indiano in alternativa a Dardanelli e Mediterraneo, rendono l’Armenia fondamentale per i transiti, insieme con l’apertura di nuovi corridoi di connettività, grazie alla normalizzazione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia, che pure continua a evocare ancestrali e drammatici ricordi; da considerare poi la possibilità armena di diversificare i rapporti che influenzano l’equilibrio tra NATO (Turchia) e Russia, cui si aggiunge la linea confinaria con l’Iran, che in Yerevan trova la sua unica porta d’accesso stabile verso l’Occidente e la seducente chance di evitare un isolamento totale laddove il confine stesso venisse inghiottito dal magnetismo politico del corridoio Azerbaigian-Nakhchivan.

Le vulnerabilità armene sono aggravate da criticità strutturali connesse ad un’economia di dimensioni esigue, alla mancanza di porti, alla sensibilità verso shock esterni forieri della necessità di aiuti esogeni data anche la limitata base industriale posta in relazione ad una carente autonomia. L’Armenia si trova nell’impossibilità di pianificazioni strategiche di più ampio respiro, vincolata com’è al contingente, con la guerra russo-ucraina che ha determinato l’aumento del commercio bilaterale con Mosca. In questo contesto, in cui le possibilità di manovra armene sono più limitate, spicca come Yerevan rimanga un obiettivo allettante, un cliente ideale da lasciar macerare in attesa nel vestibolo del patriziato moscovita.

L’Armenia ha un’anima vulnerabile divisa in due, straziata tra un’aspirazione occidentale e un’incombente reminiscenza orientale. Il ruolo russo tuttavia è controverso, specialmente alla luce della sua inanità durante le offensive azere in Nagorno-Karabach, cosa che ha alimentato un comprensibile scetticismo da parte di un paese che la Storia ha educato ad essere diffidente, dati i competitor ai suoi confini; possibili errori strategici, come un’eccessiva dipendenza da Mosca o una troppo aperta esposizione securitaria verso l’Azerbaigian, potrebbero aggravare una situazione di suo naturalmente tesa.

Stringere alleanze esclusive amplificherebbe le debolezze armene, visto che l’allineamento ad un egemone provoca il rischio di alienarsene altri, una scelta binaria che potrebbe portare ad alimentare una polarizzazione interna, accentuata dalla decisione di dare il via libera al processo, per alcuni populista, di adesione all’UE; un rischio che predisporrebbe l’Armenia a squilibri strategici capaci di far sollevare, a prescindere, le difese verso le sollecitazioni esterne.

L’equilibrio rappresenta di fatto l‘unico iter percorribile, dati i pericoli connessi alle aspirazioni, specie quando nessuno in Occidente è disposto a morire per la propria terra, figurarsi per Yerevan, anche se è pur vero che le lezioni di Georgia e Ucraina dovrebbero far riflettere. Intanto, le alleanze tradizionali risentono delle instabilità, sicché già dal 2024 il primo ministro Pashinyan, in occasione degli scontri con l’Azerbaigian, ha accusato la CSTO a guida russa di non aver onorato i propri obblighi, motivo per il quale ha congelato la sua adesione e intrapreso le misure necessarie per il ritiro formale previa sospensione delle contribuzioni. Tuttavia, malgrado una faglia apparentemente sempre più profonda, sembra difficile che la dipendenza economica possa permettere una celere uscita dall’orbita russa.

Ecco dunque entrare in scena il deus ex machina del più concreto realismo, grazie a cui Armenia e Azerbaigian, con la mediazione congiunta di diversi attori internazionali, hanno annunciato di aver stipulato un trattato di pace, dopo oltre tre decenni di conflitto e malgrado il nodo del Nagorno-Karabakh sia ancora da sciogliere completamente, specie dopo la fine dell’autoproclamata Repubblica di Artsakh, che ha costretto oltre 100.000 armeni a lasciare la regione.

Evidente come la pace rimanga fragile con l’Azerbaigian che, forte del vuoto russo, chiede modifiche costituzionali a Yerevan, prevedendo la rimozione di qualsiasi riferimento storico al Karabakh.

Altro contenzioso investe il corridoio di Zangezur, progetto problematico perché percepito dagli armeni come una perdita di sovranità pronta a condurre alla trasformazione in un’enclave eterodiretta e trasformato dall’azione diplomatica americana in oggetto di un’intesa in 17 articoli che prevede un trattato di locazione di 99 anni agli USA e che sviluppa un’inedita Trump Route for International Peace and Prosperity che, attraverso parte del territorio armeno, dovrebbe collegare l’Azerbaigian all’enclave di Nakhchivan. L’appalto ad una gestione terza americana risolve la questione securitaria per entrambi i governi1; al centro del confronto, la provincia armena di Syunik, incastonata a est tra l’Azerbaijan ed il Nakhchivan ad ovest, repubblica autonoma stretta tra l’Armenia e l’Iran ma sotto il governo di Baku, cosciente della sua rilevanza strategica utile a rafforzare i rapporti con la Turchia proiettandosi sul Caucaso meridionale.

Il disimpegno russo ha condotto Yerevan ad assumere il controllo di diversi valichi confinari, tra i quali quello di Agarak-Nurduz, lungo il confine iraniano, punto fondamentale per trasporti alternativi a quelli azero-turchi. Rimangono tuttavia scoperti diversi punti sensibili del confine azero, una vulnerabilità che ha permesso a Baku, forte di capacità asimmetriche, posizioni sempre più assertive. Del resto, l’attuale situazione lascia poche chance all’Armenia, tagliata fuori dai principali progetti infrastrutturali dati la conformazione geografica ed i rapporti non amichevoli con i paesi contigui, a differenza dell’Azerbaigian ricco di risorse e proteso sul Caspio, ponte tra Europa e Asia centrale passando per la Turchia, senza contare il potenziamento bellico consentito dalle liaison con Ankara e Tel Aviv ed il rapporto fin troppo altalenante con Mosca. Insomma, Baku si trova in piena ascesa regionale, in un contesto in cui gli USA scorgono opportunità di inserimento e capacità di pressione su Russia, Iran e la Cina della Belt and Road Initiative. Ammesso che duri, visto che la normalizzazione rimane fragile e vincolata ad interessi troppo ampi per i paesi interessati, volti più verso la cooperazione economica che verso la più tradizionale diplomazia.

La parola d’ordine è: diversificare, in un contesto in cui la costruzione della memoria collettiva complica qualsiasi riconciliazione; storia e fiducia reciproche, in concorso, divengono strumenti di legittimazione politica e danno razionalità a reciproci compromessi. Se Mosca recede su ambedue le sponde, si crea uno spazio negoziale scorrevole che agevola l’entrée di attori terzi d’oltre oceano.

Ecco che le elezioni armene del 2026 rappresentano la cartina di tornasole sulla proiezione geopolitica di Yerevan, perché determineranno o meno il suo indirizzamento filo occidentale con la normalizzazione delle relazioni con i vicini, rientrante nel progetto Armenia reale di Pashinyan, contrario all’Armenia storica dell’opposizione. Inevitabile che le tensioni aumentino, specialmente per le accuse rivolte ad un sistema che si vede improntato ad uno sviluppo democratico imperfetto. Già in marzo le elezioni locali sono state segnate da indagini e accuse di corruzione che, pure, si sono accompagnate a sondaggi che mostrano un calante entusiasmo per le svolte filo occidentali.

L’opinione pubblica di fatto si sta vincolando ad un pragmatismo che, se si votasse ora, potrebbe riservare sorprese all’attuale esecutivo, anche in forza del fatto che da più parti si afferma l’impegno ibrido russo, stante la saturazione di narrazioni concorrenti. La base elettorale del 2026 si è costituita a Gyumri, dove il partito di governo2, pur vincendo, non ha ottenuto la maggioranza. Malgrado la frammentazione dell’opposizione, la polarizzazione si è accentuata determinando un’apatia con Gyumri facile bersaglio del soft power russo ma anche indice di un persistente sostegno a Pashinyan, che deve confrontarsi con promesse elettorali ancora da realizzarsi e con le forti contestazioni del 2024.

In vista del 2026, l’Armenia dovrà prepararsi ad affrontare la disseminazione di asperità verso democrazia ed integrazione europea, includenti inanità, polarizzazione, scarsa fiducia in istituzioni che necessiterebbero di maggiori sollecitazioni occidentali. Sollecitazioni che, invece, da est, sono arrivate in abbondanza, tanto che NewsGuard ha evidenziato che, da aprile, la propaganda russa ha divulgato 18 affermazioni false3 contro il governo, poi ricomparse in 13.883 post e articoli sui social network, per raggiungere i 45 milioni di visualizzazioni, affermazioni comparse perfino nelle risposte fornite da chatbot di IA. Quello che colpisce è che l’apparato russo si è mosso con almeno 14 mesi di anticipo rispetto alle consultazioni del giugno 2026, in controtendenza con quanto fatto in Germania e Moldavia, cosa che dovrebbe far riflettere circa l’importanza attribuita all’Armenia, per cui Tucker Carlson ha lanciato Nareg Karapetyan, nipote dell’oligarca armeno-russo Samvel, prodigo di critiche verso Pashynian e capace di amplificare il messaggio per cui la decadenza occidentale attenta ai tradizionali valori religiosi; non è un caso che Samvel si sia schierato apertamente per il Catholicos armeno, Karekin II, in attrito con Pashinyan, alla luce del contrasto tra esecutivo e leadership religiosa, di fatto un ostacolo alla normalizzazione con Azerbaigian e Turchia.

Comunque la si osservi, l’Armenia è vittima e protagonista della sua storia; punto di incontro di civiltà, punto di violenze inenarrabili, punto di genesi di genocidi tutt’ora sussurrati. Eppure il pragmatismo impone che Yerevan, per poter prendere tra le proprie mani il suo stesso destino, pur non dimenticando nulla, guardi al futuro stringendo rapporti con i nemici ancestrali. È un prezzo politico che va pagato, è un calice che, per quanto amaro, va bevuto. Ed è un futuro cosi difficile da imporre scelte complesse, come porsi in antitesi con un credo religioso i cui vescovi guardano a est, assecondando un relativismo spiazzante come spiazzante è la difficoltà che la leadership incontra in un dialogo democratico oggettivamente spesso respinto dalla logica utilitaristica dello stavamo meglio quando stavamo peggio.

L’Armenia, purtroppo o per fortuna, è geograficamente troppo piccola per essere temuta, ma è strategicamente troppo importante per essere elusa. Forse è arrivato il momento che, nelle sue scelte, l’Armenia, realisticamente, lo comprenda.

1 Gli accordi prevedono il subaffitto ad un consorzio per sviluppare linee ferroviarie, petrolifere, energetiche.

2 Contratto Civile

3 Gli artefici delle affermazioni individuate sembrano essere i siti d’influenza russa Storm-1516 e Foundation to Battle Injustice, ONG fittizia fondata da Yevgeny Prigozhin. Le operazioni hanno utilizzato lo stesso copione per colpire USA, Germania, Francia e Moldavia. Le affermazioni sono progettate per toccare i temi più sensibili dell’opinione pubblica; in ottobre una delle affermazioni individuate sul portale turco OdaTV.com, sosteneva che Pashinyan avesse annunciato negoziati per cedere 1.200 chilometri quadrati di territorio nella provincia di Syunik all’Azerbaigian. Cinque delle affermazioni identificate accusavano Pashinyan e i membri del governo di crimini sessuali, riprendendo accuse già utilizzate contro la presidente moldava Sandu, il cancelliere tedesco Merz, Brigitte Macron e il candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti Tim Walz. Altra affermazione falsa riguarda la società nucleare francese Orano che avrebbe stretto un accordo con Yerevan per stoccare scorie radioattive nel Parco Nazionale di Dilijan in cambio di una tangente da 1,6 milioni di euro.

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