ASIA/TURCHIA – “Pregate per me”. Eletto il nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli (Fides 12.12.19)

Istanbul (Agenzia Fides) – “Oggi non avete eletto un Patriarca, avete eletto il primo servo di Dio e del popolo”. E’ questo il messaggio chiave che l’Arcivescovo Sahak Masalyan, appena eletto Patriarca armeno di Costantinopoli, ha voluto rivolgere ai membri della comunità armena apostolica incontrati nella chiesa di Istanbul adiacente alla Sede del Patriarcato, dopo la sua elezione, avvenuta mercoledì 11 dicembre. Nel suo breve intervento di saluto, l’85esimo Patriarca armeno di Costantinopoli (che prenderà il nome di Sahak II) ha subito sottolineato che il Patriarcato ha bisogno di “qualcosa di nuovo”, che le sue istituzioni “vanno rinnovate”, e la sua elezione può rappresentare “il primo passo” di questo percorso di riforma. “Abbiamo davanti a noi un esempio di guida: Gesù Cristo, che ha lavato i piedi ai suoi discepoli, ha mostrato come essere un buon pastore. Oggi – ha aggiunto Masalyan – non avete eletto un Patriarca, avete eletto il primo servo di Dio e del popolo”, E poi ha chiesto ai presenti di pregare per lui, aggiungendo che l’elezione è avvenuta in pace, superando problemi e divisioni, “grazie alle preghiere di migliaia di persone”.
l’Arcivescovo Sahak Masalyan, già Presidente del Consiglio religioso del Patriarcato di Costantinopoli, era stato indicato da tempo come un candidato forte, in grado di prevalere nell’elezione patriarcale. Era stato lui a gestire l’incarico di coordinatore dell’intero processo elettorale, con il titolo di “Degabah” (fiduciario). Nelle ultime battute del processo elettorale, l’elezione si era di fatto ridotta alla contesa tra il candidato eletto Patriarca e l’Arcivescovo Aram Ateşyan, che per lungo tempo aveva di fatto guidato il Patriarcato in qualità di “locum tenens”, durante gli anni di malattia invalidante del precedente Patriarca Mesrob II Mutafyan.
Il processo elettorale per la scelta del nuovo Patriarca è stato sofferto e segnato da controversie destinate a avere strascichi anche in futuro, provocate almeno in parte dall’intreccio tra personalismi ecclesiastici e interferenze degli apparati secolari locali. Già nel febbraio 2018 (vedi Fides 4/4/2018) l’ufficio del governatore di Istanbul aveva azzerato il processo elettorale già avviato per cercare il successore del Patriarca Mesrob, colpito già dieci anni prima da malattia neurodegenerativa invalidante. A quel tempo, le autorità turche avevano bloccato l’iter elettorale facendo appello alla circostanza che il Patriarca Mesrob era ancora vivo, seppur ridotto in stato vegetativo, e le disposizioni giuridiche turche prevedono che si possa eleggere e insediare un nuovo Patriarca armeno solo quando la carica rimane vacante con la morte del predecessore.
Più di recente (vedi Fides 30/9/2019), a provocare sconcerto e polemiche è stato il decreto del Ministero dell’interno turco che ha ristretto la rosa dei candidati ai soli arcivescovi residenti in Turchia, escludendo l’eventuale candidatura di arcivescovi del Patriarcato residenti all’estero. L’organo di Stampa Agos, pubblicato a Istanbul in armeno e in turco, dedica all’elezione del Patriarca un editoriale non privo di passaggi polemici, poche ore prima dell’elezione del nuovo Patriarca aveva rilevato che i due Arcivescovi Maaalyan e Ateşyan avevano proseguito “le loro rispettive campagne” senza tener conto di preoccupazioni e malesseri espressi dalla comunità locale per l’esclusione dei candidati residenti fuori dalla Turchia. Un modus operandi che a giudizio di Agos potrà avere nel tempo riflessi negativi sulla condizione e sul cammino del Patriarcato armeno apostolico di Costantinopoli. (GV) (Agenzia Fides 12/12/2019)

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Roma: orgoglio Mkhitaryan. Ritrova la coppa negata (Siamolaroma 12.12.19)

L’armeno ritrova l’Europa League dopo la finale “maledetta”

Era il 29 maggio 2019 e lui non c’era alla finale di Europa League tra il suo Arsenal e il Chelsea. Si giocava a Baku, in Azerbaigian, nazione che dal 1991 vive forti tensioni con l’Armenia, così per motivi di sicurezza il club dovette rinunciare al calciatore. “Dopo aver discusso con lui e la sua famiglia abbiamo concordato che non sarà convocato.

Mkhitaryan è un giocatore chiave, quindi questa è una grande perdita“. L’armeno ci riproverà stasera, guidando la squadra contro il Wolfsberg verso una agevole qualificazione ai sedicesimi. Nel 2017 la vinse nelle file del Manchester United, segnando in finale su assist di Smalling.
Lo scrive “La Gazzetta dello Sport”.

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La triste fine di una barca splendida e mai utilizzata. E ora, chi la recupera? (Giornaledellavela 12.12.19)

C’è una barca storica che l’acqua alta di Venezia (vi abbiamo spiegato il fenomeno QUIha scaraventato in banchina tra l’indifferenza generale.

Siamo sull’isola di San Lazzaro degli Armeni, a 20 minuti in vaporetto da Piazza San Marco: quella che vedete in foto è “Armenia”, che, come ci racconta il velista e presidente dell’associazione Meteorsharing Alberto Tuchtan, autore degli scatti, “venne realizzata negli anni ’80 per partecipare al un giro del mondo a vela che avrebbe dovuto promuovere l’Armenia nel mondo. Il progetto si arenò, e la barca non venne mai praticamente utilizzata”.

Sono più di 10 anni che l’imbarcazione, lunga oltre 70 piedi, “giace” nella piccola darsena dell’Isola degli Armeni (tranne un periodo in cui ha navigato in oceano sotto bandiera armena, come testimonia questo video) ma l’ultima acqua alta è stata letale.

Di chi è Armenia? Non ci è ancora chiaro, ma possiamo fare qualche ipotesi: potrebbe essere finita sul “groppone” dei Padri Armeni Mechitaristi (che vivono tutt’ora sull’isola, dal ‘700, quando Padre Mechitar in fuga dai turchi lo elesse come luogo ideale per costruire un monastero). Se la barca non fosse assicurata – più che plausibile – sarebbe una bella seccatura perché le operazioni di rimozione dai moli rischiano di essere molto costose. In più, resta da capire se lo scafo sia recuperabile o meno (la coperta, a giudicare dalle foto, sembra un buone condizioni, ma la murata di dritta e la chiglia non sembrano messe bene!).

Ma di una cosa siamo certi: vederla così, scaraventata in banchina e abbandonata, fa male al cuore!

Indagheremo sul passato fumoso della barca (a proposito, se qualcuno ha informazioni più approfondite, scriva a speciali@panamaeditore.it), e vi terremo aggiornati.

E.R.

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Per la prima volta in Italia il coro di musica sacra armena, concerto-evento a Roma (Ilmessaggero 10.12.19)

Città del Vaticano – Arriva per la prima volta in Italia il Coro dei Diaconi armeni della Sede Madre di Santa Etchmiadzin, uno dei cori di musica sacra più famosi al mondo. Il coro armeno si esibirà il 12 dicembre alle ore 18, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, in occasione del 150esimo anniversario della nascita del fondatore della musica sacra Armena, “Komitas”, una figura strettamente legata al genocidio degli armeni.

Alla Camera la discussione sul riconoscimento del Genocidio Armeno

Il repertorio scelto per il concerto romano è il più classico e porta nel passato, quando quelle melodie venivano tramandate verbalmente da una generazione all’altra, fino all’arrivo del genio di Komitas che le salvò dalla distruzione e dall’oblio, trascrivendole mentre era in corso lo sterminio della minoranza armena nel 1915 da parte dell’impero ottomano. Solo grazie all’intervento di Komitas un patrimonio secolare di musiche è arrivato fino a noi.

Morto Aznavour, un grande della Francia e un padre per l’Armenia

L’evento musicale che gode del patrocinio del Vaticano è stato organizzato dal Legato Patriarcale della Chiesa Apostolica  Armena nell’Europa Occidentale.

Cardinale Parolin striglia i negazionisti, il genocidio armeno del 1915 è un fatto storico

Komitas, al secolo Soghomon Gevorki Soghomonyan era nato in una famiglia di musicisti. Nel 1881 fu ammesso al seminario di Echmiadzin – la sede della Chiesa armena – dove impressionò i suoi insegnanti con il suo talento e dove si diplomò nel 1893. Nello stesso anno divenne un monaco e gli fu dato il nome di Komitas. Nel 1896 si recò a Berlino a completare gli studi. Nel 1899 acquisì il titolo di dottore in musicologia e tornò a Echmiadzin, iniziando a viaggiare per tutta la regione, registrando canzoni e danze folcloristiche armene; in questo modo collezionò e pubblicò circa tremila canzoni, spesso riadattate per il suo coro. Il suo capolavoro fu una Divina liturgia (Badarak), ancora oggi una delle musiche più utilizzate durante la messa della Chiesa apostolica armena.

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Nel  1910 visse ad Istanbul, dove fondò un coro di trecento membri. Il 24 aprile 1915, inizio del genocidio armeno, fu arrestato e deportato con altri 180 notabili armeni in un campo di concentramento nella Anatolia centrale. Grazie all’aiuto del poeta turco Emin Yurdakul Mehmed, dell’autrice Halide Edip Hanım e dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Turchia, Henry Morgenthau senior, Komitas fu rimandato nella capitale insieme ad altri otto deportati.

Israele per difendere l’unicità della Shoah ancora una volta nega il Genocidio degli Armeni

La visione dei massacri del 1915, il ricordo delle marce della morte che causarono la morte di 1 milione e mezzo di persone, lo portarono a una irreversibile chiusura in se stesso e a gravi problemi psichiatrici. Da allora fino alla morte avvenuta nel 1935 non volle più parlare. Troppo era il suo dolore. Komitas per questo è considerato uno dei martiri del genocidio. Nell’autunno del 1916 fu ricoverato in un ospedale militare turco e nel 1919 in una clinica psichiatrica parigina, dove morì nel 1935. Le sue ceneri furono trasferite successivamente a Erevan, in Armenia.

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Armenia, la musica come memoria. Un concerto a Roma (Acistampa 09.12.19)

Per gli armeni, la musica è memoria. E così, dopo il genocidio del 1915 che ha ucciso circa 1,5 milioni di armeni, era necessario ricostruire un archivio musicale che era andato perduto. Ci pensò Komitas Vardapet, che pure di quel genocidio fu vittima e che a causa di quel genocidio impazzì. Il 150esimo della sua nascita viene ricordato a Roma con un concerto in Santa Maria in Trastevere il prossimo 12 dicembre. Un concerto particolare: per la prima volta, infatti, si esibisce a Roma il coro dei diaconi di Etchmidzin, il “vaticano” della Chiesa apostolica armena.

Sono molti i significati di questo concerto. Ha, prima di tutto, un significato ecumenico, che va alle radici della cultura armena e a quel rapporto della Chiesa Cattolica con la Chiesa Apostolica Armena che si è risolto solo recentemente. E poi, ha un senso per le Chiese orientali. Per questo, ci saranno sia il Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. E per questo entrambi hanno dato il patrocinio all’iniziativa.

Ma c’è anche una storia che in Armenia si misura in millenni, e si cura con il libro e i 36 soldati (le lettere dell’alfabeto) che hanno salvato la fede della prima nazione cristiana. E così, il concerto serve a tornare indietro e riscoprire quelle melodie che Komitas fece appena in tempo a salvare dall’oblio.

Ma chi era Komitas Vardapet? Fu un musicista geniale, dalla produzione modesta (80 lavori corali e canzoni, arrangiamenti della Messa armena, alcune ballate per pianoforte), eppure fu colui che da solo ha messo le fondamenta della tradizione classica armena perché fu uno straordinario collezionista e arrangiatore di canzoni folk.

Dopo un concerto a Parigi, Claude Debussy, sulla base di una sola canzone, che Debussy meritava di essere riconosciuto come un grande compositore.

Komitas in realtà si chiamava Soghomon Soghomonyan, era nato in Turchia da genitori armeni, entrambi noti cantanti, nel 1869. In un mondo in cui la minoranza cristiana veniva spesso perseguitata, Soghomon crebbe e poi entrò nel seminario di Etchmiadzin dopo che un vescovo ne scoprì il talento.

E lì mimava le canzoni che trovava nei villaggi alle pendici del Monte Ararat, e scriveva tutto ciò che ascoltava, lo sistemava in un arrangiamento a tre voci e lo affidava ad un coro. Ogni trascrizione incluse musica, movimenti, ma anche relazioni sociali.

A 25 anni., Soghomonyan fu ordinato e prese il nome di Komitas, come il famoso poeta del VII secolo, andò a studiare a Berlino, poi a Parigi e lì fondò un coro.

Nel 1013, Komitas e un gruppo di amici intellettuali cominciarono un progetto di storia orale per celebrare la comunità armena in Turchia. I musulmani turchi furono incoraggiati da governanti politicamente insicuri di saccheggiare i villaggi armeni cristiani e uccidere gli abitanti. E così, gli Armeni di Turchia furono ghettizzati, disarmati e, il 24 aprile 1915, deportati in massa. Tra loco c’era anche Komitas.

E così, portato sulle montagne, fu all’inizio colui che confortava i suoi amici, ma poi fu brutalizzato da una guarda, e si ritirò in un mondo paranoide, trascorrendo in manicomio i suoi ultimi 20 anni di vita.

Secondo alcuni, la sua follia era dovuta al fatto che aveva perso la sua ricerca. Diceva di aver trovato il codice dei neumi, ma nessuno trovò questo codice. E, in fondo, il fatto che Komitas rifiutò sempre di riconoscere ogni tipo di divisione tra la musica folk di Turchia e Armenia fu un modo per raccontare al mondo che le divisioni che avevano portato al genocidio potevano essere appianate.

C’è tutto questo nel concerto del prossimo 12 dicembre a Santa Maria in Trastevere.

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“Spengo io le luci” di Zoya Pirzad: alla scoperta di una famiglia armena in Iran (Oubliettemagazine 09.12.19)

Pensieri e riflessioni di Claris, protagonista di questo bellissimo romanzo, “Spengo io le luci”, della scrittrice armeno-iraniana Zoya Pirzad, pubblicato in Italia da Francesco Brioschi Editore per la collana “Gli Altri”.

Siamo nella città di Abadan, centro dell’industria petrolifera nell’estremo sud dell’Iran. Le vicende narrate sono temporalmente ambientate negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione Khomeinista, quando la vita del paese era molto occidentalizzata, le donne vestivano con abiti europei, il velo non era obbligatorio, ma già cominciavano a diffondersi i primi germi di un malcontento diffuso nella popolazione, soprattutto fra gli strati più bassi e poveri che daranno poi vita alle rivolte contro lo Scià e il suo regime corrotto e fortemente improntato all’ineguaglianza sociale.

Claris è armena, è una casalinga, sposata con Artush ormai da molti anni, il loro rapporto soffre quel gelo tipico di coppie che tirano avanti per amore dei figli, in questo caso tre, un maschio adolescente e due bambine gemelle.

Il menage familiare si completa con le frequenti visite della madre di Claris e di sua sorella Alis, quest’ultima alla costante ricerca di un buon partito da sposare. Quella di Claris è una vita preordinata, che scorre fra le incombenze casalinghe, i compiti dei figli, le preoccupazioni quotidiane tipiche di una famiglia borghese, benestante che una volta a settimana si concede il pranzo al Club, dove si raduna la buona società di Abadan.

Una vita tranquilla che viene turbata dall’arrivo di nuovi vicini di casa, la famiglia Simonian, composta dal signor Emile, dalla sua figlia adolescente Emily e da sua madre, una donna severa, scontrosa, che controlla la vita del figlio e della nipote.

Claris viene letteralmente catturata dal particolare e non sempre benevolo atteggiamento della signora Simonian, che il più delle volte le incute soggezione più che rispetto, eppure non perde occasione di entrarci in contatto, per cercare di capire quali segreti di famiglia si portano dietro i nuovi vicini.

Ma nello stesso tempo Claris finisce per crearsi un mondo di illusioni che la vedono innamorata del signor Emile, peraltro collega di suo marito presso la Compagnia Petrolifera. Con Emile Claris condivide la passione per la lettura e persa dietro le sue fantasticherie inizia un percorso interiore fatto di malessere e di riflessioni sullo stato del suo matrimonio, del rapporto con la sua famiglia, sente che qualcosa si è rotto e che la centralità della sua figura progressivamente viene meno.

Mi sforzo di ricordare cosa provavo ai tempi del fidanzamento con Artush. L’unico periodo della mia vita in cui sono stata davvero innamorata. Ma non ho molti ricordi.”

Claris si perde nei ricordi e nei rimpianti nei lunghi momenti di solitudine in casa, quando al mattino tutti escono per le loro attività quotidiane, chi a scuola e chi a lavoro, mentre lei rimane sola, dentro quella che un tempo era la felice dimora della sua famiglia e che ora non riconosce più. L’inquietudine di Claris inizia a diventare evidente ai suoi familiari più attenti, come sua madre o sua sorella, meno al marito e ai figli. Ma la donna non cede al bisogno di rivelare a qualcuno il suo malessere, il suo bisogno di dare una svolta, un nuovo corso alla sua piatta esistenza.

È per questo motivo che si lascia andare a lunghi discorsi con Emile, condividendo con l’uomo la sua passione per la letteratura. E ciò avviene proprio durante un evento terribile, una invasione di cavallette che mette tutti in apprensione, tutti le chiedono se ha avuto paura tutta sola in casa mentre gli insetti invadevano tutta la città. Claris non svela a nessuno il suo intimo segreto, non rivela ad anima viva che mentre le cavallette imperversavano sulla città lei chiacchierava beatamente con Emile, soli in casa.

Zoya Pirzad
Zoya Pirzad

In una storia dove apparentemente non accade nulla di eclatante, la scrittrice riesce a mettere in risalto ogni più piccola emozione provata dalla protagonista, ogni suo sobbalzo del cuore, spingendo il lettore a incalzare la lettura per raggiungere l’epilogo.

Quello che viene fuori è l’affresco di una società nella quale il ruolo delle donne era ancora relegato fra le mura domestiche, in un paese che si accingeva a vivere la sua più grande sfida rivoluzionaria. Un paese che poi, fra le sue tante contraddizioni, porterà le donne ad alti livelli di istruzione, almeno in confronto con altre nazioni della stessa area mediorientale.

Sullo sfondo delle vicende personali e familiari dei protagonisti della storia, si staglia l’Iran, ma soprattutto quella particolare caratteristica di quel paese che è la tolleranza e il rispetto per le minoranze, per le diversità.

Claris e la sua famiglia sono armeni e nel romanzo non mancano le descrizioni di tradizioni, usi, perfino cibi tipici della cultura armena. L’autrice ci prende per mano e ci conduce, attraverso la storia narrata, alla scoperta di una straordinaria e millenaria cultura, troppo spesso ignorata e purtroppo crudelmente avversata, come ci insegna la storia.

Spengo io le luci” è un romanzo che induce alla riflessione sul ruolo della donna in alcuni contesti sociali, quindi con una valenza sociologica, ma è anche un romanzo che si focalizza sulla sfera interiore della protagonista, sui suoi sogni, i suoi desideri, le rinunce e i rimpianti. Un percorso intimo che appartiene a molte donne, in ogni angolo del mondo, nel quale possono riconoscersi e ritrovarsi.

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“A Sua Immagine”: 7 e 8 dicembre. In scaletta, il santuario di Collevalenza, speciale Immacolata e nuova tappa in Armenia con don Pozza (SIR 07.12.19)

Seconda domenica d’Avvento con “A Sua Immagine” su Rai Uno. Tra i temi delle puntate di sabato 7 e domenica 8 dicembre, l’incontro di una mamma con il santuario di Collevalenza; prosegue poi il viaggio in Armenia con don Marco Pozza per “Le ragioni della speranza”; infine, la puntata talk domenicale è dedicata a Maria nel giorno della festa dell’Immacolata. “A Sua Immagine” è un programma realizzato dalla Rai e dalla Conferenza episcopale italiana, firmato da Laura Misiti e Gianni Epifani, con la conduzione di Lorena Bianchetti.
“Mio figlio guarito con l’acqua di Madre Speranza” è il titolo della puntata di “A Sua Immagine”, di oggi, sabato 7 dicembre, su Rai Uno, alle ore 15.55. In studio con Lorena Bianchetti c’è Elena Fossa, una mamma che racconta la malattia di suo figlio Francesco Maria e l’incontro con il santuario di Collevalenza, conosciuto come la piccola Lourdes italiana. Alle 16.15 puntuale la rubrica “Le ragioni della speranza”, dedicata al commento del Vangelo della domenica: don Marco Pozza e il team di “A Sua Immagine” si trovano sempre in Armenia, in pellegrinaggio con l’Opera Romana Pellegrinaggi; in questa nuova tappa don Pozza, accompagnato da don Giovanni Biallo, visita la città più sacra per la Chiesa apostolica armena, Echmiadzin, la sede del catholicos.
“Maria modello di donna” è il titolo dello speciale domenicale di “A Sua Immagine”, in onda l’8 dicembre, alle ore 10.30, in diretta su Rai Uno, in occasione della festa l’Immacolata. Chi è oggi Maria? Quale modello rappresenta per la società attuale? Sono le domande che la conduttrice Lorena Bianchetti rivolge ai suoi ospiti in studio: Anna Pia Viola, teologa e francescana secolare, e Alessandra Broccolini, antropologa e studiosa della devozione popolare. In collegamento da Lourdes, poi, c’è l’inviato Paolo Balduzzi, pronto a raccogliere testimonianze di devoti e pellegrini.
Alle ore 10.55 linea alla Santa Messa, sempre in diretta su Rai Uno: la celebrazione eucaristica questa settimana viene trasmessa dalla chiesa S. Maria Assunta in Brignano Gera d’Adda (Bg), con la regia Tv di Simone Chiappetta e il commento di Orazio Coclite. Chiude, infine, l’appuntamento domenicale con “A Sua Immagine” l’ascolto e il commento dell’Angelus di Papa Francesco, alle ore 12 da piazza San Pietro.

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Premio Empedocle. Le motivazioni (Lavalledeitempli 09.12.19)

Nella splendida cornice della sala di Zeus del Museo Archeologico “Griffo” si è svolta ieri sera la consegna del premio internazionale Empedocle per le Scienze Umane in memoria di Paolo Borsellino, nelle sue varie sezioni.

E’ stata una serata di elevato spessore culturale anche per la qualità dei premiati, tutte personalità di primo piano nel settore dove quotidianamente operano, a cominciare da mons. Silvano Maria Tomasi, Arcivescovo Titolare di Asolo e membro del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del quale è stato sottolineato l’impegno a favore dei migranti e per i progetti di sviluppo nel continente africano. “Nell’odierno mondo globalizzato, – si legge tra l’altro nella motivazione – rappresenta un chiaro esempio di ‘globalizzazione della solidarietà’, secondo il dettato di Papa Francesco, ed esprime in tal modo la natura cattolica-universale della Chiesa che tutti abbraccia, in particolare quanti sono costretti a lasciare la Patria a motivo di povertà e conflitti”.

Il secondo premiato, il dott. Pietro Kuciukian, è un medico figlio di un sopravvissuto al genocidio del popolo armeno del 1915 ed è console onorario della Repubblica di Armenia in Italia. Egli è nato e cresciuto nel nostro paese ma ha studiato in una scuola armena di Venezia dove ha anche imparato la lingua del suo paese di origine. “Con la parola non cristallizzata nello scritto – recita la motivazione – ma come vera voce umana, fa emergere che se il fronte dei carnefici al tempo del genocidio armeno non era compatto, ciò è accaduto perché sono esistiti ‘I Giusti turchi’, quindi, è necessario distinguere tra popoli e governi. Nei Suoi scritti e nel Suo generoso agire, il Console Kuciukian indica una delle vie da seguire per la riconciliazione tra il popolo turco e il popolo armeno, il dialogo, ma evidenzia anche che il dialogo è la sola via che può segnare la riconciliazione fra tutti i popoli di questo opaco pianeta terra, per una società giusta, che può sconfiggere l’abisso della crudeltà disumana che genera perversioni devastanti”.

Per la sezione Paolo Borsellino, il premio è andato al Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo dott. Ennio Petrigni, del quale sono state sottolineate la straordinaria professionalità, l’indipendenza di giudizio e l’elevata operosità. “Il Procuratore Petrigni, – è scritto nella motivazione – sicuramente anche per l’esempio del Padre magistrato, ha maturato ed è guidato da una precisa concezione della Magistratura: la Magistratura come servizio, la Magistratura come garanzia sia per la vittima del reato sia per l’autore del reato; la Magistratura come dovere da espletarsi sempre e comunque secondo i canoni della Carta Costituzionale; in definitiva, la Magistratura come responsabilità, che è lo scudo al più grave peccato del Magistrato: la disonestà intellettuale, la tentazione di

trattare in modo diverso casi uguali e in modo identico casi diversi… Nell’odierno e spesso confuso panorama della Giustizia in tutte le sue espressioni, Ennio Petrigni è un exemplum”.

Sono stati poi consegnati due riconoscimenti: uno alla prof. Alganesh Fessaha, medico eritreo ed attivista per i diritti umani e per la pace, fondatrice della ong Gandhi, la quale ha scelto di dedicare la sua vita agli ultimi della terra guardando gli occhi dei bambini nei campi profughi al confine tra Eritrea ed

Etiopia. Vive a Milano, ma soccorre e salva i migranti che rischiano di cadere vittime del traffico di esseri umani, mettendo anche a repentaglio la propria vita. “Per la Sua capacità di trasformare i principi dell’etica in comportamenti morali, – ha spiegato la giuria nella motivazione – in “buone pratiche” tanto necessarie nel nostro tempo che vede l’emergenza delle migrazioni, della povertà, delle guerre, e del riemergere dell’indifferenza e dell’egoismo; per la Sua capacità di farci sentire che all’orizzonte c’è la speranza… se ancora c’è chi ha fede nell’essenza del messaggio cristiano “ama il prossimo tuo come te stesso”, messaggio dal quale Alganesh Feassah trae il coraggio e la forza di agire; per la sua capacità di scuotere le nostre coscienze con le immagini degli “Occhi nel deserto”,il suo libro che ci mostra il calvario visibile di esseri umani innocenti”.

Il secondo riconoscimento al comandante provinciale dei carabinieri col. Giovanni Pellegrino perché “ha impresso una impronta decisa ed innovativa al suo Comando, dimostrando spiccate capacità professionali, già acquisite nei suoi numerosi e prestigiosi incarichi precedenti, in sedi particolarmente impegnative quali Roma (ove ha prestato servizio anche presso la Presidenza della Repubblica), Palermo, Milano e, da ultimo, Bari. Sin dal suo arrivo in città, si è immedesimato nella quotidianità e nei bisogni della gente, recependo le istanze dei cittadini ed indirizzando al meglio la costante e penetrante attività preventiva e repressiva dei suoi Reparti al fine di implementare le condizioni di sicurezza della provincia, quale indispensabile premessa per una sana e serena crescita economica e sociale. Sottile conoscitore delle strategie di contrasto alla criminalità comune ed organizzata, ha garantito, su tutto il territorio di

competenza, una diuturna e visibile presenza delle donne e degli uomini dell’Arma, aumentando fortemente la percezione di sicurezza dei cittadini, sia nei principali centri urbani, in cui si è avvalso altresì di unità specializzate antiterrorismo, sia nelle aree rurali”.

Una menzione speciale della città di Agrigento è stata consegnata dal sindaco Calogero Firetto a mons. Enrico Dal Covolo per la sua ormai trentennale collaborazione con l’Accademia di studi mediterranei che ha favorito la crescita culturale di Agrigento.

A conclusione della serata le lettura della motivazione del gemellaggio stipulato tra la stessa Accademia di studi mediterranei e l’Accademia bonifaciana, associazione culturale di grande spessore con sede ad Anagni. La motivazione del gemellaggio è stata letta dal presidente di quest’ultima prof. Sante De Angelis.

Le iniziative organizzate dall’Accademia di studi mediterranei nel cont4esto del Premio si concluderanno domani mattina lunedì 9 dicembre, anchora nella sala di Zeus del Museo archeologico, con il Simposio internazionale per onorare i Giusti. Con la presidenza di m ons. Enrico Dal Covolo, la prof. Milena Santerini, ordinario di Pedagogia all’Universitò Cattolica di Milano,  parlerà dell’opera “Il, bene possibile” di Gabriele Nissim; il prof. Marcello Flores, scrittore e docente all’università di Siena, Arlerà su “I disobbedienti. Viaggio tra i Giusti ottomani del genocidio armeno” di Pietro Kuciukin; il ott. Nello Scavo, giornalista e scrittore, parlerà della sua opera “I sommersi e i salvati di Bergoglio”; infine il prof. Marco Rizzi, ordinario all’università cattolica, parlerà di “Jahrhundert-zeugen (testimoni del secolo) di Tim Prose. La mattinata sarà conclusa con i saluti del presidente dell’Ordine degli avvocati Antonino Maria Cremona e dalla lettura di alcuni brani da parte di Giusi Carreca, Giuseppe Crapanzano, Michele Di Bermardo e Giovanni Moscato, con l’accompagnamento musicale della flautista e violoncello Miriam Russello, di Salvatore Macaluso al pianoforte e di Giuseppe Tasca al violino.

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“Armenia perduta” di A. Ferrari, viaggio nella memoria di un popolo (Askanews 08.12.19)

Roma, 8 dic. (askanews) – Chi non ha sentito parlare del monte Ararat, la montagna dell’Arca di Noè, simbolo universale di biblica potenza. Il lago di Van, invece, in pochi sanno che esiste, anche se chi l’ha visto non scorda i suoi paradisiaci paesaggi montani. E nessuno, se non armeno, conosce Avarayr, località che ricorda una battaglia (persa) diventata un pezzo di identità nazionale. Sono i luoghi raccontati da Aldo Ferrari ne “L’Armenia perduta, viaggio nella memoria di un popolo”, libro di Salerno Editrice che propone la scoperta di una cultura millenaria, quella armena, attraverso cinque luoghi che oggi sono in Turchia orientale. « Luoghi in cui degli armeni non c’è traccia: tutti espulsi o uccisi tra il 1915 e il 1923 », dove la toponomastica è stata cambiata per far dimenticare il genocidio operato dall’impero Ottomano e che la Turchia di oggi non accetta come tale, “tragica ossessione di un grande Paese”, ha riassunto Antonia Arslan durante la presentazione alla fiera “Più libri più liberi”, a Roma.

Arslan è diventata celebre con “La Masseria delle Allodole”, caso letterario che nel 2004 ha fatto scoprire al grande pubblico italiano il genocidio armeno, traducendo in narrazione i ricordi di suo nonno. Perché “la maggior parte dei sopravvissuti non ha parlato di quei fatti per una generazione, ma ne ha poi parlato ai nipoti, come nel caso di Antonia », ha spiegato Franca Giansoldati, moderatrice dell’incontro alla Nuvola di Fuksas, autrice di un libro sul genocidio armeno, “La marcia senza ritorno” e convinta sostenitrice del “dovere della memoria”.

“Io non parlo del genocidio”, ha sottolineato Ferrari, che insegna lingua e letteratura armena e storia della cultura russa e del Caucaso a Ca’ Foscari, “parlo di una cultura millenaria che inizia nel sesto secolo avanti Cristo, che per millenni ha prodotto cultura, arte, vita e che oggi per tre quarti non troviamo più nell’attuale Armenia”. Monasteri e campanili in rovina, edifici sgretolati, ricostruzioni storiche senza un accenno agli armeni. Sono i “luoghi dell’assenza” che Ferrari racconta da studioso, con dovizia di particolari, fonti, ma – precisa Arslan – sfociando a tratti in “toni di elegiaca riflessione”. L’autore descrive il suo libro come “una sorta di lamento, non interno – io non sono armeno – ma universale” per una cultura millenaria cancellata nel giro di un secolo. E propone di andare a vedere quei posti, andarli a cercare, “per interrompere almeno in parte il progressivo degrado, per salvarli”.

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Più libri più liberi 2019 – Conversazione con Aldo Ferrari sul suo libro “L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo” (Salerno Editrice)

Nell’ambito di “Più libri più liberi 2019”, Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, in programma dal 4 all’8 dicembre.

“Più libri più liberi 2019 – Conversazione con Aldo Ferrari sul suo libro “L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo” (Salerno Editrice)” realizzata da Andrea Billau con Aldo Ferrari (professore, storico e politologo, specializzato in armenistica e slavistica).

L’intervista è stata registrata sabato 7 dicembre 2019 alle ore 18:02. (Vai all’intervista) 

Genocidio armeno, Trump fa bloccare da un senatore la mozione per non irritare Erdogan (Ilmattino 06.12.19)

Città del Vaticano – Pur di non mettere a repentaglio i buoni rapporti con la Turchia e non irritare Erdogan, il presidente Trump ha praticamente imposto a un senatore (Kevin Cramer, eletto nel Nord Dakota) di bloccare la mozione che era stata approvata il mese scorso al Congresso per il riconoscimento del genocidio degli armeni, il primo genocidio del XX secolo avvenuto nel 1915 sotto l’impero ottomano e costato la vita a 1 milione e mezzo di cristiani, sterminati attraverso un atto pianificato del governo di allora.

Sono decenni che la numerosa comunità armena presente negli Usa fa pressioni sulla Casa Bianca perchè anche gli Stati Uniti riconoscano la verità storica di quei fatti, così come hanno fatto tanti parlamenti nel mondo (anche quello italiano).

​Mozione genocidio armeno, la Turchia convoca l’ambasciatore italiano ​ad Ankara

L’obiezione di un solo senatore, nel sistema americano, è capace di frenare l’iter della mozione che richiede l’unanimità totale. Il senatore Cramer ha spiegato ai giornalisti che ha dovuto ascoltare le pressioni della Casa Bianca dopo l’incontro avuto da Trump con il presidente turco Erdogan durante il summit della Nato, per non irritarlo.

Genocidio armeno, on line l’archivio perduto con i documenti del piano di sterminio dei turchi

La Turchia continua a mantenere un atteggiamento fortemente negazionista sui fatti storici avvenuti nel 1915, esercitando fortissime pressioni su tutti i governi del mondo che osano mettere in discussione questa linea.

Israele, niente voto alla Knesset che rifiuta di riconoscere il Genocidio Armeno per non scontentare Erdogan

Il negazionismo turco è iniziato nel 1923 con la firma del Trattato di Losanna quando, con la complicità di tutte le nazioni vincitrici della prima guerra mondiale, decisero di cancellare definitivamente la causa armena da ogni prospettiva storica e politica. Da allora fino ad oggi il silenzio turco è stato costante ed è la conclusione di quell’accordo diplomatico nonostante all’interno della società turca ci siano ampi settori accademici che con grande coraggio e fatica cercano di fare affiorare il tema della memoria convidisa.

In passato diversi giornalisti turchi sono stati uccisi o sono finiti in galera per avere perlato pubblicamente di genocidio, visto che in Turchia esiste ancora un articolo nel codice penale che punisce coloro che pronunciano la parola genocidio, attentando così all’unità del paese.

Persino Papa Francesco – che ha riconosciuto apertamente il genocidio armeno durante una messa solenne a San Pietro nel 2015 a ricordo di 1,5 milioni di vittime – quando visitò la Turchia – l’anno prima – fu costretto a sottostare al sostanziale ricatto del presidente Erdogan di non parlare mai pubblicamente dei fatti armeni durante il viaggio.

Il Parlamento italiano ha approvato la mozione sul riconoscimento del genocidio armeno quest’anno.

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