Armenia, ecco l’ospedale di San Giovanni Paolo II (Famigliacristiana 22.10.19)

Sembra sbucare dal nulla, l’ospedale Redemptoris Mater di Ashotck,  a duemila metri di altezza sull’altopiano armeno. Una strada dissestata taglia in due il paesaggio, sembra di andare incontro all’infinito. Ma poi ecco lo sventolio delle bandiere e un basso moderno prefabbricato, con accanto i pannelli solari. “Questo ospedale lo ha fortemente voluto papa Giovanni Paolo II”, spiega subito il direttore padre Mario Cuccarollo, al gruppo di giornalisti della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) giunti in Armenia per scoprire i progetti realizzati in questo Paese anche con il sostegno  dei fondi dell’8 per mille.

Padre Mario, infaticabile camilliano, vicentino di origine, nonostante viva in questo  angolo dell’Armenia  dal 1992 ancora parla l’italiano con l’accento del Nord, e non ha mai imparato l’armeno e neppure il russo.  Ricorda ancora con precisione quando ha accettato di svolgere la sua missione in questo ospedale, anche se subito precisa: “non mi sento missionario, vivo nel più antico Paese cristiano”, e poi racconta come è finito a vivere in Armenia. “Ero a Milano quando ho ricevuto una telefonata dal mio superiore mi ha proposto di venire a seguire questo ospedale  e mi ha detto che aveva poco tempo per spiegarmi tutto perché la telefonata dall’Austria, dove si trovava,  era molto cara.  Mi dava dieci minuti per decidere e poi mi avrebbe richiamato. Ma io a quel punto ho detto subito si. E da allora, non me ne sono più andato”. La sua casa è la stessa baracca del primo giorno, qui che d’inverno la temperatura può scendere anche fino a  40  gradi sotto lo zero. Era uno di quei container utilizzati dagli operai che seguivano la costruzione dell’ospedale, un’opera realizzata dalla Caritas e poi donata al Governo dell’epoca che era ancora sotto il dominio dell’Unione Sovietica. Con l’indipendenza del Paese, la Caritas non riusciva più a reggere il peso di questo ospedale e chiese aiuto a papa Giovanni Paolo II che a sua volta chiese aiuto ai Camilliani. E così si è arrivati a padre Mario. Gli brillano gli occhi quando illustra la struttura, un edificio di 5000 metri quadrati dove lavorano 140 dipendenti.  E’ il punto di riferimento di circa 13mila persone, ma a curarsi  arrivano anche dalla Capitale. Ogni reparto è lindo ed accogliente. Un ospedale molto importante per questa zona: rappresenta l’unica attività che offre lavoro in tutto l’altipiano e fornisce un servizio immediato e qualificato di assistenza sanitaria.

Una struttura che ha un bilancio di circa 600mila euro all’anno,  a pareggio anche grazie all’aiuto di molti italiani, la generosità ha mille forme e arriva sempre nelle mani di padre Cuccarollo. E poi c’è il sostegno della  Cei, che ha donato a questo progetto, nel 2015, 600mila euro per tre anni e nel 2018 ha stanziato 300mila per altri tre anni.

“Ogni volta che mi sono trovato in difficoltà economica è arrivato un aiuto, un nuovo aiuto”, afferma sereno padre Mario e di fondi ne ha bisogno considerato che tanti servizi dell’ospedale vengono offerti gratuitamente, come le cure per i bambini e  per le future mamme.  Pure il pronto soccorso è gratis, e l’assistenza nei villaggi dove è aperto un piccolo presidio medico. Una grande cosa in questa zona, dove  il lavoro  nei pascoli permette appena la sussistenza.

Il sostegno della Chiesa italiana arriva anche in altri centri dell’Armenia.  Un Paese che ha più cittadini sparsi per il mondo che in Patria. Gli armeni oggi sono  un popolo di anziani, i giovani espatriano in cerca di un futuro migliore. All’aeroporto il momento del distacco è duro per molti, si vedono i volti rigati dalle lacrime di chi parte e di chi resta. Qui anche un piccolo aiuto rappresenta una grande ricchezza. Una opportunità per cambiare in meglio, la certezza di non essere abbondonati. Il sostegno della Chiesa italiana in Armenia  che può sembrare una goccia, è invece felicità e futuro per tante persone. Come per gli  anziani e i bambini che vivono ad Artashat, città al confine con la Turchia,  dove la Chiesa cattolica armena con la Caritas ha attivato due progetti: l’assistenza domiciliare per anziani soli e il centro “Piccolo Principe” per  bambini accolti con famiglie spezzate. Qui possono studiare, imparare a cucire, disegnare, giocare.

A Gyurmi, invece, la Caritas ha avviato un Centro diurno per anziani e il  progetto “Caldo inverno” (pagano le bollette per il riscaldamento a chi non può permetterselo). La Caritas armena riceve per  questi progetti dalla Chiesa italiana circa  260mila euro dell’8xmille.

“In Italia  si conosce poco di ciò che viene realizzato qui con il contributo dalla Chiesa italiana”, evidenzia  Matteo Calabresi, direttore del Servizio per la promozione del Sostegno economico alla Chiesa cattolica che insieme don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio degli interventi caritativi a favore dei Paesi del terzo mondo della Cei ha partecipato alla trasferta armena,  “eppure viaggiando in questi luoghi, ci rendiamo conto che è una presenza costante e importantissima che cambia e migliora la vita di tante persone”.

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Il fico Armeno. I Frutti dimenticati (larivieraonline 22.10.19)

Prima della metà di settembre dell’anno in corso, gli appassionati di Archeologia Angela Maida e suo marito Raffaele Riversi, programmarono una proiezione di un video girato nella Locride e nel territorio di Santacaterina, dal dott. Antonio Renda, bravo fotografo e documentarista, riferito al fenomeno dei palmenti rupestri in Calabria.
Il convegno diede l’opportunità di parlare della viticoltura nel mondo classico nei nostri territori, specialmente nel periodo magnogreco, romano e bizantino, quando infinite vigne abbellivano le nostre contrade e davano vita a vini preziosi che venivano esportati in tutto il bacino del Mediterraneo.
I coniugi Riversi da quasi vent’anni si battono per evidenziare il patrimonio culturale di Santacaterina sullo Jonio, costituito da un numero cospicuo di Palmenti (23 circa ), talvolta impreziositi dalla croce di Giustiziano o comunque da quella potenziata bizantina che evidenzia come nel Tardo Antico la civiltà bizantina ebbe un ruolo importante nel diffondere la coltivazione della vite, incentivata specialmente dal monachesimo basiliano, a cui diede inizio nel IV d.C. S. Basilio  Magno, nato a Cesarea in Cappadocia nel 329 d.C.
Tra le regole su cui si basava il monachesimo basiliano c’erano la preghiera ed il lavoro e naturalmente lo studio delle opere classiche della civiltà greca e latina, che venivano ricopiati diligentemente nei laboratori di scrittura dei monasteri.
La diffusione del movimento spirituale basiliano in Calabria avvenne dopo la conquista di Giustiniano nel VI sec. d.C ed uno dei palmenti di Santacaterina è ubicato proprio nella contrada S.Brasi (S.Basilio) che ricorda  opportunamente il fondatore del movimento religioso, tanto più che nella stessa contrada sopravvivono i ruderi di una chiesetta bizantina intitolata a S. Basilio; lo stesso palmento è dotato di una croce bizantina.
I coniugi Riversi evidenziano nel loro studio anche altri aspetti del patrimonio culturale di Santacaterina costituito anche da grotte, ricadenti nella Val di Carìa, che vennero nel passato utilizzati come romitori dalle comunità religiose. I loro sforzi hanno inciso anche sulla sensibilità degli amministratori del comune, che cominciano a prestare attenzione ai beni culturali ritenuti, in passato, minori o addirittura di poco valore.
Essi, oltre ad interessarsi dei beni culturali ritenuti propriamente tali, da tanto tempo si stanno preoccupando di evidenziare anche la ricchezza della Calabria nell’ambito della biodiversità che in tanti ambiti ormai è messa all’attenzione di tante persone interessate e sensibili al fenomeno, di cui la nostra regione possiede un importante patrimonio.
Essi tentano di evidenziare questo aspetto della nostra terra e proprio durante il convegno sui palmenti, tenuto di recente a Santacaterina, personalmente da loro sono stato gratificato da una piccola pianta di fico tipica di Petrizzi, comune che gravita nell’area di Soverato.
Essi hanno avuto tale varietà dal signor Antonio Gatto che in un suo podere in contrada Feudo Marascio di Petrizzi appunto, colleziona anche fichi di cui conosce fra l’altro la provenienza; egli si occupa anche di altri tipi di piante, ma evidentemente, data l’abbondanza di tipi, la sua preferenza va ai fichi appunto.
Il nome di quello in questione lo connota d’origine armena, ma non possiamo sapere attraverso quali vie sia arrivato in Calabria, considerando che parte dell’Armenia aveva fatto parte già dell’impero romano e poi di quello bizantino, a cui fornì addirittura una serie di imperatori oltre che di funzionari, ma specialmente di valorosi soldati.
Guardando il frutto con attenzione esso ricorda tanto i fichi tardivi di tante parti della Calabria, che riescono a resistere alle prime acque autunnali, che notoriamente possono danneggiare i frutti.
La foto presente è stata scattata negli ultimissimi giorni di settembre, quando ancora sulle piante erano presenti altri frutti che sarebbero andati a maturazione nei primi giorni di ottobre; quindi la varietà è interessante in quanto è tardiva e può prosperare a quote altimetriche di rilievo, considerando che la pianta madre è posta a circa 500 metri di altitudine.
I frutti sono di pezzatura media, mentre il colore che li connota è il marroncino tenue.
La polpa dei frutti è rosato e il sapore che evidenziano è squisito e delicato.

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Trasporto aereo: Armenia, traffico passeggeri in aumento del 16,5 per cento (Agenzia nuova 21.10.19)

Erevan, 21 ott 12:24 – (Agenzia Nova) – Lo scorso mese, il traffico passeggeri negli aeroporti armeni ha registrato un aumento del 16,5 per cento rispetto a settembre del 2018, attestandosi a 324.755 persone. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”. Stando alle informazioni diffuse, il traffico passeggeri presso l’aeroporto internazionale “Zvartnots” di Erevan ha registrato un incremento pari a 18,8 punti percentuali rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Per quanto riguarda invece l’aeroporto internazionale “Shirak” di Gyumri, la seconda città del paese, il traffico passeggeri ha subito un calo del 21,3 per cento. (Res)

Forlì, San Mercuriale “aveva origini armene e soffriva di diabete” (Corriereromagna.it 21.10.19)

FORLI’. L’accurato lavoro dell’antropologo fisico e paleopatologo Mirko Traversari sui resti di San Mercuriale, supportato dal Lions Club Terre di Romagna, illustrato ieri nella basilica che ne porta il nome, potrebbe essere il primo di una lunga serie. Da parte del Comune infatti, ha rivelato all’inizio dell’incontro l’assessore alla cultura e Università Valerio Melandri, c’è l’intenzione di mettere a progetto la realizzazione di un laboratorio di Paleopatologia da ricavare all’interno dell’ex camera mortuaria dell’ospedale “Morgagni-Pierantoni”. «Facendo gli scongiuri per l’arrivo quasi certo della Facoltà di Medicina – ha anticipato Melandri – potrebbe diventare un centro di ricerca ideale».

I risultati

«Le analisi non sono state facili – ha ricordato Traversari, coadiuvato nel lavoro di ricerca da Elisabetta Cilli, del laboratorio del Dna antico di Ravenna – per gli interventi impropri di consolidamento delle ossa dopo la morte e per il Dna molto frammentario». Tra ipotesi e alte probabilità ne emerge il quadro di un uomo che «proveniva dall’Armenia o da quell’area geografica (in base alla conformazione del cranio e alla presenza di alcuni minerali nelle ossa ndr), era alto un metro e 60 e godeva di buona salute, complice anche un’alimentazione equilibrata con frumento, latticini e proteine alimentari. La deviazione del setto nasale gli procurava una sinusite croniche. Probabilmente soffriva di diabete di tipo 2 e per questo poteva essere a rischio di patologie cardiovascolari. Abbiamo trovato segni di osteoporosi ma non di artrosi. È morto all’età di 45-50 anni e non per una causa violenta, sicuramente di qualche patologia la cui identificazione è, però, impossibile. Dalla ricostruzione del volto possiamo dire che era un uomo mite».

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Armenia: ex presidente Kocharyan dimesso dall’ospedale (Agenzianova

Erevan, 21 ott 09:14 – (Agenzia Nova) – L’ex presidente dell’Armenia Robert Kocharyan, che è stato ricoverato nei giorni scorsi all’ospedale Izmirlian di Erevan per circa una settimana, è stato dimesso e trasferito al penitenziario di Kentron. Lo ha detto Armen Charchyan, direttore esecutivo della struttura sanitaria al portale web “News.am”. Secondo Charchyan, Kocharyan si sarebbe ripreso e ora sta bene. Il 9 ottobre scorso, l’ex capo dello Stato aveva subito un intervento chirurgico. Il mese scorso il gruppo parlamentare del blocco My Step, espressione della maggioranza, ha chiesto la sospensione dei poteri del presidente della Corte costituzionale, Hrayr Tovmasyan. Stando alla bozza della richiesta, il partito di governo ritiene che il presidente non possa partecipare ai procedimenti relativi al ricorso alla Consulta avanzato dal secondo presidente dell’Armenia Robert Kocharyan, nel quadro del cosiddetto “caso del primo marzo”. In precedenza, un tribunale di Erevan ha respinto la mozione degli avvocati dell’ex capo dello Stato per garantirne la scarcerazione preventiva e sospendere il processo penale. I legali di Kocharyan hanno presentato una mozione alla Corte generale di Erevan a seguito della decisione della Corte costituzionale dell’Armenia, che ha chiesto di modificare la sua misura preventiva e sospeso il procedimento penale. (segue) (Res)

Italia-Armenia a Palermo, al via la vendita dei biglietti (Calciofinanza.it 21.10.19)

La qualificazione a Euro 2020 è ormai già in cassaforte, ma questo non fa che rendere ancora più forte la voglia di tifare per la nostra Nazionale, pronta a riscattarsi la prossima estate dopo avere mancato l’occasione di partecipare ai Mondiali in Russia. L’ultimo appuntamento in questo percorso è in programma lunedì 18 novembre (ore 20.45) allo Stadio Renzo Barbera di Palermo e vedrà l’Italia sfidare l’Armenia.

Almeno sulla carta l’avversario sembra essere alla portata di Bonucci e compagni, ma positivo anche il bilancio delle gare disputate nel capoluogo siciliano: 12 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta. Nelle ultime sei uscite gli Azzurri hanno collezionato altrettanti successi.

Italia-Armenia biglietti – I dettagli dei costi

Già da ora è possibile acquistare i tagliandi per poter essere presente sugli spalti a sostenere i nostri giocatori. Ecco i dettagli con i prezzi:

TRIBUNA CENTRALE 50 euro

TRIBUNA CENTRALE RIDOTTO 30 euro

TRIBUNA CENTRALE RIDOTTO UNDER 18 30 euro

TRIBUNA CENTRALE RIDOTTO VIVO AZZURRO  25 euro

TRIBUNA LATERALE 30 euro

TRIBUNA LATERALE RIDOTTO 20 euro

TRIBUNA LATERALE RIDOTTO UNDER 18  20 euro

TRIBUNA LATERALE RIDOTTO VIVO AZZURRO   18 euro

TRIBUNA GRADINATA INFERIORE 25 euro

TRIBUNA GRADINATA INFERIORE RIDOTTO 18 euro

TRIBUNA GRADINATA INF. RIDOTTO VIVO AZZURRO   12 euro

TRIBUNA GRADINATA INF. RIDOTTO UNDER 18  5 euro

TRIBUNA GRADINATA SUPERIORE 20 euro

TRIBUNA GRADINATA SUPERIORE RIDOTTO 14 euro

TRIBUNA GRADINATA SUP. RIDOTTO SPECIALE  10 euro

TRIBUNA GRADINATA SUP. RIDOTTO VIVO AZZURRO   10 euro

TRIBUNA GRADINATA SUP. RIDOTTO UNDER 18   5 euro

CURVE 10 euro

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Intervista ad Antonia Arslan (Mangialibri 21.10.19)

Raggiungo Antonia Arslan al telefono prima della sua partecipazione a Pordenonelegge 2019. Spirito indomito, vivace, scrittrice e poetessa che si adopera per il ricordo dello sterminio del popolo armeno di cui lei è figlia e per recuperare la memoria di poetesse e scrittrici che, nei secoli, sono colpevolmente finite tra le pieghe della storia. Conversazione piacevolissima e grande affinità di pensiero fanno di questa intervista una cosa preziosa.

Gran parte delle tue opere è dedicata alla cura della memoria del popolo armeno. Quanto è importante la letteratura per la memoria?
È una bella domanda. Ci sono molte testimonianze dirette dei sopravvissuti alle tragedie e sono importantissime perché ci danno dati reali, ma non sono letteratura. Quando alcune di queste testimonianze diventano un libro e cioè si trasformano in letteratura, in qualcosa di pensato per i lettori, per esempio in un romanzo che ha quindi una struttura precisa, ha dei personaggi che si muovono dentro una storia allora restano, mentre invece le testimonianze quando i protagonisti muoiono vanno perdute.

Ti chiedo, esiste una gerarchia dei genocidi? Un ordine decrescente? Penso per esempio al massacro di Srebrenica di cui si parla pochissimo. Come si spiega la dimenticanza della tragedia del 1915?
Esiste conoscenza di serie A e di serie B. Grazie al negazionismo turco e al silenzio delle nazioni europee, degli armeni non si è più parlato dopo il trattato di Losanna, ma non solo riguardo al genocidio ma anche in ambito artistico la cultura millenaria armena è stata completamente silenziata. Si parlò molto del massacro, tutti i giornali parlavano dell’Armenia e questa è una cosa che va sempre ripetuta perché tutti sapevano, all’epoca. Però dopo il trattato di Losanna con cui le potenze vincitrici si misero d’accordo riguardo all’impero ottomano che diventò la Turchia, la parola “armeno” scomparve, non solo non si parlò più del genocidio ma anche in ambito artistico la cultura millenaria armena è stata completamente silenziata. È il primo esempio del Novecento di un avvenimento scottante che viene silenziato per così tanti anni (ben ottanta). È la nostra generazione che solleva la pesante coltre di silenzio. Adesso stanno uscendo volumi dedicati alla raccolta di tutti gli articoli che sono usciti sui giornali degli Stati Uniti fino al 1920 sulla questione armena, grazie anche all’aiuto economico di alcuni sponsor armeni. Mentre dopo la Seconda guerra mondiale col processo di Norimberga non si è più potuto tacere, per gli Armeni il percorso è stato molto più lungo. Ma ci sono altre tragedie altri massacri di cui non si parla più: tu prima mi hai citato Srebrenica ma anche lo sterminio degli ucraini, dai 5 ai 7 milioni di contadini lasciati morire di fame perché il governo sovietico, guidato da Stalin, non voleva più che quella terra fertile venisse coltivata dagli ucraini.

Sembra che il recupero della memoria sia parte integrante della tua vita. Da dove nasce il tuo percorso di riscoperta di poetesse e scrittrici del passato?
Nasce un po’ per caso. Ho collaborato ad un saggio che trattava del romanzo popolare tra Ottocento e Novecento, scritto da studenti universitari (a quell’epoca insegnavo all’università di Padova). In questo libro erano già presenti due scrittrici. Allora ho provato a vedere quante donne scrivevano in quel periodo e poi via via mi sono interessata alla scrittura femminile anche dei periodi precedenti.

In relazione alla domanda precedente, esiste una sostanziale differenza tra il linguaggio femminile e il linguaggio maschile, nella poesia come nella letteratura?
Oggi non più. Perché oggi la donna può fare qualsiasi mestiere, l’esperienza le si è aperta. Certamente nell’Ottocento era ovvio che ci fosse una dissezione abbastanza radicale: primo perché gli uomini studiavano di più e utilizzavano un linguaggio più “raffinato” che spesso però era molto distante dai lettori. Se tu prendi un libro di successo degli anni fino a prima dell’Unità d’Italia, di un autore uomo, leggi e trovi un linguaggio che oggi veramente non possiamo tollerare, mentre il linguaggio utilizzato da una qualsiasi scrittrice è molto più tollerabile. Le donne nel secondo Ottocento leggono e scrivono tanto e soprattutto diventano professioniste, molte si mantengono scrivendo e sanno raggiungere il loro pubblico di lettori, che sono soprattutto lettrici perché le donne cominciano a essere alfabetizzate. Le autrici venivano anche molto rispettate dai colleghi maschi e questo è dimostrato dai carteggi, per esempio le lettere tra Neera e Verga o Capuana.

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I militari turchi marcano le case di armeni e cristiani: furti e saccheggi a Tal Abyad (Globalist 20.10.19)

Erdogan e le sue truppe sono avvezze alla pulizia etnica: la Turchia ha una storia di tutto rispetto di persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose e culturali, come le angherie verso i cristiani e l’eccidio degli armeni hanno dimostrato. Hanno anche poi la grande faccia tosta di negare persino l’evidenza, come stanno facendo in queste ore in cui continuano a sostenere di non aver violato la tregua in Rojava, mentre video e foto inviate dalle agenzie curde dimostrano che le barbarie dei turchi non si sono fermate neanche un istante.
Tra l’altro, la sete di sangue dei mercenari johadisti al soldo di Erdogan non si limita cerco ai curdi: nella città di Tal Abyad fonti curde raccontano con tanto di foto che le case dei cristiani e armeni sono state segnate con scritte rosse. Nell’intera area si sono registrati furti e saccheggi ad opera delle milizie turche, come accadde ad Afrin nel 2018.

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Start up di catering multietnico: la tradizione in tavola che unisce le culture (Trnews.it 20.10.119)

MAGLIANO- Quelli che vedete, esposti nel Polo Didattico di Magliano pronti per essere gustati, sono nove piatti tradizionali che arrivano da Nigeria, Armenia, Mali, Costa D’Avorio, Maghreb, Medio Oriente e Africa Sub Sahariana. A prepararli, con la supervisione di uno chef, sono stati dei ragazzi che arrivano proprio da quei paesi e che hanno partecipato alla nascita di “GRIOT, kitchen e catering – storie e cucine migranti”. È una start-up creata da Ce.F.A.S. – Centro di Formazione e Alta Specializzazione, ente di Formazione Professionale accreditato dalla Regione Puglia per la Formazione Continua, la Formazione Superiore e Formazione nell’area dello svantaggio, che progetta percorsi formativi, basati sull’apprendimento esperienziale.

Grazie ai laboratori permanenti allestiti nel polo didattico del “Parco della Scienza” di Magliano è stato possibile sperimentare una metodologia didattica innovativa che permette un’ acquisizione efficace di competenze. E così sta per nascere una start up di catering multietnico. Che è stata presentata offrendo a tutti questi piatti prelibati.

Poliedrici polistrumentisti dall’Armenia (Teatrionline 20.10.19)

L’ultima rappresentazione alla Casa del Teatro di Torino rompe gli schemi, in tutti i sensi: Popbins, lo spettacolo comico-musicale dei Jashgawronsky Brothers, si presenta come il concerto di quattro polistrumentisti che suonano strumenti realizzati con materiale di riciclo, ma rinuncia a qualunque tipo di narrazione – sia nei termini di sequenza logica degli avvenimenti che a proposito della loro curiosa strumentazione – per lasciare tutti i riflettori al divertimento puro.

Il ritmo dello spettacolo infatti non lascia spazio a domande o curiosità (come fa una scopa a suonare come un contrabbasso?): Popbins è uno show limato di qualunque scorza retorica, non ha bisogno di enfatizzare la particolare manifattura degli strumenti musicali per apparire pieno di carattere. In effetti, sono già i quattro interpreti (brother Pavelbrother Surenbrother Richard e brother Francis) ad apparire sul palco come altrettanti personaggi pienamente caratterizzati.

Nessuna linea narrativa. Piuttosto, le fasi ottimamente orchestrate di una comunicazione umoristica restituiscono una forma alla storia implicita: risulta davvero facilissimo immaginare i quattro fratelli Jashgawronsky profanare una discarica per allestire la propria orchestra, accaparrandosi ogni altro oggetto che andrà a far parte dell’improbabile scenografia.

L’effetto comico si accompagna alla poliedricità degli interpreti, che tra uno strumento e l’altro concedono al pubblico numeri di illusionismo e giocoleria; nuovi “conigli nel cappello” vengono estratti ogni volta che si scopre in un elemento della scenografia l’ennesimo strumento musicale, aprendo a inedite forme di narrazione.

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