Siria, dal confine con la Turchia le testimonianze dei cristiani che hanno scelto di restare (Romasette.it 15.10.19)

«Il mio pensiero va ancora una volta all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane». Sono arrivate anche a Qamishli, la città siriana al confine con la Turchia dove in questi giorni sono in corso scontri tra forze curde e esercito turco, le parole di Papa Francesco all’Angelus di domenica scorsa, 13 ottobre.

«Sono parole che ci danno un grande conforto», dice padre Nareg Naamo, rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma. Il sacerdote armeno-cattolico è originario di Qamishli dove vive la madre con il resto della sua famiglia e per questo in costante contatto con la Siria. E dal confine con la Turchia arrivano notizie di «movimenti delle truppe regolari siriane che stanno prendendo posizione lungo le postazioni lasciate dalle forze curde dopo l’accordo con Damasco». Le colonne militari del presidente Assad sono entrate a Tell Tamer, a 35 km dal confine con la Turchia e puntano a raggiungere Kobane, simbolo della resistenza curda all’Isis, e Manbij, due città nelle mire anche di Erdogan che da quelle parti vuole far passare la sua “zona cuscinetto”. L’esercito siriano, inoltre, è a poche decine di chilometri da Raqqa, già capitale dello Stato islamico.

«La popolazione vuole tornare a vivere senza paura di attacchi e attentati. Le scuole sia pubbliche sia private come quelle cristiane a Qamishli hanno ripreso le lezioni. Vogliamo la pace e le parole del Papa ci donano tanto conforto e non ci fanno sentire abbandonati», sottolinea padre Naamo che rivendica con orgoglio la presenza cristiana anche lungo questo confine martellato da bombe e razzi. Oggi da Bruxelles i ministri degli Esteri dei Paesi membri hanno lanciato un ultimatum ad Ankara minacciando lo stop alle esportazioni di armi come richiesto da Italia, Germania e Francia. «L’unico modo per fermare questa guerra è, come ribadito dal Pontefice, impegnarsi “con sincerità, con onestà e trasparenza” sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci. Chissà se le potenze militari sapranno farne tesoro».

Ma nella terra di san Paolo la speranza non viene mai meno, ricorda da Qamishli il parroco della comunità armeno-cattolica locale (dell’Alta Mesopotamia e della Siria del Nord), padre Antonio Ayvazian: «Nei giorni scorsi abbiamo subito scambi di artiglieria tra i curdi che hanno colpito villaggi oltre il confine e le forze dell’esercito turco che hanno risposto provocando la morte di una famiglia cristiana di rito siriaco-ortodosso, madre e tre figli. I turchi hanno poi colpito e messo fuori uso un grande forno nel quartiere ovest della città ma in 24 ore la produzione è stata ripristinata». In città la situazione è di calma apparente dopo che, spiega il parroco, «le forze curde hanno consegnato le loro postazioni militari all’esercito regolare siriano che ha così oltrepassato il fiume Eufrate. I soldati hanno potuto prendere il controllo anche delle posizioni sul terreno occupate dalla Coalizione anti Isis guidata dagli Usa. Ora la Turchia ha davanti a sé l’esercito siriano e non gruppi armati curdi. Speriamo che non si vada oltre».

C’è però una emergenza umanitaria cui bisogna fare fronte: «Nelle città e nei villaggi situati sulla linea di confine – dichiara don Ayvazian – si è verificato un grande esodo di abitanti e molti sono rimasti praticamente disabitati. Tantissime persone si sono dirette qui a Qamishli dove il Governo ha aperto scuole e strutture pubbliche per dare loro un ricovero. Al momento si stima in almeno 130mila il numero di sfollati dal confine che vanno ad aggiungersi a quelli già arrivati da tempo da Raqqa e Deir ez Zor». Secondo l’Onu il numero degli sfollati potrebbe aumentare sino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita da questa nuova crisi.

«Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è dare un tetto ai rifugiati, assistenza umanitaria e sanitaria»,
spiega il parroco armeno-cattolico, che aggiunge: «Riceviamo aiuti da Unicef, Fao, Oms e da altre agenzie umanitarie internazionali ma nessuno si aspettava un flusso così grande di profughi e rifugiati. Da parte nostra tutte le riserve di cibo che avevamo in episcopio le abbiamo date per sostenere i più vulnerabili, anziani, donne in attesa e bambini. Negli ospedali, poi, ci sono tanti feriti da accudire, oltre alle vittime».

Ma c’è un soffio di speranza. «La popolazione appare più tranquilla ora che è arrivato l’esercito. Tantissime persone sono scese in strada per accogliere i soldati e per fare festa», racconta don Ayvazian che rivela: «Nei giorni scorsi l’ambasciata armena a Damasco ha informato gli armeni con doppio passaporto della possibilità di lasciare la Siria. In una riunione di tutte le fedi e denominazione cristiane della nostra zona abbiamo deciso di restare. Siamo cittadini siriani e vogliamo restare qui, non ce ne andremo via». (Daniele Rocchi)

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Armenia: delegazione di Airbus in visita a Erevan (Agenzia nova 15.10.19)

Erevan, 15 ott 10:54 – (Agenzia Nova) – Su invito del presidente armeno Armen Sarkissian, è attesa oggi a Erevan una delegazione di Airbus guidata dal vicepresidente per il comparto difesa e spazio Lionel Shampoa e il direttore per la regione dell’Asia centrale e del Caucaso, Vsevolod Kazakov. Stando a quanto riferito dalla presidenza di Erevan, la prima riunione del presidente armeno con la direzione della compagnia si è svolta quest’anno a giugno a margine del Salone internazionale dell’aeronautica di Parigi a Le Bourget. Il capo dello Stato ha visitato il padiglione della compagnia dove ha incontrato alcuni dirigenti e in quell’occasione è stato raggiunto un accordo sulla visita in Armenia per proseguire i colloqui sulle opportunità di cooperazione. Durante la loro visita in Armenia, i rappresentanti di Airbus discuteranno delle opportunità per assistere l’industria del settore nazionale. La società è interessata all’attuazione di programmi formativi con l’Armenia e alla cooperazione con le università armene. (Res)

«Non vogliamo la guerra con l’Azerbaigian» (Tempi.it 15.10.19)

L’Artsakh è una piccola repubblica assediata fra i monti del Caucaso. La abitano, la governano e la difendono i locali abitanti armeni che nel settembre 1991 dichiararono a loro volta la propria indipendenza per non essere assorbiti nell’Azerbaigian che un paio di settimane prima aveva deciso di costituire uno stato indipendente dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Il territorio coincide con lo storico Nagorno Karabakh, che nel 1921 Stalin assegnò all’Azerbaigian nonostante fosse abitato in grandissima maggioranza da armeni che avrebbero preferito far parte della vicina repubblica sovietica di Armenia. Fra il 1991 e il 1994 nell’Artsakh e negli adiacenti territori azeri si è combattuta una guerra sanguinosa che è stata sospesa da un armistizio il 5 maggio 1994. Grazie anche al sostegno delle forze armate della repubblica di Armenia (a sua volta divenuta indipendente il 21 settembre 1991), gli armeni del Nagorno Karabakh hanno cacciato le forze armate dell’Azerbaigian dal loro territorio e occupato alcune aree azere adiacenti per creare una continuità territoriale con la vicina Armenia e per proteggere da eventuali attacchi di artiglieria la capitale Stepanakert. Lungo i 150 chilometri di trincee che separano le postazioni armene da quelle azere le violazioni del cessate il fuoco sono all’ordine del giorno da venticinque anni a questa parte: uno stillicidio di vittime caratterizza le cronache dal fronte. Nell’aprile di tre anni fa l’Azerbaigian per la prima volta dalla firma dell’armistizio tentò un’operazione militare su larga scala che causò decine di morti e si concluse in uno stallo.

La repubblica di Artsakh non è riconosciuta a livello internazionale da nessuno stato, nemmeno dall’amica e confinante Armenia, ma i suoi 150 mila abitanti hanno bisogno di tutto per contrastare il parziale isolamento nel quale sono costretti a vivere da un quarto di secolo. Così nei giorni scorsi il ministro dell’Economia e dell’Infrastruttura industriale della repubblica, Levon Grygorian, si è recato in visita ufficiosa in Italia per incontrare realtà della società civile italiana interessate a una cooperazione su più piani per lo sviluppo economico e umano del suo paese. Ha avuto colloqui con esponenti di associazioni imprenditoriali del Veneto e della Lombardia e in particolare ha perfezionato il gemellaggio fra l’Istituto Alberghiero che è parte dell’Istituto scolastico don Carlo Gnocchi di Carate Brianza e una struttura che sta nascendo a Stepanakert. Il ministro è stato ospite del ristorante didattico Saporinmente, annesso all’Istituto Alberghiero, e lì ci ha concesso un’intervista prima di continuare la sua visita.

Ministro, gli occhi di tutto il mondo sono rivolti con preoccupazione a ciò che sta succedendo nel nord della Siria: la Turchia ha promosso un’operazione militare volta all’occupazione di una fascia di territorio siriano. Cosa ne pensa?  

La guerra non è mai la soluzione, porta solo conseguenze negative. Noi siamo un popolo che conosce per esperienza diretta, e non per le immagini televisive, di quanta sofferenza sia causa la guerra, sappiamo che non risolve i problemi. Il governo dell’Artsakh non approva in alcun modo questo intervento militare.

Venticinque anni dopo la firma dell’armistizio che ha congelato la guerra del Nagorno Karabakh ancora non si intravede una soluzione definitiva al conflitto, e nel frattempo la Repubblica di Artsakh che si è costituita nel 1991 non è riconosciuta dai paesi membri dell’Onu. Come fate fronte a questa situazione di isolamento istituzionale?

La guerra non l’abbiamo voluta noi, non siamo stati noi a iniziarla. Al momento del collasso dell’Unione Sovietica abbiamo chiesto quello che chiedevano tutti i popoli dell’ex Urss: autodeterminarci, e nel nostro caso noi avremmo voluto unirci alla Repubblica di Armenia. Il governo azero ha rifiutato di riconoscere la nostra autodeterminazione e ha risposto con la guerra. Siamo sopravvissuti agli attacchi, abbiamo difeso e consolidato il nostro territorio, abbiamo firmato il cessate il fuoco del 1994. Da allora abbiamo operato su due fronti. Abbiamo ricostruito le città bombardate e distrutte, abbiamo organizzato le istituzioni della repubblica e abbiamo chiesto di essere riconosciuti a livello internazionale. Per il riconoscimento sappiamo che ci vorrà ancora tempo; nell’attesa continuiamo a costruire il nostro paese, e guardiamo con ottimismo al futuro: ne è una prova questa mia missione in Italia. Gli studenti che parteciperanno agli scambi con l’Italia appartengono alla generazione che non ha vissuto i giorni della guerra, e questo è un segno della nostra vitalità. Come sapete, i negoziati per la pace sono condotti dal cosiddetto gruppo di Minsk, il cui ufficio di presidenza è composto da rappresentanti di Francia, Russia e Stati Uniti. Noi non siamo presenti in questo organismo dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) e i nostri interessi sono rappresentati indirettamente dall’Armenia, che invece ne fa parte.

Quali sviluppi ci sono stati dopo la crisi dell’aprile 2016, quando sembrava che il conflitto con l’Azerbaigian dovesse ricominciare su larga scala?

Abbiamo imparato molto da quella brutta esperienza. Oggia la nostra difesa è migliorata e ancora stiamo lavorando per avere forze armate ancora più efficienti. Non abbiamo altro che il nostro esercito a difenderci. Oggi come negli anni Novanta, non siamo noi che vogliamo la guerra: il nostro conflitto con l’Azerbaigian va risolto con la diplomazia. Ma come negli anni Novanta e come nel 2016, siamo pronti a difenderci. L’offensiva di tre anni fa mirava a sfondare il centro del nostro schieramento attirando le nostre forze agli estremi della linea del fronte, ma i nostri ufficiali hanno saputo interpretare la tattica nemica e non sono caduti nella trappola.

Quali sono i paesi maggiormente amici della Repubblica dell’Artsakh?

Non facciamo preferenze, siamo aperti a tutte le relazioni, specialmente coi popoli europei. Non intendo fare nomi.

Che bilancio fa della sua visita in Italia che si sta concludendo?

Il bilancio è positivo. Siamo venuti in Italia per approfondire la conoscenza del sistema delle PMI e per prendere contatti per poterlo replicare nel Nagorno Karabakh: il Nord Italia ha una grande tradizione di piccola e media impresa, ed è un modello molto adatto alla nostra economia. Ci interessa anche collaborare in progetti per migliorare l’educazione e l’istruzione professionale nel nostro paese. Per entrambi gli obiettivi, abbiamo trovato interlocutori in Veneto e in Lombardia, specialmente in Brianza. Torniamo in patria dopo aver fatto una esperienza intensa e grande, che ci permetterà di approntare una piattaforma di collaborazione con l’Italia.

L’anno prossimo si terranno elezioni presidenziali nell’Artsakh. Che significato ha questo appuntamento politico?

Per ogni paese le elezioni sono un appuntamento di grande importanza. Non è certo la prima volta che i cittadini della repubblica sono chiamati alle urne, e in tutte le occasioni passate gli osservatori internazionali hanno potuto verificare che si è trattato di elezioni trasparenti, oneste e libere. Nel 2020 alzeremo ancora di più il livello di trasparenza democratica di tutto il processo elettorale.

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La musica di Komitas e l’Armenia (Doppiozzero 15.10.19)

A Yerevan si festeggiano i 150 anni dalla nascita di Komitas e gli sono dedicati concerti ovunque. Ho sentito la sua musica per la prima volta a Tbilisi una decina di anni fa e per una serie di coincidenze fortunate riuscimmo a portare a Venezia lo stesso quartetto qualche anno dopo, a Ca’ Rezzonico. Padre Komitas era un orfano (di madre a un anno, di padre a 11), che venne affidato presto alla chiesa Armena ad Echmiadzin, la città sacra della chiesa Armena. Lì vicino il re Tiridate era stato toccato da Gregorio l’armeno (l’illuminatore) che in questo modo aveva invertito la trasformazione del sovrano in cinghiale, iniziata dopo che aveva violentato alcune monache sfuggite a Diocleziano (la storia è ben descritta dallo storico Agatangelo, che parla di 40 suore, di cui Gayane  la badessa  e Hripsime sono quelle che vengono notate dal re e rifiutano la sua violenta voglia di possederle. Il re ordina allora che vengano torturate e uccise). Iniziò così la storia della chiesa Armena, con il primo Re cristiano convertito.

Komitas, il cui vero nome era Soghomon Gevorki Soghomonyan mentre Komitas Vardapet è il nome che assume quando diviene sacerdote, si fece notare per la bella voce, studiò anche a Berlino dove prese un dottorato in musicologia, in quella che oggi è la Humboldt, quindi tornò in Armenia e raccolse una grande quantità di canzoni popolari, come faceva in quegli anni anche Béla Bartók. Un bellissimo museo, curato con grande intelligenza da Vartan Karapetian, racconta la storia di questo personaggio straordinario. Grande trascrittore ma anche gradissimo musicista per conto proprio, ha scritto per pianoforte, pianoforte e voce, coro. Non so quanto di popolare sopravviva effettivamente nelle sue composizioni che sono spesso lievi, articolate e oscure. Si sente molto chiaramente, soprattutto nelle trascrizioni per quartetto o per orchestra, la sapienza musicale di chi ha studiato in Germania all’inizio del secolo. Sia quando scrive musica liturgica che nella musica profana ha una cifra precisa, malinconica, diretta.

 

Dopo essere tornato in Armenia si trasferisce a Istanbul dove mette insieme un coro di 300 elementi. Siamo nel 1910. A questo punto i giovani turchi, fallito il progetto di democratizzazione, hanno già iniziato da un anno la persecuzione degli armeni. Anche Komitas viene deportato (il 24 aprile viene arrestato. Il 25 mattina deportato alla prigione di Çankiri, il 9 maggio viene graziato, il 10 maggio rientra a Istanbul); viene salvato da due principi che non trovando più il proprio insegnante di musica, lo fanno cercare e lo ritrovano un paio di settimane dopo; intervengono anche due influenti scrittori turchi Emin Yurdakul Mehmet e Halide Edip Hanim oltre ai diplomatici americani; quelli europei, essendo ormai in guerra con l’impero ottomano, erano stati ritirati. Dietro le quinte però si muove anche il Principe Abdülmecid Efendi, pittore e presidente della società artistica.

Tragicamente segnato dal genocidio armeno, Komitas vivrà ancora una ventina d’anni ma senza più parlare, secondo alcuni per una malattia psichiatrica, per altri invece semplicemente per un voto del silenzio. Ha scritto magnificamente anche per una mezza soprano di cui era innamorato e amante, Marguerite Babayan, che lo convincerà a non lasciare la chiesa. Muore nel ’35, a Parigi.

Quello che oggi colpisce della musica di Komitas è che non è nata per intrattenere. Questa è la traccia fondamentale che resta della tradizione popolare in cui si immerse, e fa venire in mente quanto dice Montale in qualche intervista e nella breve poesia dedicata ad Asor Rosa. La poesia, e così la musica e in genere l’arte, non ha un scopo.  Semplicemente è. Come gli ossi di seppia che si raccolgono in spiaggia. Oppure non è, non è nulla. E così i nostri sentimenti e le nostre idee. Per questo l’atteggiamento ideologico di fronte all’arte, che questa debba servire un fine più ampio, che sia socialista o cristiano fa poca differenza, o quello commerciale, che cerca di realizzare il proprio valore nel successo, sono spesso mistificanti. Una canzoncina di bambini è una cosa, parla magari del canto di un uccello o di un gioco, così come il lamento di un amante tradito, ma non è possibile far esistere qualcosa per servire un fine che non sia qualcosa che esiste in sé.

Questo non significa l’arte per l’arte, non giustifica ripiegamenti estetizzanti su se stessi, ma piuttosto umilmente l’arte, che come tante altre cose semplicemente è nel mondo. Dove venti contrastanti, rivoluzioni, guerre, improvvisi sradicamenti, ma anche la primavera e i giovani innamorati, semplicemente ci sono.

Il genocidio è al centro della percezione che gli armeni hanno della propria identità politica, e separa le generazioni. Da un lato, come sanno tutti i lettori di Primo Levi, è ineludibile. La memoria dell’offesa è simmetrica al negazionismo. Ai miei studenti lo spiego in questo modo: se durante un esame io do un pugno a uno di loro e loro chiedono aiuto, è importante che vengano creduti. Immaginiamo che qualcuno da fuori dall’aula entri e chieda cos’è successo. Il mio studente denuncia il pugno e io nego che sia accaduto. A questo punto non è più il pugno, che non può essere disfatto, a contare. Piuttosto è il loro racconto e la relazione tra noi. Se io dico: nulla, questo studente stava facendo un brutto esame e si è inventato questa storia del pugno per mettermi nei guai e uscirne, i futuri rapporti di questo studente con me saranno segnati dalla paura. E anche quelli degli altri studenti che non sapendo se io sia davvero il tipo che dà pugni agli studenti quando vengono a ricevimento. La negazione dell’offesa diventa il nodo della nostra relazione. Questo è stato anche il nodo della vicenda di Brett Kavenaugh l’anno scorso. Un giudice sospettato di violenza sessuale mette chi gli è di fronte per essere giudicato in una posizione impossibile.

Opera di Mariam Harutyunyan.

Ma il genocidio armeno separa anche le generazioni. I giovani non vogliono sentirsi vittime della storia. Perché inevitabilmente, dove non si ottiene giustizia, si imposta la propria esistenza come una vita oppressa da una negazione. I rapporti con la Turchia, che ha chiuso i confini, il senso di essere circondati e minacciati, alla fine la stessa verità storica, per quanto accuratamente documentata, diviene un peso che a vent’anni gli studenti non vogliono mettersi sulle spalle. Sanno già tutti e comunque di essere un’isola di cristianità tra popolazioni musulmane; sono difficili i rapporti anche a nord, con i georgiani, che hanno un’altra varietà di cristianesimo. Una guida mi ha raccontato una barzelletta che sintetizza queste difficili vicinanze: un bambino chiede al nonno perché gli armeni non hanno mandato un uomo sulla luna? Il nonno risponde: se lo facessero i georgiani creperebbero di invidia, e se i georgiani crepassero di invidia gli armeni creperebbero di gioia, e alla fine gli azeri avrebbero tutta la terra.

Questo senso di essere un territorio e un’identità contesa segna l’Armenia come forse segnava anche gli stati europei prima dell’Europa. Vicini ostili minacciano la tua esistenza e quindi ci si afferma per differenza, raccontando se stessi a partire dalla condizione di vittima, o comunque rimarcando un lungo contenzioso e perché si è dalla parte della ragione. Un po’ come se raccontando i rapporti con i francesi i ragazzi italiani oggi partissero da Campoformio e avessero bene impresso i diversi motivi di rivalsa che abbiamo nei loro confronti. E così per austriaci, tedeschi, americani e via dicendo.  A questo punto non è più tanto importante la verità storica, nessuno mette in dubbio la veridicità storica delle morti dell’inizio del secolo scorso, ma che vengano assunte come fondamento di una identità nazionale.

Questo è un altro dei fatti interessanti in questa parte del mondo dove trent’anni fa è crollata l’URSS (al referendum per l’indipendenza ci fu il 99,51% dei voti per l’indipendenza, con un’affluenza del 95,05%). Soprattutto per noi europei e europeisti, che cerchiamo di attenuare i tratti dell’identità nazionale. Ci si sente un po’ in un mondo in cui i sovranisti hanno vinto. Identità religiosa che si identifica con identità politica, frontiere chiuse, una serie di rivendicazioni che quasi certamente dall’altra parte, in Azerbaijan o Turchia o Iran, troverebbero simmetriche rivendicazioni.

Viaggiando poi sugli altipiani meravigliosi dell’Armenia centrale, dove per millenni i mercanti segnavano tante vie della seta, ci si chiede che senso abbia per gli umani qualunque ricerca di identità. Se non siamo come il cielo e le aquile, i fiumi e le mandrie di bestiame, quel che è reale, come nelle arie popolari trascritte da Komitas, o quelle che magari ha creato lui, non è affatto una cultura nazionale ma piuttosto un tratto di umanità che, certo, ha sue caratteristiche anche locali, ma la cui esistenza non è definita da questo. Questione di prospettiva: ci dobbiamo chiedere se la differenza tra una lingua e un’altra non sia importante quanto la sua vicinanza, e il modo in cui le storie dei popoli si mescolano, si intrecciano, tra migrazioni e contaminazioni. Come al contrario nel tentativo di caratterizzare musica e letteratura come qualcosa di nazionale ci sia sempre un aspetto consolatorio e mistificante, quasi che ritagliandosi un pezzetto, un ambito, sia più possibile fare una carriera accademica o letteraria o musicale. Perché in questo modo i politici potranno fare appello alla nostra fondamentale mancanza di cittadinanza, al fatto che nessuno ha alcun diritto di essere qui piuttosto che lì, e la fortuna di essere nati lontani dalla guerra o da una siccità non è che un caso, che non ci distingue dagli altri animali, non ci rende migliori di nulla e nessuno.

È questo che pensavano i monaci che si rinchiudevano nei monasteri scavati nella roccia di Geghard  o Tatev? Sono chiese molto separate dalle comunità che hanno attorno, con una vocazione monastica simile a quella ortodossa. Anche l’arte con cui sono costruite, non pare ricadere nella società che le circonda e non pare nutrirsi di questa. Se Tiziano e Tintoretto dipingono dentro e fuori dalle chiese, santi e madonne ma anche politici e amanti, nelle chiese armene si sente la fortissima tensione all’isolamento, quasi una contrapposizione al mondo che gli è all’esterno. Un cristianesimo in cui il sacrificio dell’uomo è il dialogo con Dio, mentre per noi fa parte di una conversazione più aperta, che assorbe mitologie precedenti che restano parallele e forse sfrangiano la purezza teologica, ma rendono anche le figure della narrazione, non solo dei vangeli ma più in generale di quel che forse è cristiano e forse no, diffusa e impura.

Una delle ragioni per cui la musica di Komitas è così seducente è proprio perché intreccia una forte tensione privata e singolare verso Dio a una curiosità commossa per i tanti luoghi, dai canti dei bambini ai grandi e piccoli amori degli adulti, in cui le cose si svolgono e sono reali.

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Il Grande Male: la Turchia e gli armeni – Il primo genocidio del XX secolo (Focus 15.10.19)

ksor! Gridavano le donne. Questa parola – deportazione – suscitò in mia madre un urlo di disperazione. Lei sapeva. Era il luglio del 1915 e a ricordare è Varvar, che allora aveva 6 anni e che in seguito raccontò alla figlia, giornalista e scrittrice, la sua storia di sopravvissuta al genocidio degli armeni. Una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha finto di ignorare. Solamente allora, infatti, la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa 1 milione e mezzo di armeni – da parte dell’Impero ottomano – come il primo genocidio del XX secolo.

CAPRI ESPIATORI. Il Metz Yeghern (grande male), come lo chiamano gli armeni della diaspora, iniziò il 24 aprile 1915 con l’arresto di 2.345 persone nella sola Istanbul, poi giustiziate o deportate.

Impantanato nella Prima guerra mondiale, il plurisecolare Impero ottomano era al tramonto. Minacciata dalla Russia, Istanbul temeva l’alleanza dei circa 2 milioni di sudditi armeni (cristiani) con gli slavi ortodossi: al governo, i Giovani Turchi del Comitato di unione e progresso gettavano benzina sul fuoco del nazionalismo.

«La premessa del genocidio fu lo smembramento dell’Impero ottomano, che tra il 1878 e il 1918 perse l’85% del suo territorio e il 75% della popolazione», spiega lo storico e dissidente turco Taner Akçam – il primo studioso del suo Paese a parlare apertamente di genocidio. Per questo, nel 1976, è stato condannato a 10 anni di carcere: rifugiato prima in Germania, oggi insegna all’Università del Minnesota (Usa).

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Armenia: il memoriale del genocidio. | PAVEL L PHOTO AND VIDEO / SHUTTERSTOCK

Akçam, attraverso lunghe ricerche d’archivio, ha ricostruito come la Repubblica Turca, fondata nel 1923 sulle ceneri dell’impero da Mustafa Kemal “Atatürk” (cioè “Padre dei Turchi”), sia figlia anche della pulizia etnica. «Per costruire la nuova nazione, Kemal Atatürk si servì proprio degli organizzatori dello sterminio e di chi si era arricchito depredando gli armeni», spiega Akçam.

Era la fine della tolleranza ottomana, che, pur tra molte discriminazioni, aveva permesso per secoli la convivenza dei popoli più diversi, armeni compresi. Questi ultimi, però, erano “colpevoli” di rappresentare un’élite culturale ed economica, pur essendo una minoranza linguistica e religiosa. Il ritratto perfetto del capro espiatorio.

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Orfani armeni destinati alla deportazione (foto del 1920). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

INNOCENTI OGGI? COLPEVOLI DOMANI! Così, quel fatidico 24 aprile (commemorato ogni anno dagli armeni di tutto il mondo), dal ministero dell’Interno partì l’ordine: arrestare i notabili e gli intellettuali armeni. L’accusa era di alto tradimentoRistabilimento dell’ordine nella zona di guerra con misure militari, rese necessarie dalla connivenza con il nemico, il tradimento e il concorso armato della popolazione, così la burocrazia militare turca giustificò i massacri.

 

Quando l’ambasciatore americano Henry Morgenthau inviò una supplica in difesa degli armeni, questa fu la risposta del ministro dell’Interno ottomano, Ahmed Pascià Tal’at (poi assassinato da un “vendicatore armeno” nel 1921): «Ci è stato rimproverato di non fare alcuna distinzione tra gli armeni innocenti e quelli colpevoli; ma ciò non è possibile, per il fatto che coloro che oggi sono innocenti, potranno essere colpevoli domani». Per i nazionalisti si trattava di una “difesa preventiva”: gli armeni erano solo “microbi tubercolotici” da debellare, arricchitisi – dicevano i Giovani Turchi – sulle spalle dei “turchi onesti”.

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Immagini dallo sterminio degli armeni (foto del 1919). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

TRAGICA EFFICIENZA. Per ripulire più rapidamente il sacro suolo turco, per la prima volta nella Storia fu applicata la deportazione sistematica, fredda, scientifica, ordinata da un’apposita “legge di deportazione”. Un sistema affidato alla cosiddetta Organizzazione speciale, formata per lo più da criminali ed ex detenuti. La tragica efficienza dell’Organizzazione, secondo diversi studiosi, ispirò ai nazisti i metodi della “soluzione finale” contro gli ebrei. «Per la prima volta si fece ampio uso dei moderni sistemi di trasmissione delle informazioni (telegrafo) e di trasporto (ferrovia)», spiega lo storico francese Bernard Bruneteau nel suo libro Il secolo dei genocidi (il Mulino, 2006).

Gli armeni arruolati nell’esercito furono sommariamente passati per le armi. «In alcuni vilayet – le province armene – non si procedette nemmeno alla deportazione, bensì all’uccisione sul posto. Le vittime venivano legate e gettate nei fiumi due a due. Così, per intere settimane, l’Eufrate ne trascinò i cadaveri, che si accumulavano sui banchi di sabbia per finire poi in pasto ai cani e agli avvoltoi», racconta ancora Bruneteau.

Chi non veniva ucciso sul luogo moriva nelle marce forzate, per le privazioni e le malattie. Un esempio fra tanti: dei 18.000 partiti dalla cittadina di Sivas, solo 500 superstiti giunsero, stremati, ad Aleppo (oggi in Siria), dove convergevano i convogli dall’Anatolia, dalla Tracia, dall’Asia Minore e dalla Cilicia (Turchia meridionale); e appena 213 dei 5.000 armeni di Harput arrivarono a destinazione. «Alla fine dell’estate del 1915 in Anatolia non c’erano più armeni», afferma Bruneteau. Circa 300.000 di loro si erano rifugiati in Russia, dove nel 1920 nacque l’Armenia sovietica e nel 1991 l’attuale Repubblica Armena. Almeno un milione morirono nelle “marce della morte” e in seguito alle privazioni.

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Immagini dallo sterminio degli armeni (foto del 1919). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

 

SELEZIONE NATURALE. Aleppo divenne il teatro della seconda fase del genocidio: i campi di concentramento. Ancora oggi, gli archivi turchi della Direzione generale dei deportati sono inaccessibili: per fare luce su ciò che accadde in quei campi bisogna affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti, dei diplomatici e dei tecnici stranieri (soprattutto tedeschi) che lavoravano alla costruzione delle ferrovie dell’Impero ottomano. Emerge così il vero scopo dei campi: non quello di trasferire gli armeni fuori dal “sacro suolo” turco, bensì quello di affrettarne l’eliminazione.

«In tutto c’erano 870.000 persone distribuite in parecchie decine di campi improvvisati lungo il corso dell’Eufrate, per circa 200 chilometri», scrive Bruneteau. «La strategia adottata dai turchi consisteva innanzi tutto nel lasciare marcire per settimane i deportati nei campi di transito alla periferia di Aleppo, per poi spostarli da un campo di concentramento all’altro lungo l’Eufrate, fino alla fine di un processo di selezione naturale». Ammassati all’aperto, senza cibo né cure, morivano a migliaia. «Nel solo campo di Islayhié si calcola che fino alla primavera del 1916 siano morti di fame o di malattia in sessantamila.»

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Rifugiati armeni in un campo profughi (foto del 1920). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

Le donne, come la madre della piccola Varvar, furono quelle che soffrirono di più: “Le più belle sono vittime della lubricità dei loro carcerieri, mentre quelle brutte soccombono alle sevizie, alla fame, alla sete, poiché, stese vicino alle fonti d’acqua, non hanno il permesso di dissetarsi. Agli europei è vietato distribuire pane agli affamati”, si legge in una lettera inviata da quattro professori della scuola tedesca di Aleppo.

LA SOLITA INDIFFERENZA. Come in Cambogia negli Anni ’70, in Ruanda negli Anni ’90, in Sudan fino a tutt’oggi, e ancora con i Turchi all’assalto dell’enclave curda in Siria, il mondo stava a guardare.

«Una particolarità del genocidio del 1915», afferma Bruneteau, «è di essere stato perpetrato sotto gli occhi dei rappresentanti della comunità internazionale: osservatori neutrali (svizzeri, americani, danesi e svedesi) e funzionari civili e militari tedeschi e austriaci».

Anche se i rapporti e le testimonianze di questi osservatori permettevano di ricostruire, sostiene Bruneteau «l’intenzione omicida del governo», nessuno fermò la macchina dello sterminio.

L’unica cosa che poterono fare, soprattutto volontari americani ed esercito francese, fu, alla fine della guerra, raccogliere i profughi e accompagnarli con le navi in Grecia, in Libano, in Francia e anche in Italia. Era l’inizio della diaspora armena.

Nel 1923, con la nascita della Repubblica Turca, furono bloccati i processi chiesti dalla comunità internazionale; dopo la Seconda guerra mondiale la Turchia divenne un alleato strategico per l’Occidente, e il primo genocidio dell’età moderna entrò nell’oblio. Per ironia della Storia, il governo turco firmò persino la Convenzione sul genocidio dell’Onu del 1948, in base alla quale la Turchia fu poi condannata, nel 1984, dal Tribunale permanente dei popoli – una istituzione che non ha però alcun potere reale.

DISSIDENZA PERICOLOSA. Ancora oggi, in Turchia, l’argomento è tabù. Ufficialmente, quella armena fu una “rivolta” e le vittime non superarono le 300.000. Pochi turchi osano parlare apertamente di genocidio, anche perché l’articolo 301 del codice penale turco (introdotto nel 2005) punisce col carcere il reato di “offesa all’identità turca”.

Lo hanno fatto il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, incriminato e oggi costretto a vivere sotto protezione, la scrittrice Elif Shafak (poi prosciolta), Taner Akçam; ma anche il giornalista Hrant Dink, assassinato nel 2007. «La Turchia non ammette il genocidio perché quel crimine fu commesso dai “padri della patria”», spiega Akçam. «Molti membri del Comitato di unione e progresso ricoprirono posizioni importanti nella neonata Repubblica Turca. Riconoscere le loro responsabilità significa mettere in discussione l’ideologia nazionale turca e l’identità stessa della nazione», conclude lo storico dissidente. Ancora oggi, non sembra che la Turchia voglia fare i conti con il suo passato.

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Pillole – Oggi nel mondo gli armeni sono tra i 9 e i 10 milioni. Solo 3,5 milioni di loro vivono nella Repubblica Armena (nel Caucaso), nata dal crollo dell’Urss e indipendente dal 1991. Gli altri si trovano in Russia (oltre 1 milione e mezzo), in Francia, Stati Uniti, Grecia, Libano e altri Paesi, Italia compresa. Tra le comunità nate nel nostro Paese in seguito alla persecuzione turca, la più importante fu quella di Nor Arax (Nuova Armenia), alla periferia di Bari, dove negli Anni ’20 approdarono centinaia di profughi. Oggi la più numerosa è invece quella di Milano (oltre un migliaio di persone), dove nel 1958 fu costituita l’unica parrocchia italiana della Chiesa Armena. Gli armeni in Italia c’erano però anche prima del 1915: in Calabria furono deportati dai Bizantini fra il V e il X secolo; nel 1717, invece, la Serenissima donò l’isola di San Lazzaro, nella laguna di Venezia, all’abate cattolico armeno Pietro Mechitar, in fuga dal Peloponneso.

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Pillole – Circa 3.500 anni fa gli antenati degli armeni, le tribù Hayasa-Azzi, abitavano le alture dell’Anatolia, ma la lingua armena (e il popolo che la parlava), secondo alcuni studiosi, si sarebbe infatti differenziata dall’indoeuropeo oltre 8.000 anni fa. Il primo grande regno degli antichi armeni (che chiamavano loro stessi Hay) fu quello di Urartu, fondato intorno all’835 a.C. dal re Sarduri I. Fino al 585 a.C. dominò la regione del monte Ararat e del lago Van, nel cuore dell’attuale Turchia asiatica. I re della dinastia degli Orontidi, nel V secolo a.C., si allearono con i persiani, di cui diventarono potenti satrapi (governatori delle province, chiamate satrapie). Passata la dominazione romana, l’Armenia fu tra i primi regni a convertirsi al cristianesimo e il primo in assoluto ad adottare il nuovo credo come religione di Stato, nel 301.

 

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I Curdi, la Siria e l’Europa: ieri come oggi (Gariwo 14.10.19)

Dai villaggi del nord est della Siria un fiume umano si snoda nel deserto e si dirige a sud. Sessanta mila, centomila civili inermi fuggono. Il numero è destinato a crescere. Prima i bombardamenti, poi l’artiglieria e infine l’invasione di terra. “Sorgente di pace” , amara ironia nel nome dato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’invasione militare annunciata qualche tempo fa in sede ONU. Obiettivo: creare una zona cuscinetto, una safe zone, eliminare i “terroristi curdi”, trasportare al loro posto i profughi siriani. Obiettivo mascherato, riprendersi terre appartenenti all’impero ottomano sconfitto 100 anni fa.

Nel passato mi sono recato da Aleppo a Ras Al Ayn, a Raqqa, a Deir es Zor lungo il fiume Eufrate a cercare le ossa rimaste degli armeni nei campi di concentramento e di sterminio. In noi armeni ritornano i fantasmi del passato, alle immagini dell’esodo di oggi si sovrappongono le immagini scattate da Armin Wegner: donne, anziani, bambini, le marce della morte nel deserto di Der es Zor. Un milione e mezzo di armeni sterminati nel 1915. La popolazione curda nell’area è di due milioni e mezzo. Che cosa accadrà se non si agisce? Mentre si permette che un Paese invada un Paese sovrano, il segretario della Nato Jens Stoltenberg, si augura che l’operazione sia “proporzionata e misurata”, il consiglio di sicurezza dell’ONU non giunge ad una dichiarazione comune, l’Europa si limita a sanzioni economiche e al blocco delle forniture di armi. Oggi come 100 anni fa i popoli civili prediligono l’“indifferenza”, la parola più potente di Liliana Segre, per descrivere la violenza oscena dell’uomo sull’uomo. L’Europa che su proposta di Gariwo ha istituito la Giornata europea dei Giusti, ha fatto oggi sentire la sua voce di fronte all’uccisione barbara dell’attivista curda Hevrin Khalaf, protettrice dei deboli che si batteva per i diritti delle donne e per la coesistenza pacifica tra curdi, cristiani e arabi. È stata violentata e lapidata dalle milizie mercenarie di Ankara. Era un ingegnere di 35 anni, apprezzata da tutte le comunità e conosciuta anche all’estero. Auspico che alla voce di Davide Sassoli si uniscano tutte le voci degli Stati europei e del mondo.

Vittorio Emanuele Parsi intitola il suo articolo di fondo nel quotidiano Avvenire del 12 ottobre, “I balbettii degli ignavi”. Mai riflessione più calzante per esplicitare l’ipocrisia dell’Europa sulla pulizia etnica del popolo curdo ad opera del governo di Ankara. I turchi arriveranno a Vienna per la seconda volta? Probabilmente si, ma non saranno armati, non ce ne sarà bisogno. L’Unione Europea si sarà dissolta, colpita al cuore dal problema migratorio affrontato con un cedimento morale di gravità inaudita: abbiamo pagato Erdogan affinché rinchiudesse nei campi gli esuli siriani, e oggi rinunciamo ai nostri principi fondativi se non riusciremo a fermare il secondo genocidio dell’area mediorientale, quello dei curdi. Su questa strada l’Europa sceglierà non il suicidio violento, ma l’eutanasia.

Il confine turco siriano è l’area dove la resistenza del popolo curdo si è manifestata in modo esemplare, ha visto uomini e donne impegnati a fronteggiare l’Isis garantendo in Europa una tregua dagli attacchi dei terroristi.

Quello che avrebbe dovuto essere il Kurdistan siriano, il Rojava, ha sperimentato l’autodeterminazione e una realtà di convivenza democratica e di pluralismo politico, come recita la Carta di Rojava: “Noi popoli delle regioni autonome ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione… La Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale”. Come può oggi l’Europa dimenticare i giorni di resistenza a Kobane? Come può accettare il ricatto di Erdogan? Che cosa rimarrà dell’Unione Europea se viene meno la civiltà giuridica che si fonda, tra gli altri, sul principio del diritto di asilo per i perseguitati e sull’impegno di reagire ad ogni sopraffazione del forte sul debole? Non basta esprimere a parole la solidarietà al popolo curdo e piangere sulle vittime di una invasione “ingiusta”.

L’Europa rinata dalle macerie della Seconda guerra mondiale che ha garantito per anni pace e progresso ai popoli dell’Unione, può crollare proprio a causa del “balbettio degli ignavi” che confligge con il principio di assunzione di responsabilità. Non reagire di fronte all’invasione turca del territorio siriano, rinunciando a difendere chi ha bisogno di essere difeso, significa per l’Europa venir meno ai suoi valori fondativi. Per ragioni di geopolitica non si vede la necessità di porre mano ad un intervento umanitario, come quello in Kosovo dove l’Europa aveva di fronte un “nemico” debole. Ma questa cecità dettata dalla paura può avere costi alti.

Se la Turchia non avesse sterminato gli armeni e non avesse espulso i greci avrebbe potuto essere uno degli Stati fondatori della Unione Europea e se oggi concedesse larga autonomia ai suoi cittadini curdi sarebbe accettata nell’Unione Europea.

È giunto a mio avviso il tempo di fare entrare Israele nell’Unione Europea, un baluardo verso le pressioni dall’est sempre più frequenti.

Gariwo è impegnata da anni a diffondere il principio di responsabilità etica. La crisi politica che stiamo vivendo oggi impegna ad assumere a tutti i livelli il principio di responsabilità globale. Nella capacità di scegliere si gioca la libertà degli esseri umani.

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Siria: testimonianze da Qamishli dove i cristiani hanno scelto di restare (SIR 14.10.119)

Da Qamishli, la città siriana al confine con la Turchia, teatro degli scontri tra forze curde e esercito turco, parla il parroco armeno-cattolico, padre Antonio Ayvazian. In corso un esodo di almeno 130mila profughi dai villaggi al confine con la Turchia. Nativo di  Qamishli è anche il rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma, padre Nareg Naamo, che lancia un monito, “la popolazione vuole tornare a vivere senza paura di attacchi e attentati” e ringrazia Papa Francesco per le parole rivolte ieri alla “martoriata e amata Siria”

“Il mio pensiero va ancora una volta all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane”. Sono arrivate anche a Qamishli, la città siriana al confine con la Turchia dove in questi giorni sono in corso scontri tra forze curde e esercito turco, le parole di Papa Francesco ieri all’Angelus.

“Sono parole che ci danno un grande conforto” dice al Sir padre Nareg Naamo, rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma. Il sacerdote armeno-cattolico è originario di Qamishli dove vive la madre con il resto della sua famiglia e per questo in costante contatto con la Siria. E dal confine con la Turchia arrivano notizie di “movimenti delle truppe regolari siriane che stanno prendendo posizione lungo le postazioni lasciate dalle forze curde dopo l’accordo con Damasco”. Le colonne militari del presidente Assad sono entrate a Tell Tamer, a 35 km dal confine con la Turchia e puntano a raggiungere Kobane, simbolo della resistenza curda all’Isis, e Manbij, due città nelle mire anche di Erdogan che da quelle parti vuole far passare la sua “zona cuscinetto”. L’esercito siriano, inoltre, è a poche decine di chilometri da Raqqa, già capitale dello Stato islamico.

“La popolazione vuole tornare a vivere senza paura di attacchi e attentati”.

“Le scuole sia pubbliche sia private come quelle cristiane a Qamishli hanno ripreso le lezioni. Vogliamo la pace e le parole del Papa ci donano tanto conforto e non ci fanno sentire abbandonati”, sottolinea padre Naamo che rivendica con orgoglio la presenza cristiana anche lungo questo confine martellato da bombe e razzi. Oggi da Bruxelles i ministri degli Esteri dei Paesi membri hanno lanciato un ultimatum ad Ankara minacciando lo stop alle esportazioni di armi come richiesto da Italia, Germania e Francia. “L’unico modo per fermare questa guerra è, come ribadito dal Pontefice, impegnarsi ‘con sincerità, con onestà e trasparenza’ sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci. Chissà se le potenze militari sapranno farne tesoro”.

Ma nella terra di san Paolo la speranza non viene mai meno, come ricorda da Qamishli il parroco della comunità armeno-cattolica locale (dell’Alta Mesopotamia e della Siria del Nord), padre Antonio Ayvazian: “Nei giorni scorsi abbiamo subito scambi di artiglieria tra i curdi che hanno colpito villaggi oltre il confine e le forze dell’esercito turco che hanno risposto provocando la morte di una famiglia cristiana di rito siriaco-ortodosso, madre e tre figli. I turchi hanno poi colpito e messo fuori uso un grande forno nel quartiere ovest della città ma in 24 ore la produzione è stata ripristinata”. In città la situazione è di calma apparente dopo che, spiega il parroco, “le forze curde hanno consegnato le loro postazioni militari all’esercito regolare siriano che ha così oltrepassato il fiume Eufrate. I soldati hanno potuto prendere il controllo anche delle posizioni sul terreno occupate dalla Coalizione anti Isis guidata dagli Usa. Ora la Turchia ha davanti a sé l’esercito siriano e non gruppi armati curdi. Speriamo che non si vada oltre”. Ma c’è una emergenza umanitaria cui bisogna fare fronte:

“Nelle città e nei villaggi situati sulla linea di confine – dichiara don Ayvazian – si è verificato un grande esodo di abitanti e molti sono rimasti praticamente disabitati. Tantissime persone si sono dirette qui a Qamishli dove il Governo ha aperto scuole e strutture pubbliche per dare loro un ricovero. Al momento si stima in almeno 130mila il numero di sfollati dal confine che vanno ad aggiungersi a quelli già arrivati da tempo da Raqqa e Deir ez Zor”.

Secondo l’Onu il numero degli sfollati potrebbe aumentare sino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita da questa nuova crisi.

“Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è dare un tetto ai rifugiati, assistenza umanitaria e sanitaria”,

spiega il parroco armeno-cattolico, che aggiunge: “Riceviamo aiuti da Unicef, Fao, Oms e da altre agenzie umanitarie internazionali ma nessuno si aspettava un flusso così grande di profughi e rifugiati. Da parte nostra tutte le riserve di cibo che avevamo in episcopio le abbiamo date per sostenere i più vulnerabili, anziani, donne in attesa e bambini. Negli ospedali, poi, ci sono tanti feriti da accudire, oltre alle vittime”.

Ma c’è un soffio di speranza. “La popolazione appare più tranquilla ora che è arrivato l’esercito. Tantissime persone sono scese in strada per accogliere i soldati e per fare festa”, racconta don Ayvazian che rivela: “Nei giorni scorsi l’ambasciata armena a Damasco ha informato gli armeni con doppio passaporto della possibilità di lasciare la Siria. In una riunione di tutte le fedi e denominazione cristiane della nostra zona abbiamo deciso di restare. Siamo cittadini siriani e vogliamo restare qui, non ce ne andremo via”.

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Turchia, Erdogan segue lo schema del passato. E la colpa è anche di chi lo lascia fare (Ilfattoquotidiano 14.10.19)

La “profondità strategica” di Recep Tayyip Erdogan segue (impunita) lo schema del passato: è pulizia etnica. Oggi la spada del Sultano è puntata contro i curdi, gli unici ad aver combattuto davvero lo Stato Islamico, dopo la retromarcia di Donald Trump che ha lasciato campo libero alle milizie turche. Ma ieri le armi ottomane si sono strette attorno al collo di armeni, ciprioti e greci del Ponto, sempre seguendo la stessa linea: quella del genocidio, quella della repressione violenta e barbara, quella di una vera e propria pulizia etnica.

Come contro i greci del Ponto dopo i massacri di Smirne, contro gli armeni abbandonati anche dal resto del mondo e contro i ciprioti dopo che l’isola fu invasa da 50mila militari turchi, a seguito del tentato golpe di Atene. Quei militari sono ancora nella Katekomena, la parte settentrionale di Cipro. E non se ne vanno.

Dopo la Prima Guerra Mondiale e fino al 1923, almeno 500mila greci (ma c’è chi li stima in più di 5 milioni) vennero trucidati tra omicidi, impiccagioni, fino a stenti e malattie. Una delle mani più efferate fu quella di Ismail Enver, anche consulente per l’esercito tedesco: testimoniò che il ministro turco della Difesa riferì nel 1915 che voleva “risolvere il problema greco allo stesso modo in cui pensava di aver risolto il problema armeno”.

Molti Paesi hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio, prima tra tutte la Grecia nel 1994, seguita da Austria, Canada, Australia, Armenia e anche da alcuni stati Usa, come Carolina del sud, New Jersey, Florida, Massachusetts, Pennsylvania e le città di New York e Cleveland, ma poi le risoluzioni non sono state recepite a livello federale. Ma in Turchia chi usa quel termine rischia la pelle: anzi, il ministero degli Esteri turco ha chiesto al Parlamento greco che ha istituito la giornata del ricordo di scusarsi con il popolo turco per i massacri perpetrati in Anatolia.

Genocidio fu anche a Cipro, dove nel 1974 la Turchia ha bombardato l’isola occupandone la metà settentrionale, nel silenzio delle istituzioni. Quando nel 2004 i ciprioti furono chiamati a decidere sul piano Annan di possibile riunificazione con un referendum, votarono no perché dietro quel piano c’erano sospetti e ombre. I sussurri di quei giorni citavano anche un’isola che si dice fosse stata donata presumibilmente al figlio di Kofi Annan, numero uno dell’Onu che fu regista di quel tentativo, su cui però nulla più si è saputo. Ma il piano fu bocciato da Nicosia perché solo a favore dei turchi, con un trasferimento di ricchezza e risorse dal lato greco a quello turco.

Fatti, ricostruzioni oggettive, con nomi e volti di chi è stato massacrato. Ma nonostante ciò c’è chi ancora nega il sangue versato. Un po’come accadeva negli anni 50, quando si negava l’Olocausto. Ci sono voluti anni, testimonianze, tonnellate di libri e film per raccontare al mondo la barbarie nazista. Ma se ieri la tecnologia non poteva essere di aiuto a chi faceva carte false per nascondere quei crimini, oggi che tutto è visibile e protofanico. Spiace che una buona fetta del mondo giri la testa dall’altro lato. Nato e Casa Bianca in testa.

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Siria, sacerdote armeno cattolico: le grandi potenze facciano pressione su Ankara (Vaticanews 14.10.19)

Intervista a monsignor Antranik Ayvazian, sacerdote armeno cattolico che opera tra Hassaké e Qamishli. Mentre prosegue l’operazione militare turca nel nord-est della Siria, chi scappa dalla zona dei combattimenti – spiega – ha bisogno di cibo, vestiti, materassi, coperte, perché è in arrivo la stagione fredda. Ad aggravare la situazione, la fuga di centinaia di jihadisti

Giada Aquilino – Città del Vaticano

L’Unione Europea “condanna l’azione militare della Turchia che mina seriamente la stabilità e la sicurezza di tutta la regione”. Queste le conclusioni del Consiglio degli Affari Esteri a Lussemburgo, in cui si sancisce anche “l’impegno degli Stati a posizioni nazionali forti rispetto alla politica di export delle armi” verso Ankara. Richiesto inoltre un “incontro ministeriale della coalizione internazionale contro Daesh”. Ciò che “possiamo fare è esercitare tutta la pressione possibile per porre fine all’azione” turca, aveva detto a inizio lavori il capo della diplomazia spagnola Josep Borrell, futuro Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. Circa un embargo dei Paesi membri alle esportazioni di armi verso la Turchia, Borrell aveva spiegato come fosse “difficile raggiungere accordi unanimi”, perché prevalgono intese “Paese per Paese”.

Profughi e assistenza umanitaria

Sul terreno, i curdi siriani hanno annunciato un accordo con il regime di Bashar al-Assad per il dispiegamento dell’esercito nelle zone di combattimento, al fine di impedire l’avanzata turca.

La testimonianza

L’assistenza che è stata fornita finora “è abbastanza”, ma “nei giorni prossimi quando arriveranno altre persone non sappiamo se basterà, sicuramenti ci sarà bisogno di altri aiuti” spiega a Vatican News monsignor Antranik Ayvazian, sacerdote armeno cattolico del nord-est della Siria, responsabile della comunità armena cattolica locale, che opera tra Hassaké e Qamishli.

L’intervista a monsignor Antranik Ayvazian

R. – La gente del nord-est aveva saputo dell’invasione prima che questa iniziasse (mercoledì scorso, ndr) e aveva quindi lasciato le case, prendendo solo il necessario per sopravvivere. L’indomani, il giovedì, purtroppo i nostri figli curdi hanno sparato sul confine e c’è stata una risposta che ha colpito un quartiere cristiano: una famiglia cristiana, siriaca, la mamma e tre figli sono rimasti uccisi. Adesso c’è un’ondata di profughi diretta verso Hassaké e Qamishli.

Come sono accolti i profughi in arrivo in quelle zone?

R. – Sono accolti nelle scuole che appartengono allo Stato e anche noi, come Chiese cattoliche e ortodosse, abbiamo aperto i nostri istituti. Ieri dai nostri depositi, in collaborazione con l’Unicef e altre organizzazioni internazionali, abbiamo mandato biscotti ricchi di vitamine per i bambini e per le donne incinte. Abbiamo mandato tutto ciò che avevamo per dare aiuto a questa gente.

L’Onu ha lanciato un allarme per i prossimi giorni, per le persone che avranno bisogno di assistenza umanitaria…

R. – L’Onu era già presente lì, sul posto. Finora si era parlato di almeno 130 mila persone. Quello che hanno fatto è abbastanza per ora, ma nei giorni prossimi quando arriveranno altre persone non sappiamo se basterà, sicuramenti ci sarà bisogno di altri aiuti. Al momento, abbiamo accolto tutti nelle scuole, nelle chiese, attraverso un coordinamento tra le Nazioni Unite e gli organismi locali.

Cosa raccontano queste persone che arrivano?

R. – Raccontano la paura. C’è un clima di paura terribile anche nelle città. Ad esempio, a Qamishli, hanno chiesto se casomai si dovesse lasciare la città ed andare via perché siamo a poche centinaia di metri dal confine tra Siria e Turchia! Noi abbiamo incoraggiato la gente, abbiamo detto di non aver paura. Da ieri l’esercito siriano ha oltrepassato il fiume Eufrate: questa mattina era solo a 23 km dal confine.

Ci sono notizie di fuga di miliziani dell’Is, almeno 800. Sono notizie confermate?

R. – Gli americani hanno lasciato sette basi nella regione. In una di queste, c’era una prigione dove avevano messo centinaia per non dire migliaia di affiliati all’Is: circa 870 sono fuggiti. Poi, al confine con l’Iraq, dove i profughi che oltrepassano la frontiera sono almeno in 70 mila, anche lì la gente fugge, soprattutto donne jihadiste.

Si assiste ad un mosaico di forze diverse in campo…

R. – Ci sono anche francesi, britannici, polacchi, c’è di tutto! Questo Paese è stato configurato come senza sovranità.

Il Papa all’Angelus ha pregato per le popolazioni locali, tra cui molte famiglie cristiane. Ha invocato un dialogo sincero, onesto e trasparente per la Siria. È possibile?

R.- Sì, quando non c’è interferenza straniera. Ma se le grandi potenze prendessero una decisone molto diretta verso il potere ad Ankara affinché lasciasse il Paese, io dico che non ci sarebbero più problemi nella regione.

Proprio di fronte a questo flusso di persone che arriva verso Hassaké e Qamishli, di fronte alle vittime, qual è la cosa più urgente che serve alla popolazione locale?

R. – Per ora un alloggio e il necessario per vivere. Poi vedremo. Adesso cibo, vestiti, materassi, coperte, perché arriva l’inverno. Questo è ciò che è necessario e speriamo che tutto questo non duri a lungo.

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Ani, metropoli tra Turchia e Armenia (Giornale di Sicilia 14.10.19)

Viaggi

© ANSA

ANI (TURCHIA) – “Lasciatemi vedere Ani prima di morire”, chiedeva in una delle sue opere più famose Hovhannez Shiraz, il poeta del popolo armeno. Le rovine di Ani, capitale dell’impero bagratide (l’antica Armenia) dopo un millennio resistono pochi metri oltre il confine ma non sono raggiungibili: la frontiera tra Turchia e Armenia è ancora chiusa e anche i flebili sforzi diplomatici degli anni scorsi sembrano essersi arenati. È la conseguenza più concreta del genocidio armeno di un secolo fa, quando i turchi deportarono a morte dall’est dell’Anatolia oltre un milione di persone. Anche il padre di Hovhannez fu ucciso dai turchi, nel 1920, durante la guerra di invasione dell’Armenia. E così Ani, il simbolo della grandezza armena, per decenni è rimasta dimenticata nella desolata steppa della Turchia orientale. Un sito archeologico di importanza straordinaria, che in silenzio ha combattuto contro l’oblio, mantenendo in piedi i suoi monumenti più importanti. Nel 2016 è arrivata la possibile svolta: Ani, “la città delle 1.001 chiese”, “la culla della civiltà”, “la città del mondo”, a seconda del soprannome che si preferisce, è stata inserita nella lista dei patrimoni Unesco per l’umanità. Il risultato è un boom di visitatori e turisti.
Nei primi sei mesi del 2019 sono arrivati in 70mila, in un trend in continua crescita: sono numeri importanti perché arrivare fino al confine con l’Armenia, a 50 chilometri dalla prima città degna di questo nome – Kars – non è per tutti, ma regala un’esperienza indimenticabile.
Ani sorge sull’ultimo lembo di terra turco e una parte degli scavi sconfina in territorio armeno (i due Stati sono divisi solo da un fiume). Intorno, in sostanza, non c’è nulla. La steppa è una pianura senza fine, interrotta da piccoli villaggi, campi coltivati, mandrie di mucche e soprattutto oche, la specialità del menu del luogo, che passano la giornata attraversando la strada. Via che si interrompe di fronte alle mura della città, ricostruite e decisamente poco affascinanti.
Dietro, però, si apre una visione così insolita che non può lasciare indifferenti. Ani, un insediamento antico tremila anni, ha attraversato almeno una decina di imperi e ha vissuto il suo periodo più felice durante il periodo armeno, tra il 961 e il 1046, e quello bizantino (1046-1064), prima di cadere in mano araba. La città era una tappa fondamentale sulla via della Seta e proprio il mutare degli itinerari ne determinò il declino in un paio di secoli. Da allora la città è rimasta immutata. E così dietro le mura, a distanza di centinaia di metri l’una dall’altra, sono rimasti in piedi i monumenti di una capitale che doveva essere immensa e brulicante di persone (gli abitanti superarono quota 100mila).
Le chiese armene sono le più affascinanti. La cattedrale, disegnata da Trdat, il più importante architetto armeno dell’epoca, e conclusa nel 1001, con la sua affascinante cupola crollata che dà verso il cielo. La chiesa di san Gregorio, dove le decorazioni sembrano essere state completate ieri e gli affreschi raccontano la vita dei santi cari alla chiesa ortodossa. E soprattutto, la chiesa del Redentore, che è diventata il simbolo della città: datata 1035, la sua forma circolare, con otto absidi all’interno, la rende assolutamente unica e indimenticabile. Nel 1955 un fulmine l’ha aperta in due, facendone crollare una metà, mostrando la fragilità di questo sito che da mille anni convive, e resiste, all’avanzare della natura e del tempo.

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