Armenia: protesta a Erevan e in 12 città contro premier Pashinyan (Agenzia nova 01.06.19)
(Res)
Lucca si appresta a ricordare San Davino, un santo, pellegrino, proveniente dall’Armenia e morto a Lucca il 3 giugno del 1050: di san Davino è custodito il corpo incorrotto e oggetto di venerazione nella chiesa di S. Michele in Foro. In occasione della Festa di questo santo, il 3 giugno, varie sono le proposte religiose e culturali (sarà ospite anche Moni Ovadia). Poi viene proposto un segno di solidarietà.
La Comunità parrocchiale del Centro Storico di Lucca, in una nota ricorda: “Davino arriva nella Lucca medioevale dell’XI secolo e qui, accolto e curato, si mette al servizio dei poveri presso un antico ospedale. Il 3 giugno Davino muore e la sua fama di santità si diffonde rapidamente tanto che già verso la fine dell’XI secolo viene canonizzato. Si tratta di un santo della carità, di un santo pellegrino ma è anche l’icona di una reciproca accoglienza che in tempi assai remoti contraddistingueva Lucca. Quest’anno, in seguito ad una serie di ricerche fatte sul corpo di san Davino e che stanno rivelando particolari sconosciuti ed interessanti di questa figura, desideriamo sottolineare maggiormente questo personaggio che dal lontano Medioevo ci porta un messaggio importante di civiltà, spiritualità, amore ed accoglienza. Proprio per sottolineare e valorizzare all’oggi questa figura di santità quest’anno ci saranno diversi momenti ed iniziative su vari versanti (culturale, storico, spirituale, biblico…) – oltre che momenti liturgici – che riguardano san Davino ma soprattutto hanno a che vedere con la nostra vita e con l’impegno di fede e di umanità che ci interpella tutti“.
Tra gli appuntamenti religiosi c’è la messa solenne presieduta dall’arcivescovo Paolo Giulietti alle ore 18 di lunedì 3 giugno nella chiesa di S. Michele in Foro. In questa occasione saranno presenti il Legato Patriarcale della Chiesa apostolica armena in Europa e l’Ambasciatore della Repubblica Armena presso la Santa Sede.
Tra quelli culturali spicca l’evento conclusivo del 14 giugno quando sarà a Lucca, sempre in S. Michele, l’attore e scrittore Moni Ovadia.
L’iniziativa di solidarietà che la comunità parrocchiale del Centro Storico di Lucca propone, è il sostegno al progetto “Tessere per Essere” promosso dal’Associazione “Famiglia Insieme Onlus”. Questo progetto si inserisce nella campagna governativa armena di lotta alla povertà e nella linea della partecipazione delle donne beneficiarie alla creazione di un’iniziativa di sviluppo locale, mediante i modelli dell’economia sociale e solidale. La manifestazione si tiene nella chiesa di san Michele, dove sarà possibile conoscere e cooperare al progetto con l’acquisto di manufatti e tessuti realizzati dalle donne di Yerevan ,che partecipano al progetto “Tessere per Essere”.
Per maggiori informazioni contattare la Parrocchia del Centro Storico di Lucca, Piazza San Pierino, 11 Tel. 0583 53576 Email: segreteria@luccatranoi.it
chiesa di s. Michele in Foro celebrazione eucaristica. Verrà eseguito il Mottetto in onore di san Davino del Maestro Guido Masini.
chiesa di s. Michele in Foro ore 10 celebrazione eucaristica; ore 18 celebrazione eucaristica presieduta da mons. PAOLO GIULIETTI, arcivescovo di Lucca, saranno presenti il Legato Patriarcale della Chiesa apostolica armena in Europa e l’Ambasciatore della Repubblica Armena presso la Santa Sede. Verrà eseguito il Mottetto in onore di san Davino del Maestro Guido Masini.
ore 18, chiesa di san Michele, Lectio Divina a cura di Padre Bernardo di san Miniato al Monte, in occasione del Meeting Internazionale delle Misericordie a Lucca.
ore 21 chiesa di s. Michele in Foro: concerto del “Canticum Novum Gospel Choir” insieme al Gruppo Americano “Hand Bells”, orchestra di oltre 50 campane. Ingresso Libero.
Ore 17.30 nella chiesa di S. Michele in Foro il prof. Gino Fornaciari dell’Università di Pisa interviene su “Gli ultimi risultati dell’analisi paleo-antropologica sul corpo di s.Davino”, poi sarà la volta del prof. Giovanni Macchia membro dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti su “Le Vie Medioevali al tempo di san Davino, dalla via Francigena alla via della Seta”.
ore12, chiesa di s. Michele in Foro, presentazione del restauro integrale del “Pulpito” della chiesa di san Michele a cura del dott. Paolo Cecchettini.
ore 21, nella chiesa di san Michele in Foro, “Dialogo sulla cultura dell’accoglienza: sulle orme di papa Francesco per trovare un nuovo lessico di umanità”, introduce il giornalista Raffaele Luise, interviene l’attore e scrittore Moni Ovadia.
Immersi tra luoghi ricchi di storia e ampi spazi naturalistici. Gli studenti dell’indirizzo turistico dell’Istituto Vanoni continuano il progetto “Viaggi diversi”. Nuova meta? Il Caucaso, ai confini tra Europa e Asia. Dopo i viaggi e reportage degli scorsi anni, tra cui il Marocco la Grecia e la Spagna, gli allievi della 3D e 3E si trasformeranno ancora in guide turistiche per i professori, i loro stessi compagni e i lettori di Mbnews.
Durante il tour, già preannunciato dal nostro giornale, saranno 5 le tappe che si raggiungeranno: Yerevan, Lago di Sevan, Parco nazionale di Dilijan, Kazbegi e Tbilisi. Partiti il 24 maggio, gli studenti attraverseranno così le due repubbliche della Transcaucasia, l’Armenia e la Georgia. L’iniziativa, che durerà fino al 31 maggio, non sarà solo un viaggio culturale ma una vera esperienza di alternanza scuola-lavoro, organizzata in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, che sarà ente esterno per la certificazione.
Per godere delle bellezze del territorio e comprendere la storia del popolo, la partenza è stata preceduta da mesi di studio e approfondimento della cultura dello stato visitato. Per questo progetto gli studenti, come da veri tour operator, dovranno infatti occuparsi di aggiornare il sito, pubblicare contenuti sulle pagine Facebook , Instagram e il canale YouTube. Grazie alle idee proposte dagli insegnanti e all’impegno dei ragazzi nel raccontare le loro avventure, “Viaggi diversi” ha ricevuto il patrocinio del Touring Club Italiano.
Le giovani guide turistiche non saranno sole, all’iniziativa parteciperanno i docenti referenti del progetto, la professoressa di Storia dell’Arte Marilena Scarpino e il professore di Geografia Alfio Sironi. Presenti anche la Dirigente Scolastica, Elena Centemero, e l’esperto di foto e videomaking Oscar Bede.
Alle 4:00 di mattina ci imbarchiamo per Kiev, la capitale ucraina in cui sosteremo per mezza giornata prima di ripartire alla volta di Yerevan e dell’Armenia, la prima meta del nostro itinerario. Il programma prevede la visita del centro storico e un rientro all’aeroporto nel tardo pomeriggio, ma la giornata non sembra partire bene: le comunicazioni con il popolo ucraino risultano complesse, difficilmente incontriamo qualcuno che capisca l’inglese e la nostra scarsa conoscenza del cirillico ci conduce sul mezzo sbagliato. Ci ritroviamo così su un lentissimo treno che credevamo facesse più fermate e che invece ci porta lontano dal centro storico della città. Non importa, non ci demoralizziamo. Continuiamo col sorriso e decidiamo di procedere a piedi.
La cattedrale di Santa Sofia ci accoglie scintillante con le sue maestose cupole d’oro e la nostra guida del giorno, Sophie, ci spiega che siamo di fronte all’edificio religioso più importante di Kiev, commissionato da Yaroslav il saggio nel 1037 e utilizzato come luogo di sepoltura dello stesso fondatore. Il suo stile è un raro esempio di architettura bizantina, costruita sul modello in scala ridotta della Cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli.

Il viaggio continua. Procediamo per tentativi, faticando a destreggiarci nell’uso di mappe e incomprensibili indicazioni. Orientarsi ci sembra complicato in questa città in cui non disponiamo di internet e gps.
Piazza Maidan ci colpisce per la vastità dei suoi spazi architettonici. Luogo di note manifestazioni e proteste nella storia del popolo ucraino come la rivoluzione arancione del 2004 e le proteste antigovernative del 2014, il Campo dell’Indipendenza è il frutto di un rifacimento urbanistico dei primi decenni del XX secolo.

Dopo un veloce pranzo in piazza ci incamminiamo verso il Monastero delle Grotte. Gli spazi a Kiev ci sembrano infiniti e raggiungere la prossima meta ci porta via molto più tempo del previsto.
La collina di Pecherska Lavra ospita uno dei centri culturali e religiosi più importanti del mondo ortodosso. Su di essa sorge un enorme complesso monastico che, secondo la leggenda, è sorto spontaneamente nel X secolo ad opera del monaco Antonio il Venerabile. Questi, spinto dal desiderio di vivere in solitudine e meditazione, si recò in questo luogo isolato e cominciò a scavare delle grotte in cui man mano arrivarono molti monaci e pellegrini che nel tempo le trasformarono nel centro spirituale più importante della città. Marika ci racconta che il Lavra nei secoli si dotò della prima pressa da stampa dell’Ucraina centro-orientale, favorendo una produzione tale di testi e manoscritti di pregio che contribuirono alla formazione della prima università dell’Europa dell’est, quella di Kiev.
Nel pomeriggio ormai inoltrato ci accorgiamo che raggiungere l’aeroporto sarà più difficile del previsto. L’ora di punta e le distanze impreviste ci conducono molto lentamente, forse troppo lentamente, con una margine di soli dieci minuti di anticipo, a quello che scopriamo essere l’unico treno che ci riporterà all’aeroporto. L’imprevisto fa da padrone in questa strana giornata di mezzo. Per miracolo la preside e i docenti riescono ad acquistare i biglietti mentre noi, gesticolando, preghiamo il conduttore di attenderci un pochino. Sfoderiamo sorrisi, planiamo a braccia aperte sulla banchina indicando il cielo, finché sul fischio del treno li vediamo in corsa verso di noi. Biglietti alla mano ci indicano urlando di salire, e noi saliamo spintonando la folla.
Sventato il pericolo di perdere l’aereo, ci accasciamo stanchi ma entusiasti sugli zaini gettati a terra. La stanchezza ormai impera nel gruppo. Gli sguardi si spengono. È ora di riposare, eppure neanche questo sembra essere così scontato in questo strano inizio dell’avventura caucasica. Una volta atterrati, il bus ci conduce nell’hotel sbagliato. L’autista parla solo armeno e Yerevan ci sembra buia e desolata a mezzanotte. Eppure anche stavolta riusciamo a intenderci gesticolando e raggiungere la nostra meta.
La giornata successiva parte sotto un bel sole. Lasciamo la città per avventurarci tra le prime montagne fuori Yerevan. Il paesaggio cambia: si aprono vallate e montagne, i paesi diventano villaggi di piccole case povere. La prima tappa è il monastero di Ghegard. Incastonato dentro una parete di roccia, il monastero è famoso soprattutto per una fonte d’acqua naturale che scorre al suo interno e dona giovinezza eterna. I pellegrini armeni fanno la coda per accendere una candela e dire una preghiera, mentre dentro l’oscurità del monastero si tiene un concerto di sole voci femminili, un momento commovente per la sua bellezza.


Ci spostiamo a Garni. Un villaggio piuttosto grande con tante case dai tetti di lamiera, qualche chiosco con bibite e souvenir e mucche che pascolano a bordo strada. Qui arrivano molti turisti per osservare il tempio greco romano di Garni. In stile ionico, il tempio è l’unico simbolo rimasto nel paese dell’Armenia precristiana. Salendo sul colonnato si possono scorgere impressionanti paesaggi delle gole di Garni, ricchissime di colonne di basalto ottagonali che vorremmo andare a vedere. I nostri compagni espongono il loro lavoro di ricerca, mentre grandi nuvole nere si accumulano sopra la nostra testa. Nonostante il cielo lasci intuire che fra poco pioverà, ci avventuriamo per il trekking che avevamo progettato a casa: quello al monastero di Havuts Tar passando per le gole. Scendiamo prima lungo una acciottolata che costeggia il promontorio su cui si erge il tempio. Prendiamo sentierini fangosi e pieni di enormi pozzanghere. Dopo mezzora di cammino siamo scesi nel fondo della gola. Di fianco a noi scorre chiassoso il fiume Azat. Inizia a piovere intanto: siamo indecisi su cosa fare. Andare avanti rischiando di prenderci in testa un diluvio o rientrare alla base? Ci guardiamo in faccia per un secondo e poi qualcuno di noi dice: “ragazzi, ma quando ci ricapita di essere qui? Non saranno due gocce di pioggia a fermarci!”. Il gruppo pian piano si affiata. Proseguiamo ancora per un po’ fino ad arrivare ad ammirare una delle zone più belle dal punto di vista geologico. Gli armeni questo sito lo chiamano canne d’organo, perchè guardando dal basso le colonne di basalto dà l’impressione di guardare le tante canne di un organo enorme. Inizia a piovere più fittamente. Dovremmo inoltrarci nel cuore della riserva di Khosrov e da lì raggiungere Havuts Tar, ma decidiamo sia saggio rientrare alla base. La salita sarà tutta sotto la pioggia.



Tornati a Garni è tempo di pranzo.
Il nostro autista Sargis ci porta in una strada secondaria, piena di alberi di noci e case di pietra. Ci chiediamo un po’ dubbiosi dove sia il ristorante. Si apre d’improvviso un portone di legno alla nostra destra e veniamo invitati ad entrare in uno splendido giardino racchiuso da muri di pietra. Lì, sotto una bella tettoia, viene servito un tipico pasto armeno: si inizia con verdura e formaggi, si passa poi a della carne grigliata e si conclude con una fetta di un morbido pandolce con ripieno di burro e zucchero. Durante il pranzo assistiamo anche alla preparazione del lavash, il sottilissimo, onnipresente sulle tavole e tipico pane armeno. Le signore stendono la pasta sottile su un telaio rigido rettangolare, ricoperta da un telo. Poi con un colpo secco lo appiccicano sulle pareti verticali del forno tandoori, che i prof ci dicono essere tipico di tutta l’Asia centrale.


Ripartiamo alla volta di Yerevan dopo il grande banchetto. Ripartiamo… in verità ritroviamo il nostro pullman con la batteria a terra e rimaniamo fermi per un’ora in cerca di una soluzione. Prima si fermano dei ragazzi del villaggio con una vecchia Lada, si prova ad attaccare i cavi, ma la batteria della vecchia auto sovietica, non riesce a sostenere quella del pullman. Poi si ferma un pullman che ha appena scaricato turisti al tempio. Si collegano i cavi, ma anche questa volta il tentativo fallisce. Presi da una certa disperazione alcuni uomini del posto insieme al prof. Sironi si mettono a spingere a mano il bus: dopo 300 metri di spinta il pullman magicamente riesce a riavviare il motore. Una scena divertentissima che ci fa calare ancora di più nello spirito di questo viaggio diverso!
Siamo salvi!

Tornati a Yerevan partiamo per una visita del centro storico da Piazza della Repubblica. Bella, ampia, imponente nelle sue geometriche architetture realizzate in tufo rosa e giallo, che combinano gli stilemi neoclassici con la tradizione armena. Poi, desiderosi di portare a casa un ricordo dell’Armenia, facciamo un salto al vernissage, il mercatino di prodotti artigianali – lungo quasi cinquecento metri – che sta a pochi passi dal centro.
Proseguiamo sulla pedonale che porta verso il monolitico teatro dell’opera godendo delle architetture che caratterizzano la città e che devono molto ad Alexander Tamanian, l’architetto che ha ridisegnato il volto dei principali luoghi storici di Yerevan su richiesta del governo sovietico allora in vigore. Il risultato dei suoi interventi, tuttavia, non è stato quello neoclassico di Mosca e Leningrado, ma una originale commistione di uso di materiali locali, come il basalto nero, e il suo amore per Palladio.
Arrivati al palazzo dell’opera troviamo un comizio di qualche partito politico. Non capiamo niente di quanto si dice, ma campeggiano sopra il palco bandiere del Nagorno-Karabakh, la più spinosa questione politica per gli armeni, inerente la zona del paese che rimane contesa con l’Azerbaigian a seguito del conflitto del 1993.
Infine, arriviamo alla Cascade: monumento celebrativo del tempo sovietico, più di cinquecento scalini che si ergono verso il cielo, una piramide della modernità, una cascata sì, ma di solido cemento. Al suo interno si sviluppa oggi il più importante museo di arte contemporanea della città, ai suoi pieni si possono trovare tante opere anche di artisti del calibro di Botero. Dall’alto ascoltiamo i nostri compagni parlare della città e ci perdiamo a guardare il tramonto. Rimaremmo lì per ore, ma la cena nei bei locali all’aperto di Piazza della Libertà ci chiama. Di sera Yerevan è piena di vita, di gente, di locali che ci piacciono e che, se avessimo più tempo, ci farebbero fare una sosta per un aperitivo.


Concludiamo così una lunga giornata di visite. Ci aspettavamo un Armenia poco turistica e forse anche con delle città un po’ tristi, abbiamo trovato un paese in cui il turismo si sta espandendo e una città piena di vita.
Sono in viaggio in Caucaso e noi li stiamo seguendo virtualmente pubblicando i loro racconti. Gli studenti della 3D e 3E dell’Istituto Vanoni di Vimercate, indirizzo Turismo ci stanno raccontando giorno per giorno il loro tour che hanno interamente programmato con il progetto “Viaggi Diversi” allo scopo di approfondire la materia dell’Itinerario turistico.
Bellissimo progetto!
Il caldo sole del mattino erevanita ci dirige verso una nuova meta, sono le 9 quando salendo sul pullman di Sargis ci accorgiamo che la stanza 307 manca all’appello. Con 10 minuti di ritardo carichiamo le nostre pesanti valigie e, ancora assonnati per la frenetica giornata passata, partiamo verso Khor Virap, uno dei tanti monasteri che caratterizzano il territorio armeno.
Khor Virap, situato alle pendici del monte Ararat, noto per la leggenda che narra lo sbarco dell’arca di Noè, è uno dei primi monasteri ad essere eretto da San Gregorio l’Illuminatore, colui che costruendo molteplici chiese sopra i templi pagani, riuscì a diffondere e predicare il cristianesimo in Armenia.

Durante la visita abbiamo notato un fenomeno che non ci saremmo mai aspettati da un paese come questo: gente di tutto il mondo affollava l’intero monastero togliendo quell’atmosfera sacra che dovrebbe caratterizzate luoghi come questo. Sperando di avere un attimo di pace ci avviamo verso il secondo obiettivo di giornata.
Il viaggio è turbolento con strade impervie percorse in velocità dal nostro autista abituato a questi percorsi tortuosi; pur con qualche brivido osserviamo un paesaggio mozzafiato che abbiamo chiamato: “Il Gran Canyon d’Armenia” che ci accompagna fino al complesso di Noravank.

Giunti a destinazione, entriamo nel sito e esplorandolo per intero. Quello che impressione del complesso di Noravank è che le chiese sembrano uscire dal terreno, fondersi con lo scenario minerale, sembrano fatte della stessa sostanza del paesaggio roccioso che hanno attorno.
Terminata la visita decidiamo di pranzare a nei pressi di Noravank. Carne alla brace e un tripudio di verdure, tra i sapori l’immancabile aneto, a cui i nostri palati ancora devono abituarsi.
Concluso il pranzo ci rimettiamo in “carrozza” per dirigerci verso la penultima tappa di domenica 26 maggio, il Caravanserraglio di Selim. Si sale vicino al passo omonimo a 2.500 metri d’altezza, in quello che è il vero e proprio tetto d’Armenia.

Durante il tragitto rimaniamo incantati dalla splendida vista che appare ai nostri occhi, immense distese di praterie, caratterizzate dalla presenza di piccoli cumuli di neve non ancora sciolti, e una distesa infinita di pascoli.
Proseguendo lungo il tragitto Filippo, il nostro esperto ornitologo, ci intrattiene illustrandoci molteplici specie di volatili autoctoni; diverse persone si mostrano interessate, mentre altrettante si sono addormentate (forse) per la stanchezza. Per queste ultime il risveglio sarà magico, davanti alla visione del tanto immaginato lago di Sevan.
Dormiamo in un villaggio turistico sulle rive del lago, ci sistemiamo in piccoli cottage, sotto un cielo che cambia in continuazione: l’ambientazione è quasi esotica.
Passiamo il tempo prima della cena stando in spiaggia. La piccola baia è punteggiata da ombrelloni in paglia tutti spettinati dal vento. Solra le nostre teste: un tramonto estasiante.

Si fa ora di cena e, dopo aver passato giorni mangiando i piatti tradizionali a base di carne, finalmente ecco arrivare in tavola la famosa trota endemica di Sevan. Pesce pregiato che popola il lago e che fin dai tempi dello zar veniva richiesto in mezza Russia ed esportato per migliaia di chilometri nei palazzi del potere prima zaristi e poi sovietici. Le carni, leggermente salmonate, sono gustosissime e compatte: una vera goduria per il palato, ma attenti alle lische!
La notte è fredda a 2000 metri d’altezza e passa lentamente. Risvegliati dal soave cinguettio degli uccellini e dalle onde del “mare d’Armenia”, che si increspano sulla riva, ci prepariamo all’attività del giorno: la navigazione sul Sevan. La nostra guida Giada ci spiega che è il lago d’altaquota più grande d’Europa ed ospita un’ampia varietà di specie animali. Il sole riflette sulle sue acque color smeraldo e noi, accompagnati da un nostromo del luogo, abbiamo la possibilità di apprezzarne la grande biodiversità.
Attraccati al molo del nostro resort e dopo uno squisito pranzo vista lago, dove incontriamo ancora le carni della trota locale, partiamo per l’ultima visita al Sevan.

Eccoci a Sevanavank, monastero che sorge sulla sponda nord occidentale della penisola di Geghardkunik, nasce dal sogno di Grigor Yeghirvadezi che, richiamato dagli apostoli di Gesù, innalza due di quelle che oggi sappiamo essere tra le cattedrali più visitate d’Armenia.
Il lago da qui sembra davvero un mare. Percorrere la piccola penisola tra lago e cielo blu è un’emozione bellissima: staremmo qui tutto il giorno!

In seguito abbiamo lasciato il lago e ci siamo inoltrati nel vicino Parco nazionale di Dilijan. Il paesaggio a poche curve dalle rive del Sevan cambia repentinamente, torna ad essere montuoso e ammantato ora di foreste. Lungo la strada per l’hotel in cui sosteremo per la notte ci fermiamo per una breve escursione fino al “Re della foresta” come lo chiamano da queste parti.
Un grande albero in parte scolpito con le sembianze di un monarca, indiscusso padrone del bosco. Una piccola chicca scoperta dopo lunghe ricerche in internet e che oggi si raggiunge con qualche difficoltà poiché il sentiero di accesso ufficiale è chiuso e sbarrato da un cancello con tanto di guardia: bisogna contrattare un po’ per poterci arrivare.

Conclusasi anche questa tappa, siamo rimasti sbalorditi e soddisfatti del lavoro che abbiamo svolto sia come gruppo che singolarmente. È stata un’esperienza unica e indimenticabile soprattutto nel magnifico luogo in cui ci siamo ritrovati, una meta sconosciuta a molte persone. L’Armenia ci ha sorpresi: appena la si scopre non la si vuole più lasciare.
Cinque appuntamenti, in compagnia di cinque affermati talenti del pianoforte, per un viaggio musicale tra la Sardegna, il Libano e l’Armenia, senza dimenticare i paesi in cui fiorì la musicaclassica e romantica. Dal 2 al 29 giugno nel Palazzo Siotto di Cagliari ritorna 5×88, rassegna organizzata dalla Fondazione di ricerca “Giuseppe Siotto” dedicata al pianoforte.
Realizzata sotto la direzione artistica di Irma Toudjan, pianista e compositrice da tempo residente in Sardegna, la manifestazione proporrà per ciascuno dei cinque concerti sonorità e suggestioni ogni volta diverse. “Quest’anno nella ricerca della proposta per la rassegna ho pensato alle sonorità dei diversi paesi in cui ho vissuto- afferma Irma Toudjian– Volevo far conoscere il patrimonio musicale contemporaneo libanese e armeno e fare sentire i brani di compositori sardi come Oppo, Silesu e Porrino”.
Domenica 2 giugno (ogni concerto comincia alle 21) si parte con un viaggio verso il Libanoinsieme a Georges Daccache, pianista e compositore franco-libanese da sempre attento a far conoscere in giro per il mondo le musiche, anche contemporanee, della sua terra. Il programma della serata spazierà da brani di autori come Stéphane Émiyan a Wadia Sabra, da Irma Toudjian a Naji Hakim.
Domenica 9 giugno, torna a suonare a Cagliari, dopo un lungo periodo di assenza, Samuel Tanca.
Vincitore di numerosi premi internazionali e nazionali, il musicista sardo proporrà un programma incentrato sulle sonorità della Sardegna, con particolare attenzione a musicisti contemporanei come Franco Oppo, Lao Silesu ed Ennio Porrino.
Si prosegue venerdì 14 giugno con uno sguardo all’Armenia in compagnia diDiana Gabrielyan. Di lei nel 1999 Pierre Petit sul Le Figaro scrisse: “Ha tredici anni, possiede una presenza, una passione e un senso dello stile inarrestabili…”. A Cagliari Gabrielyan proporrà un programma costruito sulle note di alcuni tra i più noti compositori armeni contemporanei: da Arno Babadjanyan ad Aram Khachaturyan, toccando anche Alexander Scriabin e la musica romantica del maestro unghere Franz Liszt.
Giovedì 21 giugno sarà ospite il cagliaritano Marco Sanna, artista in grado di proporre un repertorio che spazia dal barocco al contemporaneo. Al pubblico di5×88 Sanna proporrà una serata incentrata su musica classica e romantica: daLudvig Van Beethoven a Federic Chopin sino a Franz Schubert.
Il sipario sull’edizione 2019 di 5×88 cala sabato 29 giugno quando salirà sul palco il libanese Patrick Fayad, vincitore del “Gran premio all’unanimità del Conservatorio Internazionale di Parigi”.
Il programma del suo concerto proporrà brani di Ludvig Van Beethoven, Franz Liszt e Franz Schubert.
Biglietti: intero 10 euro; 7 euro ridotto per under26 e soci dell’Associazione Suoni e Pause e Touring Club Italiano.
Informazioni e prenotazioni: info@fondazionegiuseppesiotto.org
La finale di Europa League 2019 è già una delle più controverse degli ultimi anni, ancor prima di essere giocata. Le polemiche sulla città di Baku, sede scelta per la partita, e sulla distanza e i problemi logistici per i tifosi, fino alle controversie politiche e la questione-Armenia: tutto ha contribuito ad alzare il volume delle critiche contro la UEFA per la decisione presa nel settembre 2017.
Ma Baku rappresenta uno dei nuovi centri sulla mappa dello sport europeo, che lo si voglia o no, e i motivi sono molteplici, a cominciare ovviamente da quello economico, che traccia la strada di molte scelte recenti nel calcio contemporaneo. La percezione dell’Europa verso l’Azerbaijan è ancora di forte diffidenza, e lo sport diventa la carta migliore da giocare per questo paese, per farsi accettare a livello internazionale.
L’entusiasmo locale per questi eventi, però, è un dettaglio non indifferente. Dall’edizione di Eurovision 2012, ai Giochi Europei del 2015, fino alla finale di quest’anno e alle partite già in calendario per Euro 2020, l’Azerbaijan sta cercando di proporsi all’Europa come un parente con cui riuscire a intrecciare qualche relazione, e non come un vicino di casa scomodo e antipatico. Ma il percorso è lungo e per il momento ancora ricco di contraddizioni.

Il caso più eclatante, nell’avvicinamento alla finale di Europa League Chelsea-Arsenal, è stato quello riferito al centrocampista dei Gunners Henrikh Mkhitaryan. Il 30enne nazionale dell’Armenia ha dovuto rinunciare a viaggiare verso Baku e giocare la finale, di concerto con il club, a causa dei rischi per la sua stessa incolumità, in conseguenza alle tensioni politiche fra Armenia e Azerbaijan ormai presenti da tempo.
Una situazione ai limiti della realtà, che la UEFA avrebbe dovuto tenere in considerazione nella scelta della sede della finale, nonostante non si tratti di una questione strettamente legata al rettangolo di gioco. Ma, allo stesso tempo, cosa succederà se l’Armenia dovesse qualificarsi a Euro 2020, ed eventualmente giocare a Baku (città scelta fra le sedi ospitanti dei prossimi Europei)?
A questo si sono poi aggiunte le difficoltà logistiche per i tifosi nel raggiungere Baku. La casualità di avere due squadre londinesi a giocarsi la finale ha posto l’accento sulla quasi totale assenza di voli di linea da Londra a Baku, e riportato alla ribalta la questione di quanto e se la UEFA tenga in considerazione le necessità dei tifosi nella gestione delle proprie competizioni.
Per una nazione così distante dall’Europa, e già non vista di buon occhio a livello politico, è molto difficile riabilitarsi solo attraverso lo sport e, per il momento, il percorso rimane complesso. I soldi messi sul piatto dal governo azero per conquistarsi una posizione rilevante all’interno del calendario sportivo europeo, per ora, non stanno dando i frutti sperati.
600 milioni di dollari sono stati spesi nel 2015, quando Baku si era aggiudicata la prima edizione dei Giochi Europei di atletica, e la città è un perfetto mix eurasiatico, in grande trasformazione, che merita di essere visitata e apprezzata al di là delle questioni geopolitiche internazionali. La Terra del Fuoco, come viene soprannominata è un luogo in parte ancora misterioso, ma in costante rilancio.
L’Heydar Aliyev Centre, il moderno centro culturale dal profilo ondeggiante progettato dal celebre architetto Zaha Hadid, è uno dei simboli della nuova Baku, insieme allo Stadio Olimpico, che ospiterà la finale di Europa League. È lo slancio di una città e di un paese, il tentativo di trovare il proprio posto in mezzo ai grandi nonostante (o grazie, a seconda dei punti di vista) la posizione di confine fra due mondi così diversi come sono Europa e Asia. E lo sport non può fare miracoli, ma può aiutare.
Il calciatore armeno ha dovuto rinunciare alla finale di Europa League per motivi politici. Ma nelle ore precedenti alla partita, la Polizia ha fermato per le strade di Baku i tifosi dei Gunners arrivati in Azerbaijan con la maglia di Mkhitaryan
Alla fine Henrikh Mkhitaryan ha davvero dovuto rinunciare alla finale di Europa League per motivi politici, considerato il delicato momento che si sta vivendo tra Armenia e Azerbaijan. Il fantasista dell’Arsenal non ha raggiunto Baku, città in cui i suoi compagni di squadra si giocheranno il titolo con il Chelsea di Maurizio Sarri. L’assenza di Mkhitaryan, però, non è bastata a calmare gli animi. Nelle ore che precedono la partita, infatti, anche i tifosi dell’Arsenal arrivati a Baku con la maglia del calciatore armeno sono stati fermati dalla Polizia locale. Un video, che ha fatto immediatamente il giro del web, mostra alcuni supporters dei Gunners fermati dalle forze dell’ordine e poi lasciati andare dopo alcuni approfonditi controlli.
Ma per quale motivo Mkhitaryan ha dovuto saltare la finale di Europa League? Il fantasista dell’Arsenal è il calciatore più rappresentativo nonché il capitano dell’Armenia. Il suo paese è in conflitto con l’Azerbaijan, paese che ospita la gara tra i Gunners e il Chelsea, per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh. Questa, pur appartenendo al territorio azero, si è dichiarata indipendente nel 1991. Una contesa che già conta morti e tanta sofferenza e che ha impedito a Mkhitaryan di essere a disposizione per una delle partite più importanti della sua carriera.
Difficilmente la situazione politica nel Caucaso riceve l’attenzione della stampa italiana e internazionale. Ci voleva una partita di calcio perchè le cose cambiassero e persino sui giornali sportivi si scrivesse del conflitto irrisolto in Nagorno-Karabakh. Lo scorso 21 maggio, il giocatore armeno dell’Arsenal, Henrikh Mkhitaryan, ha annunciato, con un comunicato su Twitter, che non si sarebbe unito alla squadra nella trasferta di Baku, dove mercoledì prossimo si terrà la finale di Europa League.
Secondo quanto riportato dalla BBC, la scelta di Mkhitaryan è legata a timori per la sua sicurezza personale, considerata la situazione di tensione tra Armenia e Azerbaigian. Nonostante non sia la prima volta che il giocatore armeno rinunci a giocare in territorio azero, l’importanza della partita del 29 maggio ha dato alla notizia una grande eco mediatica, scatenando un vespaio di reazioni e polemiche nel Caucaso e non solo.
In Armenia, dove Mkhitaryan è, senza dubbio, lo sportivo più popolare e in molti seguono le partite dell’Arsenal solo per la sua presenza, non tutti concordano con la posizione che ha preso. Secondo i suoi detrattori, se altri atleti armeni, senza la fama del tesserato dell’Arsenal, hanno preso parte a gare internazionali organizzate in Azerbaigian nel recente passato, i timori per la sicurezza non sussistono. Altri sostengono la scelta di Mkhitaryan, ma spiegano che il giocatore avrebbe dovuto rinunciare a giocare per protestare contro la politica di chiusura dei confini che Baku applica nei confronti degli armeni.
Con una commistione di sport e cultura così forte, le istituzioni non potevano rimanere in silenzio. Anna Naghdalyan, portavoce del Ministero degli Esteri, ha dichiarato che Erevan avrebbe sostenuto Mkhitaryan se anche avesse deciso di giocare la partita. La rappresentante del governo ha colto l’occasione per criticare l’Azerbaigian per non aver dimostrato “quanto stia facendo per la pace”.
Al contempo, Baku si è difesa, spiegando di aver garantito ufficialmente la sicurezza del giocatore. Diversi membri delle istituzioni hanno condannato i media inglesi di orientalismo per il modo in cui hanno descritto l’Azerbaigian dopo che è scoppiato il caso. Anche la giornalista di opposizione Khadija Ismayilova –della quale abbiamo scritto di recente– hausato parole durissime nei confronti di Mkhitaryan, accusandolo di razzismo per aver sfruttato la situazione per presentare, agli occhi del mondo, gli azeri come dei selvaggi pronti ad ammazzare gli stranieri.
A livello regionale, lo scambio di accuse e controaccuse non è una novità e dimostra, ulteriormente, quanto sia lontana una prospettiva di pace tra i due vicini nel Caucaso del Sud. È interessante, piuttosto, notare il danno d’immagine che il caso ha causato all’Azerbaigian. Da quando Mkhitaryan ha comunicato la sua decisione, sulla stampa inglese, le analisi tattiche della partita sono state messe in secondo piano da articoli che parlano della situazione dei diritti umani nel paese e criticano la scelta di Baku come sede della finale. Tutto questo, mentre le istituzioni azere, da diversi anni, investono milioni di euro per promuoversi a livello internazionale. Ospitare eventi sportivi costituisce la chiave di volta di questa iniziativa. Nel 2015, l’Azerbaigian è stato sede della prima edizione dei Giochi europei, una sorta di olimpiade continentale, mentre dal 2016 il Gran Premio di Baku è una tappa fissa del mondiale di Formula 1. Per quanto riguarda il calcio, oltre alla finale di Europa League, nel 2020 la città ospiterà quattro partite degli Europei, competizione sponsorizzata dalla SOCAR, l’azienda petrolifera nazionale.
La campagna promozionale è riuscita nell’intento di “mettere sulla carta del mondo” l’Azerbaigian che, come altri paesi dello spazio post-sovietico, è quasi completamente sconosciuto al grande pubblico. Il caso Mkhitaryan dimostra, però, quanto la visibilità mediatica rappresenti un’arma a doppio taglio; da tempo, infatti, anche le contraddizioni e le criticità del paese sono finite sotto gli occhi della stampa internazionale.
Difficilmente la situazione politica nel Caucaso riceve l’attenzione della stampa italiana e internazionale. Ci voleva una partita di calcio perchè le cose cambiassero e persino sui giornali sportivi si parlasse del conflitto irrisolto in Nagorno-Karabakh. Lo scorso 21 maggio, il giocatore armeno dell’Arsenal, Henrikh Mkhitaryan, ha annunciato, con un comunicato su Twitter, che non si sarebbe unito alla squadra nella trasferta di Baku, dove mercoledì prossimo si terrà la finale di Europa League.
Secondo quanto riportato dalla BBC, la scelta di Mkhitaryan è legata a timori per la sua sicurezza personale, considerata la situazione di tensione tra Armenia e Azerbaigian. Nonostante, non sia la prima volta che il giocatore armeno rinunci a giocare in territorio azero, l’importanza della partita del 29 maggio ha dato alla notizia una grande eco mediatica, scatenando un vespaio di reazioni e polemiche nel Caucaso e non solo.
In Armenia, dove Mkhitaryan è, senza dubbio, lo sportivo più popolare e in molti seguono le partite dell’Arsenal solo per la sua presenza, non tutti concordano con la posizione che ha preso. Secondo i suoi detrattori, se altri atleti armeni, senza la fama del tesserato dell’Arsenal, hanno preso parte a gare internazionali organizzate in Azerbaigian nel recente passato, i timori per la sicurezza non sussistono. Altri sostengono la scelta di Mkhitaryan, ma spiegano che il giocatore avrebbe dovuto rinunciare a giocare per protestare contro la politica di chiusura dei confini che Baku applica nei confronti degli armeni.
Con una commistione di sport e cultura così forte, le istituzioni non potevano rimanere in silenzio. Anna Naghdalyan, portavoce del Ministero degli Esteri, ha dichiarato che Erevan avrebbe sostenuto Mkhitaryan se anche avesse deciso di giocare la partita. La rappresentante del governo ha colto l’occasione per criticare l’Azerbaigian per non aver dimostrato “quanto stia facendo per la pace”.
Al contempo, Baku si è difesa, spiegando di aver garantito ufficialmente la sicurezza del giocatore. Diversi membri delle istituzioni hanno condannato i media inglesi di orientalismo per il modo in cui hanno descritto l’Azerbaigian dopo che è scoppiato il caso. Anche la giornalista di opposizione Khadija Ismayilova –di cui abbiamo scritto di recente– ha usatoparole durissime nei confronti di Mkhitaryan, accusandolo di razzismo per aver sfruttato la situazione per presentare, agli occhi del mondo, gli azeri come dei selvaggi pronti ad ammazzare gli stranieri.
A livello regionale, lo scambio di accuse e controaccuse non è una novità e dimostra, ulteriormente, quanto sia lontana una prospettiva di pace tra i due vicini nel Caucaso del Sud. È interessante, piuttosto, notare il danno d’immagine che il caso ha causato all’Azerbaigian. Da quando Mkhitaryan ha comunicato la sua decisione, sulla stampa inglese, le analisi tattiche della partita sono state messe in secondo piano da articoli che parlano della situazione dei diritti umani nel paese e criticano la scelta di Baku come sede della finale. Tutto questo, mentre le istituzioni azere, da diversi anni, investono milioni di euro per promuoversi a livello internazionale. Ospitare eventi sportivi costituisce la chiave di volta di questa iniziativa. Nel 2015, l’Azerbaigian è stato sede della prima edizione dei Giochi europei, una sorta di olimpiade continentale, mentre dal 2016 il Gran Premio di Baku è una tappa fissa del mondiale di Formula 1. A livello calcistico, nel 2020 la città ospiterà quattro partite degli Europei, competizione sponsorizzata dalla SOCAR, l’azienda petrolifera nazionale.
La campagna promozionale è riuscita nell’intento di “mettere sulla carta del mondo” l’Azerbaigian che, come altri paesi dello spazio post-sovietico, è quasi completamente sconosciuto al resto del mondo. Il caso Mkhitaryan dimostra, però, quanto la visibilità mediatica rappresenti un’arma a doppio taglio; da tempo, infatti, anche le contraddizioni e le criticità del paese sono finite sotto gli occhi della stampa internazionale.
(Teleborsa) – Pierrel Pharma, società interamente controllata da Pierrel, specializzata nello sviluppo, registrazione, commercializzazione e licensing di nuovi farmaci e dispositivi medici , ha ricevuto l’autorizzazione alla commercializzazione per l’anestetico dentale di punta by Pierrel a base Articaina, Orabloc, in Armenia paese che si aggiunge alla scacchiera della strategia commerciale del Gruppo.
“La registrazione del nostro prodotto Orabloc in Armenia – dice Fabio Velotti, amministratore unico della Società – rappresenta un ulteriore passo in avanti della nostra strategia di sviluppo nel continente Euroasiatico volta a rafforzare il nostro posizionamento commerciale dopo aver già registrato il nostro prodotto Orabloc in Iran ed Azerbaigian”.
L’Armenia si aggiunge agli altri Paesi dell’area Euroasiatica (Iran, Azerbaigian) oltre che ai grandi Paesi come USA e Canada, Italia, Russia ed agli altri sette Paesi Europei, al Sudan, a Taiwan ed Indonesia nel Far East, in cui Pierrel già commercializza i propri prodotti ed ai quali si aggiungeranno gli ulteriori 23 Paesi in cui la Società è attualmente impegnata nel processo di registrazione del proprio anestetico Orabloc. La Società commercializza attualmente oltre 32 referenze prodotto in 17 diversi paesi ed è in procinto di aggiungere ulteriori 30 referenze nei nuovi paesi nei quali sono in corso le procedure autorizzative.
Pierrel, ok a commercializzazione di Orabloc in Armenia …
Leggi tutto: https://www.soldionline.it/notizie/azioni-italia/pierrel-ok-a-commercializzazione-di-orabloc-in-armenia?cp=1
Sono davanti a casa, a Milano, è il 19 maggio e tra le gambe borbotta una Moto Guzzi gialla e bianca, davanti a me ho 10 mila chilometri. Sembrerebbe la situazione ideale, ma piove a dirotto, il termometro sul cruscotto segna 12 gradi e io vorrei tornare a letto. Essendo la situazione tragicacomica e non drammatica, non è tutta la vita a passarmi davanti, ma solo la piccola parte che riguarda il concatenarsi di eventi e coincidenze che mi ha portato a questo istante: di fronte ho una infinità di chilometri, curve e paesaggi, dietro, e precisamente nel collo, un rivolo d’acqua fredda.
Dicevo, come mi sono trovato qui? Lo scorso inverno avevo architettato un viaggio in Cina, e lo avevo proposto alla Moto Guzzi che proprio a primavera avrebbe lanciato la V85 TT, una moto perfetta per un viaggio avventuroso. Paolo, il capo dell’ufficio stampa era entusiasta come me: nessuno lo dice mai, ma chi progetta e produce moto ultimamente è un po’ frustrato. Loro testano i prototipi perché siamo in grado di sopportare il freddo siberiano e il caldo del deserto, e poi i loro clienti il più delle volte la cosa più avventurosa che fanno è tornare a casa nel traffico dell’ora di punta. Purtroppo arrivare in Cina, nonostante mille telefonate, visti richiesti e mail spedite (spesso senza risposta) a personaggi ineffabili come il responsabile degli spot motoristici uzbeki, che peraltro mai ha risposto, si è rivelata una impresa impossibile.
Così, in fretta e furia, abbiamo cambiato la meta del viaggio: si dice sempre che i proprietari delle mega enduro, quelle moto che con borse e bauli stazzano come un traghetto, al massimo su due ruote vanno a prendere l’aperitivo? Bene, e allora a prendere l’aperitivo ci andiamo anche noi, solo che il baretto che abbiamo scelto è ad Areni, in Armenia, quasi al confine con L’Azerbaijan. Là dove è stata scoperta dagli archeologi la prima cantina della storia dell’umanità. Laggiù nel Caucaso il vino si fa da piu di 6 mila anni, di sicuro avranno una bottiglia che vale la pena di stappare: tra andata e ritorno sono più o meno 10 mila chilometri, speriamo che non lesinino con patatine e olive.
Pausa caffè. Andrea percorrerà più di 10 mila chilometri
La moto, che come dicevo borbotta tra le mie gambe in attesa che metta la prima, secondo Tommaso e Corrado, gli “arcimeccanici” del reparto esperienze della casa che l’hanno messa a punto, è pronta a tutto, ma è identica a quella che si potrebbe comprare dal concessionario: non ci sono pezzi speciali, sospensioni rinforzate, motore versione Paris-Dakar. Ci sono però delle belle borse, una tanichetta per la benzina, un po’ di pezzi di ricambio (che spero di non dover utilizzare) e i tubi para motore, nel caso finissi di muso sull’asfalto. E anche questi confido di non testarli.
Ora devo solo mettere la prima, che sul Guzzi fa CLONK, ma su questa che è nuova fa un sommesso clonk, e partire. Prima tappa Roma, a salutare la mamma. Poi si punta su Bari, ci si imbarca, quindi si attraversa la Grecia, si percorre tutta la costa turca sul Mar Nero, si entra in Georgia, ci si arrampica su ogni strada che punta ai monti (è la mania di noi motociclisti), si arriva in Armenia, si stappa la bottiglia ad Areni e quindi si torna, attraversando il Mar Nero e poi Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria. Ora parto, che non vedo l’ora di essere dalle parti di Arezzo per ricordarmi qualcosa di essenziale che di sicuro mi sono scordato sul tavolo di casa. Clonk.