Tradimenti, terrorismo e violenza: la storia del Kurdistan (ilbolive.unipd 23.10.19)

Il conflitto in Kurdistan ha una storia piuttosto complessa, fatta di tradimenti, promesse non mantenute, equilibri politici instabili e, soprattutto di violenza. Quando si fa riferimento al Kurdistan si va a indicare una vasta zona, di circa 550.00 chilometri quadrati, che si snoda tra il Nord della Siria e dell’Iraq, il vicino confine con Iran e Armenia e, infine, la parte orientale della Turchia. Non si tratta di un vero e proprio stato, ma piuttosto di un popolo che da un secolo rivendica la sua identità e chiede di essere autonomo. Secondo le stime i curdi sono tra i 30 e i 45 milioni, di cui più o meno la metà vive in Turchia. Nel Paese di Erdogan i curdi rappresentano una consistente minoranza: il 20% della popolazione totale.

Questo popolo è da sempre stanziato nella parte nord della Mesopotamia e, dopo un periodo di emirati indipendenti, è stato annesso all’Impero Ottomano e all’Iran unificato dai Safavidi. Per l’Impero Ottomano le tribù curde, da subito, rappresentarono un problema di ordine interno, finché venne presa la decisione, sotto consiglio tedesco, di creare la cavalleria leggera “Hamidiye” e di sfruttare il loro caldo temperamento per tenere sotto controllo altre minacce, per esempio quella armena. Nei piani del sultano c’era la totale integrazione delle tribù curde nell’Impero, infatti assicurò dei posti di riguardo a corte a tutti quei notabili curdi che, se non si fossero schierati al suo fianco, sarebbero stati di certo contro di lui. La politica di integrazione portò ad alcuni frutti, per esempio, agli inizi del 1900 nacque una classe media curda, di tipo borghese, formata a Costantinopoli e in contatto con le idee borghesi europee di quel tempo. E che discendeva dai principi curdi che avevano combattuto contro l’Impero Ottomano.

Con l’avvento della Grande guerra l’avventura nazionalistica dell’Impero Ottomano giunse al suo ultimo atto, e il Paese venne smembrato dalla conferenza di pace di Parigi. Le decisioni prese dalla conferenza furono molte, ma in questa sede basterà ricordare che vennero decise l’autonomia del Kurdistan, anche se i suoi confini dovevano essere ancora stabiliti, e l’indipendenza dell’Armenia. Il problema fu che queste decisioni vennero prese senza tenere conto del movimento nazionalista turco che controllava militarmente tutta l’Anatolia orientale. Anche il successivo trattato di Sévres prevedeva la creazione di uno stato curdo, sebbene ridimensionato, ma è con il seguente trattato di Losanna che i curdi furono traditi per la prima volta. Era il 1923 e il Kurdistan fu frammentato a seconda degli interessi delle potenze vincitrici. Iniziarono in quel momento le lotte del popolo curdo per il riconoscimento del diritto di poter creare un proprio stato, lotte che sono state represse, talvolta con episodi così violenti da costringere una parte del popolo a migrare lontano dalle proprie terre.

A seconda della realtà politica in cui il popolo curdo fu incluso ci furono evoluzioni diverse, pur sempre accomunate dalla repressione. La Turchia fondata dal generale Kemal Ataturk, uno dei protagonisti della guerra d’indipendenza, inizia la repressione militare in vista di uno stato centralizzato e sfavorevole alle minoranze: la popolazione curda viene obbligata a rinnegare la propria lingua e a “turchificarsi”. Altri curdi furono inclusi in Siria, che era un protettorato francese, e altri ancora in una “nuova creazione” sotto protettorato britannico: l’Iraq. La richiesta di indipendenza continuò a essere viva nei decenni successivi, ma tornò in primo piano dopo il secondo conflitto mondiale.

Il professore di storia delle relazioni internazionali Antonio Varsori ripercorre le principali tappe del conflitto del Kurdistan

Un nuovo spiraglio di speranza si affacciò all’alba del 1946, quando l’Unione sovietica incoraggiò i curdi a fondare uno stato autonomo. Nasce quindi la Repubblica di Mahabad nella porzione di Kurdistan iraniano: non uno stato a tutti gli effetti, ma una realtà che chiedeva di essere riconosciuta all’interno dello stesso Iran. La repubblica durò soli undici mesi: l’obiettivo dell’Urss era di annettere l’Iran del nord e, una volta ritirate le truppe sovietiche dal territorio, la Repubblica fu rasa al suolo. Mustafa Barzani, uno dei leader militari della Repubblica, tornò nel suo paese di nascita, l’Iraq e da qui guidò una rivolta nazionalista curda. Seguì un conflitto che durò fino al 1970, con episodi di guerriglia armata e di conseguenti repressioni.

Qualche anno più tardi anche per i curdi siriani iniziarono grossi problemi: circa il 20% di loro si vide espropriare le terre a favore di arabi e assiri, perse la cittadinanza, il diritto di voto e di partecipazione politica. Erano visti come una minaccia alla Siria unita, quindi nel giro di un decennio circa 30.000 curdi furono sfollati. Fu creata una sorta di “cintura araba” che separò il Kurdistan siriano dal Kurdistan della Turchia.

Il popolo curdo ha, purtroppo, un pesante primato: si tratta della popolazione più tradita. Una nuova promessa di aiuto per uno stato curdo venne fatta, e infranta, da Richard Nixon e Mohammad Reza Pahlavi, rispettivamente a capo di Stati Uniti e Iran. Nel 1972 lo Scià si rivolse a Nixon con la richiesta di dare sostegno alla rivolta dei curdi in Iraq. Nixon accettò e fornì armi ai ribelli, con lo scopo di minare la stabilità del Paese, a quel tempo filo-sovietico. Nel 1975 però, il sovrano persiano si accordò con l’Iraq e gli Stati Uniti si ritirano. Il popolo curdo si trovò abbandonato per la seconda volta.

Il conflitto si inasprì nuovamente attorno agli anni Ottanta, quando lo scontro militare si intensificò soprattutto in Turchia e in Iraq. A dare nuova linfa alle rivendicazioni curde furono una serie di movimenti politici, tra cui il più noto fu il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK. Fondato dal curdo con cittadinanza turca Abdullah Ocalan, aveva come obiettivo la creazione di una repubblica indipendente curda. Il PKK prevedeva l’uso indiscriminato della violenza: si insediò in Iraq del nord e da qui compì gli attentati terroristici contro la Turchia. Il conflitto, mai realmente risolto, causò migliaia di vittime su entrambi i fronti, e durò quarant’anni.

Prima di arrivare ai periodi più recenti, occorre fare riferimento a un’altra triste pagina del conflitto. Quando la guerra tra Iran e Iraq volse al termine, alla fine degli anni Ottanta, Saddam Hussein salì al potere a Bagdad e iniziò un vero e proprio genocidio contro la popolazione curda nel Paese. Il più tristemente noto fu l’attacco chimico di Halabja, nel marzo 1988, con cui furono uccisi con il cianuro 5.000 curdi, colpevoli di non aver opposto sufficiente resistenza al nemico iraniano. La repressione fu quindi durissima, ma la questione curda ritornò alla ribalta quando, nel 1990, l’Iraq invase il Kuwait. Le Nazioni unite risposero con l’embargo e Hussein concesse ai curdi l’autorizzazione di coltivare la “terra di nessuno”, ovvero le frontiere con Iran e Turchia. Nel 1991 fu George W. Bush, un altro presidente statunitense, a sostenere una nuova rivolta curda, anche questa strumentale per indebolire il Rais, ma la rivolta degli sciiti e dei curdi fu repressa nel sangue. Gli Stati Uniti imposero così una no-fly zone sulle montagne al confine tra Turchia e Iraq dove i curdi si erano rifugiati in migliaia, accordo che rimase valido fino al 2003 quando gli Stati Uniti invasero il Paese. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein la situazione si pacificò e la zona nord dell’Iraq ha ottenuto il riconoscimento di regione federale autonoma, con il nome di Kurdistan-Iraq o anche Regione del Kurdistan. Il ritiro delle truppe americane da questi territori si è concluso solo nel 2011, anno in cui si è formato anche un altro tipo di autonomia in Medioriente, il Rojava.

Lo scoppio della guerra civile siriana ha permesso ai curdi dello stato di formare un’amministrazione autonoma, nota come Rojava e ufficialmente riconosciuta dal governo. Il controllo del territorio fu ottenuto dall’Unità di protezione popolare, un gruppo di combattenti legato al PKK, e successivamente alleato con gli Usa, per contrastare l’avanzata dell’Isis.

Nel frattempo in Turchia, il PKK, che aveva dichiarato il cessate il fuoco nel 1999, decise di infrangerlo nel 2004. Recep Tayyip Erdogan, da poco insediatosi al governo turco, promise di risolvere la questione curda con più democrazia rispetto ai suoi predecessori: riabilitò l’uso della lingua curda, restaurò i nomi di alcune città curde e approvò una parziale amnistia per ridurre le condanne ai militanti del PKK incarcerati. Lo stesso Ocalan, dal carcere, invocò la fine della lotta armata. Ma nel 2015 Erdogan, per questioni legate alla guerra civile in Siria e per motivi elettorali, ha interrotto la tregua e ha scatenato una guerra contro il separatismo curdo. Riprende così la guerriglia nel sud-est del Paese, con attentati anche su Istanbul e Ankara. Con una serie di decreti, possibili grazie alla dichiarazione di stato d’emergenza effettuata da Erdogan dopo il tentativo di golpe subito, organizzazioni, scuole di lingue e istituzioni culturali curde sono state chiuse, e a ridosso del confine siriano i sindaci eletti sono stati deposti e sostituiti da amministratori. La guerra di Erdogan ai curdi si fa ogni giorno più dura, non solo nei confini nazionali, ma anche in territorio siriano.

La guerra al califfato dell’Isis ha visto per molti anni le milizie curde in prima linea in Siria, così pensava di dare vita, nella zona, a una regione con ampia autonomia come successo in Iraq, ma questa prospettiva non piace alla Turchia, che invece non concepisce la creazione di uno stato curdo lungo i suoi confini a est. La presenza dei marines americani in quella zona ha scongiurato ogni azione militare da parte della Turchia, ma nel 2018 è il presidente americano Donald Trump ad annunciare il ritiro delle sue forze armate, perché la guerra contro l’Isis è stata vinta. Dopo grandi proteste contro l’abbandono degli alleati, Trump si trova costretto al dietrofront, fino al 7 ottobre 2019, quando Trump dà l’ordine definitivo. Con gli americani diretti verso casa, la strada è sgombra per l’invasione turca della Siria.

L’obiettivo dichiarato di Erdogan è spazzare via la presenza delle milizie curdo siriane Unità di protezione popolari (YPG) e Unità di protezione delle donne (YPJ) dalle zone a ridosso della sua frontiera. Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre la Turchia ha dato inizio alla sua “Operazione fronte di pace”, che con la sua violenza si è dimostrata piuttosto un imbroglio linguistico.

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System Of A Down e Korn agli I-Days Milano 2020 (Spettakolo.it 23.10.19)

È tempo di nuovi grandi annunci per I-DAYS Milano 2020, la rassegna musicale che porterà sul palco i grandi artisti internazionali la prossima estate.

Dopo l’annuncio di Billie Eilish (per la prima volta headliner di un festival italiano il 17 luglio), ora è la volta dei System Of A Down e dei Korn, sul palco del MIND – Milano Innovation District (area expo) venerdì 12 giugno 2020. 

biglietti per la data saranno disponibili per l’acquisto in anteprima a partire dalle ore 10.00 di lunedì 28 ottobre 2019 per i possessori di carte Intesa Sanpaolo sul sito www.ticketone.it/intesasanpaolo (per 48 ore).
La messa in vendita generale partirà invece dalle ore 11.00 di mercoledì 30 ottobre su www.livenation.it, www.ticketmaster.it e www.ticketone.it

System of A Down tornano in Italia dopo essersi esibiti due anni fa a Firenze Rocks, dove avevano infiammato il palco della Visarno Arena.
Stati Uniti e Armenia, due mondi opposti che trovano la perfetta unione nello stile inconfondibile e nella musica della band, formatasi in California da membri di origine armena. Serj Tankian (voce, tastiere, chitarra), Daron Malakian (chitarra e voce), Shavo Odadjian (basso, cori) e John Dolmayan (batteria) sono emersi nel 1994 e sono i massimi rappresentanti del genere nu-metal/alternative-metal. Da allora il successo di critica e pubblico non li ha mai abbandonati, come testimoniano i cinque album in studio pubblicati (di cui tre hanno debuttato alla #1 nella Billboard US Chart) e i 40 milioni di dischi venduti nel mondo. Nominato a 4 Grammy Awards e vincitore di 1 Grammy per ‘la miglior performance Hard-Rock’ con il brano B.Y.O.B nel 2006, il gruppo continua ad esibirsi sui palchi di tutto il globo con show che sono pura ‘dinamite’, senza mai tralasciare l’‘impegno’, legato a temi sociali e messaggi politici importanti.

Korn hanno cambiato il mondo con l’uscita del loro album omonimo nel 1994. La musica della band, formata da Jonathan Davis (voce), James “Munky” Shaffer e Brian “Head” Welch (chitarra), Reginald “Fieldy” Arvizu (basso) e Ray Luzier (batteria), è divenuta la ‘colonna sonora’ di un’intera generazione. I Korn hanno venduto 40 milioni di dischi nel mondo, vinto due Grammy Awards e segnato record fino ad ora rimasti imbattuti nel campo del rock e nu-metal.. The Ringer li considera addirittura un vero e proprio “movimento, come nessuna band oggi potrà mai essere”.

I-DAYS 2020 si tiene nello stesso spazio che nelle scorse stagioni ha accolto Eminem, Pearl Jam e Imagine Dragons, al MIND Milano Innovation District – Area Expo, una zona verde specifica attrezzata per i grandi concerti, altamente qualificata e dotata di tutti i servizi: treno e metropolitana che la collegano al centro di Milano, parcheggi, servizi igienici residenti, un’ampia zona food & beverage con una vasta e variegata offerta di cibi e bevande, anche vegetariani e vegani. Un ambiente adeguato per accogliere nel miglior modo il pubblico della musica live internazionale.

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Perché il Kurdistan non esiste? (Focus 23.10.19)

La “questione curda” è tornata alla ribalta con le recenti azioni militari turche sul confine siriano, ennesima tragedia per un popolo formalmente “senza terra”, nonostante una promessa di quasi 100 anni fa. Le origini della crisi sono infatti legate alla caduta dell’Impero Ottomano, processo iniziato alla vigilia del primo conflitto mondiale e conclusosi nell’arco un decennio. Peraltro, quell’Impero non aveva più la grandiosità di un tempo, quando Costantinopoli giganteggiava su tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, ma era una potenza ridimensionata alla penisola anatolica e poco più.

LA FINE DELL’IMPERO OTTOMANO. Un duro colpo era stato inflitto con il Trattato di Londra del 1913, firmato dopo le guerre balcaniche, quando l’Impero – già privato di tutti i territori in Nord Africa – perse anche la sovranità sui Balcani. Tre anni più tardi, inoltre, con l’accordo segreto Sykes-Picot, Gran Bretagna e Francia si spartirono a tavolino le zone arabe dell’Impero Ottomano, estendendovi la propria influenza pur garantendo alle varie aree una parvenza di indipendenza. Con la sconfitta nella Grande Guerra, l’Impero fu definitivamente smembrato con il Trattato di Sèvres, firmato il 10 agosto 1920, che definì i nuovi confini della Turchia. Il Paese ne uscì gravemente mutilato, perdendo tra l’altro i territori prossimi alla Siria, passati sotto controllo francese.

 

Trattato di Sèvres, 1920

L’Impero Ottomano spartito tra le Potenze dell’Intesa nel 1920. | WIKIMEDIA

 

CURDI E ARMENI: LE TERRE PROMESSE. Il trattato imposto da Francia, Impero Britannico, Grecia, Italia e altre potenze alleate durante la Prima guerra mondiale prevedeva anche azioni concrete a favore delle minoranze etniche, come i curdi e ciò che restava degli armeni dopo il genocidio operato dai turchi. Il trattato imponeva la cessione di una parte del territorio turco alla Repubblica di Armenia (che però di lì a poco sarebbe stata assorbita dallURSS), e stabiliva che una specifica commissione della Società delle Nazioni (organizzazione che precedette l’ONU) avrebbe dovuto garantire al popolo curdo uno Stato indipendente. In altre parole, i curdi ricevettero la “promessa” di un Kurdistan.


Nel 1915 la Turchia pianificò il genocidio di oltre un milione e mezzo di armeni, uomini e donne, vecchi e bambini, “tutti traditori” (se non oggi, domani) quanto oggi i curdi sono “tutti terroristi”


Il progetto non troverà però mai alcun seguito. Sulla scena pubblica dell’Impero Ottomano si era affacciato il generale Mustafa Kemal, meglio noto come Atatürk, “padre dei turchi”, pronto a rivoluzionare lo stato delle cose. Kemal si fece promotore di un intenso e combattivo nazionalismo turco, riuscendo a scacciare la presenza straniera dal territorio (guerra d’indipendenza del 1919-1922) e a rovesciare l’ultimo sultano ottomano, Maometto VI. Il progetto politico del nuovo leader, quello di creare uno Stato moderno e laico, cozzava però con le disposizioni di Sèvres: il trattato fu quindi stracciato, e nell’ottobre del 1922 ripresero le negoziazioni con le potenze europee.

I TRADIMENTI DELL’OCCIDENTE. L’accordo fu trovato infine nel 1923 con la firma del Trattato di Losanna, che sancì il riconoscimento internazionale della Repubblica di Turchia. Questa, a sua volta, si impegnò a riconoscere alle comunità di greci, armeni ed ebrei presenti nel territorio lo status di minoranze nazionali. Del progetto del Kurdistan invece si perse ogni traccia: la maggior parte del territorio storicamente appartenente ai curdi rientrò nei confini orientali della Turchia, mentre il resto fu suddiviso tra Siria, Iraq, RSS Armenia e Iran.

Non solo: dal momento che non era stata riconosciuta come minoranza, la comunità curda divenne perseguibile, e così, da allora, questo popolo ha dovuto imparare a combattere per non estinguersi, continuando a rivendicare con fierezza una piena indipendenza.

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Dall’indifferenza al Genocidio: La storia non smette mai di ripetersi (Gariwo 22.10.19)

Dai villaggi del nord est della Siria un fiume umano si snoda nel deserto e si dirige a sud. Sessanta mila, centomila civili inermi fuggono. Il numero è destinato a crescere. Prima i bombardamenti, poi l’artiglieria e infine l’invasione di terra. Sorgente di pace, amara ironia nel nome dato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’invasione militare annunciata qualche tempo fa in sede ONU. Obiettivo: creare una zona cuscinetto, una safe zone, eliminare i “terroristi curdi”, trasportare al loro posto i profughi siriani. Obiettivo mascherato, riprendersi terre appartenenti all’impero ottomano sconfitto 100 anni fa.
In noi armeni ritornano i fantasmi del passato, alle immagini dell’esodo di oggi si sovrappongono le immagini scattate da Armin Wegner: donne, anziani, bambini, le marce della morte nel deserto di Der es Zor. Un milione e mezzo di armeni sterminati nel 1915. La popolazione curda nell’area è di due milioni e mezzo. Che cosa accadrà se non si agisce?”

Con queste parole Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo, commentava giorni fa l’attacco turco al popolo curdo.

Per indagare i meccanismi alla base di stermini e genocidi, di ieri e di oggi, Gariwo e la Comunità Ebraica di Milano- Assessorato alla Cultura organizzano l’incontro Dall’indifferenza al genocidio: la storia non smette mai di ripetersi?, giovedì 24 ottobre alle 21 presso il Memoriale della Shoah di Milano.

La serata, condotta da Gadi Schoenheit dell’Assessorato alla Cultura CEM, vedrà gli interventi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo; Marcello Flores, docente presso l’Università degli Studi di Siena, direttore del Master Europeo in “Human Rights and Genocide Studies”, storico e divulgatore scientifico; Agop Manoukian, Presidente onorario Unione Armeni d’Italia; Gadi Luzzato Voghera, storico e Direttore del CDEC – Centro Documentazione Ebraica Contemporanea; Jean-Paul Habimana, docente di Religione presso la Scuola Europa di Milano e sopravvissuto al genocidio dei Tutsi; Hazal Koyuncuer, rappresentante della Comunità curda milanese.

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Il futuro economico dell’Eurasia si costruisce in Armenia (Ilcaffegeolpolitico 22.10.19)

Analisi – L’Armenia ha ospitato il recente vertice dell’Unione economica eurasiatica. All’evento sono stati invitati anche Singapore e Iran. Mentre con la città-Stato si è concluso un importante accordo commerciale, ambiziosi progetti energetici potrebbero coinvolgere Teheran. In pochi anni l’organizzazione guidata da Mosca ha ottenuto ottimi risultati, espandendo la propria influenza. Quale ruolo possono ritagliarsi le ambizioni armene in questo scenario?

I RISULTATI DEL VERTICE

A inizio ottobre si è tenuto a Erevan, capitale dell’Armenia, il vertice del Consiglio supremo economico eurasiatico, organo interno all’Unione economica eurasiatica (EAEU). L’incontro ha fornito l’occasione per fare il punto sui progressi dell’organizzazione e rinsaldarne il peso sulla scena internazionale. Infatti l’Unione ha siglato alcuni accordi sia con i propri Stati membri, inerenti alla cooperazione economica, sia con Singapore. L’accordo di libero scambio con la città-Stato (EAEUSFTA) consentirà un abbattimento del 90% delle barriere tariffarie sulle merci esportate nell’area EAEU, oltre a facilitare le operazioni finanziarie e commerciali tra le parti. Nella conferenza stampa congiunta di fine vertice il Primo Ministro di Singapore Lee Hsien Loong ha sottolineato come l’accordo sia la risposta alla tendenza protezionistica di altri leader mondiali.
Una prima sessione del vertice si è svolta in forma ristretta con i soli rappresentanti dei cinque Paesi membri dell’Unione. In questa fase era presente anche Tigran Sargsyan, Presidente del consiglio di amministrazione della Commissione economica eurasiatica (altro organo dell’Unione). Una seconda sessione ha visto la partecipazione, oltre che del Premier di Singapore, anche del Presidente iraniano Hassan Rouhani, entrambi invitati come ospiti d’onore. Ha preso parte a questa sessione come Paese osservatore anche la Moldavia. Lo status di osservatore potrebbe essere concesso anche all’Uzbekistan nel 2020, secondo quanto riportato dai media uzbeki.

Fig. 1 – Stretta di mano tra il Premier armeno Pashinyan e Vladimir Putin durante il vertice dell’Unione economica eurasiatica di Sochi del maggio 2018

COS’È L’UNIONE ECONOMICA EURASIATICA?

Nata accordo tra Russia, Kazakistan e Bielorussia, l’Unione si propone come strumento per la massima integrazione economica regionale nello spazio post-sovietico. Il Trattato istitutivo fu firmato dai tre Paesi il 24 maggio 2014 ad Astana, capitale kazaka. Prima che entrasse in vigore con l’inizio del 2015, il documento fu sottoscritto anche da Armenia e Kirghizistan, che quindi si aggiunsero all’elenco degli Stati fondatori, nonché al momento unici membri dell’organizzazione. L’area interessata dall’Unione riguarda oltre 180 milioni di persone, con un PIL pari a quasi due trilioni di dollari USA. Tuttavia non mancano le incomprensioni interne: durante un incontro del 3 ottobre a Smolensk, in Russia, gli altri Paesi EAEU si sono scontrati con la Bielorussia. I produttori di latte di quest’ultima sono stati accusati di dumping sui prezzi. A sua volta Minsk denuncia le restrizioni subite dai suoi prodotti da forno.
Il principale partner commerciale dell’organizazzione è l’Unione europea, con cui allo stesso tempo è contesa l’influenza economica (e di conseguenza, politica) sui Paesi “di confine” tra le due aree (Serbia, Israele, Georgia, Ucraina, Turchia). L’Unione ha già siglato nella sua breve vita accordi di libero scambio con Vietnam, Cina e ora con Singapore. Ma all’elenco potrebbero aggiungersi anche Egitto e IndiaIl 25 ottobre è prevista anche la firma della Serbia. Un’eventualità che ha suscitato le critiche di Bruxelles, timorosa di perdere un potenziale futuro Stato membro, il cui percorso di adesione è al momento vincolato ai progressi nella questione Kosovo. In passato fu l’Armenia a rinunciare a un accordo di associazione con l’UE in favore della EAEU. Un altro grave episodio riguardò i fatti dell’Euromaidan nel 2013, quando il Governo ucraino annullò la firma per un accordo di associazione con l’UE in favore delle trattative commerciali con la Russia, relative a questioni doganali. La crisi politica che ne derivò fu una delle cause dell’annessione russa della Crimea.

Fig. 2 – Una fase dei lavori del Consiglio supremo economico eurasiatico di Erevan, 1 ottobre 2019

IL MOSAICO GEOPOLITICO DELL’UNIONE

Armenia e Singapore hanno in comune l’essere Paesi dalle dimensioni ridotte, ma dalle prospettive future interessanti. Un concetto sottolineato nell’accorato discorso del Primo Ministro Lee durante il pranzo ufficiale del 29 settembre tenutosi a Erevan. Infatti il leader del “piccolo gigante” economico asiatico ha trascorso in Armenia quattro giorni. Una visita avvenuta su invito dell’omologo Pashinyan (che visitò la città-Stato a luglio) e conclusasi con la partecipazione di Singapore alla sessione ampliata del Consiglio supremo. Al vertice Lee ha presenziato come ospite d’onore, sempre su invito del premier armeno. I due Paesi hanno anche firmato un accordo bilaterale su servizi e investimenti, che rientra nel quadro di quello EAEU-Singapore. Un accordo simile fu firmato (e per ora solo approvato dal Parlamento UE) dalla florida realtà asiatica con l’Unione europea nell’ottobre 2018.
La trattativa conclusa con Singapore è stata lodata anche da Vladimir Putin, come riportato in un comunicato sul sito web del Cremlino. Nel corso dei lavori di Erevan, il Presidente russo ha tracciato un bilancio positivo dei progressi ottenuti finora dall’Unione, che dovrebbe ampliare ancor di più le proprie partnership. Secondo Putin andrebbero stretti ulteriormente i rapporti con l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO) e l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN), a beneficio del Grande partenariato eurasiatico. Restando in tema, il leader russo ha colto l’occasione per fare gli auguri al popolo cinese, che il primo ottobre ha festeggiato i settant’anni della Repubblica popolare. Inoltre, ha reso noto che durante il prossimo vertice Russia-Africa (che si terrà a Sochi il 23 e 24 ottobre) è prevista la firma di un protocollo d’intesa tra la Commissione economica eurasiatica e l’Unione africana.

Fig. 3 – Pashinyan con il Presidente iraniano Rouhani poco prima dell’inizio del summit di Erevan, 1 ottobre 2019

QUALE RUOLO PER L’ARMENIA? 

L’importante posizione geografica e l’essere uno storico ponte tra Oriente e Occidente può fare dell’Armenia un piccolo Stato dalle grandi ambizioni. Pashinyan nella conferenza (interna al vertice del primo ottobre) sul “potenziale di transito del continente euroasiatico”, ha fatto il punto sulle possibilità armene. In attesa di novità sul fronte Belt & Road Initiative (BRI), che al momento non vede coinvolta l’Armenia, l’ex leader della Velvet revolution ha avanzato l’ipotesi di un collegamento tra il mercato elettrico dell’area EAEU e il sistema energetico iraniano. La possibilità per l’Armenia di porsi come importante corridoio energetico verso l’Iran è stata discussa dai rispettivi leader a margine del vertice di Erevan. Hassan Rouhani, come riportato in un comunicato stampa sul sito ufficiale del Primo Ministro armeno, si è dichiarato disponibile all’ampliamento del programma “Gas for Electricity” e alla cooperazione bilaterale nel settore dei trasporti. Il 27 ottobre entrerà in vigore anche l’accordo EAEU-Iran. I contatti erano stati avviati nel 2017, con una serie di incontri tra Rouhani e Putin, dove quest’ultimo ha più volte fatto presente l’ottima cooperazione raggiunta.
Dopo la fredda accoglienza degli altri leader dei Paesi EAEU nell’incontro di maggio in Kazakistan, il premier armeno è stato protagonista assoluto dell’ultimo vertice. Oltre a incassare i complimenti di Putin per l’impegno profuso dall’Armenia nell’Unione, Pashinyan ha avuto modo di parlare col presidente russo privatamente all’aeroporto di Erevan. Ma a fare il giro del mondo è stato il simpatico “selfie” scattato proprio da Pashinyan su un minibus insieme agli altri partecipanti del vertice, tra cui spiccano un distaccato Putin e un divertito Rouhani. Sembrano lontanissimi i tempi della “rivoluzione di velluto” di appena un anno fa, e solo nel 2017 l’attuale Primo Ministro armeno esprimeva in Parlamento il suo scetticismo riguardo ai benefici dell’Unione economica eurasiatica.

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Armenia, ecco l’ospedale di San Giovanni Paolo II (Famigliacristiana 22.10.19)

Sembra sbucare dal nulla, l’ospedale Redemptoris Mater di Ashotck,  a duemila metri di altezza sull’altopiano armeno. Una strada dissestata taglia in due il paesaggio, sembra di andare incontro all’infinito. Ma poi ecco lo sventolio delle bandiere e un basso moderno prefabbricato, con accanto i pannelli solari. “Questo ospedale lo ha fortemente voluto papa Giovanni Paolo II”, spiega subito il direttore padre Mario Cuccarollo, al gruppo di giornalisti della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) giunti in Armenia per scoprire i progetti realizzati in questo Paese anche con il sostegno  dei fondi dell’8 per mille.

Padre Mario, infaticabile camilliano, vicentino di origine, nonostante viva in questo  angolo dell’Armenia  dal 1992 ancora parla l’italiano con l’accento del Nord, e non ha mai imparato l’armeno e neppure il russo.  Ricorda ancora con precisione quando ha accettato di svolgere la sua missione in questo ospedale, anche se subito precisa: “non mi sento missionario, vivo nel più antico Paese cristiano”, e poi racconta come è finito a vivere in Armenia. “Ero a Milano quando ho ricevuto una telefonata dal mio superiore mi ha proposto di venire a seguire questo ospedale  e mi ha detto che aveva poco tempo per spiegarmi tutto perché la telefonata dall’Austria, dove si trovava,  era molto cara.  Mi dava dieci minuti per decidere e poi mi avrebbe richiamato. Ma io a quel punto ho detto subito si. E da allora, non me ne sono più andato”. La sua casa è la stessa baracca del primo giorno, qui che d’inverno la temperatura può scendere anche fino a  40  gradi sotto lo zero. Era uno di quei container utilizzati dagli operai che seguivano la costruzione dell’ospedale, un’opera realizzata dalla Caritas e poi donata al Governo dell’epoca che era ancora sotto il dominio dell’Unione Sovietica. Con l’indipendenza del Paese, la Caritas non riusciva più a reggere il peso di questo ospedale e chiese aiuto a papa Giovanni Paolo II che a sua volta chiese aiuto ai Camilliani. E così si è arrivati a padre Mario. Gli brillano gli occhi quando illustra la struttura, un edificio di 5000 metri quadrati dove lavorano 140 dipendenti.  E’ il punto di riferimento di circa 13mila persone, ma a curarsi  arrivano anche dalla Capitale. Ogni reparto è lindo ed accogliente. Un ospedale molto importante per questa zona: rappresenta l’unica attività che offre lavoro in tutto l’altipiano e fornisce un servizio immediato e qualificato di assistenza sanitaria.

Una struttura che ha un bilancio di circa 600mila euro all’anno,  a pareggio anche grazie all’aiuto di molti italiani, la generosità ha mille forme e arriva sempre nelle mani di padre Cuccarollo. E poi c’è il sostegno della  Cei, che ha donato a questo progetto, nel 2015, 600mila euro per tre anni e nel 2018 ha stanziato 300mila per altri tre anni.

“Ogni volta che mi sono trovato in difficoltà economica è arrivato un aiuto, un nuovo aiuto”, afferma sereno padre Mario e di fondi ne ha bisogno considerato che tanti servizi dell’ospedale vengono offerti gratuitamente, come le cure per i bambini e  per le future mamme.  Pure il pronto soccorso è gratis, e l’assistenza nei villaggi dove è aperto un piccolo presidio medico. Una grande cosa in questa zona, dove  il lavoro  nei pascoli permette appena la sussistenza.

Il sostegno della Chiesa italiana arriva anche in altri centri dell’Armenia.  Un Paese che ha più cittadini sparsi per il mondo che in Patria. Gli armeni oggi sono  un popolo di anziani, i giovani espatriano in cerca di un futuro migliore. All’aeroporto il momento del distacco è duro per molti, si vedono i volti rigati dalle lacrime di chi parte e di chi resta. Qui anche un piccolo aiuto rappresenta una grande ricchezza. Una opportunità per cambiare in meglio, la certezza di non essere abbondonati. Il sostegno della Chiesa italiana in Armenia  che può sembrare una goccia, è invece felicità e futuro per tante persone. Come per gli  anziani e i bambini che vivono ad Artashat, città al confine con la Turchia,  dove la Chiesa cattolica armena con la Caritas ha attivato due progetti: l’assistenza domiciliare per anziani soli e il centro “Piccolo Principe” per  bambini accolti con famiglie spezzate. Qui possono studiare, imparare a cucire, disegnare, giocare.

A Gyurmi, invece, la Caritas ha avviato un Centro diurno per anziani e il  progetto “Caldo inverno” (pagano le bollette per il riscaldamento a chi non può permetterselo). La Caritas armena riceve per  questi progetti dalla Chiesa italiana circa  260mila euro dell’8xmille.

“In Italia  si conosce poco di ciò che viene realizzato qui con il contributo dalla Chiesa italiana”, evidenzia  Matteo Calabresi, direttore del Servizio per la promozione del Sostegno economico alla Chiesa cattolica che insieme don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio degli interventi caritativi a favore dei Paesi del terzo mondo della Cei ha partecipato alla trasferta armena,  “eppure viaggiando in questi luoghi, ci rendiamo conto che è una presenza costante e importantissima che cambia e migliora la vita di tante persone”.

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Il fico Armeno. I Frutti dimenticati (larivieraonline 22.10.19)

Prima della metà di settembre dell’anno in corso, gli appassionati di Archeologia Angela Maida e suo marito Raffaele Riversi, programmarono una proiezione di un video girato nella Locride e nel territorio di Santacaterina, dal dott. Antonio Renda, bravo fotografo e documentarista, riferito al fenomeno dei palmenti rupestri in Calabria.
Il convegno diede l’opportunità di parlare della viticoltura nel mondo classico nei nostri territori, specialmente nel periodo magnogreco, romano e bizantino, quando infinite vigne abbellivano le nostre contrade e davano vita a vini preziosi che venivano esportati in tutto il bacino del Mediterraneo.
I coniugi Riversi da quasi vent’anni si battono per evidenziare il patrimonio culturale di Santacaterina sullo Jonio, costituito da un numero cospicuo di Palmenti (23 circa ), talvolta impreziositi dalla croce di Giustiziano o comunque da quella potenziata bizantina che evidenzia come nel Tardo Antico la civiltà bizantina ebbe un ruolo importante nel diffondere la coltivazione della vite, incentivata specialmente dal monachesimo basiliano, a cui diede inizio nel IV d.C. S. Basilio  Magno, nato a Cesarea in Cappadocia nel 329 d.C.
Tra le regole su cui si basava il monachesimo basiliano c’erano la preghiera ed il lavoro e naturalmente lo studio delle opere classiche della civiltà greca e latina, che venivano ricopiati diligentemente nei laboratori di scrittura dei monasteri.
La diffusione del movimento spirituale basiliano in Calabria avvenne dopo la conquista di Giustiniano nel VI sec. d.C ed uno dei palmenti di Santacaterina è ubicato proprio nella contrada S.Brasi (S.Basilio) che ricorda  opportunamente il fondatore del movimento religioso, tanto più che nella stessa contrada sopravvivono i ruderi di una chiesetta bizantina intitolata a S. Basilio; lo stesso palmento è dotato di una croce bizantina.
I coniugi Riversi evidenziano nel loro studio anche altri aspetti del patrimonio culturale di Santacaterina costituito anche da grotte, ricadenti nella Val di Carìa, che vennero nel passato utilizzati come romitori dalle comunità religiose. I loro sforzi hanno inciso anche sulla sensibilità degli amministratori del comune, che cominciano a prestare attenzione ai beni culturali ritenuti, in passato, minori o addirittura di poco valore.
Essi, oltre ad interessarsi dei beni culturali ritenuti propriamente tali, da tanto tempo si stanno preoccupando di evidenziare anche la ricchezza della Calabria nell’ambito della biodiversità che in tanti ambiti ormai è messa all’attenzione di tante persone interessate e sensibili al fenomeno, di cui la nostra regione possiede un importante patrimonio.
Essi tentano di evidenziare questo aspetto della nostra terra e proprio durante il convegno sui palmenti, tenuto di recente a Santacaterina, personalmente da loro sono stato gratificato da una piccola pianta di fico tipica di Petrizzi, comune che gravita nell’area di Soverato.
Essi hanno avuto tale varietà dal signor Antonio Gatto che in un suo podere in contrada Feudo Marascio di Petrizzi appunto, colleziona anche fichi di cui conosce fra l’altro la provenienza; egli si occupa anche di altri tipi di piante, ma evidentemente, data l’abbondanza di tipi, la sua preferenza va ai fichi appunto.
Il nome di quello in questione lo connota d’origine armena, ma non possiamo sapere attraverso quali vie sia arrivato in Calabria, considerando che parte dell’Armenia aveva fatto parte già dell’impero romano e poi di quello bizantino, a cui fornì addirittura una serie di imperatori oltre che di funzionari, ma specialmente di valorosi soldati.
Guardando il frutto con attenzione esso ricorda tanto i fichi tardivi di tante parti della Calabria, che riescono a resistere alle prime acque autunnali, che notoriamente possono danneggiare i frutti.
La foto presente è stata scattata negli ultimissimi giorni di settembre, quando ancora sulle piante erano presenti altri frutti che sarebbero andati a maturazione nei primi giorni di ottobre; quindi la varietà è interessante in quanto è tardiva e può prosperare a quote altimetriche di rilievo, considerando che la pianta madre è posta a circa 500 metri di altitudine.
I frutti sono di pezzatura media, mentre il colore che li connota è il marroncino tenue.
La polpa dei frutti è rosato e il sapore che evidenziano è squisito e delicato.

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Trasporto aereo: Armenia, traffico passeggeri in aumento del 16,5 per cento (Agenzia nuova 21.10.19)

Erevan, 21 ott 12:24 – (Agenzia Nova) – Lo scorso mese, il traffico passeggeri negli aeroporti armeni ha registrato un aumento del 16,5 per cento rispetto a settembre del 2018, attestandosi a 324.755 persone. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”. Stando alle informazioni diffuse, il traffico passeggeri presso l’aeroporto internazionale “Zvartnots” di Erevan ha registrato un incremento pari a 18,8 punti percentuali rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Per quanto riguarda invece l’aeroporto internazionale “Shirak” di Gyumri, la seconda città del paese, il traffico passeggeri ha subito un calo del 21,3 per cento. (Res)

Forlì, San Mercuriale “aveva origini armene e soffriva di diabete” (Corriereromagna.it 21.10.19)

FORLI’. L’accurato lavoro dell’antropologo fisico e paleopatologo Mirko Traversari sui resti di San Mercuriale, supportato dal Lions Club Terre di Romagna, illustrato ieri nella basilica che ne porta il nome, potrebbe essere il primo di una lunga serie. Da parte del Comune infatti, ha rivelato all’inizio dell’incontro l’assessore alla cultura e Università Valerio Melandri, c’è l’intenzione di mettere a progetto la realizzazione di un laboratorio di Paleopatologia da ricavare all’interno dell’ex camera mortuaria dell’ospedale “Morgagni-Pierantoni”. «Facendo gli scongiuri per l’arrivo quasi certo della Facoltà di Medicina – ha anticipato Melandri – potrebbe diventare un centro di ricerca ideale».

I risultati

«Le analisi non sono state facili – ha ricordato Traversari, coadiuvato nel lavoro di ricerca da Elisabetta Cilli, del laboratorio del Dna antico di Ravenna – per gli interventi impropri di consolidamento delle ossa dopo la morte e per il Dna molto frammentario». Tra ipotesi e alte probabilità ne emerge il quadro di un uomo che «proveniva dall’Armenia o da quell’area geografica (in base alla conformazione del cranio e alla presenza di alcuni minerali nelle ossa ndr), era alto un metro e 60 e godeva di buona salute, complice anche un’alimentazione equilibrata con frumento, latticini e proteine alimentari. La deviazione del setto nasale gli procurava una sinusite croniche. Probabilmente soffriva di diabete di tipo 2 e per questo poteva essere a rischio di patologie cardiovascolari. Abbiamo trovato segni di osteoporosi ma non di artrosi. È morto all’età di 45-50 anni e non per una causa violenta, sicuramente di qualche patologia la cui identificazione è, però, impossibile. Dalla ricostruzione del volto possiamo dire che era un uomo mite».

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Armenia: ex presidente Kocharyan dimesso dall’ospedale (Agenzianova

Erevan, 21 ott 09:14 – (Agenzia Nova) – L’ex presidente dell’Armenia Robert Kocharyan, che è stato ricoverato nei giorni scorsi all’ospedale Izmirlian di Erevan per circa una settimana, è stato dimesso e trasferito al penitenziario di Kentron. Lo ha detto Armen Charchyan, direttore esecutivo della struttura sanitaria al portale web “News.am”. Secondo Charchyan, Kocharyan si sarebbe ripreso e ora sta bene. Il 9 ottobre scorso, l’ex capo dello Stato aveva subito un intervento chirurgico. Il mese scorso il gruppo parlamentare del blocco My Step, espressione della maggioranza, ha chiesto la sospensione dei poteri del presidente della Corte costituzionale, Hrayr Tovmasyan. Stando alla bozza della richiesta, il partito di governo ritiene che il presidente non possa partecipare ai procedimenti relativi al ricorso alla Consulta avanzato dal secondo presidente dell’Armenia Robert Kocharyan, nel quadro del cosiddetto “caso del primo marzo”. In precedenza, un tribunale di Erevan ha respinto la mozione degli avvocati dell’ex capo dello Stato per garantirne la scarcerazione preventiva e sospendere il processo penale. I legali di Kocharyan hanno presentato una mozione alla Corte generale di Erevan a seguito della decisione della Corte costituzionale dell’Armenia, che ha chiesto di modificare la sua misura preventiva e sospeso il procedimento penale. (segue) (Res)