Italia-Armenia a Palermo, al via la vendita dei biglietti (Calciofinanza.it 21.10.19)

La qualificazione a Euro 2020 è ormai già in cassaforte, ma questo non fa che rendere ancora più forte la voglia di tifare per la nostra Nazionale, pronta a riscattarsi la prossima estate dopo avere mancato l’occasione di partecipare ai Mondiali in Russia. L’ultimo appuntamento in questo percorso è in programma lunedì 18 novembre (ore 20.45) allo Stadio Renzo Barbera di Palermo e vedrà l’Italia sfidare l’Armenia.

Almeno sulla carta l’avversario sembra essere alla portata di Bonucci e compagni, ma positivo anche il bilancio delle gare disputate nel capoluogo siciliano: 12 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta. Nelle ultime sei uscite gli Azzurri hanno collezionato altrettanti successi.

Italia-Armenia biglietti – I dettagli dei costi

Già da ora è possibile acquistare i tagliandi per poter essere presente sugli spalti a sostenere i nostri giocatori. Ecco i dettagli con i prezzi:

TRIBUNA CENTRALE 50 euro

TRIBUNA CENTRALE RIDOTTO 30 euro

TRIBUNA CENTRALE RIDOTTO UNDER 18 30 euro

TRIBUNA CENTRALE RIDOTTO VIVO AZZURRO  25 euro

TRIBUNA LATERALE 30 euro

TRIBUNA LATERALE RIDOTTO 20 euro

TRIBUNA LATERALE RIDOTTO UNDER 18  20 euro

TRIBUNA LATERALE RIDOTTO VIVO AZZURRO   18 euro

TRIBUNA GRADINATA INFERIORE 25 euro

TRIBUNA GRADINATA INFERIORE RIDOTTO 18 euro

TRIBUNA GRADINATA INF. RIDOTTO VIVO AZZURRO   12 euro

TRIBUNA GRADINATA INF. RIDOTTO UNDER 18  5 euro

TRIBUNA GRADINATA SUPERIORE 20 euro

TRIBUNA GRADINATA SUPERIORE RIDOTTO 14 euro

TRIBUNA GRADINATA SUP. RIDOTTO SPECIALE  10 euro

TRIBUNA GRADINATA SUP. RIDOTTO VIVO AZZURRO   10 euro

TRIBUNA GRADINATA SUP. RIDOTTO UNDER 18   5 euro

CURVE 10 euro

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Intervista ad Antonia Arslan (Mangialibri 21.10.19)

Raggiungo Antonia Arslan al telefono prima della sua partecipazione a Pordenonelegge 2019. Spirito indomito, vivace, scrittrice e poetessa che si adopera per il ricordo dello sterminio del popolo armeno di cui lei è figlia e per recuperare la memoria di poetesse e scrittrici che, nei secoli, sono colpevolmente finite tra le pieghe della storia. Conversazione piacevolissima e grande affinità di pensiero fanno di questa intervista una cosa preziosa.

Gran parte delle tue opere è dedicata alla cura della memoria del popolo armeno. Quanto è importante la letteratura per la memoria?
È una bella domanda. Ci sono molte testimonianze dirette dei sopravvissuti alle tragedie e sono importantissime perché ci danno dati reali, ma non sono letteratura. Quando alcune di queste testimonianze diventano un libro e cioè si trasformano in letteratura, in qualcosa di pensato per i lettori, per esempio in un romanzo che ha quindi una struttura precisa, ha dei personaggi che si muovono dentro una storia allora restano, mentre invece le testimonianze quando i protagonisti muoiono vanno perdute.

Ti chiedo, esiste una gerarchia dei genocidi? Un ordine decrescente? Penso per esempio al massacro di Srebrenica di cui si parla pochissimo. Come si spiega la dimenticanza della tragedia del 1915?
Esiste conoscenza di serie A e di serie B. Grazie al negazionismo turco e al silenzio delle nazioni europee, degli armeni non si è più parlato dopo il trattato di Losanna, ma non solo riguardo al genocidio ma anche in ambito artistico la cultura millenaria armena è stata completamente silenziata. Si parlò molto del massacro, tutti i giornali parlavano dell’Armenia e questa è una cosa che va sempre ripetuta perché tutti sapevano, all’epoca. Però dopo il trattato di Losanna con cui le potenze vincitrici si misero d’accordo riguardo all’impero ottomano che diventò la Turchia, la parola “armeno” scomparve, non solo non si parlò più del genocidio ma anche in ambito artistico la cultura millenaria armena è stata completamente silenziata. È il primo esempio del Novecento di un avvenimento scottante che viene silenziato per così tanti anni (ben ottanta). È la nostra generazione che solleva la pesante coltre di silenzio. Adesso stanno uscendo volumi dedicati alla raccolta di tutti gli articoli che sono usciti sui giornali degli Stati Uniti fino al 1920 sulla questione armena, grazie anche all’aiuto economico di alcuni sponsor armeni. Mentre dopo la Seconda guerra mondiale col processo di Norimberga non si è più potuto tacere, per gli Armeni il percorso è stato molto più lungo. Ma ci sono altre tragedie altri massacri di cui non si parla più: tu prima mi hai citato Srebrenica ma anche lo sterminio degli ucraini, dai 5 ai 7 milioni di contadini lasciati morire di fame perché il governo sovietico, guidato da Stalin, non voleva più che quella terra fertile venisse coltivata dagli ucraini.

Sembra che il recupero della memoria sia parte integrante della tua vita. Da dove nasce il tuo percorso di riscoperta di poetesse e scrittrici del passato?
Nasce un po’ per caso. Ho collaborato ad un saggio che trattava del romanzo popolare tra Ottocento e Novecento, scritto da studenti universitari (a quell’epoca insegnavo all’università di Padova). In questo libro erano già presenti due scrittrici. Allora ho provato a vedere quante donne scrivevano in quel periodo e poi via via mi sono interessata alla scrittura femminile anche dei periodi precedenti.

In relazione alla domanda precedente, esiste una sostanziale differenza tra il linguaggio femminile e il linguaggio maschile, nella poesia come nella letteratura?
Oggi non più. Perché oggi la donna può fare qualsiasi mestiere, l’esperienza le si è aperta. Certamente nell’Ottocento era ovvio che ci fosse una dissezione abbastanza radicale: primo perché gli uomini studiavano di più e utilizzavano un linguaggio più “raffinato” che spesso però era molto distante dai lettori. Se tu prendi un libro di successo degli anni fino a prima dell’Unità d’Italia, di un autore uomo, leggi e trovi un linguaggio che oggi veramente non possiamo tollerare, mentre il linguaggio utilizzato da una qualsiasi scrittrice è molto più tollerabile. Le donne nel secondo Ottocento leggono e scrivono tanto e soprattutto diventano professioniste, molte si mantengono scrivendo e sanno raggiungere il loro pubblico di lettori, che sono soprattutto lettrici perché le donne cominciano a essere alfabetizzate. Le autrici venivano anche molto rispettate dai colleghi maschi e questo è dimostrato dai carteggi, per esempio le lettere tra Neera e Verga o Capuana.

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I militari turchi marcano le case di armeni e cristiani: furti e saccheggi a Tal Abyad (Globalist 20.10.19)

Erdogan e le sue truppe sono avvezze alla pulizia etnica: la Turchia ha una storia di tutto rispetto di persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose e culturali, come le angherie verso i cristiani e l’eccidio degli armeni hanno dimostrato. Hanno anche poi la grande faccia tosta di negare persino l’evidenza, come stanno facendo in queste ore in cui continuano a sostenere di non aver violato la tregua in Rojava, mentre video e foto inviate dalle agenzie curde dimostrano che le barbarie dei turchi non si sono fermate neanche un istante.
Tra l’altro, la sete di sangue dei mercenari johadisti al soldo di Erdogan non si limita cerco ai curdi: nella città di Tal Abyad fonti curde raccontano con tanto di foto che le case dei cristiani e armeni sono state segnate con scritte rosse. Nell’intera area si sono registrati furti e saccheggi ad opera delle milizie turche, come accadde ad Afrin nel 2018.

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Start up di catering multietnico: la tradizione in tavola che unisce le culture (Trnews.it 20.10.119)

MAGLIANO- Quelli che vedete, esposti nel Polo Didattico di Magliano pronti per essere gustati, sono nove piatti tradizionali che arrivano da Nigeria, Armenia, Mali, Costa D’Avorio, Maghreb, Medio Oriente e Africa Sub Sahariana. A prepararli, con la supervisione di uno chef, sono stati dei ragazzi che arrivano proprio da quei paesi e che hanno partecipato alla nascita di “GRIOT, kitchen e catering – storie e cucine migranti”. È una start-up creata da Ce.F.A.S. – Centro di Formazione e Alta Specializzazione, ente di Formazione Professionale accreditato dalla Regione Puglia per la Formazione Continua, la Formazione Superiore e Formazione nell’area dello svantaggio, che progetta percorsi formativi, basati sull’apprendimento esperienziale.

Grazie ai laboratori permanenti allestiti nel polo didattico del “Parco della Scienza” di Magliano è stato possibile sperimentare una metodologia didattica innovativa che permette un’ acquisizione efficace di competenze. E così sta per nascere una start up di catering multietnico. Che è stata presentata offrendo a tutti questi piatti prelibati.

Poliedrici polistrumentisti dall’Armenia (Teatrionline 20.10.19)

L’ultima rappresentazione alla Casa del Teatro di Torino rompe gli schemi, in tutti i sensi: Popbins, lo spettacolo comico-musicale dei Jashgawronsky Brothers, si presenta come il concerto di quattro polistrumentisti che suonano strumenti realizzati con materiale di riciclo, ma rinuncia a qualunque tipo di narrazione – sia nei termini di sequenza logica degli avvenimenti che a proposito della loro curiosa strumentazione – per lasciare tutti i riflettori al divertimento puro.

Il ritmo dello spettacolo infatti non lascia spazio a domande o curiosità (come fa una scopa a suonare come un contrabbasso?): Popbins è uno show limato di qualunque scorza retorica, non ha bisogno di enfatizzare la particolare manifattura degli strumenti musicali per apparire pieno di carattere. In effetti, sono già i quattro interpreti (brother Pavelbrother Surenbrother Richard e brother Francis) ad apparire sul palco come altrettanti personaggi pienamente caratterizzati.

Nessuna linea narrativa. Piuttosto, le fasi ottimamente orchestrate di una comunicazione umoristica restituiscono una forma alla storia implicita: risulta davvero facilissimo immaginare i quattro fratelli Jashgawronsky profanare una discarica per allestire la propria orchestra, accaparrandosi ogni altro oggetto che andrà a far parte dell’improbabile scenografia.

L’effetto comico si accompagna alla poliedricità degli interpreti, che tra uno strumento e l’altro concedono al pubblico numeri di illusionismo e giocoleria; nuovi “conigli nel cappello” vengono estratti ogni volta che si scopre in un elemento della scenografia l’ennesimo strumento musicale, aprendo a inedite forme di narrazione.

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ARMENIA: il processo Kocharyan divide l’opinione pubblica (East Jouranl 19.10.19)

Il 12 settembre è cominciato il processo all’ex Presidente armeno Robert Kocharyanaccusato di aver usurpato della sua autorità in occasione della repressione violenta delle manifestazioni del 2008. Tra il febbraio e marzo di quell’anno, in seguito ad elezioni presidenziali che l’opposizione considerava truccate, polizia e militari soppressero violentemente le proteste antigovernative scoppiate nelle strade di Erevan; morirono due poliziotti e otto dimostranti. Oltre a Kocharyan, anche altri ex alti funzionari sono finiti sul banco degli imputati: Seyran Ohanyan, ex ministro della Difesa; Armen Gevorgyan, ex segretario del Consiglio di sicurezza nazionale; e Yuri Khachaturov, capo del presidio militare di Erevan durante la repressione e, fino a pochi mesi fa,  Segretario generale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva.

Il processo ha creato una netta divisione dell’opinione pubblica, tra chi appoggia lo sforzo di Pashinyan, attuale primo ministro, nel punire i responsabili e chi, invece, sostiene l’infondatezza delle accuse contro Kocharyan. Al termine dell’udienza c’è stato uno scontro tra le due parti: dei testimoni affermano che i sostenitori di Kocharyan hanno aggredito i suoi oppositori.

Chi è Robert Kocharyan e che ruolo ha avuto nella repressione delle proteste del 2008?

Prima di diventare Presidente della Repubblica armena, Robert Kocharyan fu primo ministro dell’Armenia e Presidente della Repubblica del Nagorno-Karabakh, la sua regione di origine.

Kocharyan è stato il Capo di stato dell’Armenia tra il 1998 ed il 2008, quando la costituzione armena gli impedì di candidarsi per un terzo mandato. Le elezioni del 2008 furono vinte dal suo alleato Serzh Sargsyan, mantenendo così intatto gran parte dell’apparato di governo del Partito Repubblicano. L’opposizione dichiarò le elezioni irregolari e ne chiese l’annullamento. Quando scoppiarono le proteste, Kocharyan indisse lo stato di emergenza. Durante la repressione delle proteste, la polizia arrestò diverse centinaia di persone tra cui vari membri dei partiti di opposizione, incluso Nikol Pashinyan. L’attuale primo ministro era infatti uno degli organizzatori delle manifestazioni e ha trascorso per questo circa due anni in prigione. Poiché Kocharyan era ancora in carica durante le proteste, lui e alcuni altri funzionari sono considerati responsabili della violenza con cui esse sono state soppresse.

Il processo

Quando fu accusato di usurpazione di potere a luglio 2018, Kocharyan dichiarò che le imputazioni erano ingiustificate e avevano implicazioni politiche. E in effetti questa è la percezione di una parte importante dell’opinione pubblica, alimentata dall’atteggiamento combattivo di Pashinyan. Quando Kocharyan fu scarcerato a maggio, Pashinyan esortò i suoi sostenitori a bloccare l’entrata del tribunale, e ciò ha portato molti ad attribuirgli un tentativo di politicizzazione del sistema giudiziario.

Dopo circa un mese, Kocharyan fu nuovamente arrestato e rimase in prigione fino al giorno del processo, sebbene il 4 settembre la Corte costituzionale avesse dichiarato l’arresto incostituzionale. Tre giorni dopo aver rifiutato la mozione per il rilascio di Kocharyan dalla custodia cautelare, il 20 settembre la Corte ha anche rifiutato l’uscita su cauzione. Come al termine delle udienze precedenti, fuori dal tribunale si sono verificati scontri tra i sostenitori e gli oppositori dell’ex Presidente.

Kocharyan, che trascorse un periodo in Russia dopo la conclusione del suo mandato, gode dell’appoggio del Cremlino. Mosca ha infatti più volte espresso il suo dissenso nei confronti del processo, e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha affermato che l’accusa “non può che preoccuparci”. Una possibile spiegazione potrebbe risiedere nell’attrito tra le autorità russe e l’attuale governo armeno, che ha messo in atto diverse politiche filo-occidentali allontanandosi gradualmente dalla sfera d’influenza russa.

Giustizia o rivincita?

Uno dei capisaldi del programma politico di Pashinyan è la critica all’attuale sistema giudiziario. Il motivo sarebbe che molti dei giudici ancora presenti nei tribunali sono stati nominati dal precedente governo e gli rimangono fedeli. Ad esempio, in seguito al rilascio temporaneo di Kocharyan a maggio, Pashinyan accusò sia il sistema giudiziario armeno sia i leader del Nagorno-Karabakh di cospirare contro il suo governo. Dall’altra parte, i sostenitori dell’ex presidente e altri oppositori del primo ministro sostengono che le forze dell’ordine stiano esercitando pressione sul sistema giudiziario, compromettendone l’indipendenza.

L’approccio complessivo di Pashinyan nei confronti di questo processo ha portato molti ad accusare il primo ministro di stare politicizzando, invece che depoliticizzando, l’apparato giudiziario. Alla popolarità di questa opinione contribuisce anche il coinvolgimento personale di Pashinyan negli avvenimenti che hanno portato fino a questo punto. A prescindere da come andrà a finire il processo, si potranno quindi trovare diverse giustificazioni per affermare che esso si sia basato anche su motivi politici.

 

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L’Armenia guarda al Friuli Venezia Giulia: legami economici e storici (triesteallnews.it 18.10.19)

18.10.2019 – 12.30 – Come un tempo i fedeli armeni giunsero a Trieste, attirati dalla crescita della città e dalla sua tolleranza conferita dalle patenti di Maria Teresa e Giuseppe II d’Asburgo, così oggigiorno l’Armenia quale stato si rivolge al Friuli Venezia Giulia: allora come adesso attirata dalle possibilità culturali e tecnologiche della Regione.
E’ stato il vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Russo, ad accogliere ieri Samvel Mkhitaryan, Margarita Baburyan, Susanna Tadevosyan e Gurgen Hakobyan, componenti chiave di una delegazione armena partner di un progetto cofinanziato dalla Regione. Partecipano il Comune di Monfalcone, il Polo tecnologico di Pordenone, l’associazione di agricoltori di Trieste Kmecka zveza e le realtà caucasiche New Technology Education Fund e Technology and Science Dynamic.

L’Armenia è uno stato in crescita, ma il galoppare dell’economia lascia indietro il know-how tecnologico, supera le reali possibilità infrastrutturali del paese: l’obiettivo dunque diventa acquisire quelle competenze fondamentali per consentire il progredire della nazione. Serve dunque formazione, specie scientifica; e proprio in questo campo Trieste e il Friuli Venezia Giulia eccellono. L’Armenia, inoltre, grazie alla sua posizione geografica, rappresenta uno dei tre paesi del partenariato orientale assieme a Georgia e Ucraina, verso cui l’Unione Europea ha un interesse sempre più spiccato.

Correva l’anno domini 1715 quando un gruppo di Padri Armeni Mechitaristi approdò a Trieste, dopo essere passati da Istanbul alla Repubblica di Venezia, infine attirati dalla tolleranza e dalla crescita – non solo economica, quanto spirituale – della città-porto Trieste. La comunità armena, all’inizio con cinquanta fedeli, crebbe rapidamente, raggiungendo quasi seicento membri nel 1773. Convenzionalmente vengono individuati due diversi periodi; il primo fino al 1810, quando i Padri Mechitaristi chiusero per debiti e il secondo, dal 1817 al 1910, di gran lunga più ricco e fiorente. Risale infatti all’ottocento la costruzione di quel gioiello in rovina che è la Chiesa degli Armeni (via dei Giustinelli 7), dedicata alla Beata Vergine delle Grazie. L’edificio conserva ancora l’organo Rieger donato da Julius Kugy, perché a lungo era anche la chiesa della comunità cattolica di lingua tedesca. La chiesa era parte di un complesso che comprendeva, dal 1859 al 1875, il primo ginnasio in lingua italiana, parte di un collegio-convitto. Oggigiorno la comunità armena è ridotta a una ventina di anime, ma rimane culturalmente importante nel tessuto storico della città.

I rappresentanti armeni hanno proposto la sottoscrizione di un protocollo di intenti per dare continuità ai rapporti avviati, tenuto anche conto che Finest ha due accordi di collaborazione firmati nel 2013 con l’Armenian Development Agency e con la Pan
Armenian Development Bank. Attualmente la priorità spetta all’innovazione e alla formazione, alla crescita delle microimprese e alla valorizzazione del settore agroalimentare. Ma non si escludono, nel futuro, collaborazioni culturali con Trieste.

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Yerevan – Lusik Aguletsi, museo delle meraviglie fra storia e tradizione (Assadakah 18.10.19)

Letizia Leonardi – La città di Yerevan si è arricchita di un’altra meraviglia: è di recente apertura la Casa Museo di Lusik Aguletsi. Un’artista, collezionista, etnologa, pittrice, donna che ha vissuto il presente con lo sguardo sempre rivolto nel passato. Fino alla sua scomparsa, all’età di 72 anni, è stata una delle poche persone che si è ostinata a indossare solo e rigorosamente abiti tradizionali armeni arricchiti con originalissimi monili in argento di fattura orientale.

Lusik Aguletsi

Basta prendere un taxi e con la modica cifra di 1000 dram (circa 2 euro) si arriva davanti a una costruzione in pietra dipinta di bianco: è la Casa Museo di Lusik Aguletsi. Abitata, fino ad un anno fa, dalla poliedrica artista oggi è una meta di turisti e non solo. A parte lo spazio dedicato al museo è stato realizzato un art cafè frequentato da chi gradisce gustare pietanze armene e bere il classico caffè tradizionale.

Una casa in stile armeno con cortile interno impreziosito da un secolare albero circondato da altri alberi da frutto. In sottofondo della gradevole musica e il rilassante rumore dell’acqua che scorre riversandosi in una piccola piscina. Se si varca l’ingresso dell’edificio si apre improvvisamente un mondo.

Sembra di entrare in una favola delle Mille e una notte. Tra foto artistiche, dipinti, antichi oggetti etnici di raffinata fattura, la mente del turista spazia in un turbinio di fantasie di tempi e terre lontane. Pezzi d’arte che Lusik ha racconto durante tutta la sua intensa vita e che gli eredi hanno deciso di mettere a disposizione dei visitatori. L’accoglienza e la gentilezza è quella tipica del popolo armeno, sempre pronto ad aprire le porte delle loro abitazioni.

Emozionante è entrare nelle stanze della casa, rimaste così come le ha lasciate la sua proprietaria. La sua camera da letto con tutti i suoi vestiti, le sue scarpe, i suoi gioielli, cinture, borse, cappelli e moltissime altre cose di uso quotidiano. Ma, all’interno dell’abitazione si possono ammirare, in tutte le altre stanze, anche moltissimi antichi pezzi d’arte unici. Armi, decorazioni, tappeti, antichi vasi.

Alcune di queste meraviglie Aguletsi li ha portati da Agulis, sua terra natia ma le altre provengono dall’Armenia orientale e occidentale. E c’è anche un po’ d’Italia in questo meraviglioso museo: un libro antico proveniente dall’Isola di San Lazzaro, a Venezia. Un patrimonio e delle collezioni, per non dimenticare la storia e il folklore dell’antica e martoriata terra d’Armenia. E ci sono i suoi dipinti e gli oggetti da lei stessa realizzati, che venivano esposti nelle feste popolari. Ci sono bambole fatte a mano e oggetti natalizi e pasquali. La Casa, lasciata pressoché intatta, è stata adattata alle esigenze museali in omaggio di Lusik Aguletsi, un’artista a tutto tondo ma anche scrittrice. Ha pubblicato infatti “Vestiges of the Past”, corredato da suggestive immagini.

Dopo questa interessante visita è d’obbligo una sosta nel cortile esterno, in uno dei tavolini dell’ art cafè e per concludere in bellezza c’è anche il piccolo ma accogliente negozio di souvenir dove si potranno acquistare gioielli in argento realizzati a mano, come facevano gli artigiani del passato, e molte altre cose…così chiunque potrà portarsi con sé anche un tangibile ricordo di una intrigante visita.

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L’Armenia crolla senza Mkhitaryan: addio al sogno Europeo, il ct si dimette (Corriere Sport 18.10.19)

ROMA – L’assenza della bandiera si è fatta sentire, Henrikh Mkhitaryan è imprescindibile. L’Armenia crolla, il ct si dimette, la squadra ha il morale sotto i piedi: tutto per l’assenza del giocatore più importante che è stato costretto a dare forfait per gli ultimi due impegni della sosta, fatali per le sorti della nazionale del trequartista giallorosso.

Pareggio contro il modesto Liechtenstein, poi la sconfitta per tre a zero contro la Finlandia e l’addio alle speranze di giocare l’Europeo 2020. Perché a due giornate dalla fine delle qualificazioni l’Armenia dovrebbe vincere entrambe le partite contro Grecia e Italia e sperare che la Finlandia esca ko contro Liechtenstein e la Grecia. Un’impresa praticamente impossibile, un sogno svanito per l’assenza di Mkhitaryan che è stato costretto a rimanere a Roma per il recupero dalla lesione tendinea dell’adduttore della gamba destra.

Il ct Gyulbudaghyants ha provato a sostituire il fantasista con Ghazaryan, ma i risultati non sono stati quelli sperati. Ecco allora quest’oggi arrivare le dimissioni del commissario tecnico, accettate mal volentieri dalla Federazione che gli riconosce di aver valorizzato al massimo la squadra in questo anno e mezzo alla guida dell’Armenia.

Mkhitaryan? Ha sofferto la sua assenza dalla nazionale, ha tifato i suoi da Roma continuando la riabilitazione sui campi di Trigoria. In queste settimane ha provato a rimanere concentrato sul suo recupero grazie anche all’aiuto della moglie e non solo: in questi giorni la madre e la sorella – che vivono in Svizzera – hanno fatto visita a Henrikh nella Capitale.

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Ani, la metropoli “di confine” tra Turchia e Armenia (Paesionline 17.10.19)

Le spettacolari rovine di Ani, l’antica capitale dell’impero che coincide con la moderna Armenia, si trovano in un luogo fino a qualche anno fa poco accessibile. Poiché la frontiera tra Turchia e Armenia risulta tuttora chiusa, i confini turchi sono delle aree nelle quale è importante prestare attenzione.

Nonostante siano stati compiuti sforzi diplomatici considerati comunque insufficienti, adesso le trattative sembrano essersi definitivamente archiviate. Questo è il motivo per cui le splendide rovine di Ani sono sempre state poco conosciute. Si tratta anche della conseguenza diretta del terribile genocidio armeno perpetrato circa un secolo fa a opera dei turchi che deportarono più di un milione di persone.

Quello che ha rappresentato per mille anni il simbolo della civiltà armena è oggi un sito archeologico divenuto un simbolo della resilienza di un popolo, che in silenzio ha combattuto per rimanere memoria storica. Nel 2016 l’UNESCO inserisce Ani nella lista dei patrimoni dell’Umanità, aspetto che ovviamente ha contribuito a generare interesse turistico.

I numeri di Ani, l’antica metropoli armena

Nel primo semestre del 2019 sono ben 70 mila i turisti che hanno visitato il sito archeologico, dando vita a un trend che sembra non volersi arrestare. Si tratta di numeri molto importanti, soprattutto se si considera che l’esperienza non è alla portata di tutti. Ani sorge proprio al confine tra le due nazioni, aspetto che ne complica l’accessibilità, poiché una parte degli scavi si trova in territorio armeno.

Attorno a quest’antica città fantasma non vi è altro che una sterminata pianura, interrotta solo da rari villaggi e qualche mandria di animali. Tuttavia, per i visitatori che scelgono Ani, l’esperienza vale davvero il viaggio. Il sito si staglia in tutta la sua spettacolarità come un insediamento con più di tremila anni di storia ed è valorizzato proprio dal suo contesto unico.

Ani, la cui epoca più rigogliosa fu durante il periodo armeno tra 961 il 1046, una volta caduta in mano araba divenne prevalentemente una città di scalo nell’importante Via della seta e rimase pressoché inalterata, resistendo e conservandosi per i visitatori moderni.

Le chiese di Ani, uno spettacolo unico

Ani è nota come la città delle 1001 chiese: qui si trovano infatti alcune delle più affascinanti del mondo. In particolare la cattedrale progettata da Trdat rappresenta la più importante opera architettonica armena, conclusasi un anno dopo lo scattare del nuovo millennio con una cupola straordinaria che guarda verso il cielo.

La chiesa di San Gregorio invece risulta particolarmente ben conservata, in quanto le decorazioni sembrano essere fatte di recente, con affreschi che narrano le vite dei Santi importanti per la religione ortodossa. La chiesa del Redentore, vero e proprio simbolo della città fantasma, presenta alcune particolarità, come la forma circolare con otto absidi.

A metà degli anni Cinquanta un fulmine la squarciò in due provocando il crollo di una metà, esponendo la fragilità di un’opera architettonica che da quasi mille anni resiste all’avanzare del tempo.

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